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28/08/18

Perugia, l’anno della retrocessione


La prima di campionato non è la settima, la nona, la quattordicesima. E manco la prima di ritorno.
La prima di campionato vaporizza, dalla sua estiva anatomia in raffreddamento, le lisergiche spore di ogni nuovo principio. L’inizio. Che è settembre, l’inizio, ben più di quanto non lo sia mai stato gennaio. Settembre. Anche se i campionati cambiano nomi, importano sigle astruse, inventano piattaforme internet che costringono a cambiarsi il televisore in soggiorno, riducono gli organici e cominciano sempre prima. Ad agosto. Come la Ligue 1 o la Premier. La Coppa Italia, addirittura, a luglio. Ma poco importa, adesso. Le polemiche furenti dell’estate sono alle spalle come e peggio delle inzuppate vele veneziane a Lepanto. È tempo, adesso, di reiterare il rito. Di ritornare ad incorporarsi nell’infanzia ricordata. In quella immaginazione favolistica che, di suo, costituisce gran parte della tradizione alla quale, post-moderni, ci appelliamo. Il calcio dei pionieri è tutto qua, da un lembo all’altro del lobo frontale. È incastonato tra gli scaffali – profumati legni levigati a mo’ di gabinetto farmaceutico – accanto al mezzobusto di Paolo Valenti, alle note della sigla di Domenica sprint, alla voce roca di Sandro Ciotti, agli scudetti stilizzati, alla Pasta Barilla che accompagna la testa della lupa capitolina, all’olio Cuore del diavolo trasfigurato in lineari fiamme d’inferno. Con l’Ascoli che ha Pop 84. E l’Atalanta, Sit-in.
Ogni agognata nuova stagione nasce antica. E il paradosso è solo apparente. O, forse, non è neppure un paradosso fatto e finito. Siamo appassionati di antiquariato che sfioriscono quando chattano e riprendono colore alla vista di un’acquasantiera. È così che funziona. Senza il calcio che abbiamo amato, non riusciremmo ad amare il calcio. Ad ignorare la betoniera che, instancabilmente, asfalta ciò che ci è sempre piaciuto. A disinteressarci degli interessi che governano il mondo del pallone e sovrintendono, cinicamente, il nostro spiacevole ruolo di clienti. Una macchina elettronica stila i calendari in diretta streaming. E noialtri, foglio e penna, prendiamo appunti. Anche se ci sono da attendere i ricorsi, le richieste di ripescaggio, i punti di penalizzazione per frode; anche se le date indicate dall’elaboratore a primo acchito saranno inevitabilmente modificate quando verranno resi pubblici gli anticipi del venerdì, i posticipi del lunedì e gli orari del sabato. Per noi, ogni volta, è niente: è un segreto che pare solo nostro e che si racchiude nella dialettica tra un coso elettronico e la penna Bic.
Un elenco di sigle e di giorni. Una punes per fissarlo in bacheca. E si riparte.
Col filo dei ricordi finalmente libero di scalare le sue vette in verticale. Finalmente affrancato dai rovi della consapevolezza che aggredisce nei momenti di stasi (e non c’è stasi più statica dell’estate per chiedersi: “Chi me lo fa fare?”). In fuga, ancora finalmente, sui tetti delle città, a ritroso, verso il paese dell’infanzia. Quello con la piazza rettangolare, di 110x70 come lo “Zini”, regolamentare; con le porte dai supporti tondeggianti, come al “Comunale” di Torino quando Rush segnava allo Standad Liegi; coi quattro fari per illuminare la notte, le righe a terra, il sottopasso, la tribuna centrale coi seggiolini, le curve spioventi sull’area di rigore e la bandierina del calcio d’angolo. Col bar che dispensa ghiaccioli e Big babol, One-o-one e chewing-gum col Ponte di Brooklyn. E sui tavoli, il Guerin sportivo e l’album Panini.

Il paracadute azzurro col tricolore, come omaggio o vaticinio per la nazionale di Bearzot nella stagione che porta al Mundial. I baffi a manubrio del paracadutista, sagoma tondeggiante fuoriuscita – in 3D – da una commedia sexy. A ben guardarlo, sembra di intravedere il segno della serratura attorno agli occhi, a ricordare – a se stesso e a noi tutti – la linea sublime della coscia di Edwige che finisce per diventare il divino culo della Fenech. Oggi il paracadutista sarebbe un palestrato buzzurro con mille e mille followers su Instagram. Metterebbe in mostra i pettorali per pubblicizzare pillole che smorzano l’appetito. Ma nel settembre del 1981, il paracadutista che – prima di Foggia-Catania – atterra senza troppa grazia sul manto verde dello “Zaccheria”, lato curva Nord, per augurare buon campionato a tutti gli sportivi, è ancora un amico nostro. È ancora uno di noi. Uno di quelli che puoi trovare sul retro del Bar Mexico 70 a sbattere le carte napoletane sui tavoli di alluminio, accompagnando la giocata con un verso a metà tra Dioniso e Belzebù. È ancora un conoscente di famiglia, che beve Stock 84 o Vecchia Romagna dai bicchieri tozzi di vetro. E che quando ti incontra per strada ti chiede quanti anni hai e come vai a scuola. Esce coi pugni al cielo, felice dell’esito del lancio. E degli applausi che gli piombano addosso dalle gradinate. Oggi, il palestrato, avrebbe evitato di mostrarsi appagato. Avrebbe fatto un gesto alla telecamera, una cosa figa, massonica, per iniziati. Il suo saluto alle sue folle. E sarebbe uscito tronfio, senza tracce di felicità. Perché il paracadutista coi pettorali dietetici non è mai stato uno dei nostri, nel paese dell’infanzia. Altrimenti, avrebbe i segni della felicità come geometriche spirali di rughe sul viso. E l’impronta della serratura a ricordare, a se stesso e a noi tutti, la bellezza sublunare dell’anca della Fenech. 

C’era il Catania, di fronte, anche nel 1988. Un attesissimo 0-0 che frustrò il bisogno di una svolta che non si poteva più procrastinare. La stessa che accompagnava l’undici di un giovane Zeman, nell’anno che – lo avevamo stabilito – sarebbe stato il nostro. Il 5-0 al Cosenza del 1990. Poi furono storie di A. Con “San Siro” che sostituiva, sebbene temporaneamente, il “San Francesco”. E il “Simonetta Lamberti” che tendeva le costole e allargava il respiro di cemento fino a diventare l’Olimpico, nel giorno in cui eravamo almeno tremila ed un ragazzino biondo ci bucò, dritto per dritto, proprio sotto al settore. Francesco Totti. 4 settembre 1994.
Eppure, a memoria mia, direi Perugia. Il primo anno di cadetteria dopo la grande sbandata. Anticipo serale. Tele+. Le torce nel settore, il gol di Di Bari, il pullman sulla strada del ritorno, nella notte del Centro Italia. Un pari, all’ultima settimana di agosto che, nel mio ondeggiare tra i fiori ritrovati, diventa un tutt’uno con una tromba d’aria che spazza Piazza Battisti e si porta via la bella stagione, spalancando su di noi un autunno coi grandi numeri della Serie A assai ridimensionati da una squadra scialba e perennemente affaticata, dall’affanno congenito, che si salverà a stento. Poco importa se la tromba d’aria, cronologicamente parlando, andrebbe posizionata un anno prima. Che di quella formazione ricordo solo Kolyvanov e Bresciani. E che il 1995, in definitiva, non sia stato un anno memorabile. Se mi chiedete qual è stata la mia prima di campionato preferita, vi risponderò: “Perugia, l’anno della retrocessione”. Senza una reale spiegazione logica. Perché, in questa storia di amore alimentata dall’ostinazione, in questo rapporto dei sensi in cui godi solo se ignori mercimoni e tradimenti, in questo guardare Iemmello e pensare a Roccotelli, non può esserci logica.

In definitiva, noi siamo quelli che vivono della certezza che una nuova stagione farà sempre seguito ad una vecchia. E questa cosa, in tempi di precariato, conta assai più della pensione di cui non godremo o dei governi che si susseguono. Amare la prima di campionato è, in questo senso, non voler cedere al pessimismo. O all’età della ragione.     

08/01/17

Fratena



Quello che criticava sempre tutti sbucava in curva che in campo c’erano già le squadre schierate. Uno sguardo fugace al suo posto, diversi gradoni più in su. E via, a risalire la corrente umana senza ombra d’affanno, recitando d’un fiato una litania che – per quel pezzo di Nord – equivaleva ad un rito. E ad un saluto, al contempo. Ce l’aveva con l’intero organigramma societario, dal presidente al magazziniere. Vaticinava sciagure, collassi, rovesci. Finché non giungeva al suo campo base. Poi, continuava per gran parte dei novanta minuti.
Quello che criticava sempre tutti quel giorno non disse niente. Prese posto, si sfregò vigorosamente le mani, sbuffò un soffio d’aria gelida, e s’accorse che in tanti lo stavano guardando, giustamente sorpresi da quell’inatteso mutismo. E la sorpresa aumentò quando disse: “Oggi al quinto vinciamo già due a zero!”. La gente rise, qualcuno lo mandò bonariamente al diavolo. Lui puntò i suoi occhi stretti a fessura sul rettangolo verde. E, in un saggio soliloquio, aggiunse: “Mo che vedete…”.

Ci sono critici, studiosi dello strutturalismo, filologi costruttivisti, che s’approcciano alla Poesia come medici legali ad una scena del crimine, ad una autopsia. Ne sanno tante e conoscono l’importanza d’ogni singola parola. Che, nell’economia di una lirica, nei suoi pesi e contrappesi fatti di sillabe, di figure retoriche, di metrica, dire tenere e dire sentire non è affatto la stessa cosa.
Poi ci sono tutti gli altri. Quelli per cui la Poesia non è nelle alchimie della tecnica. Quelli che la tecnica la ignorano proprio. Ma sentono la pelle diventare una parete a buccia d’arancia quando certe parole si collegano tra loro. E poco importa se un tenere diventa sentire.

Fabio Fratena, quel giorno, ricevette palla subito dopo il fischio d’inizio. Il Foggia avrebbe attaccato sotto la nostra curva per i primi quarantacinque minuti. Aveva la faccia di uno di quelli che chiamano in presidenza per annunciare un incendio a scuola. Puntò il suo avversario diretto, nel cerchio di centrocampo. Lo sfidò a duello, uno contro uno. Finse impercettibilmente di slittare a destra, poi gli andò addosso, smaterializzando l’avversario con un tocco sinistro. Un tunnel o qualcosa del genere. La linea mediana del Monopoli – maglia bianca a maniche lunghe, pantaloncini verdi, calzettoni bianchi – ebbe un attimo di sbandamento. Di sicuro non si aspettavano quel gesto. Di solito, dopo la palla al centro, si girava il pallone alla propria metà campo, per dare il via alla giostra dei fatidici minuti di studio. Invece Fabio Fratena aveva guadagnato già dieci metri in campo avverso. E i due mediani erano troppo larghi. Ognuno dei due pensava toccasse all’altro l’onere di andare a chiudere. E Fabio Fratena ne approfittò, entrando in quella breccia come un ufficiale della cavalleria leggera. Era al limite dell’area monopolitana. Un difensore si mosse per contrastarlo. Ma fu un atto più eroico che utile. Fratena continuò, dritto per dritto, finché non vide la casacca grigia del portiere all’orizzonte breve. Il sinistro scavalcò la gamba destra dell’estremo difensore. Erano passati trenta secondi, forse meno. Il Foggia era in vantaggio. Il boato fu incredulo, mentre in tanti stavano ancora facendo il loro ingresso allo “Zaccheria”. Nel dintorni del mio posto, tutti abbracciavano Quello che criticava sempre tutti. L’aveva detto. E, per modestia e presunzione, ostentava calma, mentre braccia e mani lo scuotevano in tutte le direzioni. Non esultava, lui. Sorrideva sotto i baffi. E ripeteva: “Calma, calma, non è finita”. Esagerava. Nel 1986 un gol di vantaggio – al primo come al settantesimo – non era premessa al bel calcio, alla ricerca della goleada, alla leziosità accademica. Era un invito esplicito alla costruzione di una, due, talvolta tre linee di barricate. Così andò. Il Foggia vinse 1-0, con rete di Fabio Fratena al primo di gioco.
Avevo nove anni. E, a ripensarci oggi, Fratena era il mio idolo già da tempo. Non so da quanto, precisamente. Probabilmente da sempre.

Del resto era il nostro Butragueno. Ed io idolatravo Butragueno.
Anche in quel caso, era la faccia a smuovere considerazioni improvvise. Un ovale per nulla tale, pieno di spigoli e magrezze, disomogeneo, intagliato con fretta, alla buona. La coscienza nel punto di vista che dove non arriva la forza, arriva la furbizia. Butragueno era quello, per me: l’intelligenza. Magro, brevilineo, come si sarebbe definito all’epoca. Così diverso dai Santillana, dai Michel, Hierro o da quell’Hugo Sanchez brillante e plateale, che segnava quasi come preludio all’attesa capriola. Butragueno aveva un che di introverso, di esistenzialista, direi oggi.
In classe, alle elementari, Rocco era per Laudrup, quello vero, mentre Felice sosteneva che non c’era storia: era Elkjær il giocatore più forte in circolazione. In parte gli davo ragione, a Felice. Elkjær era un colosso irruente, uno che ricordava i miti nordici e lo Sturm und Drang. Uno come sarebbe stato poi Skuhravy. Rocco, col suo idolo invece, non incuteva alcun timore. La prova del fuoco, quella che avrebbe risolto una volta per tutte la diatriba, ci si presentò dinanzi senza neppure averla ricercata. La sorte, si sa. Il 18 giugno del 1986 – cinque mesi prima del gol di Fratena al Monopoli – allo stadio “Corregidora” di Santiago de Querétaro, Danimarca e Spagna si contesero l’accesso ai Quarti del Mondiale messicano. L’Italia era fuori da meno di 24 ore. L’ordalia diede un esito inequivoco ed inequivocabile: non solo la Spagna vinse, ma vinse 5-1. E non solo non segnarono né Elkjær né Laudrup, ma Butragueno realizzò quattro delle cinque reti spagnole. Il primo giorno del nuovo anno scolastico, incassai il tributo dei miei amici: era indiscutibilmente Butragueno il giocatore più forte del mondo. Punto. Non se ne parlò più.

La Poesia fa così. Soffia, spazza, devasta, come un vento impetuoso. Anche per quelli che non hanno i mezzi – e che dei mezzi se ne infischiano – per comprendere ogni sotterraneo singulto di senso del Poeta. Capita che gli uomini semplici ricordino a memoria interi poemi, ripetendo termini astrusi e ignorandone il significato. Capita che questa cosa provochi loro un immenso piacere. A prescindere. Così questa storia.

Nell’agosto del 1987, il Real Madrid calò a Foggia per un’amichevole irripetibile. In quei giorni di luce e calore, s’acquartierò al Cicolella, su Viale XXIV Maggio. Io ero tra i tanti che s’accalcavano alle vetrate della hall, sperando di intravedere qualcuno. Anni dopo si dibatte ancora. Tra chi sostiene di aver visto Butragueno dare un pizzicotto affettuoso sulla guancia di mio cugino, all’epoca bambino; chi si spinge fino a dire che non fu un pizzicotto, ma che Butragueno lo prese addirittura in braccio; e i critici letterari che ripetono la solfa che Butragueno non faceva parte della spedizione, tant’è vero che l’indomani non giocò. Io sono convinto d’aver visto Antonio in braccio al Buitre. E se non l’ho visto con gli occhi che mostro, di sicuro l’ho visto con altri occhi, quelli dell’immaginazione. Che cambia? Niente, dico io. Ma sono di parte.
Il Foggia perse 3-1. E quell’anno perse – cosa nuova – anche il campionato che doveva stravincere. Ma Fabio Fratena aveva ormai offuscato la stella di Emil Butragueno. Segnò il momentaneo due a zero a Monopoli (ancora loro!). Un sinistro rasoterra, in diagonale, dopo essersi liberato al tiro dall’angolo opposto dell’area di rigore. Poi corse sotto al settore. Una corsa argentina, irrefrenabile. Quel giorno ci sentivamo in B. Sentivamo che niente avrebbe potuto frapporsi tra noi e il nostro obiettivo. La squadra – impazzita di gioia – seguiva quel ragazzo biondo nella sua corsa sotto il pezzo di gradinata destinato agli ospiti. Scavalcò una fila di sponsor posizionati sulla pista d’atletica. Poi s’arrampicò sulla rete metallica che divideva gli ottocento foggiani dal campo. L’abbraccio tra l’idolo e la folla in delirio moltiplicò i brividi. Anche a sera, quando i foggiani che erano rimasti a casa videro la partita in registrata. In quell’attimo, in “Veneziani” era la “Bombonera”. E lui, il numero sette, l’astuzia e l’intelligenza, il nostro eroe. Non un condottiero, no. Quelli come Elkjær fanno i condottieri. E da noi c’erano altri pretendenti al titolo. Ma uno di quegli ufficiali di campo, di quelli decisivi in battaglia, di quelli adorati dalla truppa. Per coraggio, determinazione, lucidità.

Della stagione successiva ricordo un gol all’Ischia che ha del miracoloso. Per tecnica e incoscienza. Una diagonale velocissima, con la palla riottosa che si ribella ma non osa staccarsi dai suoi piedi; i giocatori avversari affrontati, uno dopo l’altro, in una prospettiva di campo che rovesciava la logica: dalla linea laterale allo spigolo dell’area di rigore, quasi in orizzontale, con un’idea di profondità che era esclusivamente nei suoi piani di battaglia. E una torsione del piede di 90°, a battere il portiere con un tiro improvviso, impensabile, sul palo lontano. La palla che si strozza e rimbalza, che poi schizza in fondo alla rete. E uno alla Salernitana, nato da un sagace filtrante a centrocampo, da uno scatto sul limite estremo del fuorigioco. Cinquanta metri di corsa, con il solo portiere tra se stesso e la Sud. L’uscita disperata, quasi alla trequarti, del numero uno granata. Una finta di corpo che è lirica futurista, con la palla che continua la sua corsa in linea mentre il corpo dell’eroe va prima tutto a destra – trascinandosi il portiere – e poi tutto a sinistra. Ricordo quell’attendente di campo che, da dietro la porta, lo incita ad avanzare: “Vai! Vai!”, gli gridava. Accompagnando l’urlo col gesto. La porta vuota. E, sulla linea, il tocco di esterno destro. E ancora i cancelli della curva.
Ero con l’orecchio alla radiolina, in strada quando seppi dell’infortunio. Sulle prime, sottovalutai l’episodio, preso com’ero a fremere per quella che si profilava come una sconfitta carica di presagi. Già l’anno precedente il sabato di Pasqua si rivelò funesto: avevamo perso a Salerno, avevamo perso immeritatamente e male. E si rivelò l’incipit del fallimento. Si perse anche quel giorno, a Caserta, ancora 2-1. Fratena non rientrò più. Salimmo in B dovendo fare a meno di uno come lui per un paio di mesi. Festeggiammo allo “Zaccheria”, di notte, con l’elicottero che planava a centrocampo restituendoci la squadra che aveva strappato al Palermo il punto decisivo.

Quella sera finì il calcio epico che avevo amato e amo ancora.

Arrivò Zeman, cominciava un’altra storia. Un altro calcio. Di lì a due anni avremmo smesso col Monopoli, il Campobasso, il Martina. Avremmo cominciato a parlare di Milan, di Baggio, di Sacchi. Eppure, il primo di aprile del 1990, lo “Zaccheria” gremito s’alzò in piedi a tributare l’omaggio che Fabio Fratena meritava. Non ricordo al posto di chi entrò. Ricordo solo che avevamo il Brescia contro, che vincemmo facilmente, che segnò persino l’atteso Meluso. Ma mentre Meluso era stato una meteora, il rinforzo più fantasticato che concreto, Fratena era la stella fiammeggiante del nostro passato, che tornava a mostrare il suo luminoso talento in una terra modificata, che gli chiedeva strada. Ormai c’era Signori, in campo, c’erano Rambaudi e Nunziata. Si guadagnava in estetica. Si spegneva il romanticismo.
Eppure, la gente deve sapere la verità.
Che c’è stato un tempo in cui il giocatore più forte del mondo non era Butragueno, e tanto meno Elkjær o Laudrup. Era Fabio Fratena. Il Buitre.

Postilla postmoderna

Il 5 gennaio del 2014 il Foggia è di scena ad Aprilia. Serie C2. Fa freddo e noi non siamo tesserati. Ragion per cui, non ci fanno entrare. Ma il campo sportivo è circondato da mucchi di sabbia. C’è un cantiere. Così, decidiamo di scalare quei promontori improvvisati e riusciamo, sebbene in maniera precaria, con le sabbie che ci risucchiano, ad intravedere il pareggio dei nostri. Poi una telefonata. Antonio, quello che da piccolo è stato preso in braccio da Butragueno, mi chiama. “C’è Fratena in tribuna”, mi dice. Torno bambino. Lo dico agli altri. I più anziani reagiscono come me. Un sorriso d’altri tempi, dei tempi in cui facevamo l’album Panini in trepidante attesa di squadra e scudettino, ci taglia il viso più del vento freddo. Non si fanno più i cori ai giocatori. Non più quelli complessi, articolati, pieni di parole: Shalimov, Chamot, persino Medford. E neppure quelli elementari. Ma quello per Fratena viene dritto da un’epoca antica quanto la civiltà sumera. Non ha niente della forma-canzone alla quale abbiamo fatto affidamento per gran parte degli anni Novanta. Ha qualcosa di innocente e di infantile. Così, un po’ per scherzo e un po’ no, qualche “vecchio” lo fa partire. La lallazione della nostra passione: “Fabio Fratena, Fabio Fratena, Fabio Fratena la la”. Non l’avrà sentito di certo. Del resto, non era nostra intenzione farci sentire. Ma in quei quindici secondi, è stata Poesia.

   

06/01/17

Contro il laicismo

Il calcio è liturgia.
La fede calcistica è culto. È superstizione, macumba, sacrificio umano. È rimozione – più o meno temporanea – dell’Occidente. Dai Lumi in poi, quanto meno. Un filosofo positivista, un sacerdote modernista, un chimico, un biologo, un panettiere materialista dialettico, quando varca i cancelli del tempio, quando sale sui gradoni santificati dal sacrificio collettivo, può compiere una scelta e una soltanto: legarsi alla schiera dei fedeli da cilicio o aggregarsi allo stormo dei monaci combattenti. Patire e macerarsi, battersi come i flagellanti, per guadagnarsi un angolo di Cielo; o mostrare l’armatura, lo scudo dipinto coi colori sociali, indossare l’elmo e andare alla battaglia. Che dio lo vuole.
Non c’è terza via. Non c’è relativismo.

Potete tranquillamente spostare il focus di questa questione. Dire che è il mio integralismo e non il calcio, il punto. Che il calcio è un gioco e ognuno lo vive come vuole. Che siamo in democrazia. Che il guaio è proprio il culto, e che per salvare il giuoco bisogna sfrondare questa religione da tutti i religiosi, come si sveste una madonna barocca dai suoi panni dorati. Tornare all’essenza infantile. Ma il cane si attorciglia nella coda. Perché per anelare all’infanzia bisogna dotarsi, oltre che di una buona dose di memoria immaginifica, anche di una grande capacità idealizzante. Giacché niente è più assoluto, anti-dialettico e assertivo di un bambino. E nulla esalta queste caratteristiche – già di loro esposte all’esponente – come un bambino che gioca. Altro che spensieratezza, ingenuità, sportività. Un bambino, rispetto al calcio, è uno studente dell’università islamica di Kabul. L’infanzia, lungi dall’essere l’alveo del rispetto e del piacere ludico, è il regno dell’Anabattismo più oltranzista. Una volta inoculato il germe della fedeltà ai colori, nessuno, neppure un genitore può permettersi più alcuna febbre per giustificare l’assenza dallo stadio-tempio nel giorno del rito pagano. Pena la messa in discussione del rapporto genitoriale stesso.

Non esiste il tifoso laico. Per definizione.
Laico è l’atteggiamento distaccato, laica è la posa scostante, l’ascolto intermittente, l’interesse ondivago. Laico è lo Juventino che segue la Champions alla tv con amici, amiche e pizza d’asporto. Laico è quello che dice che gli piace un po’ tutta la musica. Laico è l’espediente linguistico che utilizziamo per dire che non vogliamo perdere. Che non sappiamo farlo. E che siamo in grado di tradire tutto e tutti pur di evitare quest’onta. Quelli che si dicono appassionati del genere pulp ma che non tollerano il sangue. Quelli che, dopo due sconfitte e tre pareggi, ti guardano scettici, superiori, salvi, e ti chiedono chi te lo faccia fare. Gli stessi che denunciano l’ingiustizia subita se poi non trovano il biglietto per la finale play-off. Che avevano prenotato un posto sul carro del vincitore e se lo son visti soffiar via.

Ritornare all’evangelizzazione. Al paganesimo militante.
Ad imprimere sulla carne dei bambini il marchio dell’eterno patimento. I satanelli. Nella buona e nella cattiva sorte. Sapendo che la buona sorte, per quelli come noi, altro non è che l’antefatto di una catastrofe. Insegnare ai nuovi fedeli cosa sia la fedeltà, quando il mondo ti crolla addosso e l’Avellino segna. La grandezza epica delle lacrime, della rabbia. L’inestinguibile necessità del riscatto. Guardare i calendari ad agosto e fremere. Perdere, sbraitare, maledire la sorte e i suoi interpreti, e dopo cinque minuti essere nuovamente pronti alla pugna. Trasmettere la passione senza domande. Solo così sconfiggeremo i selfie e i video sui gradoni, la goliardia e le buffonate, i tifosi da inquadratura televisiva e gli stupidi striscioni eretici. Solo così, tornando alla Vera Fede, potremo battere il Laicismo figlio del calcio maggiore e del relativismo.

Alla Santa Inquisizione i refrattari.

01/09/16

Gli dei dell'alcool


Io gli alcolisti li riconosco. Quel tale a Marsiglia, ad esempio. Che mi chiese una sigaretta e la ottenne. Che mi ringraziò regalandomi una delle sei bottiglie di birra in lattina che s’era portato appresso per una pausa da non so cosa. E che ricevette un Pastis in cambio della birra. Ecco. Quel tale guardò il bicchiere, con un’intensità tale da poter ben dire che, col bicchiere stesso, avesse una relazione di lungo corso. Scosse il capo. Digrignò la bocca. Arricciò il naso. Poi bevve, come se una forza superiore lo costringesse a farlo.
Io so cosa stava pensando, il tale, in quegli attimi di apparente tentennamento. “Bere di meno”, s’era detto. “Basta superalcolici, basta intrugli”, s’era ripromesso, puntando a compensare. La birra gli sarà sembrata una soluzione accettabile. Il sole di marzo. Una panchina al Porto Vecchio. E all’improvviso, uno sconosciuto che ti offre un Pastis. Gi dei dell’alcool, bizzarri e implacabili, giunti a presentare il conto.
Sono rimasto a Pisa-Foggia. Non a Foggia-Pisa, si badi bene. Ma a Pisa-Foggia. All’andata. Al pre-partita dell’andata. Ci ripenso, mentre mi sento sudare sotto la camicia che uso solo ai matrimoni. Sotto la giacca che metto solo ai matrimoni. Al volante, diretto come sono ad una sala per matrimoni. Ci ripenso. Anche prima di quel pre-partita c’era stato un matrimonio. La prima volta che avevo messo questa giacca. E questa camicia. Mi sembra passato troppo poco tempo: un paio di settimane, tre, tutt’al più. Stasera il Foggia fa il suo esordio. Di nuovo in Lega Pro. Non mi sembra giusto. Non mi sento pronto. Non sento niente.
Nessuna finta emozione da stato sui social, nessuna adrenalina, nessuna tensione. Niente. Attribuisco il fatto alla delusione. Perché se è vero che sono rimasto alla baldoria che ha preceduto l’andata della finale play-off, è pur vero che so come i play-off sono andati a finire. Mi ricordo un pianto dirotto, inconsolato, contro un muro diroccato. E poi più niente. Ma no, non può essere. La delusione da sola non basta. Dev’esserci altro. E lo lego al fattore tempo: è passato davvero troppo poco, dai. Stasera l’unica emozione, penso mentre svolto a destra verso la sala ricevimenti, sarà doversi presentare due volte in questura agghindato a questa sconcia maniera. Immagino le canzonature degli altri e sorrido di mio. Mancano due ore. E mi dedico ai prosecco e al finger food. Non penso al Foggia. Non ci penso affatto. E quando scatta l’ora X, quella di abbandonare il salone, sono alle prese con le ostriche e il fritto. Così mi duole ancor di più.
In quel locale di flamenco che grondava afa liquefatta dalle lamiere ondulate del tetto, laggiù nella torrida e torrenziale Siviglia, c’erano cinque ragazzotti dalla cadenza veneta che avevano puntato cinque bianchissime ragazzine tedesche. E, per darsi un tono o farsi forza, avevano ordinato una caraffa di sangrìa. Una. Di sangrìa. Per cinque persone. Non bastasse, affrontavano ogni sorso con una smorfia atroce. Un movimento respingente di labbra, naso, occhi. Da bevitori incalliti, da bevitori esausti. Rido, ridiamo, cercando di non farci vedere. Ma non posso fare a meno di pensare che nello stesso lasso di tempo mi sarei fatto fuori mezza bottiglia di whiskey. Senza mosse.
In questura arrivo con cinque minuti di anticipo. Gli altri alla spicciolata. Due chiacchiere, qualche battuta, il mio turno, saluti, via. Il primo tempo che scorre via. Zero a zero. Temo questa partita. L’Andria è sempre stato avversario ostico. E noi abbiamo già un bel po’ di problemi, quest’anno. Il tempo di arrivare ed è quasi tempo di andare. Francesca mi mette da parte il primo piatto di pesce. Le mazzancolle non si mischiano col pesto. Il secondo tempo è iniziato. Reti inviolate. Spero che le polemiche per un mezzo passo falso non peggiorino ulteriormente la situazione della piazza. Abbiamo altri tre turni casalinghi a porte chiuse. Gli altri, i nostri, sono fuori dalla Nord. Urlano e cantano. Chissà se la squadra li sente. Parcheggio, scendo. Gli altri diffidati sono già lì. Vedo gli sguardi, seguo le indicazioni delle loro mani. Siamo in vantaggio. Un lieve soffio di felicità. Ma niente di che. La faccia dell’appuntato. Le solite storie. La fila. Poi, nel bel mezzo dell’attesa, qualcuno bestemmia. L’Andria, ha pareggiato l’Andria. E vedo i miei abiti da cermonia mutare d’aspetto. Divento un tale con cinque birre sotto la panchina del Porto Vecchio e difronte a me c’è Marsiglia. Un tipo seduto accanto a me mi sta offrendo un Pastis. Io, inconsapevolmente, avevo deciso di non bere. Ma gli dei mi stanno offrendo un intruglio. Io sgrigno. Poi bevo. E sento che ne voglio ancora. Li so riconoscere, gli alcolisti. In macchina corro, fremo ai semafori, come se correre e fremere possa mutare la situazione. Il demone è tornato e mi fa digitare tasti a caso sul cellulare, che dice 1-1. Mi chiama Gianni. Bestemmia anche lui. Sportube è scomparsa dal video. Problemi tecnici. Divento insofferente. Anzi, soffro. Di nuovo. Troppo presto, mi dico, troppo presto. Eppure è così. Nel giardino della sala ricevimenti sono al secondo piatto. Il mio, quello col pesce, è a centrotavola. Tra i commensali c’è Andrea, che tocca la ricotta aromatizzata con la punta della forchetta, ma guarda fissamente uno smartphone. Diretta.it, ne sono certo. Io guardo Andrea, in un silenzio imbarazzante. Finché un brillio nei suoi occhi mi annuncia qualcosa. Segue l’urlo, liberatorio. Un terzo amico urla da un altro tavolo. Siamo in vantaggio. Mancano otto minuti. Che seguiamo in apnea. Poi un fottio di recupero. Infine il fischio finale. La liberazione. Il Foggia ha vinto. Mi slaccio il collo della camicia, arrotolo le maniche, rilasso i muscoli della schiena sulla poltrona imbottita. E mi rendo conto di essere tra la gente. Sorrido inebetito. Guardo il vino bianco nel cestello. E, finalmente, posso tornare a bere.

23/12/14

Postilla


L’ufficiale giudiziario è una donna bionda. Parla con un poliziotto dall’accento campano. È tesa, si direbbe quasi preoccupata. Chiede all’uomo in divisa di prepararsi. Di affrontare di petto i “tifosi del Foggia” presenti nell’aula cinque. Di invitarli, con fermezza, ad uscire. Che il prossimo procedimento è a porte chiuse. La divisa si gonfia d’orgoglio. Lo specchio della sua mente gli rimanda un John Wayne appiedato. “Se vado io, si sa come finisce”, pigola la donna. Sono uno di quei tifosi che aspettano il procedimento successivo. E sono nei paraggi. “Com’è che finisce, signora?”. Anche l’avvocato ha parlato di “clima politico” non sereno. Gianni e Alessandro sono dietro una porta perennemente socchiusa. Ci alziamo sulle punte, scegliamo angolazioni sempre più ardite, ma non riusciamo a vederli. La guardia penitenziaria sorveglia. Dalle nove del mattino, attendiamo questa direttissima. È l’una. Tra due giorni è Vigilia di Natale. Li vogliamo liberi, li vogliamo a casa, coi loro affetti. Ma quel “clima politico” non ci fa stare tranquilli. Lo Stato, quando subisce uno smacco o deve coprire qualche vergogna, diventa vendicativo. E da noi, sabato, c’è stato l’uno e l’altra. Il pubblico ministero, donna anche lei, chiederà la conferma della misura cautelare in carcere. È la prassi, probabilmente. Ma anche il piacere sottile di seguitare a perseguitare gli ostaggi. Perché siamo ostaggi, tutti. Gianni e Alessandro non possono inquinare le prove, né sussiste per loro pericolo di fuga. Però sono nelle loro mani. E devono decidere di blaterare spiegazioni. Di scegliere tra l’accertamento della verità e la libertà. E i due termini sono antagonisti, in un’aula di tribunale. E allora arriva la tentazione di vomitare dei bla, bla e far contenti i nostri tutori, sposandone la loro versione. Farli felici. E tornarsene fuori. Un ricatto, una cappa di fastidio. Aspettiamo. Ci giunge l’eco della conferenza stampa del questore.  “Abbiamo dovuto sopportare una tensione nervosa notevolissima”. Poveri cuccioli! “La colpa è dell’ubicazione dello stadio”. Sono giorni che ascoltiamo idiozie. Ma sembrano mesi. Parla della “popolazione civile” che, in macchina, quella sera, tornava dalle compere e s’è trovata dinanzi a gente armata. Parla di donne e bambini. In uno stadio isolato, continua, queste cose non succedono. “In uno stadio isolato non c’è la popolazione civile coinvolta”. Ma di preciso, noi cosa siamo? Paramilitari? John Wayne ci fa uscire. Ma noi sapevamo sin dal giorno prima che sarebbe stata un’udienza a porte chiuse. John crede sia dovuto al suo carisma. Farli felici. “La Curva Nord è rimasta dov’era e ha cercato di scavalcare per arrivare a contatto coi barlettani”. Già, come facciamo di solito. In attesa della squadra. “Siamo stati costretti ad una carica di alleggerimento che i tifosi non hanno preso in maniera democratica. Il resto dello stadio era vuoto”. Sbuffo, sbuffiamo. No, non ci prenderanno per sfinimento. Eravamo lì, a quel boccaporto. Ne conserviamo gelosamente i segni. Non dobbiamo cedere allo sconforto. Ripetere dieci, cento, mille volte la nostra versione. Fino a stancare, fino a stancarci. Non siamo sotto processo, noi. Non dobbiamo per forza scegliere tra libertà e verità. Anche se la verità è scomoda e, come ci fa notare qualcuno, potrebbe appesantire la situazione giuridica dei processati. Ricatti, ovunque. E ovunque processati, anche a piede libero. Il questore dice che la Nord gli ha intimato: “Noi non ce ne andiamo prima degli ospiti”. E che loro sono, quindi, stati obbligati a “rintuzzarci” con una carica. Quanta infamia. Eppure, quello era l’uomo che si preoccupava delle donne, dei vecchi e dei bambini nel traffico delle compere. Quarantotto lacrimogeni ha sparato la polizia, quattro i carabinieri. I bambini nel traffico. I bambini in curva. Flebile ci arriva la voce di Gianni. Si difende, non patteggia. Ne siamo felici e preoccupati al contempo. Il ricatto ci è entrato nelle ossa, come il freddo di dicembre. Ma ormai siamo in ballo. Entrano i capisquadra della celere di Bari. Anche la sentenza è a porte chiuse. Poi si spalancano le porte ed escono gli avvocati. Liberi. Obbligo di firma nei giorni dispari. Processo penale a marzo. In attesa del plotone dei daspo. Uno sguardo a Gianni, che zoppica. Ha la faccia livida. Anche il tono di voce non è stato il suo, per tutta l’udienza. Un pensiero rabbioso va alle ritorsioni. Alle vendette degli apparati. Ai colpi subiti a battaglia conclusa. Da ostaggi. Il pubblico ministero chiede a John Wayne di farci uscire tutti. Teme per la sua incolumità. È affascinante questo mondo rovesciato in cui gli aguzzini temono. Loro. Che avrebbero tenuto dentro a Natale due ragazzi pur di coprire lo scandalo della gestione dell’ordine pubblico. Non dobbiamo farli felici.

22/12/14

La versione della strada


Della celere ricordo le facce. Le espressioni tirate, i lineamenti deformati, gli occhi. C’era la squadra sotto il settore. A prendersi l’applauso, nonostante tutto. Il rumore sordo dei manganelli. Gli scudi. Una selva di colpi. Stanno entrando, ci siamo detti. Senza dire niente. Stanno entrando in curva. Inaudito. Inammissibile. In curva non si entra, è legge non scritta. Consuetudine acclarata. Da sempre. E noi, in questo angolo, siamo stipati come su un bastimento che va alle Americhe. In migliaia. Non regge la questione dell’ordine pubblico. I barlettani sono dall’altra parte, distanti da noi quattro barriere di vetro. E la curva stessa è strutturata in maniera tale da eliminare qualsiasi possibilità di contatto con gli ospiti. Carabinieri, Finanza e polizia, in curva ci sono sempre stati. Giù, nello spazio che divide i cancelli d’ingresso dai gradoni veri e propri. Nulla di anomalo. Oggi, poi, sono tanti, tantissimi. Sei blindati hanno scortato i tesserati da Barletta a qui. Altri cento uomini delle forze dell’ordine erano disseminati lungo il percorso cittadino dei pullman e attorno allo “Zaccheria”. In cielo, un elicottero. Impossibile arrivare allo scontro. Inutile mostrare i muscoli. Eppure ce l’hanno detto, all’ingresso: “All’uscita vi sfondiamo!”. Una promessa solenne. Che ci tenevano a mantenere. Senza il minimo riguardo per le conseguenze. La squadra sotto il settore ci fissa. Fissa quella scena. Il boccaporto intasato dai caschi blu. Calano dall’alto, come un conato di vomito. Le facce, dicevo. Hanno il sangue agli occhi. Sono inferociti. Non stanno mantenendo l’ordine. Si stanno vendicando. Un ragazzo molto giovane gli volta le spalle, alza le mani, chiede di poter andare via. Vorrebbe dire che non c’entra. Che è finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sento la paura nella sua voce. Lo colpiscono alla schiena. Lui si protegge la testa. Lo abbattono. È preso in mezzo. Perché adesso ci siamo anche noi da quella parte. Noi, guerrieri ingenui, tanto eroici quanto sciocchi nel voler difendere tutti. Tutti quelli che vengono in Nord. Da queste bestie. Sento le voci attorno a me. “Non abbiamo niente! Non abbiamo niente, cazzo!”. E allora si va a mani nude. Non devono entrare in curva. In tre schiacciano M. alla vetrata. Lo colpiscono ripetutamente. Al capo, sulle spalle, sul collo. Lui continua a rispondere. Finché non viene sottratto alla furia. E chi lo porta in salvo la paga. Volano colpi alla testa. Occhi negli occhi con la feccia in divisa. È odio quel che leggo. E spero che lui legga lo stesso. Fanno male le mani. Ma la Nord si difende. A costo di spaccarsi le nocche sui caschi. Non devono entrare. Ma ormai ci sono quasi. Stanno violando la nostra casa. Mentre migliaia di persone si accalcano. Una sull’altra, in un’onda simile all’impetuosa risacca. Ero bambino quando mi raccontarono dell’Heysel. La gente nel panico, nei luoghi affollati, non è mai un buon presagio. Qualcuno grida che bisogna calmarsi, calmarsi. Ma le merde entrano. Due metri, non di più. Il corpo a corpo è esteso su tutta la linea. Colpiscono freddamente, questi. Alla faccia. Stringendo i denti in un ghigno rabbioso. Urlando insulti. In barese, in napoletano. “Carica! Carica! Carica!”, grida il loro comandante. Ancora e con foga. Poi parte il lacrimogeno. Sulle persone che si accalcano. Sulle persone che cercano salvezza dall’altra parte. Un lacrimogeno. Sui bambini. Merde, merde e ancora merde. Feccia dell’umanità. Non si respira, si tossisce. Qualcuno si affaccia alla balaustra. Vedo la pezza del mio gruppo. Devo superare il blocco della trachea e uscire presto dalla nuvola tossica, se non voglio trovarmeli addosso. Sento le urla. Urla maschili ed urla femminili. E vedo un bambino vomitare anche l’anima. Penso a me alla sua età. Penso che non è giusto, che sono cresciuto in questo stadio. E che probabilmente questo bambino non ci tornerà più. Li odio. Di un odio autentico. Ormai sono dentro. La digos prova a trattare. Si schierano lungo la vetrata laterale. Quella che, anche da sola, sarebbe bastata ad impedire il contatto con i barlettani. Ovunque gente dagli occhi rossi. Ovunque gente che sputa. Quelli continuano a manganellare. Sento lo stomaco che mi esplode. Brucio rabbia come combustibile.

Un ragazzo sbuca dal buio: “Se facciamo il giro da quella parte, li prendiamo!”. La risposta arriva dopo un attimo di intorpidimento del pensiero. Ed è un’altra domanda: “A chi?”. “Come a chi? Ai barlettani?”. I barlettani? Ma nessuno ci pensa più, ai barlettani! Davanti alla tribuna, in fondo a viale Ofanto, lungo il muraglione del D’Avanzo, l’aria è bianca. I vestiti si impregnano. Lacrimogeni, sparati di continuo, a rosone, senza badare a fare economia. La mia città è qui. E, se non fosse per l’adrenalina, ne uscirei commosso. Le cariche della celere allo stadio hanno una vita propria. Non è come ad un corteo di cassintegrati. Lo scontro con gli avversari, il tentativo di raggiungerli, al netto di qualche esagerazione, è sempre una danza mistica, una messinscena seria. Quando le forze dell’ordine caricano, di solito, la reazione della gente è di gran lunga non commisurata all’azione posta in essere. La fuga, in altre parole, è più probabile del contrattacco. Ma stavolta non solo non è così. Stavolta è Foggia a caricare. Per un’ora. Per un’ora e mezzo. I giornalisti, possono berciare versioni di comodo. Parlare di rabbia ultras per una sconfitta nel derby. O di polizia tirata in mezzo dalla follia di chi cerca di raggiungere gli odiati cugini. I politici o gli aspiranti opinion leader, coi loro ghost writers, possono vergare anatemi contro la violenza dei teppisti da stadio. E solidarizzare coi i tutori feriti che, a notte, ancora si facevano i selfie davanti alla questura. La verità della strada, come sempre, è altra. Un manipolo di esaltati in divisa ha attaccato una curva intenta a smaltire la famosa sconfitta in un abbraccio simbolico ai propri calciatori. Ha acceso la miccia mai sopita dell’odio. Dell’odio autentico. Senza quello, la gente – ultras e non – sarebbe tornata alle proprie faccende dopo aver ammesso che era impossibile raggiungere i rivali e fargli i rituali complimenti per la vittoria sul campo. Invece, le cariche e le controcariche che si sono protratte per un tempo indefinibilmente lungo, hanno dimostrato – a chi sa e vuole leggere la realtà – che tanta gente era disposta al daspo, all’arresto, e alle botte, pur di dimostrare che nessuna azione, sull’asfalto, rimane impunita. Che l’asfalto non è un’aula di tribunale. Impuniti non rimarranno quei ragazzi, che la faccia ce la mettono sempre. E che pagano. Impunito rimarrà chi ha dato l’ordine osceno di caricare un settore di duemila persone schiacciate come sardine; chi ha sparato sui bambini; chi ha rotto teste con una determinazione degna di migliore causa. Ma è così che va il mondo, da queste parti. Non ci resta che accettare. Che tre ragazzi dovranno pagarsi le spese legali dopo un rastrellamento all’interno dell’ospedale, dove si erano rifugiati per sfuggire agli scontri. Che un quarto riceverà la diffida, dopo essere stato catturato mentre guidava il fratello nella manovra che l’avrebbe portato fuori dal parcheggio, in quella nebbia urticante. Che Gianluca si curi da solo le ferite causate dal pestaggio subito nei blindati. Che Gianni e Alessandro subiscano, dopo due notti di cella, domattina il processo per direttissima. Noi paghiamo sempre. Ma la strada sa come sono andate le cose. Anche se nessun tribunale è disposto ad ascoltarne la versione.  

19/12/14

"Tu, stavolta, non vieni"


Un po’ l’aria strana l’avevo notata. E’ come se avessi fiutato qualcosa. La settimana era finita, i ciottoli di Via Arpi e la Giovanni Pascoli erano alla spalle. Oltre i tre archi delle mie ansie da scolaro. Sarebbero tornati a rapirmi il pensiero solo a tarda sera, alla domenica. Quando la Clerici di “Domenica Sprint” avrebbe dato appuntamento alla prossima puntata, spazzando via quel mondo sospeso che era il fine settimana Un altro lunedì, da lì a poco, sarebbe venuto a prenderti, a strapparti dal tepore di una casa che abitavi da un mese e mezzo e t’avrebbe riportato sui banchi di scuola. Ultimo baluardo prima della campanella, il profumo del krapfen alla crema con amarena della pasticceria all’angolo delle otto del mattino. Di ogni mattino.
Sabato 9 marzo, però, c’era qualcosa che non andava. A casa, il babbo parlava poco e l’eco della vittoria al Celeste di Messina sembrava sopito. Avevo 8 anni, l’album della Panini e il calendario tascabile di cartone sempre tra le mani. Poco più di un amuleto, sapevo a memoria il cammino di un Foggia che s’accingeva a vincerlo quel campionato di B.
I grandi, intesi come i cugini grandi con comitiva annessa non parlarono d’altro in quella settimana. Francesco e Guido quotidianamente “spacciavano” voci che, già di seconda o terza mano, rimbalzavano al “quarto”. Il “Quarto” era la nostra contrada, Via Spalato, via Quercia e Vico dei Conciatoi, il quartier generale, il campo base, la capitale della nostra nazione.
Voci di “allerta” portati oltre i livelli di guardia, di risse, di rivalità ataviche da rinnovare, di sassaiole che furono e che sarebbero state. Rivisitazioni e rievocazioni in chiave romanzata di barelle e di tumulti nella nord, nel derby dell’Immacolata di cinque anni prima.
Riferivo a mio padre che mi invitava a non prendere in considerazione quelle voci, a lasciar perdere chi mi raccontava fandonie, perché “allo stadio si tifa per il Foggia senza pensare agli altri”. Ma mio padre non era quello di sempre. Era distaccato, sfuggiva l’argomento, si defilava, non ne voleva parlare.
Pistella, tale Pistella, era lo spauracchio che agitava la notte della vigilia. All’indomani ero pronto per l’evento. Il giubbino verde con Mickey Mouse sulla schiena, il calendarietto tra le mani. Ero prontissimo per il mio primo Foggia-Barletta. Avrei come al solito, inalato il fumogeno, chiuso gli occhi sentendoli bruciare, risposto “Si” alla domanda “Ci vedi?” di mio padre. Avrei, come al solito, inneggiato a Franco Mancini mentre lui avrebbe salutato la Nord, poco prima del via alle ostilità.
Ma dopo il fugace e silenzioso pasto domenicale, su quel bimbo di 8 anni si abbatté il più cinico e mostruoso dramma. Di quelli che, per quello che eri, ti fanno perdere il respiro e ti fanno piangere ininterrottamente. Nella mia infanzia, mi dicono, non mi sono mai incapricciato e non ho mai sbattuto i piedi dinanzi ai rifiuti, alle negazioni, ai divieti e ai “niet”. Mai preteso un giocattolo incondizionatamente, mai piantato grane, mai rotto i coglioni oltre un certo limite. Ma quella che stava per arrivare, era una mazzata tremenda.
A un’ora e mezza dal derby, mio padre gettò la maschera: “Antonio, con mamma abbiamo deciso che, per oggi e solo per oggi, tu la segui qua. Mamma ti sistema la radio. Allo stadio, è troppo pericoloso”. Capii subito che non c’era nulla da fare, che la sentenza era inappellabile. Nella Opel verde di zio Leonardo, quella ribollente delle passione dell’immediata vigilia che avrebbe finito la corsa come al solito a San Giuseppe Artigiaono io, stavolta, non ci sarei stato.
Francesco e Guido, nella cameretta nuova di zecca, provarono a consolarmi. Vanamente. Simularono un Foggia-Barletta al Subbuteo. Finiva 2-1 e segnava Pistella. Poi andarono e dinanzi a me si spalancò l’abisso.
Ascoltai alla radio la cronaca di quella gara. Strinsi, rabbioso, il pugnetto al gol di Rambaudi, ripresi a piangere al sinistro su punizione di Signori. Non accadde nulla di pericoloso alla stadio, solo qualche pietra.
Mio padre evitò di parlarmi di calcio per i due giorni successivi. Non se la sentiva, forse era il suo modo di chiedermi scusa. Sapeva, e sa, di averla fatta grossa.
P.s: A quella domenica di marzo ripenso spesso. Sono convinto che quel giorno, la tristezza si sia servita del calcio, della mia più grande passione, per palesarsi. Per la prima volta, quasi teneramente, nella mia vita. 
Sabato c’è Foggia-Barletta. Non è un caso. Lo so.

24/11/14

Il divieto di fumo e il rito d'iniziazione


I gobbi stanno passeggiando sulle macerie della Lazio e banchettano sulle speranze di vedere una bella partita nell’anticipo del sabato sera. Fuori c’è gente con buste in nylon. I reduci della fiera di Santa Caterina popolano una Via Onorato accesa solo nel riflesso della grande scritta “Autorimessa”, che campeggia da trent’anni in testa ad una saracinesca, mai doma,di un vecchio garage. Di quelli che hanno ancora la chiusura a mezzanotte e che non si sono arresi alla moderna logica dei telecomandi e dei cancelli apribili dall’esterno. 
Tra un’ora, pure di meno, ci mettiamo il piumino e inzuppiamo in una birra bionda in zona Macchia Gialla, l’attesa dell’evento. Che non sarà mai il gran premio di Abu Dhabi, né tantomeno il singolare che può decidere, a Lille, la coppa Davis. Quelli, al massimo, sono companatico. Sono intrattenimenti che caratterizzano il day-before. Perché l’evento, a queste latitudini, è uno. E stavolta cade di domenica. 
Il babbo versione casalinga è sulla sdraio accanto al sofa.  Ha già, e con irrisoria facilità, violato il protocollo del “non si fuma in casa”. Se l’è cavata con la snervante umiltà del “…che dic, m’a pozz fum’à na s’garett…?”. Tu non rispondi, allarghi le braccia, e lui, che ha già l’accendino in mano, aggredisce smanioso la prima boccata alla Marlboro rossa. Quelle che non posso fumare davanti a lui perché, dice lui, sono troppo forti per me. E non ho mai capito perché per lui no. 
Il trucco per sterzare sull’arida menata del “ma perché non fumi fuori?” è oramai noto. Cambiare immediatamente argomento. Subito dopo aver ottenuto il silenzio-assenso, il babbo è maestro nel cambiare argomento. Come dire, nell’andare oltre, nel metabolizzare quell’ennesimo strappo alla regola. Quasi nell’insabbiare. Una volta tira fuori Renzi che è come quell’altro nanetto, un’altra l’Isis e il paradosso del Kurdistan. Oppure passa agli aneddoti da paramilitante ultras, o si serve del primo spot che passa in tv.  Un tempo, il suo preferito era quello di un liquore.  In quella pubblicità, finiva sempre che i protagonisti superavano un’ardua prova, dovevano sempre portare in salvo qualcosa. E mio padre avrebbe tanto voluto che finisse diversamente. E che finisse male per questi stoici protagonisti dell’advertisement italiota.  Con tanto di rottami dell’aereo ammarato, e senza il cin cin con l’amaro. 
Stavolta è diverso. Si resta sul calcio. Bonucci ha sbagliato il tempo di uscita e ha beccato un giallo. E lui sentenzia: “Non ci sono più di difensori centrali di una volta”. E’ solo l’incipit, la miccia accesa di un discorso che durerà una buona decina di minuti. Mio padre, e sono testimone, è stato un impavido sostenitore di Pasquale Padalino. Dai tempi della nord con Caramanno prima e con quell’altro poi. Diceva che era fortissimo e una volta, me lo ricordo, gli toccò difenderlo alla fine di un Foggia-Padova culminata con la sfortunata autorete proprio di Padalino.  Citiamo Matrecano,  Consagra, Petrucci, Rinaldi, passando per Pirazzini. Io ribatto con Zanetti, Ignoffo, Carannante e Beppe Di Bari. Ad un tratto ha un’amnesia. Non ricorda il nome di uno bravo, che fu pure capitano. “Era con Marchioro e pure con Caramanno. Ma come diavolo si chiamava?”. Scatta, sobbalza dalla sdraio e afferra gli occhiali. “Mo, m’agghia lua’ stu sfi’zi…”. Va tra gli album, poi incrocia l’opera omnia. E’ la storia del Foggia in due volumi, domina la mensola sul corridoio. Lo seguo e lui intima di prendere il secondo volume. “
“Leggi che non vedo”. 
 “Papà, secondo me è Petrucci o Schio”.   
“No, vai avanti…”
Volto pagina e sparo. “Ferrante”. 
“Ferrante, Ferrante. E’ proprio Ferrante”. 
Dice che era una tosto, che si sapeva far rispettare e che “menava taccarate”. Spesso, per mio padre, è quella la dote principale che fa di un difensore il vero difensore. A lui piace il calcio fisico, si infastidisce se qualcuno parla di spettacolo o di soli schemi offensivi. A Foggia, e nelle tavolate delle festività,  mio padre ha sempre avuto vita dura a far prevalere le sue ragioni. Spesso lotta contro i mulini a vento. E, come suo figlio, è sempre stato più orgoglioso della vittoria a Taranto in D che del 3-0 a Cava di qualche anno fa. Questione di mentalità, ma è un altro discorso.
Si risiede e continua a parlare di Ferrante. Io sfoglio ancora quelle pagine. E all’improvviso vengo colto da un’illuminazione improvvisa. Fulminea. Come se qualcuno avesse acceso la luce. Per anni, mi sono sempre chiesto, scavando nella memoria, quando avessi mai messo piede nel tempio, per la prima volta. L’esordio allo Zaccheria, rimaneva avvolto in un alone di mistero.  “L’inconscio comunica coi sogni, frammenti di verità sepolta”, canta Franco Battiato. Solo che, dopo anni di interrogativi, l’inconscio non era più tale. Tutto di un tratto e grazie a quella pagina e, prima ancora, al divieto di fumo infranto. 
Di quel Foggia-Andria finito ai rigori la notte del 26 Agosto 1987 ho solo ricordi sbiaditi. Una bottiglietta d’acqua da mezzo litro che mi fu offerta, le rete di protezione dietro la porta e la luce dei riflettori accesa. Dicevano di Ciucci, dietro di me. E io pensavo che stessero insultando l’altra squadra. Maglie bianche, poi la via dell’uscita e il formicolio di persone su Viale Ofanto.  Ora lo so, ho visto il Foggia battere ai rigori l’Andria. E’ stata la mia iniziazione, da poco avevo spento cinque candeline.
Mia madre, alla luce del mio racconto, è venuta ad ascoltarmi in soggiorno. Ha dato, a 27 anni di distanza dell’incosciente, a mio padre. Perché ero troppo piccolo per andare allo stadio, in Curva Nord, anello inferiore.   

Mio padre non le ha risposto, o forse si. Ha battuto l’indice due volte su una foto a colori di una vecchia formazione e ha detto: “Si, Ferrante. Era proprio lui”.  

08/10/14

Non sta succedendo niente!




Note a margine di una fotografia

L’istante è nitido cristallo traslucido.
Se questa foto finisse in un blocco di stampe, sarebbe tra quelle che si limitano a fare volume; che vengono passate in rassegna con la rapida superficialità del pollice. In fondo, e all’apparenza, è uno scatto elementare. In bianco e nero. Gente sui gradoni di una curva a due piani. Nulla di rimarchevole, di meritevole, di eclatante. Negli anni Ottanta, la gente andava allo stadio. Punto. Nessuna novità. Quindi. Una foto da volume, per l’appunto.
Eppure.
Se ci facessimo prendere la mano dall’ansia di meraviglia, commetteremmo un errore. Ed in quella  valutazione errata sarebbe condensata – come una metafora del contesto – la natura profonda della città nella quale è stata scattata. Ed alla quale appartiene. Perché quella è la Curva Nord di Foggia. Ed è proprio lo spirito della nostra città che induce alla superficialità, all’indifferenza, al sorvolo del lasciar perdere. Al non aguzzare la vista.
Come le sirene di Ulisse al naufragio.
Foggia ti fa credere nel fato e ti dispone l’animo al fatalismo. Per persuasione più che per violenza. “Nulla può cambiare”, dice la sua baritonale voce senza vocali. “Nulla si muove davvero”. E, anche quando sembra, è la solita, meridionale storia da Gattopardo. Non ne vale la pena. Non ti sbattere, non te ne incaricare, non ti spandicare. Muovi quel pollice, vai avanti con quelle foto! Svelto!
Ma bisogna coltivare il coraggio di disobbedire. Anche al buon senso della terra natìa.
Vale la pena soffermarsi sull’istante nitido e cristallino in cui il falso movimento di questa comunità si autorappresenta. L’attimo in cui si compie, con naturalezza, e quello in cui si ricorda. Si ricostruisce. Urge.

Foggia-Barletta. 9 ottobre 1983.
Quarta giornata d’andata. A bordo campo, lato tribuna, c’è un fotografo barlettano. Le due compagini non si incontrano, non si scontrano, da una ventina d’anni. Dai favolosi anni Sessanta. Da queste parti non è ancora così sentito, a livello calcistico, ciò che a livello popolare è quasi un’ovvia acquisizione dell’esperienza: mai fidarsi di quelli che vengono da Oltreofanto. Per i nostri avi, virgilianamente contadini, quelli dall’altra parte sono tutti baresi. Con lo strascico scontato di ciò che ne consegue; con l’intero portato di caratteristiche opposte alla nostra indole: commercianti, mercanti, speculatori, crumiri. Questo sono. L’Ofanto è il Danubio tra Serbia e Croazia. Da questa parte i martellatori dell’East End, da quella gli antisindacali di Milwall. 1983. Foggia, in quell’inizio di autunno, è una città delusa. Cinque mesi prima si era in B, in una posizione tutt’altro che disprezzabile. Bassa, certo, ma con due match-point da sfruttare in casa, con Varese e Pistoiese, ed una sola proibitiva trasferta in quel di Catania, per centrare la salvezza. E tornare a programmare il grande salto in massima serie. Ma, come spesso nel calcio, succede l’impensabile. Le più oscure previsioni vengono superate di slancio sul rettilineo del tracciato. Non solo i rossoneri perdono col Varese, sano e salvo a centro classifica. Ma per le modalità della rete di rapina, in extremis, del giovane Maiellaro – lucerino! – i foggiani danno vita ad una giornata di guerriglia urbana. L’arbitro, Lo Bello, viene colpito dal pregevole gancio di un invasore di campo. E lo “Zaccheria” squalificato. Dopo la prevedibile sconfitta del “Cibali”, l’appuntamento con la salvezza passa dal “Partenio”, campo neutro scelto per la sfida decisiva. Avversaria, la Pistoiese. Finisce zero a zero. Il Foggia sciupa l’occasione di rimanere in cadetteria nel modo più bislacco di tutti.  Un suicidio. E giacché la cultura giapponese dell’harakiri ha sempre influenzato i tratti culturali di questa parte di Puglia-non-Puglia, i tifosi di ritorno da Avellino compiono il più brutale dei riti di auto-punizione. Sotto la sede della società, bruciano le bandiere. E il primo, glorioso, striscione del Regime Rosso Nero. La sera del 5 giugno chiude nel fuoco un’esperienza ultras durata, a conti fatti, diciotto mesi. Ma i ragazzotti del RRN non si volatilizzano. Non spariscono, non si sciolgono a contatto con l’aria. Restano in Sud, senza segni di riconoscimento, ma insieme al mito che quelle due stagioni e mezzo di tifo hanno creato sottopelle nella foggianità militante.

Nell’inattesa, fastidiosa, bruciante nuova stagione di terza categoria, girone meridionale, il Foggia ha un inizio pessimo, ideale trait d’union con l’epilogo di quella lasciata alle spalle. Perde di misura a Benevento e ad Agrigento, pareggia in casa con la Ternana. Col Barletta c’è voglia di riscatto, ma lo stadio presenta ampi spazi vuoti. Insoliti per l’epoca. Il fotografo immortala in bianco e nero il diagonale con il quale il Foggia passa in vantaggio. È un bel tiro, che muore nell’angolo sinistro, imparabile. Oltre la traversa, più su, le facce della gente di curva sono ancora inconsapevoli. Sulla balaustra, uno striscione bianco-rosso. Commando. Qualche minuto dopo, un secondo scatto. Quello incriminato. Quello che la prosaica Foggia ci invita ad ignorare. Lo striscione non c’è più. Le ipotesi s’alzano come un vento. Forse i barlettani, delusi, l’hanno ritirato. In segno di protesta per la rete subita. Oppure, non resta che mutare lo sguardo. Come sotto una lente, suddividere i fatti minuti che si snodano, impressi sulla carta fotografica. Un critico dell’arte fiamminga alle prese con Brueghel. Con la scomposizione e l’interpretazione di ogni singola parte del concerto di colori, luci ed ombre. C’è agitazione. Un movimento discontinuo, scomposto, percorre le teste, i corpi, la postura del popolo della Nord. In basso a sinistra, a ridosso del boccaporto d’ingresso, è in atto un dibattito. Lo si evince dalle pose. Dalla tensione elettrica. Un ragazzo con la maglietta bianca è di spalle al muro. Una mano gli tocca il petto, nel tipico atto del rapporto di forza in dispiegamento. Attorno a lui ce ne sono altri tre. E non sembrano amici. Uno, di cui si intravede la nuca, gli sta a pochi centimetri dal viso. Gli sta dicendo qualcosa, con la foga della sfida. Due ragazzini, di cui uno con una bibita, osservano. Sembrano divertiti. Un fuori programma, senza dubbio. Tre gradini più giù c’è la balaustra. È lì che si consuma tutto. È l’epicentro dell’onda di tensione. I racconti chiariscono. Sono entrati in cinquanta, forse sessanta. Anonimi, casual prima del tempo. Ed hanno portato via gli striscioni dei cugini barlettani. Così, uno per uno. Tranquillamente. Sotto lo sguardo degli ospiti, divisi tra l’incredulità e l’impotenza. Del resto, sono baresi come tutti gli altri. Anche se non quel tipo di baresi con cui a Foggia è sempre finita a scazzottata. Dopo vent’anni di nulla, è evidente che non s’aspettavano un’accoglienza simile. Tanto più che di fronte non c’era il Regime. O, almeno, non c’era lo striscione e la Sud si presentava spoglia. Invece, all’improvviso, il raid. Un ragazzo col caschetto ed una polo blu a righe bianche, placidamente, porta in braccio, come fosse un neonato, una bandiera. Un pezzo di stoffa dal bianco predominante. Nessuno lo contrasta. Sembra sul punto di abbandonare il quadro. Di sfilare via, calmo e soddisfatto. Missione compiuta. Più in là, sempre seguendo la balaustra, un gruppo di foggiani s’agita. Uno spettatore seduto sbuca dal movimento catturato. Avrà avuto da ridire su quel comportamento antisportivo. Sta ricevendo la sua rimata risposta. La preda è nelle mani di un giovane plasticamente piegato sulle ginocchia, come il David al contrattacco, mentre il confronto tra due uomini lievemente defilati non diventerà rissa perché la fermezza di uno dei due è frutto del suo difendere un bambino. Una scampagnata a Foggia anche per lui. E per l’altro ragazzino, ugualmente protetto da un braccio paterno. Ne capitavano spesso, ai tempi, di scene del genere. I padri poco meno che trentenni svezzavano i figli alla pugna maschile dei gradoni, li trascinavano al campo per addestrarli alla vita. Ma si indignavano dinanzi a scene di lotta che trascendevano dal rettangolo di gioco, che rovinavano l’idillio di quella promiscuità da spalti. Come a voler instillare nei cuccioli della specie un codice cavalleresco che non esiste, non è mai esistito, se non a posteriori. Una posterità di cui la paternità è simbolo e schermo. Fatto sta che sta succedendo. I barlettani erano venuti a Foggia placidamente, senza immaginare ritorsioni. Con parte delle famiglie al seguito. Volevano godersi un sano pomeriggio di sport. Invece, perdono uno a zero e sono dinanzi ad una situazione inattesa. I foggiani sono pochi. Il manipolo, il drappello, o come lo si voglia definire quel nucleo di soggetti che ha sfilato Commando, si sta portando a casa gli striscioni. Sono più determinati, più cattivi. All’epoca, magari, perdere gli striscioni non era cosa tanto grave. Del resto, ciò che veniva scritto sulla stoffa era, tante volte, poco più che l’ispirazione di un momento. E non durava più di qualche partita in casa. Da noi c’era già stato di tutto. I Panthers, il Commando Ultrà, il Foggia Club Ultras di via Silvio Pellico, i Fedelissimi, i Boys. Nel 1973 finanche un Foggia Commandos, la cui data di nascita si confonde con quella di morte. Gruppi differenti, talvolta neanche gruppi propriamente detti. Ma alternative esterofile, aggiornate, avanguardie moderniste, rispetto ai Tifosi di Piazza Giordano, a quelli di Via Da Zara o ai ragazzi del Geometra. Il Regime è stato – e di lì a un paio d’anni, tornerà ad essere – altra cosa. Il Regime aveva condensato la novità radicale della cultura giovanile, di strada, che divampava in Italia, con la foggianità diffusa. Con gli occhi dell’oggi, bruciare uno striscione per un risultato sarebbe impensabile. Ma eravamo quelli, un tempo: zero pose, piena sostanza. Passione reale. Il sacrificio dello striscione ha alimentato l’attesa, oltre al mito. La messianica venuta del nuovo Regime era bramata come certi catastrofisti attendono l’Anticristo. Nel frattempo, ci si teneva in esercizio.
Dall’epicentro si sale di sette, otto gradoni. Il baffone ha i tratti tipici di quello scorcio di secolo. Con la sciarpa biancorossa in testa, catalizza le attenzioni. Le cattura. Le frammenta sui contorni, sul Tutto intorno a lui. Ci lascia presagire un pensiero, un’ipotesi di ragionamento. Rapido, come si conviene alla situazione. In quell’attimo frastornante, quell’uomo è chiamato a riflettere. Come il suo vicino, è guardingo. Punta verso l’alto. Ci invita a seguirlo. E, aguzzando la vista, spuntano piccoli vessilli biancorossi un po’ ovunque. Impensabile, oggi. Sparsi, sparpagliati così, mescolati ai foggiani eppure palesemente barlettani. Ripresi nel momento della paura e dell’incomprensione. Fermati nell’attimo esatto in cui nasce una rivalità.
Perché è questo che la foto immortala. Va da sé l’importanza del documento. Cosa sta pensando il baffone? Teme per la sua sciarpa o per la sua faccia? E tutti gli altri, colti alla sprovvista? Lo “Zaccheria” improvvisamente insicuro. Zero guardie nei dintorni. La foto dei soldati tedeschi che smantellano le linee di frontiera ed entrano in Cecoslovacchia. Stesso impatto epocale. E il centro della scena tenuto da un uomo col berretto, che ride di gusto, mentre con la mano destra tiene un radione. È foggiano, lo sappiamo per certo. E, senza volerlo, racchiude – a distanza di trent’anni – lo spirito arrembante, incosciente, spensierato ed in qualche misura eroico e goliardico dell’epoca. Quando anche la goliardia non era posa. Ed era in grado di gonfiarti la faccia a suon di manrovesci.  Ricapitolando: c’è gente che popola una gradinata. As usual. Gente d’ogni estrazione che guarda ovunque, che fuma, che beve. Che esplicita indifferenza per il circondario. Sguardi annoiati, da intervallo di partita e di vita. Mentre una tellurica variazione del microclima, un terremoto dell’aria, sconquassa alcuni volti e deforma alcuni corpi nel brivido di un movimento tribale, nel bel mezzo della comunità più estesa. È il 9 ottobre del 1983. Sembra niente. Ma sta nascendo una rivalità.


* la foto è un graditissimo regalo di Costantino Mariella

30/12/13

L’Anglo-Italiano del Novantasei e la paternità


Questa storia ha bisogno di testimoni. Ma non perché, sfiduciato, ritenga di perdere colpi o abbia preso a sottostimare la mia memoria. Quando dissi che avevo visto l’Unione Sovietica allo “Zaccheria”, dicevo il vero. E l’ho dimostrato. Anche Lello, a onor del vero, aveva ragione ad insistere sul Flamengo. Ma questa storia è diversa. È collettiva, più delle altre. Perciò necessita di raffronti.

Del torneo Anglo-Italiano abbiamo avuto modo di parlare. Di quella bizzarra formula degna del Reform Club, pure. E, ancor di più, del fatto che quel torneo sia finito nel dimenticatoio come le schede telefoniche da cinquemila lire. E che abbia il potere di farti sembrare un dinosauro. Di quelli che si muovono nella camera in mezzo con le pattine della nonna. Che a terra c’è la cera. Ma c’era “Wembley” di mezzo. Ragion per cui, per i più distratti, spendiamo due parole.

[Pausa grappa]

In sostanza, svariate squadre italiane ed inglesi si affrontavano in svariati gironi misti. Di solito, erano le squadre della cadetteria a sfidarsi, nei gelidi pomeriggi infrasettimanali d’autunno. Ma non so se è sempre stato così. Poi, le compagini italiche e quelle albioniche meglio piazzate si dividevano per definire la finalista nazionale. E le due vincenti, s’affrontavano a Londra. In gara singola, trasmessa da Rai Tre. Il Foggia, retrocesso dalla A l’anno precedente, vi partecipò nella stagione 1995/96. Vinse due partite fuori casa (col West Bromwich e il Southend), ne pareggiò una in casa (con lo Stoke City) e una la perse, sempre allo “Zaccheria” (0-1 con l’Ipswich town). Quindi, di diritto, conquistò la semifinale autarchica. Ancora tra le mura amiche. Col Cesena. Non so perché questa storia mi sia tornata in mente dinanzi allo stadio comunale di Sulmona. Forse perché sulle montagne della Maiella c’era la neve. Forse perché quelle strutture di ferro invitano al sogno, al viaggio, più di un pezzo di Battiato. Forse perché c’erano dei ragazzi delle giovanili, fuori, con le tute e i borsoni. E i loro dialetti erano così diversi l’uno dall’altro da spingermi ad immaginare le loro vite. Che, come diceva quel Sudamericano, rotolano assieme ad un pallone. Che, nella mia memoria, è sempre bianco ed ha sempre i pentagoni neri. Ho sbirciato tra le inferriate, alla ricerca del manto erboso. In preda alla stessa tentazione di un Lino Banfi con gli spioncini. Oltre i quali, la Fenech faceva la doccia. Ho letto su un manifestino attaccato con lo scotch che i locali avevano appena affrontato il Matelica. E ho pensato che nessun posto al mondo – neppure la Moschea celeste – può vantare più storie di un campo di calcio. Persino di questo. Ho popolato la mia fantasia di migliaia di teste sconosciute. Di decine di migliaia di esistenze individuali, atomizzate, chiuse. Che, domenicalmente, andavano a sbocciare in una complessità emozionale che era popolo. Agli abbracci agli sconosciuti dopo quel famoso gol di Bresciani. Al pianto liberatorio quando sventammo la C2. E a decine d’altri episodi, ugualmente banali. Ugualmente immensi. No, nessuna chiesa dell’arcidiocesi, nessun ospedale da campo, può raccogliere tante involontarie solitudini e farne un mosaico.

[Altra pausa per la grappa]

Il 10 gennaio del 1996 è un mercoledì. Per sapere quali materie avessi in Orario quel giorno, dovrei recuperare i diari del quinto. Ma voi non avete idea di cosa ci sia in quei tiretti. Quindi, lasciamo perdere. Con lo zaino sulle spalle, insieme ad altri esponenti della futura classe dirigente, muoviamo dal Programmatori a Viale Ofanto. Per strada, si accodano i futuri leaders del Marconi, del Masi, persino del Volta. Un sacco di futuri medici, notai, politici, che in confronto la Marcia dei Quarantamila è il Carnevale di Rio dei pezzenti. A mia madre ho detto che non avrei mangiato a casa. “No, mamma, non mi drogo. Oggi c’è il Foggia”. La buona donna rimase sospettosa – I remember – senza credere totalmente a quella stramba verità. Diciamocelo: mia madre non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Per questo non è mai stata accolta al Reform Club. È aperta solo la gradinata. Quanta gente vuoi che venga a vedere ‘sta partita? Posizionati ad altezza cerchio di centrocampo, gli striscioni, i saluti. “Che devi andare a un matrimonio?”, è la battuta più ricorrente che gli affamati si scambiano. Gli zaini uno sull’altro. Le sciarpette. Saremo trecento, forse meno. L’altra semifinale è tra Genoa e Salernitana. La finale sarà a partita doppia. Andata e ritorno. Qui, oggi, basta vincere. E avviciniamo “Wembley”. Nel mio ricordo non ci sono cori. Non siamo ancora “moderni”, e dinanzi alle gradinate semi-deserte, a nessuno da trascinare, non cantiamo per noi stessi. Al novantesimo è zero a zero. La fame comincia a farsi sentire. Come per l’Arsenal di Hornby, volano le bestemmie. Se non fossimo così affamati di questi colori, ora saremmo sazi. Invece, il buio prende a predominare sul cielo plumbeo d’inverno. Qualche faro si accende, come luci di locanda nella notte senza stelle. Il primo tempo non serve a niente, come metafora e summa del resto della partita. È uno zero a zero di difficile risoluzione, questo. Ma tra un quarto d’ora, al massimo, i rigori sbroglieranno il caso. Così, reprimiamo con uno “Sccchhhttt” strategico i morsi dello stomaco e andiamo avanti. Senza immaginare che, di lì a breve, qualcosa avrebbe reso quella partita indegna, memorabile. L’altoparlante. Lo stesso che – con un clic inconfondibile – precedeva la voce dello speaker – dell’annunciatore – quando si trattava di segnalare l’ora offerta da Ciletti. E che leggeva i risultati della C1 girone B. O che, anni prima di Francesco Salvi, faceva presente che c’era da spostare una macchina. Beh, quella volta fece un nome e un cognome. Disse che il signor Tal dei Tali era atteso. Ma non come quell’altra volta, anni prima, che c’era il padre della moglie di uno spettatore all’ingresso della tribuna. E tutti, attorno a mio padre, ipotizzarono che avesse un’amante. No. Stavolta lo spettatore era atteso a Reparto Maternità. Pathos. Timore. Nessuno guardava più la partita. Trecento paia di occhi, qualcuno in meno (ma l’abbiamo detto), fissavano la tribuna. Come ad individuare il megafono. Come a potervi guardare dentro, direttamente nella voce dell’annunciatore. Adesso quella comunità di sconosciuti voleva sapere. Doveva sapere. E la voce, teatralmente sospesa, alzandosi di un mezzo tono, continuò. E disse che Tal dei Tali era diventato papà di uno splendido maschietto. O di una femminuccia, non ricordo bene. Perché l’ovazione fu generale. Allegra e commovente. Nessuno si sottrasse a quella gioia. Come se lo “Zaccheria” avesse, d’un tratto, un figlio in più. E gli occhi si misero a vagare. Anche i miei. Alla ricerca del neo-papà. Finché, noi tutti, non lo individuammo. Anche grazie a qualcuno che lo indicava, come i marinai di Magellano indicavano le Americhe. C’era un uomo, lassù, che sorrideva. Sconvolto e felice. E scendeva i grandini saltellando. O, almeno, ci provava. Perché adesso la sua corsa verso via Napoli era frenata da un’onda lunga di mani, e pacche sulle spalle. E addirittura bacetti d’augurio. Le felicitazioni dei presenti alla vera impresa di quel giorno.

[Grappa]

Non so perché mi sia venuta in mente questa storia, col muso infilato tra le inferriate del (presumo) comunale di Sulmona, L’Aquila. Forse perché mi è venuto in mente Angelo, che mentre Manuela usciva di conto era con noi al “Bentegodi”. Ma quella era la prima di campionato. E poi a Verona. Forse perché ho pensato che quel bambino, il 10 di Gennaio, diventerà maggiorenne. E io non so, né forse mai saprò, nulla del padre. Se non che, mentre la compagna era prossima all’evento più importante di una vita, è sceso di casa, è andato a lavorare e, a digiuno, è corso a vedere Foggia-Cesena di un torneo caduto nel dimenticatoio delle schede telefoniche. Magari anche la compagna non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Ma è così, signora. Suo marito era in gradinata, quel giorno. Posso testimoniare.

Il Libro