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19/12/14

"Tu, stavolta, non vieni"


Un po’ l’aria strana l’avevo notata. E’ come se avessi fiutato qualcosa. La settimana era finita, i ciottoli di Via Arpi e la Giovanni Pascoli erano alla spalle. Oltre i tre archi delle mie ansie da scolaro. Sarebbero tornati a rapirmi il pensiero solo a tarda sera, alla domenica. Quando la Clerici di “Domenica Sprint” avrebbe dato appuntamento alla prossima puntata, spazzando via quel mondo sospeso che era il fine settimana Un altro lunedì, da lì a poco, sarebbe venuto a prenderti, a strapparti dal tepore di una casa che abitavi da un mese e mezzo e t’avrebbe riportato sui banchi di scuola. Ultimo baluardo prima della campanella, il profumo del krapfen alla crema con amarena della pasticceria all’angolo delle otto del mattino. Di ogni mattino.
Sabato 9 marzo, però, c’era qualcosa che non andava. A casa, il babbo parlava poco e l’eco della vittoria al Celeste di Messina sembrava sopito. Avevo 8 anni, l’album della Panini e il calendario tascabile di cartone sempre tra le mani. Poco più di un amuleto, sapevo a memoria il cammino di un Foggia che s’accingeva a vincerlo quel campionato di B.
I grandi, intesi come i cugini grandi con comitiva annessa non parlarono d’altro in quella settimana. Francesco e Guido quotidianamente “spacciavano” voci che, già di seconda o terza mano, rimbalzavano al “quarto”. Il “Quarto” era la nostra contrada, Via Spalato, via Quercia e Vico dei Conciatoi, il quartier generale, il campo base, la capitale della nostra nazione.
Voci di “allerta” portati oltre i livelli di guardia, di risse, di rivalità ataviche da rinnovare, di sassaiole che furono e che sarebbero state. Rivisitazioni e rievocazioni in chiave romanzata di barelle e di tumulti nella nord, nel derby dell’Immacolata di cinque anni prima.
Riferivo a mio padre che mi invitava a non prendere in considerazione quelle voci, a lasciar perdere chi mi raccontava fandonie, perché “allo stadio si tifa per il Foggia senza pensare agli altri”. Ma mio padre non era quello di sempre. Era distaccato, sfuggiva l’argomento, si defilava, non ne voleva parlare.
Pistella, tale Pistella, era lo spauracchio che agitava la notte della vigilia. All’indomani ero pronto per l’evento. Il giubbino verde con Mickey Mouse sulla schiena, il calendarietto tra le mani. Ero prontissimo per il mio primo Foggia-Barletta. Avrei come al solito, inalato il fumogeno, chiuso gli occhi sentendoli bruciare, risposto “Si” alla domanda “Ci vedi?” di mio padre. Avrei, come al solito, inneggiato a Franco Mancini mentre lui avrebbe salutato la Nord, poco prima del via alle ostilità.
Ma dopo il fugace e silenzioso pasto domenicale, su quel bimbo di 8 anni si abbatté il più cinico e mostruoso dramma. Di quelli che, per quello che eri, ti fanno perdere il respiro e ti fanno piangere ininterrottamente. Nella mia infanzia, mi dicono, non mi sono mai incapricciato e non ho mai sbattuto i piedi dinanzi ai rifiuti, alle negazioni, ai divieti e ai “niet”. Mai preteso un giocattolo incondizionatamente, mai piantato grane, mai rotto i coglioni oltre un certo limite. Ma quella che stava per arrivare, era una mazzata tremenda.
A un’ora e mezza dal derby, mio padre gettò la maschera: “Antonio, con mamma abbiamo deciso che, per oggi e solo per oggi, tu la segui qua. Mamma ti sistema la radio. Allo stadio, è troppo pericoloso”. Capii subito che non c’era nulla da fare, che la sentenza era inappellabile. Nella Opel verde di zio Leonardo, quella ribollente delle passione dell’immediata vigilia che avrebbe finito la corsa come al solito a San Giuseppe Artigiaono io, stavolta, non ci sarei stato.
Francesco e Guido, nella cameretta nuova di zecca, provarono a consolarmi. Vanamente. Simularono un Foggia-Barletta al Subbuteo. Finiva 2-1 e segnava Pistella. Poi andarono e dinanzi a me si spalancò l’abisso.
Ascoltai alla radio la cronaca di quella gara. Strinsi, rabbioso, il pugnetto al gol di Rambaudi, ripresi a piangere al sinistro su punizione di Signori. Non accadde nulla di pericoloso alla stadio, solo qualche pietra.
Mio padre evitò di parlarmi di calcio per i due giorni successivi. Non se la sentiva, forse era il suo modo di chiedermi scusa. Sapeva, e sa, di averla fatta grossa.
P.s: A quella domenica di marzo ripenso spesso. Sono convinto che quel giorno, la tristezza si sia servita del calcio, della mia più grande passione, per palesarsi. Per la prima volta, quasi teneramente, nella mia vita. 
Sabato c’è Foggia-Barletta. Non è un caso. Lo so.

24/11/14

Il divieto di fumo e il rito d'iniziazione


I gobbi stanno passeggiando sulle macerie della Lazio e banchettano sulle speranze di vedere una bella partita nell’anticipo del sabato sera. Fuori c’è gente con buste in nylon. I reduci della fiera di Santa Caterina popolano una Via Onorato accesa solo nel riflesso della grande scritta “Autorimessa”, che campeggia da trent’anni in testa ad una saracinesca, mai doma,di un vecchio garage. Di quelli che hanno ancora la chiusura a mezzanotte e che non si sono arresi alla moderna logica dei telecomandi e dei cancelli apribili dall’esterno. 
Tra un’ora, pure di meno, ci mettiamo il piumino e inzuppiamo in una birra bionda in zona Macchia Gialla, l’attesa dell’evento. Che non sarà mai il gran premio di Abu Dhabi, né tantomeno il singolare che può decidere, a Lille, la coppa Davis. Quelli, al massimo, sono companatico. Sono intrattenimenti che caratterizzano il day-before. Perché l’evento, a queste latitudini, è uno. E stavolta cade di domenica. 
Il babbo versione casalinga è sulla sdraio accanto al sofa.  Ha già, e con irrisoria facilità, violato il protocollo del “non si fuma in casa”. Se l’è cavata con la snervante umiltà del “…che dic, m’a pozz fum’à na s’garett…?”. Tu non rispondi, allarghi le braccia, e lui, che ha già l’accendino in mano, aggredisce smanioso la prima boccata alla Marlboro rossa. Quelle che non posso fumare davanti a lui perché, dice lui, sono troppo forti per me. E non ho mai capito perché per lui no. 
Il trucco per sterzare sull’arida menata del “ma perché non fumi fuori?” è oramai noto. Cambiare immediatamente argomento. Subito dopo aver ottenuto il silenzio-assenso, il babbo è maestro nel cambiare argomento. Come dire, nell’andare oltre, nel metabolizzare quell’ennesimo strappo alla regola. Quasi nell’insabbiare. Una volta tira fuori Renzi che è come quell’altro nanetto, un’altra l’Isis e il paradosso del Kurdistan. Oppure passa agli aneddoti da paramilitante ultras, o si serve del primo spot che passa in tv.  Un tempo, il suo preferito era quello di un liquore.  In quella pubblicità, finiva sempre che i protagonisti superavano un’ardua prova, dovevano sempre portare in salvo qualcosa. E mio padre avrebbe tanto voluto che finisse diversamente. E che finisse male per questi stoici protagonisti dell’advertisement italiota.  Con tanto di rottami dell’aereo ammarato, e senza il cin cin con l’amaro. 
Stavolta è diverso. Si resta sul calcio. Bonucci ha sbagliato il tempo di uscita e ha beccato un giallo. E lui sentenzia: “Non ci sono più di difensori centrali di una volta”. E’ solo l’incipit, la miccia accesa di un discorso che durerà una buona decina di minuti. Mio padre, e sono testimone, è stato un impavido sostenitore di Pasquale Padalino. Dai tempi della nord con Caramanno prima e con quell’altro poi. Diceva che era fortissimo e una volta, me lo ricordo, gli toccò difenderlo alla fine di un Foggia-Padova culminata con la sfortunata autorete proprio di Padalino.  Citiamo Matrecano,  Consagra, Petrucci, Rinaldi, passando per Pirazzini. Io ribatto con Zanetti, Ignoffo, Carannante e Beppe Di Bari. Ad un tratto ha un’amnesia. Non ricorda il nome di uno bravo, che fu pure capitano. “Era con Marchioro e pure con Caramanno. Ma come diavolo si chiamava?”. Scatta, sobbalza dalla sdraio e afferra gli occhiali. “Mo, m’agghia lua’ stu sfi’zi…”. Va tra gli album, poi incrocia l’opera omnia. E’ la storia del Foggia in due volumi, domina la mensola sul corridoio. Lo seguo e lui intima di prendere il secondo volume. “
“Leggi che non vedo”. 
 “Papà, secondo me è Petrucci o Schio”.   
“No, vai avanti…”
Volto pagina e sparo. “Ferrante”. 
“Ferrante, Ferrante. E’ proprio Ferrante”. 
Dice che era una tosto, che si sapeva far rispettare e che “menava taccarate”. Spesso, per mio padre, è quella la dote principale che fa di un difensore il vero difensore. A lui piace il calcio fisico, si infastidisce se qualcuno parla di spettacolo o di soli schemi offensivi. A Foggia, e nelle tavolate delle festività,  mio padre ha sempre avuto vita dura a far prevalere le sue ragioni. Spesso lotta contro i mulini a vento. E, come suo figlio, è sempre stato più orgoglioso della vittoria a Taranto in D che del 3-0 a Cava di qualche anno fa. Questione di mentalità, ma è un altro discorso.
Si risiede e continua a parlare di Ferrante. Io sfoglio ancora quelle pagine. E all’improvviso vengo colto da un’illuminazione improvvisa. Fulminea. Come se qualcuno avesse acceso la luce. Per anni, mi sono sempre chiesto, scavando nella memoria, quando avessi mai messo piede nel tempio, per la prima volta. L’esordio allo Zaccheria, rimaneva avvolto in un alone di mistero.  “L’inconscio comunica coi sogni, frammenti di verità sepolta”, canta Franco Battiato. Solo che, dopo anni di interrogativi, l’inconscio non era più tale. Tutto di un tratto e grazie a quella pagina e, prima ancora, al divieto di fumo infranto. 
Di quel Foggia-Andria finito ai rigori la notte del 26 Agosto 1987 ho solo ricordi sbiaditi. Una bottiglietta d’acqua da mezzo litro che mi fu offerta, le rete di protezione dietro la porta e la luce dei riflettori accesa. Dicevano di Ciucci, dietro di me. E io pensavo che stessero insultando l’altra squadra. Maglie bianche, poi la via dell’uscita e il formicolio di persone su Viale Ofanto.  Ora lo so, ho visto il Foggia battere ai rigori l’Andria. E’ stata la mia iniziazione, da poco avevo spento cinque candeline.
Mia madre, alla luce del mio racconto, è venuta ad ascoltarmi in soggiorno. Ha dato, a 27 anni di distanza dell’incosciente, a mio padre. Perché ero troppo piccolo per andare allo stadio, in Curva Nord, anello inferiore.   

Mio padre non le ha risposto, o forse si. Ha battuto l’indice due volte su una foto a colori di una vecchia formazione e ha detto: “Si, Ferrante. Era proprio lui”.  

13/02/12

Musica e immagini, gelida domenica....

Tanto tempo fa, con mio cugino ed amici, vedevamo fino alla sfinimento vhs sul Foggia. Avevo dieci anni, forse anche meno. Eravamo capaci di riempire interi pomeriggi, sempre se si era già in precedenza stabilito che l’Amiga 500 doveva rimanere spenta. La promozione in A, Signori, Baiano, Rambaudi, ma i filmati più preziosi erano quelli della C. L’infortunio di Fratena, il racconto romanzato della trasferta a Campobasso e il gol di Mandressi. Il ricordo che ho, anche se un po’ confuso, mi riporta ad un clip che Teleradioerre (ci avrei lavorato, una quindicina di anni dopo, pensa te) mandò in onda alla fine di una stagione. Era la classica “tutti i gol del Foggia”. Mi colpì molto la canzone che scelsero come “tappetino” (sottofondo). Era orecchiabile e mi colpì. Scoprii, anno dopo, che il titolo era “I Wanna dance with somebody”. La cantava Witney Houston. Non ha mai avuto tanti fans come oggi, ne avrà sempre meno col passare dei giorni.

Ma per me, lei è quella della musica sui gol di Lunerti e soci. E’ la prima cosa che m’è balzata in testa, quando m’hanno detto della sua fine a Beverly Hills. Se non altro, ho “giustificato” il mio pensiero per lei.

La domenica della neve, di Piazza Sintagma e del popolo greco, del secondo (ma primo di una certa importanza) “titulo” spagnolo di Josè. Il giorno de “il senso del calcio è quello di non prendere gol , prim’ancora chedi cercare di farlo”. Don Emiliano ha popolato come non le pagine antinteriste di face book e twitter. Ma anche in questo caso, se non altro mi arrogo il diritto di rivendicare il mio omaggio disinteressato. La pensa come me, e se retrocederà non ci sarà stato un sistema che lo ha estromesso.

E’ stata la domenica del quinto successo esterno del Foggia, vissuto davanti alla tv. Col caffè, i pasticcini, le cuffie , la voce di Riccardo Cucchi e diretta.it sul notebook. Non è la stessa cosa per me. E per molti. Hanno segnato Pompilio e Defrel. Un successo che fa ben sperare, che avvicina il Foggia alla salvezza . Ma non so se ci faranno la clip e non so se mi resterà in testa un’altra “I Wanna dance with somebody”.

16/02/09

Bremec e Brunner ...ma c'è il gabbiotto

di Lobanowski 3

Il freddo si è infilato nelle ossa sin dal sabato sera, realizzo poco al risveglio. La partenza è fissata nel parcheggio dell'Ipercoop. Che alle dieci, con Foggia che sonnecchia, è deserto. Cielo cupo, il vento scuote la Nissan, mentre sono in silenzio e ricontrollo mentalmente che ci siano tutti i "ferri del mestiere". Cuffia, foglio con l'intro egli appunti, "cornetto", tesserino...
Forse è la trasferta che temo di più; sarei stato più tranquillo se avessero giocato a Castellammare. Almeno c'è il gabbiotto, e avrei lavorato più tranquillamente. Si parte, non c'è neve fino a Vallata. Fisso il vuoto e penso a Nesti paraculato dalla Gialappa's dopo il suo "tasso di umidità molto elevato...molto scarso..". Sorrido, rivivo il momento in cui Topone ha sfossato questa battuta nello spogliatoio, il lunedì prima, durante il prepartita della Dinamo. Filippo tace alla guida, poi lancia l'allarme: "Mi sa che abbiamo sbagliato strada..."In realtà, eravamo su quella giusta, ma non abbiamo imboccato l'uscita Nocera-Pagani, perchè non potevamo saperlo. Fottuta segnaletica. La distanza tra Angri e Sant'Antonio Abate è un marciapiede. Finisce un paese, ne comincia un altro. E' il posto più particolare (o particolarmente brutto) che abbia mai visto.Dinanzi ad un bar giovani con sciarpe giallorosse. Si preparano alla trasferta: il Sant'Antonio Abate oggi gioca a Torre del Greco con la Turris, fanno la serie D. Sguardi torvi, attiriamo le attenzioni dei cento parcheggiatori abusivi e di un carabiniere che non sa indicarci l'entrata per i giornalisti. Ci siamo nella lista, ed è già un' ottima cosa. Non ho il coraggio di entrare in tribuna; voglio rimandare il più possibile il momento in cui prenderò coscienza di dover lavorare tra i tifosi stabiesi. Più o meno come quando speravi che matematica non avesse ancora corretto i compiti in classe.....
"Cazzo, c'è il gabbiotto....."...espolodo di gioia...mentre faccio a grandi passi le scale. Mi volto verso il campo di gioco. Sintetico che pare il Kappa3, piccolo, con gli alberi dietro una porta e col muro ai piedi del cancello, lato gradinata fantasma. La Curva ha i gradoni giallo rossi, e la scritta un pò sbiadita "Sant'Antonio Abate". Alla mia sinistra uno scorcio della costa, col Vesuvio sullo sfondo. Sembra lo stadio di una neopromossa nel massimo campionato romeno.Ma ha un suo perchè. Il gabbiotto è chiuso, ma la vetrata della porta è sfondata. "Potete infilarvi", ci dice un non so chi. Lo faccio, ed entro il quel gabbiotto aperto sul retro, soddisfatto. Un tavolo sporco , tre sedie, nessun altro operatore. Enorme sollievo, mentre in sottofondo c'è una muscica dance inascoltabile. Arrivano le formazioni, si gioca. Segna la Juve Stabia e tutti urlano "Juve-Juve". E lo fanno in maniera molto più intonata, rispetto a quegli stonati stornelli gobbi. Capiscono che siamo ospiti, e io capisco che loro capiscono. Quando parte Piccolo, so dove andrà il pallone, perchè Brunner non si muove. Tutti si girano dalla mia parte, perchè si aspettano un'esultanza plateale. Continuo a parlare e fingo di annotare su un taccuino che non ho. Al 2-1 è lo stesso, anche se vorrei uralre stile Villaggio in "iO No spik inglish". Poi si arrendono, capiscono che il Foggia è più forte. Si soffre dopo il 2-3, ma neanche tanto. Non la migliore performance...Mi hanno fregato il freddo, l'oggettiva paura di essere in un luogo particolare (e particolarmente brutto) e la radice di Brunner e Bremec...Ho fatto un casino, li ho confusi più volte. In genere mi incazzo, ma stavolta no. So di aver raccontato una vittoria e tanto mi basta. Il telefono non prende in sala stampa: uno scantinato. C'è un bar, una gentile signora mi offre un caffè caldo. Chiedo : "Quanto devo". Nfanient , risponde. Arrivano il presidente, il mister e Colombaretti. Felici per un qualcosa che non s'aspettavano. E neanche io mi aspettavo di tornare felice, sollevato ed entusiasta. Avellino est e il suo buio non mi fanno alcun effetto, e trovo bellissimo un autogrill poco dopo Lacedonia. Corro a casa, c'è il derby e voglio risentirmi un pochino. Senza incazzarmi per Brunner e Bremec....

24/11/08

Il tempo di Taranto...

di Lobanowski 3

Uno dei miei incubi più ricorrenti è il tempo che passa. Non ho paura di invecchiare, è più forte quella di perdere i capelli. L'orologio che cammina mentre tu sei bloccato e vedi l'evento sfuggirti di mano è una cosa spaventosa. Da claustrofobia. Capita di essere ad un tavolo di amici che mangiano e bevono. E tu pure. Mentre l'orologio fa le due e lo stadio è lontano. Mi sembravo catapultato in un'altra dimensione alle 2.20, mentre cercavamo parcheggio, un miracolato, quando con l'affanno accendo il telefono della radiocronaca e vedo sbucare le squadre dagli spoglatoi. Taranto è brutta, mi mette tristezza. Tanti palazzi enormi, rovine del mercato del lunedì, fumo in cielo, pioggerellina. E' lo sfondo ad uno stadio vuoto, ci sono solo una cinquantina di "invitati" che rumoreggiano e ti guardano in cagnesco. Molto in cagnesco. Ho la voce bassa per l'affanno e perchè se no sentono fuori. Al primo tiro alto di Salgado, uno si gira e mi guarda storto. Il Foggia gira, riconosco volti noti in tribuna. I nostri. Una macchina corre lungo il viale e calamita la mia attenzione tra la gradinata e il settore ospiti. Segna Dionigi, si girano e mostrano il pugno. Io so che il Foggia non perderà perchè sta giocando bene. Molto bene. Nell'intervallo uno si avvicina, mi parla di come sono messi a Taranto. Mi accenna alla loro situazione, poi mi dice che si ricorda del Foggia di Zeman. Tronco di netto, con una stretta di mano e un "ci vediamo dopo". Eccheccazzo, penso, mentre riazzero il cronometro. Piove, la voce è al volume solito. Ho rotto il ghiaccio, non ho paura. E infatti urlo al gol di Germinale. E' incredibile. In tribuna ci sono foggiani (dirigenti, amici giornalisti e accreditati vari) che esplodono bebccando le ingiurie dei tarantini. Uno, il solito, un grande, si gira verso un supporter locale (ma non era a porte chiuse?) e fa a muso duro incazzato: "Che cosa vuoi?..che non posso esultare". Quello tace. Ha ragione Loba2. Cresciamo, non siamo chiachelli, la mentalità cresce. Zanetti becca il rosso, penso che possiamo vincere. Poi il boato al gol di Dionigi. Un bimbo impalla la telecamera dicendo "Forza Taranto". Quando mio padre ha rivisto la partita la sera, è venuto nella mia stanza e mi ha dato indicazioni precise su come fare in questi casi. Dico solo che l'epilogo della sua strategia coincide con una violenta pedata nei reni. Non ci credo più. Poi Colombaretti batte lungo una rimessa, uno spizza, un altro va di testa. Sensazione unica, capire che andrà dentro. Perchè il portiere non si muove. Annuncio il gol con una frazione d'anticipo. E' un attimo. Pensi alla gioia che stai regalando a chi ti ascolta. E poi capisci che devi dire pure chi ha segnato. E' una parola. Lo azzecco, mentre ci sono mani nei capelli ovunque. E qualcuno se ne va. Sentaiolismo diffuso in sala stampa. E come è bello sorridere ed essere felici mentre tutti rosicano. A Taranto, poi. Bello pure il viaggio corto, tifosi che ti contattano su facebook e ti "commentano il commento". Bello pure il pari di Rosina, il cuore Toro. Bello esserci stato.

03/11/08

La domenica a metà

di Lobanowski 3

Ci sono storie che ti colpiscono e non sai neppure perché. Ci sono persone che non conosci, ma che senti vicine. Spirito di appartenenza, forse pure superficiale, età, sicuramente. Non conoscevo Massimo o Massimiliano. Quello striscione però mi faceva male e non so perchè. Se la palla andava là, lo sguardo ci finiva sopra e quasi finivo per disinteressarmi dell'azione. Alla fine della telecronaca l'ho pure ricordato, forse in modo banale o scontato, ma ho sentito il dovere di farlo.
Nulla di programmato, ma ho sentito di farlo.
Forse non era neppure tifoso del Foggia, ma la telefonata di Loba2 alle 12 del sabato mattina m'ha fatto male.
"E' morto un ragazzo, allo Jacob lo conoscevano in molti". Eccolo, il senso di appartenenza.
Massimo, nel fine settimana, è quel pensiero che vuoi mettere da parte, ma che finisce per zavorrare la tua quotidianità. Segui le partite al sabato, le aspetti come se fossi un rito. Ma quel pensiero è sempre là, a ricordarti che esiste. La macchina, la ragazza ferita...pensi. Mentre il Liverpool perde, mentre vai nel fumo di Orsara, mentre salti Juve-Roma e mentre maledici la Salerntiana che t'ha fatto perdere la scommessa.
So che i ragazzi hanno lasciato la curva Sud alla fine del primo tempo, alla domenica. E' il segno tangibile che Foggia-Arezzo è bella, bellissima... ma che forse verrà ricordata più per quello striscione. D'altronde, per me, Foggia-Rimini è solo la gente che piange nel minuto di raccoglimento per Via delle Frasche e Fasano-Foggia è Molino che non esulta il 14 Novembre 1999.
Suvvia, Foggia-Arezzo, è semplicemente quello striscione. E' rabbia, sdegno e forse pure un poco di paura. Ora è storia. Oggi la Dinamo deve vincere.

23/09/08

Pilastri di sabbia

di Lobanowski 3
"And I discovered that my castles stand upon pillars of salt and pillars of scent", dice Chris Martin dei Coldplay nel mio Ipod. Ha scoperto che i suoi castelli erano costruiti su pilastri di sabbia. Lui. Da poco passate le 7.45, la macchinetta del casello sputa il biglietto. Casello di Foggia, si ritornerà a sera. Si va per raccontare la seconda trasferta che sa molto di prima. L'esordio fuori dalle mura amiche è stato a Vasto. Chiamala trasferta, quella. L'arrosto della sera prima, clou di una cena finita troppo tardi si fa sentire. I finestrini sono chiusi, ci sono i giubbini. La cosa mi piace, perchè l'estate è finita. Perchè torno a rimpiangere di non poter vedere Chelsea-Manchester United che si giocherà in contemporanea a Foligno-Foggia. Perchè mi preoccupa, anche se lo sapevo, la seconda sconfitta del Parma a Grosseto, e perchè il Liverpool è stato fermato in casa dallo Stoke city. Insomma, siamo al lavoro di nuovo. L'estate, il mare, Vieste, la Coppa Italia agostana sono alle spalle.
Più si "sale", più fa freddo. Sosta dopo Pescara. Cornetto con caffè. San Benedetto, Grottammare ed ecco Civitanova. Il limes per chi soffre di mal di macchina e sta puntando il cuore dell'Umbria. La Colfiorito è l'Hic sunt leones e mi ha già punito un paio di volte; ad Assisi in vacanza con i miei da bimbo, e anche a Terni l'anno scorso.
Non dò di stomaco, resisto e non soffro neppure tanto. Grigiore, nuvole e vento timido. E' mezzogiorno e sono già nel clima partita. Controllo più volte che il telefono sia ok, sistemiamo i dettagli con chiamate incrociate da RadioNova. Antipasto casereccio, ottimo. Il primo è uno spreco; nel senso che è sicuramente ottimo, invitante, ma c'è il formaggio a mettermi in off-side. Troppa grazia a Sant'Antonio.
Lo stadio Blasone è piccolo, il Foggia ci ha giocato già l'anno scorso. Io però qua ho visto il Parma dal vivo. Ero nell'unica tribuna pesente, nell'estate del 2000. 1-0, gol di Amoroso. Entro e la tribuna stampa è affollatissima. E' un lungo corridioio chiuso da vetrate che danno sul campo. Tanti colleghi, e la condanna. Resto in piedi, non ho appoggio per gli appunti e tantomeno per il telefono. Un dramma.
Sposto il capo verso destra, voglio beccare nel settorino Loba1 e Loba2. L'apocalisse: il muro. Ho una parete che mi ostruisce la vista, non vedo uan metà campo. Sono cotretto a spostarmi e limito i danni. Non vedo una banderina del calcio d'angolo e la fascia sinistra. Dovrò immaginare e raccontare quello che accade sul campo.
Dilettanti. Audio disturbato dopo il 5', devo togliere l'auricolare. Che nel frattempo s'impiglia nel cronometro. E la partita va, e io non devo smettere di parlare. Me la cavo, in quella cabina sovraffollata cala il silenzio a tratti. E io parlo mentre tutti mi guardano. Imbarazzante, anche perchè dico "sombrero" una volta. Il collega di una radio locale dinanzi a me, seduto, si gira e mi guarda con fare interrogativo. E' anziano e il sombrero non lo hai mai sentito.
Quando Turchi punisce un Foggia inguardabile nel secondo tempo, immagino chi mi ascolta e non sta vedendo la partita in tv. Immagino la mia voce mischiata al brusio che ha seguito il boato di quella cabina. Penso che sto regalando loro un dispiacere, ma sono curioso di risentire quel momento.
Finisce, è andata. Il Foggia ha perso, e io me lo aspettavo. Non sono affatto sorpreso.
C'è il buio fuori dalla macchina di Donato, ma Civitanova per chi è malato di stomaco e sta fuoriuscendo dal cuore dell'Umbria, è il posto più bello del mondo.
Oggi, nel day-after, ho risentito l'attimo del gol alla radio. Era esattamente come lo avevo immaginato. Ho regalato un dispiacere forse, ma mi sa che in tanti se lo aspettavano. E non avevano eretto castelli su pilastri di sabbia, come Chris Martin.

01/09/08

"Hai un biglietto in più?"

di Lobanowski 3
"Porta l'auricolare del telefono. Non dimenticartene". Mi sveglia questo stringato sms; il furgone senza paraurti e che s'accende con un particolare spray è nel cortile dello "Zaccheria" già da due ore. Si stendono cavi, si usa l'ascensore per portar su le camere. Io, nella mia stanza, dove purtoppo fa ancora caldo (e la cosa non aiuta ad entrare nello spirito del campionato) accendo con pigrizia la tv. Scontri alla stazione di Napoli. Evito i commenti, dico solo che cacciare via i passeggeri del treno e distruggere il convoglio, è una roba da imperialisti. Spacconi, tendenti alla lazialità. I napoletani piagnoni. Doccia veloce, appena dentro il recinto, la zona rossa, s'avvicina uno. E' il solito. Chiede biglietti a destra e a manca. Poi li vende. Mi fa "Giovane..". Gli rispondo male, con un "che vuoi?" stizzito. Mi chiede il tagliando. "Non ne ho". Replica con un tono dimesso, vittimistico. "Tanto lo so che ce l'hai, devi darlo a qualcun'altro...Tanto vale che lo dai a me". Vai a cagare. Sorride, e chiede scusa. Chissà poi di che. Entro allo "Zaccheria". I vecchi amici, gli stewards delle porte. Tutti che mi chiedono se potranno assistere in tv a Pescara-Foggia. Uno fa lo scoop. Dice che il Foggia perderà la prime tre, perchè vogliono cacciare l'allenatore. Pannelli nuovi in sala interviste, poi Loba2 in lontananza con Ceska e fratello. Grido. Enio, è quasi una parola d'ordine. Non mi sente. Ricomincia il campionato pure per lui. Mi piace il coro "Dai Potenza, dai Potenza... eh eh...". "Montanari...", urla un distinto signore seduto al solito posto in tribuna ovest, verso la Nord. E' il solito. Sono tre le parole del suo stereotipato dizionario. Ci sono pure "pesciaioli" e "pecorari". Si adegua all'avversario come il più astuto degli strateghi. Manco fosse Mourinho. Il Foggia non mi piace, Mario sfiora il gol. Kontè, "il nero" per l'intero settore, regala i primi segni di sfiducia della piazza. Sento uno che fa in foggiano: "Se il nero la metteva dentro, tornavo a casa a vedere il Milan". E penso, anche se non dovrei forza Bologna. Sussulto della tribuna stampa quando comunico il vantaggio del Crotone col Pescara. Credo che Galderisi sia il male, adesso. Segna Troianiello. So che è il match point, perchè il Potenza non pareggerà mai. All'uscita ancora domande sulla diretta tv. Che quasi sicuramente non ci sarà. Non sono ancora in clima campionato. Fa troppo caldo. E ho urlato di più al gol di Gila.

16/07/08

La ricaduta

di Lobanowski 3

Ci sono certi momenti che ti fanno capire che il vento fa il suo giro. Quello che ci siamo messi alle spalle, è stato sportivamente (nel senso più serio del termine) parlando, un anno disastroso per il sottoscritto. Per lo "Zini" di Cremona, perchè cerco il Parma nelle pagine del mercato di A e invece è accanto al Piacenza a pagina 18 della Gazzetta. La mazzata finale l'ha data il rigore di Di Natale. E, mettiamoci pure il dritto di Marat Safin contro Nole a Wimbledon. Insomma, appallottolare e cestinare.
La grandinata di delusione ha estinto la mia voglia di calcio; mi rompo a scrivere e parlare di mercato, dei lavori allo stadio, di chi si iscrive e chi no. Ho, o per meglio dire, avevo, una voglia fottuta di cadere il letargo e di risvegliarmi d'incanto a fine settembre. Con la Premier che è alla quarta, col Foggia già fuori dalla Coppa Italia e col Parma che ha pareggiato al 93' a Frosinone all'esordio. E' l'intermezzo che odio, è il periodo più brutto.
Eppure il vento fa il suo giro, si diceva. E l'ha fatto il giorno della presentazione dei quattro nuovi allo "Zaccheria". Poca gente fuori, sempre molto scettica, ma soprattutto motore del pullman acceso. Il Foggia stava partendo per Gubbio. In ritiro, lontano dal nulla e dai "si dice" o "pare che si compri Tizio, Caio" o i "ma non potevamo tenere Sempronio?".
Dico da molti giorni di essere provato, stanco e con la voglia matta di staccare la spina. Eppure quel motore acceso e i borsoni che venivano caricati nel vano bagagli, m'hanno messo il cece in testa. Per un anno l'ho fatto; e lontano dal vuoto e dai "si dice" ci sono stato per due settimane. Finisci per sentire ancora più tuo il Foggia, perchè lo vedi crescere quasi 24 ore su 24. E te ne freghi di chi è scettico o speranzoso.
Credo che per me sia cominciata così la nuova stagione. Con questo sussulto che m'ha fatto ripensare a Bressanone, che m'ha fatto perdere di vista per un attimo il conto alla rovescia che mi divide dal 2 Agosto e dalla spiaggia. E' il modo di ricominciare; a Gubbio non ci andrò, ma il fatto d'averci pensato anche solo per una frazione di secondo, ha scosso qualcosa.
Sembra più lontano Temelin e il guardalinee, Mimmo Di Carlo ed Hector Cuper, Fabregas e il "game-set-match" del secondo turno sull'erba. E lo dico, mentre cerco di capire quando verranno compilati i gironi.

20/06/08

Il punto più basso, secondo contributo ad un dibattito aperto

di Lobanowski 3
Arrivammo a Massa in piena mattinata. Dopo essere partiti all’alba e dopo aver provato sulla propria pelle e sulle nostre maglie a polo quanto fosse lontano il confine tra la Liguria e la Toscana. E come fosse lunga ed interminabile l’autostrada.
La vittoria col Chieti, praticamente retrocesso dal turno dell’Epifania, aveva spianato al Foggia un’altra autostrada; quella che portava al casello della salvezza diretta. Unica condizione, non perdere a Massa, altra arrancante compagine praticamente rassegnata ai play-out.
La pendraiv con l’unica cuffia che funziona rimanda le note di Gwen Stefani e di Heartland degli U2. Decido di pensare a programmare le vacanze, visto che siamo alla penultima di campionato. Ma la pianificazione estiva naufraga, sopraffatta dal pensiero di Germania-Costa Rica il 9 giugno. I mondiali, il futuro, il prossimo obiettivo dopo la salvezza del Foggia.
Credo di aver pensato tanto, ma è solo finita Heartland e il cartello verde dell’autostrada dice impietoso Grottaminarda. Zarriello ha il portatile ma non la connessione ad internet... O meglio ce l’ha, ma per ora non si può usare. Servirà per trasmettere i pezzi del dopo partita. Firenze pare irraggiungibile e quando ci arrivi pensi di essere a Capo Nord. E’ la voglia che manca, alla fine stai andando a prendere solo la più anonima certezza d’esserti salvato.
C’è lo svincolo per La Spezia, poi si esce a Massa. Non c’è Carrara, non è come alle elementari quando ti facevano ripetere in maniera pappagallesca Firenze, Arezzo, Grosseto, Pisa, Pistoia, Lucca, Massacarrara. Eppure io la Carrarese sull’album Panini me la ricordo. E mi piaceva pure lo stemma. Città sonnecchiante di domenica mattina. Pioviggina, poi piove con maggiore decisione.
E trovare un ristorante nel centro di Massa risulta davvero difficile. Ne troviamo uno lussuoso, spocchioso e con certi vini scritti su una carta che sembra pergamena. Sarà contento l’editore di questa mazzata sul budget. Continua a piovere, mentre si raggiunge l’auto. Fa caldo, caldo umido.
Uno sbirro mi perquisisce all’entrata; devo aprire la borsa col mio portatile, mentre il fotografo che è accanto a me guarda ironico quel controllo, mentre ha tra le mani un trepiedi di ferro. Uno di quelli che ha fatto male, male davvero a Berlusconi in Piazza Navona la sera di Capodanno. Lo stadio di Massa ha due anelli. Uno inferiore, chiuso, col gabbiotto. Mi sistemo là, al piano di sopra si è praticamente in tribuna. Dove, sempre praticamente, non c’è quasi nessuno.
Le curve sono un paio di gradoni che abbracciano la pista di atletica. Ci sono tantissimi tifosi del Foggia. In netta minoranza i supporters bianconeri.
Ecco. Per me Massese-Foggia è il punto più basso. Non so neppure spiegare bene il perché. Immagino che sconfitte come quella di Nola, di Sant’Anastasia o Castrovillari siano state peggiori. Ma una partita così brutta come a Massa, io non l’ho mai vista. Si prende gol dopo neanche un minuto. E non si tira in porta mai. Ma proprio mai. E il bello è che non lo fa neppure la Massese. C’è gente che dà le spalle al campo, mentre la partita è solo una sequenza ininterrotta di rimesse laterali. Finisce con i tifosi del Foggia che rincorrono i giocatori. Si infilano nel sottopassaggio, sfuggendo al contatto fisico. Non volevano le maglie, volevano semplicemente sapere perché tutta quella strada in cambio di un simile scempio.

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