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13/04/17

Null'altro


Quando il Foggia salì in B Leonardo, mio padre, aveva la varicella.
Franco, mio zio, salì le scale di casa con una foga che imprimeva sconsiderata fretta ad ogni passo sui gradini. La varicella non era prevista. A quarant’anni non è mai prevista. Zio, da sempre entusiasta fino al rovesciamento del visibile, l’aveva interpretata come una punizione divina al cauto ottimismo di mio padre. Visitò il malato giusto il tempo di urlare, dalla porta della cameretta, che la Madonna l’aveva voluto. Poi si rifece le scale al contrario e tornò a farsi ingoiare dalla festa che ingoiava Foggia.
Quando, nove anni dopo, il Foggia retrocesse in C1, io non ero a Salerno. Non ricordo neppure più perché. In mezzo c’era stato Zeman, c’era stato Catuzzi, le quattro stagioni di serie A, la Uefa persa nello scontro diretto col Napoli. Bacchin. Di Canio sotto la Sud. C’erano state le stagioni della cadetteria percepita come declassamento. Anni di una disillusione cocente, ustionante, diffusa. Anni di ambizioni frustrate, di miraggi e disaffezioni. L’incantesimo spezzato tra una piazza asfissiante e la sua maglia rossonera. Quei tempi passati a ritenerci di passaggio che finivano per non finire più. Eravamo pochissimi a Benevento, la domenica delle Palme del 1995. Giocavamo in casa, formalmente. In campo neutro. Pochissimi erano anche i pescaresi, che in classifica volavano altissimi. Una telefonata a casa. Un sentimento di avulsa alterità rispetto ad una città che, inutile nasconderselo, si era offesa come una collegiale ed aveva voltato le spalle ai suoi ragazzi. Sette minuti di recupero lunghi come una rinascita. Vincemmo uno a zero, immeritatamente. E Burgnich si ripeté la settimana successiva, vincendo di misura a Brescia e vendicando uno 0-5 finito alle tre del mattino, con il faccia a faccia negli spogliatoi. Sabato di Pasqua. Come il prossimo. Come quello del 1989, quando Fabio Fratena uscì in barella dal “Pinto” di Caserta. Che i foggiani erano talmente tanti da spostare il settore ospiti. Ero in un locale che forse era un pub e che di sicuro oggi non esiste più. A via Ciampitti, accanto alla saletta di Savino e alla Pizzeria America. Non piansi. Prevalse l’incredulità per quella prova agonisticamente impeccabile quanto inutile di una Salernitana già promossa che voleva vederci sprofondati. Come i ricordi di un passato recente. Come Ciccio Baiano sotto la loro curva. È il calcio, mi ripetevo. La raggelante bellezza di uno sport impietoso ed ingiusto. Del resto, avevamo sciupato la salvezza la settimana prima, col Ravenna, allo “Zaccheria”. Vincevamo due a zero. Non piansi. E non lo feci neppure ad Ancona, nello spareggio play-out che ci affossò in C2. A noi. Che pensavamo che Marsala – raggiunta da una decina di eroi – fosse il letto dell’orrido. Le circolari dei martinesi in una mezza sera di lunedì. La neve col Brindisi. L’Andria che vince al 94’.

Questa settimana è una seduta di ipnosi. Un viaggio terrificante e cardiopatico, che salta battiti e pompa sangue alla rinfusa. All’indietro, random. Sembra impossibile. Che sia la stessa squadra. Quella che di lunedì andava a giocarsela a Sassari e quella che perdeva Baldini, che se ne andava a Mantova, mentre in maternità aspettavamo Antonio. Quella che ci portava a Venezia e quella di Roccotelli che batteva i calci d’angolo dalla destra della Nord. Quella di cui parlava nonno e quella che doveva fare la tournee in Cina, nell’estate del 1992. Quella che giocò in maglia verde al “Veneziani” di mercoledì, quella che battendo la Casertana fece un favore al Barletta, quella che schierava Petrescu alla conduzione di una trasmissione di Teleradioerre e quella che seguivamo in furgone. Quella del “Delle Alpi” e quella di Gualdo e Nardò. Le repliche di Telefoggia la domenica alle 21:30, il pellegrinaggio in via Gioberti quando venne giù la vecchia tribuna, la presentazione di Campilongo all’anfiteatro. Entrambi sostanzialmente declinabili al passato remoto. Questa settimana è un bilancio. È una constatazione che funge da avvertimento. Il Foggia ha macinato le nostre vite. E non c’è distanza che sia mai riuscita a metterci in salvo da questa sorta di astro perverso. Ora non stiamo più nella pelle. Ma se la pelle ci fosse ancora sarebbe dura e annerita dalla sovraesposizione alla luce fortissima e alle intemperie di questa stella folle. La stella del Sud, come recitava uno striscione in centro, ai tempi del Totip. Non c’è discontinuità, è questo che spaventa e toglie il fiato. Tra “all’attacco, brutti scimmioni” e la mentalità. Il Foggia è il nostro viaggio sentimentale. Null’altro, se si esclude la famiglia o gli occhi che portiamo in fronte, dura da tanto. Null’altro è più difficile da abbandonare. Null’altro sembra più scontato. Ce ne siamo resi conto il giorno in cui Samele vinceva in squadra il bronzo olimpico. Il giorno di quell’imprenditore foggiano che, da Milano, aveva salvato i rossoneri dall’inferno. Più ancora di Caraccio. A volte vorrei che il Foggia fosse uno di quei film alla “Big fish”, di quelli in cui i protagonisti sparpagliati sulla celluloide alla fine si incontrano tutti in un posto e si guardano e si conoscono da sempre. Il nostro Walhalla simile ad una celebrazione. La sforbiciata di Mounard a Cremona con il tuffo di Barbuti a Teramo, la rovesciata di Bozzi al “Ferraris” con Schio e Orati a Brindisi. Con Paolo List dal limite, al Barletta. Sotto l’incrocio. Con le banane in Sud. E Signori che dribbla Galli al “San Paolo” e corre sotto la Nord laziale, ammainando la stagione delle bandiere improbabili. Il tutto confuso, meraviglioso come un precipizio, come una scogliera battuta dai venti. C’è gente che quando canta “Il Foggia è tutto per me” non scherza affatto. Magari pecca di approssimazione, di ingenuità, ma il vero è dietro il velo delle parole. Perché non stiamo parlando di una squadra di calcio. Stiamo parlando della nostra storia collettiva. Del nostro essere comunità in una città che tale s’è sentita solo dinanzi alle sciagure. Oggi, a meno di quarantotto fottutissime ore dalla prima ordalia, la mia città non somiglia in nulla a quella di dieci mesi fa.  Non ci sono strade imbandierate, non ci sono festoni, tutti parlano di piedi per terra. Ma il fatto che non parlino d’altro dimostra quale fuoco provi a nascondersi sotto la cenere del tempo che non passa mai. Foggia, oggi, ripete che non abbiamo fatto ancora niente, ma è cautamente ottimista. Come Leonardo, prima di prendersi la varicella. E noialtri, entusiasti che ancora non scordano le lacrime di giugno, non possiamo fare altro che guardare fuori dalla finestra e tirare fuori un’idea che ci strappi all’immobilismo delle lancette. Tipo scrivere parole superflue, che suonino da ode e da preghiera laica. A quegli uomini che sabato dovranno scendere in campo sapendo cosa rappresentano. Per questa gente che solo quando li vede in campo si sente davvero una città.

Allora avanti, nel nome di tutto ciò che ci ha preceduti e lambiti. Di tutto ciò che è trascorso e, in virtù di questo, è al nostro fianco più del presente. Dell’urlo dei trentamila quando Bresciani sparò alle spalle di Peruzzi. E del silenzio sotto i portoni dei notai, fallimento dopo fallimento. Avanti, nel nome di quel che conta davvero, del nostro gioco di bambini che è diventato una faccenda dannatamente seria. Nel nome di chi ha amato quella maglia e di chi la amerà. Di chi non c’è e di chi non può. Avanti, cazzo, brutti scimmioni. Che Foggia è stanca di patire. 

15/06/16

Lode del cadere e del rialzarsi


Foggia è il terremoto del 1731. Nono grado Mercalli e duemila morti. “Devastante”. È nelle nove incursioni aeree della RAF, tra il maggio e il settembre del 1943. Nello scempio del centro, della stazione ferroviaria. Nelle ventiduemila vittime stimate. È nella voragine di Viale Giotto, nei 67 nomi sul bronzo. 
I superficiali, quelli che nelle città cercano gli arabeschi dei palazzi signorili, quelli che vanno a Firenze e si sorprendono pure di trovarla magnifica, potranno pensare che la mia è una città che va spesso in ginocchio. Io la vedo diversamente. Io ci vedo l’ostinazione a rialzarsi. 
Per capire Foggia bisogna prendere via Manzoni, costeggiare il percorso che fu delle mura sveve (abbattute dal più grande degli Svevi) e svoltare a destra, attraverso un vicolo apparentemente cieco. Seguire il labirinto di case basse e sbucare a Borgo Croci. Fino a piazza dell’Olmo. Ritrovarsi, senza essersene resi conto, nel cuore di un paese senza similitudini con la città. In questa zona, la domenica, mangiano carne di cavallo. Dall’altra parte, nella Foggia urbanizzata, gonfiata dall’emigrazione interna, della carne di cavallo non vogliono neppure sentir parlare. L’anima di pianura e quella collinare di una comunità che venera una madonna che nessuno ha mai visto in volto e annovera come monumento un palazzo che non c’è. Il Palazzo di Federico, l’antica sede imperiale, svanito nel nulla. Al pari di una leggenda. 
Quando una Salernitana già arci-promossa ci spedì in C1 – e fece bene, perché noi avremmo fatto lo stesso con loro – non c’erano ancora stati i Mondiali di Francia. Molti bambini nati in quell’estate stanno per diventare maggiorenni. Avranno uno smartphone, useranno whatsapp e il calcio lo seguiranno su Sky. Il pub in cui commentavamo quelle partite non esiste più. I giardini, dove migliaia di ragazzi trascorrevano le loro serate, si sono spopolati. E la piazza della Cattedrale, un tempo off-limits, oggi scimmiotta la movida dei posti qualsiasi. 
Foggia, da allora, ha perso tutti i play-off che ha giocato. 
E no, non è un errore. Perché il Foggia non è soltanto la squadra di questa città. È la quintessenza dell’appartenenza e dell’identità di questo posto in cui si passa, distrattamente, solo per scendere da un treno e saltare su un altro. Nella primavera del 1999, lo spareggio del “Conero” ci spalancò le porte della C2. E per due volte – la prima con Acireale, la seconda col Paternò di Pasquale Marino – i play-off ci furono fatali. Nel 2007 la pugnalata arrivò al “Te Deum”, sotto forma di una botta al volo da fuori di una meteora con la maglia dell’Avellino. Eravamo al recupero. Eravamo in superiorità numerica. Regalammo la B al “Partenio”. L’anno successivo e quello dopo, salutammo i play-off in semifinale. A Cremona e a Benevento. Cinque volte in dieci anni. Senza aver mai subito un gol in più dell’avversario. Potenza del miglior piazzamento. 

Quest’anno siamo la migliore seconda della Lega Pro. In assoluto. Ma per una volta non vale la regola della meglio classificata. Presagi. Temiamo il Lecce, lo vorremmo in finale. Lo battiamo prima, due volte. In finale c’è il Pisa, c’è Gattuso. Seduti in cerchio a due passi dal mercato, in un fresco preserata di Peroni e vodka lituana, proviamo a spiegarci, a chiarirci, a disegnare quel che ci aspetta: “Non sarà facile. Il Pisa è una Paganese più forte”. Per intenderci. E noi con la Paganese non abbiamo vinto, quest’anno. Presagi. I nostri rossoneri, i rossoneri di De Zerbi, soffrono queste squadre. Quelle che sanno arroccarsi, che difendono la fortezza, che sfruttano gli sbagli altrui e puniscono. Quelle che mi piacciono, alla resa dei conti. I nostri sono degli intellettuali del pallone. Fraseggiano. Io ero sufficientemente adolescente con Zeman da capire che tra giocare bene e vincere c’è una differenza sostanziale. E dovendo scegliere, personalmente, giocherei male. Ma questa è sempre stata una piazza di sperimentatori. È la croce che ci siamo presi. E che dobbiamo portare. In fondo, ci diciamo, siamo superiori al Pisa. A stringere, siamo superiori a tutti. E questo, inconfessato, è quello che mi preoccupa. 
Sul 2-2 all’Arena Garibaldi, un 2-2 strappato in rimonta dopo un inizio raggelante, Iemmello – il nostro attaccante, già 36 gol in stagione – punta un paio di difensori, li disorienta, guadagna uno spazio, un’intercapedine; li infila, passa, è dinanzi al portiere. Dinanzi alla tv cui siamo costretti, saremo più di settanta persone. Tratteniamo il fiato all’unisono, pronti ad esplodere. Iemmello calcia. Il loro portiere è bravo a non cadere. Para. Con qualcosa di umano tra il guantone, il braccio destro, la spalla, il mento. Una manciata di secondi dopo siamo in difesa. Palla al piede. Si va di lancio lungo a scavalcare il centrocampo. Si becca in pieno un neroazzurro. Qualcosa di umano tra l’orecchio, il collo, la corteccia cerebrale. La palla si impantana nella zona di nessuno. I pisani sono più lesti. In un attimo vediamo il tiro, il tuffo disperato del nostro estremo, il pubblico schizzare in piedi. È il calcio, si dice sempre. E nel rumore delle sedie di plastica che volano e si schiantano al suolo, di pugni alle pareti, di bestemmie poderose, riesco persino a sentire un idiota che ripete, dalla televisione, la storia del “gol sbagliato, gol subito”. È il calcio. La nostra diagnosi manicomiale. Prima della fine, c’è tempo per il quarto gol del Pisa. E per il quinto fallito. Notevole bagno d’umiltà. La congregazione di speranzosi, arroganti, fieri compagni d’attesa e di sofferenza, saldatasi attorno alla certezza di far festa al novantesimo, si disperde in rivoli di dolore individuale. Così funzionano gli uomini. Quando piangono, piangono da soli. 
Il ritorno allo “Zaccheria” è un fantasioso parto della nostra fervida immaginazione.
“Ce la facciamo”, ci ripetiamo, “ce la facciamo”. E riprendiamo colore. E una certa sicurezza. 
Oltre quella patina, i soliloqui con la sorte. Non ci è mai andata bene, ai play-off, cosa c’è di diverso quest’anno? Cosa dovrebbe esserci? Il ritorno, da noi, è attesa. Un’attesa lunga e moribonda, un pre-partita di emozione trattenuta, di fretta consapevole, di ansia autolesionista. Finirà. Salutiamo chi va allo stadio. Restiamo con chi va in Questura. L’attesa. Nei video che imperversano sul web, di quelli che ti forzano la lacrima; nella musica leggera che tenta di stemperare le passioni forti per cui ci si batte; nelle infinite bottiglie sfilate dal frigo; nel caldo che diventa afa e fa temere la pioggia. Il cielo è nero come quello dei Bluvertigo. L’attesa. 
La palla al centro è nostra. Il primo fraseggio è nostro. Il Pisa è un monoblocco coordinato. Centrocampisti e difensori si muovono simultaneamente, a destra quando andiamo a destra, a sinistra quando anche noi facciamo così. Il groppo in gola mi dice che non ce la faremo mai. Il cuore mi comunica che è dello stesso avviso. Cazzo. Ho atteso per piangere da solo. Ho atteso il rigore, senza manco guardarlo. La sorte, meretrice da quattro soldi, che ti beffa – dopo una partita passata a cercare uno sbaglio, uno spiraglio – con un penalty a due dalla fine.  
Siamo i figli della più dimenticata tra le popolazioni guerriere della Magna Grecia, figli della città che nessuno visita mai di proposito, umorali e bipolari come slavi. Dev’essere per via di quel braccio di mare che ci divide dall’Illiria degli avi. O boh. Fatto sta che da ste parti Giulianova, Porto San Giorgio, persino Senigallia, sembrano più vicini di Caserta. La nostra storia è storia di passioni che bruciano nell’indifferenza; nel disinteresse di quel mondo “fiorentino” in cui solo ciò che brilla di bellezza assoluta merita attenzione. Ora siamo a pezzi. Come tante volte nella nostra storia. Eppure Foggia è riuscita a diventare una città moderna dalle rovine della guerra. Foggia si rialza, signori. Lo sta già facendo. La quotano alta. Andate a scommetterci.  

07/03/16

Il pullman, la contestazione e la città divisa

Una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio.
Altrimenti saremmo dei folli. Colpevoli di un’idiozia colossale, di una svista irresponsabile.
A quelli che parlano di ventidue ragazzi in mutande che inseguono un pallone; a quelli che dicono: “Il Parlamento dovreste assaltare!”, daremmo ragione.
Provate a farvi un giro per Foggia, oggi. Lunedì 7 marzo 2016.
Andate in edicola, dal macellaio, al minimarket. Passeggiate a piazza Italia, lungo corso Roma, a corso Cairoli. Pesate gli sguardi. Ascoltate il tono delle frasi. Decriptatele. O rispondete a quel che vi viene chiesto, in un sussurro cospiratorio che è tutto dire.
Una squadra di calcio è una sommatoria di aspirazioni. Di sogni, di ideali, di prospettive di rinascita. Lo dicono tutti: Foggia era una città magnifica, quando il Foggia era in A.
Io la serie A me la ricordo bene. E bene ricordo quella città. Non posso che rispondere che sì, è verissimo. La mia città era – e nei miei ricordi è ancora – luminosa e piena di vita.
Un giocatore che viene dal Varesotto, un ventenne di Mantova, non può saperlo. Viene qui, indossa quella casacca, si allena, magari svogliatamente. La sera esce, si diverte. È un ventenne, del resto. Non ha colpe dirette del cumulo di aspirazioni che gli abbiamo riversato addosso, senza aggiungerlo tra le clausole del contratto. Non è stato avvertito. Non ha colpe dirette di questa smania, di questo desiderio frustrato, di questo continuo essere ad un passo dal minore dei sogni. E vederlo sempre sfumare.
La squadra che amo retrocesse in serie B in un pomeriggio di primavera del 1998.
Lo considerammo un trauma di passaggio. Una stagione, non di più, poi avremmo rivisto la cadetteria. In curva si urlava di non rispondere a nessun coro offensivo delle tifoserie ospiti, a meno che non fossero rivali storici. Il resto, a Foggia, cercava gloria. Era chiaro. Erano tifoserie di C1. Non meritavano la nostra attenzione.
Non solo non salimmo. Ma l’anno successivo eravamo in C2.
Da allora, soffochiamo. Abbiamo visto diversi curatori fallimentari, saltimbanchi ed imbonitori, truffatori e faccendieri. Abbiamo perso tutti i play-off possibili. Vinto un play-out da psicodramma. Abbiamo sopportato la D. E, peggio ancora, le illusioni.
Quando tornò la Triade della Belle epoque, la mia città fu percorsa da un brivido elettrico. L’entusiasmo era un fiume che travolgeva gli argini.
Perché una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio. È la rappresentazione plastica della volontà di riscatto di un’intera comunità. Che sostiene, paga, viaggia. Perché quello è il proprio, fondamentale, ruolo nell’ascesa.
Si sogna, tutti assieme. Stretti a quella maglia. Perché, come dicono quelli che tutto tramutano in vil denaro, una squadra promossa può diventare un formidabile volano per l’economia locale.
Noi, alfieri di una passione, antieconomici per eccellenza, ai soldi non abbiamo mai saputo badare. E l’unico volano che poteva attirare la nostra attenzione era, ed è, quello dell’entusiasmo. Dell’innamoramento che diventa più di quel che già è, che si alimenta del fermento pre-partita, dei dibattiti accalorati nei bar, dell’attesa spasmodica di uno scontro decisivo.
Qui, come ovunque, la sconfitta in un derby toglie la voglia di fare. Anche quando si è commessi in un minimarket o si gestisce un’edicola.
Quarantotto ore fa, al fischio finale della partita di Andria, alla conclamata dichiarazione di fallimento, quel che abbiamo provato – prima ancora della rabbia – è stato il dolore. Un dolore irrispettoso, certo, di chi soffre sul serio. Ma dolore comunque. Una delusione cocente, di stomaco. Uno svuotamento come di catastrofe.
Esagerato, certo. Ma le passioni sono sempre esagerate.
E non c’entra lo spogliatoio che tutti sappiamo spaccato, gli egoismi delle nostre prime donne, lo scarso impegno in campo rapportato all’argento vivo fuori, la presunzione, l’arroganza, la supponenza dei nostri interpreti. Non c’entrano i populismi sui guadagni stratosferici per giocare a pallone, che fanno dello “Zaccheria” il villaggio vacanze in un mare di realtà. Volendo, non c’entrano neppure le misticheggianti favole ultras sulla maglia da sudare, l’impegno, al di là del risultato.
La rabbia che ha seguito la delusione – e per molti il pianto – è una radiografia di questa città. Del suo amor tradito. Del suo essere stata nuovamente abbandonata da gente che aveva garantito rispetto e fedeltà.
Quarantotto ore fa, all’arrivo della squadra, dinanzi alla tribuna dello “Zaccheria”, non c’erano solo gli Ultras. Quei fantomatici vendicatori a comando, quelli ai quali delegare le contestazioni, quelli da istigare quando fa comodo. C’erano decine e decine di persone. Arrabbiate. Perché deluse. Perché tradite. Il pullman s’è fatto largo a fatica. Volevamo vedere le facce. Le facce da selfie sempre pronte a mostrarsi per godersi i trionfi. Quelle onnipresenti quando tutto fila liscio. Noi siamo gli stessi che accogliemmo la squadra in 3mila alle 3 di notte, dopo la vittoria di Bari. Coppa Italia. Secondo turno. Volevamo vedere chi ci avrebbe messo la faccia anche dopo una disfatta. Lo volevano tutti. Non solo gli Ultras. Quelli che si prendono le colpe, quelli che hanno il coraggio di rappresentare l’anima nera di una città che si finge candida e condanna, quella che resta in disparte e s’indigna, dopo aver goduto. Come certe catechiste. Come tutti gli ipocriti.
Oggi Foggia è una città divisa. Lo si avverte.
Finita nel tritacarne della carta stampata, delle pagine web, dei social, della tv.
Dell’assalto al pullman della squadra, della violenza selvaggia, hanno parlato tutti. Il Corriere e Radio Norba, la Domenica sportiva e Tommasi. Mille persone, fitta sassaiola, spranghe, bastoni, cinghie. La Gazzetta, meneghina per definizione, ha finanche parlato di giocatori derubati dei propri portafogli. Un tocco di colore inevitabile, quando si parla di terroni.
Io potrei dirvi che non è andata così. Ma anche stavolta, servirebbe a poco.
Quel che mi preme sullo sterno, in realtà, è altro. È osservare i miei concittadini adeguarsi. Da colonizzati, schiacciarsi sul giudizio inappellabile che altri hanno sanzionato. Mortificarsi, scusarsi quasi, di colpe non proprie. Di episodi mai avvenuti. Esistiti nella fantasia di sciacalli assetati di glorie effimere. La contestazione ci stava, ci stava tutta. Ma, come ai tempi del “terrorismo”, si teme anche di dirlo. Per non finire nel novero dei fiancheggiatori, di quelli che rovinano un’intera città. Ora, con calma olimpica, guarderemo le teste cadere. Quelle vuote degli Ultras, magari. E una comunità applaudire soddisfatta, sollevata, come quando in piazza il popolo guardava ghigliottinare i propri figli. Nel nome di un potere che aveva sempre sede altrove. E che poteva spingerci al più devastante degli odi: quello contro noi stessi.










22/12/14

La versione della strada


Della celere ricordo le facce. Le espressioni tirate, i lineamenti deformati, gli occhi. C’era la squadra sotto il settore. A prendersi l’applauso, nonostante tutto. Il rumore sordo dei manganelli. Gli scudi. Una selva di colpi. Stanno entrando, ci siamo detti. Senza dire niente. Stanno entrando in curva. Inaudito. Inammissibile. In curva non si entra, è legge non scritta. Consuetudine acclarata. Da sempre. E noi, in questo angolo, siamo stipati come su un bastimento che va alle Americhe. In migliaia. Non regge la questione dell’ordine pubblico. I barlettani sono dall’altra parte, distanti da noi quattro barriere di vetro. E la curva stessa è strutturata in maniera tale da eliminare qualsiasi possibilità di contatto con gli ospiti. Carabinieri, Finanza e polizia, in curva ci sono sempre stati. Giù, nello spazio che divide i cancelli d’ingresso dai gradoni veri e propri. Nulla di anomalo. Oggi, poi, sono tanti, tantissimi. Sei blindati hanno scortato i tesserati da Barletta a qui. Altri cento uomini delle forze dell’ordine erano disseminati lungo il percorso cittadino dei pullman e attorno allo “Zaccheria”. In cielo, un elicottero. Impossibile arrivare allo scontro. Inutile mostrare i muscoli. Eppure ce l’hanno detto, all’ingresso: “All’uscita vi sfondiamo!”. Una promessa solenne. Che ci tenevano a mantenere. Senza il minimo riguardo per le conseguenze. La squadra sotto il settore ci fissa. Fissa quella scena. Il boccaporto intasato dai caschi blu. Calano dall’alto, come un conato di vomito. Le facce, dicevo. Hanno il sangue agli occhi. Sono inferociti. Non stanno mantenendo l’ordine. Si stanno vendicando. Un ragazzo molto giovane gli volta le spalle, alza le mani, chiede di poter andare via. Vorrebbe dire che non c’entra. Che è finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sento la paura nella sua voce. Lo colpiscono alla schiena. Lui si protegge la testa. Lo abbattono. È preso in mezzo. Perché adesso ci siamo anche noi da quella parte. Noi, guerrieri ingenui, tanto eroici quanto sciocchi nel voler difendere tutti. Tutti quelli che vengono in Nord. Da queste bestie. Sento le voci attorno a me. “Non abbiamo niente! Non abbiamo niente, cazzo!”. E allora si va a mani nude. Non devono entrare in curva. In tre schiacciano M. alla vetrata. Lo colpiscono ripetutamente. Al capo, sulle spalle, sul collo. Lui continua a rispondere. Finché non viene sottratto alla furia. E chi lo porta in salvo la paga. Volano colpi alla testa. Occhi negli occhi con la feccia in divisa. È odio quel che leggo. E spero che lui legga lo stesso. Fanno male le mani. Ma la Nord si difende. A costo di spaccarsi le nocche sui caschi. Non devono entrare. Ma ormai ci sono quasi. Stanno violando la nostra casa. Mentre migliaia di persone si accalcano. Una sull’altra, in un’onda simile all’impetuosa risacca. Ero bambino quando mi raccontarono dell’Heysel. La gente nel panico, nei luoghi affollati, non è mai un buon presagio. Qualcuno grida che bisogna calmarsi, calmarsi. Ma le merde entrano. Due metri, non di più. Il corpo a corpo è esteso su tutta la linea. Colpiscono freddamente, questi. Alla faccia. Stringendo i denti in un ghigno rabbioso. Urlando insulti. In barese, in napoletano. “Carica! Carica! Carica!”, grida il loro comandante. Ancora e con foga. Poi parte il lacrimogeno. Sulle persone che si accalcano. Sulle persone che cercano salvezza dall’altra parte. Un lacrimogeno. Sui bambini. Merde, merde e ancora merde. Feccia dell’umanità. Non si respira, si tossisce. Qualcuno si affaccia alla balaustra. Vedo la pezza del mio gruppo. Devo superare il blocco della trachea e uscire presto dalla nuvola tossica, se non voglio trovarmeli addosso. Sento le urla. Urla maschili ed urla femminili. E vedo un bambino vomitare anche l’anima. Penso a me alla sua età. Penso che non è giusto, che sono cresciuto in questo stadio. E che probabilmente questo bambino non ci tornerà più. Li odio. Di un odio autentico. Ormai sono dentro. La digos prova a trattare. Si schierano lungo la vetrata laterale. Quella che, anche da sola, sarebbe bastata ad impedire il contatto con i barlettani. Ovunque gente dagli occhi rossi. Ovunque gente che sputa. Quelli continuano a manganellare. Sento lo stomaco che mi esplode. Brucio rabbia come combustibile.

Un ragazzo sbuca dal buio: “Se facciamo il giro da quella parte, li prendiamo!”. La risposta arriva dopo un attimo di intorpidimento del pensiero. Ed è un’altra domanda: “A chi?”. “Come a chi? Ai barlettani?”. I barlettani? Ma nessuno ci pensa più, ai barlettani! Davanti alla tribuna, in fondo a viale Ofanto, lungo il muraglione del D’Avanzo, l’aria è bianca. I vestiti si impregnano. Lacrimogeni, sparati di continuo, a rosone, senza badare a fare economia. La mia città è qui. E, se non fosse per l’adrenalina, ne uscirei commosso. Le cariche della celere allo stadio hanno una vita propria. Non è come ad un corteo di cassintegrati. Lo scontro con gli avversari, il tentativo di raggiungerli, al netto di qualche esagerazione, è sempre una danza mistica, una messinscena seria. Quando le forze dell’ordine caricano, di solito, la reazione della gente è di gran lunga non commisurata all’azione posta in essere. La fuga, in altre parole, è più probabile del contrattacco. Ma stavolta non solo non è così. Stavolta è Foggia a caricare. Per un’ora. Per un’ora e mezzo. I giornalisti, possono berciare versioni di comodo. Parlare di rabbia ultras per una sconfitta nel derby. O di polizia tirata in mezzo dalla follia di chi cerca di raggiungere gli odiati cugini. I politici o gli aspiranti opinion leader, coi loro ghost writers, possono vergare anatemi contro la violenza dei teppisti da stadio. E solidarizzare coi i tutori feriti che, a notte, ancora si facevano i selfie davanti alla questura. La verità della strada, come sempre, è altra. Un manipolo di esaltati in divisa ha attaccato una curva intenta a smaltire la famosa sconfitta in un abbraccio simbolico ai propri calciatori. Ha acceso la miccia mai sopita dell’odio. Dell’odio autentico. Senza quello, la gente – ultras e non – sarebbe tornata alle proprie faccende dopo aver ammesso che era impossibile raggiungere i rivali e fargli i rituali complimenti per la vittoria sul campo. Invece, le cariche e le controcariche che si sono protratte per un tempo indefinibilmente lungo, hanno dimostrato – a chi sa e vuole leggere la realtà – che tanta gente era disposta al daspo, all’arresto, e alle botte, pur di dimostrare che nessuna azione, sull’asfalto, rimane impunita. Che l’asfalto non è un’aula di tribunale. Impuniti non rimarranno quei ragazzi, che la faccia ce la mettono sempre. E che pagano. Impunito rimarrà chi ha dato l’ordine osceno di caricare un settore di duemila persone schiacciate come sardine; chi ha sparato sui bambini; chi ha rotto teste con una determinazione degna di migliore causa. Ma è così che va il mondo, da queste parti. Non ci resta che accettare. Che tre ragazzi dovranno pagarsi le spese legali dopo un rastrellamento all’interno dell’ospedale, dove si erano rifugiati per sfuggire agli scontri. Che un quarto riceverà la diffida, dopo essere stato catturato mentre guidava il fratello nella manovra che l’avrebbe portato fuori dal parcheggio, in quella nebbia urticante. Che Gianluca si curi da solo le ferite causate dal pestaggio subito nei blindati. Che Gianni e Alessandro subiscano, dopo due notti di cella, domattina il processo per direttissima. Noi paghiamo sempre. Ma la strada sa come sono andate le cose. Anche se nessun tribunale è disposto ad ascoltarne la versione.  

09/03/14

Il bilancio dell’insoddisfazione



Domenica 9 marzo 2014, Foggia

Appuntamento alle 13 a Piazza San Francesco. Ho lo zaino con i guanti e le anti-infortunistiche. Un’ora, poco più, di viaggio. E, ritardo compreso, sarò al Pala Florio prima delle 15. Ora d’inizio dei lavori. Gli altri saranno con me. È venerdì. Claudio Baglioni si esibirà domani e domenica. Il Foggia andrà a Gavorrano. Io non ci sarò. È un discorso economico, chiaro. La precarietà circonda i progetti come i Russi Sebastopoli. Bisogna sacrificarsi. Anche se l’impressione è quella di non aver mai fatto altro nella vita. Ma in realtà, molto ha contribuito – nel bilancio dell’insoddisfazione – anche l’inutile traversata di Ischia. Una visione dilatata del tempo, ampliata dal movimento delle onde, nel mio ricordo parziale. Sono le 11. Devo ancora scendere a fare la spesa per stasera e passare da un cliente con la mia scorta di libri speranzosi d’avere un acquirente. Posso farcela, se mi sbrigo a scendere. Il cellulare sotto carica. Una chiamata persa. E, in diretta, tra le mie mani, un messaggio. Baglioni ha annullato il concerto. Forse l’ha solo rinviato. Non è specificato. Di sicuro, oggi non si lavora. Non più. E, di conseguenza, neppure domenica sera. Quel senso di inusitata, autolesionistica felicità che scaturisce da un dovere che salta ingaggia una mezza rissa con l’insperata apertura di uno spiraglio. Che porta il nome di questo paese trenta chilometri a Nord di Grosseto. Gavorrano. Abbiamo noleggiato le macchine e le abbiamo riempite. È già tutto deciso. L’orario di partenza, i nomi e cognomi delle persone che s’incammineranno per l’ennesimo pellegrinaggio espiatorio della stagione. Non c’è margine per rimettere tutto in discussione a meno di 48 ore dalla partenza. Quindi, meglio non mettersi strane idee in mente. Svuotare lo zaino e passare oltre. E l’idea di rimanere a casa la domenica pomeriggio, col Foggia impegnato altrove, assume i contorni di una concretezza ambivalente. Io, bipolare, penso al mio gruppo. Ma poi mi risale l’alta marea del braccio di mare tra Procida e Casamicciola. E la nausea cancella i rimpianti. Così sarà.

Anche perché è inutile che lo nasconda a me stesso. Di Poggibonsi, di Aprilia, persino di Santa Croce, mi è piaciuto rivedere gli emigranti. Il resto della Ciurma dislocato tra l’Emilia e il Lazio. Di questa stagione, ricordo l’adrenalina del furgone per Lecce, l’alcolismo consapevole e suicida di Cosenza, la tensione nel ventre del traghetto a Messina. Poco altro. Degli ultimi cinque anni, con emozione ed amore, alcuni bar. Alcune notti. E i soliti volti. Ma devo risalire a quando in trasferta ci andavamo tutti, sapendo di entrare, per avvertire la pelle accapponarsi per un coro. Per un gol. Domenica un paio di auto si divoreranno altre 6 ore di asfalto. E altrettante a tornare. Senza alcuna garanzia. Io non ci sarò. Chiamerò gli altri per sapere come sta andando, certo. E fuori dal covo, dove in tre guarderemo il Foggia perdere 1-0 contro l’ultima in classifica, quella luce inutile che è propria del periodo che va dalla fine del Festival di Sanremo alle Giornate di Primavera del FAI, mi comunicherà per intero la tristezza. La tristezza delle cose che si perdono. La frustrazione di ciò che era bello e non ritorna. La rabbia della frenesia del fare che tramonta nell’impotenza del non poter fare. O del non aver nulla di meglio, da fare, che tornare a casa e scrivere di questa inutile luce di inizio marzo.

Buon rientro, ragazzi.

25/02/14

Soundtrack



Domenica 23 Febbraio 2014, Ischia-Foggia 1-0

C’è sempre un altro modo per raccontare gli eventi. Un altro registro.
Le immagini di uno spaventoso incidente di un gatto delle nevi possono finire indifferentemente su Real tv o su Paperissima, senza alcuna modifica sostanziale. Basta cambiare il jingle in sottofondo.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza. Immagini. Nient’altro che questo. Che rendono diversamente in base alla musica che si sceglie per montarle. Così, ormai ben saldo alla terraferma, passo in rassegna i cd, allineati nel cassettone a scomparsa della mia mente. Di sicuro non Zimmer. Né tanto meno Kilar. Il tema del Benny Hill’s show, tutt’al più. E che nessuno si senta offeso. Non è mia intenzione sminuire il sacro idolo dei Chilometri. Ma ho bisogno di sposare un’altra prospettiva. Giacché fingere d’essersi divertiti è il tributo minimo che penso si debba pagare alla malandata passione.
Questo sono io. Mi guardo nel pezzo di specchio usurato sospeso sul lavandino lercio. L’aliscafo è polveroso. Il sapone è stitico. Ho una faccia preoccupante. Gli occhi gonfi sono feritoie di torre nelle rughe della facciata. Tra meno di un’ora saremo al Molo Beverello. Per intraprendere l’ultima parte del percorso a ritroso. Mi asciugo il mento, sento la barba ispida, i baffi. Non stacco gli occhi dallo specchio. Sono di un’altra generazione, penso. Ma la considerazione scivola lungo le arterie senza vittimismi. Non è uno spot sugli acciacchi dell’età. Non è una Pubblicità progresso. Anzi. Ho due ore di sonno – quel lasso di tempo che va dalle 3 alle 5 di un giorno che ha smarrito la propria collocazione sul calendario, anche se dovrebbe essere ieri – non ho mangiato, non ho bevuto che un paio di Peroni. Ma non avverto alcuna stanchezza fisica. Sono ben altre le stanchezze che mi fissano dallo stomaco. Che implorano soluzioni che non ho.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza.
Ve l’ho già raccontata quella di Barletta? Quella volta in Coppa Italia? Giocavamo contro la Fidelis Andria, in campo neutro. Epica allo stato puro. Avevo diciannove anni. Non sapevo cosa fosse un Casual e nessuno sapeva cosa fosse un social network. La prima trasferta l’avevo fatta quattro anni prima. Avevo così tanta voglia di essere un Ultrà che se mi avessero proposto di andare a lavare a terra settimanalmente la sede del Regime di Via della Repubblica, avrei recepito l’incarico come un inglese recepisce il titolo di Baronetto. Così tanta voglia di appartenere, da scappare di casa per andare a Napoli. Così tanta da accettare di non avere voce in capitolo. Perché, a quei tempi, questo era un mondo gerarchico e meritocratico. Non parlavano tutti. Il diritto di parola si acquisiva coi gesti. A Barletta, nell’agosto del 1996, dilagammo nel piazzale della stazione. Nella loro città. Il giorno dopo, uno dei “grandi” chiese il mio parere su una faccenda di nessun interesse. Ed io sentii le gambe cedere dall’emozione d’essere stato interpellato. Sono di un’altra generazione, penso. Mentre lo specchio segue il movimento costante delle onde. È stata una lunga giornata. E non è successo niente. Niente di più di quanto succede normalmente a questo mondo nel 2014.  

20/01/14

Il potere del disinteresse



Domenica 19 Gennaio 2014, Vigor Lamezia-Foggia 0-1

La florida signora ha una sciarpa in tartan a coprirle il collo e una faccia distesa. Quando incrocio il suo sguardo, alza le braccia e mi mostra i palmi. Come si fa in chiesa quando si recita il Padre nostro. O allo stadio prima di Noi non siamo napoletani. Intima di non chiederle niente. Lei non c’entra, non è responsabile dell’ordine pubblico. Eppure un poliziotto in divisa le tiene aperto l’ombrello sul capo scoperto, e la segue passo dopo passo. Faccio capire – allargando le braccia a mia volta – che non intendevo aprire un dibattito, una tavola rotonda o qualcosa di simile. A quel punto faccio l’errore di guardare l’uomo in divisa. Che mi spiazza con una domanda innocente. “Perché non potete entrare?”. Attimi di silenzio. “Perché non abbiamo la Tessera”. Sento che sta per farlo. Avverto il rumore del suo sistema operativo centrale in rielaborazione. Lo fa. Mi rivolge la domanda da un milione di euro. “E perché non ve la fate?”. La signora annuisce, come se fosse stata preceduta. Nelle intenzioni, anche lei voleva chiedermelo. Nei gruppi di studio politici, una delle prime cose che ti insegnano è di non discutere mai coi poliziotti. Un vago ricordo di quei tempi di apprendistato mi attraversa la mente, come un fulmine in una torbiera. Ma sono epoche sepolte. Quindi rispondo. Perché è sbagliata, perché questo modo di intendere il calcio sta svuotando gli stadi, perché la pay-tv, il calcio di un tempo e bla, bla. Quello, alla fine, annuisce. Disinteressatissimo. Poi si volta, mi fissa e mi dice che, comunque, abbiamo fatto due chiacchiere accademiche. Che tanto non dipende da lui. Che non è il responsabile. Mi verrebbe di rispondergli che non l’ho mai sospettato. Ma alzo le spalle anch’io. Un confronto di specchi. Con l’indifferenza in posa egocentrica, nel mezzo. Credo di sapere chi sia il responsabile. Quel tipo che ha tirato la testa fuori dal finestrino abbassato e ci ha chiesto: “Foggia?”, quando i due furgoni si sono arenati davanti all’evidenza di uno stadio che non riuscivamo a vedere. Per quanto ci fossimo davanti. Quello col cappuccio che mi ha gridato, a metà tra l’allarmato e l’autoritario: “Dove vai?” mentre mi avvicinavo al muretto del settore ospiti per fotografare il nobile striscione dei ragazzi di Lamezia. Solidali con il lutto delle famiglie e degli amici delle giovani vite perdute la settimana scorsa, in un incidente stradale. Quello che adesso, dopo la foto di rito – quella di spalle – e gli altrettanto rituali cori per la curva e contro la Tessera, torna col telefono in mano per ribadire che non c’è niente da fare. Siamo arrivati con mezz’ora d’anticipo, stavolta. “Ma è mai possibile? Non ci sono screzi con i rivali, non ci sono problemi tra i gruppi…”. Quello alza gli occhi al cielo. Ok, capiamo al volo l’antifona: neppure lui è il responsabile. Che caricatura di Paese! Dalle bollette della Telecom alla Tarsu, dall’Imu agli stadi blindati, non si riesce mai a capire di chi sia la responsabilità! È la solita scusa del fatalismo che pervade gli umori del nostro spirito mediterraneo. Un vascone in cui nuotano pesci che eseguono soltanto gli ordini, l’Italia. Direttive inflessibili e mute dettate da un funzionario che non si vede, non c’è e che probabilmente non esiste. Il Dio dei cattolici. Va bene, al solito. Allo stadio non si va, non facciamo capricci. Abbiamo percorso più di 400 chilometri filati. Magari una birra, al riparo di un bel bar in centro, o un caffè in tranquillità, ce lo meritiamo pure. Prima di ricongiungerci alla strada del ritorno. Quel che mi sembrava il responsabile dell’ordine pubblico, mi tocca una spalla. Come un maestro deamicisiano – o un pastore transumante – mi invita a raggiungere rapidamente i mezzi. Mi fermo. Niente stadio, niente capricci, si è detto. E sia. Ma questo esula dalla pur assurda sfera dei divieti. Gli faccio presente che non ho più alcuna intenzione di valicare quella zona militare sorvegliata dove ventidue ragazzi danno calci ad un pallone. Conosco la pericolosità della pretesa che mi ero arrogato di fare e mi piego di buon grado all’interesse in materia di difesa dello Stato. Ma ora non sono più un foggiano in trasferta. Sono un cittadino italiano sul suolo italiano. E vado dove voglio. Quello mi risponde che no, non è così. Che devo raggiungere gli altri e accelerare, con gli altri, le procedure d’espulsione forzata. Gli chiedo se pensa che il mio sostare o il nostro girovagare dipendano da una sua concessione, piuttosto che da un diritto. Risponde che comanda lui e tanto deve bastarmi, come spiegazione. Discussione accademica, certo. Ma assai significativa della mentalità dei tutori. Arrivano i ragazzi di Lamezia. Li ringraziamo e stringiamo loro le mani. Poi gli chiediamo dove poter vedere la partita, lontani dallo stadio. In fondo, il campo sportivo è in piano e attorno ci sono diverse collinette. Il responsabile non-responsabile si intromette. Dice che non andiamo proprio da nessuna parte. Che loro adesso ci accompagneranno in autostrada. Facciamo presente che non vogliamo essere scortati e che – da questo momento – siamo turisti in libera uscita. Quello insiste. E ordina una camionetta come si ordina una capricciosa. La vuole piena. Con molti funghi. Non ci siamo proprio capiti. Non si capisce, non si vuole capire, il limite tra un divieto e l’abuso. Perché le due cose, nel frullato mentale poliziesco, sono le due facce della medesima medaglia. Chiedo di mostrarmi la fonte della sua interpretazione estensiva della legge. Consapevole di essere volutamente stronzo e presuntuosamente legalitario. Ma tant’è, non mi piace la sua faccia. E a quello non piace il mio “atteggiamento”. Dice proprio così. E mi propone di seguirlo in centrale. Io sono ben disposto e glielo dico. Altri si intromettono. E in meno di un minuto, un bel corteo di volanti apre e chiude il convoglio di pericolosi non tesserati. Che, per il bene della nazione, anche stasera sono stati respinti. Grazie alla solerte polizia italiana, non ci sarà violenza in questo stadio, oggi. Ci voltiamo e salutiamo con la mano i ragazzi di Lamezia. Che ci rispondono alla stessa maniera.

06/01/14

Il secolo scorso



Domenica 5 Gennaio, Aprilia-Foggia 1-1

Il vomito sa di vomito. Cacofonia, ridondanza. Eppure, non c’è altro modo – se non il modo suo stesso – per definire quel sentore di frutti di bosco che ti resta appiccicato al palato. Una giornata passata a rimandare impegni immaginari. E a leggere Ken Follett. Una nottata a sudare. Una metafora al risveglio: ti preoccupi tutto il tempo di tenere sotto controllo naso e gola, e al canto del gallo ciò che ti sorprende è lo stomaco. Do la colpa al mostacciolo superstite. Ma alle otto e trenta i dubbi danzano sul davanzale. L’immaginazione funesta fa il resto. Già mi vedo implorare l’autista di accostare. Aprire la portiera con furia e in fretta. E muovere il torace su e giù, come i gatti quando si liberano dei peli. No, no, imbarazzante. Troppo. Questa mi sa che la salto. Però  poi penso alle suggestioni. Al potere del cervello. A quando, pur provando a concentrarmi sull’indice della Borsa di Tokyo, immancabilmente riuscivo a sentire brontolare gli intestini nel silenzio del chiostro universitario. E poi stavolta siamo tutti. O quasi. Ci sono i profughi rimpatriati all’ultima chiamata “natalizia” prima di tornare ad emigrare. Una volta a destinazione, ci saranno anche i romani. Non posso e non voglio mancare. Così, ingoio le mie paure, i miei imbarazzi e una buona dose di acido, e mi mescolo agli altri. In Via della Repubblica i lunghi e lenti preliminari sono stati ultimati. I furgoni stanno facendo manovra. Le macchine sono piene. Le nostre tre sono un Tetris. Quando attraverso la strada per andargli incontro, i compari stanno mischiando le squadre. Intorno a noi c’è una città placidamente attiva. Il banco della frutta, la Camera del Lavoro, il negozio dei cinesi. Un lampo attraversa lo sguardo. La mesta consapevolezza che questa gente non sa neppure dove stiamo andando, cosa stiamo facendo. E men che meno gliene importa qualcosa. Dovremmo dire che “un tempo non era così”, ricordare i settanta e passa pullman ai Mercati generali, prima dell’invasione di Campobasso. 1989. Il secolo scorso. Meglio scacciare la mosca della nostalgia. E mettere in moto i motori. Che, in fondo, la strada è la stessa di allora. Anche se sgombra di mezzi. Il castello di Lucera a sinistra. Un asfalto omicida sotto i nostri pneumatici. Stavolta ho evitato la colletta alcolica. Che poi, tanto, l’alcool resta confinato in una sola macchina e la tentazione per i passeggeri è così forte che, alla prima sosta, si beve il rimasuglio. Ho preso una Vivin C. L’alibi morale. Eh, beh. Non siamo in carovana. Chi si ferma a fare pipì sul ciglio della statale è superato senza pietà, come i feriti nella ritirata del Don. Piove. Piove molto. Fino ad Isernia e oltre. In macchina un estenuante dance hall. Roba da fattoni. Lo stomaco regge, tanto che alla consueta sosta di Venafro, riesco ad ingerire persino un’arancia di Sicilia. Il tratto d’autostrada suscita perplessità. C’è uno dei nostri da recuperare, appiedato, al casello di Ceprano. Da qui, secondo qualcuno, si potrebbe persino raggiungere il Pontino e Aprilia. Ma altri dicono di no, che non conviene. E propongono Frosinone. Altro diniego. Gli esperti del National Geographic optano per Valmontone. In linea d’aria è perfetta, dicono. Sarebbe perfetta, effettivamente. Se esistesse una funivia di vento tra le case di zucchero filato e marzapane. Ma la realtà non è mai in linea d’aria. È piena di curve solide. Di cartelli che indicano una cosa, ma che alludono ad altro. Che devi capire ciò che tacciono. Così, riuniti al guard-rail, tra altre arance sicule, uova sode e whiskey a 8 euro, ci incolonniamo per l’avventura dei Castelli romani. Contiamo di non perderci, di non separarci mai più. Dura fino a Velletri, per la bellezza di diciannove chilometri, immersi in uno scenario mozzafiato di carrozzerie e autoricambi. Poi, come spesso capita nella vita, è una rotonda a snellire il traffico e a farci perdere l’orientamento. Uno dei nostri mezzi si attarda in un improvviso impeto al volontariato. I furgoni filano in uno sprofondo. Noialtri c’imbizzarriamo in un girotondo all’ultimo sangue. Le indicazioni ignorano la nostra destinazione. Spaziano tra Nettuno e Latina. Tiriamo a sorte. Un girotondo russo, a un proiettile solo. Seguiamo Latina. E sbagliamo. L’area di recente bonifica ci accoglie voltandoci le spalle. Ci siamo persi, ma continuiamo a credere nell’uomo e nel progresso scientifico. E ci consoliamo telefonando alla vettura dei volontari, figurandoceli sul cucuzzolo di chissà quale monte della Verna. A parlare coi lupi. Nessun cellulare prende. L’assenza di segnale è il segnale. “Poverini, si sono persi”, ci diciamo. Mentre seguiamo un improbabile Cisterna di Latina. Avevamo un vantaggio di mezz’ora sul fischio d’inizio. Ora è come se l’avessimo sentito nelle orecchie, colpire il timpano e riecheggiare nel vasto deserto. “Dovevate seguire Nettuno”. Ma in base a cosa, di grazia, se voglio andare in un posto devo seguirne un altro? Inversione. L’inversione è un atto di fede  nello sbaglio. È un gesto meccanico profondamente umano. La quintessenza stessa della nostra umanità. La macchina ha i freni bagnati. E quando rallenta fa un rumore simile a quello dei caccia giapponesi a Pearl Harbour. La strada per Aprilia è un’interpoderale tra risaie. Il nostro altruismo non ci abbandona. Chiamiamo il Soccorso invernale, sotto sotto per bearci del loro essere più inguiati di noi. Una voce allegra ci risponde che sono arrivati, che sono tutti assieme, che il botteghino li/ci ha respinti, ma che c’è un bel muretto su cui arrampicarsi tutti assieme per goderci la prima di ritorno. Con l’aria dolce e comprensiva, bestemmiamo. In fondo a questa strada dovrebbero esserci Aprilia e il suo stadio. O i Re magi al gran completo. Non ci resta che sperarlo. Un cartello, finalmente. E i calcoli renali che dettano i tempi dell’ultima sosta. La prima cosa che vediamo, lì a sinistra, è il gruppetto sul muro. Incorniciati dai fari del campo sportivo. Sembra una scena berlinese. 1989. Il secolo scorso. Parcheggiamo, scendiamo. Ci arrampichiamo. È vero, si vede tutto. Sembra Santa Croce sull’Arno, ma c’è molto più spazio calpestabile e la visuale è ottima. Votiamo per questo settore. Le pezze sono già sul reticolato. I cori sfilacciati. Del resto, per salire in cima ci sono montagne di sabbia o di ghiaia da scalare. E non si può impedire ad un branco di quaranta bambini di giocare con la ghiaia o con la sabbia. Bandierine al vento. La polizia sul fianco sinistro accende la camionetta per riscaldarsi. Dietro di loro c’è il settore foggiano. Silente. Dall’altra parte, i locali. Cori in difesa della libertà degli ultras e contro i ciociari. Un bandierone. Si, lo so, sono incontentabile. Ma mi sento meglio, molto meglio. Non temo più i conati. E chiedo del whiskey. La festa comincia. I cori secchi riescono a mitigare l’effetto playback. Ma siamo tutti in fila sul muretto. Non va bene. Le canzoni cantilenanti, poi, manco a dirlo. Vagano da destra a sinistra del fronte, come al cinema il dolby surround di un bombardamento. O di una partita a poker. Il Foggia segna. Poi, almeno da qui, è solo Aprilia. Una traversa, un tiraccio a lato, molta pressione. E il pari su autorete. I nostri hanno una seconda occasione. Il loro portiere si distende e allunga in angolo. Il nostro, salva al 45’. Finisce il primo tempo. Si vede che l’ho visto? Nell’intervallo c’è finalmente modo di salutarsi tutti. Manca il pallone e la brace. Ma per il resto, è una pasquetta perfetta. Tanta bella gente, tantissima birra, Borghetti&Oldmoore. Cori di scherno e di irrisione. Altro scotch a sorsate. Decidiamo: nella ripresa entriamo tutti dallo stesso Gate. Una corona di persone in piedi circonda altrettanta gente coi piedi nella sabbia rossa. Si canta guardandosi in faccia. Attorno a quel rettangolo di superstiti, il sistema calcio che piace ai burocrati. E la polizia che, annoiata, osserva. Nicola ha fatto il biglietto. Ma alla fine del primo tempo, è venuto tra noi. “Mi annoiavo”. Fossi qualcuno, rifletterei a lungo su questa osservazione basica. Ma siccome qualcuno non sono, mi limito a osservare, a mia volta, che a Poggibonsi mi sono quasi emozionato a rivedere dei gradoni in trasferta. E no, non mi sono annoiato. Neppure oggi, tra il sabbione e il muretto di mattoni, mi annoio. Nessuno si annoia. Quelli nel parterre chiedono a quelli in alto cosa stia accadendo. Improvvisati Sandro Ciotti riferiscono. “Il Foggia è rimasto in dieci”. “Come sempre”. Cori, altri cori. Brasiliani e non. All’ultimo dei quattro di recupero, chi è sulle punte vede – con orrore – un uomo in maglia blu presentarsi tutto solo davanti al nostro estremo. E vorrebbe essere tra quelli giù. Quelli sotto percepiscono la paura. E allungano il collo. Come a voler essere tra quelli in alto. Col solo risultato che ognuno si percepisce nel posto sbagliato. “Che è successo?”. “Uagliù, non avete idea del palo che ha preso quello!”. “Ma è finita?”. “Si”. “Meh, bene così”. La squadra ci viene a salutare. Saluta i clandestini del sistema calcio. I ragazzi che, per continuare a sognare un gioco che non esiste più, si sporcano le scarpe e scavalcano i muretti. Come negli anni Ottanta. Già, come nel 1989. Il secolo scorso.

16/12/13

Per niente


Aversa Normanna-Foggia 3-1

L’ispettore è partenopeo. O giù di lì. Ricorda qualcuno. Salemme. O giù di lì. Parla in maniera spigliata, fa il simpatico. Il che, per uno sbirro, equivale ad una manganellata di precisione. Però, gli va riconosciuto, non è molle, arrendevole, pulcinellesco. Non dice, per esempio, che dipendesse da lui ci farebbe entrare. Tutt’altro. È scaltro nell’ammansire, ma fermo nelle petizioni di principio: “Ad Aversa non entra nessuno”, dice e ribadisce più volte. Noi, sotto una cupola di pioggia sottile, così sottile da sembrare la nebbia di Mezzacapa, mostriamo un campionario di facce stanche. Esauste. Di penzolare in attesa di un giudizio che già conosciamo. Di discutere di massimi sistemi d’evasione coi professionisti dell’incarcerazione. Abbiamo parcheggiato male. Ma male tanto. E già in questo v’è un che di inconscio. Di fatato e fatale. Non ci vorrà molto e ruoteremo il muso delle nostre diligenze. C’è chi ha persino lasciato i fari accesi. Ce lo dissero a Caserta, in anteprima assoluta: “In Campania scordatevelo!”. E Salemme non fa altro che confermare. Sfiga. Che stavolta l’uomo in divisa, dai baffi bianchi e dalla voce rotta di cazzo, che ha deciso di onorare lo Stato senza prendersi più veleno, l’avevamo pure trovato. “Quanti ne siete? Trenta?”. Ci avrebbe condotto al botteghino. Che qui, a quanto si espunge dai dialoghi incrociati, il problema è più che altro portoghese. Pre-tessera, indi. Noi il biglietto l’avremmo fatto volentieri. Pagando, s’intende. Al baffo bianco sarebbe bastato. Ma Salemme si fa chiamare “dottore” non a caso. E alè. “Ma perché non ve la fate la Tessera?”, chiede. Probabilmente è la stessa domanda che ha rivolto ai Cosentini e ai Messinesi, che pare siano transitati da queste parti. Non c’è tempo né voglia di controllare. Si risponde che la Tessera è sbagliata. Punto. Quello dice che apprezza la nostra coerenza e ci invita a fare altrettanto della sua. Punto. Che Paese balordo! Ogni dieci metri uno sceriffo diverso. Che risponde alla sua morale interiore, o ai film di Maurizio Merli che ha visto, piuttosto che alla Legge. Che dovrebbe essere la medesima. A Merano come a Teramo. C’è anche un secondo dottore. Incrocia il mio sguardo alla prevista sentenza. Mi chiede, per cortesia, di non cominciare col piagnisteo. A me! Ma Si figuri, con tutti i problemi che c’abbiamo, questo è davvero l’ultimo!

I problemi. Costante sublime. Minimo comune denominatore di questa stagione di respingimenti, che manco Malta coi barconi dei profughi. Abbiamo cominciato subito, oggi. Proprio oggi, che già eravamo al limite dell’orario. Una precedenza sottovalutata, dopo la bellezza di quindici metri di viaggio. Una macchina nel paraurti. Roba di gemme rotte, di constatazioni amichevoli, di urla nel caos del mercato aperto per Natale. Un primo distaccamento in marcia, un secondo a ruota. Il cielo bianco, la strada deserta. Fino a Candela, all’imbocco dell’A16. Velocità sostenuta. Sei macchine sparpagliate nel raggio di venti e passa chilometri. Contatto radio, come in trincea. Sappiamo che è dura. Che, nonostante l’approssimarsi delle Festività, una volta è Poggibonsi. Ma è inutile fasciarsi la testa prima di azzoppare sul reticolato dello stadio. Dobbiamo tentare. E andare. Per i motivi che sappiamo. Se guardassimo nelle tasche di ognuno, ben pochi avrebbero una dieci euro citeriore. Quella del ticket. Ma le espressioni sono determinate. O, almeno, sparsi e distanti come siamo sul selciato, le immaginiamo così. Da noi si alza e si abbassa lo stereo. Si parla di Forconi e Catanesi, in maniera alternata, tanto da aver compreso che i Veronesi del picchetto le hanno prese. O date. O boh. Di certo, erano quasi cinquecento. Un bel presidio. E non è facile, oggidì. Corriamo. Giochiamo col cronometro. Cinque, anche cinque minuti soltanto. L’anticipo determinante. Il Vesuvio sulla sinistra. Soffocato dalle nuvole. Lo svincolo di Nola. Qualche altro chilometro in linea retta. Poi, il delirio. Avevamo degli amici ad Aversa, anni fa. Una volta andammo pure a fargli visita. C’era una festa e vincemmo un barile di birra. Ci stupì la quantità di ragazzi in motorino. “Dove vanno?”, chiedemmo. “A Fuorigrotta”, ci risposero, “è a cinque minuti da qui”. Cazzo. Il concetto di geografia è legato alla percezione più dell’amore stesso. Nelle teste, le cartine ruotano come foto in Paint. Tra cent’anni qui ci sarà spazio per una sola grande megalopoli. Un ponte, uno striscione: “No al biocidio”. Il vulcano e i rifiuti atomici. O una megalopoli o il deserto. Non c’è molta scelta.

Allo svincolo per Villa Literno abbiamo dieci minuti di vantaggio sul fischio d’inizio. Ma di buono c’è che siamo in fila indiana. Ci inoltriamo. La campagna, da queste parti, è un concetto assai labile. Discutibile. Lo diciamo ogni volta. Un senso di abbandono strutturale. Di quegli abbandoni che non hanno a che fare con l’assenza di umanità, ma con un surplus della stessa. Frattaminore, Frattamaggiore, e più in là Casal di Principe. I quattro punti cardinali si moltiplicano, danzano senza un perché. Napoli emerge ed affonda. Uno svincolo. Campagna per campagna. Rottami. E le indicazioni per la Base Militare Americana. US Navy. Gricignano. Un reticolato, un campo di calcio, un palazzo enorme e grottesco. Quasi finto. Il sospetto che quelli dentro non si siano mai presa la briga di uscire fuori dal loro mondo incantato, curato, perfetto. Una fila di macchine interminabile. Un passaggio a livello. I dieci minuti cadono a uno a uno, come soldati di prima linea all’assalto di un caposaldo nemico. Scatta l’isteria. In questo brullo paesaggio desertico, dove ogni posto richiama un altrove radicalmente differente, ci perdiamo. Sappiamo di dover aggirare la colonna motorizzata, se non vogliamo restare imbottigliati. Ma non sappiamo se l’operazione potrà portare dei benefici sulla tabella di marcia, già ampiamente compromessa. Tiriamo dritti verso uno sprofondo, invertiamo la rotta e ritorniamo sulla statale, puntiamo un’uscita denominata Carinaro. Il telefono scotta. Altre zone industriali. Altra onnipresenza umana che prende le sembianze di lavatrici scassate ai margini dell’asfalto. Un sottopasso. Un incrocio. E finalmente un segnale. Che annuncia 4 km ad Aversa. E solo 14 a Napoli. Case. Ristoranti ed edicole. Non sembrano case, queste. “Stadio comunale”. Procediamo a singhiozzo. Guidati da indicazioni umane e robotiche contraddittorie. Alla fine, direi che ci siamo.

Il peggiore degli scenari: zero trattativa ma tante chiacchiere. Pedagogia e artefatta comprensione. I poliziotti sono tranquilli, sereni. Dicono che se ci fossimo fatti tutti la Tessera glielo avremmo messo in quel posto. A chi comanda. Certa gente non la capiremo mai. Tutti tesserati, tutti ovunque – esclusi i divieti alla salernitana – e poi? I sindacati di polizia sul piede di guerra. Sostiamo più di dieci minuti. Dall’interno giunge un grido di esultanza. Il Foggia è pervenuto al pareggio. Non sapevamo stesse perdendo, ma fa sempre piacere sapere che si segna. E che qualcuno esulta. Il tempo di sistemare la scenografia per la foto di rito, e l’Aversa torna in vantaggio. Noi urliamo contro l’ennesimo muro che ci separa dal piacere puro del sostegno. Un coro alla Tessera, uno alla nostra curva. E un paio ai nostri. Forza ragazzi! Dall’interno, nessuna risposta. Il tempo di rientrare nelle macchine e l’intero agglomerato di case evapora in un intrico di diramazioni. Prendiamo la strada di Montemiletto, a svariati chilometri da qui. Per sentirci, tra i boschi ascendenti, in concordia col clima natalizio. Da casa giungono aggiornamenti sconfortanti. Il Foggia in dieci, poi in nove. La Normanna sul 3-1. Giornata no, come si suol dire. In piazza, al paese, c’è la musica e lo struscio degli anziani. Tu scendi dalle stelle sparato a volume altissimo. I vecchi ci guardano. Gli chiediamo perché il Castello si chiama della Leonessa. Ma la musica alta li ha sballati di brutto. L’alimentari è l’unico posto aperto. Non ha alimenti. Ma la Ceres costa 2 euro. Mostaccioli. Felici per niente. 

02/12/13

La Grande Impresa



Domenica 30 novembre 2013, Poggibonsi-Foggia 0-1

Oniria

Si, la radura sulla sinistra ha un nome. A detta della cartina pluri-spiegazzata, aperta a mo’ di sudario evangelico sull’altare del cruscotto, dovrebbe chiamarsi Sibenicnik. L’Austria è alle spalle da quattro minuti. Questa è Repubblica Ceca. A Mikulov è prevista una sosta. Un pacco di Ritz, due scaldatelli, del buon vino d’Oltrecortina. Ce l’avranno il Fortore? Dobbiamo fare benzina. Il pieno. Mancano ancora 1.900 chilometri alla meta. Qualcuno dorme, con un plebiscito nell’ultima fila. Ma nessuno è stanco. E ci mancherebbe altro! Sono anni che aspettiamo questo turno di Uefa. Anni in cui abbiamo giocato in posti indicibili, riproducendo frammenti di memoria inemendabili. D’accordo, anche allora, durante la traversata, c’erano gli amici, l’asfalto, i divieti e qualche volta i gradoni e il terzo tempo. Abbiamo accumulato ricordi notevoli, quasi felici, nonostante tutto. Ma la nostra dimensione è questa. L’Europa, inutile negarcelo. E quando dall’urna di Nyon è scaturito il nostro primo avversario, ci siamo divisi in parti variabili tra l’estasi, la frenesia e l’entusiasmo. Lo Spartak di Mosca è squadra di tutto rispetto. E la Russia è trasferta da furgone per antonomasia. Ditelo a quelli del Paok. Il mezzo dondola sotto i miei piedi. Lo sento. L’asfalto ceco è quello che è. Le prime case del paese. Questo dev’essere il Villaggio artigiani di Mikulov. Un distributore. Freccia a destra. La voce di Antonio al volante: “Ma come cazzo devi fare a scrivere il resoconto?”. Ce l’ha con me. Ma come?, penso. Stiamo andando a Mosca. Basta questo a riempirmi d’ispirazione solida. Ma quello insiste: “Voglio proprio vedere che scrivi”. Il nove posti rallenta, coi suoi fari spenti scruta il primo parcheggio disponibile. Si ferma. Rumore di chiavi che vengono sfilate. Sportelli che si aprono, portellone che scivola sui cardini.

Mi sveglio.

Questa dev’essere l’Agip della Cecoslovacchia. Ma Sarni, in Cecoslovacchia, non ci è ancora arrivato. E forse neppure esiste più, la Cecoslovacchia! Mi sa che ho dormito. Ma si, sicuro. “Dove siamo?”, “Dopo Ancona”. E se non ho ricordi di Termoli, Pescara e San Benedetto del Tronto, è del tutto evidente che sono scappato a sonno. Sorrido, fingendomi tonico e pieno di me. Come solo quelli svegliati di soprassalto sanno fare. Che poi, non si è mai capito perché ci si vergogna sempre del proprio abbiocco. “Che stavi dormendo?”, “No, che sei pazzo! Avevo solo gli occhi chiusi”. Vedo la combriccola pascolare sul cemento. Non stiamo andando a Mosca. Ricordo. Tutta colpa di quella sveglia alle 5 che non ha suonato. O forse ha suonato per un po’, e poi si è intristita. Chiudendosi in sé stessa. Non dovevo addormentarmi alle quattro. Oppure, non dovevo apparecchiarmi come se davanti avessi una nottata normale. Ho un’immagine di me. Mi vedo scendere di casa, come un volontario irlandese nella bruma del mattino. Vagare. Ricordo il muso del furgone noleggiato sbucare da Via Onorato. Mi sono venuti a prendere sotto casa. Un onore inaspettato. Che mi inorgoglisce. Mi hanno riservato il posto al centro, avanti. Il più scomodo di tutti. Ma è il contrappasso. Ricordo, ho calato la testa sul petto. E, contorto come Houdini nella botola, mi sono spento. Off. Ora, non so perché, mi fingo iperattivo. La coscienza è una mareggiata calma e implacabile che, poco alla volta, guadagna metri di bagnasciuga. Poggibonsi. Giochiamo a Poggibonsi. E non credo sia il primo turno di Europa League. Non ho mai visto la scritta Poggibonsi uscire dall’urna di Nyon. Direte: Neanche la scritta Foggia, se è per questo.
Rispondo: Fatevi i cazzi vostri, voi!

Immigrant song

Son figlia d'emigrante,
per questo son distante,
lavoro perché un giorno a casa tornerò.
La porti un bacione a Firenze,
se la rivedo, glielo renderò.

Scavalliamo l’Appennino. Vento freddo, nebbia sui colli, ma niente pioggia. Le luci verdi e rosse del casello, le nostre facce sorprese d’essere già qui. È incredibile. Pensi che l’Italia sia un posto lungo e complicato da percorrere, ed ogni volta ti stupisci che avesse ragione il calcolatore elettronico. Aveva detto 6 ore, quel coso. Ma noi siamo dietrologi per natura. Ci affidiamo, ma non ci fidiamo. Eppure, sono ancora le tredici e già siamo al casello. Ansia da tempo libero. La Sinalunghese va a Porta Romana. Eccellenza toscana, girone B, tredicesima giornata. È sull’altra corsia, quella che – seguendo i precetti di Murphy – scorre più velocemente. Finestrini abbassati. Un coro, un battimani. Quelli rispondono. “Avete battuto il Castel Rigone, un mio amico gioca lì”. Non c’è niente da fare, la fama del Foggia calcio ci precede. Anche in Ossezia sarebbe successo. La statale è dissestata, ma alla meta mancano diciassette miseri chilometri. E non ci badiamo. Il paese è prossimo, e giunge allo scadere della prima cassa di Peroni. Nell’abitacolo girano panini di contrabbando. Finanche delle acciughe. La squadriglia romana chiama: “Sembra il Cep”. Il Tennis club, alcuni campi di calcio. Una specie di cittadella dello sport. Tutti giù. Non mi sento più le gambe. Sguardo circolare. È sempre rilassante questa regione. Il verde, il silenzio, l’ora di pranzo, la domenica. E per omaggiare tutto ciò, si fa pipì a ridosso di un muretto basso. Troppo basso, almeno per quelli del palazzo di fronte. Ma ormai è fatta. Certe volte, tutto sta nel principiare. E, come spesso accade, non si può tornare indietro. La casupola in legno a margine di un cancello e di una stradina in ghiaia, sembra la casa di un picchio. Di quelle che vanno tra i rami. È la biglietteria del settore ospiti. Noi, bene bene, non sappiamo cosa diremo. Abbiamo abbozzato una strategia, ma poi il J&B ha modificato radicalmente l’ordine delle priorità. Si parlotta con un paio di addetti. La polizia ci osserva stancamente. Manca ancora un’ora al fischio d’inizio. Noi ci atteggiamo a monaci pazienti. E ci godiamo l’afflusso dei foggiani, che si riversano nello spiazzale. Quello del palazzo sopra al muretto continua a guardare. O è curioso, o è rimasto pietrificato da prima e con gli occhi immoti, ci sta chiedendo aiuto. Nel dubbio, sfoderiamo indifferenza. I non residenti – tesserati o meno che siano – sono affascinanti da guardare. Ispirano un mucchio di domande e altrettante riflessioni. Ti chiedi delle loro vite, dei motivi che li hanno spinti ad andar via, di quelli che ostinatamente li obbligano a mantenere vivi i legami. Ed anche cosa li spinga a realizzare degli striscioni così brutti, a coprirsi sempre troppo d’inverno e a legarsi le sciarpe in zone dove – se esistesse un dio – non dovrebbero albergare sciarpe. Comunque, il calcio è sport popolare e d’appartenenza. Ed è bello ritrovarsi tutti.

Saluti e baci. Il whiskey che passa di mano in mano. Di ugola in ugola. Racconti, pezzi sparsi del grande mosaico della foggianità. Fotografie da un posto qualsiasi, alla ricerca di un’impresa. La casupola del picchio apre i battenti. E ci si aspetta che l’addetto di cui sbuca il mezzobusto cominci a smerciare vin brulè. Invece, tagliandi di Booking show. Noialtri ci riconosciamo. Siamo quelli con più punti di domanda sul futuro prossimo. Finché la situazione non si sblocca. [inizio passaggio volutamente criptico] Il sopraggiungere di una maschera della commedia dell’arte e diventiamo tutti Rossi. Anche quelli del Vecchio. Io sono Franco, quello è Giacomo [fine passaggio volutamente criptico. Voi fate finta di niente, tanto è gratis]. Dentro. In un angolo della gradinata. Sulla nostra sinistra, i non residenti e i tesserati, sguardi alle squadre schierate a centrocampo. Oltre, le bandiere giallorosse degli ultras di casa. Increduli, facciamo prendere aria alle pezze. E stavolta non per una fotografia di spalle. Cominciamo a incitare i nostri. E poco alla volta, come in un bar di recente apertura, cominciano a giungere avventori. Un bambino sventola una rossonera. Emozione crescente. L’abbiamo già detto che un tempo era normale andare a vedere le partite fuori casa? Penso proprio di si. Ma stavolta è una specie di regalo inatteso. Un regalo che, beninteso, abbiamo pagato coi soldi nostri. E pure tanto. Ma chi se ne frega. Siamo come quel bambino, noialtri. Campiamo di pathos. Le squadre in campo se le danno, nessuna sembra prevalere. Noi urliamo. Contro la Tessera, non contro i tesserati. Ci sono guerre che hanno bisogno di tregue. Tira vento. Poi il Foggia passa. In una sorta di mischia nell’area piccola. Goduria. Questa squadra è infingarda e stronza! Abbiamo passato anni ad inseguire piazzamenti play-off, stagioni in cui solo la prima saliva e le altre giocavano alla roulette russa. E la classifica diceva invariabilmente: quarto, quinto. E poi perdevamo in finale. Quest’anno, che basterebbe un settimo senza sforzo, questi lo andranno a stravincere il campionato. Come con Zeman e Marino. Non abbiamo equilibrio. Siamo figli di una stella emotivamente disturbata. Ma non ci pensiamo. Ci godiamo il vantaggio e cantiamo. Nell’intervallo, solleviamo personaggi di pubblico rilievo, li issiamo sulle nostre teste, poi li rimettiamo in libertà. E sniffiamo caffè. Il cielo è limpido di freddo. Nella ripresa accenderanno i riflettori. E la ripresa pure inizia. Il Foggia gestisce. I giallorossi di casa, forse, meriterebbero un rigore. Ma soffriamo solo nel finale. Il momento adatto per richiamare l’intero settore, che dopo un Foggia alè di stampo classicheggiante, s’incunea – compatto – in un lungo e magnifico coro secco. I ragazzi reggono. Il “Lotti” di Poggibonsi è espugnato. In fondo, sin dal mattino c’era aria di grande impresa. Squadra sotto la gradinata. Volevano regalarci le magliette. Noi abbiamo detto: si, si, no, no. Quelli, nella confusione, si sono offesi. Riusciamo sempre a rovinarci le giornate.

Carbonara

Il furgone dal portellone aperto smista pacchi e buste agli emigrati. È un compendio di appartenenza. Un punto di unione tra le genti daune nel mondo. Sembra il bazar di Porta Nuova.  La polizia osserva. Vorrebbero scortarci fuori. Ma fuori dove? E perché? O forse sospettano una tratta di pomodori secchi destinati al mercato nero. Abbracci. Saluti. “Buon viaggio, voi che tornate a Foggia”. La porti un bacione a Firenze. Il sole è di un arancione pacchiano. Due mezzi, due strade: un cartello dice Firenze. L’altro, pure. Riusciamo a perderci. Ma non è un problema. Noialtri maturiamo in men che non si dica la bizzarra idea di muovere su Bologna, verso una casa, una Pam dall’odore diverso, una cucina, una tavola apparecchiata, vino e carbonara. E l’autostrada ci asseconda. Telefoni roventi, la macchina organizzativa in moto. “Ohi! Si, arriviamo tra un’oretta! Grande impresa oggi! Si, abbiamo vinto uno a zero a Poggibonsi! Grandioso!”. Poi un attimo di incertezza incrina la voce sicura. “Ah, bravi anche voi. A dopo”. “Loro chi?”, “È un amico inglese, di Hull”, “Embé?”, “Embé ho fatto il pagliaccio ch’amm vind un a zer a Poggibonsi. E quello mi ha risposto: Noi oggi abbiamo battuto 3-1 il Liverpool”. Effettivamente. Bravi anche loro.


11/11/13

Quel che c’era. Quel che c’è


Domenica 10 novembre 2013, Casertana-Foggia 0-0

Il cielo plumbeo. Finalmente. L’alternanza delle stagioni che rosicchia terreno ai luoghi comuni. A novembre a mezze maniche, no, è un concetto inaccettabile. C’è bisogno del freddo che ristora. Di felpe e giacche. E da quelle parti, il meteo porta addirittura tempesta. Il parcheggio del benzinaio è un punto di ritrovo adeguato. Picasso a noleggio con gli sportelli aperti e lo stereo a 30. Pizza e birra casuals. Con allegata pipì sul reticolato al limitar della campagna. Lo scempio dell’Hotel President sullo sfondo. Oh, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé. Rispetto.

Nel petto e nella testa di ognuno di noi ardono ancora le torce. Quella curva come un galeone in fiamme, in lotta con le onde della bufera. A vincere la morte. Nei discorsi, Matteo è presente. La sua voce risuona nei racconti, negli aneddoti. Che ci rendono migliori senza farci tristi. D’altronde, stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto assieme: seguire quella maglia nelle sue disperanti avventure. Anche se non è detto che riusciremo a vedere all’opera i nostri semisconosciuti eroi. Anzi, a dircela tutta, la possibilità di essere respinti non la quotano neppure più. Eccesso di giocate anomale. Ci siamo visti presto, ma è meglio mettersi in marcia. Tanto succede sempre qualcosa. Veleggiare verso la Campania ha ogni volta un che di particolare. Affascina e limita. E non è solo geografia. Quando si scala la A14 o si declina verso la Calabria, l’impressione che se ne ricava è quella di scivolare sull’Italia e la sua vasta complessità. Quando si imbocca la Candela, invece, gli spazi si stringono d’incanto. Forse per l’obbligo di fare l’autostrada, forse per la mancanza di statali. Ma si vede il Vesuvio in fondo. E l’asse cartesiana dello spazio si zippa. Lacedonia è ancora Daunia, Vallata è già un altro mondo. A Grottaminarda si ha la percezione di essere arrivati. Ed Avellino è dietro l’angolo. Eppure, quando si deve calcolare il tempo necessario, da queste parti si utilizzano sempre i parametri del Clp. Ma le macchine non sono pullman. Neppure la nostra, a gas, che tossisce e fatica sulle salite. Freccia a destra e area di servizio Irpinia. Un’icona della Vergine brandita a mo’ di ombrello per giapponesi, guida una comitiva di pellegrini verso un Gran turismo addormentato sul retro. Pienone di viaggiatori a dividersi brioche. Per noi, bagno e tramezzini. Il frigo. Peroni a 3,10, Ceres piccola a 3,70. Sono queste le cose che fanno vacillare i convincimenti. Ladri da autogrill. Notizie da Salerno. Partita sospesa e scontri. Le conseguenze della politica dei Questori Superstar. Sorridiamo. Non è una bella cosa augurarsi la morte del calcio, ma da qualche parte bisognerà pur riprendere il filo. Rompere il giocattolo per ridare un senso alle cose. Anche se sappiamo per esperienza che quel che sta accadendo a pochi chilometri da qui, otterrà il più classico degli effetti opposti. Si parlerà di calcio in ostaggio degli Ultras. Magari si invocheranno, appronteranno e applicheranno nuovi e sofisticati metodi di repressione. Ma, per ora, sorridiamo. Del punto di non ritorno. E di chi sta dimostrando – nel modo che i giornali riterranno sbagliato e criminale – che il calcio è della gente. E senza la gente, c’è spazio solo per il teatro.

Fuori a fumare. Si, il cielo è plumbeo. Più plumbeo di prima. Ci piace. Oltre quella siepe c’è il “Partenio”. Altre storie. Fantastichiamo. Perché ci piace fantasticare. Finché una voce pacata non annuncia pacatamente che una delle vetture del convoglio ha problemi all’iniezione. Ormai non ci facciamo più caso. Siamo la Crociata dei pezzenti. Testa bassa e pedalare. A velocità contenuta. Il cartello che ci sorprende di più proclama lo svincolo per Caserta a 22 chilometri. Serpeggia scetticismo. Si paventa una misura drastica della contro-propaganda. Invece, Nola. Direzione Roma. Siamo arrivati davvero. L’autostrada costeggia Caserta verso Ovest. Lo stadio è ad Est. E piove, a secchiate. È tutto così dannatamente perfetto che viene quasi da commuoversi. Per giungere al settore ospiti dovrebbe sbucare, da un momento all’altro, l’uscita per Maddaloni. La strada statale che sopraggiunge da Napoli ed entra in città. Invece, l’uscita si rivela una pia illusione e, dinanzi alla scelta tra casello e casello, ovviamente, sbagliamo. Avessimo optato per Caserta Sud non saremmo in fila ai margini della carreggiata sotto il diluvio sottile. Circumnavigare la città. Mentre telefonicamente ci preparano la psiche allo sbarramento delle forze dell’ordine che troveremo. Ci inoltriamo. Il satellitare stima in sette minuti l’arrivo. Ma lo scetticismo è un vezzo duro a morire. “Questa non è ancora Caserta”, sentenzia qualcuno dal sedile posteriore. E reitera il suo mantra ad ogni curvone. “Hai presente quella cosa lì?”, “Eh”, “Ecco. Quella è la Reggia. Se si chiama Reggia di Caserta un motivo ci sarà, convieni?”. Ci siamo quasi. La partita, prestando fede agli orari predefiniti, è cominciata da qualche minuto. C’è ancora gente in fila per entrare. I vigili urbani ci danno il benvenuto e ci teletrasportano fino al drappello della polizia di Stato. Alle cui cure ci mollano. Oltre questo muro, s’odono cori. Noi, fuori, ripetiamo la recita del muro contro muro. Il dirigente è irremovibile. Come a Cosenza, come a Messina, come a Melfi. Ma stavolta si fa più profonda la breccia. Non è solo questione di “rapporto col pubblico”, di fare la faccia garbata, di mantenere calmi gli animi. Poliziotto buono. Non c’è solo un agente che “dipendesse da lui” ci farebbe entrare. Stavolta è un fare a capirsi. “Se ci fate entrare vi fanno un mazzo così, ci è chiaro”. L’inflessibilità dei divieti è come il Cristianesimo delle origini. O come la religione presso i Greci. In un Olimpo deresponsabilizzato, entità astratte temono il precedente. E sono disposte a comminare daspo e punizioni al primo segno di frana. Queste divinità non si pongono neppure il problema di comunicare con gli esecutori. Li ispirano. Una messinscena ben peggiore di quella per cui i Nocerini finiranno, stasera e domani, sul banco degli imputati di un’intera nazione. “Girate le macchine e andatevene”. La stanchezza nel tono è già più di un manifesto programmatico. Manca il “Per favore, che abbiamo famiglia”. E saremmo in pieno Pasolini. Nel mese di novembre, oltretutto. Capita l’antifona. Il tempo di lanciare un paio di cori al vento che, libero, sorvola gli ingressi blindati e presidiati. Lo striscione per Matteo. Anche i Casertani ne hanno fatto uno. Onore a loro e a chi, ancora, fa venire voglia di giocarlo per bene, questo gioco dell’Ultras. Un coro contro la Tessera. E l’ispettrice con la ricetrasmittente fa la sua comparsa. Ordina una volante come al Pizza taxi una Margherita con gorgonzola. Ma sono tutte donne – oggidì – gli ispettori di polizia? Una macchina bianca e verde con la sirena si offre di farci strada fino allo svincolo per la Napoli-Bari-Pescara. O è la polizia tedesca in trasferta vietata, o la Protezione animali. La carovana si muove. Tra le grate e sulla sommità della gradinata, la gente si sporge a guardarci andar via. È durata poco. Come tutte le cose belle.

Frazione di Frigento

Il cellulare di nuova generazione esegue il Buffering con lodevole solerzia. Fuori, il paesaggio scorre via autunnale. Il Foggia è piccolo, sullo schermo. La Casertana, proporzionata. Zero a zero. Un tempo c’erano le radiocronache. Un tempo c’era pure Bim, bum, bam. Inutile pensarci. La consueta birra post-partita, stavolta, rischiamo di farla atterrare sul fegato a gara ancora in corso. Come a Melfi. Inutile pensarci. La Picasso a noleggio è un puledro onnivoro che vorrebbe divorare l’asfalto. Lo teniamo a freno col la sola forza del pensiero. Da una macchina all’altra, ci comunichiamo i reciproci desideri da terzo tempo. “Grottaminarda no. Un posto più bello. Un bel bar”. Così ci inerpichiamo. E i contorni del parabrezza diventano bosco. Cinque chilometri appena, in apnea. E la connessione salta. Dannazione. Mancano dieci minuti. Da quel che abbiamo visto, non si è tirato in porta al “Pinto”. “Vi andrebbe bene il pareggio?”, “Assolutamente si”. Dritti per Frigento. Pioviggina. Perfetto. La frazione si chiama Carpignano. 612 metri sul livello del mare, duecento abitanti. C’è il santuario della Madonna. C’è l’inverno. Parcheggiamo. Il locale è bello. Domenicale. Sembra quello di Schiava di Tufino, svariati anni orsono. “Attenti al lupo” dietro al bancone, tra le bottiglie e le cartoline. Un certo reciproco imbarazzo. Sciolto nel Jack Daniel’s e nelle Budweiser. E dal flipper, ritenuto ormai gioco d’azzardo. L’Avellino è in B. Non ci sembra vero. In chiesa si recita il rosario in codice. Attorno al nostro nucleo di fanatici, cala la sera. Non ne vale la pena. Oggettivamente, scarpinare così, investirci soldi e impegno. Per essere spediti indietro con un repentino movimento del capo. Oggettivamente, però, noi non siamo l’emblema dell’Oggettività. E il calore della compagnia al decrescere della temperatura circostante, la latente consapevolezza della nostra diversità, la maniera assurda che abbiamo trovato per riempire il nostro tempo interiore, sono sensazioni sensazionali. I pensieri virano al cupo variabile. Ma quando la strada riprende a scendere, dalla macchina che ci precede giunge una telefonata: “Oh, ragazzi, su le mani, che dobbiamo fare un coro”. Viene potente. E ricominciamo a ridere. Senza chiederci più nulla.

26/10/13

La normalità antecedente



Venerdì 25 ottobre 2013, Cosenza-Foggia 1-1

Dev’essere lo stesso per gli spazzini.
Dopo che passi gran parte della tua vita tra i vicoli, a riempire buste di lerciume, dimentichi che al mondo esistono pure le persone pulite. È una questione di prospettiva. Così, mentre l’ispettore brizzolato col cappello ci parla sforzandosi di mantenere la calma, e placidamente ci inviti a non farci “daspare”, ci sembra tutto assurdamente normale. Normale. Che dietro agli uomini in divisa brillino le luci dei fari, che oltre questo cancello metallico e il conseguente terrapieno di cemento armato, vi sia un settore ospiti. E un grande prato verde dove nascono speranze. Abbiamo completamente rimosso che un tempo era questo il motivo per cui si viaggiava. Si comprava un pezzo di carta da un omino chiuso in un cubicolo, come un prete al confessionale, e si varcavano velocemente gli accessi. E, una volta sui gradoni, si cantava, si sudava, si lottava. Per la maglia. O per la squadra, quando ancora la maglia non si portava. Adesso, questo onesto servitore dello Stato ci sta illustrando, con la cura di un buon padre che spiega il mondo a dei bambini neanche tanto discoli, che per il nostro bene è opportuno ruotare il muso delle nostre quattro macchine e puntarlo verso casa. Che di mezzo ci siano 60 o 600 chilometri, poco cambia. E a noi, che abbiamo sentito questo discorso altre tre volte in poco meno di due mesi, sembra già normale. Se non logico. Gli esseri umani si adeguano in fretta ai mutamenti. Dev’essere stato così anche per le specie sopravvissute alla glaciazione. Che ti guardi intorno e non vedi mammut e dinosauri, dopo che per una vita sono stati lì. E dopo cinque minuti, ti abitui. La vita va avanti.

In un parcheggio di un centro commerciale. Roba da Wolverhampton. La scelta tra due direttrici di volo. Una lunga e dritta, l’altra più breve e pittoresca. Anche nei saliscendi e nei lavori in corso. Optiamo per la seconda, ma ricorrendo al voto di fiducia. Tangenziale a uscire. Puntiamo sulla Basilicata più profonda. Abbiamo una scorta di birre a fare da apripista al più classico dei William Lawson’s. Ma siamo senza borse frigo. Così, l’accendino che funge da stappa bottiglie è costretto ad un superlavoro. Ascoli, Candela. San Nicola di Melfi. Il Foggia gioca di venerdì. Al covo, per stasera, preparano dolci e rum. È incredibilmente affascinante sapere di essere in luoghi diversi e concentrarsi, con la stessa dedizione, sui medesimi colori. Contribuendo a spingere quella palla in porta come e più degli undici in campo. Era così ai primissimi tempi del gruppo. O quando la brigata bolognese ci raccontava delle partite viste dal cinese. Seguire questa squadra di emigranti ed esuli sparpagliati nei bar di mezzo mondo, è come per due innamorati – nell’era pre-Skype – fissare la stessa stella. Noi siamo dei privilegiati. Noi ancora possiamo cullare il sogno di vederla dal vivo, quella maglia. Solitamente indossata da cessi col pedigree da cessi. No, non si dice così. S’è ripresa, questa squadra. Ha vinto in casa e poi a Messina, ha pareggiato con l’Ischia dopo aver dominato un tempo. Oggi va a far visita alla capolista. Speriamo gradisca. Ma in cuor nostro sappiamo di avere le stesse possibilità di entrare che avevamo sul traghetto per la Sicilia. Rionero, Istinto brigante, la sagoma solida di Castel Lagopesole. Prima sosta per la pipì a undici chilometri da Potenza. Riempiamo i plastici calici di whiskey e osserviamo. È un discreto plotone, questo che si allarga sul piazzale. La nostra, però, constatiamo non senza una punta d’amara tristezza, è la macchina più anziana. Trentacinque anni di media. Una cosa da deformare il ghigno al disgusto. C’è gente qua in mezzo che non lo conosceva neppure a Zuzzurro! Buttiamo giù la nostra razione di veleno, e ripartiamo. Titograd. Brienza. La nostra ram ci comunica impressioni di ottobre. Ci siamo già stati qui. Era il 2009. E tutto, dal cielo plumbeo al colore del pietrisco, ci sembra intatto. Sembra quel mattino. Una vita fa. L’orrore. Il WL è finito! È un attimo. La nostra vettura lascia sfilare il piccolo corteo. Le quattro porte si spalancano come per un assalto al portavalori. Tutti giù. E gli abitanti del mezzo si immergono fino al bacino nel frenetico viavai della Quinta Avenue. Ad un barista si spiega che il calcio non è più quello di una volta. Non è “quel che proviamo”. Mentre qualcuno punta una Sigma che, in realtà, è un vivaio. Dio benedica sempre quei frangenti in cui ci si perde. Perché ritrovarsi è strano. Nell’abitacolo ricomposto fanno capolino, nell’ordine, un Bellmore impacchettato e un pizzico di vanagloria. “La ragazza del negozio mi ha lasciato il suo numero”, “Davvero? Te l’ha scritto di nascosto?”,  “No, è sul bollino”. Sala Consilina si mostra a sinistra. Fa schifo come ogni volta. Calabria. La Sa-Rc sembra sgombera e lineare. Sembra un’autostrada. Il nuovo nettare apre dibattiti e comparazioni. Ad un certo punto, urlano tutti. E nessuno ascolta nessuno. Si spazia dalla Supporter Card agli Scotch, da Wikileaks al turismo religioso. Una babele al cui confronto i System of a down che piazza il pilota suonano docili alle nostre orecchie come la Royal Philharmonic. Ci ricompattiamo, senza essere venuti a capo di nulla, a 70 chilometri dalla meta. È buio, ormai. A detta dei navigatori che ci mobbizzano, arriveremo alle 20:11.

Cosenza , vista da qui e a quest’ora, sembra Potenza. Se non proprio Catanzaro. Svincoli a dismisura, palazzoni intesi come nuclei abitativi a sé stanti, isolati e conclusi. Eppure la ricordavamo bella. Le luci del San Vito sono fredde. Eravamo custodi di una memoria differente. Persino l’ingresso al settore. Ma erano altri tempi. Era la normalità precedente. Dai finestrini ci è passato accanto il botteghino. Le luci nel loculo di cemento comunicavano apertura. Il plotoncino di agenti che ci viene incontro e chiude a doppia mandata il cancello, tutt’altro. Il dialogo col dirigente è breve poco dinamico. Non resterà alla storia delle trattative. Più o meno come la Conferenza di Monaco. Noi diciamo quel che diciamo sempre, che vorremmo entrare a vedere una partita di pallone. Pagando, s’intende. Quello si stringe nelle spalle e risponde che no, non è possibile. Proviamo un paio di carte a sorpresa, ma non c’è sorpresa che tenga quando la controparte non è disposta a giocare. Quindi vabbé, ciao. La foto canonica, di spalle, con le pezze. No, non è una nuova moda. Noi non viaggiamo per riempire un album. O, peggio, ritenerci migliori di altri che non si mettono in posa fuori dai settori inviolabili. Se fosse questo il nostro intento, saremmo da ricovero coatto. Noi ci muoviamo con la speranza incrollabile di riuscire a varcare quelle soglie e vedere i nostri crossare, lisciare, spazzare l’area. Come certi malati terminali che organizzano le vacanze estive. Per far si che un briciolo di normalità antecedente seguiti ad imporsi nelle nostre esistenze. Plasmate anche su questo. E se il brivido – oggi come oggi – viene dalla mezzeria che finisce sotto la carrozzeria e dai chilometri che si inseguono sui cartelli, allora non badiamo a spese. Anche se fa male ammettere che così è riduttivo. Che sembrano lontani anni luce i tempi in cui allo stadio si poteva entrare. Ma è quanto di meglio abbiamo. E lo conserviamo gelosamente. Circumnavighiamo la città, rassegnati all’evidenza. C’è la diretta Raisport. Direzione Nord. La prima uscita ci annuncia che siamo prossimi ad un posto che si chiama Montalto Uffugo. Anche questa è poesia. Sapere che esistono luoghi sulla Terra che passano, in un clic della freccia e per una coincidenza del fato, dall’assoluta insipienza alla piena familiarità. Poesia. Una volata e ci ritroviamo, senza fiato, faccia a faccia col gestore di una pizzeria. Che stava chiudendo. C’è una saletta, a sinistra. Un televisore. Spento. Il pizzaiolo garantisce che anche loro stavano vedendo la partita. Ma non c’è bisogno di accattivarci. Siamo affamati e non desideriamo altro che mangiare. E vedere il Foggia. L’ispettore, allo stadio, ci aveva garantito che si fosse sul due a zero per il Cosenza. Come se fosse bastato quello, un risultato avverso, a farci desistere. Uno che ha paura di perdere non tifa per il Foggia, amico. Ordiniamo quattro, forse sei pizze con la nduja. È appena cominciata la ripresa. Uno a zero per loro. Pizze al tavolo. “Hai dell’olio piccante?”. Il pizzaiolo, che è calabrese e su queste cose non scherza, risponde (piccato): “Perché? Non è già piccante?”. Forse abbiamo fatto una gaffe, ma guai a tirarsi indietro: “No”. E piovono peperoncini, grandi come fragole. È una mattanza. L’urlo del pari su rigore è straziante. Sembra dire: sono qui a due passi, non possono sentirci. Anche nella grappa c’è il peperoncino. Offre la casa. A cerchio, brindiamo. Al pari in casa della capolista. Alla nostra forza d’animo. Alle battaglie perse. Agli altri al covo e ai foggiani che, in mezzo mondo, hanno urlato come noi al pareggio. Ai chilometri che ci separano da casa e a quelli che faremo la prossima volta. Alle rossonere. Il tempo di entrare in macchina. E resta sveglio solo l’autista. Ma è tardi per portare indietro le lancette del tempo e brindare anche a lui. Si potesse fare, torneremmo indietro all’epoca in cui si poteva comprare un pezzo di carta da un tizio chiuso in un cubicolo. E si poteva vedere il campo di gioco.

 

17/10/13

Casa sua


Ecco fatto. Bravi.
Cinque anni di daspo a quel medico che entrava con l’accredito da giornalista al campo sportivo.
Quello che durante l’ipocrita minuto di raccoglimento per le vittime di Lampedusa ha attirato l’attenzione dei presenti urlando che se fossero rimasti “alle case loro” sarebbero ancora vivi.
Cinque anni di interdizione dallo stadio. Con obbligo di firma.
Bravi. Bis. Avete creato il martire.
Avete  trasformato una spacconata figlia della voglia di protagonismo in un esempio.
Vi piace. Lavorare per emergenze, comminare punizioni eclatanti, aggiungere sempre nuovi capi d’accusa al già sovrabbondante carnet della repressione da stadio.
Senza possibilità di difendersi, senza avvocati difensori a recitare un copione. Daspo. Una lavata di mani degna del Prefetto di Giudea. Perché bisogna dare un segnale. E a voi piace dare segnali.
Anche se non si capisce più in funzione di che.
Lo stadio, certo. Un tempo il luogo della libertà assoluta, dell’aggregazione e della socialità senza vincoli o guardiani. Perché la polizia in curva non poteva entrare. Oggi – nell’epoca delle telecamerine rotanti e del controllo totale – il tempio dell’etica. Un’arena morale. Il lavacro d’ogni abominio. È all’interno degli stadi che siamo tornati a perdere quella maggiore età che detenevamo. E siamo tornati scolaretti. È all’interno dello stadio, più che in ogni altro posto canonico, che lo Stato – nella figura dei Prefetti, dei Questori, dei responsabili del reparto celere, dei finanzieri – è tornato ad imporre il suo ruolo genitoriale. Non più individui perfettibili, capaci di sbagliare (e pagare), ma comunque responsabili integrali delle proprie azioni. Ma minorenni costantemente sotto schiaffo, affidati in tutela alle grinfie dell’Istituzione, punitiva come il dio dell’Antico Testamento. Lo stadio è la casa del padre. Attorno al rettangolo verde, come attorno alla tavola domenicale coi parenti, i bambini devono filare dritto. Dire sempre “per piacere”, “grazie”, parlare solo quando interrogati e soprattutto comportarsi bene. Non c’è spazio per le cattive parole, gli insulti, gli attaccabrighe.
Fuori – tra poveri in guerra tra loro, precariato sottopagato, assenza di sicurezza e incertezza del presente – è il caos. La crisi, come la chiamano. E i suoi risvolti. Ma dentro, varcati quei tornelli, l’Italia del 2013 diventa l’Argentina del 1978. Solo che non c’è la Mondovisione. Non è a chi ci guarda da casa oltreconfine che dobbiamo dare un’immagine di efficienza e serenità. È a noi stessi. L’Italia vuole che gli Italiani si percepiscano così. Se una curva canta contro i Napoletani, la si chiude per “discriminazione territoriale”. Se si fischia un giocatore avversario di colore, si multa la società per razzismo. Se si accende un fumogeno, al reo si vieta l’accesso al campo e alle sue adiacenze per diversi mesi o anni. Lo Stato-padre non vuole che si oltraggi il dì di festa. Tutto deve andare dentro come se il fuori non esistesse. E il dissenso, qualsiasi dissenso, non deve più avere ragion d’essere.
Ora, si, capisco, sembra un volo troppo ardito, considerato il punto di partenza.
E invece no. Quello lì, il medico che va in televisione, è un signor nessuno. Un fascista, un giornalista, uno che avrà anche in vita sua definito “idioti” o “pseudo-tifosi” quelli che fanno le cose che facciamo noi di solito. Però, ragioniamoci, cinque anni di daspo sono una mostruosità senza capo né coda. Tanto valutandoli per quel che sono, come impedimento di assistere ad uno “spettacolo”. Ancor di più prendendoli per quel che rappresentano. Un Esempio, appunto. Tra quelli che esultano perché se l’è cercata e meritata, c’è qualcuno oggi che si sente più sicuro? Voglio dire, sicuro di poter esprimere quel che pensa in un agone pubblico? Eliminato il giornalista, nettata la coscienza – come se avessimo debellato il germe del razzismo spegnendo la voce, per quanto sgradevole, di un singolo razzista… oltretutto per procura sbirresca –, c’è qualcuno che si sentirà tranquillo nell’esternare le proprie convinzioni, sapendo di avere addosso gli occhi rotanti dello Stato-padre?
Direte: ma non è certo una novità! I romanisti che si girarono di spalle durante il lutto obbligatorio per Raciti, i fischi ai caduti di Nassirya. Furono puniti. Tutti puniti.
Certo. Ma nessuno di noi esultò. Si disse felice che il nostro Grande Fratello ci avesse messo ai ceppi. Abbiamo gridato all’assurdità di quella sfilza di provvedimenti relativi al reato di opinione. Perché l’opinione espressa dai repressi ci garbava, e questo ha reso il nostro urlo più automatico e sentito. Ma adesso che non ci piace, che si fa? Si dice che han fatto bene dalla Questura e ci prepariamo da soli la tagliola nella quale andremo a mettere la caviglia?
Parere personale, provo disprezzo per i razzisti. Per quelli espliciti e per quelli camuffati.
Ma trovo altresì indecoroso non considerare il contesto entro cui i meccanismi repressivi si autogiustificano nel nome di una pretesa, presunta idea media dominante. Non è a suon di leggi ad hoc e di provvedimenti folli che si combatte il pregiudizio. A suon di leggi e provvedimenti piuttosto si impone quel melenso, borghese, elitario Pensiero d’equilibrio, buonista e socialdemocratico; che s’ammanta di impegno laddove non cela nient’altro che indifferenza e superiorità. Ma l’Italia non è Fabio Fazio. E, a furia di mettere a tacere per decreto i bassi istinti, si finisce come certi aristocratici francesi, che seguitavano a frequentare i palchi dei teatri mentre fuori stava già fischiando il pentolone che li avrebbe spazzati via. Che prima o poi il ragioner Ugo Fantozzi tornerà a dire che “la Corazzata Potemkin è una cacata pazzesca!”. E beccherà novantatre minuti ininterrotti di applausi. E forse cinque anni di Daspo.
Ragion per cui, se posso permettermi, un consiglio: occhio ad annuire quando le Questure reprimono un pensiero. 

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