13/04/17

Null'altro


Quando il Foggia salì in B Leonardo, mio padre, aveva la varicella.
Franco, mio zio, salì le scale di casa con una foga che imprimeva sconsiderata fretta ad ogni passo sui gradini. La varicella non era prevista. A quarant’anni non è mai prevista. Zio, da sempre entusiasta fino al rovesciamento del visibile, l’aveva interpretata come una punizione divina al cauto ottimismo di mio padre. Visitò il malato giusto il tempo di urlare, dalla porta della cameretta, che la Madonna l’aveva voluto. Poi si rifece le scale al contrario e tornò a farsi ingoiare dalla festa che ingoiava Foggia.
Quando, nove anni dopo, il Foggia retrocesse in C1, io non ero a Salerno. Non ricordo neppure più perché. In mezzo c’era stato Zeman, c’era stato Catuzzi, le quattro stagioni di serie A, la Uefa persa nello scontro diretto col Napoli. Bacchin. Di Canio sotto la Sud. C’erano state le stagioni della cadetteria percepita come declassamento. Anni di una disillusione cocente, ustionante, diffusa. Anni di ambizioni frustrate, di miraggi e disaffezioni. L’incantesimo spezzato tra una piazza asfissiante e la sua maglia rossonera. Quei tempi passati a ritenerci di passaggio che finivano per non finire più. Eravamo pochissimi a Benevento, la domenica delle Palme del 1995. Giocavamo in casa, formalmente. In campo neutro. Pochissimi erano anche i pescaresi, che in classifica volavano altissimi. Una telefonata a casa. Un sentimento di avulsa alterità rispetto ad una città che, inutile nasconderselo, si era offesa come una collegiale ed aveva voltato le spalle ai suoi ragazzi. Sette minuti di recupero lunghi come una rinascita. Vincemmo uno a zero, immeritatamente. E Burgnich si ripeté la settimana successiva, vincendo di misura a Brescia e vendicando uno 0-5 finito alle tre del mattino, con il faccia a faccia negli spogliatoi. Sabato di Pasqua. Come il prossimo. Come quello del 1989, quando Fabio Fratena uscì in barella dal “Pinto” di Caserta. Che i foggiani erano talmente tanti da spostare il settore ospiti. Ero in un locale che forse era un pub e che di sicuro oggi non esiste più. A via Ciampitti, accanto alla saletta di Savino e alla Pizzeria America. Non piansi. Prevalse l’incredulità per quella prova agonisticamente impeccabile quanto inutile di una Salernitana già promossa che voleva vederci sprofondati. Come i ricordi di un passato recente. Come Ciccio Baiano sotto la loro curva. È il calcio, mi ripetevo. La raggelante bellezza di uno sport impietoso ed ingiusto. Del resto, avevamo sciupato la salvezza la settimana prima, col Ravenna, allo “Zaccheria”. Vincevamo due a zero. Non piansi. E non lo feci neppure ad Ancona, nello spareggio play-out che ci affossò in C2. A noi. Che pensavamo che Marsala – raggiunta da una decina di eroi – fosse il letto dell’orrido. Le circolari dei martinesi in una mezza sera di lunedì. La neve col Brindisi. L’Andria che vince al 94’.

Questa settimana è una seduta di ipnosi. Un viaggio terrificante e cardiopatico, che salta battiti e pompa sangue alla rinfusa. All’indietro, random. Sembra impossibile. Che sia la stessa squadra. Quella che di lunedì andava a giocarsela a Sassari e quella che perdeva Baldini, che se ne andava a Mantova, mentre in maternità aspettavamo Antonio. Quella che ci portava a Venezia e quella di Roccotelli che batteva i calci d’angolo dalla destra della Nord. Quella di cui parlava nonno e quella che doveva fare la tournee in Cina, nell’estate del 1992. Quella che giocò in maglia verde al “Veneziani” di mercoledì, quella che battendo la Casertana fece un favore al Barletta, quella che schierava Petrescu alla conduzione di una trasmissione di Teleradioerre e quella che seguivamo in furgone. Quella del “Delle Alpi” e quella di Gualdo e Nardò. Le repliche di Telefoggia la domenica alle 21:30, il pellegrinaggio in via Gioberti quando venne giù la vecchia tribuna, la presentazione di Campilongo all’anfiteatro. Entrambi sostanzialmente declinabili al passato remoto. Questa settimana è un bilancio. È una constatazione che funge da avvertimento. Il Foggia ha macinato le nostre vite. E non c’è distanza che sia mai riuscita a metterci in salvo da questa sorta di astro perverso. Ora non stiamo più nella pelle. Ma se la pelle ci fosse ancora sarebbe dura e annerita dalla sovraesposizione alla luce fortissima e alle intemperie di questa stella folle. La stella del Sud, come recitava uno striscione in centro, ai tempi del Totip. Non c’è discontinuità, è questo che spaventa e toglie il fiato. Tra “all’attacco, brutti scimmioni” e la mentalità. Il Foggia è il nostro viaggio sentimentale. Null’altro, se si esclude la famiglia o gli occhi che portiamo in fronte, dura da tanto. Null’altro è più difficile da abbandonare. Null’altro sembra più scontato. Ce ne siamo resi conto il giorno in cui Samele vinceva in squadra il bronzo olimpico. Il giorno di quell’imprenditore foggiano che, da Milano, aveva salvato i rossoneri dall’inferno. Più ancora di Caraccio. A volte vorrei che il Foggia fosse uno di quei film alla “Big fish”, di quelli in cui i protagonisti sparpagliati sulla celluloide alla fine si incontrano tutti in un posto e si guardano e si conoscono da sempre. Il nostro Walhalla simile ad una celebrazione. La sforbiciata di Mounard a Cremona con il tuffo di Barbuti a Teramo, la rovesciata di Bozzi al “Ferraris” con Schio e Orati a Brindisi. Con Paolo List dal limite, al Barletta. Sotto l’incrocio. Con le banane in Sud. E Signori che dribbla Galli al “San Paolo” e corre sotto la Nord laziale, ammainando la stagione delle bandiere improbabili. Il tutto confuso, meraviglioso come un precipizio, come una scogliera battuta dai venti. C’è gente che quando canta “Il Foggia è tutto per me” non scherza affatto. Magari pecca di approssimazione, di ingenuità, ma il vero è dietro il velo delle parole. Perché non stiamo parlando di una squadra di calcio. Stiamo parlando della nostra storia collettiva. Del nostro essere comunità in una città che tale s’è sentita solo dinanzi alle sciagure. Oggi, a meno di quarantotto fottutissime ore dalla prima ordalia, la mia città non somiglia in nulla a quella di dieci mesi fa.  Non ci sono strade imbandierate, non ci sono festoni, tutti parlano di piedi per terra. Ma il fatto che non parlino d’altro dimostra quale fuoco provi a nascondersi sotto la cenere del tempo che non passa mai. Foggia, oggi, ripete che non abbiamo fatto ancora niente, ma è cautamente ottimista. Come Leonardo, prima di prendersi la varicella. E noialtri, entusiasti che ancora non scordano le lacrime di giugno, non possiamo fare altro che guardare fuori dalla finestra e tirare fuori un’idea che ci strappi all’immobilismo delle lancette. Tipo scrivere parole superflue, che suonino da ode e da preghiera laica. A quegli uomini che sabato dovranno scendere in campo sapendo cosa rappresentano. Per questa gente che solo quando li vede in campo si sente davvero una città.

Allora avanti, nel nome di tutto ciò che ci ha preceduti e lambiti. Di tutto ciò che è trascorso e, in virtù di questo, è al nostro fianco più del presente. Dell’urlo dei trentamila quando Bresciani sparò alle spalle di Peruzzi. E del silenzio sotto i portoni dei notai, fallimento dopo fallimento. Avanti, nel nome di quel che conta davvero, del nostro gioco di bambini che è diventato una faccenda dannatamente seria. Nel nome di chi ha amato quella maglia e di chi la amerà. Di chi non c’è e di chi non può. Avanti, cazzo, brutti scimmioni. Che Foggia è stanca di patire. 

08/01/17

Fratena



Quello che criticava sempre tutti sbucava in curva che in campo c’erano già le squadre schierate. Uno sguardo fugace al suo posto, diversi gradoni più in su. E via, a risalire la corrente umana senza ombra d’affanno, recitando d’un fiato una litania che – per quel pezzo di Nord – equivaleva ad un rito. E ad un saluto, al contempo. Ce l’aveva con l’intero organigramma societario, dal presidente al magazziniere. Vaticinava sciagure, collassi, rovesci. Finché non giungeva al suo campo base. Poi, continuava per gran parte dei novanta minuti.
Quello che criticava sempre tutti quel giorno non disse niente. Prese posto, si sfregò vigorosamente le mani, sbuffò un soffio d’aria gelida, e s’accorse che in tanti lo stavano guardando, giustamente sorpresi da quell’inatteso mutismo. E la sorpresa aumentò quando disse: “Oggi al quinto vinciamo già due a zero!”. La gente rise, qualcuno lo mandò bonariamente al diavolo. Lui puntò i suoi occhi stretti a fessura sul rettangolo verde. E, in un saggio soliloquio, aggiunse: “Mo che vedete…”.

Ci sono critici, studiosi dello strutturalismo, filologi costruttivisti, che s’approcciano alla Poesia come medici legali ad una scena del crimine, ad una autopsia. Ne sanno tante e conoscono l’importanza d’ogni singola parola. Che, nell’economia di una lirica, nei suoi pesi e contrappesi fatti di sillabe, di figure retoriche, di metrica, dire tenere e dire sentire non è affatto la stessa cosa.
Poi ci sono tutti gli altri. Quelli per cui la Poesia non è nelle alchimie della tecnica. Quelli che la tecnica la ignorano proprio. Ma sentono la pelle diventare una parete a buccia d’arancia quando certe parole si collegano tra loro. E poco importa se un tenere diventa sentire.

Fabio Fratena, quel giorno, ricevette palla subito dopo il fischio d’inizio. Il Foggia avrebbe attaccato sotto la nostra curva per i primi quarantacinque minuti. Aveva la faccia di uno di quelli che chiamano in presidenza per annunciare un incendio a scuola. Puntò il suo avversario diretto, nel cerchio di centrocampo. Lo sfidò a duello, uno contro uno. Finse impercettibilmente di slittare a destra, poi gli andò addosso, smaterializzando l’avversario con un tocco sinistro. Un tunnel o qualcosa del genere. La linea mediana del Monopoli – maglia bianca a maniche lunghe, pantaloncini verdi, calzettoni bianchi – ebbe un attimo di sbandamento. Di sicuro non si aspettavano quel gesto. Di solito, dopo la palla al centro, si girava il pallone alla propria metà campo, per dare il via alla giostra dei fatidici minuti di studio. Invece Fabio Fratena aveva guadagnato già dieci metri in campo avverso. E i due mediani erano troppo larghi. Ognuno dei due pensava toccasse all’altro l’onere di andare a chiudere. E Fabio Fratena ne approfittò, entrando in quella breccia come un ufficiale della cavalleria leggera. Era al limite dell’area monopolitana. Un difensore si mosse per contrastarlo. Ma fu un atto più eroico che utile. Fratena continuò, dritto per dritto, finché non vide la casacca grigia del portiere all’orizzonte breve. Il sinistro scavalcò la gamba destra dell’estremo difensore. Erano passati trenta secondi, forse meno. Il Foggia era in vantaggio. Il boato fu incredulo, mentre in tanti stavano ancora facendo il loro ingresso allo “Zaccheria”. Nel dintorni del mio posto, tutti abbracciavano Quello che criticava sempre tutti. L’aveva detto. E, per modestia e presunzione, ostentava calma, mentre braccia e mani lo scuotevano in tutte le direzioni. Non esultava, lui. Sorrideva sotto i baffi. E ripeteva: “Calma, calma, non è finita”. Esagerava. Nel 1986 un gol di vantaggio – al primo come al settantesimo – non era premessa al bel calcio, alla ricerca della goleada, alla leziosità accademica. Era un invito esplicito alla costruzione di una, due, talvolta tre linee di barricate. Così andò. Il Foggia vinse 1-0, con rete di Fabio Fratena al primo di gioco.
Avevo nove anni. E, a ripensarci oggi, Fratena era il mio idolo già da tempo. Non so da quanto, precisamente. Probabilmente da sempre.

Del resto era il nostro Butragueno. Ed io idolatravo Butragueno.
Anche in quel caso, era la faccia a smuovere considerazioni improvvise. Un ovale per nulla tale, pieno di spigoli e magrezze, disomogeneo, intagliato con fretta, alla buona. La coscienza nel punto di vista che dove non arriva la forza, arriva la furbizia. Butragueno era quello, per me: l’intelligenza. Magro, brevilineo, come si sarebbe definito all’epoca. Così diverso dai Santillana, dai Michel, Hierro o da quell’Hugo Sanchez brillante e plateale, che segnava quasi come preludio all’attesa capriola. Butragueno aveva un che di introverso, di esistenzialista, direi oggi.
In classe, alle elementari, Rocco era per Laudrup, quello vero, mentre Felice sosteneva che non c’era storia: era Elkjær il giocatore più forte in circolazione. In parte gli davo ragione, a Felice. Elkjær era un colosso irruente, uno che ricordava i miti nordici e lo Sturm und Drang. Uno come sarebbe stato poi Skuhravy. Rocco, col suo idolo invece, non incuteva alcun timore. La prova del fuoco, quella che avrebbe risolto una volta per tutte la diatriba, ci si presentò dinanzi senza neppure averla ricercata. La sorte, si sa. Il 18 giugno del 1986 – cinque mesi prima del gol di Fratena al Monopoli – allo stadio “Corregidora” di Santiago de Querétaro, Danimarca e Spagna si contesero l’accesso ai Quarti del Mondiale messicano. L’Italia era fuori da meno di 24 ore. L’ordalia diede un esito inequivoco ed inequivocabile: non solo la Spagna vinse, ma vinse 5-1. E non solo non segnarono né Elkjær né Laudrup, ma Butragueno realizzò quattro delle cinque reti spagnole. Il primo giorno del nuovo anno scolastico, incassai il tributo dei miei amici: era indiscutibilmente Butragueno il giocatore più forte del mondo. Punto. Non se ne parlò più.

La Poesia fa così. Soffia, spazza, devasta, come un vento impetuoso. Anche per quelli che non hanno i mezzi – e che dei mezzi se ne infischiano – per comprendere ogni sotterraneo singulto di senso del Poeta. Capita che gli uomini semplici ricordino a memoria interi poemi, ripetendo termini astrusi e ignorandone il significato. Capita che questa cosa provochi loro un immenso piacere. A prescindere. Così questa storia.

Nell’agosto del 1987, il Real Madrid calò a Foggia per un’amichevole irripetibile. In quei giorni di luce e calore, s’acquartierò al Cicolella, su Viale XXIV Maggio. Io ero tra i tanti che s’accalcavano alle vetrate della hall, sperando di intravedere qualcuno. Anni dopo si dibatte ancora. Tra chi sostiene di aver visto Butragueno dare un pizzicotto affettuoso sulla guancia di mio cugino, all’epoca bambino; chi si spinge fino a dire che non fu un pizzicotto, ma che Butragueno lo prese addirittura in braccio; e i critici letterari che ripetono la solfa che Butragueno non faceva parte della spedizione, tant’è vero che l’indomani non giocò. Io sono convinto d’aver visto Antonio in braccio al Buitre. E se non l’ho visto con gli occhi che mostro, di sicuro l’ho visto con altri occhi, quelli dell’immaginazione. Che cambia? Niente, dico io. Ma sono di parte.
Il Foggia perse 3-1. E quell’anno perse – cosa nuova – anche il campionato che doveva stravincere. Ma Fabio Fratena aveva ormai offuscato la stella di Emil Butragueno. Segnò il momentaneo due a zero a Monopoli (ancora loro!). Un sinistro rasoterra, in diagonale, dopo essersi liberato al tiro dall’angolo opposto dell’area di rigore. Poi corse sotto al settore. Una corsa argentina, irrefrenabile. Quel giorno ci sentivamo in B. Sentivamo che niente avrebbe potuto frapporsi tra noi e il nostro obiettivo. La squadra – impazzita di gioia – seguiva quel ragazzo biondo nella sua corsa sotto il pezzo di gradinata destinato agli ospiti. Scavalcò una fila di sponsor posizionati sulla pista d’atletica. Poi s’arrampicò sulla rete metallica che divideva gli ottocento foggiani dal campo. L’abbraccio tra l’idolo e la folla in delirio moltiplicò i brividi. Anche a sera, quando i foggiani che erano rimasti a casa videro la partita in registrata. In quell’attimo, in “Veneziani” era la “Bombonera”. E lui, il numero sette, l’astuzia e l’intelligenza, il nostro eroe. Non un condottiero, no. Quelli come Elkjær fanno i condottieri. E da noi c’erano altri pretendenti al titolo. Ma uno di quegli ufficiali di campo, di quelli decisivi in battaglia, di quelli adorati dalla truppa. Per coraggio, determinazione, lucidità.

Della stagione successiva ricordo un gol all’Ischia che ha del miracoloso. Per tecnica e incoscienza. Una diagonale velocissima, con la palla riottosa che si ribella ma non osa staccarsi dai suoi piedi; i giocatori avversari affrontati, uno dopo l’altro, in una prospettiva di campo che rovesciava la logica: dalla linea laterale allo spigolo dell’area di rigore, quasi in orizzontale, con un’idea di profondità che era esclusivamente nei suoi piani di battaglia. E una torsione del piede di 90°, a battere il portiere con un tiro improvviso, impensabile, sul palo lontano. La palla che si strozza e rimbalza, che poi schizza in fondo alla rete. E uno alla Salernitana, nato da un sagace filtrante a centrocampo, da uno scatto sul limite estremo del fuorigioco. Cinquanta metri di corsa, con il solo portiere tra se stesso e la Sud. L’uscita disperata, quasi alla trequarti, del numero uno granata. Una finta di corpo che è lirica futurista, con la palla che continua la sua corsa in linea mentre il corpo dell’eroe va prima tutto a destra – trascinandosi il portiere – e poi tutto a sinistra. Ricordo quell’attendente di campo che, da dietro la porta, lo incita ad avanzare: “Vai! Vai!”, gli gridava. Accompagnando l’urlo col gesto. La porta vuota. E, sulla linea, il tocco di esterno destro. E ancora i cancelli della curva.
Ero con l’orecchio alla radiolina, in strada quando seppi dell’infortunio. Sulle prime, sottovalutai l’episodio, preso com’ero a fremere per quella che si profilava come una sconfitta carica di presagi. Già l’anno precedente il sabato di Pasqua si rivelò funesto: avevamo perso a Salerno, avevamo perso immeritatamente e male. E si rivelò l’incipit del fallimento. Si perse anche quel giorno, a Caserta, ancora 2-1. Fratena non rientrò più. Salimmo in B dovendo fare a meno di uno come lui per un paio di mesi. Festeggiammo allo “Zaccheria”, di notte, con l’elicottero che planava a centrocampo restituendoci la squadra che aveva strappato al Palermo il punto decisivo.

Quella sera finì il calcio epico che avevo amato e amo ancora.

Arrivò Zeman, cominciava un’altra storia. Un altro calcio. Di lì a due anni avremmo smesso col Monopoli, il Campobasso, il Martina. Avremmo cominciato a parlare di Milan, di Baggio, di Sacchi. Eppure, il primo di aprile del 1990, lo “Zaccheria” gremito s’alzò in piedi a tributare l’omaggio che Fabio Fratena meritava. Non ricordo al posto di chi entrò. Ricordo solo che avevamo il Brescia contro, che vincemmo facilmente, che segnò persino l’atteso Meluso. Ma mentre Meluso era stato una meteora, il rinforzo più fantasticato che concreto, Fratena era la stella fiammeggiante del nostro passato, che tornava a mostrare il suo luminoso talento in una terra modificata, che gli chiedeva strada. Ormai c’era Signori, in campo, c’erano Rambaudi e Nunziata. Si guadagnava in estetica. Si spegneva il romanticismo.
Eppure, la gente deve sapere la verità.
Che c’è stato un tempo in cui il giocatore più forte del mondo non era Butragueno, e tanto meno Elkjær o Laudrup. Era Fabio Fratena. Il Buitre.

Postilla postmoderna

Il 5 gennaio del 2014 il Foggia è di scena ad Aprilia. Serie C2. Fa freddo e noi non siamo tesserati. Ragion per cui, non ci fanno entrare. Ma il campo sportivo è circondato da mucchi di sabbia. C’è un cantiere. Così, decidiamo di scalare quei promontori improvvisati e riusciamo, sebbene in maniera precaria, con le sabbie che ci risucchiano, ad intravedere il pareggio dei nostri. Poi una telefonata. Antonio, quello che da piccolo è stato preso in braccio da Butragueno, mi chiama. “C’è Fratena in tribuna”, mi dice. Torno bambino. Lo dico agli altri. I più anziani reagiscono come me. Un sorriso d’altri tempi, dei tempi in cui facevamo l’album Panini in trepidante attesa di squadra e scudettino, ci taglia il viso più del vento freddo. Non si fanno più i cori ai giocatori. Non più quelli complessi, articolati, pieni di parole: Shalimov, Chamot, persino Medford. E neppure quelli elementari. Ma quello per Fratena viene dritto da un’epoca antica quanto la civiltà sumera. Non ha niente della forma-canzone alla quale abbiamo fatto affidamento per gran parte degli anni Novanta. Ha qualcosa di innocente e di infantile. Così, un po’ per scherzo e un po’ no, qualche “vecchio” lo fa partire. La lallazione della nostra passione: “Fabio Fratena, Fabio Fratena, Fabio Fratena la la”. Non l’avrà sentito di certo. Del resto, non era nostra intenzione farci sentire. Ma in quei quindici secondi, è stata Poesia.

   

06/01/17

Contro il laicismo

Il calcio è liturgia.
La fede calcistica è culto. È superstizione, macumba, sacrificio umano. È rimozione – più o meno temporanea – dell’Occidente. Dai Lumi in poi, quanto meno. Un filosofo positivista, un sacerdote modernista, un chimico, un biologo, un panettiere materialista dialettico, quando varca i cancelli del tempio, quando sale sui gradoni santificati dal sacrificio collettivo, può compiere una scelta e una soltanto: legarsi alla schiera dei fedeli da cilicio o aggregarsi allo stormo dei monaci combattenti. Patire e macerarsi, battersi come i flagellanti, per guadagnarsi un angolo di Cielo; o mostrare l’armatura, lo scudo dipinto coi colori sociali, indossare l’elmo e andare alla battaglia. Che dio lo vuole.
Non c’è terza via. Non c’è relativismo.

Potete tranquillamente spostare il focus di questa questione. Dire che è il mio integralismo e non il calcio, il punto. Che il calcio è un gioco e ognuno lo vive come vuole. Che siamo in democrazia. Che il guaio è proprio il culto, e che per salvare il giuoco bisogna sfrondare questa religione da tutti i religiosi, come si sveste una madonna barocca dai suoi panni dorati. Tornare all’essenza infantile. Ma il cane si attorciglia nella coda. Perché per anelare all’infanzia bisogna dotarsi, oltre che di una buona dose di memoria immaginifica, anche di una grande capacità idealizzante. Giacché niente è più assoluto, anti-dialettico e assertivo di un bambino. E nulla esalta queste caratteristiche – già di loro esposte all’esponente – come un bambino che gioca. Altro che spensieratezza, ingenuità, sportività. Un bambino, rispetto al calcio, è uno studente dell’università islamica di Kabul. L’infanzia, lungi dall’essere l’alveo del rispetto e del piacere ludico, è il regno dell’Anabattismo più oltranzista. Una volta inoculato il germe della fedeltà ai colori, nessuno, neppure un genitore può permettersi più alcuna febbre per giustificare l’assenza dallo stadio-tempio nel giorno del rito pagano. Pena la messa in discussione del rapporto genitoriale stesso.

Non esiste il tifoso laico. Per definizione.
Laico è l’atteggiamento distaccato, laica è la posa scostante, l’ascolto intermittente, l’interesse ondivago. Laico è lo Juventino che segue la Champions alla tv con amici, amiche e pizza d’asporto. Laico è quello che dice che gli piace un po’ tutta la musica. Laico è l’espediente linguistico che utilizziamo per dire che non vogliamo perdere. Che non sappiamo farlo. E che siamo in grado di tradire tutto e tutti pur di evitare quest’onta. Quelli che si dicono appassionati del genere pulp ma che non tollerano il sangue. Quelli che, dopo due sconfitte e tre pareggi, ti guardano scettici, superiori, salvi, e ti chiedono chi te lo faccia fare. Gli stessi che denunciano l’ingiustizia subita se poi non trovano il biglietto per la finale play-off. Che avevano prenotato un posto sul carro del vincitore e se lo son visti soffiar via.

Ritornare all’evangelizzazione. Al paganesimo militante.
Ad imprimere sulla carne dei bambini il marchio dell’eterno patimento. I satanelli. Nella buona e nella cattiva sorte. Sapendo che la buona sorte, per quelli come noi, altro non è che l’antefatto di una catastrofe. Insegnare ai nuovi fedeli cosa sia la fedeltà, quando il mondo ti crolla addosso e l’Avellino segna. La grandezza epica delle lacrime, della rabbia. L’inestinguibile necessità del riscatto. Guardare i calendari ad agosto e fremere. Perdere, sbraitare, maledire la sorte e i suoi interpreti, e dopo cinque minuti essere nuovamente pronti alla pugna. Trasmettere la passione senza domande. Solo così sconfiggeremo i selfie e i video sui gradoni, la goliardia e le buffonate, i tifosi da inquadratura televisiva e gli stupidi striscioni eretici. Solo così, tornando alla Vera Fede, potremo battere il Laicismo figlio del calcio maggiore e del relativismo.

Alla Santa Inquisizione i refrattari.

01/09/16

Gli dei dell'alcool


Io gli alcolisti li riconosco. Quel tale a Marsiglia, ad esempio. Che mi chiese una sigaretta e la ottenne. Che mi ringraziò regalandomi una delle sei bottiglie di birra in lattina che s’era portato appresso per una pausa da non so cosa. E che ricevette un Pastis in cambio della birra. Ecco. Quel tale guardò il bicchiere, con un’intensità tale da poter ben dire che, col bicchiere stesso, avesse una relazione di lungo corso. Scosse il capo. Digrignò la bocca. Arricciò il naso. Poi bevve, come se una forza superiore lo costringesse a farlo.
Io so cosa stava pensando, il tale, in quegli attimi di apparente tentennamento. “Bere di meno”, s’era detto. “Basta superalcolici, basta intrugli”, s’era ripromesso, puntando a compensare. La birra gli sarà sembrata una soluzione accettabile. Il sole di marzo. Una panchina al Porto Vecchio. E all’improvviso, uno sconosciuto che ti offre un Pastis. Gi dei dell’alcool, bizzarri e implacabili, giunti a presentare il conto.
Sono rimasto a Pisa-Foggia. Non a Foggia-Pisa, si badi bene. Ma a Pisa-Foggia. All’andata. Al pre-partita dell’andata. Ci ripenso, mentre mi sento sudare sotto la camicia che uso solo ai matrimoni. Sotto la giacca che metto solo ai matrimoni. Al volante, diretto come sono ad una sala per matrimoni. Ci ripenso. Anche prima di quel pre-partita c’era stato un matrimonio. La prima volta che avevo messo questa giacca. E questa camicia. Mi sembra passato troppo poco tempo: un paio di settimane, tre, tutt’al più. Stasera il Foggia fa il suo esordio. Di nuovo in Lega Pro. Non mi sembra giusto. Non mi sento pronto. Non sento niente.
Nessuna finta emozione da stato sui social, nessuna adrenalina, nessuna tensione. Niente. Attribuisco il fatto alla delusione. Perché se è vero che sono rimasto alla baldoria che ha preceduto l’andata della finale play-off, è pur vero che so come i play-off sono andati a finire. Mi ricordo un pianto dirotto, inconsolato, contro un muro diroccato. E poi più niente. Ma no, non può essere. La delusione da sola non basta. Dev’esserci altro. E lo lego al fattore tempo: è passato davvero troppo poco, dai. Stasera l’unica emozione, penso mentre svolto a destra verso la sala ricevimenti, sarà doversi presentare due volte in questura agghindato a questa sconcia maniera. Immagino le canzonature degli altri e sorrido di mio. Mancano due ore. E mi dedico ai prosecco e al finger food. Non penso al Foggia. Non ci penso affatto. E quando scatta l’ora X, quella di abbandonare il salone, sono alle prese con le ostriche e il fritto. Così mi duole ancor di più.
In quel locale di flamenco che grondava afa liquefatta dalle lamiere ondulate del tetto, laggiù nella torrida e torrenziale Siviglia, c’erano cinque ragazzotti dalla cadenza veneta che avevano puntato cinque bianchissime ragazzine tedesche. E, per darsi un tono o farsi forza, avevano ordinato una caraffa di sangrìa. Una. Di sangrìa. Per cinque persone. Non bastasse, affrontavano ogni sorso con una smorfia atroce. Un movimento respingente di labbra, naso, occhi. Da bevitori incalliti, da bevitori esausti. Rido, ridiamo, cercando di non farci vedere. Ma non posso fare a meno di pensare che nello stesso lasso di tempo mi sarei fatto fuori mezza bottiglia di whiskey. Senza mosse.
In questura arrivo con cinque minuti di anticipo. Gli altri alla spicciolata. Due chiacchiere, qualche battuta, il mio turno, saluti, via. Il primo tempo che scorre via. Zero a zero. Temo questa partita. L’Andria è sempre stato avversario ostico. E noi abbiamo già un bel po’ di problemi, quest’anno. Il tempo di arrivare ed è quasi tempo di andare. Francesca mi mette da parte il primo piatto di pesce. Le mazzancolle non si mischiano col pesto. Il secondo tempo è iniziato. Reti inviolate. Spero che le polemiche per un mezzo passo falso non peggiorino ulteriormente la situazione della piazza. Abbiamo altri tre turni casalinghi a porte chiuse. Gli altri, i nostri, sono fuori dalla Nord. Urlano e cantano. Chissà se la squadra li sente. Parcheggio, scendo. Gli altri diffidati sono già lì. Vedo gli sguardi, seguo le indicazioni delle loro mani. Siamo in vantaggio. Un lieve soffio di felicità. Ma niente di che. La faccia dell’appuntato. Le solite storie. La fila. Poi, nel bel mezzo dell’attesa, qualcuno bestemmia. L’Andria, ha pareggiato l’Andria. E vedo i miei abiti da cermonia mutare d’aspetto. Divento un tale con cinque birre sotto la panchina del Porto Vecchio e difronte a me c’è Marsiglia. Un tipo seduto accanto a me mi sta offrendo un Pastis. Io, inconsapevolmente, avevo deciso di non bere. Ma gli dei mi stanno offrendo un intruglio. Io sgrigno. Poi bevo. E sento che ne voglio ancora. Li so riconoscere, gli alcolisti. In macchina corro, fremo ai semafori, come se correre e fremere possa mutare la situazione. Il demone è tornato e mi fa digitare tasti a caso sul cellulare, che dice 1-1. Mi chiama Gianni. Bestemmia anche lui. Sportube è scomparsa dal video. Problemi tecnici. Divento insofferente. Anzi, soffro. Di nuovo. Troppo presto, mi dico, troppo presto. Eppure è così. Nel giardino della sala ricevimenti sono al secondo piatto. Il mio, quello col pesce, è a centrotavola. Tra i commensali c’è Andrea, che tocca la ricotta aromatizzata con la punta della forchetta, ma guarda fissamente uno smartphone. Diretta.it, ne sono certo. Io guardo Andrea, in un silenzio imbarazzante. Finché un brillio nei suoi occhi mi annuncia qualcosa. Segue l’urlo, liberatorio. Un terzo amico urla da un altro tavolo. Siamo in vantaggio. Mancano otto minuti. Che seguiamo in apnea. Poi un fottio di recupero. Infine il fischio finale. La liberazione. Il Foggia ha vinto. Mi slaccio il collo della camicia, arrotolo le maniche, rilasso i muscoli della schiena sulla poltrona imbottita. E mi rendo conto di essere tra la gente. Sorrido inebetito. Guardo il vino bianco nel cestello. E, finalmente, posso tornare a bere.

15/06/16

Lode del cadere e del rialzarsi


Foggia è il terremoto del 1731. Nono grado Mercalli e duemila morti. “Devastante”. È nelle nove incursioni aeree della RAF, tra il maggio e il settembre del 1943. Nello scempio del centro, della stazione ferroviaria. Nelle ventiduemila vittime stimate. È nella voragine di Viale Giotto, nei 67 nomi sul bronzo. 
I superficiali, quelli che nelle città cercano gli arabeschi dei palazzi signorili, quelli che vanno a Firenze e si sorprendono pure di trovarla magnifica, potranno pensare che la mia è una città che va spesso in ginocchio. Io la vedo diversamente. Io ci vedo l’ostinazione a rialzarsi. 
Per capire Foggia bisogna prendere via Manzoni, costeggiare il percorso che fu delle mura sveve (abbattute dal più grande degli Svevi) e svoltare a destra, attraverso un vicolo apparentemente cieco. Seguire il labirinto di case basse e sbucare a Borgo Croci. Fino a piazza dell’Olmo. Ritrovarsi, senza essersene resi conto, nel cuore di un paese senza similitudini con la città. In questa zona, la domenica, mangiano carne di cavallo. Dall’altra parte, nella Foggia urbanizzata, gonfiata dall’emigrazione interna, della carne di cavallo non vogliono neppure sentir parlare. L’anima di pianura e quella collinare di una comunità che venera una madonna che nessuno ha mai visto in volto e annovera come monumento un palazzo che non c’è. Il Palazzo di Federico, l’antica sede imperiale, svanito nel nulla. Al pari di una leggenda. 
Quando una Salernitana già arci-promossa ci spedì in C1 – e fece bene, perché noi avremmo fatto lo stesso con loro – non c’erano ancora stati i Mondiali di Francia. Molti bambini nati in quell’estate stanno per diventare maggiorenni. Avranno uno smartphone, useranno whatsapp e il calcio lo seguiranno su Sky. Il pub in cui commentavamo quelle partite non esiste più. I giardini, dove migliaia di ragazzi trascorrevano le loro serate, si sono spopolati. E la piazza della Cattedrale, un tempo off-limits, oggi scimmiotta la movida dei posti qualsiasi. 
Foggia, da allora, ha perso tutti i play-off che ha giocato. 
E no, non è un errore. Perché il Foggia non è soltanto la squadra di questa città. È la quintessenza dell’appartenenza e dell’identità di questo posto in cui si passa, distrattamente, solo per scendere da un treno e saltare su un altro. Nella primavera del 1999, lo spareggio del “Conero” ci spalancò le porte della C2. E per due volte – la prima con Acireale, la seconda col Paternò di Pasquale Marino – i play-off ci furono fatali. Nel 2007 la pugnalata arrivò al “Te Deum”, sotto forma di una botta al volo da fuori di una meteora con la maglia dell’Avellino. Eravamo al recupero. Eravamo in superiorità numerica. Regalammo la B al “Partenio”. L’anno successivo e quello dopo, salutammo i play-off in semifinale. A Cremona e a Benevento. Cinque volte in dieci anni. Senza aver mai subito un gol in più dell’avversario. Potenza del miglior piazzamento. 

Quest’anno siamo la migliore seconda della Lega Pro. In assoluto. Ma per una volta non vale la regola della meglio classificata. Presagi. Temiamo il Lecce, lo vorremmo in finale. Lo battiamo prima, due volte. In finale c’è il Pisa, c’è Gattuso. Seduti in cerchio a due passi dal mercato, in un fresco preserata di Peroni e vodka lituana, proviamo a spiegarci, a chiarirci, a disegnare quel che ci aspetta: “Non sarà facile. Il Pisa è una Paganese più forte”. Per intenderci. E noi con la Paganese non abbiamo vinto, quest’anno. Presagi. I nostri rossoneri, i rossoneri di De Zerbi, soffrono queste squadre. Quelle che sanno arroccarsi, che difendono la fortezza, che sfruttano gli sbagli altrui e puniscono. Quelle che mi piacciono, alla resa dei conti. I nostri sono degli intellettuali del pallone. Fraseggiano. Io ero sufficientemente adolescente con Zeman da capire che tra giocare bene e vincere c’è una differenza sostanziale. E dovendo scegliere, personalmente, giocherei male. Ma questa è sempre stata una piazza di sperimentatori. È la croce che ci siamo presi. E che dobbiamo portare. In fondo, ci diciamo, siamo superiori al Pisa. A stringere, siamo superiori a tutti. E questo, inconfessato, è quello che mi preoccupa. 
Sul 2-2 all’Arena Garibaldi, un 2-2 strappato in rimonta dopo un inizio raggelante, Iemmello – il nostro attaccante, già 36 gol in stagione – punta un paio di difensori, li disorienta, guadagna uno spazio, un’intercapedine; li infila, passa, è dinanzi al portiere. Dinanzi alla tv cui siamo costretti, saremo più di settanta persone. Tratteniamo il fiato all’unisono, pronti ad esplodere. Iemmello calcia. Il loro portiere è bravo a non cadere. Para. Con qualcosa di umano tra il guantone, il braccio destro, la spalla, il mento. Una manciata di secondi dopo siamo in difesa. Palla al piede. Si va di lancio lungo a scavalcare il centrocampo. Si becca in pieno un neroazzurro. Qualcosa di umano tra l’orecchio, il collo, la corteccia cerebrale. La palla si impantana nella zona di nessuno. I pisani sono più lesti. In un attimo vediamo il tiro, il tuffo disperato del nostro estremo, il pubblico schizzare in piedi. È il calcio, si dice sempre. E nel rumore delle sedie di plastica che volano e si schiantano al suolo, di pugni alle pareti, di bestemmie poderose, riesco persino a sentire un idiota che ripete, dalla televisione, la storia del “gol sbagliato, gol subito”. È il calcio. La nostra diagnosi manicomiale. Prima della fine, c’è tempo per il quarto gol del Pisa. E per il quinto fallito. Notevole bagno d’umiltà. La congregazione di speranzosi, arroganti, fieri compagni d’attesa e di sofferenza, saldatasi attorno alla certezza di far festa al novantesimo, si disperde in rivoli di dolore individuale. Così funzionano gli uomini. Quando piangono, piangono da soli. 
Il ritorno allo “Zaccheria” è un fantasioso parto della nostra fervida immaginazione.
“Ce la facciamo”, ci ripetiamo, “ce la facciamo”. E riprendiamo colore. E una certa sicurezza. 
Oltre quella patina, i soliloqui con la sorte. Non ci è mai andata bene, ai play-off, cosa c’è di diverso quest’anno? Cosa dovrebbe esserci? Il ritorno, da noi, è attesa. Un’attesa lunga e moribonda, un pre-partita di emozione trattenuta, di fretta consapevole, di ansia autolesionista. Finirà. Salutiamo chi va allo stadio. Restiamo con chi va in Questura. L’attesa. Nei video che imperversano sul web, di quelli che ti forzano la lacrima; nella musica leggera che tenta di stemperare le passioni forti per cui ci si batte; nelle infinite bottiglie sfilate dal frigo; nel caldo che diventa afa e fa temere la pioggia. Il cielo è nero come quello dei Bluvertigo. L’attesa. 
La palla al centro è nostra. Il primo fraseggio è nostro. Il Pisa è un monoblocco coordinato. Centrocampisti e difensori si muovono simultaneamente, a destra quando andiamo a destra, a sinistra quando anche noi facciamo così. Il groppo in gola mi dice che non ce la faremo mai. Il cuore mi comunica che è dello stesso avviso. Cazzo. Ho atteso per piangere da solo. Ho atteso il rigore, senza manco guardarlo. La sorte, meretrice da quattro soldi, che ti beffa – dopo una partita passata a cercare uno sbaglio, uno spiraglio – con un penalty a due dalla fine.  
Siamo i figli della più dimenticata tra le popolazioni guerriere della Magna Grecia, figli della città che nessuno visita mai di proposito, umorali e bipolari come slavi. Dev’essere per via di quel braccio di mare che ci divide dall’Illiria degli avi. O boh. Fatto sta che da ste parti Giulianova, Porto San Giorgio, persino Senigallia, sembrano più vicini di Caserta. La nostra storia è storia di passioni che bruciano nell’indifferenza; nel disinteresse di quel mondo “fiorentino” in cui solo ciò che brilla di bellezza assoluta merita attenzione. Ora siamo a pezzi. Come tante volte nella nostra storia. Eppure Foggia è riuscita a diventare una città moderna dalle rovine della guerra. Foggia si rialza, signori. Lo sta già facendo. La quotano alta. Andate a scommetterci.  

07/03/16

Il pullman, la contestazione e la città divisa

Una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio.
Altrimenti saremmo dei folli. Colpevoli di un’idiozia colossale, di una svista irresponsabile.
A quelli che parlano di ventidue ragazzi in mutande che inseguono un pallone; a quelli che dicono: “Il Parlamento dovreste assaltare!”, daremmo ragione.
Provate a farvi un giro per Foggia, oggi. Lunedì 7 marzo 2016.
Andate in edicola, dal macellaio, al minimarket. Passeggiate a piazza Italia, lungo corso Roma, a corso Cairoli. Pesate gli sguardi. Ascoltate il tono delle frasi. Decriptatele. O rispondete a quel che vi viene chiesto, in un sussurro cospiratorio che è tutto dire.
Una squadra di calcio è una sommatoria di aspirazioni. Di sogni, di ideali, di prospettive di rinascita. Lo dicono tutti: Foggia era una città magnifica, quando il Foggia era in A.
Io la serie A me la ricordo bene. E bene ricordo quella città. Non posso che rispondere che sì, è verissimo. La mia città era – e nei miei ricordi è ancora – luminosa e piena di vita.
Un giocatore che viene dal Varesotto, un ventenne di Mantova, non può saperlo. Viene qui, indossa quella casacca, si allena, magari svogliatamente. La sera esce, si diverte. È un ventenne, del resto. Non ha colpe dirette del cumulo di aspirazioni che gli abbiamo riversato addosso, senza aggiungerlo tra le clausole del contratto. Non è stato avvertito. Non ha colpe dirette di questa smania, di questo desiderio frustrato, di questo continuo essere ad un passo dal minore dei sogni. E vederlo sempre sfumare.
La squadra che amo retrocesse in serie B in un pomeriggio di primavera del 1998.
Lo considerammo un trauma di passaggio. Una stagione, non di più, poi avremmo rivisto la cadetteria. In curva si urlava di non rispondere a nessun coro offensivo delle tifoserie ospiti, a meno che non fossero rivali storici. Il resto, a Foggia, cercava gloria. Era chiaro. Erano tifoserie di C1. Non meritavano la nostra attenzione.
Non solo non salimmo. Ma l’anno successivo eravamo in C2.
Da allora, soffochiamo. Abbiamo visto diversi curatori fallimentari, saltimbanchi ed imbonitori, truffatori e faccendieri. Abbiamo perso tutti i play-off possibili. Vinto un play-out da psicodramma. Abbiamo sopportato la D. E, peggio ancora, le illusioni.
Quando tornò la Triade della Belle epoque, la mia città fu percorsa da un brivido elettrico. L’entusiasmo era un fiume che travolgeva gli argini.
Perché una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio. È la rappresentazione plastica della volontà di riscatto di un’intera comunità. Che sostiene, paga, viaggia. Perché quello è il proprio, fondamentale, ruolo nell’ascesa.
Si sogna, tutti assieme. Stretti a quella maglia. Perché, come dicono quelli che tutto tramutano in vil denaro, una squadra promossa può diventare un formidabile volano per l’economia locale.
Noi, alfieri di una passione, antieconomici per eccellenza, ai soldi non abbiamo mai saputo badare. E l’unico volano che poteva attirare la nostra attenzione era, ed è, quello dell’entusiasmo. Dell’innamoramento che diventa più di quel che già è, che si alimenta del fermento pre-partita, dei dibattiti accalorati nei bar, dell’attesa spasmodica di uno scontro decisivo.
Qui, come ovunque, la sconfitta in un derby toglie la voglia di fare. Anche quando si è commessi in un minimarket o si gestisce un’edicola.
Quarantotto ore fa, al fischio finale della partita di Andria, alla conclamata dichiarazione di fallimento, quel che abbiamo provato – prima ancora della rabbia – è stato il dolore. Un dolore irrispettoso, certo, di chi soffre sul serio. Ma dolore comunque. Una delusione cocente, di stomaco. Uno svuotamento come di catastrofe.
Esagerato, certo. Ma le passioni sono sempre esagerate.
E non c’entra lo spogliatoio che tutti sappiamo spaccato, gli egoismi delle nostre prime donne, lo scarso impegno in campo rapportato all’argento vivo fuori, la presunzione, l’arroganza, la supponenza dei nostri interpreti. Non c’entrano i populismi sui guadagni stratosferici per giocare a pallone, che fanno dello “Zaccheria” il villaggio vacanze in un mare di realtà. Volendo, non c’entrano neppure le misticheggianti favole ultras sulla maglia da sudare, l’impegno, al di là del risultato.
La rabbia che ha seguito la delusione – e per molti il pianto – è una radiografia di questa città. Del suo amor tradito. Del suo essere stata nuovamente abbandonata da gente che aveva garantito rispetto e fedeltà.
Quarantotto ore fa, all’arrivo della squadra, dinanzi alla tribuna dello “Zaccheria”, non c’erano solo gli Ultras. Quei fantomatici vendicatori a comando, quelli ai quali delegare le contestazioni, quelli da istigare quando fa comodo. C’erano decine e decine di persone. Arrabbiate. Perché deluse. Perché tradite. Il pullman s’è fatto largo a fatica. Volevamo vedere le facce. Le facce da selfie sempre pronte a mostrarsi per godersi i trionfi. Quelle onnipresenti quando tutto fila liscio. Noi siamo gli stessi che accogliemmo la squadra in 3mila alle 3 di notte, dopo la vittoria di Bari. Coppa Italia. Secondo turno. Volevamo vedere chi ci avrebbe messo la faccia anche dopo una disfatta. Lo volevano tutti. Non solo gli Ultras. Quelli che si prendono le colpe, quelli che hanno il coraggio di rappresentare l’anima nera di una città che si finge candida e condanna, quella che resta in disparte e s’indigna, dopo aver goduto. Come certe catechiste. Come tutti gli ipocriti.
Oggi Foggia è una città divisa. Lo si avverte.
Finita nel tritacarne della carta stampata, delle pagine web, dei social, della tv.
Dell’assalto al pullman della squadra, della violenza selvaggia, hanno parlato tutti. Il Corriere e Radio Norba, la Domenica sportiva e Tommasi. Mille persone, fitta sassaiola, spranghe, bastoni, cinghie. La Gazzetta, meneghina per definizione, ha finanche parlato di giocatori derubati dei propri portafogli. Un tocco di colore inevitabile, quando si parla di terroni.
Io potrei dirvi che non è andata così. Ma anche stavolta, servirebbe a poco.
Quel che mi preme sullo sterno, in realtà, è altro. È osservare i miei concittadini adeguarsi. Da colonizzati, schiacciarsi sul giudizio inappellabile che altri hanno sanzionato. Mortificarsi, scusarsi quasi, di colpe non proprie. Di episodi mai avvenuti. Esistiti nella fantasia di sciacalli assetati di glorie effimere. La contestazione ci stava, ci stava tutta. Ma, come ai tempi del “terrorismo”, si teme anche di dirlo. Per non finire nel novero dei fiancheggiatori, di quelli che rovinano un’intera città. Ora, con calma olimpica, guarderemo le teste cadere. Quelle vuote degli Ultras, magari. E una comunità applaudire soddisfatta, sollevata, come quando in piazza il popolo guardava ghigliottinare i propri figli. Nel nome di un potere che aveva sempre sede altrove. E che poteva spingerci al più devastante degli odi: quello contro noi stessi.










Il Libro