18/08/11
I clienti del fallimento
Un tempo – e maledizione per quante volte si dovrà ancora dire “Un tempo”! – i calendari erano una cosa come un’altra. Una voce dal tg sportivo diceva che erano stati stilati e stop. Poi si passava alle immagini del casello di Melegnano, in diretta dalla centrale operativa delle Autostrade pubbliche. Elettrici eravamo noi, che aspettavamo di sapere le sorti della nostra squadra, ma nessun altro. Non c’era un’industria dello spettacolo incarognita a voler spremere fino al midollo il limone dell’astinenza estiva da calcio (se è per questo il massimo delle amichevoli, “un tempo”, erano Juventus-Villarperosa e Foggia-Lodigiani, ma questa è un’altra storia…). Invece: diretta dalla sala di un palazzo storico di Firenze, gonfaloni e omaggi, schiere di convenuti, ad imitare il parterre dei sorteggi mondiali o della Champion’s league. E dirigenti a iosa. Al volante di questa presuntuosa utilitaria chiamata Raisport, Amedeo Goria (che ricordavo cassato dallo star-system de noantri per quell’impeto onanista dinanzi ad una subrettina, ma forse è la mia memoria che fa cilecca), che si perde – come il Ciotti della Domenica sportiva di tanti e tanti anni orsono – nel magnificare il “cervello elettronico” del computer che “espellerà” (sic!) i nomi delle squadre e delle sfide. Roba che se i maya avessero evitato di estinguersi o di farsi sterminare, uno come Goria lo userebbero ancora oggi come clistere per i loro dopocena. Ma tant’è. Finito l’omaggio ad Artemio Franchi – e anche qui: chissà perché agli speculatori-devastatori-evasori del cosiddetto calcio moderno piace così tanto crogiolarsi tra le pieghe del bianco-e-nero d’epoca, immedesimarsi e fingere di rimpiangere i vecchi e buoni dirigenti di quando tutto era più facile “e si potevano mangiare anche le fragole” – si passa a mollare il microfono ad una sfilza di anziani intabarrati. Ognuno ripete le proprie teorie sul giuoco del pallone. Ma decido di non entrare nel contenuto. Non mi tange quel che dicono, le banalità trite e ritrite e già sentite. Mi interessa lo spettacolo, in sé. Non posso fare a meno di pensare: a chi piace tutto questo? Chi è quel mio simile che, sfaccendato e in semi-ferie in una mattinata d’agosto, decide di prepararsi un caffè o una bibita alla menta, schiantarsi rilassato sulla sdraio e godersi questa carrellata di star da ospizio? Quale deviato mentale trova, o anche ipoteticamente potrebbe trovare, vagamente spassoso o divertente o istruttivo questo scempio? Lo spettacolo del calcio – quello che impone tornei negli Usa e supercoppe italiane a Pechino – è un bulimico che ingoia noccioli di pesca. E pretende che noi siamo qui a guardarlo vomitare.
Ma a me interessa sapere dove esordirà il Foggia, dove l’Osservatorio ci vieterà di andare. E, nonostante la gente che dal web urla: “Che rottura di palle! Dateci i calendari e basta!”, mi soffermo ad ascoltare brandelli di disquisizioni colte. Ed era meglio per me se non l’avessi fatto. Capita, difatti, che un dirigente di Lega Pro descriva il futuro prossimo così. “Questo sarà l'anno del fair-play... Torniamo negli oratori, torniamo dove c'è gente sana... Facciamola venire allo stadio, anche gratuitamente... Sono i clienti di domani, signori presidenti”. E spalanco gli occhi. Perché è raffinato, il cialtrone. E sentire i ministri della propaganda all’opera fa sempre uno strano effetto. Dunque: fair-play, quel mito in costruzione che dovrebbe, come un antidoto fiabesco, mitigare l’agonismo, la metafora bellica insita nel gioco. Quel bel concetto naufragato all’epoca dell’imposto terzo tempo. Quello spirito che a noialtri, bestie da spalti, sfugge. Perché si sa: il problema siamo noi, le nostre intemperanze, il nostro modo d’intendere la domenica che “nulla ha a che fare con il calcio”. Per questo, per riportare le immaginarie sacre famiglie sugli spalti, bisogna trovare nuova linfa. Anime vergini da riempire di buoni propositi. Demoni a caccia di nuovi adepti. Gli oratori. Viene in mente Paolo Conte, l’atmosfera bucolica dei campetti circondati da mura e campanili, la polvere e il sudore dei bei tempi andati, che tanto affascinano i pescecani dell’oggi. Un mare dove pescare gente che non va allo stadio come alla guerra. Quelli siamo noi, secondo la vulgata. Noi, quelli estromessi perché incompatibili, quelli repressi perché facinorosi turbatori dell’ordine. In questo quadro, sembrano loro – gli sciacalli dei diritti televisivi e della Tessera obbligatoria – i soavi cultori dei bei tempi. Loro, quelli che hanno svenduto una passione popolare alle banche e ai network. Cercano gente sana, da fagocitare. Anche gratis. E mi sento d’improvviso lieto: lieto di non c’entrarci niente. Lieto nel carpire, dietro lo sguardo famelico, che non ce l’ha con me. Io non sono sano. Io, secondo questo bravo signore, rappresento tutto ciò che nel calcio è sporco. Tutto ciò che va estirpato. Provo una vaga fierezza. Che diventa esplicito orgoglio sul finale: “Sono i clienti di domani, signori presidenti”. I clienti. E, come spesso accade, il ministro della propaganda non ha compreso d’aver svelato i nostri antagonismi meglio, molto meglio che i nostri mille comunicati. Clienti vanno cercando. Clienti non saremo. Meglio bruti che consumatori di noi stessi.
01/08/11
La gita tedesca
Il trasloco
Dai bagagli al suolo della sede, sembra un trasloco.
L’idea stessa di Alto Adige causa sgomento. Le case coi tetti a punta, il freddo artico, i tedeschi. Si sgranano luoghi comuni come un rosario, finché qualcuno non dice “Sudtirol”. E lo sgomento torna a prevalere. “Ma quanti chilometri sono?”, “800”, “900”, “Mille”, “Mille-e-due”. “E quindi, quante ore di viaggio?”, “Otto”, “Dieci”, “Dodici”. E, nel mare dell’incognita, il più bastardo pianta il suo punto fermo, come un chiodo nel muro: “Tutti di autostrada”. E un silenzio pensoso, agghiacciato, supera persino lo sgomento. Il furgone apre le sue fauci. Entrano zaini, aste, sacchi a pelo e un paio di tende. Perché il programma prevede una sola nottata di permanenza. Da passare, secondo l’organizzazione spartana, rigorosamente all’addiaccio. Per temprare il fisico imborghesito dalla flaccida estate mediterranea. “Attenti – si sente di dire chi inspiegabilmente ci tiene a noi – che lì fa freddo”. E noi, sarà perché ci crediamo realmente, sarà perché nello sguardo di chi ci avvisa leggiamo una sottile, scettica sfida, rispondiamo: “Tanto è una notte soltanto”. Come se la replica avesse un significato. Colazione al sacco. E, dopo l’emozione della partenza, dell’insperato ritrovarci in banda al casello dell’A14 in direzione Nord, parte la sfida delle cucine regionali. Farinata torinese e una frittata con le cipolle che il Gallego s’ostina a chiamare Tortillas. La borsa frigo collegata all’accendisigari sforna Peroni dapprima fredde, poi sempre più tiepide. La preoccupazione s’allarga a macchia d’olio: basteranno tre casse? Devono, perché pare che lassù costino un occhio della testa. Qualcuno azzarda l’ipotesi che si paghino ancora in marchi. Bollino nero, dice Cis Viaggiare informati. Ma, in tutta onestà, non sembra. I cori sono arrugginiti, sarà perché pensavamo di non imbarcarci più, e l’emotività prevale sull’abitudine. Siamo alle spalle di una macchina e di un secondo furgone. Ogni tanto trilla il cellulare. Ci avvisano di una sosta. Ci fermiamo con frequenza, ma ogni volta che parcheggiamo il mezzo, gli altri stanno per riavviarsi. Il gioco dell’elastico. Siamo quasi a Verona. Un signore ci segue: “Siete di Foggia?”, “Si, si sente?”. C’è anche il figlio, sono diretti in Trentino, facciamo colazione assieme. Ci salutiamo col più classico dei: “Forzafoggia!”, “Sempre!”. L’alba è un’impressione che ci coglie sull’autostrada del Brennero. Ci sentiamo arrivati. Del resto: il Nord è Nord. Le distanze si annullano in un unico luogo comune indefinito. Un motociclista aggiunge il nostro adesivo tra i suoi, ringrazia in tedesco e riparte. Campanili a destra, campanili a sinistra, campanili in alto. Corsi d’acqua. Sembra, a momenti, di rivivere il primo tratto dell’autostrada per Lione. Solo che qui i segnali si fanno austro-ungarici. Trento, Bolzano, Bressanone. Trient, Bozen, Brixen. Il verde la fa da padrone, il casellante ci chiede 56 euro. Noi paghiamo con faccia distesa, per dissimulare il mare agitato di bestemmie che ci dilaga dentro. Boschi. Ruscelli. Tutto risponde all’immagine che ne avevamo. Anche se questa è una vallata, e le montagne non si vedono. O meglio, si intuiscono, ma non sono bianche e innevate come pensavamo. Sarà perché siamo al 30 luglio? Un campanile, l’ennesimo, ci annuncia la meta. Rio di Pusteria, che in realtà si chiama Muhlbach. Un ponte e l’albergo dei dirigenti a farci da parcheggio. Un paio di urla disumane alle 7 del mattino. Prendetela come una serenata, signori…
Habitat
In piazza ci saluta la rossa barista del primo locale. Noi rispondiamo. La bionda barista del secondo. Rispondiamo. Il marito di quest’ultima. Rispondiamo. Sorgono dubbi. Ci accomodiamo ai tavolini di fronte alla chiesa. Ma nessuno ha il coraggio di entrare, di sincerarsi del costo di un caffè. Passa un anziano e ci saluta. “BuonCiorno”. O sono davvero il luogo più ospitale del mondo, o ci stanno prendendo per culo. “Mi piace – dice la Scocca, che comincia a sentire il richiamo delle case di legno e dei vicoli pieni di fiori -, sorridono sempre”. “E quelli ridendo ridendo hanno sterminato 6 milioni di ebrei, Enzù”. La barista interrompe il flusso di coscienza. I postumi della nottata si fanno sentire. Sembra una scena onirica. Otto individui di nero vestiti, escludendo quel pallavolista che s’è presentato con la maglietta gialla, in una piazzetta garbata, col rumore della fontana in sottofondo, circondati da alemanni che fanno ciao ciao con la manina, quasi felici della nostra presenza. Voglio dormire. Enzo, invece, fissa il suolo alla ricerca di una cartaccia. I resti di un Mars, non per forza un cartone o una tazza del wc, ma pur sempre qualcosa che possa riportarlo all’umanità che vive nell’emergenza rifiuti, in questo luogo estraneo dove nessuno parla ad alta voce, tutti ti guardano e l’ordine regna sovrano. Gente senza fantasia. Leggiamo la locandina che annuncia la partita delle 17:30. Mezzocorona gegen U.S.Foggia. Si gioca al Freundschaftsspiel. La Scocca, dopo qualche minuto di contemplazione, decide di muovere verso la barista rossa per saperne di più. È conquistato. Vuole trasferirsi. Pensa di accasarsi. È palesemente in cerca di una Green card per l’impero asburgico. La rossa – definita “dolce e ingenua” – ci spedisce giù per un dirupo. Ridendo ridendo. Oltrepassiamo un fiume e il pullman dell’Unione Sportiva, come per Pollicino, dimostra che siamo sulla strada giusta. Il resto è prato e black-out. Ci addormentiamo elencando I Vezzi del Don. Come un tempo si contavano le pecore. Ci svegliamo al suono della voce di Angioletto, che dritto ad un metro dall’ingresso, accoglie i ragazzi che vanno ad allenarsi. Lo sguardo, come sempre, è minaccioso. Per noi è una contestazione perenne. “Tu sai giocare a pallone?”, chiede in dialetto. Col timbro di uno che rimprovera. “Sei forte, tu? Sei il migliore, tu?”. Bonacina parcheggia. “Mister, quando arriva Zeman?”. Il magazziniere ci raggiunge: “Chiedi al don se anticipa, che ci siamo rotti le palle e vogliamo tornare a Foggia”. Gli allenamenti della mattina, il sole che brucia, il sonno che è rimasto attaccato agli occhi. Panino, birra e vagabondaggio. C’è da ingannare l’attesa. Gli altri, giunti da venerdì, ci narrano le meraviglie del loro albergo a 27 euro a notte. “E voi dove dormite?”. La mimica facciale la dice lunga: siamo uomini duri noi. “Guardate che la notte qua fa freddo”. Il centro, adesso, sembra affollato. La Scocca è sempre più rapito, si ricarica di serenità. Il resto del gruppo, s’alterna al bar. Al bagno del bar. Rinati, vaghiamo. C’è chi mira alla funivia, e corre ad informarsi. Altri assillano la ragazza dell’info point turistico. “Ma è vera quella voce che parla di orsi?”. “No – sorride – ce n’è uno solo”. Ora si che siamo tranquilli. I pacchetti si rivelano buchi profondi. Si fuma sempre troppo, anche se – non so perché – in questa circostanza tendo ad escludere la tensione, l’ansia da prestazione come motivazione principe. Maledizione, comunque. “Scusi, dove posso comprare le sigarette?”. Il cassiere del supermercato ci fissa stranito, come se la risposta fosse nella natura delle cose. “Al ristorante”. L’erboristeria ha cessato l’attività, evidentemente. Facciamo scorta di quel che c’è, con Enzo che mette fretta. “Sono già le tre”, continua a ripetere. E al campo, sulle note di Amico Uligano, arriviamo primi. Sbaragliando una concorrenza che è ancora in albergo, a godersi docce e piscine. Giustamente.
Il campo sportivo
I papà, le fidanzate dei nuovi acquisti. I foggiani di Trento, di Bolzano, di Verona, di Brescia. I giocatori del Mezzocorona individuano la bandiera che sventola e si danno di gomito. I nostri hanno facce da ragazzini. Le facce. Le rivediamo tutte, quelle che ci aspettiamo. I gruppi. Sbarcano dai furgoni, avanzano, invadono i tre gradini dell’impianto. Abbracci, pacche sulle spalle, sfottò in dialetto. Attorno ci sono i foggiani trapiantati, che sorridono mentre la lingua materna si fa largo nell’aria rarefatta del Tirolo. 875 chilometri da casa. Il bar è aperto e spaccia birre in bottiglia a 2 euro. Un Lucano e un Borghetti passano di mano in mano. Le cronache si concentrano sulle serate alcoliche. “Ma voi quando siete arrivati?”, “Stamattina”, “E ripartite?”, “Domani”, “E dove dormite?”. Cazzo, è un’ossessione. C’è un sole che spacca le pietre, i pensieri notturni non ci riguardano. Gli striscioni, le pezze. Il rifiuto a chi pensa che la nostra stessa esistenza sia un favore, una gentile concessione. E le squadre entrano in campo. Le torce – saranno almeno sette al primo giro – le cipolle, le bandiere che sventolano, le mani al cielo. È una stronzata, a pensarci. Ma non chiediamo di meglio. I sorrisi di quelli seduti attorno diventano sempre più blandi, mentre negli occhi ora si legge un minimo di preoccupazione. La disinformazione sul nostro conto non va in ferie, il sospetto rimane. E s’acuisce quando la voce di un uomo in borghese, accompagnato da due individui in divisa, chiede di parlare col responsabile della tifoseria. Risate. Poi l’invito a non lasciare le bottiglie di vetro in giro. “Sapete, c’è gente che ha famiglia”. “Anche noi abbiamo famiglia, eh… Non è che siamo proprio soli al mondo”. Dalla balaustra i lanciacori mettono la marcia alta e zippano il repertorio, col risultato che al 10’ le abbiamo fatte quasi tutte. Inutili gli inviti alla calma. Siamo in altura, il cervello risponde freneticamente agli stimoli. Zero a zero in campo. Per la maglia sudare e lottare, chi non ci sta libero di andare, abbiamo scritto nero su bianco. Ma qui siamo ancora all’abbrivio. Alla fine del tempo, i commenti sono già disfattisti. “E meno male che è solo mezzo corona…che con una corona intera a quest’ora stavamo 2 a 0”. Noi, lupus in fabula, abbiamo preparato la gag. La polizia ora è attentissima, controlla ogni movimento. Così abbiamo solo il tempo di aprire il furgone, tirare fuori le birre dalla borsa frigo, una per volta, sfoderare un coltello da cucina e tagliare certosinamente un limone a fettine. Indi, passargli davanti con sette bottiglie di Corona canticchiando “Mezza Corona, beviamo mezza Corona”. C’è anche un tifoso dei veneti. Ride con gli altri. Uno sbirro ci si para davanti, a mani aperte come il preside della mia scuola quando la sirena – per errore – aveva suonato l’uscita anticipata. Uno scoglio in mezzo al mare. Cerca di bloccarci. Enzo, con la tecnica di guerriglia infantile del “guarda lì”, gli indica un posto alle spalle, quello si gira e perde il placcaggio. Mentre intorno si fugge come da un Cpt. È uno scoglio, l’agente. E difatti non può arginare il mare. Giuriamo che gli riporteremo le bottiglie entro massimo cinque minuti. Ma poi la partita inizia, ed è avvincente come un torneo agonistico di Scarabeo. E quindi ci dedichiamo alla cura personale. A quei cori che ci servono per rinfrancare lo spirito. Nel mirino Zeman, gratificato da un quasi ballo di gruppo e soprattutto dagli occhi spiritati, il solito napoletano (evergreen più di Albano e Romina) e i ternani. Perché ci andava così. Arriviamo al limite estremo del trenino (da sempre il punto di non ritorno), quando l’arbitro non ci concede un rigore solare e la finta contestazione al sistema-ladro diventa poco comprensibile. Il direttore di gara, difatti, vede piovere una bella bottiglia d’acqua sul terreno. L’esagerazione goliardica porta il buon uomo a guardarci come a cercare di capire se facciamo sul serio. Mi perdo il gol, ma non l’esultanza. Che è smodata, da Champion’s. Alla fine, incamerata la vittoria, chiediamo alla squadra di venirci incontro. I ragazzi si schierano a centrocampo, non sanno bene cosa fare. Anche perché, come al solito, noi quando siamo felici sembriamo minacciare il linciaggio. Ginestra, il portiere d’esperienza, li prende per mano e li accompagna sotto di noi. Dove beccano complimenti che sembrano insulti. E tornano felici agli spogliatoi.
Appendice
“Avete letto lo striscione, eh? Letto lo striscione? Leggetelo!”,
“Si, si, l’ho letto”,
“E allora avete capito cos’è che vogliamo? Dovete sudare la maglietta!”,
“Vabbé, ma io sono portiere”.
Gli sbirri bloccano la strada. Sembra una partita seria. Ci incanalano verso l’esterno del paese. Una camionetta è ferma proprio lungo la discesa che ci dovrebbe condurre alla location scelta come quinta della nostra cena e del riposo conseguente. Così siamo costretti a tergiversare. Con lo staff della squadra, con qualche giocatore. È puro cabaret. “È stato bello vederci?”, domandiamo. Il ragazzo dice di si, che è stato emozionante. Gli confidiamo che “Bene, perché non ci vedrai più”. E il discorso vira sulla tessera, sugli assurdi impedimenti a goderci pomeriggi come questo. Poi, passare davanti ai ragazzini e dirgli, con faccia seria alla Jack Nicholson in Shining, che è meglio se si mettono in salvo. “Andate via da Foggia, uagliù”. Quelli ci guardano. Non sanno d’aver capito. Aggiriamo l’ostacolo poliziesco dopo una buona mezz’ora. Il programma slow-food prevede torcinelli e salsicce alla brace con salse, pane abbrustolito e un whiskey da inaugurare. Il fiume lancia latrati poco rassicuranti. I segnali parlano di improvvise mareggiate. Nel frattempo cala l’oscurità. E l’improvvisa voglia di vestire la felpa, dimostra che la temperatura sta crollando. Alle otto non si vede più niente, alle otto e mezza non si riconoscono le facce. Tornano alla mente gli oscuri presagi. “Voi dove dormite?”. La legna accatastata non è sufficiente a tranquillizzarci. Mangiamo malcelando stanchezza e perplessità. Ma mangiamo tutto. E quello è l’importante.
(continua?)
22/06/11
Non voltarti
Beppe Signori. Non dico Paoloni. Non dico gli altri. Ma prendi uno come Beppe Signori. Una generazione si è sgolata a gridare il suo nome. Magari non a Piacenza – non me li immagino gridare i piacentini – ma a Roma, a Bologna. Qua. Soprattutto qua. All’epoca si usava. Il giocatore, nel patrimonio del tifo, era ancora un valore. E la Sud cantava per lui. Brighenti, che scese allo Zaccheria con la sua Italia di B, si disse sconvolto dal tipo di venerazione di questa piazza per quel tizio coi capelli biondi. E questa piazza – salvo alcuni, tra i quali mi annovero dall’inizio – ha continuato a difenderlo a spada tratta anche dopo quel famoso, inutilissimo quinto gol contro di noi, in un Lazio-Foggia che finì 7-1. “È un professionista – dicevano i suoi amanti, non meno traditi di noialtri che puntavamo il dito – che cosa avrebbe dovuto fare? Buttarla fuori?”. Non sia mai detto. Ma il biondo Signori non si limitò a questo. Corse sotto la Nord dell’Olimpico che sembrava un invasato che realizza il sogno della vita. Il parricidio. Eppure giunse il perdono collettivo di una città disposta sempre – magari per evitare di staccarsi da quel passato denso di ricordi – a sentirlo comunque uno dei suoi. Poi una mattina arriva la notizia del suo arresto. E ti viene da trovare un muro a caso e scrivere: Chi fa i cori ai giocatori merita Beppe Signori. Perché così è. La giusta pena per chi riempie d’affetto un comunissimo mercenario. Il giusto contrappasso per uno che ha barattato la stima della gente per un over a Inter-Lecce.
Zeman e il Pescara. Prendi uno come Zeman. Il Pescara comunica il suo ingaggio e una città, certo già ammaestrata a dovere dall’incantatore di serpenti che viene dal Vesuviano, esplode di rabbia, invidia, frustrazione. Grida al tradimento. Io non la penso così. Voglio dire: sappiamo perché è andato via (e se non sappiamo vuol dire che vogliamo non sapere); sapevamo che avrebbe continuato ad allenare, com’è giusto che sia, come ha fatto a Napoli, a Salerno e ad Avellino. Non ci trovo nulla di male, nulla di strano. Eppure, è talmente tanta la perfidia, la gioia sublime nel vedere questa gente dimenarsi per così poco, questi idolatri nel panico per il crollo della statua, che non dico niente. Anzi, assecondo l’indignazione. Fosse stato davvero un Profeta, avrebbe avuto lo stesso intuito della veggente che predisse a Federico di Svevia di non bazzicare località dai nomi floreali. Avrebbe evitato di tornare a Foggia. Perché i ricordi non devono mai essere messi alla prova, mai sfidati, mai oltraggiati. Federico II ci è morto. A Castel Fiorentino.
Il ministro Maroni. Leggo: “Oggi si consegna il programma della Tessera del tifoso al mondo del calcio”. Penso: oggi? Come oggi? Perché oggi? “I tifosi hanno compreso che lo strumento della tessera non è uno strumento di polizia ma di fidelizzazione dei supporters al proprio club”. Leggo. Ma lo sguardo laterale è attratto dal bannerino in moto perpetuo. Le nostre bandiere, le curve, le mani al cielo. In scorrimento. Leggo: “diminuzione del numero dei feriti, l´81% tra le Forze di Polizia ed il 58% tra i civili, rispetto al campionato 2005/2006. Tutto ciò riducendo del 35% il personale delle Forze dell´Ordine impiegato”. Ancora bandiere di lato. Ancora curve. E viene da chiedersi: ma possibile che non l’abbiate ancora capito? Eppure i sintomi sono chiari, lampanti. In scorrimento perpetuo. Il calcio sono gli spalti. Il ministro avrà pure buon gioco a riempire sale conferenze, a ficcarsi in bocca i suoi trenta microfoni, a raccontare che va tutto bene, che tutto è a posto ora, che il Paese può continuare a dormire sonni sereni. Potrà proseguire la sua opera di dissuasione, di repressione, di intimidazione, che è già a buon punto. Questo non lo si può negare. Potrà inasprire l’assurdità e l’anticostituzionalità della norma (e le disposizioni per la prossima stagione parlano chiaro: azzerate le trasferte, azzerata persino la discrezionalità di quell’ente osceno che è – era? – il Casms. Diretta emanazione del ministro e del suo stesso ministero). Il colpo di mannaia non cambierà un bel nulla. Perché non si può modificare geneticamente l’unico aspetto della tanto invocata “cultura sportiva” che realmente è parte dell’immaginario, del vissuto, della gente: senza popolo il calcio è fiction. Dovesse realmente spuntarla il ministro, la nostra vendetta sarà vederlo festeggiare sulle rovine di Cartagine.
24/05/11
Il dito medio di Zeman
Uomini affranti a crocchi davanti ai barbieri, ai bar, agli angoli di strada. Come nel Novantadue, quando il Maestro assecondò lo smantellamento della squadra che più di tutte aveva incarnato il suo Miracolo; come nel Novantaquattro, quando decise di disgiungere il proprio nome dalla Città celeste che l’aveva reso qualcuno. Che l’aveva santificato e fatto Messia. Anche se nessuno diventa Messia senza esserlo. Un mare di sms, telefonate cellulari, messaggi sui social forum. Unica concessione mondana ai tempi, implicito segnale dell’acqua passata sotto i ponti mentre noi si venerava l’icona. Una voce insistente chiedeva di correre ad accamparsi sotto casa sua. Alla mangiatoia. Passare la notte sotto le sue finestre. Per qualcosa di sottilmente intermedio tra la serenata e l’appostamento. L’ultima volta la proposta era partita da Frengo a Mai dire Gol, il lunedì sera. E, come ieri scriveva un amico, c’era ancora la Jugoslavia. Altra gente garantiva: “è partito per Roma, è andato via”. Altri insistevano: bisogna andarci comunque. A piantare le tende.
Come gli Indignatos spagnoli. Le cose serie per cui si manifesta, da queste parti, non riguardano certo la previdenza sociale e i lavori a chiamata.
Le tv locali – in tre a martellare contemporaneamente con pareri di dotti, medici e sapienti nel solo primetime – rilanciavano l’idea di un corteo in difesa della dignità di Zeman.
Anche se, beh è chiaro, noi non sappiamo sul serio come stiano le cose. “Sotto”. E quando si dice “sotto”, o “sotto sotto”, si ammette tutto: la pochezza del credente di fronte al mistero della fede. All’insondabile disegno del divino, che è l’altrove non comprensibile dagli animi semplici. Le manifestazioni – anch’esse bizzarre ed originali – dell’unico semidio che dibatte in vita col suo clero secolare. A dodici ore dalla conferenza stampa, grande era la confusione sotto il cielo. E la situazione, dunque, eccellente.
Zeman aveva consegnato le sue tavole alla memoria degli scriba – e ai futuri apologeti – intorno alle 11 del mattino. L’amicizia e l’ambizione frustrata, il fallimento e le ingerenze esterne e interne,
il fardello dei suoi nemici. E, nell’ombra, i dissapori con la corte. Sapete cosa penso di Zeman, del suo protagonismo fuori luogo, della riconoscenza per quei primi anni Novanta che non possono trasformarsi in annullamento perpetuo delle facoltà cerebrali, in una sospensione di giudizio ad oltranza. Zeman è l’uomo che ci ha portato a sfiorare la qualificazione Uefa. E nessuno lo dimentica. È anche l’uomo che ha monopolizzato i dibattiti calcistici per vent’anni di pantano e fango, di C1 e C2. Gli “anni bui”, come li chiamano molti. Quelli dei quattrocento paganti sugli spalti con l’Atletico Catania e delle migliaia di ex-tifosi a casa, riconvertitisi alla causa della memoria nostalgica e seguaci di quel che fu. Sacerdoti laici del culto. Certo, mi direte, non è mica colpa sua. No, non lo è. Ma a volte un Mito può far molto male. Bloccare la crescita. E questa comunità è un trentenne che adora ancora ciò che adorava nella prima infanzia. Converrete che non sia proprio sano. Non lo sembra e non lo è. Invece, al ritorno del Boemo – la celebrata estate foggiana del 2010, i bagni di folla invece dei bagni di mare, i teatri strapieni e i manifesti celebrativi per la campagna abbonamenti col faccione del mister e l’annuncio: I sogni diventano realtà – questa comunità non cresciuta è ricascata nel suo trauma infantile. Si è consegnata alla sua ossessione. Alla sua compulsione. Non ripeto il già detto, il piano perfetto dell’ispiratore neanche tanto occulto. Fatto sta che ieri mattina, incrociandolo in corridoio, ho fatto un segno con la mano a mio padre. Un segno rapido, sfuggente, con la destra. Sufficiente per comprenderci. “Se ne va?”, mi ha chiesto. “Si”, ho risposto. “Dovrebbe arrivare Ugolotti”. A pranzo, diverse ore dopo, ho provato a comprendere i meccanismi interni della sua smorfia mattutina. Sono uno che, adesso più che mai, vorrebbe dire che l’aveva detto. Perché in fondo bisogna ogni tanto tracciare una linea e fare un bilancio delle posizioni, dei proclami, delle fregnacce assurde dette da chiunque. La libertà d’espressione sarà anche una gran cosa, però saltuariamente si potrebbero anche tirare due somme. Fatto sta che dinanzi al sorriso mesto di mio padre il cuore ha dettato una specie di retromarcia alla lingua. Rispetto per le passioni altrui, anche quando l’evidenza le isola come impulsi da altre ere. Come per i collezionisti di accendini, di orologi, di auto d’epoca. E quando mi è stata posta la domanda precisa: “Che ha detto?” (per i non foggiani: lo si nomina meno di Bashar Al-Asad in Siria), mi sono sentito rispondere con una voce non mia. Certo, ho detto le solite cose. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso. E non era solo il rispetto filiale per le delusioni di un genitore. Dentro di me s’era fatta strada una seconda via. Aveva sedimentato una posizione alternativa. Senza quasi che me ne accorgessi.
Zeman, secondo alcuni, ieri mattina ha salvato Foggia e il Foggia dalla persecuzione. Questi fedeli dicono: “Se fosse rimasto, non ci avrebbero fatto mai salire”. Ci sta, nella storia di un Messia. Sacrificarsi per i nostri orribili peccati. Ma sono chiacchiere, lo sappiamo tutti, anche se facciamo finta di niente. Zeman ha un’età, una carriera. E pochi tram ancora da prendere al volo. Specie alla luce dei suoi risultati concreti. Non ci vuole molto a capire che, nel doppiofondo delle parole di circostanza, si nasconde una divergenza di vedute pratiche: qualcuno voleva assegnargli una nuova nidiata di prestiti da svezzare, senza alcuna garanzia; qualcuno voleva mettergli tra le mani una squadra non all’altezza. E le sue mani, per quanto taumaturgiche, hanno avuto un fremito umano. Ed hanno mostrato il medio. Ma in questo, paradossalmente, si nasconde il suo ruolo salvifico. Che, per la prima volta in un quarto di secolo, sono disposto a riconoscergli. Ieri Zeman ha salvato Foggia da un incantesimo. Non dal suo, quello nessun sesto posto in Lega Pro potrà lavarlo via dalle menti del popolo bambino. Ma abbandonando la piazza, lacrime a parte, ha denudato il progetto del suo compare. Ha costretto questa città e la sua gente a guardare in faccia ciò che la sua stessa figura, fino all’altroieri, nascondeva. Zeman era il pareo sulle vergogne dei venditori di fumo, degli speculatori della passione, degli incantatori di serpenti. Tutto era perdonato, tutto era accettato. Nel suo nome. Dalle 11 di ieri mattina, tutto ciò sarà ancora possibile solo a patto di rivelare dapprima una clamorosa faccia tosta. E quello che dicevamo da un anno circa il cerebrale, triennale piano casilliano di rinascita, è diventato d’un tratto palpabile. Visibile ai tanti che, rapiti dal fascino totalitario del passato remoto, invaghiti dall’idea assoluta (e assolutoria) di riviverlo, avevano fatto di tutto per non considerarlo, per non metterlo a conto nel bilancio della rinascente speranza. A Zeman va riconosciuto questo, come tributo. Un salutare scossone all’ambiente. E seppure è troppo facile retroattivamente fargli carico dell’aver contribuito – non certo da umile idealista – all’instaurazione del nuovo regno di don Pasquale in terra di Capitanata, quanto meno l’uscita di scena, le note nascoste nella sua voce, meritano un plauso. L’omaggio dovuto a chi s’accolla, a un certo punto, l’onere doloroso di svelare ai bambini che Babbo Natale non esiste, non è mai esistito. Lasciando che i pargoli paghino, con la moneta dello sconforto, il prezzo della crescita. E questa piazza sarà costretta a crescere, adesso che il paravento è sparito, partito dopo l’ennesima sconfitta; sarà costretta a guardare il progetto di chi ha utilizzato il calcio come ariete per sfondare i cadenti bastioni dell’economia foggiana. Seimilasettecento tesserati, tremilaottocento abbonati, prezzi esorbitanti per ogni partita interna, la concessione dello stadio comunale, una giunta sotto ricatto perenne. Il prezzo che la città ha volentieri/volontariamente pagato al sogno di riavere Zeman tra i suoi figli. Una promozione non ottenuta, nonostante i proclami. E adesso, nuovi proclami rimasti a mezz’aria: “L’anno prossimo andiamo in B in volata”. Promesse difficili da mantenere. Un restyling impossibile da ultimare, specie in termini di fascino: perché Bucaro e Matrecano non sono Zeman; perché Ugolotti o Novelli in B, magari, ti ci portano pure, ma bisogna garantirgli una squadra, e una squadra vera costa; perché era Zeman che apriva il credito d’immagine per i prestiti dall’Inter o dal Cagliari; perché era Zeman, e la sua suggestione, che riempiva la Curva Sud a 15 euro, la Gradinata a 22. Adesso l’imprenditore Casillo è nudo. Dovrà dimostrare di essere senza sovresporre il suo frontman. Dovrà spendere e riconquistarsi una piazza smarrita. Tradita. Coi nomi dei giocatori, l’organico, l’appetibilità del progetto. Come tutti gli altri presidenti. Facendo a meno dei tremilaottocento abbonati, tanto per cominciare. Dimostrando coi risultati che il prezzo di un biglietto non è solo un atto di fede incondizionata. Perché fino a ieri era possibile prendere cinque gol a Lanciano senza che la piazza battesse ciglio e penalizzasse gli incassi del don. Ma da domani non sarà più così. Com’è giusto che sia. Adesso i venditori di fumo dovranno riconvertirsi ai generi di prima necessità. E la piazza dovrà pensare al pane, senza farsi rintronare dalla propaganda sullo champagne. Di questo – e non avrei mai pensato di doverlo fare – ringrazio Zeman. E il suo dito medio.
23/05/11
Pensiero comparato
Dall’impianto parte l’inno. Sparato dritto sull’entusiasmo del prato. Sui giocatori che dalla panchina schizzano in campo schizzando raffiche d’acqua sulla testa dei compagni. Su quelli che a centrocampo s’abbracciano. Sui dirigenti, i massaggiatori, gli accompagnatori, che invadono il terreno del Friuli. The Champions. Scene di giubilo dallo schermo. Spalti gremiti, pacche sulle spalle. Un piccolo ingorgo di pensieri si negano la precedenza a vicenda. E nell’angolo del divano scappa un sospiro lungo, profondo. E lo schiocco secco di una manata, di quelle che ti dai da solo sulla coscia, poco sopra il ginocchio, come stimolo a muoverti, ad alzarti quando sei seduto. “Che è?”, chiede mio padre, “Niente, niente”, rispondo. Attraversando il corridoio, sparendo nelle mie segrete. L’Udinese.
Ci pensavo nel pomeriggio. A quella punizione sulla trequarti, nei minuti di recupero della penultima di campionato. Punizione per il Monza, sull’1-0 per noi. Dalle radioline improvvisate, finanche da quelle oniriche, frutto della fantasia del popolo creatore, giungevano le notizie importanti. Da Cremona. Il Padova non andava oltre il pari. Uno a uno, dicevano alcuni. Due a due, secondo altri. Tre a tre, per altri ancora. Altro era quotato a 25. Fatto sta che eravamo ai playoff. Il giocatore del Monza, dalla trequarti, invece di scodellare al centro dell’area il cross della speranza, effettua un monumentale retropassaggio al portiere. Una mega-struttura, un ponte dei sospiri accolto dal frenetico battimani riconoscente. Noi, ricordo, abbiamo riso. Ed abbiamo commentato: “Quanto dev’essere brutto, oggi, essere un tifoso del Padova”. Il Padova.
Peggio ancora. La settimana prima c’era stata Novara. Gli imprescindibili 3 punti contro i locali. Per continuare, noi, ad inseguire l’ultimo posto utile per giocarci le B. E a pensare, sul colpo di testa di Biancone, alla sciatta esistenza di un tifoso dei bianco-blu, in bilico tra anonimato ed emozioni mediocri. In generale. Anche aldilà di quel giorno, allorquando bisognava permettere al Foggia di passare. Finì 3-2 per noi. “Poveri tifosi del Novara”. Il Novara.
Per non parlare del giorno dell’Immacolata del 2004. Quattordicesima d’andata. Allo Zaccheria, il Foggia batteva 4-1 in Napoli. Se un folletto si fosse materializzato nel cerchio di centrocampo per vaticinare che una di quelle due squadre, di lì a sei anni, avrebbe avuto in tasca la qualificazione per la Champions League senza neppure passare per i preliminari, chi avrebbe osato rispondere che la predestinata aveva la maglia rossonera a righe? La Champions.
Durante la traversata che c’avrebbe portato al Nereo Rocco di Triste, dinanzi al cartello che sanciva in 40 chilometri la distanza dalla città di Udine, tra di noi convenimmo che mai avremmo pensato di trovarci così vicini al centro friulano. Come per una sorta di respingimento morale. Ora, i tifosi dell’Udinese andranno in vacanza con l’incognita di conoscere i luoghi della loro esperienza europea. Mentre, appena appena più a sud, quelli del Padova si stanno preparando a giocarsi, in quel di Torino, nel prossimo fine settimana, l’accesso ai playoff di serie B, per strappare la massima serie magari proprio ai novaresi, che da due stagioni si tolgono una soddisfazione dietro l’altra. Il Napoli è giunto terzo.
03/05/11
Borghetti/Chartreuse
Foggia, 9-10 aprile 2011
I ragazzi sono sbarcati dal furgone che c’era ancora il mercato. E un sole già estivo costringeva alle mezze maniche e a rendere liturgicamente omaggio ad uno dei luoghi comuni sul Sud. Quello della bancarella del pesce ci ha visti schierati in plotone ed ha chiesto se per caso non stessimo correndo a farci la tessera. Pochi passi tra le verdure e la frutta, e l’attenzione era tutta per loro. Altri luoghi comuni confermati a velocità supersonica. “Di dove sono?”, “Francesi?”, “Ci sono i francesi”, “I francesi”. In cinque minuti lo sapevano tutti.
A Foggia, checché ne dica la toponomastica, non puoi fare il carbonaro.
All’ombra del bandierone nero ci godiamo le proporzioni. “Dobbiamo mangiare?”, ci eravamo chiesti il giorno prima, in vena di super-organizzazione nordica; “Si, ma qualcosina, tanto la sera facciamo la brace”; “Allora facciamo preparare qualcosa, tipo assaggini”. Salame, formaggio, mozzarelle, olive, taralli. E parmigiana, pasta al forno, insalata di riso. Ok, non è cosa nostra. Non siamo gente in grado di escludere la tavola dai principi cardine dell’accoglienza.
Nel manuale del perfetto ospite, c’è la dismisura.
Ci sono le arance di Vico, che il Conte sostiene piacciano molto ai francesi. Non tutte le arance italiche in genere, solo quelle di Vico. Ci sono gli adesivi. Aujourd'hui pour les Ultras, Demain pour toute la ville. Enzo si preoccupa. Non chiede: “Sono venuti bene? Sono belli?”. Domanda: “Sono grandi?”.
La dismisura. Architrave dell’accoglienza. O della paranza.
Come quando ai matrimoni si chiede quanto si è mangiato, e non come, e le famiglie si confrontano sugli sprechi, a pesci in faccia. Si stappano i Sansevero, i Troia, i Cacc’e mitt, che all’Ipercoop ce ne abbiamo messo di tempo per trovarne di autenticamente nostrani. Il Salento spopola, anche negli ipermercati. Si brinda. Ci teniamo a far bella figura. I ragazzi se lo meritano. Per l’accoglienza che ci è stata riservata a Grenoble, durante la prima neve dell’inverno, ma soprattutto per la passione che ci mettono. In condizioni senz’altro diverse dalle nostre. Ne parliamo. A Foggia – e nel passato ancor più che nel presente – a 8/9 anni già si scimmiottano gli ultras. Nei tempi che furono i bambini che attaccavano i mezzi degli avversari sembravano piccoli palestinesi. Non lo facevano per accreditarsi agli occhi dei grandi. Lo facevano naturalmente, come un’appendice della cultura stradaiola di cui era impregnata questa città. È innegabile: fare l’ultras a Foggia è più semplice. Forse era. Comunque sia, a Grenoble è senz’altro più difficile. Per questo stimiamo questi ragazzi. Per l’intrinseca, forse persino da loro sottovalutata, capacità di andare controcorrente. Le bottiglie di Chartreuse finiscono in frigo, i cicchetti di Borghetti planano sul vassoio. Il caldo della controra ci spinge a muoverci, che se rimaniamo seduti finisce che le gambe s’anestetizzano, trasformandoci in precoci anziani a guardia della soglia di casa. Ai grenoblesi non va di giocare a pallone. Sanno di perdere, evitano la figuraccia! Allora si va verso la Sud. A prendere in giro il giardiniere. E poi al Trinacria, a prenderci in giro noi stessi. Domani c’è il Pisa. Non ci saranno gli ospiti, ma siamo tesi comunque: è una questione di aspettative. Le nostre e le loro. Che finisci che ti ritrovi a rimpiangere il passato, e risulti patetico epigono. Come un etrusco. A dire che se questi ragazzi c’avessero visto all’opera dieci o quindici anni fa. Ma tant’è. Ci muoviamo in blocco. Una specie di cura per gli aspetti della passeggiata fino a Parco San Felice mostra la reale partecipazione dell’intero manipolo. Foggia è città piatta, senza vedute a perdita d’occhio, senza hinterland, senza quei segni della storia che altrove fanno le città d’arte. E trasmettere il nostro innamoramento per questo spazio urbano non può che avvenire attraverso le emozioni. Le storie di una città chiamata comunità. Che per la comunità esiste. La sera arriva presto. Le torce illuminano le facce tirate nei cori: Foggia, Grenoble! Arrivano gli amici, quelli degli altri gruppi, e insieme s’aggredisce la fornacella. La birra soppianta il vino nelle scelte, sintomo emblematico che l’estate sta arrivando sul serio. Rivediamo i video, quei video che gli abbiamo regalato da un anno ma che dimostrano di non aver mai visto! E così è di nuovo Benevento-Foggia, è di nuovo la stagione scorsa, con Trieste e Verona, Cosenza e Portogruaro. Non è vanagloria. Perché se il senso di comunità è essenziale per spiegare questa città, questo video potrebbe essere stato prodotto tranquillamente dalla Pro Loco con finalità turistiche. La stanchezza affiora a tarda ora. Si dorme un dormiveglia alcolico. Ci si risveglia con una giornata di appuntamenti ed impegni. Il chiosco, l’onda d’urto delle nuove birre e del caffè. Poi ci accodiamo alla fila. E l’emozione sale. Per una partita qualsiasi, anonima, banale. Eppure senti di avere voce da spendere e voglia. Quella voglia razionalmente inspiegabile, perché se la ragione esistesse in queste lande, dinanzi alla selettiva, scientifica devastazione di un mondo,di una cultura, questa imporrebbe l’abbandono, quando non l’abiura. Invece, basta salire quei gradoni per pensare che ancora non è detta l’ultima parola. Quei blocchi di cemento ci parlano. Di quello che siamo stati e di quello che, nonostante le mille contraddizioni, siamo ancora. O dobbiamo essere. Tendere a essere. Sono la continuità di una tensione, la storia dei nostri tanti patimenti e delle nostre gioie contate. Ma anche, e soprattutto, la testimonianza più viva e vitale della nostra crescita.
Dobbiamo ai gradoni gli uomini che siamo.
A quello che ci hanno insegnato: all’amicizia, al senso di appartenenza, alla memoria. Ai più grandi, ai coetanei, alle nuove leve. È come vedere un vecchio amore dalla bellezza inalterata nonostante il passare delle stagioni. Non puoi far finta di niente. E lasci da parte la repressione, le dure battaglie contro la tv, la Tessera, i disastri del calcio moderno, il business, la mercificazione degli istinti vitali. Sospendi il giudizio e canti. Come se tutto fosse limitato a questo. Come se non esistesse il tempo. O la ragione. “In alto le mani”, gridano dalla balaustra. Fa caldo, ma dalla reazione sembra che sarà una bella domenica. Classica domenica da fine stagione. I nostri amici si guardano attorno. Siamo tesi e orgogliosi. Canteremo fino alla morte innalzando i nostri color. Il primo coro è sulle note della Marsigliese. Loro non la amano. E non sappiamo se viverla come un omaggio o un oltraggio. Nessuna delle due, poco ma sicuro. Pura casualità. Li vedo battere le mani a ritmo, con noi. E sono davvero felice. Il primo tempo è buono, con qualche picco notevole. Alla fine del primo tempo il Foggia è avanti 1-0. Ha segnato un napoletano su rigore. E tutti sono lì a dirmi che bisogna cantare di più, che la curva così com’è è penosa.
Fa parte della nostra cultura, il bicchiere è mezzo vuoto dai tempi in cui traboccava.
I nostri amici sembrano aver apprezzato. Ed è l’unica cosa che conta. Un giudizio esterno, una volta tanto, un occhio estraneo alle diatribe. Nella ripresa il Foggia realizza il secondo e il terzo, e caliamo un po’. Il sostegno si lega alla sofferenza, non alla celebrazione.
Intermezzo
Finiamo il video-montaggio il lunedì sera. Certo, mancano le immagini dell’agguato all’autogrill, quando spiegare alle pattuglie che stavamo recitando una rissa con degli amici in partenza è stato più duro del previsto, ma per il resto la carrellata di fotografie è abbastanza completa e rappresentativa dei due giorni passati con gli amici grenoblesi. Esaustiva, si direbbe. Pubblico e critica apprezzano. Anche la velocità della realizzazione si conforma alla particolarità del momento, e merita un plauso. Plauso. L’ansia da prestazione svanisce in un vago senso di compiacimento. I ragazzi sono partiti da meno di ventiquattro ore e già ci abbandoniamo all’epica dell’aneddotica, all’apologia del ricordo: il vecchio flebilmente avvinazzato che viene a cantare le canzoni di Morandi e Ranieri, lo stuolo di scrocconi che sembra attirato dall’odore della carne sulla griglia, la politica matrimoniale delle curve suggellata al ristorante di Matteo, e Matteo stesso che mi ha gentilmente fatto sapere che “Visto che è una bella giornata, perché non mi mettete in giardino?”. Il video si chiude. A bientot, scriviamo. Abbiamo raccontato della partita con la Nocerina, dei tesserati di Nocera Inferiore che verranno a Foggia in massa, del nostro presidente e dei problemi che ci sta creando. A Grenoble ci sono due amici che non son potuti scendere con gli altri. E fino a fine campionato restano solo due match.
Foggia, 23-24 aprile 2011
Ora siamo alla vigilia di Pasqua. E, soprattutto, alla vigilia della sfida con la Nocerina. Ci giochiamo una stagione, siamo in giro dalle 9 del mattino. Aspettiamo i grenoblesi. “Siamo contenti che si siano trovati bene l’altra volta”, ci dicono tutti. Anche quelli che non li hanno conosciuti. Dev’essere quel senso di comunità di cui si parlava, di cui ognuno non è altro che un bene fungibile, avanguardia o retroguardia che sia. Squilla il cellulare. Rispondo. Sono loro, sono quasi giunti. Noi ci siamo persi nelle campagne. Ma la voce che sento mi dice che in quaranta minuti saranno al casello. Abbiamo tutto il tempo di chiamare Angioletto e il Conte e di assegnargli il compito della prima accoglienza. “L’unica cosa che non dovete fare è entrare a Foggia col furgone”, mi raccomando. Con l’aria che tira oggi in città, è meglio non passare per pecorelle nocerine smarrite. La campagna, dopo una mezz’ora di lieto peregrinare, assume le fattezze di un luogo conosciuto: la superstrada. È questione di minuti. Angioletto chiama: qui ancora nessuno. Invito alla pazienza. È passata solo mezz’ora, penso e dico. Poi, però, ripenso. E dico altro: “Come si dice quaranta in francese?”, “Quarante”. E “Quinze” che significa? “Quindici”, è l’agghiacciante risposta.
Ok, ragazzi, niente panico.
Valerio chiama dalla cantina sociale: “Sono qui, sono arrivati da soli”. Apposto. Sono entrati a Foggia col furgone. Hanno fatto quel che non si doveva fare. Ma sono sani e salvi. Il tempo di smobilitare il presidio del casello e potremo goderci pizza e birra. Invece le cose vanno da subito diversamente. Dal furgone vengono fuori diverse bottiglie e finanche una borsa frigo. Sarà una giornata anomala. Lo si intuisce dai primi sentori. Dalle scintille che annunciano il giorno. Dopo gli abbracci, i ricongiungimenti, le presentazioni, si spiega il nostro stato d’animo: oggi ci giochiamo tutto. Ma tutto, tutto. In campo, certo, un grosso pezzo di serie B. Ma sugli spalti la nostra dignità. Ed è l’unica partita che realmente non possiamo perdere. Loro saranno tanti, tesserati e anche più di mille, anche grazie alla gentile premura della nostra società che ha scontato a 10 euro il biglietto per il loro settore. Cinque meno del nostro. E si che potrebbero festeggiare la cadetteria in casa nostra. Questa cosa mette i brividi. Fa orrore. Quanto al resto, al contorno, è tutto decisamente improbabile. Le undici circolari giungeranno superscortate da Candela. Nessuno, a quanto pare, s’è risolto a mettersi in viaggio fai-da-te. Neppure la B vale un sussulto, un rischio fuori programma.
Lo Zaccheria delle 12,30 è un luogo onirico, inesistente e impalpabile. Noi siamo in gruppo, ma stavolta non c’è l’aperitivo al chiosco, non c’è la gente che sciala, solo una tensione che spacca la schiena. Il pullman della Nocerina entra con qualche difficoltà. La gente non fa ressa. È ancora troppo presto. I chips ci chiedono una foto-ricordo. La concediamo malvolentieri. In fondo, pensiamo, è il prezzo della celebrità. L’eterno dibattito dei salotti televisivi: dove finisce la privacy di un vip? E soprattutto: i vip hanno diritto ad una privacy?
Decidiamo di entrare, che tanto qua attorno l’aria è spessa coltre di calore e vuoto. Dentro c’è un clima primaverile. A me ricorda la partita col Licata, incubo della mia infanzia. I gruppi sono al loro posto, non riesco a stare fermo. Stefan mi sorride e mi dice che, nonostante tutto, gli piace la tensione. La mia e quella degli altri. È vero. L’adrenalina scorre. Siamo tifosi, a parte tutto il resto. E non è vero che tutte le partite sono uguali. I nocerini entrano nel settore. Sono tanti. Sono, oggettivamente, brutti. Accozzaglia di pellegrini e ultras tesserati con tanto di pezze. Sembra una scampagnata senza stile. Fossero stati i cavesi o i paganesi, penso, sarebbe stata altra storia. Qualche coro ostile, ma senza quella rabbia interiore che solo un anno fa salutava i 700 pescaresi. L’impatto sembra buono, ma in un anno cambiano tante cose. Loro saranno umorali, noi pure. Molto dell’esito – fa strano dirlo, ma è così – dipenderà da come si metteranno le cose in campo. E le cose in campo, nel primo tempo, si mettono bene. Il Foggia sembra determinato a far sua la partita, sfiora il gol in tre occasioni. La curva risponde. Anche la Nord canta compatta, ma quella non è una novità. Su un calcio di punizione per noi, il riverbero del coro diventa imponente. A me viene da piangere. Non ci sarà mai più una curva che canta così per novanta minuti? Dubbi. L’anno prossimo, forse, non avremo neppure più una curva. Ma chi la dura la vince, si dice di solito. Noi siamo disposti a giocarcela. Di fronte sembra che i cori partano da gruppetti spontanei, piazzati qua e la. Che non esista un vero centro propulsore. Qualcuno sta ancora giocando a nascondere la propria identità. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, pare che dilaghino. Si muovono le braccia ritmicamente, quindi staranno cantando. Ma nel primo tempo non c’è margine. Non li sentiamo. La ripresa comincia con un bicchiere di limonata. Come alle feste delle medie. Il Foggia prende il gol della disillusione. Da calcio d’angolo, sotto la Sud. La stessa bandierina che ci fu fatale col Licata. La delusione serpeggia. Di fronte si fa festa. Adesso qualcosa ci arriva di quel che dicono, ma sono troppo sfilacciati per sommergerci. Ne avrebbero la possibilità. Perché noi sbandiamo e ripariamo coi nervi, con sempre meno collaborazioni dai lati, da quella gente che – l’abbiamo già detto ma è sempre meglio ripetersi – è corsa a tesserarsi per paura di non trovare posto al circo di Zeman, ed ora è passiva ed inutile. Un peso, in ogni senso. Mai una risorsa. Fatto sta che alla fine tutti si lamentano dell’arbitro e il Foggia esce sconfitto. Peggio: Foggia è costretta ad assistere ai loro festeggiamenti che – avrò modo di accertarmene su You Tube – cominciano sulle note del Surdato nnammurato. Meglio l’Eccellenza.
Come si dimentica un scena del genere? Come si ripara ad un pomeriggio così? Andando a casa, probabilmente, staccando il cervello e provando a ricaricare le pile leggendo Conan Doyle. Ma noi fortunatamente non abbiamo scelta. E allora il tempo di riorganizzarci e ci incolonniamo su viale Ofanto. Sotto il Colonnello D’Avanzo, un paio di macchine dai vetri infranti: i superscortati tesserati hanno trovato avversari degni della loro foga. Giunti alla base, tiriamo fuori il divano celeste, che sul marciapiede fa tanto fashion. E in barba al motto Ultras, no turismo!, molliamo per un paio di ore i vassoi di superalcolici per immergerci nella realtà del centro. Non ci eravamo riusciti, l’altra volta. Da Largo Rignano, dalle traverse che nascondono Piazza XX settembre. È affascinante spiegare il perché del logo con le tre fiammelle, davanti al municipio. Non sembra, forse perché adombrato dall’ordinario scorrere della quotidianità, ma c’è qualcosa che somiglia fortemente all’orgoglio nel captare l’interesse negli occhi altrui. Che specchiano i miei di quando ero ragazzino e ascoltavo la leggenda dei pastori e dell’Iconavetere. Via Arpi con le macchine che sfrecciano, a dispetto dello spazio. Il tabaccaio che domanda: “Siete gemellati?”, nella convinzione assodata che non possa esistere altra lingua oltre l’italiano. In piazza dell’Addolorata ci fermiamo a parlare del barocco meridionale: roba da ultras. La città vive di quei guizzi preserali e prefestivi che ho imparato a conoscere in anni di frequentazione intima. Da Paolo vorremmo fare scorta di birre, ma un tizio ci racconta di bambini che rubano cellulari e non vuole saperne di lasciarci andare. Gli amici ridono. Quella sottile membrana che separa la realtà immaginata dal pittoresco realmente vissuto. La cattedrale è impacchettata, nasconde i gargoyle, ed è un peccato. Si parla di precariato, di famiglie che stentano a formarsi e non si formano, di politica. Federico II abbatte per l’ennesima volta le mura di cinta nei racconti di un dopopartita. La sera incombe. È tempo di tornare alla base. Alle torce, ai cori, all’amicizia. La zona pedonale è piena di gente. La stessa continua a domandarci cosa abbia fatto il Foggia. Per i ragazzi di Grenoble è bello sentire questa partecipazione. Per noi è una iattura, la forma esterna più sprezzante e offensiva del disinteresse. Un giro alla Ghiacciaia, due parole su Umberto Giordano. Domani sarà Gargano. E così, col passo di chi ancora vive nel piacere di stare insieme, di condividere e socializzare, la partita sembra alle spalle. Dimenticata. Non è così, ma per questa volta è piacevole anche godersi l’illusione.