13/02/14

Fantasmi nel campo santo



Domenica 9 Febbraio 2014, Martina-Foggia 1-1

C’è un istante preciso.
Quando nell’abitacolo si diffonde il giornale orario di Radio Capital, a volume sommesso. Renzi che sta facendo le scarpe a Letta. Quando i passeggeri dell’ennesimo viaggio della speranza elencano e motivano i perché delle loro scelte in materia di whiskey. Lagavulin, Laphroaig, Oban. Quando fuori l’inverno arretra, e dissemina il terreno di nuvole cariche tendenti allo scarlatto. Quando gli altri mezzi della legione sono a distanza di sicurezza, perfettamente visibili, uno avanti e uno dietro. E gli altri due ci aspettano al distributore di Casamassima. E la strada scorre via con implacabile costanza.
C’è un istante preciso. In cui tutto sembra andare come dovrebbe. In cui gli astri sono al loro posto, senza pretese illegittime. In cui il tempo sembra assolvere al proprio dovere, per il bene degli uomini. Ma gli esseri umani sono animali perfettibili. E non colgono. Non hanno sensori sufficientemente allenati a comprendere la grandezza dell’attimo.
È quello il momento in cui, di solito, chiama Arnaldo.

Si esce dalla carreggiata. Sosta forzata ad una pompa di benzina. I nostri sospetti erano fondati. Del resto, siamo cresciuti con quello spot di Tele Norba che parlava del Baricentro. E qui, più che alle porte della città innominabile, siamo in odor di Mar Ionio. Chi siamo? Dove andiamo? Ma soprattutto: Perché avete preso la Taranto? Domande irrisolte, nell’aria come spore in plotone d’avanguardia. Dietro le linee nemiche di febbraio. Giù fino a Mottola, a 120 all’ora, per recuperare il ritardo che credevamo anticipo. Bestemmie soffocate. E, ciò che è peggio, nessuno da incolpare. Geografia, a scuola, non si fa più. Svolta per Noci. La Valle d’Itria. Stiamo andando a fanculo. I bassi muretti di pietra ricordano la Sardegna. E l’argomento vira. I viaggi di nozze. Il più classico dei dibattiti ultras. Dall’altra macchina giungono schiamazzi via Wind. Capiamo. E sbulloniamo il nostro Oldmoor. Per non soffrire di invidia all’arrivo.

Appuntamento alle porte di Martina Franca. Facile a dirsi. Tutt’altro a farsi. Perché noi proveniamo da Ovest, e Martina si palesa senza annunciarsi. D’un tratto. Palazzi senza uno straccio di benvenuto. Esistono i tom-tom. Gli altri ne possiedono uno. Si tratta d’attendere. E noi, in questo, siamo maestri. La carovana si ricongiunge in capo a dieci minuti. Sono quasi le quattro. Le squadre saranno nel sottopassaggio. Perché c’è sempre un sottopassaggio, nella vita. Tutti in coda, verso il settore ospiti. Fino al primo incrocio. Perché nella vita ci sono anche questi. E noi, in onore alla tradizione dauna del carnevale, ci sparpagliamo come coriandoli. Siamo dei posseduti. Gli autisti non meno dei navigatori e dei passeggeri. Ad ogni snodo, le mani scottano sul volante ignaro. E si gira a casaccio. Rarissimi i casi in cui più di due mezzi abbiano svoltato nella medesima direzione. Posseduti. Senza esorcismi possibili. Giro panoramico. Poi, finalmente, settore ospiti.

Il botteghino è incassato nel cemento. Dagli spalti, i cori dei padroni di casa. Scenario consueto: la camionetta, gli sbirri annoiati, l’ispettore con la ricetrasmittente. Pioggia. Freddo. Le prime voci allarmate. Le chiacchiere. Quello chiuso nel cubicolo, in pratica, comunica con gli occhi. Le luci azzurre che provengono dall’interno ci fanno immaginare un monitor. È così. Tutto informatizzato. Spersonalizzato, in questo cacchio di calcio del 2014. Ci dice che il suo compito è battere sui tasti. Che non ha margini d’autonomia ulteriori. Neppure il falso ideologico! Ovviamente, non riesce ad inserire un bel nulla. Il circuito ha chiuso i battenti col fischio d’inizio. Gli chiediamo se ha biglietti tipo Riserva A. Ma ci risponde con uno sguardo da ventenne ignaro. Evidentemente, a furia di lavorare con queste diavolerie tecnologiche, questi uomini – pur datati – hanno dimenticato il calore della carta prestampata. Chiama un responsabile. C’è sempre un responsabile. Sull’Olimpo. Nel frattempo, l’ispettore ci intrattiene con un saggio di giurisprudenza, disceso a cascata dalla solita domanda: “Perché non ve la fate la Tessera? È una legge”. “No, che non lo è!”, “E cos’è?”, “Una direttiva ministeriale”. Piove più forte. Alcuni fantasmi dal vestiario casuale si aggirano attorno al loculo dell’uomo dei biglietti. Come anime di defunti assediano la casa del custode di un cimitero. Non sono molesti, non sono cattivi. Sono persi. Smarriti, dall’idea che varcare questi cancelli sia tanto ostico quanto calarsi dalle sbarre di una galera. Ma quello, l’uomo-biglietto, si spaventa lo stesso. E chiama la police. È questo l’effetto che fanno i fantasmi sui funzionari. Il responsabile arriva. E prima ancora di poter candidamente ammettere che non è lui colui che cerchiamo, prima ancora di poter sviare l’interesse dalla sua persona indicando il suo superiore nelle sfere celesti, ci mostra quel che il funzionario ci aveva già mostrato. Niente, la tastiera – alla mezz’ora del primo tempo – è inservibile come un giradischi all’età dei Comuni e delle Signorie. Non ci resta che salutare.

Si smantellano le tende provvisorie del nostro provvisorio accampamento di illusi, speranzosi e sognatori. Si lanciano due o tre cori nel silenzio. E sotto l’acquazzone, si monta nei mezzi. In corteo, si prende la via della campagna, al limitare di un arcobaleno che non è né presagio, né auspicio. Soltanto il banale risultato delle piogge in dissolvenza. Un trullo, due, cinque. La sosta e sulla provinciale. Un I-phone capta lo streaming. Finisce sulla tettoia di una macchina, tra gli schiamazzi della platea, a sostenere i pixel rossoneri. Calcio moderno. Post-moderno, addirittura. Gli ultimi romantici alle prese con l’oggettistica del cinico presente. Con la metafora dell’assassinio di una passione. Contraddizioni. Come idolatrare l’arma di un delitto. In altri tempi, dicono i reduci, non sarebbe mai successo. In altri tempi, gli si potrebbe rispondere, una radio locale avrebbe trasmesso la partita. In altri tempi, ad essere ancor più pignoli, al botteghino ci avrebbero mollato dei biglietti senza fare troppe storie. E ci saremmo visti la partita sui gradoni. Poi il Foggia segna. Noi esultiamo. E un villico sbuca dal trullo. In mano ha un coltellaccio da cucina. Di quelli per tagliare il pane.   

20/01/14

Il potere del disinteresse



Domenica 19 Gennaio 2014, Vigor Lamezia-Foggia 0-1

La florida signora ha una sciarpa in tartan a coprirle il collo e una faccia distesa. Quando incrocio il suo sguardo, alza le braccia e mi mostra i palmi. Come si fa in chiesa quando si recita il Padre nostro. O allo stadio prima di Noi non siamo napoletani. Intima di non chiederle niente. Lei non c’entra, non è responsabile dell’ordine pubblico. Eppure un poliziotto in divisa le tiene aperto l’ombrello sul capo scoperto, e la segue passo dopo passo. Faccio capire – allargando le braccia a mia volta – che non intendevo aprire un dibattito, una tavola rotonda o qualcosa di simile. A quel punto faccio l’errore di guardare l’uomo in divisa. Che mi spiazza con una domanda innocente. “Perché non potete entrare?”. Attimi di silenzio. “Perché non abbiamo la Tessera”. Sento che sta per farlo. Avverto il rumore del suo sistema operativo centrale in rielaborazione. Lo fa. Mi rivolge la domanda da un milione di euro. “E perché non ve la fate?”. La signora annuisce, come se fosse stata preceduta. Nelle intenzioni, anche lei voleva chiedermelo. Nei gruppi di studio politici, una delle prime cose che ti insegnano è di non discutere mai coi poliziotti. Un vago ricordo di quei tempi di apprendistato mi attraversa la mente, come un fulmine in una torbiera. Ma sono epoche sepolte. Quindi rispondo. Perché è sbagliata, perché questo modo di intendere il calcio sta svuotando gli stadi, perché la pay-tv, il calcio di un tempo e bla, bla. Quello, alla fine, annuisce. Disinteressatissimo. Poi si volta, mi fissa e mi dice che, comunque, abbiamo fatto due chiacchiere accademiche. Che tanto non dipende da lui. Che non è il responsabile. Mi verrebbe di rispondergli che non l’ho mai sospettato. Ma alzo le spalle anch’io. Un confronto di specchi. Con l’indifferenza in posa egocentrica, nel mezzo. Credo di sapere chi sia il responsabile. Quel tipo che ha tirato la testa fuori dal finestrino abbassato e ci ha chiesto: “Foggia?”, quando i due furgoni si sono arenati davanti all’evidenza di uno stadio che non riuscivamo a vedere. Per quanto ci fossimo davanti. Quello col cappuccio che mi ha gridato, a metà tra l’allarmato e l’autoritario: “Dove vai?” mentre mi avvicinavo al muretto del settore ospiti per fotografare il nobile striscione dei ragazzi di Lamezia. Solidali con il lutto delle famiglie e degli amici delle giovani vite perdute la settimana scorsa, in un incidente stradale. Quello che adesso, dopo la foto di rito – quella di spalle – e gli altrettanto rituali cori per la curva e contro la Tessera, torna col telefono in mano per ribadire che non c’è niente da fare. Siamo arrivati con mezz’ora d’anticipo, stavolta. “Ma è mai possibile? Non ci sono screzi con i rivali, non ci sono problemi tra i gruppi…”. Quello alza gli occhi al cielo. Ok, capiamo al volo l’antifona: neppure lui è il responsabile. Che caricatura di Paese! Dalle bollette della Telecom alla Tarsu, dall’Imu agli stadi blindati, non si riesce mai a capire di chi sia la responsabilità! È la solita scusa del fatalismo che pervade gli umori del nostro spirito mediterraneo. Un vascone in cui nuotano pesci che eseguono soltanto gli ordini, l’Italia. Direttive inflessibili e mute dettate da un funzionario che non si vede, non c’è e che probabilmente non esiste. Il Dio dei cattolici. Va bene, al solito. Allo stadio non si va, non facciamo capricci. Abbiamo percorso più di 400 chilometri filati. Magari una birra, al riparo di un bel bar in centro, o un caffè in tranquillità, ce lo meritiamo pure. Prima di ricongiungerci alla strada del ritorno. Quel che mi sembrava il responsabile dell’ordine pubblico, mi tocca una spalla. Come un maestro deamicisiano – o un pastore transumante – mi invita a raggiungere rapidamente i mezzi. Mi fermo. Niente stadio, niente capricci, si è detto. E sia. Ma questo esula dalla pur assurda sfera dei divieti. Gli faccio presente che non ho più alcuna intenzione di valicare quella zona militare sorvegliata dove ventidue ragazzi danno calci ad un pallone. Conosco la pericolosità della pretesa che mi ero arrogato di fare e mi piego di buon grado all’interesse in materia di difesa dello Stato. Ma ora non sono più un foggiano in trasferta. Sono un cittadino italiano sul suolo italiano. E vado dove voglio. Quello mi risponde che no, non è così. Che devo raggiungere gli altri e accelerare, con gli altri, le procedure d’espulsione forzata. Gli chiedo se pensa che il mio sostare o il nostro girovagare dipendano da una sua concessione, piuttosto che da un diritto. Risponde che comanda lui e tanto deve bastarmi, come spiegazione. Discussione accademica, certo. Ma assai significativa della mentalità dei tutori. Arrivano i ragazzi di Lamezia. Li ringraziamo e stringiamo loro le mani. Poi gli chiediamo dove poter vedere la partita, lontani dallo stadio. In fondo, il campo sportivo è in piano e attorno ci sono diverse collinette. Il responsabile non-responsabile si intromette. Dice che non andiamo proprio da nessuna parte. Che loro adesso ci accompagneranno in autostrada. Facciamo presente che non vogliamo essere scortati e che – da questo momento – siamo turisti in libera uscita. Quello insiste. E ordina una camionetta come si ordina una capricciosa. La vuole piena. Con molti funghi. Non ci siamo proprio capiti. Non si capisce, non si vuole capire, il limite tra un divieto e l’abuso. Perché le due cose, nel frullato mentale poliziesco, sono le due facce della medesima medaglia. Chiedo di mostrarmi la fonte della sua interpretazione estensiva della legge. Consapevole di essere volutamente stronzo e presuntuosamente legalitario. Ma tant’è, non mi piace la sua faccia. E a quello non piace il mio “atteggiamento”. Dice proprio così. E mi propone di seguirlo in centrale. Io sono ben disposto e glielo dico. Altri si intromettono. E in meno di un minuto, un bel corteo di volanti apre e chiude il convoglio di pericolosi non tesserati. Che, per il bene della nazione, anche stasera sono stati respinti. Grazie alla solerte polizia italiana, non ci sarà violenza in questo stadio, oggi. Ci voltiamo e salutiamo con la mano i ragazzi di Lamezia. Che ci rispondono alla stessa maniera.

06/01/14

Il secolo scorso



Domenica 5 Gennaio, Aprilia-Foggia 1-1

Il vomito sa di vomito. Cacofonia, ridondanza. Eppure, non c’è altro modo – se non il modo suo stesso – per definire quel sentore di frutti di bosco che ti resta appiccicato al palato. Una giornata passata a rimandare impegni immaginari. E a leggere Ken Follett. Una nottata a sudare. Una metafora al risveglio: ti preoccupi tutto il tempo di tenere sotto controllo naso e gola, e al canto del gallo ciò che ti sorprende è lo stomaco. Do la colpa al mostacciolo superstite. Ma alle otto e trenta i dubbi danzano sul davanzale. L’immaginazione funesta fa il resto. Già mi vedo implorare l’autista di accostare. Aprire la portiera con furia e in fretta. E muovere il torace su e giù, come i gatti quando si liberano dei peli. No, no, imbarazzante. Troppo. Questa mi sa che la salto. Però  poi penso alle suggestioni. Al potere del cervello. A quando, pur provando a concentrarmi sull’indice della Borsa di Tokyo, immancabilmente riuscivo a sentire brontolare gli intestini nel silenzio del chiostro universitario. E poi stavolta siamo tutti. O quasi. Ci sono i profughi rimpatriati all’ultima chiamata “natalizia” prima di tornare ad emigrare. Una volta a destinazione, ci saranno anche i romani. Non posso e non voglio mancare. Così, ingoio le mie paure, i miei imbarazzi e una buona dose di acido, e mi mescolo agli altri. In Via della Repubblica i lunghi e lenti preliminari sono stati ultimati. I furgoni stanno facendo manovra. Le macchine sono piene. Le nostre tre sono un Tetris. Quando attraverso la strada per andargli incontro, i compari stanno mischiando le squadre. Intorno a noi c’è una città placidamente attiva. Il banco della frutta, la Camera del Lavoro, il negozio dei cinesi. Un lampo attraversa lo sguardo. La mesta consapevolezza che questa gente non sa neppure dove stiamo andando, cosa stiamo facendo. E men che meno gliene importa qualcosa. Dovremmo dire che “un tempo non era così”, ricordare i settanta e passa pullman ai Mercati generali, prima dell’invasione di Campobasso. 1989. Il secolo scorso. Meglio scacciare la mosca della nostalgia. E mettere in moto i motori. Che, in fondo, la strada è la stessa di allora. Anche se sgombra di mezzi. Il castello di Lucera a sinistra. Un asfalto omicida sotto i nostri pneumatici. Stavolta ho evitato la colletta alcolica. Che poi, tanto, l’alcool resta confinato in una sola macchina e la tentazione per i passeggeri è così forte che, alla prima sosta, si beve il rimasuglio. Ho preso una Vivin C. L’alibi morale. Eh, beh. Non siamo in carovana. Chi si ferma a fare pipì sul ciglio della statale è superato senza pietà, come i feriti nella ritirata del Don. Piove. Piove molto. Fino ad Isernia e oltre. In macchina un estenuante dance hall. Roba da fattoni. Lo stomaco regge, tanto che alla consueta sosta di Venafro, riesco ad ingerire persino un’arancia di Sicilia. Il tratto d’autostrada suscita perplessità. C’è uno dei nostri da recuperare, appiedato, al casello di Ceprano. Da qui, secondo qualcuno, si potrebbe persino raggiungere il Pontino e Aprilia. Ma altri dicono di no, che non conviene. E propongono Frosinone. Altro diniego. Gli esperti del National Geographic optano per Valmontone. In linea d’aria è perfetta, dicono. Sarebbe perfetta, effettivamente. Se esistesse una funivia di vento tra le case di zucchero filato e marzapane. Ma la realtà non è mai in linea d’aria. È piena di curve solide. Di cartelli che indicano una cosa, ma che alludono ad altro. Che devi capire ciò che tacciono. Così, riuniti al guard-rail, tra altre arance sicule, uova sode e whiskey a 8 euro, ci incolonniamo per l’avventura dei Castelli romani. Contiamo di non perderci, di non separarci mai più. Dura fino a Velletri, per la bellezza di diciannove chilometri, immersi in uno scenario mozzafiato di carrozzerie e autoricambi. Poi, come spesso capita nella vita, è una rotonda a snellire il traffico e a farci perdere l’orientamento. Uno dei nostri mezzi si attarda in un improvviso impeto al volontariato. I furgoni filano in uno sprofondo. Noialtri c’imbizzarriamo in un girotondo all’ultimo sangue. Le indicazioni ignorano la nostra destinazione. Spaziano tra Nettuno e Latina. Tiriamo a sorte. Un girotondo russo, a un proiettile solo. Seguiamo Latina. E sbagliamo. L’area di recente bonifica ci accoglie voltandoci le spalle. Ci siamo persi, ma continuiamo a credere nell’uomo e nel progresso scientifico. E ci consoliamo telefonando alla vettura dei volontari, figurandoceli sul cucuzzolo di chissà quale monte della Verna. A parlare coi lupi. Nessun cellulare prende. L’assenza di segnale è il segnale. “Poverini, si sono persi”, ci diciamo. Mentre seguiamo un improbabile Cisterna di Latina. Avevamo un vantaggio di mezz’ora sul fischio d’inizio. Ora è come se l’avessimo sentito nelle orecchie, colpire il timpano e riecheggiare nel vasto deserto. “Dovevate seguire Nettuno”. Ma in base a cosa, di grazia, se voglio andare in un posto devo seguirne un altro? Inversione. L’inversione è un atto di fede  nello sbaglio. È un gesto meccanico profondamente umano. La quintessenza stessa della nostra umanità. La macchina ha i freni bagnati. E quando rallenta fa un rumore simile a quello dei caccia giapponesi a Pearl Harbour. La strada per Aprilia è un’interpoderale tra risaie. Il nostro altruismo non ci abbandona. Chiamiamo il Soccorso invernale, sotto sotto per bearci del loro essere più inguiati di noi. Una voce allegra ci risponde che sono arrivati, che sono tutti assieme, che il botteghino li/ci ha respinti, ma che c’è un bel muretto su cui arrampicarsi tutti assieme per goderci la prima di ritorno. Con l’aria dolce e comprensiva, bestemmiamo. In fondo a questa strada dovrebbero esserci Aprilia e il suo stadio. O i Re magi al gran completo. Non ci resta che sperarlo. Un cartello, finalmente. E i calcoli renali che dettano i tempi dell’ultima sosta. La prima cosa che vediamo, lì a sinistra, è il gruppetto sul muro. Incorniciati dai fari del campo sportivo. Sembra una scena berlinese. 1989. Il secolo scorso. Parcheggiamo, scendiamo. Ci arrampichiamo. È vero, si vede tutto. Sembra Santa Croce sull’Arno, ma c’è molto più spazio calpestabile e la visuale è ottima. Votiamo per questo settore. Le pezze sono già sul reticolato. I cori sfilacciati. Del resto, per salire in cima ci sono montagne di sabbia o di ghiaia da scalare. E non si può impedire ad un branco di quaranta bambini di giocare con la ghiaia o con la sabbia. Bandierine al vento. La polizia sul fianco sinistro accende la camionetta per riscaldarsi. Dietro di loro c’è il settore foggiano. Silente. Dall’altra parte, i locali. Cori in difesa della libertà degli ultras e contro i ciociari. Un bandierone. Si, lo so, sono incontentabile. Ma mi sento meglio, molto meglio. Non temo più i conati. E chiedo del whiskey. La festa comincia. I cori secchi riescono a mitigare l’effetto playback. Ma siamo tutti in fila sul muretto. Non va bene. Le canzoni cantilenanti, poi, manco a dirlo. Vagano da destra a sinistra del fronte, come al cinema il dolby surround di un bombardamento. O di una partita a poker. Il Foggia segna. Poi, almeno da qui, è solo Aprilia. Una traversa, un tiraccio a lato, molta pressione. E il pari su autorete. I nostri hanno una seconda occasione. Il loro portiere si distende e allunga in angolo. Il nostro, salva al 45’. Finisce il primo tempo. Si vede che l’ho visto? Nell’intervallo c’è finalmente modo di salutarsi tutti. Manca il pallone e la brace. Ma per il resto, è una pasquetta perfetta. Tanta bella gente, tantissima birra, Borghetti&Oldmoore. Cori di scherno e di irrisione. Altro scotch a sorsate. Decidiamo: nella ripresa entriamo tutti dallo stesso Gate. Una corona di persone in piedi circonda altrettanta gente coi piedi nella sabbia rossa. Si canta guardandosi in faccia. Attorno a quel rettangolo di superstiti, il sistema calcio che piace ai burocrati. E la polizia che, annoiata, osserva. Nicola ha fatto il biglietto. Ma alla fine del primo tempo, è venuto tra noi. “Mi annoiavo”. Fossi qualcuno, rifletterei a lungo su questa osservazione basica. Ma siccome qualcuno non sono, mi limito a osservare, a mia volta, che a Poggibonsi mi sono quasi emozionato a rivedere dei gradoni in trasferta. E no, non mi sono annoiato. Neppure oggi, tra il sabbione e il muretto di mattoni, mi annoio. Nessuno si annoia. Quelli nel parterre chiedono a quelli in alto cosa stia accadendo. Improvvisati Sandro Ciotti riferiscono. “Il Foggia è rimasto in dieci”. “Come sempre”. Cori, altri cori. Brasiliani e non. All’ultimo dei quattro di recupero, chi è sulle punte vede – con orrore – un uomo in maglia blu presentarsi tutto solo davanti al nostro estremo. E vorrebbe essere tra quelli giù. Quelli sotto percepiscono la paura. E allungano il collo. Come a voler essere tra quelli in alto. Col solo risultato che ognuno si percepisce nel posto sbagliato. “Che è successo?”. “Uagliù, non avete idea del palo che ha preso quello!”. “Ma è finita?”. “Si”. “Meh, bene così”. La squadra ci viene a salutare. Saluta i clandestini del sistema calcio. I ragazzi che, per continuare a sognare un gioco che non esiste più, si sporcano le scarpe e scavalcano i muretti. Come negli anni Ottanta. Già, come nel 1989. Il secolo scorso.

30/12/13

L’Anglo-Italiano del Novantasei e la paternità


Questa storia ha bisogno di testimoni. Ma non perché, sfiduciato, ritenga di perdere colpi o abbia preso a sottostimare la mia memoria. Quando dissi che avevo visto l’Unione Sovietica allo “Zaccheria”, dicevo il vero. E l’ho dimostrato. Anche Lello, a onor del vero, aveva ragione ad insistere sul Flamengo. Ma questa storia è diversa. È collettiva, più delle altre. Perciò necessita di raffronti.

Del torneo Anglo-Italiano abbiamo avuto modo di parlare. Di quella bizzarra formula degna del Reform Club, pure. E, ancor di più, del fatto che quel torneo sia finito nel dimenticatoio come le schede telefoniche da cinquemila lire. E che abbia il potere di farti sembrare un dinosauro. Di quelli che si muovono nella camera in mezzo con le pattine della nonna. Che a terra c’è la cera. Ma c’era “Wembley” di mezzo. Ragion per cui, per i più distratti, spendiamo due parole.

[Pausa grappa]

In sostanza, svariate squadre italiane ed inglesi si affrontavano in svariati gironi misti. Di solito, erano le squadre della cadetteria a sfidarsi, nei gelidi pomeriggi infrasettimanali d’autunno. Ma non so se è sempre stato così. Poi, le compagini italiche e quelle albioniche meglio piazzate si dividevano per definire la finalista nazionale. E le due vincenti, s’affrontavano a Londra. In gara singola, trasmessa da Rai Tre. Il Foggia, retrocesso dalla A l’anno precedente, vi partecipò nella stagione 1995/96. Vinse due partite fuori casa (col West Bromwich e il Southend), ne pareggiò una in casa (con lo Stoke City) e una la perse, sempre allo “Zaccheria” (0-1 con l’Ipswich town). Quindi, di diritto, conquistò la semifinale autarchica. Ancora tra le mura amiche. Col Cesena. Non so perché questa storia mi sia tornata in mente dinanzi allo stadio comunale di Sulmona. Forse perché sulle montagne della Maiella c’era la neve. Forse perché quelle strutture di ferro invitano al sogno, al viaggio, più di un pezzo di Battiato. Forse perché c’erano dei ragazzi delle giovanili, fuori, con le tute e i borsoni. E i loro dialetti erano così diversi l’uno dall’altro da spingermi ad immaginare le loro vite. Che, come diceva quel Sudamericano, rotolano assieme ad un pallone. Che, nella mia memoria, è sempre bianco ed ha sempre i pentagoni neri. Ho sbirciato tra le inferriate, alla ricerca del manto erboso. In preda alla stessa tentazione di un Lino Banfi con gli spioncini. Oltre i quali, la Fenech faceva la doccia. Ho letto su un manifestino attaccato con lo scotch che i locali avevano appena affrontato il Matelica. E ho pensato che nessun posto al mondo – neppure la Moschea celeste – può vantare più storie di un campo di calcio. Persino di questo. Ho popolato la mia fantasia di migliaia di teste sconosciute. Di decine di migliaia di esistenze individuali, atomizzate, chiuse. Che, domenicalmente, andavano a sbocciare in una complessità emozionale che era popolo. Agli abbracci agli sconosciuti dopo quel famoso gol di Bresciani. Al pianto liberatorio quando sventammo la C2. E a decine d’altri episodi, ugualmente banali. Ugualmente immensi. No, nessuna chiesa dell’arcidiocesi, nessun ospedale da campo, può raccogliere tante involontarie solitudini e farne un mosaico.

[Altra pausa per la grappa]

Il 10 gennaio del 1996 è un mercoledì. Per sapere quali materie avessi in Orario quel giorno, dovrei recuperare i diari del quinto. Ma voi non avete idea di cosa ci sia in quei tiretti. Quindi, lasciamo perdere. Con lo zaino sulle spalle, insieme ad altri esponenti della futura classe dirigente, muoviamo dal Programmatori a Viale Ofanto. Per strada, si accodano i futuri leaders del Marconi, del Masi, persino del Volta. Un sacco di futuri medici, notai, politici, che in confronto la Marcia dei Quarantamila è il Carnevale di Rio dei pezzenti. A mia madre ho detto che non avrei mangiato a casa. “No, mamma, non mi drogo. Oggi c’è il Foggia”. La buona donna rimase sospettosa – I remember – senza credere totalmente a quella stramba verità. Diciamocelo: mia madre non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Per questo non è mai stata accolta al Reform Club. È aperta solo la gradinata. Quanta gente vuoi che venga a vedere ‘sta partita? Posizionati ad altezza cerchio di centrocampo, gli striscioni, i saluti. “Che devi andare a un matrimonio?”, è la battuta più ricorrente che gli affamati si scambiano. Gli zaini uno sull’altro. Le sciarpette. Saremo trecento, forse meno. L’altra semifinale è tra Genoa e Salernitana. La finale sarà a partita doppia. Andata e ritorno. Qui, oggi, basta vincere. E avviciniamo “Wembley”. Nel mio ricordo non ci sono cori. Non siamo ancora “moderni”, e dinanzi alle gradinate semi-deserte, a nessuno da trascinare, non cantiamo per noi stessi. Al novantesimo è zero a zero. La fame comincia a farsi sentire. Come per l’Arsenal di Hornby, volano le bestemmie. Se non fossimo così affamati di questi colori, ora saremmo sazi. Invece, il buio prende a predominare sul cielo plumbeo d’inverno. Qualche faro si accende, come luci di locanda nella notte senza stelle. Il primo tempo non serve a niente, come metafora e summa del resto della partita. È uno zero a zero di difficile risoluzione, questo. Ma tra un quarto d’ora, al massimo, i rigori sbroglieranno il caso. Così, reprimiamo con uno “Sccchhhttt” strategico i morsi dello stomaco e andiamo avanti. Senza immaginare che, di lì a breve, qualcosa avrebbe reso quella partita indegna, memorabile. L’altoparlante. Lo stesso che – con un clic inconfondibile – precedeva la voce dello speaker – dell’annunciatore – quando si trattava di segnalare l’ora offerta da Ciletti. E che leggeva i risultati della C1 girone B. O che, anni prima di Francesco Salvi, faceva presente che c’era da spostare una macchina. Beh, quella volta fece un nome e un cognome. Disse che il signor Tal dei Tali era atteso. Ma non come quell’altra volta, anni prima, che c’era il padre della moglie di uno spettatore all’ingresso della tribuna. E tutti, attorno a mio padre, ipotizzarono che avesse un’amante. No. Stavolta lo spettatore era atteso a Reparto Maternità. Pathos. Timore. Nessuno guardava più la partita. Trecento paia di occhi, qualcuno in meno (ma l’abbiamo detto), fissavano la tribuna. Come ad individuare il megafono. Come a potervi guardare dentro, direttamente nella voce dell’annunciatore. Adesso quella comunità di sconosciuti voleva sapere. Doveva sapere. E la voce, teatralmente sospesa, alzandosi di un mezzo tono, continuò. E disse che Tal dei Tali era diventato papà di uno splendido maschietto. O di una femminuccia, non ricordo bene. Perché l’ovazione fu generale. Allegra e commovente. Nessuno si sottrasse a quella gioia. Come se lo “Zaccheria” avesse, d’un tratto, un figlio in più. E gli occhi si misero a vagare. Anche i miei. Alla ricerca del neo-papà. Finché, noi tutti, non lo individuammo. Anche grazie a qualcuno che lo indicava, come i marinai di Magellano indicavano le Americhe. C’era un uomo, lassù, che sorrideva. Sconvolto e felice. E scendeva i grandini saltellando. O, almeno, ci provava. Perché adesso la sua corsa verso via Napoli era frenata da un’onda lunga di mani, e pacche sulle spalle. E addirittura bacetti d’augurio. Le felicitazioni dei presenti alla vera impresa di quel giorno.

[Grappa]

Non so perché mi sia venuta in mente questa storia, col muso infilato tra le inferriate del (presumo) comunale di Sulmona, L’Aquila. Forse perché mi è venuto in mente Angelo, che mentre Manuela usciva di conto era con noi al “Bentegodi”. Ma quella era la prima di campionato. E poi a Verona. Forse perché ho pensato che quel bambino, il 10 di Gennaio, diventerà maggiorenne. E io non so, né forse mai saprò, nulla del padre. Se non che, mentre la compagna era prossima all’evento più importante di una vita, è sceso di casa, è andato a lavorare e, a digiuno, è corso a vedere Foggia-Cesena di un torneo caduto nel dimenticatoio delle schede telefoniche. Magari anche la compagna non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Ma è così, signora. Suo marito era in gradinata, quel giorno. Posso testimoniare.

16/12/13

Per niente


Aversa Normanna-Foggia 3-1

L’ispettore è partenopeo. O giù di lì. Ricorda qualcuno. Salemme. O giù di lì. Parla in maniera spigliata, fa il simpatico. Il che, per uno sbirro, equivale ad una manganellata di precisione. Però, gli va riconosciuto, non è molle, arrendevole, pulcinellesco. Non dice, per esempio, che dipendesse da lui ci farebbe entrare. Tutt’altro. È scaltro nell’ammansire, ma fermo nelle petizioni di principio: “Ad Aversa non entra nessuno”, dice e ribadisce più volte. Noi, sotto una cupola di pioggia sottile, così sottile da sembrare la nebbia di Mezzacapa, mostriamo un campionario di facce stanche. Esauste. Di penzolare in attesa di un giudizio che già conosciamo. Di discutere di massimi sistemi d’evasione coi professionisti dell’incarcerazione. Abbiamo parcheggiato male. Ma male tanto. E già in questo v’è un che di inconscio. Di fatato e fatale. Non ci vorrà molto e ruoteremo il muso delle nostre diligenze. C’è chi ha persino lasciato i fari accesi. Ce lo dissero a Caserta, in anteprima assoluta: “In Campania scordatevelo!”. E Salemme non fa altro che confermare. Sfiga. Che stavolta l’uomo in divisa, dai baffi bianchi e dalla voce rotta di cazzo, che ha deciso di onorare lo Stato senza prendersi più veleno, l’avevamo pure trovato. “Quanti ne siete? Trenta?”. Ci avrebbe condotto al botteghino. Che qui, a quanto si espunge dai dialoghi incrociati, il problema è più che altro portoghese. Pre-tessera, indi. Noi il biglietto l’avremmo fatto volentieri. Pagando, s’intende. Al baffo bianco sarebbe bastato. Ma Salemme si fa chiamare “dottore” non a caso. E alè. “Ma perché non ve la fate la Tessera?”, chiede. Probabilmente è la stessa domanda che ha rivolto ai Cosentini e ai Messinesi, che pare siano transitati da queste parti. Non c’è tempo né voglia di controllare. Si risponde che la Tessera è sbagliata. Punto. Quello dice che apprezza la nostra coerenza e ci invita a fare altrettanto della sua. Punto. Che Paese balordo! Ogni dieci metri uno sceriffo diverso. Che risponde alla sua morale interiore, o ai film di Maurizio Merli che ha visto, piuttosto che alla Legge. Che dovrebbe essere la medesima. A Merano come a Teramo. C’è anche un secondo dottore. Incrocia il mio sguardo alla prevista sentenza. Mi chiede, per cortesia, di non cominciare col piagnisteo. A me! Ma Si figuri, con tutti i problemi che c’abbiamo, questo è davvero l’ultimo!

I problemi. Costante sublime. Minimo comune denominatore di questa stagione di respingimenti, che manco Malta coi barconi dei profughi. Abbiamo cominciato subito, oggi. Proprio oggi, che già eravamo al limite dell’orario. Una precedenza sottovalutata, dopo la bellezza di quindici metri di viaggio. Una macchina nel paraurti. Roba di gemme rotte, di constatazioni amichevoli, di urla nel caos del mercato aperto per Natale. Un primo distaccamento in marcia, un secondo a ruota. Il cielo bianco, la strada deserta. Fino a Candela, all’imbocco dell’A16. Velocità sostenuta. Sei macchine sparpagliate nel raggio di venti e passa chilometri. Contatto radio, come in trincea. Sappiamo che è dura. Che, nonostante l’approssimarsi delle Festività, una volta è Poggibonsi. Ma è inutile fasciarsi la testa prima di azzoppare sul reticolato dello stadio. Dobbiamo tentare. E andare. Per i motivi che sappiamo. Se guardassimo nelle tasche di ognuno, ben pochi avrebbero una dieci euro citeriore. Quella del ticket. Ma le espressioni sono determinate. O, almeno, sparsi e distanti come siamo sul selciato, le immaginiamo così. Da noi si alza e si abbassa lo stereo. Si parla di Forconi e Catanesi, in maniera alternata, tanto da aver compreso che i Veronesi del picchetto le hanno prese. O date. O boh. Di certo, erano quasi cinquecento. Un bel presidio. E non è facile, oggidì. Corriamo. Giochiamo col cronometro. Cinque, anche cinque minuti soltanto. L’anticipo determinante. Il Vesuvio sulla sinistra. Soffocato dalle nuvole. Lo svincolo di Nola. Qualche altro chilometro in linea retta. Poi, il delirio. Avevamo degli amici ad Aversa, anni fa. Una volta andammo pure a fargli visita. C’era una festa e vincemmo un barile di birra. Ci stupì la quantità di ragazzi in motorino. “Dove vanno?”, chiedemmo. “A Fuorigrotta”, ci risposero, “è a cinque minuti da qui”. Cazzo. Il concetto di geografia è legato alla percezione più dell’amore stesso. Nelle teste, le cartine ruotano come foto in Paint. Tra cent’anni qui ci sarà spazio per una sola grande megalopoli. Un ponte, uno striscione: “No al biocidio”. Il vulcano e i rifiuti atomici. O una megalopoli o il deserto. Non c’è molta scelta.

Allo svincolo per Villa Literno abbiamo dieci minuti di vantaggio sul fischio d’inizio. Ma di buono c’è che siamo in fila indiana. Ci inoltriamo. La campagna, da queste parti, è un concetto assai labile. Discutibile. Lo diciamo ogni volta. Un senso di abbandono strutturale. Di quegli abbandoni che non hanno a che fare con l’assenza di umanità, ma con un surplus della stessa. Frattaminore, Frattamaggiore, e più in là Casal di Principe. I quattro punti cardinali si moltiplicano, danzano senza un perché. Napoli emerge ed affonda. Uno svincolo. Campagna per campagna. Rottami. E le indicazioni per la Base Militare Americana. US Navy. Gricignano. Un reticolato, un campo di calcio, un palazzo enorme e grottesco. Quasi finto. Il sospetto che quelli dentro non si siano mai presa la briga di uscire fuori dal loro mondo incantato, curato, perfetto. Una fila di macchine interminabile. Un passaggio a livello. I dieci minuti cadono a uno a uno, come soldati di prima linea all’assalto di un caposaldo nemico. Scatta l’isteria. In questo brullo paesaggio desertico, dove ogni posto richiama un altrove radicalmente differente, ci perdiamo. Sappiamo di dover aggirare la colonna motorizzata, se non vogliamo restare imbottigliati. Ma non sappiamo se l’operazione potrà portare dei benefici sulla tabella di marcia, già ampiamente compromessa. Tiriamo dritti verso uno sprofondo, invertiamo la rotta e ritorniamo sulla statale, puntiamo un’uscita denominata Carinaro. Il telefono scotta. Altre zone industriali. Altra onnipresenza umana che prende le sembianze di lavatrici scassate ai margini dell’asfalto. Un sottopasso. Un incrocio. E finalmente un segnale. Che annuncia 4 km ad Aversa. E solo 14 a Napoli. Case. Ristoranti ed edicole. Non sembrano case, queste. “Stadio comunale”. Procediamo a singhiozzo. Guidati da indicazioni umane e robotiche contraddittorie. Alla fine, direi che ci siamo.

Il peggiore degli scenari: zero trattativa ma tante chiacchiere. Pedagogia e artefatta comprensione. I poliziotti sono tranquilli, sereni. Dicono che se ci fossimo fatti tutti la Tessera glielo avremmo messo in quel posto. A chi comanda. Certa gente non la capiremo mai. Tutti tesserati, tutti ovunque – esclusi i divieti alla salernitana – e poi? I sindacati di polizia sul piede di guerra. Sostiamo più di dieci minuti. Dall’interno giunge un grido di esultanza. Il Foggia è pervenuto al pareggio. Non sapevamo stesse perdendo, ma fa sempre piacere sapere che si segna. E che qualcuno esulta. Il tempo di sistemare la scenografia per la foto di rito, e l’Aversa torna in vantaggio. Noi urliamo contro l’ennesimo muro che ci separa dal piacere puro del sostegno. Un coro alla Tessera, uno alla nostra curva. E un paio ai nostri. Forza ragazzi! Dall’interno, nessuna risposta. Il tempo di rientrare nelle macchine e l’intero agglomerato di case evapora in un intrico di diramazioni. Prendiamo la strada di Montemiletto, a svariati chilometri da qui. Per sentirci, tra i boschi ascendenti, in concordia col clima natalizio. Da casa giungono aggiornamenti sconfortanti. Il Foggia in dieci, poi in nove. La Normanna sul 3-1. Giornata no, come si suol dire. In piazza, al paese, c’è la musica e lo struscio degli anziani. Tu scendi dalle stelle sparato a volume altissimo. I vecchi ci guardano. Gli chiediamo perché il Castello si chiama della Leonessa. Ma la musica alta li ha sballati di brutto. L’alimentari è l’unico posto aperto. Non ha alimenti. Ma la Ceres costa 2 euro. Mostaccioli. Felici per niente. 

02/12/13

La Grande Impresa



Domenica 30 novembre 2013, Poggibonsi-Foggia 0-1

Oniria

Si, la radura sulla sinistra ha un nome. A detta della cartina pluri-spiegazzata, aperta a mo’ di sudario evangelico sull’altare del cruscotto, dovrebbe chiamarsi Sibenicnik. L’Austria è alle spalle da quattro minuti. Questa è Repubblica Ceca. A Mikulov è prevista una sosta. Un pacco di Ritz, due scaldatelli, del buon vino d’Oltrecortina. Ce l’avranno il Fortore? Dobbiamo fare benzina. Il pieno. Mancano ancora 1.900 chilometri alla meta. Qualcuno dorme, con un plebiscito nell’ultima fila. Ma nessuno è stanco. E ci mancherebbe altro! Sono anni che aspettiamo questo turno di Uefa. Anni in cui abbiamo giocato in posti indicibili, riproducendo frammenti di memoria inemendabili. D’accordo, anche allora, durante la traversata, c’erano gli amici, l’asfalto, i divieti e qualche volta i gradoni e il terzo tempo. Abbiamo accumulato ricordi notevoli, quasi felici, nonostante tutto. Ma la nostra dimensione è questa. L’Europa, inutile negarcelo. E quando dall’urna di Nyon è scaturito il nostro primo avversario, ci siamo divisi in parti variabili tra l’estasi, la frenesia e l’entusiasmo. Lo Spartak di Mosca è squadra di tutto rispetto. E la Russia è trasferta da furgone per antonomasia. Ditelo a quelli del Paok. Il mezzo dondola sotto i miei piedi. Lo sento. L’asfalto ceco è quello che è. Le prime case del paese. Questo dev’essere il Villaggio artigiani di Mikulov. Un distributore. Freccia a destra. La voce di Antonio al volante: “Ma come cazzo devi fare a scrivere il resoconto?”. Ce l’ha con me. Ma come?, penso. Stiamo andando a Mosca. Basta questo a riempirmi d’ispirazione solida. Ma quello insiste: “Voglio proprio vedere che scrivi”. Il nove posti rallenta, coi suoi fari spenti scruta il primo parcheggio disponibile. Si ferma. Rumore di chiavi che vengono sfilate. Sportelli che si aprono, portellone che scivola sui cardini.

Mi sveglio.

Questa dev’essere l’Agip della Cecoslovacchia. Ma Sarni, in Cecoslovacchia, non ci è ancora arrivato. E forse neppure esiste più, la Cecoslovacchia! Mi sa che ho dormito. Ma si, sicuro. “Dove siamo?”, “Dopo Ancona”. E se non ho ricordi di Termoli, Pescara e San Benedetto del Tronto, è del tutto evidente che sono scappato a sonno. Sorrido, fingendomi tonico e pieno di me. Come solo quelli svegliati di soprassalto sanno fare. Che poi, non si è mai capito perché ci si vergogna sempre del proprio abbiocco. “Che stavi dormendo?”, “No, che sei pazzo! Avevo solo gli occhi chiusi”. Vedo la combriccola pascolare sul cemento. Non stiamo andando a Mosca. Ricordo. Tutta colpa di quella sveglia alle 5 che non ha suonato. O forse ha suonato per un po’, e poi si è intristita. Chiudendosi in sé stessa. Non dovevo addormentarmi alle quattro. Oppure, non dovevo apparecchiarmi come se davanti avessi una nottata normale. Ho un’immagine di me. Mi vedo scendere di casa, come un volontario irlandese nella bruma del mattino. Vagare. Ricordo il muso del furgone noleggiato sbucare da Via Onorato. Mi sono venuti a prendere sotto casa. Un onore inaspettato. Che mi inorgoglisce. Mi hanno riservato il posto al centro, avanti. Il più scomodo di tutti. Ma è il contrappasso. Ricordo, ho calato la testa sul petto. E, contorto come Houdini nella botola, mi sono spento. Off. Ora, non so perché, mi fingo iperattivo. La coscienza è una mareggiata calma e implacabile che, poco alla volta, guadagna metri di bagnasciuga. Poggibonsi. Giochiamo a Poggibonsi. E non credo sia il primo turno di Europa League. Non ho mai visto la scritta Poggibonsi uscire dall’urna di Nyon. Direte: Neanche la scritta Foggia, se è per questo.
Rispondo: Fatevi i cazzi vostri, voi!

Immigrant song

Son figlia d'emigrante,
per questo son distante,
lavoro perché un giorno a casa tornerò.
La porti un bacione a Firenze,
se la rivedo, glielo renderò.

Scavalliamo l’Appennino. Vento freddo, nebbia sui colli, ma niente pioggia. Le luci verdi e rosse del casello, le nostre facce sorprese d’essere già qui. È incredibile. Pensi che l’Italia sia un posto lungo e complicato da percorrere, ed ogni volta ti stupisci che avesse ragione il calcolatore elettronico. Aveva detto 6 ore, quel coso. Ma noi siamo dietrologi per natura. Ci affidiamo, ma non ci fidiamo. Eppure, sono ancora le tredici e già siamo al casello. Ansia da tempo libero. La Sinalunghese va a Porta Romana. Eccellenza toscana, girone B, tredicesima giornata. È sull’altra corsia, quella che – seguendo i precetti di Murphy – scorre più velocemente. Finestrini abbassati. Un coro, un battimani. Quelli rispondono. “Avete battuto il Castel Rigone, un mio amico gioca lì”. Non c’è niente da fare, la fama del Foggia calcio ci precede. Anche in Ossezia sarebbe successo. La statale è dissestata, ma alla meta mancano diciassette miseri chilometri. E non ci badiamo. Il paese è prossimo, e giunge allo scadere della prima cassa di Peroni. Nell’abitacolo girano panini di contrabbando. Finanche delle acciughe. La squadriglia romana chiama: “Sembra il Cep”. Il Tennis club, alcuni campi di calcio. Una specie di cittadella dello sport. Tutti giù. Non mi sento più le gambe. Sguardo circolare. È sempre rilassante questa regione. Il verde, il silenzio, l’ora di pranzo, la domenica. E per omaggiare tutto ciò, si fa pipì a ridosso di un muretto basso. Troppo basso, almeno per quelli del palazzo di fronte. Ma ormai è fatta. Certe volte, tutto sta nel principiare. E, come spesso accade, non si può tornare indietro. La casupola in legno a margine di un cancello e di una stradina in ghiaia, sembra la casa di un picchio. Di quelle che vanno tra i rami. È la biglietteria del settore ospiti. Noi, bene bene, non sappiamo cosa diremo. Abbiamo abbozzato una strategia, ma poi il J&B ha modificato radicalmente l’ordine delle priorità. Si parlotta con un paio di addetti. La polizia ci osserva stancamente. Manca ancora un’ora al fischio d’inizio. Noi ci atteggiamo a monaci pazienti. E ci godiamo l’afflusso dei foggiani, che si riversano nello spiazzale. Quello del palazzo sopra al muretto continua a guardare. O è curioso, o è rimasto pietrificato da prima e con gli occhi immoti, ci sta chiedendo aiuto. Nel dubbio, sfoderiamo indifferenza. I non residenti – tesserati o meno che siano – sono affascinanti da guardare. Ispirano un mucchio di domande e altrettante riflessioni. Ti chiedi delle loro vite, dei motivi che li hanno spinti ad andar via, di quelli che ostinatamente li obbligano a mantenere vivi i legami. Ed anche cosa li spinga a realizzare degli striscioni così brutti, a coprirsi sempre troppo d’inverno e a legarsi le sciarpe in zone dove – se esistesse un dio – non dovrebbero albergare sciarpe. Comunque, il calcio è sport popolare e d’appartenenza. Ed è bello ritrovarsi tutti.

Saluti e baci. Il whiskey che passa di mano in mano. Di ugola in ugola. Racconti, pezzi sparsi del grande mosaico della foggianità. Fotografie da un posto qualsiasi, alla ricerca di un’impresa. La casupola del picchio apre i battenti. E ci si aspetta che l’addetto di cui sbuca il mezzobusto cominci a smerciare vin brulè. Invece, tagliandi di Booking show. Noialtri ci riconosciamo. Siamo quelli con più punti di domanda sul futuro prossimo. Finché la situazione non si sblocca. [inizio passaggio volutamente criptico] Il sopraggiungere di una maschera della commedia dell’arte e diventiamo tutti Rossi. Anche quelli del Vecchio. Io sono Franco, quello è Giacomo [fine passaggio volutamente criptico. Voi fate finta di niente, tanto è gratis]. Dentro. In un angolo della gradinata. Sulla nostra sinistra, i non residenti e i tesserati, sguardi alle squadre schierate a centrocampo. Oltre, le bandiere giallorosse degli ultras di casa. Increduli, facciamo prendere aria alle pezze. E stavolta non per una fotografia di spalle. Cominciamo a incitare i nostri. E poco alla volta, come in un bar di recente apertura, cominciano a giungere avventori. Un bambino sventola una rossonera. Emozione crescente. L’abbiamo già detto che un tempo era normale andare a vedere le partite fuori casa? Penso proprio di si. Ma stavolta è una specie di regalo inatteso. Un regalo che, beninteso, abbiamo pagato coi soldi nostri. E pure tanto. Ma chi se ne frega. Siamo come quel bambino, noialtri. Campiamo di pathos. Le squadre in campo se le danno, nessuna sembra prevalere. Noi urliamo. Contro la Tessera, non contro i tesserati. Ci sono guerre che hanno bisogno di tregue. Tira vento. Poi il Foggia passa. In una sorta di mischia nell’area piccola. Goduria. Questa squadra è infingarda e stronza! Abbiamo passato anni ad inseguire piazzamenti play-off, stagioni in cui solo la prima saliva e le altre giocavano alla roulette russa. E la classifica diceva invariabilmente: quarto, quinto. E poi perdevamo in finale. Quest’anno, che basterebbe un settimo senza sforzo, questi lo andranno a stravincere il campionato. Come con Zeman e Marino. Non abbiamo equilibrio. Siamo figli di una stella emotivamente disturbata. Ma non ci pensiamo. Ci godiamo il vantaggio e cantiamo. Nell’intervallo, solleviamo personaggi di pubblico rilievo, li issiamo sulle nostre teste, poi li rimettiamo in libertà. E sniffiamo caffè. Il cielo è limpido di freddo. Nella ripresa accenderanno i riflettori. E la ripresa pure inizia. Il Foggia gestisce. I giallorossi di casa, forse, meriterebbero un rigore. Ma soffriamo solo nel finale. Il momento adatto per richiamare l’intero settore, che dopo un Foggia alè di stampo classicheggiante, s’incunea – compatto – in un lungo e magnifico coro secco. I ragazzi reggono. Il “Lotti” di Poggibonsi è espugnato. In fondo, sin dal mattino c’era aria di grande impresa. Squadra sotto la gradinata. Volevano regalarci le magliette. Noi abbiamo detto: si, si, no, no. Quelli, nella confusione, si sono offesi. Riusciamo sempre a rovinarci le giornate.

Carbonara

Il furgone dal portellone aperto smista pacchi e buste agli emigrati. È un compendio di appartenenza. Un punto di unione tra le genti daune nel mondo. Sembra il bazar di Porta Nuova.  La polizia osserva. Vorrebbero scortarci fuori. Ma fuori dove? E perché? O forse sospettano una tratta di pomodori secchi destinati al mercato nero. Abbracci. Saluti. “Buon viaggio, voi che tornate a Foggia”. La porti un bacione a Firenze. Il sole è di un arancione pacchiano. Due mezzi, due strade: un cartello dice Firenze. L’altro, pure. Riusciamo a perderci. Ma non è un problema. Noialtri maturiamo in men che non si dica la bizzarra idea di muovere su Bologna, verso una casa, una Pam dall’odore diverso, una cucina, una tavola apparecchiata, vino e carbonara. E l’autostrada ci asseconda. Telefoni roventi, la macchina organizzativa in moto. “Ohi! Si, arriviamo tra un’oretta! Grande impresa oggi! Si, abbiamo vinto uno a zero a Poggibonsi! Grandioso!”. Poi un attimo di incertezza incrina la voce sicura. “Ah, bravi anche voi. A dopo”. “Loro chi?”, “È un amico inglese, di Hull”, “Embé?”, “Embé ho fatto il pagliaccio ch’amm vind un a zer a Poggibonsi. E quello mi ha risposto: Noi oggi abbiamo battuto 3-1 il Liverpool”. Effettivamente. Bravi anche loro.


Il Libro