10/01/12

Il boato in una stanza

Caro giocatore.
Tu questa piazza puoi dire di non averla mai vista.
È malessere diffuso, è così ovunque.
Capienze limitate, televisioni onnipresenti, pacchetti Sky.
Divieti e denunce.
Ma noto che si dice ancora. “Foggia è una piazza calda”. E di solito si scade nel topos letterario. Nel luogo comune, in uno di quegli angoli argomentativi che a voialtri – di solito – tanto piacciono per riempire di nulla le interviste.
Ma, come tutte le leggende di cui si tramandano pezzi, anche questa ha un suo perché.
Degli appigli concreti.
Se lo chiedi a mio padre, ti parlerà degli anni Settanta, dell’Inter di Herrera schiantata nel catino dello Zaccheria. Se lo chiedi a mio zio o al bambino che ero, ti narrerà la meraviglia degli anni Ottanta, dei ventimila e passa che sconfissero il Cagliari e riportarono in cadetteria una città; che poi erano gli stessi di sempre, che di fronte ci fosse il Francavilla o l’Ischia Isolaverde. Se lo chiedi a me, all’adolescente, ti racconterei il delirio della massima serie, del terreno che tremava quando la Sud saltava. Tre adulti a metro quadro. Se lo chiedi a mio cugino, ai miei amici, ti racconteranno della C2, di un girone infernale, delle notti in cui Foggia sembrava l’Uruguay.
Ma a te, calciatore, poco interesserebbe, probabilmente.
Ti hanno detto che Foggia è una piazza calda, lo ripeti per farci contenti e magari – visto che vieni da Lumezzane o da Pavia, con tutto il rispetto dovuto – magari quel che hai visto in questi due anni te lo ha finanche confermato.
Ma non hai visto niente, te lo garantisco.

Domenica hai espugnato Benevento. Eri tra i nove che per cinquanta e passa minuti si sono difesi dagli assalti degli stregoni. E che a cinque dalla fine hanno punito i giallorossi.
Alla fine abbracci e baci, poi la corsa sotto il settore ospiti.
L’hai visto, no, il settore ospiti… Quelle tovaglie appese, quelle bandiere, quelle cento persone scarse vestite in cento modi diversi. Magari per te, che non sai, quelli sono i tifosi che da sempre, invariabilmente, seguono il Foggia in trasferta. E ti sembrerà normale, visto che questa è la terza serie. Ma quella curva del Santa Colomba, in altri tempi, sarebbe stata stracolma, traboccante di una passione inarginabile. Certo, quei cento ci sarebbero stati lo stesso, ma l’effetto d’insieme t’avrebbe sconvolto.
Ecco cosa mi cruccia: l’impresa che hai compiuto domenica l’avremmo dovuta vivere assieme. E poi raccontarla, noialtri, per mesi che diventano anni, circondata dall’alone mistico che è proprio dei cantastorie. Invece, sai, le leggi assurde di questo Paese alla rovescia ci costringono a casa, a guardare distrattamente la partita su uno schermo televisivo. Da quindici mesi, ormai. Eppure – ripeto – avresti dovuto vederci, domenica. Avresti dovuto sentire il boato in una stanza per comprendere, come l’abbiamo capito noi, quanto di quella maglia siamo ancora innamorati.
Ieri mattina sono uscito. I soliti servizi, il lavoro precario. Bene. Da piazza San Francesco a via Zuppetta non ho incontrato altro che gente che voleva parlare della tua, della vostra vittoria a Benevento. In nove contro undici. Roba da epica. E per l’intero tragitto non ho fatto che ascoltare gente di tutte le età che da un lato all’altro della strada urlava pezzi di frase con un solo contenuto.
E un po’, lo ammetto, mi sono venuti i brividi.
Ho ripensato allo Zaccheria. A com’era. E alle strade di questa città. A com’erano quando lo Zaccheria era lo Zaccheria. E non ho potuto fare a meno di riflettere. Domenica saremo ai nostri posti, nell’unico angolo di questo amore ancora praticabile. Non è giusto, ma ormai ci siamo stancati anche di ripeterlo, di passare per vittime di un sistema al massacro. Grideremo il nome della nostra squadra, della nostra città. Non il tuo, calciatore, perché tu per noi non sei che un bene fungile, un pezzo intercambiabile. Però, nella gratitudine che pure sappiamo esprimere, mi spiace davvero che tu non possa andare in giro a dire d’aver visto questa piazza. Che tu non possa dire ai tuoi colleghi: “Cazzo, Foggia si che è una cosa diversa”.

08/12/11

Nei panni di Casillo

Ieri siamo rimasti fuori. Al bar. Si diceva: “Meglio sette euro di birre”.
Meglio. Non tanto per lo spettacolo – che sapevamo scadente – di un Foggia-Benevento di Coppa Italia. Fosse per quello, per lo spettacolo, rimarremmo al bar anche durante le sfide di campionato. La Peroni, a differenza di Tomi e Gigliotti, non tradisce mai. E neppure perché il segnale della nostra contestazione alla squadra e alla dirigenza doveva arrivare durante una partita tanto inutile. Ben altre sono le gare dove far valere il nostro silenzio. La nostra assenza. Altro è il punto. E provo a spiegarlo facendo un salto di immedesimazione. E, specifico prima di suscitare allarmismi, è un parere del tutto personale.
Un passo indietro e una reincarnazione.
Nei panni di Casillo, alla vigilia di questo sfibrante turno infrasettimanale, mi sarei guardato allo specchio di casa. O nello specchio fittizio dei miei collaboratori più fidati. Quei tre o quattro che mi sono rimasti. Avrei abbozzato un consuntivo di mezza stagione. Mi sarei detto: la squadra è reduce da una delle più cocenti sconfitte della sua storia recente. Non tanto per i parametri assurdi e assodati della classifica, per i valori d’equipe, per la consistenza dell’avversario in questa stagione specifica. Quanto per il nome. Lumezzane, dio santo! Basta nominarlo per sentirsi moralmente alla frutta. Due a zero per loro, nell’anno che avevo garantito essere quello della risalita in volata. Risalita che da queste parti attendono con indefessa pazienza e immutabile fiducia da tredici stagioni. Lumezzane. Senza contare che la sconfitta ha sprofondato la squadra nel baratro della zona play-out, sprofondo che – a onor del vero – quando c’erano i miei otto predecessori era stato centrato una volta soltanto in quattro campionati. Tre dei quali finiti agli spareggi promozione.
Questo dato mi avrebbe invitato alla cautela. Ma, di più e oltre, allargando lo sguardo sul contesto sentimentale, che poi è l’anima di quel che rimane del calcio, soldi a parte, avrei individuato altri nei. Estesi ed anti-estetici. I giocatori hanno la cresta troppo alta. E va bene che in città, da qualche tempo, nessuno li aspetta più davanti ai ristoranti o ai locali dove fanno la bella vita – per quel che può considerarsi la bella vita di un calciatore di Lega pro in una città di provincia – ma neanche è bello che uno come Gigliotti si permetta di zittire il pubblico, uno come Tomi di rispondere per le rime ai tifosi fuorisede. Per non dire di quell’altro, del barese, che ho reintegrato dopo che – solo un paio di anni fa – aveva garantito la guerra a questa gente e a questa città. Insomma, non sono bei gesti. La piazza è surriscaldata. E, io nei panni di Casillo, so anche quanto poco feeling ci sia tra noi. Mi accusano di aver gettato fumo negli occhi, di aver approfittato del calcio per tornare a fare i miei affari di sempre, di aver trattato con astio e presunzione il rapporto con la tifoseria, di nutrire nei confronti di questa città un secolare spirito di rivalsa. Quasi di vendetta. Sono volate parole grosse, e non solo. E questa è una piazza passionale e vanitosa, che non ha complessi nei confronti di nessuno e campa di calcio. Mentre attorno lo sfacelo e la dissoluzione sociale stanno portando ad una crisi valoriale senza precedenti. Qualche giorno fa Il Sole 24 ore ha posizionato la provincia di Foggia al centosettesimo posto su centosette. Ultima, per tenore di vita. E la gente che soffre del precariato e degli espedienti è la stessa alla quale chiedo 15 euro per un biglietto di curva. Salvo poi lamentarmi che non corra a vedere il Sorrento.
Io, che sono il proprietario della società di calcio di questa città, a ventiquattro ore da una sfida di Coppa Italia di C, ste cose le penso. Il disamoramento, la rabbia, la tensione, vengono prima del rendimento. E non è detto che da esso direttamente scaturiscano.
Per tutto questo, e per molto altro ancora, avrei detto a quei quattro collaboratori che ho: che si aprano le porte dello “Zaccheria”, che la Foggia che ama il Foggia venga informata e corra allo stadio a sostenere i suoi colori, in un anonimo pomeriggio di dicembre. Un atto che non sarebbe stato d’amore, perché a un proprietario non si chiede questo, ma di rispetto. Un risarcimento minimo e parziale per chi, anche stavolta, ha creduto e seguito. Ottenendo in cambio un pugno di promesse. Senza contare, egoisticamente, che sarebbe stato un bel colpo ai miei tanti detrattori. In molti avrebbero detto: “Hai visto Casillo, ha fatto il gesto?”. Il Foggia, per quanto si vogliano apporre timbri sulle carte o intercedere per le garanzie bancarie, è dei foggiani. Inutile sfidare la fortuna avversa. Questa gente ama e odia con la stessa intensità.
E allora: porte aperte, ingresso libero. O a sottoscrizione simbolica. Uno, due euro. Cosa ho da perdere?, mi sarei chiesto nei panni di Casillo.
Ma io non sono Casillo. Per fortuna. E non ragiono come lui.
Che coi suoi quattro collaboratori si sarà anche incontrato, si, ma per dettare il tariffario. Sette euro per la gradinata, cinque per la curva.
Questa al paese mio si chiama arroganza. Ottusa, cupa, cieca arroganza.
Un disinteresse olimpico per i tifosi, uno schiaffo alla miseria di chi s’arrangia e alle maglie rossonere non vuole rinunciare. Una mossa degna del commerciante di bestiame che abbiamo imparato a conoscere in venti anni di fermo-immagine. E, se mi si permette, anche un gesto di abbacinante miopia dal punto di vista economico.
Così, dopo aver augurato al patron di investire in medicine ogni singolo centesimo del suo grasso introito infrasettimanale (e non solo), abbiamo rispolverato una vecchia massima, che fu dei laziali. Siamo e saremo il dodicesimo uomo in campo solo quando lo decideremo noi.
Nessuno deve permettersi di speculare oltre ragione sulla nostra fede, sui confini dilatati della nostra passione. Nessuno deve darci per scontati, scimmie ammaestrate che urlano, sbraitano e fanno prendere multe, ma che a conti fatti ingrassano sempre e comunque le tasche dei conquistadores. E siamo rimasti fuori, a soffrire in silenzio per quelle maglie che in campo affrontavano una sfida, nell’atmosfera irreale di un antistadio dove persino le urla di incitamento dalle panchine risultavano più massicce di quelle degli spettatori paganti. 159, per la precisione.
Che alla fine viene da chiedere: valeva la pena perdere la faccia per un incasso simile?
Parere personale, ripeto.
Del resto, come diceva De Andrè dei giudici, “Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”.

03/12/11

La “guerra” di Coletti


Il reintegro di Coletti – convocato per la sfida di domenica a Lumezzane – oltre ad essere un pericoloso segnale di navigazione a vista, dal punto di vista strettamente tecnico, ed un indizio preoccupante da quello societario (“per Casillo sono un peso”, disse il soggetto all’epoca di Cosenza) è per noi molto più: un vero e proprio schiaffo in faccia.


Un insulto al nostro modo di vivere la passione per la maglia rossonera.

Per i distratti, è bene rinfrescare la memoria. Tommaso Coletti (da Canosa, Bari) è l’uomo che con i suoi gesti e le sue dichiarazioni ha più volte dimostrato il suo reale “attaccamento” ai nostri colori. Quando chiese con insistenza di essere ceduto, accampando presunti dissapori con l’allenatore, e quando finalmente approdò alla corte di Galderisi in quel di Pescara. Quando tornando da ex disse, testualmente, riferendosi alla nostra accoglienza: “È gente questa che non si merita niente, da oggi è guerra”.

Premesso che sarebbe bello vederla, la guerra di Coletti… Ribadiamo il nostro pensiero. Che ai meno distratti dovrebbe essere chiaro. Da sempre.
Noi preferiamo una squadra tecnicamente non dotata, ma che nei novanta minuti e durante la settimana, grondi sudore e sputi sangue, ad una di talenti svogliati, viziati e senza rispetto nei confronti della maglia e della città. Di quello che per noi questo binomio rappresenta.
Arriviamo a dire che è meglio mantenere la dignità e la memoria che svendersi per una salvezza.
Questo è un messaggio che farebbero bene a tenere a mente tanto i dirigenti che il mister.

Il posto di Coletti è a Pescara, a Canosa, o dovunque voglia trovare riparo.
Ma, in ogni caso, distante dalla nostra città.


Curva Nord Foggia

20/11/11

Gigliotti e Bartali

Le immagini slavate, d’un bianco da Zecchino d’oro, sovraesposte e novembrine, ci comunicano una realtà che non ci appartiene più. In diretta. Quella gradinata vuota, quel settore semi-libero, gli alberi spogli, il quartiere che alle spalle della curva s’estende antico e familiare, l’insegna del bar, luminosa, essenziale e franca. E si, in campo il Foggia e la Spal. Ferrara, stadio Mazza. Noi a casa, ormai come da brutta, maroniana abitudine. E Telefoggia col nevischio, perché sul satellite ogni pixel è grande come la testa di Lanzoni. E sembra di giocare a Kick off all’Amiga. Ad un minuto qualsiasi della ripresa, l’arbitro sventola il cartellino rosso sotto il naso di un giocatore in maglia bianco-azzurra. Il Foggia, che fino a quel momento è sembrato un’armata fantasma, può farcela. Lo percepiscono tutti. Qualcuno applaude persino. Il sangue riscalda il pomeriggio. La Spal prende palla, guadagna un angolo e pure un rigore. Uno di loro prende la palla, la mette sul dischetto e segna. Gli sguardi si fanno attoniti, rabbuiati. La rabbia repressa per la solita dannazione esistenziale si sta tramutando in bozzi sul collo e dietro la schiena. Stress. Ma non si fa a tempo a pensare che c’è tempo, che lo schermo diventa nero. Nero. Il simbolo sproporzionato, insensato e brutto di Telefoggia, però, campeggia ancora in basso a destra. Problemi sul collegamento. In undici contro dieci abbiamo appena preso il gol dello svantaggio. E salta la linea. Se il panico dovesse impossessarsi della plebaglia – cioè: se dovessimo cedere al panico – questa città potrebbe vivere un pomeriggio d’ordinaria follia. I secondi passano, lenti, consequenziali. Il nero resta. Quello sgorbio pure. Poi, d’incanto, un’immagine riemerge come il quadro della madonna dal fondale sabbioso dell’etere. Ma non c’è campo verde. Di verde neppure un biliardo. Ma un tipo anzianotto alla cattedra in una classe di bambini, con annessa scolaresca elementare. Una farsesca messinscena squallida d’uno spot. Lo spot di Dotolo mobili, per la precisione. Che ha tutta l’aria di essere una piccola fiction. Ecco: dovendoli individuare dalla Rivolta del pane, quelli sono stati i cinque minuti in cui Foggia è andata più vicina all’insurrezione generale.



Quando l’estenuante spot è finito – dopo aver causato chissà quanti litigi domestici, contrasti condominiali, risse per i parcheggi, ma fortunatamente null’altro – il telecronista ha annunciato che, nel lungo sonno della ragione, il Foggia aveva generato il pareggio. Rigore di Gigliotti. Bene, Gigliotti non lo sa. Ma il suo gol è stato, per la storia di questa città, l’equivalente della vittoria di Bartali al Tour de France del 1948.

25/09/11

No al calcio di Maroni!

Stadi vuoti, prezzi folli, campionati spezzettati per esigenze televisive.
E divieti, sempre più assurdi. Un tempo si limitavano alle partite ad alto rischio. Oggi lasciano fare a prefetti e questori. E ci vietano anche Viareggio e Vercelli.
Senza spiegazioni. Le trasferte sono ormai un ricordo. E per noialtri viene sospesa la libertà di circolazione. Così, dopo aver costretto la gente a casa, Maroni si vanta di aver debellato la violenza.

QUESTO E’ IL CALCIO DELLA TESSERA. Un business senza anima, senza valori: un fiume di denaro finito nelle casse di speculatori e affaristi. Una schedatura di massa senza paragoni in Europa. Una clamorosa limitazione dei diritti.

La tessera ha sporcato una passione. Ha regalato un gioco popolare alle banche e ai questori.
Nell’indifferenza complice di società, media e politicanti, che preferiscono far finta di non vedere.

L’anno scorso il tentativo di isolarci non è andato a buon fine. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi intendiamo continuare a batterci. Contro ogni abuso di Stato, contro la trasformazione della passione in merce. Il silenzio dei primi minuti sarà la nostra ennesima dimostrazione che questo calcio non ci appartiene. E siamo certi che sempre più gente si sta schierando: la battaglia contro la tessera non riguarda solo gli Ultras. Riguarda tutti.

No ai divieti! No alla Tessera del tifoso!
Riprendiamoci la nostra passione!

02/09/11

La passione colpevole

Una passione sempre più difficile da spiegare.
Una passione colpevole, che l’evidenza appiccica al muro. O la realtà al muro dell’evidenza. Non so, fatto sta che un piacere trasverso e sottile spinge gli altri, i seri, a fare incetta di sacchetti di esempi negativi come pietre di fiume da portare in dono per dimostrare le loro mediocri, banali, conformiste ragioni.
Come se un vicino di casa venisse a riempirti lo zerbino di cartacce per provarti che c’è vento. Come se tu non lo sapessi. Come se tu fossi così cieco, così ipnotizzato, così plagiato, da non vedere il bidone esondare. Che ti viene da dire: “Lo so. E allora?”. Allora…
“Ma come fai a seguirli ancora? Cioè… regalare soldi a quel sistema… Cioè…”.
Facce ebeti ed irritanti in cui inciampi per ferrea legge della sorte ripetono questo refrain almeno dieci volte al mese, in discussioni arrancanti, basate sul sentito dire, sull’approssimata conoscenza del fenomeno, che è un mucchio di roba a somma zero.
È troppo facile. Essere visti, vissuti come strani animali continuamente disillusi, ma che invece di vivere gli choc come opportunità per rinsavire continuano, pecore in gregge, topi al suono del pifferaio, a praticare, seguire, finanche ostentare la propria passione.
Quei gradoni, il fascino delle domeniche. Inspiegabile. Irragionevole. Incomprensibile.
E la critica si fa radicale, compita, finanche televisiva. Rimproveri cattolici. Rimproveri socialisti. Facile. Pilatesco. Perché la trasversalità spinge all’incertezza. Dove va questa massa senza arte né parte? Dove va, senza un obiettivo, una coscienza diversa da quella dell’arena romana, un progetto a medio e lungo termine? Come se i partiti, le associazioni, i sindacati dei critici, poi, ne avessero di obiettivi, di coscienze evolute, di progetti. Ma anche la mobilitazione, come il voto, è un atto in delega. E la richiesta di movimento è un cane che annusa nuovi attori referenti.
Come se il bene del Paese dipendesse dalla nostra capacità di agire. E per nostra si intende: il soporifero, addormentato, supino, passivo popolo degli stadi. Incapace di reagire, buono a montare un casino per uno striscione o una bandiera, ma volontariamente immobile dinanzi al concetto di merce e a quello di mercificazione. Come se fossimo utili idioti, sciocchi patentati, accecati. Come se tutto attorno il popolo delle sezioni, degli indignati, dei mercati, dei centri sociali e di documentazione, fosse in fermento. E noi, penosa enclave dell’immobilismo in un Paese attivo. Che non sia così, dovrebbero saperlo. Eppure costoro alzano il labbro superiore, con una certa malcelata acredine dettata da chissà quale presunzione, da una non meglio specificata pratica, come se gli abitanti delle curve fossero un soggetto storico plasmato su caratteri socio-economici specifici e identificabili, ti chiedono: “Non è una contraddizione? No, dico, avere una coscienza sociale e annacquarla in quel carnaio razzista, xenofobo, populista, sessista? E sapere che è tutto un magna magna, che le partite sono truccate, che le tv fanno quel che fanno? Boh… Come fate?”.
Non ho mai sentito nessuno chiedere, finanche invocare alla luce delle evidenze più luminose, l’ammutinamento degli amanti del teatro, dei goldoniani, dei verdiani, del popolo dell’opera e del melodramma. Forse che i seguaci di Ionesco non siano contemplati tra i cittadini italiani? Mai sentito richiamare all’ordine rivoluzionario quello dei fumatori di Philip Morris gialle; o i circensi, i mangiafuoco, i trapezisti. Categorie astratte, antimarxiste, eppure di presa così scontata. Ma i tifosi di calcio. L’irrazionale incomprensibile, a giusta ragione gravabile del peso assoluto della responsabilità collettiva. Opliti obbligatori di quello scontro sociale che altri neppure si sognano. Privatizzano le spiagge, i proprietari di stabilimenti sono dei corruttori e dei tangentisti (diamine, ce ne saranno, non saranno mica tutti puliti…), un’insalata e un bicchiere di vino al bar-ecomostro del lido costa l’ira di dio, il parcheggio fuori è esoso e sproporzionato, i bagnini sono dei porci molestatori, ma nessuno ha chiesto all’ipotetica massa dei bagnanti, degli amanti della spiaggia, di rinunciare alle vacanze per dimostrare che questo popolo è vivo, combattivo, disposto a mettersi in gioco. A noi, invece, lo fanno quotidianamente: “Come fate ancora a seguirli?”. E tu, come fai ancora a prendere l’autostrada? Poi chiosano, sufficienti: “Mah… sarò io che non vi capisco”. E verrebbe da rispondere che, beh, quello è scontato. Dovrebbe fungere da premessa, da incipit della premessa, da citazione prima dell’incipit, da dedica. Perché non c’è bisogno di capire granché per intuire, anzitutto, che il tifoso non è una monade conclusa, e i tifosi un insieme finito, di quelli che si disegnavano a scuola. Il tifoso un chiunque sociale, un signor Rossi, e può nascondersi dietro al sindacalista di base più oltranzista come al figlio del ricco mercante di sete e spezie dall’Oriente. Banalità che per certa gente sono ancora oggi folgorazioni. Illuminazioni alla Rimbaud (e questi dovrebbero analizzare i movimenti finanziari delle offshore per attaccare il Capitale, puah!). In seconda battuta, a costoro, andrebbe pazientemente spiegato che l’attività sociale del tifoso non si esaurisce nell’essere tale, nel tifare. Quello è uno svago, nella maggior parte dei casi. Un gioco, un diversivo. Il padre fondatore del Caffè Mauro finanziava gli squadristi reggini. A me il caffè piace con la sambuca. Ed è meglio non dire chi finanziava Molinari. Il giocatore del Rayo, ventitre anni, dice che il calcio è capitalismo e il capitalismo è morte. Per cui, per proprietà transitiva, molla il carrozzone e si butta giù. Almeno quattro amici virtuali mi segnalano la notizia, e non so per quale recondito scopo. Resta da capire in quale sistema sociale (o solare) sia atterrato il buon Javi Poves. In un sistema dove si può anche scegliere un’altra marca di sambuca, ma di certo non evitare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le rendite di rapina e la proprietà privata. Che non le sappiamo ste cose, compagni? E allora perché va fatta a fettine l’anima di uno svago? Per dimostrare quale purezza? O quale estraneità dal mondo, quale ascetismo?
Lo sciopero dei calciatori professionisti è stata l’ennesima mazzata. L’ennesimo motivo di rischiosi quanto inutili faccia a faccia. E sempre la stessa domanda, tra le righe, a mezza bocca, o formulata esplicitamente: “Ma come fate?”. Facciamo. Perché sulla vertenza, sulla vergognosa quantità di contraddizioni di un sistema corrotto e malato, abbiamo già detto come la pensiamo dozzine di volte. Anche quando in pochi prestavano orecchio e i soliti noti ritenevano si trattasse di semplici “questioni di stadio”. Sul contributo di solidarietà, sul concetto stesso di solidarietà, abbiamo scritto un papiro a parte. E allora qui c’è bisogno di chiudere con un altro tipo di prospettiva (anche questa neppure tanto nuova, ma qui ripetere non basta e non giova, mai): facciamo perché quei gradoni siamo noi. E questo nessun teatro interattivo, nessun cinema 3D, nessun circo, potrà mai solo lontanamente sperare di renderlo. Per quanto si sforzi. Nessuno spettacolo di intrattenimento al mondo può pretendere d’avere lo stesso tipo di entusiasmo educativo nei confronti di una massa; e nessuno s’è visto scippare dalla massa il centro della scena. Perché quando Amleto parla con il teschio di Yorick, l’occhio di bue è solo sulla melanconia del principe di Danimarca; quando gli effetti speciali rendono efficace un film di Spielberg, nessun’altra zona della sala è neppure illuminata; persino quando sono in pista i clown e volano le torte nel più trito degli schemi, l’attenzione non si sposta mai da quel baricentro. E non potrebbe essere altrimenti. Nel cosiddetto gioco del calcio, invece, l’azione viva, partecipativa, complice o antagonista che sia, è fuori. Sugli spalti. Nessuna messinscena per il popolo è paragonabile allo spettacolo che il popolo da di sé stesso in quell’agenzia di socializzazione che è lo stadio. Perciò, quando penso al calcio, come prima cosa non mi vengono in mente i diritti televisivi, gli impianti griffati, il mercato e le scommesse. E neppure gli orrori del capitalismo denunciati da Poves. Mi viene in mente il mio gruppo, il mio settore, apripista di una miriade di aneddoti e ricordi che coprono l’intero spazio-tempo che divide le elementari dai miei attuali trentacinque anni. L’esatta bisettrice della mia trasformazione in adulto, in sostanza. Ed è per questo, compagni e compari seri, che vi credo quando mi dite di non capire. Lo stadio non è uno scritto di Mao, che puoi leggere anche se non sai nulla della Cina. Lo stadio ha bisogno di presenza e pratica, di vita e internità. E non è un caso che ne siate tagliati fuori.

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