30/12/13

L’Anglo-Italiano del Novantasei e la paternità


Questa storia ha bisogno di testimoni. Ma non perché, sfiduciato, ritenga di perdere colpi o abbia preso a sottostimare la mia memoria. Quando dissi che avevo visto l’Unione Sovietica allo “Zaccheria”, dicevo il vero. E l’ho dimostrato. Anche Lello, a onor del vero, aveva ragione ad insistere sul Flamengo. Ma questa storia è diversa. È collettiva, più delle altre. Perciò necessita di raffronti.

Del torneo Anglo-Italiano abbiamo avuto modo di parlare. Di quella bizzarra formula degna del Reform Club, pure. E, ancor di più, del fatto che quel torneo sia finito nel dimenticatoio come le schede telefoniche da cinquemila lire. E che abbia il potere di farti sembrare un dinosauro. Di quelli che si muovono nella camera in mezzo con le pattine della nonna. Che a terra c’è la cera. Ma c’era “Wembley” di mezzo. Ragion per cui, per i più distratti, spendiamo due parole.

[Pausa grappa]

In sostanza, svariate squadre italiane ed inglesi si affrontavano in svariati gironi misti. Di solito, erano le squadre della cadetteria a sfidarsi, nei gelidi pomeriggi infrasettimanali d’autunno. Ma non so se è sempre stato così. Poi, le compagini italiche e quelle albioniche meglio piazzate si dividevano per definire la finalista nazionale. E le due vincenti, s’affrontavano a Londra. In gara singola, trasmessa da Rai Tre. Il Foggia, retrocesso dalla A l’anno precedente, vi partecipò nella stagione 1995/96. Vinse due partite fuori casa (col West Bromwich e il Southend), ne pareggiò una in casa (con lo Stoke City) e una la perse, sempre allo “Zaccheria” (0-1 con l’Ipswich town). Quindi, di diritto, conquistò la semifinale autarchica. Ancora tra le mura amiche. Col Cesena. Non so perché questa storia mi sia tornata in mente dinanzi allo stadio comunale di Sulmona. Forse perché sulle montagne della Maiella c’era la neve. Forse perché quelle strutture di ferro invitano al sogno, al viaggio, più di un pezzo di Battiato. Forse perché c’erano dei ragazzi delle giovanili, fuori, con le tute e i borsoni. E i loro dialetti erano così diversi l’uno dall’altro da spingermi ad immaginare le loro vite. Che, come diceva quel Sudamericano, rotolano assieme ad un pallone. Che, nella mia memoria, è sempre bianco ed ha sempre i pentagoni neri. Ho sbirciato tra le inferriate, alla ricerca del manto erboso. In preda alla stessa tentazione di un Lino Banfi con gli spioncini. Oltre i quali, la Fenech faceva la doccia. Ho letto su un manifestino attaccato con lo scotch che i locali avevano appena affrontato il Matelica. E ho pensato che nessun posto al mondo – neppure la Moschea celeste – può vantare più storie di un campo di calcio. Persino di questo. Ho popolato la mia fantasia di migliaia di teste sconosciute. Di decine di migliaia di esistenze individuali, atomizzate, chiuse. Che, domenicalmente, andavano a sbocciare in una complessità emozionale che era popolo. Agli abbracci agli sconosciuti dopo quel famoso gol di Bresciani. Al pianto liberatorio quando sventammo la C2. E a decine d’altri episodi, ugualmente banali. Ugualmente immensi. No, nessuna chiesa dell’arcidiocesi, nessun ospedale da campo, può raccogliere tante involontarie solitudini e farne un mosaico.

[Altra pausa per la grappa]

Il 10 gennaio del 1996 è un mercoledì. Per sapere quali materie avessi in Orario quel giorno, dovrei recuperare i diari del quinto. Ma voi non avete idea di cosa ci sia in quei tiretti. Quindi, lasciamo perdere. Con lo zaino sulle spalle, insieme ad altri esponenti della futura classe dirigente, muoviamo dal Programmatori a Viale Ofanto. Per strada, si accodano i futuri leaders del Marconi, del Masi, persino del Volta. Un sacco di futuri medici, notai, politici, che in confronto la Marcia dei Quarantamila è il Carnevale di Rio dei pezzenti. A mia madre ho detto che non avrei mangiato a casa. “No, mamma, non mi drogo. Oggi c’è il Foggia”. La buona donna rimase sospettosa – I remember – senza credere totalmente a quella stramba verità. Diciamocelo: mia madre non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Per questo non è mai stata accolta al Reform Club. È aperta solo la gradinata. Quanta gente vuoi che venga a vedere ‘sta partita? Posizionati ad altezza cerchio di centrocampo, gli striscioni, i saluti. “Che devi andare a un matrimonio?”, è la battuta più ricorrente che gli affamati si scambiano. Gli zaini uno sull’altro. Le sciarpette. Saremo trecento, forse meno. L’altra semifinale è tra Genoa e Salernitana. La finale sarà a partita doppia. Andata e ritorno. Qui, oggi, basta vincere. E avviciniamo “Wembley”. Nel mio ricordo non ci sono cori. Non siamo ancora “moderni”, e dinanzi alle gradinate semi-deserte, a nessuno da trascinare, non cantiamo per noi stessi. Al novantesimo è zero a zero. La fame comincia a farsi sentire. Come per l’Arsenal di Hornby, volano le bestemmie. Se non fossimo così affamati di questi colori, ora saremmo sazi. Invece, il buio prende a predominare sul cielo plumbeo d’inverno. Qualche faro si accende, come luci di locanda nella notte senza stelle. Il primo tempo non serve a niente, come metafora e summa del resto della partita. È uno zero a zero di difficile risoluzione, questo. Ma tra un quarto d’ora, al massimo, i rigori sbroglieranno il caso. Così, reprimiamo con uno “Sccchhhttt” strategico i morsi dello stomaco e andiamo avanti. Senza immaginare che, di lì a breve, qualcosa avrebbe reso quella partita indegna, memorabile. L’altoparlante. Lo stesso che – con un clic inconfondibile – precedeva la voce dello speaker – dell’annunciatore – quando si trattava di segnalare l’ora offerta da Ciletti. E che leggeva i risultati della C1 girone B. O che, anni prima di Francesco Salvi, faceva presente che c’era da spostare una macchina. Beh, quella volta fece un nome e un cognome. Disse che il signor Tal dei Tali era atteso. Ma non come quell’altra volta, anni prima, che c’era il padre della moglie di uno spettatore all’ingresso della tribuna. E tutti, attorno a mio padre, ipotizzarono che avesse un’amante. No. Stavolta lo spettatore era atteso a Reparto Maternità. Pathos. Timore. Nessuno guardava più la partita. Trecento paia di occhi, qualcuno in meno (ma l’abbiamo detto), fissavano la tribuna. Come ad individuare il megafono. Come a potervi guardare dentro, direttamente nella voce dell’annunciatore. Adesso quella comunità di sconosciuti voleva sapere. Doveva sapere. E la voce, teatralmente sospesa, alzandosi di un mezzo tono, continuò. E disse che Tal dei Tali era diventato papà di uno splendido maschietto. O di una femminuccia, non ricordo bene. Perché l’ovazione fu generale. Allegra e commovente. Nessuno si sottrasse a quella gioia. Come se lo “Zaccheria” avesse, d’un tratto, un figlio in più. E gli occhi si misero a vagare. Anche i miei. Alla ricerca del neo-papà. Finché, noi tutti, non lo individuammo. Anche grazie a qualcuno che lo indicava, come i marinai di Magellano indicavano le Americhe. C’era un uomo, lassù, che sorrideva. Sconvolto e felice. E scendeva i grandini saltellando. O, almeno, ci provava. Perché adesso la sua corsa verso via Napoli era frenata da un’onda lunga di mani, e pacche sulle spalle. E addirittura bacetti d’augurio. Le felicitazioni dei presenti alla vera impresa di quel giorno.

[Grappa]

Non so perché mi sia venuta in mente questa storia, col muso infilato tra le inferriate del (presumo) comunale di Sulmona, L’Aquila. Forse perché mi è venuto in mente Angelo, che mentre Manuela usciva di conto era con noi al “Bentegodi”. Ma quella era la prima di campionato. E poi a Verona. Forse perché ho pensato che quel bambino, il 10 di Gennaio, diventerà maggiorenne. E io non so, né forse mai saprò, nulla del padre. Se non che, mentre la compagna era prossima all’evento più importante di una vita, è sceso di casa, è andato a lavorare e, a digiuno, è corso a vedere Foggia-Cesena di un torneo caduto nel dimenticatoio delle schede telefoniche. Magari anche la compagna non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano. Ma è così, signora. Suo marito era in gradinata, quel giorno. Posso testimoniare.

16/12/13

Per niente


Aversa Normanna-Foggia 3-1

L’ispettore è partenopeo. O giù di lì. Ricorda qualcuno. Salemme. O giù di lì. Parla in maniera spigliata, fa il simpatico. Il che, per uno sbirro, equivale ad una manganellata di precisione. Però, gli va riconosciuto, non è molle, arrendevole, pulcinellesco. Non dice, per esempio, che dipendesse da lui ci farebbe entrare. Tutt’altro. È scaltro nell’ammansire, ma fermo nelle petizioni di principio: “Ad Aversa non entra nessuno”, dice e ribadisce più volte. Noi, sotto una cupola di pioggia sottile, così sottile da sembrare la nebbia di Mezzacapa, mostriamo un campionario di facce stanche. Esauste. Di penzolare in attesa di un giudizio che già conosciamo. Di discutere di massimi sistemi d’evasione coi professionisti dell’incarcerazione. Abbiamo parcheggiato male. Ma male tanto. E già in questo v’è un che di inconscio. Di fatato e fatale. Non ci vorrà molto e ruoteremo il muso delle nostre diligenze. C’è chi ha persino lasciato i fari accesi. Ce lo dissero a Caserta, in anteprima assoluta: “In Campania scordatevelo!”. E Salemme non fa altro che confermare. Sfiga. Che stavolta l’uomo in divisa, dai baffi bianchi e dalla voce rotta di cazzo, che ha deciso di onorare lo Stato senza prendersi più veleno, l’avevamo pure trovato. “Quanti ne siete? Trenta?”. Ci avrebbe condotto al botteghino. Che qui, a quanto si espunge dai dialoghi incrociati, il problema è più che altro portoghese. Pre-tessera, indi. Noi il biglietto l’avremmo fatto volentieri. Pagando, s’intende. Al baffo bianco sarebbe bastato. Ma Salemme si fa chiamare “dottore” non a caso. E alè. “Ma perché non ve la fate la Tessera?”, chiede. Probabilmente è la stessa domanda che ha rivolto ai Cosentini e ai Messinesi, che pare siano transitati da queste parti. Non c’è tempo né voglia di controllare. Si risponde che la Tessera è sbagliata. Punto. Quello dice che apprezza la nostra coerenza e ci invita a fare altrettanto della sua. Punto. Che Paese balordo! Ogni dieci metri uno sceriffo diverso. Che risponde alla sua morale interiore, o ai film di Maurizio Merli che ha visto, piuttosto che alla Legge. Che dovrebbe essere la medesima. A Merano come a Teramo. C’è anche un secondo dottore. Incrocia il mio sguardo alla prevista sentenza. Mi chiede, per cortesia, di non cominciare col piagnisteo. A me! Ma Si figuri, con tutti i problemi che c’abbiamo, questo è davvero l’ultimo!

I problemi. Costante sublime. Minimo comune denominatore di questa stagione di respingimenti, che manco Malta coi barconi dei profughi. Abbiamo cominciato subito, oggi. Proprio oggi, che già eravamo al limite dell’orario. Una precedenza sottovalutata, dopo la bellezza di quindici metri di viaggio. Una macchina nel paraurti. Roba di gemme rotte, di constatazioni amichevoli, di urla nel caos del mercato aperto per Natale. Un primo distaccamento in marcia, un secondo a ruota. Il cielo bianco, la strada deserta. Fino a Candela, all’imbocco dell’A16. Velocità sostenuta. Sei macchine sparpagliate nel raggio di venti e passa chilometri. Contatto radio, come in trincea. Sappiamo che è dura. Che, nonostante l’approssimarsi delle Festività, una volta è Poggibonsi. Ma è inutile fasciarsi la testa prima di azzoppare sul reticolato dello stadio. Dobbiamo tentare. E andare. Per i motivi che sappiamo. Se guardassimo nelle tasche di ognuno, ben pochi avrebbero una dieci euro citeriore. Quella del ticket. Ma le espressioni sono determinate. O, almeno, sparsi e distanti come siamo sul selciato, le immaginiamo così. Da noi si alza e si abbassa lo stereo. Si parla di Forconi e Catanesi, in maniera alternata, tanto da aver compreso che i Veronesi del picchetto le hanno prese. O date. O boh. Di certo, erano quasi cinquecento. Un bel presidio. E non è facile, oggidì. Corriamo. Giochiamo col cronometro. Cinque, anche cinque minuti soltanto. L’anticipo determinante. Il Vesuvio sulla sinistra. Soffocato dalle nuvole. Lo svincolo di Nola. Qualche altro chilometro in linea retta. Poi, il delirio. Avevamo degli amici ad Aversa, anni fa. Una volta andammo pure a fargli visita. C’era una festa e vincemmo un barile di birra. Ci stupì la quantità di ragazzi in motorino. “Dove vanno?”, chiedemmo. “A Fuorigrotta”, ci risposero, “è a cinque minuti da qui”. Cazzo. Il concetto di geografia è legato alla percezione più dell’amore stesso. Nelle teste, le cartine ruotano come foto in Paint. Tra cent’anni qui ci sarà spazio per una sola grande megalopoli. Un ponte, uno striscione: “No al biocidio”. Il vulcano e i rifiuti atomici. O una megalopoli o il deserto. Non c’è molta scelta.

Allo svincolo per Villa Literno abbiamo dieci minuti di vantaggio sul fischio d’inizio. Ma di buono c’è che siamo in fila indiana. Ci inoltriamo. La campagna, da queste parti, è un concetto assai labile. Discutibile. Lo diciamo ogni volta. Un senso di abbandono strutturale. Di quegli abbandoni che non hanno a che fare con l’assenza di umanità, ma con un surplus della stessa. Frattaminore, Frattamaggiore, e più in là Casal di Principe. I quattro punti cardinali si moltiplicano, danzano senza un perché. Napoli emerge ed affonda. Uno svincolo. Campagna per campagna. Rottami. E le indicazioni per la Base Militare Americana. US Navy. Gricignano. Un reticolato, un campo di calcio, un palazzo enorme e grottesco. Quasi finto. Il sospetto che quelli dentro non si siano mai presa la briga di uscire fuori dal loro mondo incantato, curato, perfetto. Una fila di macchine interminabile. Un passaggio a livello. I dieci minuti cadono a uno a uno, come soldati di prima linea all’assalto di un caposaldo nemico. Scatta l’isteria. In questo brullo paesaggio desertico, dove ogni posto richiama un altrove radicalmente differente, ci perdiamo. Sappiamo di dover aggirare la colonna motorizzata, se non vogliamo restare imbottigliati. Ma non sappiamo se l’operazione potrà portare dei benefici sulla tabella di marcia, già ampiamente compromessa. Tiriamo dritti verso uno sprofondo, invertiamo la rotta e ritorniamo sulla statale, puntiamo un’uscita denominata Carinaro. Il telefono scotta. Altre zone industriali. Altra onnipresenza umana che prende le sembianze di lavatrici scassate ai margini dell’asfalto. Un sottopasso. Un incrocio. E finalmente un segnale. Che annuncia 4 km ad Aversa. E solo 14 a Napoli. Case. Ristoranti ed edicole. Non sembrano case, queste. “Stadio comunale”. Procediamo a singhiozzo. Guidati da indicazioni umane e robotiche contraddittorie. Alla fine, direi che ci siamo.

Il peggiore degli scenari: zero trattativa ma tante chiacchiere. Pedagogia e artefatta comprensione. I poliziotti sono tranquilli, sereni. Dicono che se ci fossimo fatti tutti la Tessera glielo avremmo messo in quel posto. A chi comanda. Certa gente non la capiremo mai. Tutti tesserati, tutti ovunque – esclusi i divieti alla salernitana – e poi? I sindacati di polizia sul piede di guerra. Sostiamo più di dieci minuti. Dall’interno giunge un grido di esultanza. Il Foggia è pervenuto al pareggio. Non sapevamo stesse perdendo, ma fa sempre piacere sapere che si segna. E che qualcuno esulta. Il tempo di sistemare la scenografia per la foto di rito, e l’Aversa torna in vantaggio. Noi urliamo contro l’ennesimo muro che ci separa dal piacere puro del sostegno. Un coro alla Tessera, uno alla nostra curva. E un paio ai nostri. Forza ragazzi! Dall’interno, nessuna risposta. Il tempo di rientrare nelle macchine e l’intero agglomerato di case evapora in un intrico di diramazioni. Prendiamo la strada di Montemiletto, a svariati chilometri da qui. Per sentirci, tra i boschi ascendenti, in concordia col clima natalizio. Da casa giungono aggiornamenti sconfortanti. Il Foggia in dieci, poi in nove. La Normanna sul 3-1. Giornata no, come si suol dire. In piazza, al paese, c’è la musica e lo struscio degli anziani. Tu scendi dalle stelle sparato a volume altissimo. I vecchi ci guardano. Gli chiediamo perché il Castello si chiama della Leonessa. Ma la musica alta li ha sballati di brutto. L’alimentari è l’unico posto aperto. Non ha alimenti. Ma la Ceres costa 2 euro. Mostaccioli. Felici per niente. 

02/12/13

La Grande Impresa



Domenica 30 novembre 2013, Poggibonsi-Foggia 0-1

Oniria

Si, la radura sulla sinistra ha un nome. A detta della cartina pluri-spiegazzata, aperta a mo’ di sudario evangelico sull’altare del cruscotto, dovrebbe chiamarsi Sibenicnik. L’Austria è alle spalle da quattro minuti. Questa è Repubblica Ceca. A Mikulov è prevista una sosta. Un pacco di Ritz, due scaldatelli, del buon vino d’Oltrecortina. Ce l’avranno il Fortore? Dobbiamo fare benzina. Il pieno. Mancano ancora 1.900 chilometri alla meta. Qualcuno dorme, con un plebiscito nell’ultima fila. Ma nessuno è stanco. E ci mancherebbe altro! Sono anni che aspettiamo questo turno di Uefa. Anni in cui abbiamo giocato in posti indicibili, riproducendo frammenti di memoria inemendabili. D’accordo, anche allora, durante la traversata, c’erano gli amici, l’asfalto, i divieti e qualche volta i gradoni e il terzo tempo. Abbiamo accumulato ricordi notevoli, quasi felici, nonostante tutto. Ma la nostra dimensione è questa. L’Europa, inutile negarcelo. E quando dall’urna di Nyon è scaturito il nostro primo avversario, ci siamo divisi in parti variabili tra l’estasi, la frenesia e l’entusiasmo. Lo Spartak di Mosca è squadra di tutto rispetto. E la Russia è trasferta da furgone per antonomasia. Ditelo a quelli del Paok. Il mezzo dondola sotto i miei piedi. Lo sento. L’asfalto ceco è quello che è. Le prime case del paese. Questo dev’essere il Villaggio artigiani di Mikulov. Un distributore. Freccia a destra. La voce di Antonio al volante: “Ma come cazzo devi fare a scrivere il resoconto?”. Ce l’ha con me. Ma come?, penso. Stiamo andando a Mosca. Basta questo a riempirmi d’ispirazione solida. Ma quello insiste: “Voglio proprio vedere che scrivi”. Il nove posti rallenta, coi suoi fari spenti scruta il primo parcheggio disponibile. Si ferma. Rumore di chiavi che vengono sfilate. Sportelli che si aprono, portellone che scivola sui cardini.

Mi sveglio.

Questa dev’essere l’Agip della Cecoslovacchia. Ma Sarni, in Cecoslovacchia, non ci è ancora arrivato. E forse neppure esiste più, la Cecoslovacchia! Mi sa che ho dormito. Ma si, sicuro. “Dove siamo?”, “Dopo Ancona”. E se non ho ricordi di Termoli, Pescara e San Benedetto del Tronto, è del tutto evidente che sono scappato a sonno. Sorrido, fingendomi tonico e pieno di me. Come solo quelli svegliati di soprassalto sanno fare. Che poi, non si è mai capito perché ci si vergogna sempre del proprio abbiocco. “Che stavi dormendo?”, “No, che sei pazzo! Avevo solo gli occhi chiusi”. Vedo la combriccola pascolare sul cemento. Non stiamo andando a Mosca. Ricordo. Tutta colpa di quella sveglia alle 5 che non ha suonato. O forse ha suonato per un po’, e poi si è intristita. Chiudendosi in sé stessa. Non dovevo addormentarmi alle quattro. Oppure, non dovevo apparecchiarmi come se davanti avessi una nottata normale. Ho un’immagine di me. Mi vedo scendere di casa, come un volontario irlandese nella bruma del mattino. Vagare. Ricordo il muso del furgone noleggiato sbucare da Via Onorato. Mi sono venuti a prendere sotto casa. Un onore inaspettato. Che mi inorgoglisce. Mi hanno riservato il posto al centro, avanti. Il più scomodo di tutti. Ma è il contrappasso. Ricordo, ho calato la testa sul petto. E, contorto come Houdini nella botola, mi sono spento. Off. Ora, non so perché, mi fingo iperattivo. La coscienza è una mareggiata calma e implacabile che, poco alla volta, guadagna metri di bagnasciuga. Poggibonsi. Giochiamo a Poggibonsi. E non credo sia il primo turno di Europa League. Non ho mai visto la scritta Poggibonsi uscire dall’urna di Nyon. Direte: Neanche la scritta Foggia, se è per questo.
Rispondo: Fatevi i cazzi vostri, voi!

Immigrant song

Son figlia d'emigrante,
per questo son distante,
lavoro perché un giorno a casa tornerò.
La porti un bacione a Firenze,
se la rivedo, glielo renderò.

Scavalliamo l’Appennino. Vento freddo, nebbia sui colli, ma niente pioggia. Le luci verdi e rosse del casello, le nostre facce sorprese d’essere già qui. È incredibile. Pensi che l’Italia sia un posto lungo e complicato da percorrere, ed ogni volta ti stupisci che avesse ragione il calcolatore elettronico. Aveva detto 6 ore, quel coso. Ma noi siamo dietrologi per natura. Ci affidiamo, ma non ci fidiamo. Eppure, sono ancora le tredici e già siamo al casello. Ansia da tempo libero. La Sinalunghese va a Porta Romana. Eccellenza toscana, girone B, tredicesima giornata. È sull’altra corsia, quella che – seguendo i precetti di Murphy – scorre più velocemente. Finestrini abbassati. Un coro, un battimani. Quelli rispondono. “Avete battuto il Castel Rigone, un mio amico gioca lì”. Non c’è niente da fare, la fama del Foggia calcio ci precede. Anche in Ossezia sarebbe successo. La statale è dissestata, ma alla meta mancano diciassette miseri chilometri. E non ci badiamo. Il paese è prossimo, e giunge allo scadere della prima cassa di Peroni. Nell’abitacolo girano panini di contrabbando. Finanche delle acciughe. La squadriglia romana chiama: “Sembra il Cep”. Il Tennis club, alcuni campi di calcio. Una specie di cittadella dello sport. Tutti giù. Non mi sento più le gambe. Sguardo circolare. È sempre rilassante questa regione. Il verde, il silenzio, l’ora di pranzo, la domenica. E per omaggiare tutto ciò, si fa pipì a ridosso di un muretto basso. Troppo basso, almeno per quelli del palazzo di fronte. Ma ormai è fatta. Certe volte, tutto sta nel principiare. E, come spesso accade, non si può tornare indietro. La casupola in legno a margine di un cancello e di una stradina in ghiaia, sembra la casa di un picchio. Di quelle che vanno tra i rami. È la biglietteria del settore ospiti. Noi, bene bene, non sappiamo cosa diremo. Abbiamo abbozzato una strategia, ma poi il J&B ha modificato radicalmente l’ordine delle priorità. Si parlotta con un paio di addetti. La polizia ci osserva stancamente. Manca ancora un’ora al fischio d’inizio. Noi ci atteggiamo a monaci pazienti. E ci godiamo l’afflusso dei foggiani, che si riversano nello spiazzale. Quello del palazzo sopra al muretto continua a guardare. O è curioso, o è rimasto pietrificato da prima e con gli occhi immoti, ci sta chiedendo aiuto. Nel dubbio, sfoderiamo indifferenza. I non residenti – tesserati o meno che siano – sono affascinanti da guardare. Ispirano un mucchio di domande e altrettante riflessioni. Ti chiedi delle loro vite, dei motivi che li hanno spinti ad andar via, di quelli che ostinatamente li obbligano a mantenere vivi i legami. Ed anche cosa li spinga a realizzare degli striscioni così brutti, a coprirsi sempre troppo d’inverno e a legarsi le sciarpe in zone dove – se esistesse un dio – non dovrebbero albergare sciarpe. Comunque, il calcio è sport popolare e d’appartenenza. Ed è bello ritrovarsi tutti.

Saluti e baci. Il whiskey che passa di mano in mano. Di ugola in ugola. Racconti, pezzi sparsi del grande mosaico della foggianità. Fotografie da un posto qualsiasi, alla ricerca di un’impresa. La casupola del picchio apre i battenti. E ci si aspetta che l’addetto di cui sbuca il mezzobusto cominci a smerciare vin brulè. Invece, tagliandi di Booking show. Noialtri ci riconosciamo. Siamo quelli con più punti di domanda sul futuro prossimo. Finché la situazione non si sblocca. [inizio passaggio volutamente criptico] Il sopraggiungere di una maschera della commedia dell’arte e diventiamo tutti Rossi. Anche quelli del Vecchio. Io sono Franco, quello è Giacomo [fine passaggio volutamente criptico. Voi fate finta di niente, tanto è gratis]. Dentro. In un angolo della gradinata. Sulla nostra sinistra, i non residenti e i tesserati, sguardi alle squadre schierate a centrocampo. Oltre, le bandiere giallorosse degli ultras di casa. Increduli, facciamo prendere aria alle pezze. E stavolta non per una fotografia di spalle. Cominciamo a incitare i nostri. E poco alla volta, come in un bar di recente apertura, cominciano a giungere avventori. Un bambino sventola una rossonera. Emozione crescente. L’abbiamo già detto che un tempo era normale andare a vedere le partite fuori casa? Penso proprio di si. Ma stavolta è una specie di regalo inatteso. Un regalo che, beninteso, abbiamo pagato coi soldi nostri. E pure tanto. Ma chi se ne frega. Siamo come quel bambino, noialtri. Campiamo di pathos. Le squadre in campo se le danno, nessuna sembra prevalere. Noi urliamo. Contro la Tessera, non contro i tesserati. Ci sono guerre che hanno bisogno di tregue. Tira vento. Poi il Foggia passa. In una sorta di mischia nell’area piccola. Goduria. Questa squadra è infingarda e stronza! Abbiamo passato anni ad inseguire piazzamenti play-off, stagioni in cui solo la prima saliva e le altre giocavano alla roulette russa. E la classifica diceva invariabilmente: quarto, quinto. E poi perdevamo in finale. Quest’anno, che basterebbe un settimo senza sforzo, questi lo andranno a stravincere il campionato. Come con Zeman e Marino. Non abbiamo equilibrio. Siamo figli di una stella emotivamente disturbata. Ma non ci pensiamo. Ci godiamo il vantaggio e cantiamo. Nell’intervallo, solleviamo personaggi di pubblico rilievo, li issiamo sulle nostre teste, poi li rimettiamo in libertà. E sniffiamo caffè. Il cielo è limpido di freddo. Nella ripresa accenderanno i riflettori. E la ripresa pure inizia. Il Foggia gestisce. I giallorossi di casa, forse, meriterebbero un rigore. Ma soffriamo solo nel finale. Il momento adatto per richiamare l’intero settore, che dopo un Foggia alè di stampo classicheggiante, s’incunea – compatto – in un lungo e magnifico coro secco. I ragazzi reggono. Il “Lotti” di Poggibonsi è espugnato. In fondo, sin dal mattino c’era aria di grande impresa. Squadra sotto la gradinata. Volevano regalarci le magliette. Noi abbiamo detto: si, si, no, no. Quelli, nella confusione, si sono offesi. Riusciamo sempre a rovinarci le giornate.

Carbonara

Il furgone dal portellone aperto smista pacchi e buste agli emigrati. È un compendio di appartenenza. Un punto di unione tra le genti daune nel mondo. Sembra il bazar di Porta Nuova.  La polizia osserva. Vorrebbero scortarci fuori. Ma fuori dove? E perché? O forse sospettano una tratta di pomodori secchi destinati al mercato nero. Abbracci. Saluti. “Buon viaggio, voi che tornate a Foggia”. La porti un bacione a Firenze. Il sole è di un arancione pacchiano. Due mezzi, due strade: un cartello dice Firenze. L’altro, pure. Riusciamo a perderci. Ma non è un problema. Noialtri maturiamo in men che non si dica la bizzarra idea di muovere su Bologna, verso una casa, una Pam dall’odore diverso, una cucina, una tavola apparecchiata, vino e carbonara. E l’autostrada ci asseconda. Telefoni roventi, la macchina organizzativa in moto. “Ohi! Si, arriviamo tra un’oretta! Grande impresa oggi! Si, abbiamo vinto uno a zero a Poggibonsi! Grandioso!”. Poi un attimo di incertezza incrina la voce sicura. “Ah, bravi anche voi. A dopo”. “Loro chi?”, “È un amico inglese, di Hull”, “Embé?”, “Embé ho fatto il pagliaccio ch’amm vind un a zer a Poggibonsi. E quello mi ha risposto: Noi oggi abbiamo battuto 3-1 il Liverpool”. Effettivamente. Bravi anche loro.


11/11/13

Quel che c’era. Quel che c’è


Domenica 10 novembre 2013, Casertana-Foggia 0-0

Il cielo plumbeo. Finalmente. L’alternanza delle stagioni che rosicchia terreno ai luoghi comuni. A novembre a mezze maniche, no, è un concetto inaccettabile. C’è bisogno del freddo che ristora. Di felpe e giacche. E da quelle parti, il meteo porta addirittura tempesta. Il parcheggio del benzinaio è un punto di ritrovo adeguato. Picasso a noleggio con gli sportelli aperti e lo stereo a 30. Pizza e birra casuals. Con allegata pipì sul reticolato al limitar della campagna. Lo scempio dell’Hotel President sullo sfondo. Oh, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé. Rispetto.

Nel petto e nella testa di ognuno di noi ardono ancora le torce. Quella curva come un galeone in fiamme, in lotta con le onde della bufera. A vincere la morte. Nei discorsi, Matteo è presente. La sua voce risuona nei racconti, negli aneddoti. Che ci rendono migliori senza farci tristi. D’altronde, stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto assieme: seguire quella maglia nelle sue disperanti avventure. Anche se non è detto che riusciremo a vedere all’opera i nostri semisconosciuti eroi. Anzi, a dircela tutta, la possibilità di essere respinti non la quotano neppure più. Eccesso di giocate anomale. Ci siamo visti presto, ma è meglio mettersi in marcia. Tanto succede sempre qualcosa. Veleggiare verso la Campania ha ogni volta un che di particolare. Affascina e limita. E non è solo geografia. Quando si scala la A14 o si declina verso la Calabria, l’impressione che se ne ricava è quella di scivolare sull’Italia e la sua vasta complessità. Quando si imbocca la Candela, invece, gli spazi si stringono d’incanto. Forse per l’obbligo di fare l’autostrada, forse per la mancanza di statali. Ma si vede il Vesuvio in fondo. E l’asse cartesiana dello spazio si zippa. Lacedonia è ancora Daunia, Vallata è già un altro mondo. A Grottaminarda si ha la percezione di essere arrivati. Ed Avellino è dietro l’angolo. Eppure, quando si deve calcolare il tempo necessario, da queste parti si utilizzano sempre i parametri del Clp. Ma le macchine non sono pullman. Neppure la nostra, a gas, che tossisce e fatica sulle salite. Freccia a destra e area di servizio Irpinia. Un’icona della Vergine brandita a mo’ di ombrello per giapponesi, guida una comitiva di pellegrini verso un Gran turismo addormentato sul retro. Pienone di viaggiatori a dividersi brioche. Per noi, bagno e tramezzini. Il frigo. Peroni a 3,10, Ceres piccola a 3,70. Sono queste le cose che fanno vacillare i convincimenti. Ladri da autogrill. Notizie da Salerno. Partita sospesa e scontri. Le conseguenze della politica dei Questori Superstar. Sorridiamo. Non è una bella cosa augurarsi la morte del calcio, ma da qualche parte bisognerà pur riprendere il filo. Rompere il giocattolo per ridare un senso alle cose. Anche se sappiamo per esperienza che quel che sta accadendo a pochi chilometri da qui, otterrà il più classico degli effetti opposti. Si parlerà di calcio in ostaggio degli Ultras. Magari si invocheranno, appronteranno e applicheranno nuovi e sofisticati metodi di repressione. Ma, per ora, sorridiamo. Del punto di non ritorno. E di chi sta dimostrando – nel modo che i giornali riterranno sbagliato e criminale – che il calcio è della gente. E senza la gente, c’è spazio solo per il teatro.

Fuori a fumare. Si, il cielo è plumbeo. Più plumbeo di prima. Ci piace. Oltre quella siepe c’è il “Partenio”. Altre storie. Fantastichiamo. Perché ci piace fantasticare. Finché una voce pacata non annuncia pacatamente che una delle vetture del convoglio ha problemi all’iniezione. Ormai non ci facciamo più caso. Siamo la Crociata dei pezzenti. Testa bassa e pedalare. A velocità contenuta. Il cartello che ci sorprende di più proclama lo svincolo per Caserta a 22 chilometri. Serpeggia scetticismo. Si paventa una misura drastica della contro-propaganda. Invece, Nola. Direzione Roma. Siamo arrivati davvero. L’autostrada costeggia Caserta verso Ovest. Lo stadio è ad Est. E piove, a secchiate. È tutto così dannatamente perfetto che viene quasi da commuoversi. Per giungere al settore ospiti dovrebbe sbucare, da un momento all’altro, l’uscita per Maddaloni. La strada statale che sopraggiunge da Napoli ed entra in città. Invece, l’uscita si rivela una pia illusione e, dinanzi alla scelta tra casello e casello, ovviamente, sbagliamo. Avessimo optato per Caserta Sud non saremmo in fila ai margini della carreggiata sotto il diluvio sottile. Circumnavigare la città. Mentre telefonicamente ci preparano la psiche allo sbarramento delle forze dell’ordine che troveremo. Ci inoltriamo. Il satellitare stima in sette minuti l’arrivo. Ma lo scetticismo è un vezzo duro a morire. “Questa non è ancora Caserta”, sentenzia qualcuno dal sedile posteriore. E reitera il suo mantra ad ogni curvone. “Hai presente quella cosa lì?”, “Eh”, “Ecco. Quella è la Reggia. Se si chiama Reggia di Caserta un motivo ci sarà, convieni?”. Ci siamo quasi. La partita, prestando fede agli orari predefiniti, è cominciata da qualche minuto. C’è ancora gente in fila per entrare. I vigili urbani ci danno il benvenuto e ci teletrasportano fino al drappello della polizia di Stato. Alle cui cure ci mollano. Oltre questo muro, s’odono cori. Noi, fuori, ripetiamo la recita del muro contro muro. Il dirigente è irremovibile. Come a Cosenza, come a Messina, come a Melfi. Ma stavolta si fa più profonda la breccia. Non è solo questione di “rapporto col pubblico”, di fare la faccia garbata, di mantenere calmi gli animi. Poliziotto buono. Non c’è solo un agente che “dipendesse da lui” ci farebbe entrare. Stavolta è un fare a capirsi. “Se ci fate entrare vi fanno un mazzo così, ci è chiaro”. L’inflessibilità dei divieti è come il Cristianesimo delle origini. O come la religione presso i Greci. In un Olimpo deresponsabilizzato, entità astratte temono il precedente. E sono disposte a comminare daspo e punizioni al primo segno di frana. Queste divinità non si pongono neppure il problema di comunicare con gli esecutori. Li ispirano. Una messinscena ben peggiore di quella per cui i Nocerini finiranno, stasera e domani, sul banco degli imputati di un’intera nazione. “Girate le macchine e andatevene”. La stanchezza nel tono è già più di un manifesto programmatico. Manca il “Per favore, che abbiamo famiglia”. E saremmo in pieno Pasolini. Nel mese di novembre, oltretutto. Capita l’antifona. Il tempo di lanciare un paio di cori al vento che, libero, sorvola gli ingressi blindati e presidiati. Lo striscione per Matteo. Anche i Casertani ne hanno fatto uno. Onore a loro e a chi, ancora, fa venire voglia di giocarlo per bene, questo gioco dell’Ultras. Un coro contro la Tessera. E l’ispettrice con la ricetrasmittente fa la sua comparsa. Ordina una volante come al Pizza taxi una Margherita con gorgonzola. Ma sono tutte donne – oggidì – gli ispettori di polizia? Una macchina bianca e verde con la sirena si offre di farci strada fino allo svincolo per la Napoli-Bari-Pescara. O è la polizia tedesca in trasferta vietata, o la Protezione animali. La carovana si muove. Tra le grate e sulla sommità della gradinata, la gente si sporge a guardarci andar via. È durata poco. Come tutte le cose belle.

Frazione di Frigento

Il cellulare di nuova generazione esegue il Buffering con lodevole solerzia. Fuori, il paesaggio scorre via autunnale. Il Foggia è piccolo, sullo schermo. La Casertana, proporzionata. Zero a zero. Un tempo c’erano le radiocronache. Un tempo c’era pure Bim, bum, bam. Inutile pensarci. La consueta birra post-partita, stavolta, rischiamo di farla atterrare sul fegato a gara ancora in corso. Come a Melfi. Inutile pensarci. La Picasso a noleggio è un puledro onnivoro che vorrebbe divorare l’asfalto. Lo teniamo a freno col la sola forza del pensiero. Da una macchina all’altra, ci comunichiamo i reciproci desideri da terzo tempo. “Grottaminarda no. Un posto più bello. Un bel bar”. Così ci inerpichiamo. E i contorni del parabrezza diventano bosco. Cinque chilometri appena, in apnea. E la connessione salta. Dannazione. Mancano dieci minuti. Da quel che abbiamo visto, non si è tirato in porta al “Pinto”. “Vi andrebbe bene il pareggio?”, “Assolutamente si”. Dritti per Frigento. Pioviggina. Perfetto. La frazione si chiama Carpignano. 612 metri sul livello del mare, duecento abitanti. C’è il santuario della Madonna. C’è l’inverno. Parcheggiamo. Il locale è bello. Domenicale. Sembra quello di Schiava di Tufino, svariati anni orsono. “Attenti al lupo” dietro al bancone, tra le bottiglie e le cartoline. Un certo reciproco imbarazzo. Sciolto nel Jack Daniel’s e nelle Budweiser. E dal flipper, ritenuto ormai gioco d’azzardo. L’Avellino è in B. Non ci sembra vero. In chiesa si recita il rosario in codice. Attorno al nostro nucleo di fanatici, cala la sera. Non ne vale la pena. Oggettivamente, scarpinare così, investirci soldi e impegno. Per essere spediti indietro con un repentino movimento del capo. Oggettivamente, però, noi non siamo l’emblema dell’Oggettività. E il calore della compagnia al decrescere della temperatura circostante, la latente consapevolezza della nostra diversità, la maniera assurda che abbiamo trovato per riempire il nostro tempo interiore, sono sensazioni sensazionali. I pensieri virano al cupo variabile. Ma quando la strada riprende a scendere, dalla macchina che ci precede giunge una telefonata: “Oh, ragazzi, su le mani, che dobbiamo fare un coro”. Viene potente. E ricominciamo a ridere. Senza chiederci più nulla.

09/11/13

La trasferta più lunga



Quando ricevi certe notizie, la prima cosa che ti viene da esclamare è: “Stai scherzando?”.
Una domanda istintiva, stupidissima. Come se fosse perfettamente normale che qualcuno possa divertirsi ad annunciare una tragedia. Ma lo metti in conto all’indole. L’incredulità è una forma di resistenza umana dinanzi all’orrore. E la morte rientra – tra gli orrori – in pieno.
Così, cominci a fare telefonate, ossessivamente, freneticamente. Anche se tutti i tasselli combaciano alla perfezione e non lasciano spazio ai dubbi. O al fiato. Quando l’evidenza è contro di te e la tua sciocca speranza di sfuggire. E resti incredulo. Ti lasci sopraffare da un senso d’emergenza, di straordinarietà. Il giorno non è più lo stesso giorno, la via in cui ti trovi non è più la stessa via. E la gente attorno svanisce. Perché non sa e non partecipa.
E ti salgono alla mente i ricordi.
Ho pensato a Napoli. Al Vomero. Alla volante della polizia che mi scarica nello spiazzo del casello, dove i pullman e i furgoni sono, nella prematura sera autunnale, illuminati a intermittenza dai lampeggianti delle camionette. A quell’abbraccio inatteso. Alla sincerità di un’empatia che superava i ruoli, le pose, le mode. “Cazzo, mi dispiace!”. E null’altro da aggiungere. Se non sdrammatizzare. Perché anche saper sdrammatizzare, in un mondo che oscilla pericolosamente, perennemente, sul baratro del fanatismo, è una dote preziosa. Ti conserva umano. Ti porta a relativizzare. Eppure giochiamo seriamente, noialtri. È complicato capirci, nei nostri apparenti deliri di onnipotenza. Nei nostri discorsi sull’onore e la supremazia. Nei nostri scazzi. E sapere che c’è qualcuno che – nella semplicità dell’atteggiamento, in uno sguardo canzonatorio o nel doppio fondo di un mezzo sorriso – ti ricorda che, alla fine, stai giocando, è vitale. Ti mantiene sulla terra. Ti riporta ai bisogni autentici, ti restituisce i valori.
C’è una dose di egoismo anche nel dolore. È il tuo mondo che intendi conservare quando scuoti la testa e ti ripeti che non è possibile, che sembra ieri che stavamo lì a discutere dello striscione in Sud, del gruppo o del passaggio dei Pescaresi su Viale Ofanto. Ti aggrappi con le unghie al terreno che scivola sotto i piedi. Mentre il passato si spopola, lasciandoti solo con un presente che, più lo guardi, più non ti somiglia. Che non ha i contorni di città in cui sei cresciuto. Matteo era in balaustra. E cantava forte. Per spingere la squadra. Tu eri un ragazzino e volevi imitarlo. E lo seguivi, come logica conseguenza. Dapprima in casa, rispondendo al suo incitamento. Poi in trasferta, con le migliaia di lire per un bigliettino con un numero che corrispondeva al tuo nome. Sul pullman o sul treno speciale. Tutto qui. Semplice. Elementare. Come dev’essere.
E ti ritrovi dentro un universo parallelo governato dalla passione, quando qualcuno ti ci traghetta. E ti accorgi che non è poi così sciocco cantare a squarciagola per quelle maglie in campo. Non è disdicevole , né imbarazzante. È magnifico.
Eppure, c’è stata gente che questo passaggio non te l’ha mai fatto vivere come un rito iniziatico, come roba da massoni. Beh, è a questa gente che bisogna riferirsi quando si parla di “vecchio stampo”. E quando questa gente viene a mancare, manca sul serio.
Il fuoco di decine di torce. Come quando non era proibito.
Le teste da una parte all’altra dei gradoni. Come quando non si era in quattro gatti. E lo stile contava tanto quanto. Le mani al cielo. Tutti. Un solo striscione, un solo nome. Quello a cui dobbiamo quel che siamo, in un modo o nell’altro. Il coro: Come i vichinghi re dei mari. E non ho pensato più all’sms del primo dell’anno, quello con cui ci auguravi serenità e felicità; né alle lavate di testa ai giocatori negli spogliatoi; né a quella volta coi giornalisti; né al fatto che no, non mi sei mai sembrato cambiato dal Novantuno. “Insò, Mattè, come lo vedi sto Foggia?”. Ho fissato la foto sul carro funebre. Incredibile. Puoi non frequentarti per mesi. Ma sapere che le persone ci sono, è un’assicurazione sulla vita. L’ultima volta ci siamo incrociati di sfuggita. Non mi avevi visto. “Buon lavoro, Mattè”. E mi hai risposto voltandoti di scatto, col sorriso di chi sa che – oltre ogni divergenza scaturita dal gioco di quel mondo parallelo in cui quelli come te ci hanno traghettato – sono queste le cose che contano. Il rispetto, l’onestà, la sincerità. Come i vichinghi re dei mari. Ed è salito il magone. E la rabbia. Per la tua vita, per i tuoi figli, per la tua famiglia. Per come è andata. Per come non doveva andare. Ma anche per noi tutti. Uno accanto all’altro in quella che era la nostra casa. Così presi dalla gara del chi è migliore da dimenticarci che, uniti, siamo uno schianto. Così coinvolti nelle nostre esistenze separate da dover attendere la morte di uno di noi per ritrovare il senso di ciò che ci legava. Questo, come capita nelle famiglie, ci ha insegnato la tua morte orribile, Matteo.
Il dramma è che non impareremo proprio un bel niente.

Buon viaggio. Se esiste un Aldilà, di sicuro non avrà il prefiltraggio.

26/10/13

La normalità antecedente



Venerdì 25 ottobre 2013, Cosenza-Foggia 1-1

Dev’essere lo stesso per gli spazzini.
Dopo che passi gran parte della tua vita tra i vicoli, a riempire buste di lerciume, dimentichi che al mondo esistono pure le persone pulite. È una questione di prospettiva. Così, mentre l’ispettore brizzolato col cappello ci parla sforzandosi di mantenere la calma, e placidamente ci inviti a non farci “daspare”, ci sembra tutto assurdamente normale. Normale. Che dietro agli uomini in divisa brillino le luci dei fari, che oltre questo cancello metallico e il conseguente terrapieno di cemento armato, vi sia un settore ospiti. E un grande prato verde dove nascono speranze. Abbiamo completamente rimosso che un tempo era questo il motivo per cui si viaggiava. Si comprava un pezzo di carta da un omino chiuso in un cubicolo, come un prete al confessionale, e si varcavano velocemente gli accessi. E, una volta sui gradoni, si cantava, si sudava, si lottava. Per la maglia. O per la squadra, quando ancora la maglia non si portava. Adesso, questo onesto servitore dello Stato ci sta illustrando, con la cura di un buon padre che spiega il mondo a dei bambini neanche tanto discoli, che per il nostro bene è opportuno ruotare il muso delle nostre quattro macchine e puntarlo verso casa. Che di mezzo ci siano 60 o 600 chilometri, poco cambia. E a noi, che abbiamo sentito questo discorso altre tre volte in poco meno di due mesi, sembra già normale. Se non logico. Gli esseri umani si adeguano in fretta ai mutamenti. Dev’essere stato così anche per le specie sopravvissute alla glaciazione. Che ti guardi intorno e non vedi mammut e dinosauri, dopo che per una vita sono stati lì. E dopo cinque minuti, ti abitui. La vita va avanti.

In un parcheggio di un centro commerciale. Roba da Wolverhampton. La scelta tra due direttrici di volo. Una lunga e dritta, l’altra più breve e pittoresca. Anche nei saliscendi e nei lavori in corso. Optiamo per la seconda, ma ricorrendo al voto di fiducia. Tangenziale a uscire. Puntiamo sulla Basilicata più profonda. Abbiamo una scorta di birre a fare da apripista al più classico dei William Lawson’s. Ma siamo senza borse frigo. Così, l’accendino che funge da stappa bottiglie è costretto ad un superlavoro. Ascoli, Candela. San Nicola di Melfi. Il Foggia gioca di venerdì. Al covo, per stasera, preparano dolci e rum. È incredibilmente affascinante sapere di essere in luoghi diversi e concentrarsi, con la stessa dedizione, sui medesimi colori. Contribuendo a spingere quella palla in porta come e più degli undici in campo. Era così ai primissimi tempi del gruppo. O quando la brigata bolognese ci raccontava delle partite viste dal cinese. Seguire questa squadra di emigranti ed esuli sparpagliati nei bar di mezzo mondo, è come per due innamorati – nell’era pre-Skype – fissare la stessa stella. Noi siamo dei privilegiati. Noi ancora possiamo cullare il sogno di vederla dal vivo, quella maglia. Solitamente indossata da cessi col pedigree da cessi. No, non si dice così. S’è ripresa, questa squadra. Ha vinto in casa e poi a Messina, ha pareggiato con l’Ischia dopo aver dominato un tempo. Oggi va a far visita alla capolista. Speriamo gradisca. Ma in cuor nostro sappiamo di avere le stesse possibilità di entrare che avevamo sul traghetto per la Sicilia. Rionero, Istinto brigante, la sagoma solida di Castel Lagopesole. Prima sosta per la pipì a undici chilometri da Potenza. Riempiamo i plastici calici di whiskey e osserviamo. È un discreto plotone, questo che si allarga sul piazzale. La nostra, però, constatiamo non senza una punta d’amara tristezza, è la macchina più anziana. Trentacinque anni di media. Una cosa da deformare il ghigno al disgusto. C’è gente qua in mezzo che non lo conosceva neppure a Zuzzurro! Buttiamo giù la nostra razione di veleno, e ripartiamo. Titograd. Brienza. La nostra ram ci comunica impressioni di ottobre. Ci siamo già stati qui. Era il 2009. E tutto, dal cielo plumbeo al colore del pietrisco, ci sembra intatto. Sembra quel mattino. Una vita fa. L’orrore. Il WL è finito! È un attimo. La nostra vettura lascia sfilare il piccolo corteo. Le quattro porte si spalancano come per un assalto al portavalori. Tutti giù. E gli abitanti del mezzo si immergono fino al bacino nel frenetico viavai della Quinta Avenue. Ad un barista si spiega che il calcio non è più quello di una volta. Non è “quel che proviamo”. Mentre qualcuno punta una Sigma che, in realtà, è un vivaio. Dio benedica sempre quei frangenti in cui ci si perde. Perché ritrovarsi è strano. Nell’abitacolo ricomposto fanno capolino, nell’ordine, un Bellmore impacchettato e un pizzico di vanagloria. “La ragazza del negozio mi ha lasciato il suo numero”, “Davvero? Te l’ha scritto di nascosto?”,  “No, è sul bollino”. Sala Consilina si mostra a sinistra. Fa schifo come ogni volta. Calabria. La Sa-Rc sembra sgombera e lineare. Sembra un’autostrada. Il nuovo nettare apre dibattiti e comparazioni. Ad un certo punto, urlano tutti. E nessuno ascolta nessuno. Si spazia dalla Supporter Card agli Scotch, da Wikileaks al turismo religioso. Una babele al cui confronto i System of a down che piazza il pilota suonano docili alle nostre orecchie come la Royal Philharmonic. Ci ricompattiamo, senza essere venuti a capo di nulla, a 70 chilometri dalla meta. È buio, ormai. A detta dei navigatori che ci mobbizzano, arriveremo alle 20:11.

Cosenza , vista da qui e a quest’ora, sembra Potenza. Se non proprio Catanzaro. Svincoli a dismisura, palazzoni intesi come nuclei abitativi a sé stanti, isolati e conclusi. Eppure la ricordavamo bella. Le luci del San Vito sono fredde. Eravamo custodi di una memoria differente. Persino l’ingresso al settore. Ma erano altri tempi. Era la normalità precedente. Dai finestrini ci è passato accanto il botteghino. Le luci nel loculo di cemento comunicavano apertura. Il plotoncino di agenti che ci viene incontro e chiude a doppia mandata il cancello, tutt’altro. Il dialogo col dirigente è breve poco dinamico. Non resterà alla storia delle trattative. Più o meno come la Conferenza di Monaco. Noi diciamo quel che diciamo sempre, che vorremmo entrare a vedere una partita di pallone. Pagando, s’intende. Quello si stringe nelle spalle e risponde che no, non è possibile. Proviamo un paio di carte a sorpresa, ma non c’è sorpresa che tenga quando la controparte non è disposta a giocare. Quindi vabbé, ciao. La foto canonica, di spalle, con le pezze. No, non è una nuova moda. Noi non viaggiamo per riempire un album. O, peggio, ritenerci migliori di altri che non si mettono in posa fuori dai settori inviolabili. Se fosse questo il nostro intento, saremmo da ricovero coatto. Noi ci muoviamo con la speranza incrollabile di riuscire a varcare quelle soglie e vedere i nostri crossare, lisciare, spazzare l’area. Come certi malati terminali che organizzano le vacanze estive. Per far si che un briciolo di normalità antecedente seguiti ad imporsi nelle nostre esistenze. Plasmate anche su questo. E se il brivido – oggi come oggi – viene dalla mezzeria che finisce sotto la carrozzeria e dai chilometri che si inseguono sui cartelli, allora non badiamo a spese. Anche se fa male ammettere che così è riduttivo. Che sembrano lontani anni luce i tempi in cui allo stadio si poteva entrare. Ma è quanto di meglio abbiamo. E lo conserviamo gelosamente. Circumnavighiamo la città, rassegnati all’evidenza. C’è la diretta Raisport. Direzione Nord. La prima uscita ci annuncia che siamo prossimi ad un posto che si chiama Montalto Uffugo. Anche questa è poesia. Sapere che esistono luoghi sulla Terra che passano, in un clic della freccia e per una coincidenza del fato, dall’assoluta insipienza alla piena familiarità. Poesia. Una volata e ci ritroviamo, senza fiato, faccia a faccia col gestore di una pizzeria. Che stava chiudendo. C’è una saletta, a sinistra. Un televisore. Spento. Il pizzaiolo garantisce che anche loro stavano vedendo la partita. Ma non c’è bisogno di accattivarci. Siamo affamati e non desideriamo altro che mangiare. E vedere il Foggia. L’ispettore, allo stadio, ci aveva garantito che si fosse sul due a zero per il Cosenza. Come se fosse bastato quello, un risultato avverso, a farci desistere. Uno che ha paura di perdere non tifa per il Foggia, amico. Ordiniamo quattro, forse sei pizze con la nduja. È appena cominciata la ripresa. Uno a zero per loro. Pizze al tavolo. “Hai dell’olio piccante?”. Il pizzaiolo, che è calabrese e su queste cose non scherza, risponde (piccato): “Perché? Non è già piccante?”. Forse abbiamo fatto una gaffe, ma guai a tirarsi indietro: “No”. E piovono peperoncini, grandi come fragole. È una mattanza. L’urlo del pari su rigore è straziante. Sembra dire: sono qui a due passi, non possono sentirci. Anche nella grappa c’è il peperoncino. Offre la casa. A cerchio, brindiamo. Al pari in casa della capolista. Alla nostra forza d’animo. Alle battaglie perse. Agli altri al covo e ai foggiani che, in mezzo mondo, hanno urlato come noi al pareggio. Ai chilometri che ci separano da casa e a quelli che faremo la prossima volta. Alle rossonere. Il tempo di entrare in macchina. E resta sveglio solo l’autista. Ma è tardi per portare indietro le lancette del tempo e brindare anche a lui. Si potesse fare, torneremmo indietro all’epoca in cui si poteva comprare un pezzo di carta da un tizio chiuso in un cubicolo. E si poteva vedere il campo di gioco.

 

Il Libro