23/12/14
Postilla
L’ufficiale giudiziario è una donna bionda. Parla con un poliziotto dall’accento campano. È tesa, si direbbe quasi preoccupata. Chiede all’uomo in divisa di prepararsi. Di affrontare di petto i “tifosi del Foggia” presenti nell’aula cinque. Di invitarli, con fermezza, ad uscire. Che il prossimo procedimento è a porte chiuse. La divisa si gonfia d’orgoglio. Lo specchio della sua mente gli rimanda un John Wayne appiedato. “Se vado io, si sa come finisce”, pigola la donna. Sono uno di quei tifosi che aspettano il procedimento successivo. E sono nei paraggi. “Com’è che finisce, signora?”. Anche l’avvocato ha parlato di “clima politico” non sereno. Gianni e Alessandro sono dietro una porta perennemente socchiusa. Ci alziamo sulle punte, scegliamo angolazioni sempre più ardite, ma non riusciamo a vederli. La guardia penitenziaria sorveglia. Dalle nove del mattino, attendiamo questa direttissima. È l’una. Tra due giorni è Vigilia di Natale. Li vogliamo liberi, li vogliamo a casa, coi loro affetti. Ma quel “clima politico” non ci fa stare tranquilli. Lo Stato, quando subisce uno smacco o deve coprire qualche vergogna, diventa vendicativo. E da noi, sabato, c’è stato l’uno e l’altra. Il pubblico ministero, donna anche lei, chiederà la conferma della misura cautelare in carcere. È la prassi, probabilmente. Ma anche il piacere sottile di seguitare a perseguitare gli ostaggi. Perché siamo ostaggi, tutti. Gianni e Alessandro non possono inquinare le prove, né sussiste per loro pericolo di fuga. Però sono nelle loro mani. E devono decidere di blaterare spiegazioni. Di scegliere tra l’accertamento della verità e la libertà. E i due termini sono antagonisti, in un’aula di tribunale. E allora arriva la tentazione di vomitare dei bla, bla e far contenti i nostri tutori, sposandone la loro versione. Farli felici. E tornarsene fuori. Un ricatto, una cappa di fastidio. Aspettiamo. Ci giunge l’eco della conferenza stampa del questore. “Abbiamo dovuto sopportare una tensione nervosa notevolissima”. Poveri cuccioli! “La colpa è dell’ubicazione dello stadio”. Sono giorni che ascoltiamo idiozie. Ma sembrano mesi. Parla della “popolazione civile” che, in macchina, quella sera, tornava dalle compere e s’è trovata dinanzi a gente armata. Parla di donne e bambini. In uno stadio isolato, continua, queste cose non succedono. “In uno stadio isolato non c’è la popolazione civile coinvolta”. Ma di preciso, noi cosa siamo? Paramilitari? John Wayne ci fa uscire. Ma noi sapevamo sin dal giorno prima che sarebbe stata un’udienza a porte chiuse. John crede sia dovuto al suo carisma. Farli felici. “La Curva Nord è rimasta dov’era e ha cercato di scavalcare per arrivare a contatto coi barlettani”. Già, come facciamo di solito. In attesa della squadra. “Siamo stati costretti ad una carica di alleggerimento che i tifosi non hanno preso in maniera democratica. Il resto dello stadio era vuoto”. Sbuffo, sbuffiamo. No, non ci prenderanno per sfinimento. Eravamo lì, a quel boccaporto. Ne conserviamo gelosamente i segni. Non dobbiamo cedere allo sconforto. Ripetere dieci, cento, mille volte la nostra versione. Fino a stancare, fino a stancarci. Non siamo sotto processo, noi. Non dobbiamo per forza scegliere tra libertà e verità. Anche se la verità è scomoda e, come ci fa notare qualcuno, potrebbe appesantire la situazione giuridica dei processati. Ricatti, ovunque. E ovunque processati, anche a piede libero. Il questore dice che la Nord gli ha intimato: “Noi non ce ne andiamo prima degli ospiti”. E che loro sono, quindi, stati obbligati a “rintuzzarci” con una carica. Quanta infamia. Eppure, quello era l’uomo che si preoccupava delle donne, dei vecchi e dei bambini nel traffico delle compere. Quarantotto lacrimogeni ha sparato la polizia, quattro i carabinieri. I bambini nel traffico. I bambini in curva. Flebile ci arriva la voce di Gianni. Si difende, non patteggia. Ne siamo felici e preoccupati al contempo. Il ricatto ci è entrato nelle ossa, come il freddo di dicembre. Ma ormai siamo in ballo. Entrano i capisquadra della celere di Bari. Anche la sentenza è a porte chiuse. Poi si spalancano le porte ed escono gli avvocati. Liberi. Obbligo di firma nei giorni dispari. Processo penale a marzo. In attesa del plotone dei daspo. Uno sguardo a Gianni, che zoppica. Ha la faccia livida. Anche il tono di voce non è stato il suo, per tutta l’udienza. Un pensiero rabbioso va alle ritorsioni. Alle vendette degli apparati. Ai colpi subiti a battaglia conclusa. Da ostaggi. Il pubblico ministero chiede a John Wayne di farci uscire tutti. Teme per la sua incolumità. È affascinante questo mondo rovesciato in cui gli aguzzini temono. Loro. Che avrebbero tenuto dentro a Natale due ragazzi pur di coprire lo scandalo della gestione dell’ordine pubblico. Non dobbiamo farli felici.
22/12/14
La versione della strada
Della celere ricordo le facce. Le espressioni tirate, i lineamenti deformati, gli occhi. C’era la squadra sotto il settore. A prendersi l’applauso, nonostante tutto. Il rumore sordo dei manganelli. Gli scudi. Una selva di colpi. Stanno entrando, ci siamo detti. Senza dire niente. Stanno entrando in curva. Inaudito. Inammissibile. In curva non si entra, è legge non scritta. Consuetudine acclarata. Da sempre. E noi, in questo angolo, siamo stipati come su un bastimento che va alle Americhe. In migliaia. Non regge la questione dell’ordine pubblico. I barlettani sono dall’altra parte, distanti da noi quattro barriere di vetro. E la curva stessa è strutturata in maniera tale da eliminare qualsiasi possibilità di contatto con gli ospiti. Carabinieri, Finanza e polizia, in curva ci sono sempre stati. Giù, nello spazio che divide i cancelli d’ingresso dai gradoni veri e propri. Nulla di anomalo. Oggi, poi, sono tanti, tantissimi. Sei blindati hanno scortato i tesserati da Barletta a qui. Altri cento uomini delle forze dell’ordine erano disseminati lungo il percorso cittadino dei pullman e attorno allo “Zaccheria”. In cielo, un elicottero. Impossibile arrivare allo scontro. Inutile mostrare i muscoli. Eppure ce l’hanno detto, all’ingresso: “All’uscita vi sfondiamo!”. Una promessa solenne. Che ci tenevano a mantenere. Senza il minimo riguardo per le conseguenze. La squadra sotto il settore ci fissa. Fissa quella scena. Il boccaporto intasato dai caschi blu. Calano dall’alto, come un conato di vomito. Le facce, dicevo. Hanno il sangue agli occhi. Sono inferociti. Non stanno mantenendo l’ordine. Si stanno vendicando. Un ragazzo molto giovane gli volta le spalle, alza le mani, chiede di poter andare via. Vorrebbe dire che non c’entra. Che è finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sento la paura nella sua voce. Lo colpiscono alla schiena. Lui si protegge la testa. Lo abbattono. È preso in mezzo. Perché adesso ci siamo anche noi da quella parte. Noi, guerrieri ingenui, tanto eroici quanto sciocchi nel voler difendere tutti. Tutti quelli che vengono in Nord. Da queste bestie. Sento le voci attorno a me. “Non abbiamo niente! Non abbiamo niente, cazzo!”. E allora si va a mani nude. Non devono entrare in curva. In tre schiacciano M. alla vetrata. Lo colpiscono ripetutamente. Al capo, sulle spalle, sul collo. Lui continua a rispondere. Finché non viene sottratto alla furia. E chi lo porta in salvo la paga. Volano colpi alla testa. Occhi negli occhi con la feccia in divisa. È odio quel che leggo. E spero che lui legga lo stesso. Fanno male le mani. Ma la Nord si difende. A costo di spaccarsi le nocche sui caschi. Non devono entrare. Ma ormai ci sono quasi. Stanno violando la nostra casa. Mentre migliaia di persone si accalcano. Una sull’altra, in un’onda simile all’impetuosa risacca. Ero bambino quando mi raccontarono dell’Heysel. La gente nel panico, nei luoghi affollati, non è mai un buon presagio. Qualcuno grida che bisogna calmarsi, calmarsi. Ma le merde entrano. Due metri, non di più. Il corpo a corpo è esteso su tutta la linea. Colpiscono freddamente, questi. Alla faccia. Stringendo i denti in un ghigno rabbioso. Urlando insulti. In barese, in napoletano. “Carica! Carica! Carica!”, grida il loro comandante. Ancora e con foga. Poi parte il lacrimogeno. Sulle persone che si accalcano. Sulle persone che cercano salvezza dall’altra parte. Un lacrimogeno. Sui bambini. Merde, merde e ancora merde. Feccia dell’umanità. Non si respira, si tossisce. Qualcuno si affaccia alla balaustra. Vedo la pezza del mio gruppo. Devo superare il blocco della trachea e uscire presto dalla nuvola tossica, se non voglio trovarmeli addosso. Sento le urla. Urla maschili ed urla femminili. E vedo un bambino vomitare anche l’anima. Penso a me alla sua età. Penso che non è giusto, che sono cresciuto in questo stadio. E che probabilmente questo bambino non ci tornerà più. Li odio. Di un odio autentico. Ormai sono dentro. La digos prova a trattare. Si schierano lungo la vetrata laterale. Quella che, anche da sola, sarebbe bastata ad impedire il contatto con i barlettani. Ovunque gente dagli occhi rossi. Ovunque gente che sputa. Quelli continuano a manganellare. Sento lo stomaco che mi esplode. Brucio rabbia come combustibile.
Un ragazzo sbuca dal buio: “Se facciamo il giro da quella parte, li prendiamo!”. La risposta arriva dopo un attimo di intorpidimento del pensiero. Ed è un’altra domanda: “A chi?”. “Come a chi? Ai barlettani?”. I barlettani? Ma nessuno ci pensa più, ai barlettani! Davanti alla tribuna, in fondo a viale Ofanto, lungo il muraglione del D’Avanzo, l’aria è bianca. I vestiti si impregnano. Lacrimogeni, sparati di continuo, a rosone, senza badare a fare economia. La mia città è qui. E, se non fosse per l’adrenalina, ne uscirei commosso. Le cariche della celere allo stadio hanno una vita propria. Non è come ad un corteo di cassintegrati. Lo scontro con gli avversari, il tentativo di raggiungerli, al netto di qualche esagerazione, è sempre una danza mistica, una messinscena seria. Quando le forze dell’ordine caricano, di solito, la reazione della gente è di gran lunga non commisurata all’azione posta in essere. La fuga, in altre parole, è più probabile del contrattacco. Ma stavolta non solo non è così. Stavolta è Foggia a caricare. Per un’ora. Per un’ora e mezzo. I giornalisti, possono berciare versioni di comodo. Parlare di rabbia ultras per una sconfitta nel derby. O di polizia tirata in mezzo dalla follia di chi cerca di raggiungere gli odiati cugini. I politici o gli aspiranti opinion leader, coi loro ghost writers, possono vergare anatemi contro la violenza dei teppisti da stadio. E solidarizzare coi i tutori feriti che, a notte, ancora si facevano i selfie davanti alla questura. La verità della strada, come sempre, è altra. Un manipolo di esaltati in divisa ha attaccato una curva intenta a smaltire la famosa sconfitta in un abbraccio simbolico ai propri calciatori. Ha acceso la miccia mai sopita dell’odio. Dell’odio autentico. Senza quello, la gente – ultras e non – sarebbe tornata alle proprie faccende dopo aver ammesso che era impossibile raggiungere i rivali e fargli i rituali complimenti per la vittoria sul campo. Invece, le cariche e le controcariche che si sono protratte per un tempo indefinibilmente lungo, hanno dimostrato – a chi sa e vuole leggere la realtà – che tanta gente era disposta al daspo, all’arresto, e alle botte, pur di dimostrare che nessuna azione, sull’asfalto, rimane impunita. Che l’asfalto non è un’aula di tribunale. Impuniti non rimarranno quei ragazzi, che la faccia ce la mettono sempre. E che pagano. Impunito rimarrà chi ha dato l’ordine osceno di caricare un settore di duemila persone schiacciate come sardine; chi ha sparato sui bambini; chi ha rotto teste con una determinazione degna di migliore causa. Ma è così che va il mondo, da queste parti. Non ci resta che accettare. Che tre ragazzi dovranno pagarsi le spese legali dopo un rastrellamento all’interno dell’ospedale, dove si erano rifugiati per sfuggire agli scontri. Che un quarto riceverà la diffida, dopo essere stato catturato mentre guidava il fratello nella manovra che l’avrebbe portato fuori dal parcheggio, in quella nebbia urticante. Che Gianluca si curi da solo le ferite causate dal pestaggio subito nei blindati. Che Gianni e Alessandro subiscano, dopo due notti di cella, domattina il processo per direttissima. Noi paghiamo sempre. Ma la strada sa come sono andate le cose. Anche se nessun tribunale è disposto ad ascoltarne la versione.
19/12/14
"Tu, stavolta, non vieni"
Un po’ l’aria strana l’avevo notata. E’ come se avessi fiutato qualcosa. La settimana era finita, i ciottoli di Via Arpi e la Giovanni Pascoli erano alla spalle. Oltre i tre archi delle mie ansie da scolaro. Sarebbero tornati a rapirmi il pensiero solo a tarda sera, alla domenica. Quando la Clerici di “Domenica Sprint” avrebbe dato appuntamento alla prossima puntata, spazzando via quel mondo sospeso che era il fine settimana Un altro lunedì, da lì a poco, sarebbe venuto a prenderti, a strapparti dal tepore di una casa che abitavi da un mese e mezzo e t’avrebbe riportato sui banchi di scuola. Ultimo baluardo prima della campanella, il profumo del krapfen alla crema con amarena della pasticceria all’angolo delle otto del mattino. Di ogni mattino.
Sabato 9 marzo, però, c’era qualcosa che non andava. A casa, il babbo parlava poco e l’eco della vittoria al Celeste di Messina sembrava sopito. Avevo 8 anni, l’album della Panini e il calendario tascabile di cartone sempre tra le mani. Poco più di un amuleto, sapevo a memoria il cammino di un Foggia che s’accingeva a vincerlo quel campionato di B.
I grandi, intesi come i cugini grandi con comitiva annessa non parlarono d’altro in quella settimana. Francesco e Guido quotidianamente “spacciavano” voci che, già di seconda o terza mano, rimbalzavano al “quarto”. Il “Quarto” era la nostra contrada, Via Spalato, via Quercia e Vico dei Conciatoi, il quartier generale, il campo base, la capitale della nostra nazione.
Voci di “allerta” portati oltre i livelli di guardia, di risse, di rivalità ataviche da rinnovare, di sassaiole che furono e che sarebbero state. Rivisitazioni e rievocazioni in chiave romanzata di barelle e di tumulti nella nord, nel derby dell’Immacolata di cinque anni prima.
Riferivo a mio padre che mi invitava a non prendere in considerazione quelle voci, a lasciar perdere chi mi raccontava fandonie, perché “allo stadio si tifa per il Foggia senza pensare agli altri”. Ma mio padre non era quello di sempre. Era distaccato, sfuggiva l’argomento, si defilava, non ne voleva parlare.
Pistella, tale Pistella, era lo spauracchio che agitava la notte della vigilia. All’indomani ero pronto per l’evento. Il giubbino verde con Mickey Mouse sulla schiena, il calendarietto tra le mani. Ero prontissimo per il mio primo Foggia-Barletta. Avrei come al solito, inalato il fumogeno, chiuso gli occhi sentendoli bruciare, risposto “Si” alla domanda “Ci vedi?” di mio padre. Avrei, come al solito, inneggiato a Franco Mancini mentre lui avrebbe salutato la Nord, poco prima del via alle ostilità.
Ma dopo il fugace e silenzioso pasto domenicale, su quel bimbo di 8 anni si abbatté il più cinico e mostruoso dramma. Di quelli che, per quello che eri, ti fanno perdere il respiro e ti fanno piangere ininterrottamente. Nella mia infanzia, mi dicono, non mi sono mai incapricciato e non ho mai sbattuto i piedi dinanzi ai rifiuti, alle negazioni, ai divieti e ai “niet”. Mai preteso un giocattolo incondizionatamente, mai piantato grane, mai rotto i coglioni oltre un certo limite. Ma quella che stava per arrivare, era una mazzata tremenda.
A un’ora e mezza dal derby, mio padre gettò la maschera: “Antonio, con mamma abbiamo deciso che, per oggi e solo per oggi, tu la segui qua. Mamma ti sistema la radio. Allo stadio, è troppo pericoloso”. Capii subito che non c’era nulla da fare, che la sentenza era inappellabile. Nella Opel verde di zio Leonardo, quella ribollente delle passione dell’immediata vigilia che avrebbe finito la corsa come al solito a San Giuseppe Artigiaono io, stavolta, non ci sarei stato.
Francesco e Guido, nella cameretta nuova di zecca, provarono a consolarmi. Vanamente. Simularono un Foggia-Barletta al Subbuteo. Finiva 2-1 e segnava Pistella. Poi andarono e dinanzi a me si spalancò l’abisso.
Ascoltai alla radio la cronaca di quella gara. Strinsi, rabbioso, il pugnetto al gol di Rambaudi, ripresi a piangere al sinistro su punizione di Signori. Non accadde nulla di pericoloso alla stadio, solo qualche pietra.
Mio padre evitò di parlarmi di calcio per i due giorni successivi. Non se la sentiva, forse era il suo modo di chiedermi scusa. Sapeva, e sa, di averla fatta grossa.
P.s: A quella domenica di marzo ripenso spesso. Sono convinto che quel giorno, la tristezza si sia servita del calcio, della mia più grande passione, per palesarsi. Per la prima volta, quasi teneramente, nella mia vita.
Sabato c’è Foggia-Barletta. Non è un caso. Lo so.
24/11/14
Il divieto di fumo e il rito d'iniziazione
I gobbi stanno passeggiando sulle macerie della Lazio e banchettano sulle speranze di vedere una bella partita nell’anticipo del sabato sera. Fuori c’è gente con buste in nylon. I reduci della fiera di Santa Caterina popolano una Via Onorato accesa solo nel riflesso della grande scritta “Autorimessa”, che campeggia da trent’anni in testa ad una saracinesca, mai doma,di un vecchio garage. Di quelli che hanno ancora la chiusura a mezzanotte e che non si sono arresi alla moderna logica dei telecomandi e dei cancelli apribili dall’esterno.
Tra un’ora, pure di meno, ci mettiamo il piumino e
inzuppiamo in una birra bionda in zona Macchia Gialla, l’attesa dell’evento. Che
non sarà mai il gran premio di Abu Dhabi, né tantomeno il singolare che può
decidere, a Lille, la coppa Davis. Quelli, al massimo, sono companatico. Sono
intrattenimenti che caratterizzano il day-before. Perché l’evento, a queste
latitudini, è uno. E stavolta cade di domenica.
Il babbo versione casalinga è sulla sdraio accanto al
sofa. Ha già, e con irrisoria facilità, violato il protocollo del “non si fuma
in casa”. Se l’è cavata con la snervante umiltà del “…che dic, m’a pozz fum’à na
s’garett…?”. Tu non rispondi, allarghi le braccia, e lui, che ha già l’accendino
in mano, aggredisce smanioso la prima boccata alla Marlboro rossa. Quelle che
non posso fumare davanti a lui perché, dice lui, sono troppo forti per me. E non
ho mai capito perché per lui no.
Il trucco per sterzare sull’arida menata del “ma perché
non fumi fuori?” è oramai noto. Cambiare immediatamente argomento. Subito dopo
aver ottenuto il silenzio-assenso, il babbo è maestro nel cambiare argomento.
Come dire, nell’andare oltre, nel metabolizzare quell’ennesimo strappo alla
regola. Quasi nell’insabbiare. Una volta tira fuori Renzi che è come quell’altro
nanetto, un’altra l’Isis e il paradosso del Kurdistan. Oppure passa agli
aneddoti da paramilitante ultras, o si serve del primo spot che passa in tv. Un
tempo, il suo preferito era quello di un liquore. In quella pubblicità, finiva
sempre che i protagonisti superavano un’ardua prova, dovevano sempre portare in
salvo qualcosa. E mio padre avrebbe tanto voluto che finisse diversamente. E che
finisse male per questi stoici protagonisti dell’advertisement italiota. Con
tanto di rottami dell’aereo ammarato, e senza il cin cin con
l’amaro.
Stavolta è diverso. Si resta sul calcio. Bonucci ha
sbagliato il tempo di uscita e ha beccato un giallo. E lui sentenzia: “Non ci
sono più di difensori centrali di una volta”. E’ solo l’incipit, la miccia
accesa di un discorso che durerà una buona decina di minuti. Mio padre, e sono
testimone, è stato un impavido sostenitore di Pasquale Padalino. Dai tempi della
nord con Caramanno prima e con quell’altro poi. Diceva che era fortissimo e una
volta, me lo ricordo, gli toccò difenderlo alla fine di un Foggia-Padova
culminata con la sfortunata autorete proprio di Padalino. Citiamo Matrecano,
Consagra, Petrucci, Rinaldi, passando per Pirazzini. Io ribatto con Zanetti,
Ignoffo, Carannante e Beppe Di Bari. Ad un tratto ha un’amnesia. Non ricorda il
nome di uno bravo, che fu pure capitano. “Era con Marchioro e pure con
Caramanno. Ma come diavolo si chiamava?”. Scatta, sobbalza dalla sdraio e
afferra gli occhiali. “Mo, m’agghia lua’ stu sfi’zi…”. Va tra gli album, poi
incrocia l’opera omnia. E’ la storia del Foggia in due volumi, domina la mensola
sul corridoio. Lo seguo e lui intima di prendere il secondo volume.
“
“Leggi che non vedo”.
“Papà, secondo me è Petrucci o Schio”.
“No, vai avanti…”
Volto pagina e sparo. “Ferrante”.
“Ferrante, Ferrante. E’ proprio
Ferrante”.
Dice che era una tosto, che si sapeva far rispettare e
che “menava taccarate”. Spesso, per mio padre, è quella la dote principale che
fa di un difensore il vero difensore. A lui piace il calcio fisico, si
infastidisce se qualcuno parla di spettacolo o di soli schemi offensivi. A
Foggia, e nelle tavolate delle festività, mio padre ha sempre avuto vita dura a
far prevalere le sue ragioni. Spesso lotta contro i mulini a vento. E, come suo
figlio, è sempre stato più orgoglioso della vittoria a Taranto in D che del 3-0
a Cava di qualche anno fa. Questione di mentalità, ma è un altro
discorso.
Si risiede e continua a parlare di Ferrante. Io sfoglio
ancora quelle pagine. E all’improvviso vengo colto da un’illuminazione
improvvisa. Fulminea. Come se qualcuno avesse acceso la luce. Per anni, mi sono
sempre chiesto, scavando nella memoria, quando avessi mai messo piede nel
tempio, per la prima volta. L’esordio allo Zaccheria, rimaneva avvolto in un
alone di mistero. “L’inconscio comunica coi sogni, frammenti di verità
sepolta”, canta Franco Battiato. Solo che, dopo anni di interrogativi,
l’inconscio non era più tale. Tutto di un tratto e grazie a quella pagina e,
prima ancora, al divieto di fumo infranto.
Di quel Foggia-Andria finito ai rigori la notte del 26
Agosto 1987 ho solo ricordi sbiaditi. Una bottiglietta d’acqua da mezzo litro
che mi fu offerta, le rete di protezione dietro la porta e la luce dei
riflettori accesa. Dicevano di Ciucci, dietro di me. E io pensavo che stessero
insultando l’altra squadra. Maglie bianche, poi la via dell’uscita e il
formicolio di persone su Viale Ofanto. Ora lo so, ho visto il Foggia battere ai
rigori l’Andria. E’ stata la mia iniziazione, da poco avevo spento cinque
candeline.
Mia madre, alla luce del mio racconto, è venuta ad
ascoltarmi in soggiorno. Ha dato, a 27 anni di distanza dell’incosciente, a mio
padre. Perché ero troppo piccolo per andare allo stadio, in Curva Nord, anello
inferiore.
Mio padre non le ha risposto, o forse si. Ha battuto
l’indice due volte su una foto a colori di una vecchia formazione e ha detto:
“Si, Ferrante. Era proprio lui”.
16/10/14
Meno di ottanta
Nel settembre del 2011 ci vietarono una trasferta in Piemonte. Una trasferta
inedita, senza precedenti di alcun genere. Ce la vietarono così, perché con un
No ti spicci. Agevolati, in questa come in altre materie, dall’incertezza
vigente all’epoca. Il capriccio era il vero faro, la stella polare, in quel
desertico settembre di C1. Il capriccio orientava i viandanti. L’ente preposto
a decretare o a negare le concessioni alla libertà di movimento di cittadini
italiani col vizio del tifo, era ancora il magmatico, misterioso,
para-massonico Osservatorio. Un’emanazione diretta del Ministero degli Interni.
Lo stesso che, attraverso direttive a pioggia sull’onda di decreti speciali e
invocazioni emozionali di poteri straordinari, si proponeva di debellare la
cosiddetta “violenza negli stadi”. Provvedendo a coadiuvare lo svuotamento
degli stessi già mirabilmente perpetrato dalla politica delle televisioni a
pagamento. Quella piemontese sarebbe stata la prima trasferta della stagione.
Il segnale era, dunque, pessimo. Saremmo rimasti a casa – pagando lo scotto
della fama, del numero o forse solo, per l’appunto, del capriccio – per l’intero
campionato. Ed un ultras senza trasferte è come un romanzo di Ken Follett senza
la guerra. Gonfio di una rabbia assai simile alla frustrazione, di un rancore
impotente, decido di alzare la cornetta e – previa ricerca sulle Pagine gialle
telematiche – di contattare direttamente la società piemontese. “Alle brutte,
mi sfogo”, pensavo. Forte del mio diritto e della ragione. Eh, già. Perché l’Osservatorio
non è mai stato, neppure in quel lontano 2011, una divinità pagana. L’Osservatorio
stilava, ogni settimana, l’elenco delle partite a rischio. E suggeriva – si badi
bene: suggeriva – alle società ospitanti di chiudere agli ospiti il settore di
competenza. Una direttiva ministeriale, in sostanza. Come quelle che giungono,
da che mondo è mondo, ai presidi e ai docenti delle scuole di ogni ordine e
grado. In cui si caldeggia una particolare attenzione per gli Scapigliati o per
i Vespri siciliani. Il telefono squillò due o tre volte soltanto, nonostante il
pomeriggio inoltrato. Chi controlla i maestri? Quale spia ministeriale s’acquatta
nelle aule per sincerarsi della messa in pratica della direttiva? Questo volevo
chiedere al malcapitato segretario, o dipendente della società piemontese. E
questo chiesi. Ferocemente. Anche quando il brav’uomo mi confessò di essere il
presidente in persona. Retoricamente provai a fargli notare che una società
come la sua avrebbe soltanto avuto di che perdere dalla sottrazione d’incasso
dovuta alla nostra assenza forzata. Che in terza serie non è come in Serie A,
dove i diritti televisivi sono così sostanziosi da rendere il pubblico pagante
un orpello inutile, quando non un fastidio. Il presidente ascoltò la mia
filippica. Poi, placidamente, mi chiese di fare altrettanto. Di ascoltare il
suo, di sfogo. E, dopo venti minuti filati in cui io stesso non sapevo cosa
ribattere, il suo tono era diventato differente. Era stravolto da una
frustrazione che, sebbene diversa per qualità e motivazioni, somigliava alla
mia. Ci salutammo con un senso d’impotenza simile ad un’ascia bipenne. Gli
avevo chiesto perché diamine le società del cosiddetto “calcio minore” non avessero
le palle di ribellarsi alle disposizioni vessatorie, palesemente assurde,
ridicole, che settimanalmente piovevano sul regolare svolgimento del
campionato. Mi aveva risposto di essere un ostaggio. Un ostaggio dei prefetti e
dei questori. “Io ho fatto salti di gioia quando ho visto che diverse squadre
meridionali erano state inserite nel nostro girone. Ho pensato agli incassi,
perché noi campiamo di incassi. Io potrei, con atto unilaterale, disobbedire
alle indicazioni dell’Osservatorio. Avrei il potere di sbloccare la vostra
trasferta. Ma poi, sai cosa succederebbe? Che domattina si presenterebbero al
campo dei funzionari di polizia, degli ispettori, e chiederebbero di monitorare
il nostro impianto sportivo. Troverebbero senza dubbio una violazione di
qualche norma di sicurezza. E imporrebbero la chiusura dello stadio. E non me
lo posso permettere”.
Presi per buona questa versione. A tal punto da ripetere questa storia dozzine di volte, come esempio del corto circuito. Soprattutto quando qualche amico – nel dispendio antieconomico di parole sulla Tessera del tifoso – riformulava a me la domanda da cui scaturì la frustrazione del dirigente al telefono: perché le società delle serie inferiori non si ribellano? Non fanno consorzio, non dicono che questo modo di interpretare il calcio senza pubblico sta riducendo ad una mesta morte per inedia le società che non accedono ai diritti televisivi? Nelle parole del presidente c’era tutto il fastidio dell’imprenditore. Ripeto: non era paragonabile al mio, sviscerato per semplice, corrodente passione. Nel suo orizzonte, vincevano i soldi. Come farli e come non farseli togliere. Il nuovo Decreto legge sugli stadi è passato alla Camera dei deputati. Solito schema: sull’onda emotiva per una tragedia (annunciata), sull’alta marea dell’indignazione collettiva fomentata da penne compiacenti e funzionali, il Parlamento italiano ha ritenuto opportuno dichiarare guerra, per la terza volta in sette anni, agli Ultras. O a quel che ne rimane. Il Dl si sbizzarrisce, dipanando la sua rete repressiva tra pene sempre più severe, sorvegliati speciali, distruzione del principio giuridico di responsabilità individuale (diffide di gruppo) e facoltà di sperimentare – finalmente! – la pistola elettrica, il Taser, su un ben nutrito gruppo di cavie. Ma c’è un passaggio che mi ha fatto ripensare alla telefonata piemontese. Riguarda, manco a dirlo, i soldi. Le società dovranno mollare dall’1 al 3% dell’incasso – è infatti specificato nel decreto – agli addetti alla sicurezza. Una forma di “responsabilizzazione” delle società calcistiche che, com’è ovvio, diventeranno ancora più drastiche nell’evitare che i propri facinorosi sostenitori riescano ad accedere agli impianti con strumenti di ottusa violenza quali torce, fumogeni, striscioni non dichiarati, coriandoli, piattini, pon-pon, tappi di sughero, fidanzate. Un provvedimento di scaricabarile da parte dello Stato. Che – leggo con un sorriso tagliato nel marmo – ha fatto insorgere le società. Tra accuse di incostituzionalità e minacce di sospensione del campionato. La riflessione è amara, per quanto banale. Ottocento presenti (questo il numero di spettatori che il presidente telefonico mi garantiva) a dieci euro l’uno fa ottomila euro. L’un percento fa ottanta euro. Sicuramente anche lui, oggi, minaccerà provvedimenti drastici. Si lascerà intervistare per dire che Adesso basta! Che Siamo stufi! Anche lui, tra i tanti, oggi sancirà che è stata violata la Legge, la Costituzione, la Civiltà. Lui, che come tutti gli altri, ha taciuto miserabilmente, avallando la sospensione di ogni diritto quando a farne le spese eravamo noi, che da psicopatici continuiamo a idolatrare una maglia ignorando volutamente il marcio che la circonda. Noi, che da venerdì, sabato o domenica, fronteggeremo la scarica sperimentale dei Taser per rivendicare la nostra libertà di colorare di passione gli stadi. Noi, collettivamente, valiamo meno di ottanta euro.
Presi per buona questa versione. A tal punto da ripetere questa storia dozzine di volte, come esempio del corto circuito. Soprattutto quando qualche amico – nel dispendio antieconomico di parole sulla Tessera del tifoso – riformulava a me la domanda da cui scaturì la frustrazione del dirigente al telefono: perché le società delle serie inferiori non si ribellano? Non fanno consorzio, non dicono che questo modo di interpretare il calcio senza pubblico sta riducendo ad una mesta morte per inedia le società che non accedono ai diritti televisivi? Nelle parole del presidente c’era tutto il fastidio dell’imprenditore. Ripeto: non era paragonabile al mio, sviscerato per semplice, corrodente passione. Nel suo orizzonte, vincevano i soldi. Come farli e come non farseli togliere. Il nuovo Decreto legge sugli stadi è passato alla Camera dei deputati. Solito schema: sull’onda emotiva per una tragedia (annunciata), sull’alta marea dell’indignazione collettiva fomentata da penne compiacenti e funzionali, il Parlamento italiano ha ritenuto opportuno dichiarare guerra, per la terza volta in sette anni, agli Ultras. O a quel che ne rimane. Il Dl si sbizzarrisce, dipanando la sua rete repressiva tra pene sempre più severe, sorvegliati speciali, distruzione del principio giuridico di responsabilità individuale (diffide di gruppo) e facoltà di sperimentare – finalmente! – la pistola elettrica, il Taser, su un ben nutrito gruppo di cavie. Ma c’è un passaggio che mi ha fatto ripensare alla telefonata piemontese. Riguarda, manco a dirlo, i soldi. Le società dovranno mollare dall’1 al 3% dell’incasso – è infatti specificato nel decreto – agli addetti alla sicurezza. Una forma di “responsabilizzazione” delle società calcistiche che, com’è ovvio, diventeranno ancora più drastiche nell’evitare che i propri facinorosi sostenitori riescano ad accedere agli impianti con strumenti di ottusa violenza quali torce, fumogeni, striscioni non dichiarati, coriandoli, piattini, pon-pon, tappi di sughero, fidanzate. Un provvedimento di scaricabarile da parte dello Stato. Che – leggo con un sorriso tagliato nel marmo – ha fatto insorgere le società. Tra accuse di incostituzionalità e minacce di sospensione del campionato. La riflessione è amara, per quanto banale. Ottocento presenti (questo il numero di spettatori che il presidente telefonico mi garantiva) a dieci euro l’uno fa ottomila euro. L’un percento fa ottanta euro. Sicuramente anche lui, oggi, minaccerà provvedimenti drastici. Si lascerà intervistare per dire che Adesso basta! Che Siamo stufi! Anche lui, tra i tanti, oggi sancirà che è stata violata la Legge, la Costituzione, la Civiltà. Lui, che come tutti gli altri, ha taciuto miserabilmente, avallando la sospensione di ogni diritto quando a farne le spese eravamo noi, che da psicopatici continuiamo a idolatrare una maglia ignorando volutamente il marcio che la circonda. Noi, che da venerdì, sabato o domenica, fronteggeremo la scarica sperimentale dei Taser per rivendicare la nostra libertà di colorare di passione gli stadi. Noi, collettivamente, valiamo meno di ottanta euro.
08/10/14
Non sta succedendo niente!
Note a margine di una fotografia
L’istante è nitido cristallo traslucido.
Se questa foto finisse in un blocco di stampe, sarebbe tra quelle che si limitano a fare volume; che vengono passate in rassegna con la rapida superficialità del pollice. In fondo, e all’apparenza, è uno scatto elementare. In bianco e nero. Gente sui gradoni di una curva a due piani. Nulla di rimarchevole, di meritevole, di eclatante. Negli anni Ottanta, la gente andava allo stadio. Punto. Nessuna novità. Quindi. Una foto da volume, per l’appunto.
Eppure.
Se ci facessimo prendere la mano dall’ansia di meraviglia, commetteremmo un errore. Ed in quella valutazione errata sarebbe condensata – come una metafora del contesto – la natura profonda della città nella quale è stata scattata. Ed alla quale appartiene. Perché quella è la Curva Nord di Foggia. Ed è proprio lo spirito della nostra città che induce alla superficialità, all’indifferenza, al sorvolo del lasciar perdere. Al non aguzzare la vista.
Come le sirene di Ulisse al naufragio.
Foggia ti fa credere nel fato e ti dispone l’animo al fatalismo. Per persuasione più che per violenza. “Nulla può cambiare”, dice la sua baritonale voce senza vocali. “Nulla si muove davvero”. E, anche quando sembra, è la solita, meridionale storia da Gattopardo. Non ne vale la pena. Non ti sbattere, non te ne incaricare, non ti spandicare. Muovi quel pollice, vai avanti con quelle foto! Svelto!
Ma bisogna coltivare il coraggio di disobbedire. Anche al buon senso della terra natìa.
Vale la pena soffermarsi sull’istante nitido e cristallino in cui il falso movimento di questa comunità si autorappresenta. L’attimo in cui si compie, con naturalezza, e quello in cui si ricorda. Si ricostruisce. Urge.
Foggia-Barletta. 9 ottobre 1983.
Quarta giornata d’andata. A bordo campo, lato tribuna, c’è un fotografo barlettano. Le due compagini non si incontrano, non si scontrano, da una ventina d’anni. Dai favolosi anni Sessanta. Da queste parti non è ancora così sentito, a livello calcistico, ciò che a livello popolare è quasi un’ovvia acquisizione dell’esperienza: mai fidarsi di quelli che vengono da Oltreofanto. Per i nostri avi, virgilianamente contadini, quelli dall’altra parte sono tutti baresi. Con lo strascico scontato di ciò che ne consegue; con l’intero portato di caratteristiche opposte alla nostra indole: commercianti, mercanti, speculatori, crumiri. Questo sono. L’Ofanto è il Danubio tra Serbia e Croazia. Da questa parte i martellatori dell’East End, da quella gli antisindacali di Milwall. 1983. Foggia, in quell’inizio di autunno, è una città delusa. Cinque mesi prima si era in B, in una posizione tutt’altro che disprezzabile. Bassa, certo, ma con due match-point da sfruttare in casa, con Varese e Pistoiese, ed una sola proibitiva trasferta in quel di Catania, per centrare la salvezza. E tornare a programmare il grande salto in massima serie. Ma, come spesso nel calcio, succede l’impensabile. Le più oscure previsioni vengono superate di slancio sul rettilineo del tracciato. Non solo i rossoneri perdono col Varese, sano e salvo a centro classifica. Ma per le modalità della rete di rapina, in extremis, del giovane Maiellaro – lucerino! – i foggiani danno vita ad una giornata di guerriglia urbana. L’arbitro, Lo Bello, viene colpito dal pregevole gancio di un invasore di campo. E lo “Zaccheria” squalificato. Dopo la prevedibile sconfitta del “Cibali”, l’appuntamento con la salvezza passa dal “Partenio”, campo neutro scelto per la sfida decisiva. Avversaria, la Pistoiese. Finisce zero a zero. Il Foggia sciupa l’occasione di rimanere in cadetteria nel modo più bislacco di tutti. Un suicidio. E giacché la cultura giapponese dell’harakiri ha sempre influenzato i tratti culturali di questa parte di Puglia-non-Puglia, i tifosi di ritorno da Avellino compiono il più brutale dei riti di auto-punizione. Sotto la sede della società, bruciano le bandiere. E il primo, glorioso, striscione del Regime Rosso Nero. La sera del 5 giugno chiude nel fuoco un’esperienza ultras durata, a conti fatti, diciotto mesi. Ma i ragazzotti del RRN non si volatilizzano. Non spariscono, non si sciolgono a contatto con l’aria. Restano in Sud, senza segni di riconoscimento, ma insieme al mito che quelle due stagioni e mezzo di tifo hanno creato sottopelle nella foggianità militante.
Nell’inattesa, fastidiosa, bruciante nuova stagione di terza categoria, girone meridionale, il Foggia ha un inizio pessimo, ideale trait d’union con l’epilogo di quella lasciata alle spalle. Perde di misura a Benevento e ad Agrigento, pareggia in casa con la Ternana. Col Barletta c’è voglia di riscatto, ma lo stadio presenta ampi spazi vuoti. Insoliti per l’epoca. Il fotografo immortala in bianco e nero il diagonale con il quale il Foggia passa in vantaggio. È un bel tiro, che muore nell’angolo sinistro, imparabile. Oltre la traversa, più su, le facce della gente di curva sono ancora inconsapevoli. Sulla balaustra, uno striscione bianco-rosso. Commando. Qualche minuto dopo, un secondo scatto. Quello incriminato. Quello che la prosaica Foggia ci invita ad ignorare. Lo striscione non c’è più. Le ipotesi s’alzano come un vento. Forse i barlettani, delusi, l’hanno ritirato. In segno di protesta per la rete subita. Oppure, non resta che mutare lo sguardo. Come sotto una lente, suddividere i fatti minuti che si snodano, impressi sulla carta fotografica. Un critico dell’arte fiamminga alle prese con Brueghel. Con la scomposizione e l’interpretazione di ogni singola parte del concerto di colori, luci ed ombre. C’è agitazione. Un movimento discontinuo, scomposto, percorre le teste, i corpi, la postura del popolo della Nord. In basso a sinistra, a ridosso del boccaporto d’ingresso, è in atto un dibattito. Lo si evince dalle pose. Dalla tensione elettrica. Un ragazzo con la maglietta bianca è di spalle al muro. Una mano gli tocca il petto, nel tipico atto del rapporto di forza in dispiegamento. Attorno a lui ce ne sono altri tre. E non sembrano amici. Uno, di cui si intravede la nuca, gli sta a pochi centimetri dal viso. Gli sta dicendo qualcosa, con la foga della sfida. Due ragazzini, di cui uno con una bibita, osservano. Sembrano divertiti. Un fuori programma, senza dubbio. Tre gradini più giù c’è la balaustra. È lì che si consuma tutto. È l’epicentro dell’onda di tensione. I racconti chiariscono. Sono entrati in cinquanta, forse sessanta. Anonimi, casual prima del tempo. Ed hanno portato via gli striscioni dei cugini barlettani. Così, uno per uno. Tranquillamente. Sotto lo sguardo degli ospiti, divisi tra l’incredulità e l’impotenza. Del resto, sono baresi come tutti gli altri. Anche se non quel tipo di baresi con cui a Foggia è sempre finita a scazzottata. Dopo vent’anni di nulla, è evidente che non s’aspettavano un’accoglienza simile. Tanto più che di fronte non c’era il Regime. O, almeno, non c’era lo striscione e la Sud si presentava spoglia. Invece, all’improvviso, il raid. Un ragazzo col caschetto ed una polo blu a righe bianche, placidamente, porta in braccio, come fosse un neonato, una bandiera. Un pezzo di stoffa dal bianco predominante. Nessuno lo contrasta. Sembra sul punto di abbandonare il quadro. Di sfilare via, calmo e soddisfatto. Missione compiuta. Più in là, sempre seguendo la balaustra, un gruppo di foggiani s’agita. Uno spettatore seduto sbuca dal movimento catturato. Avrà avuto da ridire su quel comportamento antisportivo. Sta ricevendo la sua rimata risposta. La preda è nelle mani di un giovane plasticamente piegato sulle ginocchia, come il David al contrattacco, mentre il confronto tra due uomini lievemente defilati non diventerà rissa perché la fermezza di uno dei due è frutto del suo difendere un bambino. Una scampagnata a Foggia anche per lui. E per l’altro ragazzino, ugualmente protetto da un braccio paterno. Ne capitavano spesso, ai tempi, di scene del genere. I padri poco meno che trentenni svezzavano i figli alla pugna maschile dei gradoni, li trascinavano al campo per addestrarli alla vita. Ma si indignavano dinanzi a scene di lotta che trascendevano dal rettangolo di gioco, che rovinavano l’idillio di quella promiscuità da spalti. Come a voler instillare nei cuccioli della specie un codice cavalleresco che non esiste, non è mai esistito, se non a posteriori. Una posterità di cui la paternità è simbolo e schermo. Fatto sta che sta succedendo. I barlettani erano venuti a Foggia placidamente, senza immaginare ritorsioni. Con parte delle famiglie al seguito. Volevano godersi un sano pomeriggio di sport. Invece, perdono uno a zero e sono dinanzi ad una situazione inattesa. I foggiani sono pochi. Il manipolo, il drappello, o come lo si voglia definire quel nucleo di soggetti che ha sfilato Commando, si sta portando a casa gli striscioni. Sono più determinati, più cattivi. All’epoca, magari, perdere gli striscioni non era cosa tanto grave. Del resto, ciò che veniva scritto sulla stoffa era, tante volte, poco più che l’ispirazione di un momento. E non durava più di qualche partita in casa. Da noi c’era già stato di tutto. I Panthers, il Commando Ultrà, il Foggia Club Ultras di via Silvio Pellico, i Fedelissimi, i Boys. Nel 1973 finanche un Foggia Commandos, la cui data di nascita si confonde con quella di morte. Gruppi differenti, talvolta neanche gruppi propriamente detti. Ma alternative esterofile, aggiornate, avanguardie moderniste, rispetto ai Tifosi di Piazza Giordano, a quelli di Via Da Zara o ai ragazzi del Geometra. Il Regime è stato – e di lì a un paio d’anni, tornerà ad essere – altra cosa. Il Regime aveva condensato la novità radicale della cultura giovanile, di strada, che divampava in Italia, con la foggianità diffusa. Con gli occhi dell’oggi, bruciare uno striscione per un risultato sarebbe impensabile. Ma eravamo quelli, un tempo: zero pose, piena sostanza. Passione reale. Il sacrificio dello striscione ha alimentato l’attesa, oltre al mito. La messianica venuta del nuovo Regime era bramata come certi catastrofisti attendono l’Anticristo. Nel frattempo, ci si teneva in esercizio.
Dall’epicentro si sale di sette, otto gradoni. Il baffone ha i tratti tipici di quello scorcio di secolo. Con la sciarpa biancorossa in testa, catalizza le attenzioni. Le cattura. Le frammenta sui contorni, sul Tutto intorno a lui. Ci lascia presagire un pensiero, un’ipotesi di ragionamento. Rapido, come si conviene alla situazione. In quell’attimo frastornante, quell’uomo è chiamato a riflettere. Come il suo vicino, è guardingo. Punta verso l’alto. Ci invita a seguirlo. E, aguzzando la vista, spuntano piccoli vessilli biancorossi un po’ ovunque. Impensabile, oggi. Sparsi, sparpagliati così, mescolati ai foggiani eppure palesemente barlettani. Ripresi nel momento della paura e dell’incomprensione. Fermati nell’attimo esatto in cui nasce una rivalità.
Perché è questo che la foto immortala. Va da sé l’importanza del documento. Cosa sta pensando il baffone? Teme per la sua sciarpa o per la sua faccia? E tutti gli altri, colti alla sprovvista? Lo “Zaccheria” improvvisamente insicuro. Zero guardie nei dintorni. La foto dei soldati tedeschi che smantellano le linee di frontiera ed entrano in Cecoslovacchia. Stesso impatto epocale. E il centro della scena tenuto da un uomo col berretto, che ride di gusto, mentre con la mano destra tiene un radione. È foggiano, lo sappiamo per certo. E, senza volerlo, racchiude – a distanza di trent’anni – lo spirito arrembante, incosciente, spensierato ed in qualche misura eroico e goliardico dell’epoca. Quando anche la goliardia non era posa. Ed era in grado di gonfiarti la faccia a suon di manrovesci. Ricapitolando: c’è gente che popola una gradinata. As usual. Gente d’ogni estrazione che guarda ovunque, che fuma, che beve. Che esplicita indifferenza per il circondario. Sguardi annoiati, da intervallo di partita e di vita. Mentre una tellurica variazione del microclima, un terremoto dell’aria, sconquassa alcuni volti e deforma alcuni corpi nel brivido di un movimento tribale, nel bel mezzo della comunità più estesa. È il 9 ottobre del 1983. Sembra niente. Ma sta nascendo una rivalità.
* la foto è un graditissimo regalo di Costantino Mariella
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