Lo si diceva tempo fa: la battaglia contro la Tessera sta agli Ultras come quella per l’articolo 18 sta ai sindacati. Perentoria, universalmente legittima, totalmente inutile, indiscutibilmente perdente. Un feticcio, insomma. Che non tiene conto dei tempi e dei modi. Quando i sindacati si battevano per la difesa del posto di lavoro dai licenziamenti arbitrari, attorno v’era un mondo fatto di certezze più o meno incrollabili: di tempo indeterminato, di straordinari e ferie pagate, di maternità retribuite, di congedo parentale, di contributi Inps. La precarietà esistenziale, oltre a quella puramente lavorativa, ha devastato lo scenario dello scontro. I ruoli si sono confusi, fino a sovrapporre i confini del giusto e dell’ingiusto. Oggi, la difesa dei diritti dei lavoratori non precarizzati, è ferrovecchio minoritario. Indispensabile per mantenere alta la credibilità di chi lo sostiene. Irricevibile, per il resto del mondo. Perché reso tale dal contesto. Che cambia, cambia, cambia in peggio. A velocità incomprensibili. Alle quali non ci si può adattare.
Per gli Ultras è uguale.
Parere personale.
Vivere in curva nel 1985 non era come vivere una curva dieci anni dopo. E tra il ’95 e il 2005 ci passa, più o meno, lo stesso universo, di mezzo. Gli Ultras sono cambiati, per loro stessa natura, da sempre. E cambiano di continuo. Le regole che parevano immodificabili, quasi eterne, quando si avevano sedici anni, sono diventate retaggio folkloristico, buono per una saga nordica di aneddoti sconclusionati. Ciò che sul serio valeva, ai tempi, si è sminuito a memoria di ciò che era. Capita. Funziona così. Non ha senso cercare, nel mondo immacolato e pieno di contraddizioni degli avi intoccabili, le motivazioni che ancora oggi spingono a salire i gradoni dei settori (un tempo) popolari. Quelli sono individuali e collettivi. E riguardano l’oggi, non le immaginarie epoche d’oro. Allora, stabiliamo una volta per tutte, che la lotta contro la Tessera altro non ha apportato, al movimento, se non la cruciale consapevolezza che non esiste alcun movimento. Che non siamo fronte. Che non sappiamo batterci per più di una partita.
E allora, pazienza.
Il Foggia, domenica, andrà a Bari. A Bari. Sedici anni dopo il 2-1 di Matrone e Di Michele (che poi era autorete di Zanchi). Io, quel giorno di gennaio, c’ero. E c’ero due anni prima, quando si perse, con Catuzzi allenatore, in A. E c’ero prima, nel 1992, in primavera, quando si vinse 3-1. E prima ancora, a settembre, quando si giocò in campo neutro con la Juventus. E ancora, a risalire, nella primavera del ’91, quando si pareggiò – sempre in campo neutro – 3-3 col Pescara. Io i miei treni, le mie carovane di macchine con le sciarpe ai finestrini, i miei regionali senza ritorno, i miei mezzi di fortuna, li ho visti, li ricordo e li racconterò. Finché avrò fiato. Fiero e felice d’aver vissuto quegli anni e di aver servito quella causa. Così come, fiero e felice, affronto quel che siamo. Con la consapevolezza aggiuntiva che non sono nessuno per imporre a chi è venuto dopo di me di dare retta alla mia cieca coerenza di vecchio. Mi spiego meglio. Nel mio gruppo – visto che è risorto, all’improvviso, il dibattito sulla Tessera e sulle incoerenze – ci sono ragazzi validi e vigorosi, appassionati ed entusiasti, forse più di me, che per un semplice dispetto dell’anagrafe, per un bisbetico capriccio degli anni, hanno vissuto forse due, forse dieci trasferte. E che se gli dici Bari, ti rispondono con la stessa faccia di un pensionato al quale si nomina Zanzibar. O Ibiza. Noi abbiamo detto “Tesserati mai”. E l’abbiamo detto perché lo pensiamo. Perché ci crediamo. Altri, prima di noi, avevano visto nel biglietto nominale, nelle trasferte vietate, nei calcoli immondi dell’Osservatorio, nell’inasprirsi dei Daspo, il limite estremo. Noi ci siamo arrivati dopo. Perché ogni uomo ha bisogno di un punto di non ritorno. Ogni uomo sente il bisogno di segnare il finisterre. Per noi è stata la Tessera. Così, abbiamo raccontato ai più giovani che bisognava resistere, reggere, mentre fallivamo. Mentre gli prospettavamo battaglie campali che non riuscivamo ad ipotizzare. Domenica il Foggia va al “San Nicola”. Con l’entusiasmo che c’è qui, con l’attesa di un derby che i sedicenni non hanno mai visto, in trasferta libera a Bari, domenica, saremmo stati duemila. Minimo. Invece, niente. Saremo a casa, i vecchi che l’hanno scelto e i giovani che l’hanno subito, a seguire il viavai di sms dalla tribuna stampa, le notizie su internet, gli aggiornamenti degli amici degli amici. A tribolare, a soffrire o a gioire per un epifenomeno estraneo alla nostra vita come e più dei playoff di football americano. Il tutto nel nome di una coerenza che non mi va più di tributare come lascito. Quando mi innamorai di questo mondo avevo sì e no quattordici anni. In curva – in casa e fuori – si stava come dicevano quelli che c’erano da prima. E, quelli, non somigliavano affatto a quelli che c’erano stati prima di loro. I mondi cambiano. Tra dieci anni, probabilmente, visto l’andazzo, in Italia ci sarà una nuova generazione di Ultras. Gente ossequiosa a regole per noi assurde, ma dal cuore identico al nostro. Pronta a dividersi un pasto, a macinare chilometri, ad affrontare uno scontro in inferiorità numerica. Con la Tessera in tasca. Lo so, lo sappiamo, che altre repressioni veleggeranno al loro orizzonte. Ma, nel frattempo, quei ragazzi avranno vissuto qualcosa che varrà la pena raccontare. Cosa guadagnano restare a casa con noi? Tetre nostalgie di anziani che, ad andar bene, gli racconteranno degli scontri del Vomero come i reduci della Prima Guerra mondiale raccontavano dell’Isonzo ai paesani. Non ha senso. Non abbiamo saputo combattere per vincere. Ci siamo auto-mutilati, tutt’al più. Ci siamo fustigati, come monaci cristiani negli eremi. Abbiamo riempito le nostre bacheche di trasferte non fatte, di guerre non affrontate, di stadi non visti e di privazioni che ci hanno resi folli, tristi e sconfitti. Ora, rivendicando fino all’ultimo le nostre scelte (che sono le nostre, le nostre e basta!), sarebbe il caso che lasciassimo ai più giovani la libertà morale di andare incontro alla loro contemporaneità. Senza lettere scarlatte sulla schiena. Questo è il mondo che li aspetta. Un mondo che abbiamo contribuito, nel bene e nel male, a confezionargli. Togliamoci di mezzo. Non del tutto, non di certo. Magari restiamo lì ancora un po’, a guardia di un mondo che non esiste più, finché non sarà esaurito il nostro ruolo. Ma senza riempire di incrollabili certezze crollate le menti e i cuori di chi, oggi, non ha il coraggio di spodestarci. Per dirci in faccia che la giostra ricomincia, che altrove è già ricominciata. Che domenica si va a Bari. E che noialtri, con le nostre nostalgie, siamo roba da museo. E amen.
04/08/15
21/07/15
Laggiù
Triberg è famosa per gli orologi a cucù. L’ho appreso da Wikipedia. E sono almeno due mesi che cullo, culliamo, l’idea di andarci. Pare ci sia l’orologio a cucù più grande d’Europa. O del mondo, vai a saperlo. Triberg è nel cuore della Foresta Nera. Qualsiasi paese del Baden Wurttemberg lo è. La Foresta Nera non ha fegato, polmoni o pancreas. È tutto cuore. O così, quanto meno, pare.
La stazione centrale di Friburgo è un andirivieni futuribile di cemento e vetro. Architravi snelle suggeriscono l’inquietante visione di un gigantesco ragno scavalcato da filamenti di ponti. È domenica mattina. Il sole picchia come non si riesce ad ipotizzare, pensandoci. Il giorno ideale, il clima propizio. Lo confesso: vogliamo fare i turisti. Quelli brutti e abbrutiti, che prendono il trenino, cambiano mezzo, scattano dozzine di foto e finiscono tra i cucù di fabbricazione pachistana con la volontà indefessa di strappare a quel lembo di continente un brivido d’autenticità taroccata. Ho deciso: voglio andare a Triberg come da bambino andavo ai laghi di Monticchio. Giù dalle scale del ponte. Binario uno. La macchina ingoia-soldi e sforna-tagliandi. C’è la bandierina italiana, sul monitor. Non rischiamo di confonderci. Info. Attesa. Stupore. Il viaggetto – meno di un’ora, in linea d’aria una settantina di chilometri, con uno scalo obbligatorio in un posto chiamato Offenburg – costa 48 euro a testa. Costerebbe. Perché lo scetticismo precede la bestemmia del rifiuto. Non è la prima volta che qualcosa ci va di traverso, in questa vacanza che ha subito il tracollo non appena oltrepassato il Reno. Quindi, evitiamo di perdere la calma. Lasciamo che il cervello si frizioni da sé. Inchiodiamo i nostri sguardi alla cartina geografica che fa bella mostra accanto alla macchina-usuraia. È ben definita, dettagliata. In verde, l’area metropolitana di Friburgo. Quella raggiungibile a soli 5,40 euro. Prezzo fisso. Ragioniamoci su due minuti due. A Sud ci sono due laghetti. È domenica, potremmo rivivere Monticchio. Si può scegliere tra due località, che rispondono ai nomi di Titisee e Schluchsee. Oppure, puntare da tutt’altra parte, verso Nord. Verso un luogo chiamato Elzach. Dove non c’è niente, se non la distanza minima da Triberg. La scelta, in sostanza, è la solita di sempre. È esistenziale e travalica questa stazione, Friburgo e il Baden Wurttemberg: seguitare a perseguire l’azione senza un piano o arrendersi all’evidenza e deviare su qualcosa di sicuramente più comodo. Dico a Francesca che ad Elzach potremmo trovare un pullmino per i cucù; o delle biciclette in stazione; o nulla di tutto ciò, ma un paesino meraviglioso. O il più cosmico dei vuoti. Propendo comunque per questa soluzione. Anche lei sembra d’accordo, ma si riserva qualche clic di riflessione. Giusto il tempo di confrontare le Google immagini delle tre località. Annuisco. La vedo allontanarsi di qualche metro. Mi volto a studiare meglio le distanze, ad ipotizzare scenari. E la sua voce mi ferisce. La sento maledire la nazione germanica, tutta intera. Il roaming, di nuovo. Ci hanno scalato altri soldi, dopo quelli di ieri. La connessione tedesca è una mignotta d’alto bordo. Il Reno ha inghiottito la nostra buona sorte. Manteniamo la calma. Chiudiamoci nel giallo recinto impalpabile dell’area fumatori. Spacchiamoci una Chesterfield rossa. E, nel frattempo, pensiamo.
È sempre così quando si va in vacanza con la propria compagna. Tutto quel che proponi e che fai, tutto ciò che bevi e che offri, equivale – in sostanza se non in forma – alle fatiche mistiche di un monaco orientale. Tu non sei tu. Tu sei un piccolo popolo superstizioso di globuli e tessuti che cerca – attraverso svariati mantra – di non far perdere la pazienza ad una divinità che, per ragioni imperscrutabili, è sempre sul punto di esplodere. E cospargere di lava i tuoi campi coltivati a orzo. Ecco. Nel recinto, dove anche il fumo sceglie di ascendere verticale per non infrangere una regola, io sono intento a tranquillizzare la mia Minerva. Inscenando bizzarre danze tribali e colmando i vuoti con parole a vanvera. Quand’ecco che il mio sguardo vagolante li scorge. Involontariamente, indiscutibilmente. Li conto. Sono uno, due, tre. E ce n’è un quarto in arrivo. Si danno il cinque, si abbracciano, dinanzi alla vetrina di un Mc Donald’s. Sono inequivocabili. Ed io mi perdo. Conosco i gesti. Riconosco la complicità. Il ritrovarsi dopo una breve estate inattiva ed infinita. Le pacche sulle spalle che solo chi sta per ricominciare distingue da quelle di circostanza degli amici del bar. Sono rapito, lo ammetto. Tanto da spingermi, per lunghi istanti, ad ignorare la dea col broncio. E quando stacco gli occhi da loro, non senza difficoltà, mi sento dire: “Sono ultras del Friburgo!”. Come se questo possa portarle nuova allegria. O qualche giovamento. E poi aggiungere: “Chissà dove vanno…”, con l’espressione sognante di un bimbo di otto anni che vede passare i treni dei giocolieri. A me dei giocolieri non è mai fregato niente, neppure a otto anni. Ma, insomma, dovete leggere quest’ultima cosa come un parallelismo. Perché a me piacciono gli ultras quando si muovono. Così come, presumo, a qualche bimbo un po’ sciocco piacciono i giocolieri.
Scegliamo Elzach. E abbiamo cinquanta minuti da spendere in stazione. Io non parlo una parola di tedesco. In compenso, neppure di tutte le altre. È il limite imposto dalla Torre di Babele. Da quella storia lì. Ma questo non cambia un bel niente. Posso pur sempre osservarli. Certe ritualità non hanno bisogno di parole. Come diceva Blaise Pascal. Che forse era Ron. Adesso siamo anche noi ai tavolini. Il gruppo è cresciuto. Ora ci sono anche due ragazze. Hanno le magliette del club. Un paio di loro, persino la sciarpa di lana. Bevono birra in bottiglia e le loro risate riempiono la saletta prospiciente al nostro atrio. Ricordo anch’io giornate così. Giornate estive, appuntamenti di Coppa che sanno di rimpatriata, di comunità che si ritrova dopo un esilio forzato di un mese e mezzo. È la fine dell’antimateria. Il ritorno all’ordine. A quell’ordine supremo e rassicurante imposto dal susseguirsi delle stagioni. Il cheeseburger mi muore tra le dita in tre morsi secchi. Ma decido di smetterla di voltarmi. Sembro un digossino, cazzo. Vorrei chiedergli dove sono diretti. E per cosa. Penso di soprassedere quando, d’un tratto, qualcosa di ancora più religioso, quasi commovente, attira la mia attenzione. Al tavolo accanto al nostro sono arrivati tre ragazzini. Bambini, si dovrebbe dire, per amore della correttezza. Biondi e rubizzi, lievemente obesi, occhi chiari. Con davanti i loro panini e la loro Coca. Anche loro con indosso i colori della squadra. Anche loro pronti a saltare sul treno della prima trasferta stagionale. Separati, rigorosamente separati, dai grandi. Eppure così intimamente interni ad una storia comune, che viene da smadonnare. Da maledire le nostre eccezioni. Penso ai nostri ragazzini. Alla violenza con cui uno Stato ipocrita impedisce di assaporare tutto questo. Di sentirsi parte di una famiglia allargata, di godersi le iniziazioni, di provare sulla propria pelle la felicità e la vertigine dell’appartenenza. Francesca mi guarda. Mi capisce. E mi domanda cosa deve chiedere, a quegli scolaretti nei cui visi la serietà dell’impresa se la batte con la leggerezza dell’età. “Chiedigli dove sono diretti e per cosa”. Lo fa. E le espressioni tornano ed essere infantili. Imbarazzate, quasi. Rispondono che vanno laggiù. Ed indicano con le mani un posto sconosciuto. Mi faccio sotto. Gli domando se è già Coppa di Germania. Mi rispondono che no, è una semplice amichevole. È uguale. Se il Friburgo giocasse a Monaco la prima di Bundesliga, questi ragazzini ci sarebbero comunque. Da soli, che fanno gruppo. Insieme ad altri mille concittadini. Così lontani e così vicini agli adulti, che non hanno mai smesso di essere puri come dodicenni. Li salutiamo. E mi sale la rabbia. Loro finiscono di mangiare, ultimano la Coca, ripuliscono il tavolo, buttano tutto nel cestino. E si avviano al binario. L’ultimo della piccola fila si stringe la sciarpa in vita.
Elzach si è dimostrata una colata di inutili villette. Il tempo di un paio di birre in stazione e siamo tornati indietro. A Triberg non ci siamo mai arrivati. A sera, in centro, ho visto una signora anziana ritornare in tram verso casa. Con indosso la maglia del Friburgo. E un giovanissimo, dai tratti indubitabilmente orientali, con la sciarpetta rossonera al collo, ben visibile. Come stigma dell’orgoglio. A noi, forse, non succederà mai più. I ragazzini – respinti da uno sport che ammalia come una amazzone frigida – del calcio, ad andar bene, conosceranno i grandi club attraverso la playstation. E quei pochi che avranno lo stomaco di farsi i gradoni settimanalmente, moriranno poco alla volta, di un’inedia che è inazione forzata. O dovranno accontentarsi delle briciole. Non c’è nulla di giusto, in questo. Lo so io, lo sapete voi. Ma la volontà di battersi vacilla. Rendendoci buffi pagliacci romantici che si commuovono dinanzi ai bimbi che vanno in trasferta. Laggiù. Oltre la strada ferrata
La stazione centrale di Friburgo è un andirivieni futuribile di cemento e vetro. Architravi snelle suggeriscono l’inquietante visione di un gigantesco ragno scavalcato da filamenti di ponti. È domenica mattina. Il sole picchia come non si riesce ad ipotizzare, pensandoci. Il giorno ideale, il clima propizio. Lo confesso: vogliamo fare i turisti. Quelli brutti e abbrutiti, che prendono il trenino, cambiano mezzo, scattano dozzine di foto e finiscono tra i cucù di fabbricazione pachistana con la volontà indefessa di strappare a quel lembo di continente un brivido d’autenticità taroccata. Ho deciso: voglio andare a Triberg come da bambino andavo ai laghi di Monticchio. Giù dalle scale del ponte. Binario uno. La macchina ingoia-soldi e sforna-tagliandi. C’è la bandierina italiana, sul monitor. Non rischiamo di confonderci. Info. Attesa. Stupore. Il viaggetto – meno di un’ora, in linea d’aria una settantina di chilometri, con uno scalo obbligatorio in un posto chiamato Offenburg – costa 48 euro a testa. Costerebbe. Perché lo scetticismo precede la bestemmia del rifiuto. Non è la prima volta che qualcosa ci va di traverso, in questa vacanza che ha subito il tracollo non appena oltrepassato il Reno. Quindi, evitiamo di perdere la calma. Lasciamo che il cervello si frizioni da sé. Inchiodiamo i nostri sguardi alla cartina geografica che fa bella mostra accanto alla macchina-usuraia. È ben definita, dettagliata. In verde, l’area metropolitana di Friburgo. Quella raggiungibile a soli 5,40 euro. Prezzo fisso. Ragioniamoci su due minuti due. A Sud ci sono due laghetti. È domenica, potremmo rivivere Monticchio. Si può scegliere tra due località, che rispondono ai nomi di Titisee e Schluchsee. Oppure, puntare da tutt’altra parte, verso Nord. Verso un luogo chiamato Elzach. Dove non c’è niente, se non la distanza minima da Triberg. La scelta, in sostanza, è la solita di sempre. È esistenziale e travalica questa stazione, Friburgo e il Baden Wurttemberg: seguitare a perseguire l’azione senza un piano o arrendersi all’evidenza e deviare su qualcosa di sicuramente più comodo. Dico a Francesca che ad Elzach potremmo trovare un pullmino per i cucù; o delle biciclette in stazione; o nulla di tutto ciò, ma un paesino meraviglioso. O il più cosmico dei vuoti. Propendo comunque per questa soluzione. Anche lei sembra d’accordo, ma si riserva qualche clic di riflessione. Giusto il tempo di confrontare le Google immagini delle tre località. Annuisco. La vedo allontanarsi di qualche metro. Mi volto a studiare meglio le distanze, ad ipotizzare scenari. E la sua voce mi ferisce. La sento maledire la nazione germanica, tutta intera. Il roaming, di nuovo. Ci hanno scalato altri soldi, dopo quelli di ieri. La connessione tedesca è una mignotta d’alto bordo. Il Reno ha inghiottito la nostra buona sorte. Manteniamo la calma. Chiudiamoci nel giallo recinto impalpabile dell’area fumatori. Spacchiamoci una Chesterfield rossa. E, nel frattempo, pensiamo.
È sempre così quando si va in vacanza con la propria compagna. Tutto quel che proponi e che fai, tutto ciò che bevi e che offri, equivale – in sostanza se non in forma – alle fatiche mistiche di un monaco orientale. Tu non sei tu. Tu sei un piccolo popolo superstizioso di globuli e tessuti che cerca – attraverso svariati mantra – di non far perdere la pazienza ad una divinità che, per ragioni imperscrutabili, è sempre sul punto di esplodere. E cospargere di lava i tuoi campi coltivati a orzo. Ecco. Nel recinto, dove anche il fumo sceglie di ascendere verticale per non infrangere una regola, io sono intento a tranquillizzare la mia Minerva. Inscenando bizzarre danze tribali e colmando i vuoti con parole a vanvera. Quand’ecco che il mio sguardo vagolante li scorge. Involontariamente, indiscutibilmente. Li conto. Sono uno, due, tre. E ce n’è un quarto in arrivo. Si danno il cinque, si abbracciano, dinanzi alla vetrina di un Mc Donald’s. Sono inequivocabili. Ed io mi perdo. Conosco i gesti. Riconosco la complicità. Il ritrovarsi dopo una breve estate inattiva ed infinita. Le pacche sulle spalle che solo chi sta per ricominciare distingue da quelle di circostanza degli amici del bar. Sono rapito, lo ammetto. Tanto da spingermi, per lunghi istanti, ad ignorare la dea col broncio. E quando stacco gli occhi da loro, non senza difficoltà, mi sento dire: “Sono ultras del Friburgo!”. Come se questo possa portarle nuova allegria. O qualche giovamento. E poi aggiungere: “Chissà dove vanno…”, con l’espressione sognante di un bimbo di otto anni che vede passare i treni dei giocolieri. A me dei giocolieri non è mai fregato niente, neppure a otto anni. Ma, insomma, dovete leggere quest’ultima cosa come un parallelismo. Perché a me piacciono gli ultras quando si muovono. Così come, presumo, a qualche bimbo un po’ sciocco piacciono i giocolieri.
Scegliamo Elzach. E abbiamo cinquanta minuti da spendere in stazione. Io non parlo una parola di tedesco. In compenso, neppure di tutte le altre. È il limite imposto dalla Torre di Babele. Da quella storia lì. Ma questo non cambia un bel niente. Posso pur sempre osservarli. Certe ritualità non hanno bisogno di parole. Come diceva Blaise Pascal. Che forse era Ron. Adesso siamo anche noi ai tavolini. Il gruppo è cresciuto. Ora ci sono anche due ragazze. Hanno le magliette del club. Un paio di loro, persino la sciarpa di lana. Bevono birra in bottiglia e le loro risate riempiono la saletta prospiciente al nostro atrio. Ricordo anch’io giornate così. Giornate estive, appuntamenti di Coppa che sanno di rimpatriata, di comunità che si ritrova dopo un esilio forzato di un mese e mezzo. È la fine dell’antimateria. Il ritorno all’ordine. A quell’ordine supremo e rassicurante imposto dal susseguirsi delle stagioni. Il cheeseburger mi muore tra le dita in tre morsi secchi. Ma decido di smetterla di voltarmi. Sembro un digossino, cazzo. Vorrei chiedergli dove sono diretti. E per cosa. Penso di soprassedere quando, d’un tratto, qualcosa di ancora più religioso, quasi commovente, attira la mia attenzione. Al tavolo accanto al nostro sono arrivati tre ragazzini. Bambini, si dovrebbe dire, per amore della correttezza. Biondi e rubizzi, lievemente obesi, occhi chiari. Con davanti i loro panini e la loro Coca. Anche loro con indosso i colori della squadra. Anche loro pronti a saltare sul treno della prima trasferta stagionale. Separati, rigorosamente separati, dai grandi. Eppure così intimamente interni ad una storia comune, che viene da smadonnare. Da maledire le nostre eccezioni. Penso ai nostri ragazzini. Alla violenza con cui uno Stato ipocrita impedisce di assaporare tutto questo. Di sentirsi parte di una famiglia allargata, di godersi le iniziazioni, di provare sulla propria pelle la felicità e la vertigine dell’appartenenza. Francesca mi guarda. Mi capisce. E mi domanda cosa deve chiedere, a quegli scolaretti nei cui visi la serietà dell’impresa se la batte con la leggerezza dell’età. “Chiedigli dove sono diretti e per cosa”. Lo fa. E le espressioni tornano ed essere infantili. Imbarazzate, quasi. Rispondono che vanno laggiù. Ed indicano con le mani un posto sconosciuto. Mi faccio sotto. Gli domando se è già Coppa di Germania. Mi rispondono che no, è una semplice amichevole. È uguale. Se il Friburgo giocasse a Monaco la prima di Bundesliga, questi ragazzini ci sarebbero comunque. Da soli, che fanno gruppo. Insieme ad altri mille concittadini. Così lontani e così vicini agli adulti, che non hanno mai smesso di essere puri come dodicenni. Li salutiamo. E mi sale la rabbia. Loro finiscono di mangiare, ultimano la Coca, ripuliscono il tavolo, buttano tutto nel cestino. E si avviano al binario. L’ultimo della piccola fila si stringe la sciarpa in vita.
Elzach si è dimostrata una colata di inutili villette. Il tempo di un paio di birre in stazione e siamo tornati indietro. A Triberg non ci siamo mai arrivati. A sera, in centro, ho visto una signora anziana ritornare in tram verso casa. Con indosso la maglia del Friburgo. E un giovanissimo, dai tratti indubitabilmente orientali, con la sciarpetta rossonera al collo, ben visibile. Come stigma dell’orgoglio. A noi, forse, non succederà mai più. I ragazzini – respinti da uno sport che ammalia come una amazzone frigida – del calcio, ad andar bene, conosceranno i grandi club attraverso la playstation. E quei pochi che avranno lo stomaco di farsi i gradoni settimanalmente, moriranno poco alla volta, di un’inedia che è inazione forzata. O dovranno accontentarsi delle briciole. Non c’è nulla di giusto, in questo. Lo so io, lo sapete voi. Ma la volontà di battersi vacilla. Rendendoci buffi pagliacci romantici che si commuovono dinanzi ai bimbi che vanno in trasferta. Laggiù. Oltre la strada ferrata
13/07/15
Il Sankt Pauli e la pratica dell'altrove
Ammetto: del Sankt Pauli ho una sciarpa di raso bianco. Al muro, accanto all’Ikurrina. E pure il biglietto di una trasferta mai fatta. A Francoforte sul Meno. Non posso quindi – in coscienza – sostenere la tesi di un’assoluta indifferenza “storica” nei confronti della compagine amburghese e della sua storia. Ma oggi – al netto delle occupazioni sulla Hafenstrasse, dell’epopea e del riscatto degli ultimi, degli emarginati, dei lavoratori del porto, dei punk, degli autonomi, delle jolly roger – e a margine dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro agiografico sull’argomento, fuori dai denti, va detto: non se ne può più! E non certo e non tanto per loro, quanto per noi. Per quel che vediamo quando decidiamo di osservare gli esterni; e per quel che riportiamo a noi, al nostro immaginario di strada e di militanza, sulla strada del ritorno. Perché – e figuriamoci! – non ho nulla da dire sull’ottantenne che settimanalmente si reca al Millerntor e lo popola della propria infantile passione immutabile. È nato lì. E, come lui, migliaia di altri abitanti di quel quartiere a luci rosse. I tifosi sono ovunque simili. Ed ovunque meritevoli di profondissimo rispetto. Le tante sofferenze, i dolori acuti, e le rarissime soddisfazioni d’accatto – tranne casi eccezionali e rarissimi – sono, per milioni di uomini e donne, lo stigma di una fede bruciante ed inspiegabile. Di una devozione che, al pari di un male insondabile, alla prima manifestazione pubblica è già, di fatto, irreversibile. Vale dappertutto. Nella metropoli e nel piccolo centro. Il “problema” è altrove. Diciamocelo. Il Sankt Pauli, come oasi e rifugio, come proiezione e come feticcio, ha rotto le scatole. Giacché, lungi dal rappresentare un’alternativa in carne ed ossa alla nostra empasse partecipativa, dimostra la nostra assoluta sconfitta. Se il Sankt Pauli, come modello sociale, vince, noi esultiamo. Dimostrando al contempo che sì, si può fare. E che sì, si può fare altrove. Che non è arte nostra. Se il Sankt Pauli, come modello sociale, perde, o si corrompe, o si contamina, allora non possiamo fare altro che, fatalisticamente, alzare le braccia al cielo ed ululare alla luna. E, come le donne della Algeri di Pontecorvo, chiosare che allora è impossibile ovunque. Nella nostra venerazione a distanza, nel nostro turismo sentimentale e romantico, c’è per intera l’apologia della nostra impotenza. Il culto della sconfitta. Non è raro, difatti, imbattersi in compagni e compagne che non disdegnano di definirsi “ultras”, che nella squadra tedesca condensano il sunto estremo della propria frustrazione. Il Sankt Pauli, molto più spesso di quanto si creda, diventa la camera di compensazione di ciò che si ritiene impossibile a casa propria. Compagni e compagne ai margini dei gradoni delle proprie piazze “nere”, isolati e senza gruppi, senza radicamento o retaggio, che riversano nell’isola felice – più o meno afferente alla realtà – l’ideale di quel che vorrebbero si materializzasse – magari, di colpo – anche “da noi”. Così, quel lontano quartiere, diventa l’Unione Sovietica nel sogno dei comunisti italiani degli anni Cinquanta. E i ragazzi di Sankt Pauli, fuori e dentro il rettangolo di gioco, quello che per i popoli del Medioriente sono, come diceva Kassir, i Palestinesi. Combattenti senza paura di una guerra che, noi per primi, non osiamo combattere. E non certo perché ci manchino i motivi. Parliamoci chiaro: gli “osanna!” per il Sankt Pauli, come quelli per il “rosso” Livorno qualche anno fa, altro non sono se non il maldestro tentativo di espiare al peccato originale delle sinistre extra-parlamentari: l’aver perso le strade, l’esser stati estromessi dai quartieri, l’aver giocato – di conseguenza – all’intellighenzia che snobbava il calcio come “oppio dei popoli”. Solo vent’anni fa un gruppo musicale molto seguito in certi ambienti cantava delle domeniche allo stadio dove si andava a sfogare la frustrazioni accumulate in settimana ad obbedire. In un pezzo in cui si parlava dell’auspicato rigurgito antifascista. Ironico. Visto che negli stessi anni, senza alcun appoggio della politica militante, naufragava il tentativo delle destre di egemonizzare le curve italiane, trasformandole in bacino di consenso per audaci tentativi di ribalta. Naufragava. Perché le curve hanno degli anticorpi fabbricati in proprio. E su certi tentativi di strumentalizzazione, sono state ben più pronte e sveglie rispetto ai movimenti sociali. Che si limitavano a sbraitare sentenze e a scrollare le spalle. Con il passar degli anni, la new wave dell’antagonismo, nel suo veleggiare tra corsi e ricorsi, ha riconsiderato la questione. E munificamente ha concesso una green card di legittimità anche ai militanti che in curva ci vanno. O, peggio ancora, a quelli che non hanno mai smesso di andarci. Ma giacché le contraddizioni – che dovrebbero rappresentare il nostro pane quotidiano – per la loro stessa natura di viscida sporcizia, ci danno la nausea, allora si cercano modelli preconfezionati. Giacché il lavoro politico, l’aggregazione, l’immergere le braccia nella fanghiglia, ci turba, allora rivolgiamo i nostri cuori a ciò che è scevro da impurità. La squadra di compagni, piena di attività sociali e contenuti extra. Il Davide anarchico che sfida il Golia del calcio dei padroni. E giù disamine sui sistemi democratici della gestione del club, sui finanziamenti alle cause internazionali, sul ruolo delle donne, etc. Belle cose. Che, ahimé, non tengono conto di due fattori difficilmente aggirabili. Che il Sankt Pauli gioca al pallone tra i professionisti (e che il calcio è uno sport agonistico) e che il legame tra un squadra e la sua tifoseria non è – come in tutte le storie d’amore – elemento razionale. In sostanza: il Sankt Pauli è nel Capitalismo del pallone come tutte le altre squadre di Germania, d’Europa e del mondo. Che la teoria delle piccole zone liberate dal Capitale è fallita tra gli anni Ottanta e i Novanta. Che deve giocare e vincere, e per poter vincere deve investire e competere. E che, per un tifoso vero, per un innamorato autentico, tutto questo non ha alcuna importanza. Anzi. Risibili sono quei compagni che, senza aver mai messo piede in uno stadio di calcio, parlano dell’epoca della purezza rivoluzionaria come di un paradiso perduto. O che, peggio, si mostrano affranti da certe degenerate scelte di merchandising del club con la stessa foga tragica con cui parlano della fine del teatro di strada. Compagni, voi di calcio, e di stadi, non capite un bel nulla! Lasciatevi servire. Per voi è encomiabile, quasi commovente, che dei tremila tifosi nel settore ospiti dello stadio di Colonia, solo cinquecento provenissero da Amburgo. E che tutti gli altri fossero “compagni” di Colonia. A me dà semplicemente il voltastomaco. I “compagni” meriterebbero la messa sotto accusa per alto tradimento, altroché. E non venitemi a dire che “nostra patria è il mondo intero” o che la curva del Colonia è piena di fasci. Perché possono essere vere entrambe le asserzioni, ma se si decide di seguire il calcio, non lo si fa con lo spirito di un’educanda boriosa e supponente in un bordello. Regola numero uno: non si sceglie per chi tifare; tu non scegli un bel niente: è la squadra che viene da te, sotto le mentite spoglie di un amico di banco, di un genitore, di un calzolaio che sta leggendo il giornale in bottega. Regola numero due: quando hai visto la tua squadra una volta, il resto s’eclissa, naufraga, scompare, ingoiato dall’oblio. Non c’è raziocinio, non c’è logica, non c’è calcolo. Esiste solo lei. E la tua curva, la tua gente. Regola numero tre: non si tradisce ciò che si ama. Non si tradisce ciò che si è amato. Non c’è motivo al mondo – e la politica è tra questi – che possa giustificare la tua diserzione o, peggio ancora, il cambio di campo. Ma i compagni sono dei sognatori incalliti. Ti guardano e ti dicono – anche quando affermano di capirti, dicono – che loro coi fasci non ci dividono neppure l’aria. Anime belle. Che non frequentano cinema, sale da tè, treni, supermercati, riunioni di condominio. Che ignorano che la “politica” in curva è alchimia di socialità e non martellamento dogmatico. Che sono costretti a farsi agiografi di altri mondi possibili, dove tutto fila liscio e la sera si va a letto puliti. Ma che, soprattutto, non hanno compreso che la fuga non è la soluzione. Non sto qui a sindacare i vissuti. E ci mancherebbe altro! Ma l’idea stessa che dinanzi alla complessità, i compagni inforchino la porta e vadano altrove, a ricercare semplificazioni e riduzioni a immagine e somiglianza della loro pigra passione, mi mette i brividi. È come dire che un giorno troveremo, a furia di abbandonare terre popolate, un isolotto incontaminato sul quale issare la bandiera della rivoluzione. Senza combattere. Io nella curva di un’altra squadra ci sono stato e, se mi capiterà, ci andrò ancora. Da turista. Ad ascoltare i loro cori, a valutare la disposizione dei gruppi, il modo in cui è strutturata. Ma non ho mai caricato, e mai caricherò, altre esperienze eterodosse del surrogato del valore sacrale che attribuisco alla mia. Nessuna squadra di quartiere che milita in terza categoria, nessuna formazione di calcio popolare, nessun club “liberato”, potranno mai sostituire la mia. E se qualcuno mi accusasse, tra i compagni, di essere una sorta di oltranzista legato a valori feudali, io, da compagno, risponderei che io, semplicemente, non sono amante delle semplificazioni e delle ritirate. È questione di istinto. E di retaggio. Ma ciò non toglie che resto convinto che l’intero immaginario delle sinistre debba porsi qualche problema d’autrappresentazione.
23/12/14
Postilla
L’ufficiale giudiziario è una donna bionda. Parla con un poliziotto dall’accento campano. È tesa, si direbbe quasi preoccupata. Chiede all’uomo in divisa di prepararsi. Di affrontare di petto i “tifosi del Foggia” presenti nell’aula cinque. Di invitarli, con fermezza, ad uscire. Che il prossimo procedimento è a porte chiuse. La divisa si gonfia d’orgoglio. Lo specchio della sua mente gli rimanda un John Wayne appiedato. “Se vado io, si sa come finisce”, pigola la donna. Sono uno di quei tifosi che aspettano il procedimento successivo. E sono nei paraggi. “Com’è che finisce, signora?”. Anche l’avvocato ha parlato di “clima politico” non sereno. Gianni e Alessandro sono dietro una porta perennemente socchiusa. Ci alziamo sulle punte, scegliamo angolazioni sempre più ardite, ma non riusciamo a vederli. La guardia penitenziaria sorveglia. Dalle nove del mattino, attendiamo questa direttissima. È l’una. Tra due giorni è Vigilia di Natale. Li vogliamo liberi, li vogliamo a casa, coi loro affetti. Ma quel “clima politico” non ci fa stare tranquilli. Lo Stato, quando subisce uno smacco o deve coprire qualche vergogna, diventa vendicativo. E da noi, sabato, c’è stato l’uno e l’altra. Il pubblico ministero, donna anche lei, chiederà la conferma della misura cautelare in carcere. È la prassi, probabilmente. Ma anche il piacere sottile di seguitare a perseguitare gli ostaggi. Perché siamo ostaggi, tutti. Gianni e Alessandro non possono inquinare le prove, né sussiste per loro pericolo di fuga. Però sono nelle loro mani. E devono decidere di blaterare spiegazioni. Di scegliere tra l’accertamento della verità e la libertà. E i due termini sono antagonisti, in un’aula di tribunale. E allora arriva la tentazione di vomitare dei bla, bla e far contenti i nostri tutori, sposandone la loro versione. Farli felici. E tornarsene fuori. Un ricatto, una cappa di fastidio. Aspettiamo. Ci giunge l’eco della conferenza stampa del questore. “Abbiamo dovuto sopportare una tensione nervosa notevolissima”. Poveri cuccioli! “La colpa è dell’ubicazione dello stadio”. Sono giorni che ascoltiamo idiozie. Ma sembrano mesi. Parla della “popolazione civile” che, in macchina, quella sera, tornava dalle compere e s’è trovata dinanzi a gente armata. Parla di donne e bambini. In uno stadio isolato, continua, queste cose non succedono. “In uno stadio isolato non c’è la popolazione civile coinvolta”. Ma di preciso, noi cosa siamo? Paramilitari? John Wayne ci fa uscire. Ma noi sapevamo sin dal giorno prima che sarebbe stata un’udienza a porte chiuse. John crede sia dovuto al suo carisma. Farli felici. “La Curva Nord è rimasta dov’era e ha cercato di scavalcare per arrivare a contatto coi barlettani”. Già, come facciamo di solito. In attesa della squadra. “Siamo stati costretti ad una carica di alleggerimento che i tifosi non hanno preso in maniera democratica. Il resto dello stadio era vuoto”. Sbuffo, sbuffiamo. No, non ci prenderanno per sfinimento. Eravamo lì, a quel boccaporto. Ne conserviamo gelosamente i segni. Non dobbiamo cedere allo sconforto. Ripetere dieci, cento, mille volte la nostra versione. Fino a stancare, fino a stancarci. Non siamo sotto processo, noi. Non dobbiamo per forza scegliere tra libertà e verità. Anche se la verità è scomoda e, come ci fa notare qualcuno, potrebbe appesantire la situazione giuridica dei processati. Ricatti, ovunque. E ovunque processati, anche a piede libero. Il questore dice che la Nord gli ha intimato: “Noi non ce ne andiamo prima degli ospiti”. E che loro sono, quindi, stati obbligati a “rintuzzarci” con una carica. Quanta infamia. Eppure, quello era l’uomo che si preoccupava delle donne, dei vecchi e dei bambini nel traffico delle compere. Quarantotto lacrimogeni ha sparato la polizia, quattro i carabinieri. I bambini nel traffico. I bambini in curva. Flebile ci arriva la voce di Gianni. Si difende, non patteggia. Ne siamo felici e preoccupati al contempo. Il ricatto ci è entrato nelle ossa, come il freddo di dicembre. Ma ormai siamo in ballo. Entrano i capisquadra della celere di Bari. Anche la sentenza è a porte chiuse. Poi si spalancano le porte ed escono gli avvocati. Liberi. Obbligo di firma nei giorni dispari. Processo penale a marzo. In attesa del plotone dei daspo. Uno sguardo a Gianni, che zoppica. Ha la faccia livida. Anche il tono di voce non è stato il suo, per tutta l’udienza. Un pensiero rabbioso va alle ritorsioni. Alle vendette degli apparati. Ai colpi subiti a battaglia conclusa. Da ostaggi. Il pubblico ministero chiede a John Wayne di farci uscire tutti. Teme per la sua incolumità. È affascinante questo mondo rovesciato in cui gli aguzzini temono. Loro. Che avrebbero tenuto dentro a Natale due ragazzi pur di coprire lo scandalo della gestione dell’ordine pubblico. Non dobbiamo farli felici.
22/12/14
La versione della strada
Della celere ricordo le facce. Le espressioni tirate, i lineamenti deformati, gli occhi. C’era la squadra sotto il settore. A prendersi l’applauso, nonostante tutto. Il rumore sordo dei manganelli. Gli scudi. Una selva di colpi. Stanno entrando, ci siamo detti. Senza dire niente. Stanno entrando in curva. Inaudito. Inammissibile. In curva non si entra, è legge non scritta. Consuetudine acclarata. Da sempre. E noi, in questo angolo, siamo stipati come su un bastimento che va alle Americhe. In migliaia. Non regge la questione dell’ordine pubblico. I barlettani sono dall’altra parte, distanti da noi quattro barriere di vetro. E la curva stessa è strutturata in maniera tale da eliminare qualsiasi possibilità di contatto con gli ospiti. Carabinieri, Finanza e polizia, in curva ci sono sempre stati. Giù, nello spazio che divide i cancelli d’ingresso dai gradoni veri e propri. Nulla di anomalo. Oggi, poi, sono tanti, tantissimi. Sei blindati hanno scortato i tesserati da Barletta a qui. Altri cento uomini delle forze dell’ordine erano disseminati lungo il percorso cittadino dei pullman e attorno allo “Zaccheria”. In cielo, un elicottero. Impossibile arrivare allo scontro. Inutile mostrare i muscoli. Eppure ce l’hanno detto, all’ingresso: “All’uscita vi sfondiamo!”. Una promessa solenne. Che ci tenevano a mantenere. Senza il minimo riguardo per le conseguenze. La squadra sotto il settore ci fissa. Fissa quella scena. Il boccaporto intasato dai caschi blu. Calano dall’alto, come un conato di vomito. Le facce, dicevo. Hanno il sangue agli occhi. Sono inferociti. Non stanno mantenendo l’ordine. Si stanno vendicando. Un ragazzo molto giovane gli volta le spalle, alza le mani, chiede di poter andare via. Vorrebbe dire che non c’entra. Che è finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sento la paura nella sua voce. Lo colpiscono alla schiena. Lui si protegge la testa. Lo abbattono. È preso in mezzo. Perché adesso ci siamo anche noi da quella parte. Noi, guerrieri ingenui, tanto eroici quanto sciocchi nel voler difendere tutti. Tutti quelli che vengono in Nord. Da queste bestie. Sento le voci attorno a me. “Non abbiamo niente! Non abbiamo niente, cazzo!”. E allora si va a mani nude. Non devono entrare in curva. In tre schiacciano M. alla vetrata. Lo colpiscono ripetutamente. Al capo, sulle spalle, sul collo. Lui continua a rispondere. Finché non viene sottratto alla furia. E chi lo porta in salvo la paga. Volano colpi alla testa. Occhi negli occhi con la feccia in divisa. È odio quel che leggo. E spero che lui legga lo stesso. Fanno male le mani. Ma la Nord si difende. A costo di spaccarsi le nocche sui caschi. Non devono entrare. Ma ormai ci sono quasi. Stanno violando la nostra casa. Mentre migliaia di persone si accalcano. Una sull’altra, in un’onda simile all’impetuosa risacca. Ero bambino quando mi raccontarono dell’Heysel. La gente nel panico, nei luoghi affollati, non è mai un buon presagio. Qualcuno grida che bisogna calmarsi, calmarsi. Ma le merde entrano. Due metri, non di più. Il corpo a corpo è esteso su tutta la linea. Colpiscono freddamente, questi. Alla faccia. Stringendo i denti in un ghigno rabbioso. Urlando insulti. In barese, in napoletano. “Carica! Carica! Carica!”, grida il loro comandante. Ancora e con foga. Poi parte il lacrimogeno. Sulle persone che si accalcano. Sulle persone che cercano salvezza dall’altra parte. Un lacrimogeno. Sui bambini. Merde, merde e ancora merde. Feccia dell’umanità. Non si respira, si tossisce. Qualcuno si affaccia alla balaustra. Vedo la pezza del mio gruppo. Devo superare il blocco della trachea e uscire presto dalla nuvola tossica, se non voglio trovarmeli addosso. Sento le urla. Urla maschili ed urla femminili. E vedo un bambino vomitare anche l’anima. Penso a me alla sua età. Penso che non è giusto, che sono cresciuto in questo stadio. E che probabilmente questo bambino non ci tornerà più. Li odio. Di un odio autentico. Ormai sono dentro. La digos prova a trattare. Si schierano lungo la vetrata laterale. Quella che, anche da sola, sarebbe bastata ad impedire il contatto con i barlettani. Ovunque gente dagli occhi rossi. Ovunque gente che sputa. Quelli continuano a manganellare. Sento lo stomaco che mi esplode. Brucio rabbia come combustibile.
Un ragazzo sbuca dal buio: “Se facciamo il giro da quella parte, li prendiamo!”. La risposta arriva dopo un attimo di intorpidimento del pensiero. Ed è un’altra domanda: “A chi?”. “Come a chi? Ai barlettani?”. I barlettani? Ma nessuno ci pensa più, ai barlettani! Davanti alla tribuna, in fondo a viale Ofanto, lungo il muraglione del D’Avanzo, l’aria è bianca. I vestiti si impregnano. Lacrimogeni, sparati di continuo, a rosone, senza badare a fare economia. La mia città è qui. E, se non fosse per l’adrenalina, ne uscirei commosso. Le cariche della celere allo stadio hanno una vita propria. Non è come ad un corteo di cassintegrati. Lo scontro con gli avversari, il tentativo di raggiungerli, al netto di qualche esagerazione, è sempre una danza mistica, una messinscena seria. Quando le forze dell’ordine caricano, di solito, la reazione della gente è di gran lunga non commisurata all’azione posta in essere. La fuga, in altre parole, è più probabile del contrattacco. Ma stavolta non solo non è così. Stavolta è Foggia a caricare. Per un’ora. Per un’ora e mezzo. I giornalisti, possono berciare versioni di comodo. Parlare di rabbia ultras per una sconfitta nel derby. O di polizia tirata in mezzo dalla follia di chi cerca di raggiungere gli odiati cugini. I politici o gli aspiranti opinion leader, coi loro ghost writers, possono vergare anatemi contro la violenza dei teppisti da stadio. E solidarizzare coi i tutori feriti che, a notte, ancora si facevano i selfie davanti alla questura. La verità della strada, come sempre, è altra. Un manipolo di esaltati in divisa ha attaccato una curva intenta a smaltire la famosa sconfitta in un abbraccio simbolico ai propri calciatori. Ha acceso la miccia mai sopita dell’odio. Dell’odio autentico. Senza quello, la gente – ultras e non – sarebbe tornata alle proprie faccende dopo aver ammesso che era impossibile raggiungere i rivali e fargli i rituali complimenti per la vittoria sul campo. Invece, le cariche e le controcariche che si sono protratte per un tempo indefinibilmente lungo, hanno dimostrato – a chi sa e vuole leggere la realtà – che tanta gente era disposta al daspo, all’arresto, e alle botte, pur di dimostrare che nessuna azione, sull’asfalto, rimane impunita. Che l’asfalto non è un’aula di tribunale. Impuniti non rimarranno quei ragazzi, che la faccia ce la mettono sempre. E che pagano. Impunito rimarrà chi ha dato l’ordine osceno di caricare un settore di duemila persone schiacciate come sardine; chi ha sparato sui bambini; chi ha rotto teste con una determinazione degna di migliore causa. Ma è così che va il mondo, da queste parti. Non ci resta che accettare. Che tre ragazzi dovranno pagarsi le spese legali dopo un rastrellamento all’interno dell’ospedale, dove si erano rifugiati per sfuggire agli scontri. Che un quarto riceverà la diffida, dopo essere stato catturato mentre guidava il fratello nella manovra che l’avrebbe portato fuori dal parcheggio, in quella nebbia urticante. Che Gianluca si curi da solo le ferite causate dal pestaggio subito nei blindati. Che Gianni e Alessandro subiscano, dopo due notti di cella, domattina il processo per direttissima. Noi paghiamo sempre. Ma la strada sa come sono andate le cose. Anche se nessun tribunale è disposto ad ascoltarne la versione.
19/12/14
"Tu, stavolta, non vieni"
Un po’ l’aria strana l’avevo notata. E’ come se avessi fiutato qualcosa. La settimana era finita, i ciottoli di Via Arpi e la Giovanni Pascoli erano alla spalle. Oltre i tre archi delle mie ansie da scolaro. Sarebbero tornati a rapirmi il pensiero solo a tarda sera, alla domenica. Quando la Clerici di “Domenica Sprint” avrebbe dato appuntamento alla prossima puntata, spazzando via quel mondo sospeso che era il fine settimana Un altro lunedì, da lì a poco, sarebbe venuto a prenderti, a strapparti dal tepore di una casa che abitavi da un mese e mezzo e t’avrebbe riportato sui banchi di scuola. Ultimo baluardo prima della campanella, il profumo del krapfen alla crema con amarena della pasticceria all’angolo delle otto del mattino. Di ogni mattino.
Sabato 9 marzo, però, c’era qualcosa che non andava. A casa, il babbo parlava poco e l’eco della vittoria al Celeste di Messina sembrava sopito. Avevo 8 anni, l’album della Panini e il calendario tascabile di cartone sempre tra le mani. Poco più di un amuleto, sapevo a memoria il cammino di un Foggia che s’accingeva a vincerlo quel campionato di B.
I grandi, intesi come i cugini grandi con comitiva annessa non parlarono d’altro in quella settimana. Francesco e Guido quotidianamente “spacciavano” voci che, già di seconda o terza mano, rimbalzavano al “quarto”. Il “Quarto” era la nostra contrada, Via Spalato, via Quercia e Vico dei Conciatoi, il quartier generale, il campo base, la capitale della nostra nazione.
Voci di “allerta” portati oltre i livelli di guardia, di risse, di rivalità ataviche da rinnovare, di sassaiole che furono e che sarebbero state. Rivisitazioni e rievocazioni in chiave romanzata di barelle e di tumulti nella nord, nel derby dell’Immacolata di cinque anni prima.
Riferivo a mio padre che mi invitava a non prendere in considerazione quelle voci, a lasciar perdere chi mi raccontava fandonie, perché “allo stadio si tifa per il Foggia senza pensare agli altri”. Ma mio padre non era quello di sempre. Era distaccato, sfuggiva l’argomento, si defilava, non ne voleva parlare.
Pistella, tale Pistella, era lo spauracchio che agitava la notte della vigilia. All’indomani ero pronto per l’evento. Il giubbino verde con Mickey Mouse sulla schiena, il calendarietto tra le mani. Ero prontissimo per il mio primo Foggia-Barletta. Avrei come al solito, inalato il fumogeno, chiuso gli occhi sentendoli bruciare, risposto “Si” alla domanda “Ci vedi?” di mio padre. Avrei, come al solito, inneggiato a Franco Mancini mentre lui avrebbe salutato la Nord, poco prima del via alle ostilità.
Ma dopo il fugace e silenzioso pasto domenicale, su quel bimbo di 8 anni si abbatté il più cinico e mostruoso dramma. Di quelli che, per quello che eri, ti fanno perdere il respiro e ti fanno piangere ininterrottamente. Nella mia infanzia, mi dicono, non mi sono mai incapricciato e non ho mai sbattuto i piedi dinanzi ai rifiuti, alle negazioni, ai divieti e ai “niet”. Mai preteso un giocattolo incondizionatamente, mai piantato grane, mai rotto i coglioni oltre un certo limite. Ma quella che stava per arrivare, era una mazzata tremenda.
A un’ora e mezza dal derby, mio padre gettò la maschera: “Antonio, con mamma abbiamo deciso che, per oggi e solo per oggi, tu la segui qua. Mamma ti sistema la radio. Allo stadio, è troppo pericoloso”. Capii subito che non c’era nulla da fare, che la sentenza era inappellabile. Nella Opel verde di zio Leonardo, quella ribollente delle passione dell’immediata vigilia che avrebbe finito la corsa come al solito a San Giuseppe Artigiaono io, stavolta, non ci sarei stato.
Francesco e Guido, nella cameretta nuova di zecca, provarono a consolarmi. Vanamente. Simularono un Foggia-Barletta al Subbuteo. Finiva 2-1 e segnava Pistella. Poi andarono e dinanzi a me si spalancò l’abisso.
Ascoltai alla radio la cronaca di quella gara. Strinsi, rabbioso, il pugnetto al gol di Rambaudi, ripresi a piangere al sinistro su punizione di Signori. Non accadde nulla di pericoloso alla stadio, solo qualche pietra.
Mio padre evitò di parlarmi di calcio per i due giorni successivi. Non se la sentiva, forse era il suo modo di chiedermi scusa. Sapeva, e sa, di averla fatta grossa.
P.s: A quella domenica di marzo ripenso spesso. Sono convinto che quel giorno, la tristezza si sia servita del calcio, della mia più grande passione, per palesarsi. Per la prima volta, quasi teneramente, nella mia vita.
Sabato c’è Foggia-Barletta. Non è un caso. Lo so.
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