01/09/08

"Hai un biglietto in più?"

di Lobanowski 3
"Porta l'auricolare del telefono. Non dimenticartene". Mi sveglia questo stringato sms; il furgone senza paraurti e che s'accende con un particolare spray è nel cortile dello "Zaccheria" già da due ore. Si stendono cavi, si usa l'ascensore per portar su le camere. Io, nella mia stanza, dove purtoppo fa ancora caldo (e la cosa non aiuta ad entrare nello spirito del campionato) accendo con pigrizia la tv. Scontri alla stazione di Napoli. Evito i commenti, dico solo che cacciare via i passeggeri del treno e distruggere il convoglio, è una roba da imperialisti. Spacconi, tendenti alla lazialità. I napoletani piagnoni. Doccia veloce, appena dentro il recinto, la zona rossa, s'avvicina uno. E' il solito. Chiede biglietti a destra e a manca. Poi li vende. Mi fa "Giovane..". Gli rispondo male, con un "che vuoi?" stizzito. Mi chiede il tagliando. "Non ne ho". Replica con un tono dimesso, vittimistico. "Tanto lo so che ce l'hai, devi darlo a qualcun'altro...Tanto vale che lo dai a me". Vai a cagare. Sorride, e chiede scusa. Chissà poi di che. Entro allo "Zaccheria". I vecchi amici, gli stewards delle porte. Tutti che mi chiedono se potranno assistere in tv a Pescara-Foggia. Uno fa lo scoop. Dice che il Foggia perderà la prime tre, perchè vogliono cacciare l'allenatore. Pannelli nuovi in sala interviste, poi Loba2 in lontananza con Ceska e fratello. Grido. Enio, è quasi una parola d'ordine. Non mi sente. Ricomincia il campionato pure per lui. Mi piace il coro "Dai Potenza, dai Potenza... eh eh...". "Montanari...", urla un distinto signore seduto al solito posto in tribuna ovest, verso la Nord. E' il solito. Sono tre le parole del suo stereotipato dizionario. Ci sono pure "pesciaioli" e "pecorari". Si adegua all'avversario come il più astuto degli strateghi. Manco fosse Mourinho. Il Foggia non mi piace, Mario sfiora il gol. Kontè, "il nero" per l'intero settore, regala i primi segni di sfiducia della piazza. Sento uno che fa in foggiano: "Se il nero la metteva dentro, tornavo a casa a vedere il Milan". E penso, anche se non dovrei forza Bologna. Sussulto della tribuna stampa quando comunico il vantaggio del Crotone col Pescara. Credo che Galderisi sia il male, adesso. Segna Troianiello. So che è il match point, perchè il Potenza non pareggerà mai. All'uscita ancora domande sulla diretta tv. Che quasi sicuramente non ci sarà. Non sono ancora in clima campionato. Fa troppo caldo. E ho urlato di più al gol di Gila.

Noi siamo Borghetti

di Lobanowski 2

Domenica 31 agosto, Foggia-Potenza 1-0

Il segnale acustico è inconfondibile. Il vecchio Nokia in preda alle convulsioni nella tasca del jeans, a testa in giù sullo schienale della sedia. Un sms. Angelo scrive: “Sono emozionato, ma pronto alla contestazione”.
Si ricomincia. È la prima. La lunga attesa è agli sgoccioli. Anzi, è già finita. Perché nel calcio, ultimo rito collettivo vivo sotto la cenere dell’individualismo straccione, quel che conta è prendere parte: ed un preparativo addobbato a dovere conta quanto – e a volte più – dell’evento in sé. L’avvento conta più del Natale. La quaresima più della Pasqua. L’attesa del Palio più del Palio. La prima serata di Sanremo più dell’ultima. L’Osservatorio è in fibrillazione. Le questure, i reparti celere, i prefetti, le società. Nella piramide tridimensionale dell’emergenza creata ad arte, tutti i gradi dell’organizzazione – giù, giù fino ai giornalisti di Rai e Mediaset – sono in spasmodica attesa che qualcosa possa accadere. In tanti (molti più di quanti ne possiate immaginare) lo sperano caldamente. Diversi ceri a diversi altari sospetti sono stati santificati prima della prima liturgica. Fatto sta che lo stesso super-ente alla Sicurezza nazionale in materia di stadi, ha chiuso lo “Iacovone” di Taranto e concesso ai napoletani di raggiungere Roma e ai gobbi di scendere a Firenze. Un esordio spinoso. Ieri sera si raccoglievano scommesse sui nuovi pianti greci a cui avremmo dovuto assistere dopo l’esodo degli azzurri nella capitale. A mezzogiorno è giunta la prima Ansa: “Tafferugli nella stazione di Napoli”. Lo spirito paternalista – che questo Paese mutua pari pari dal cattolicesimo più deteriore – s’è impossessato dei primi sguardi torvi. Come se qualcuno volesse dire, all’intero mondo degli ultras (e dei “semplici” tifosi, perché no): Avete visto? Vi lasciamo liberi di scorrazzare per mezz’ora, e questo è quello che succede.

Alle 14,10 il chiosco di Salvatore, a San Ciro, è già vivo e pulsante. Sembra una slot-machine di quelle da muro, coi sensori sensibili. Due Borghetti, 3 euro. Il carovita investe anche le oasi dell’Unesco. I ben informati consigliavano di recarsi alle porte con sufficiente anticipo. Del resto lo “Zaccheria” ha ottenuto l’agibilità in extremis e fino a ieri sera alcuni bar cittadini vendevano i tagliandi dietro ostensione di un documento di riconoscimento. Alcune prevendite si spingevano fino al numero di cellulare. Si garantiva la gestione elettronica dei posti numerati, precondizione d’obbligo per evitare l’esordio a “porte chiuse”. Pazze risate. La battuta più gettonata riguardava il numero di fila e di seggiolino. Delirante, per una curva che i seggiolini non li ha. Lo strano sovraffollamento alle transenne che fungono da primo prefiltraggio, altro delirante reperto del dopo-Raciti, ha di fatto accelerato il secondo giro di birra. Una fila disordinata e scoordinata, larga più che lunga. Poi l’intervento risolutore di un eroico supereroe, che con invidiabile nonchalance ha divelto una transenna e creato il varco. Come a Porta Pia. Per una frazione di secondo ho incrociato lo sguardo dello streward in arancione. Poi quello ha detto: “Ecco, è finito a schifo” e tutti hanno riso grassamente. E anch’io. Al secondo prefiltraggio un padre disperato ha allungato il figlio oltre la staccionata, donandolo alle forze dell’ordine. Famiglie disgregate. A cosa siamo giunti. Poi anche queste transenne sono volate via. E ci siamo ritrovati. Abbiamo deciso: i tornelli sono barriere architettoniche. Ci vorrebbe una pubblicità progresso. Tutti dietro la bandiera, munita d’asta leggera e snodabile. Un bijou. Il caldo è perpendicolare e umido. Più che sudare, si gronda. La mia testa lucida spicca. Mi bucano la tessera. Siamo dentro. A Barcellona in un bar di boliviani c’erano dei poster. Poster come quelli che di solito ci sono nei ristoranti italiani nel New Jersey o a Malibù. Soggetti tipici: la Torre di Pisa, il Colosseo, il Duomo di Milano. Nel bar boliviano di Barcellona c’era una bidonville. Ecco. Adoro questo stadio per la stessa ragione per cui quei boliviani adorano la loro nostalgica distesa di baracche con la fogna a cielo aperto. Lo adoro per quel che rappresenta. Per quel che rappresenta di me. Mio fratello, che si è sorbito lo scempio col Barletta in Coppa, mi aveva chiesto: “Torni allo Zaccheria dopo il Nou Camp… Non ti fa effetto?”. Guardo il cemento armato cadente, bisognoso quanto meno di una passata di calce e vernice, il chioschetto e i cessi pubblici, e sono finalmente in grado di rispondere. Certo che mi fa effetto. Quello è uno stadio, questo è il mio stadio.
Il settore è lo stesso. In alto lievemente sfalsati sulla destra, guardando la curva dalla curva stessa. Oggi poi siamo particolarmente montani: dietro di noi c’è un solo gradino. Manca Daniele, per procura eletto sbandieratore e alfiere del gruppo. Manca Gianni, frenato dal lavoro. Ma le facce conosciute ci sono tutte. Ostentiamo un boxer rossonero della Wanted. Partiamo col coro, sulle note di Bandiera gialla:
Quando vedrai / Sventolar questa mutanda / Tu saprai / Che qui si canta / E l’igiene tornerà.
Siamo consapevoli che il limite tra goliardia e disimpegno è labile. Maneggiamo la materia grigia del limbo. Ma nessuno di noi si sogna di infrangere l’abusato paragone tra il dogma religioso e la fede calcistica. Di fronte c’è un buon migliaio di potentini. Fanno sciarpata mentre le squadre entrano in campo. Sembra la Casertana, o l’Amburgo, il Potenza. Noi in rossonera, con le fasce strette. Aborro. Dopo trenta secondi battiamo una punizione alla tre-quarti. Con orrore m’accorgo che l’intero undici, tranne il portiere, è nell’area avversaria. Spargo la voce tra i distratti. Questo va mandato a casa, subito. Zeman ha perso ancora, laggiù a Belgrado. È a otto punti dal Partizan, alla terza di campionato. Non ho voglia di fare la stessa fine. AV ricambia il fremito. Ci vorrebbe lo stendardo: “X Fisso”. È nell’aria, gira l’idea di uno scialbo pari. Stefano erano anni che non veniva allo stadio. Si sconvolge per il livello infimo di calcio espresso. In effetti sarà il caldo, sarà che sono le prime sgambature, ma sul terreno sabbioso ci si azzuffa senza mai dare l’impressione di possedere un’idea di gioco. La Sud canta, ma i cori non sono possenti. Riabituarsi alla categoria dopo aver sognato il salto è un impegno che richiede disciplina e dedizione. La stessa che Mattia ci mette a sventolare il vessillo della Cnt riconvertito ad uso civile. I primi quarantacinque minuti mi servono a riempirmi alcune lacune sulla formazione. Angelo mi ragguaglia. La ripresa. Ci siamo. La curva è più decisa, la squadra giochicchia. Sarà stato lo spavento per il gol che si è divorato l’unico giocatore nero del Potenza. Gli sono stati risparmiati i “bu” d’ordinanza. Grande sensibilità della gente di Capitanata. Cantiamo per la squadra, cantiamo per la maglia, cantiamo per un amico che ci raggiunge nel settore. Lui non sembra gradire. Poi segniamo. Inspiegabilmente. Siamo in vantaggio e ci resteremo. Uno dietro di me rimpiange il 4-3-3 originale, quello “divertente”. Mi limito ad osservarlo, come si osserva la Venere di Cirene. “Se volete divertirvi, andate a vedere i pagliacci”. Resistiamo. Dal settore dei potentini s’alza il coro. È massiccio, anticipato dal corifeo, scandito a sillabe, come di solito sono i cori massicci.
Noi / Siamo / Lu-ca-ni.
È un attimo. Il lampo di una Polaroid. Ceska s’accende come una lampadina. Parlotta con AV. In mezzo minuto la risposta si dipana sulle teste di quelle venti teste di cazzo che siamo.
Noi / Siamo / Bor-ghet-ti.
La gente si gira per ridere. Ormai siamo in corsa. Manca poco, il Potenza attacca e rischiamo di prenderle. Ma noi andiamo dritto-per-dritto. Ancora a scandire: Salutate la capolista.
Continuiamo ad oltranza, senza accorgerci del triplice fischio, degli applausi alla squadra. Quando rientriamo in noi stessi la curva sta saltando all’unisono: Chi non salta è pescarese.
Presagi.

21/08/08

Il panettone di Novelli è il mio panettone

di Lobanowski 1

Stati d’animo a dieci giorni dall’inizio del campionato


Non sono tra quei tifosi che ad agosto, calciomercato e lista dei giocatori in rosa alla mano, sogna di vincere lo scudetto. Pur avendo la propria squadra in prima divisione (e vabbé, adeguiamoci, niente più C1). Non lo sono mai stato, mi pare di averlo già scritto. Solo una volta, l’anno del presidente Lioce, dello squadrone allestito agli ordini di GB Fabbri, sognai che avremmo spaccato il mondo, con gente in squadra proveniente da serie A e B. Ci salvammo a stento, in C1. Ma avevo 14 anni. E soprattutto fu colpa degli adulti che mi fecero credere che al posto del Foggia quell’anno sarebbe sceso in campo il Liverpool.

Di contro, così come non sogno allo stesso modo non mi deprimo se la mia squadra esce al primo turno in Coppa Italia contro un Barletta qualsiasi. Mentre scendevamo i tornanti del Montjuic, in una calda serata catalana, ancora negli occhi lo stadio col braciere, la piscina di Attolico e il sogno olimpico di Barcellona, eravamo aggiornati via sms sulla disfatta all’esordio davanti al pubblico dello Zaccheria dai compagni presenti nella Sud. Qualcuno di loro si è già lanciato in sentenze definitive: quello è scarso, quell’altro pure, l’allenatore è zemaniano.

Ora, è vero che l’appellativo basterebbe per una condanna al nostro personale Tribunale del Calcio, dove sugli scranni dei giudici siede la triade Puricelli-Caramanno-Burgnich, ma non mi faccio fregare. Novelli fa la zona (ma perché, c’è qualcuno che marca ancora ad uomo nel calcio? Se sì, ditemelo, che lo vado a vedere come il leone albino allo zoo di Barcellona), e “ammette” di aver imparato molto dal boemo quando questi allenava la Salernitana e il nostro mister si faceva le ossa con la primavera. Troppo poco: fuorigioco e 4-3-3 non mi bastano come elementi probatori. C’era un certo Pasquale Marino che fu accolto con le stesse trite e ritrite nostalgie (per qualcuno complimenti, per noi altri vere e proprie diminutio) e che addirittura osava schierare un per me folle 3-4-3. Roba da avere freddo ad agosto, per chi ama vedere il campo tutto coperto col più tradizionale 4-4-2. Sappiamo dove è finito Marino.

Per me non è questione di schemi o di fuorigioco (l’importante è aver tolto il patentino a Mimmo Caso, l’uomo che osò schierare dietro, in linea, alla ricerca del fuorigioco a centrocampo, ben sette giocatori a difesa di un 2 a 0 contro il Ravenna. Finendo per subire il pareggio in una giornata che ci consegnò alla terza serie, da allora ad oggi). A Novelli piace mettere in off side l’avversario. Ci può stare, non è il primo e non sarà l’ultimo. Conta l’equilibrio, l’intelligenza. Il saper gestire, amministrare una gara. E poi certi automatismi sono complicati da digerire, serve tempo. E che si sbagli il fuorigioco a Matera o contro il Barletta non m’importa, purché a Pescara, poi (anzi a Vasto) nessuno faccia scherzi.

Confesso, grosse illusioni non ne nutro, ma scorro l’elenco dei nomi in squadra e noto che proprio scarsi non siamo. Zanetti, Pecchia, Salgado, la verticale è da serie superiore. Mancino è un ottimo giocatore, corsa e fantasia. Coletti è un mediano sopra la media in C1 (ariecco! proprio non la digerisco la prima divisione). Se Rinaldi non si guarda allo specchio quando gioca è un ottimo centrale. Mattioli, quando stava altrove, era rimpianto. Ora che è tornato a casa è un brocco, per alcuni. Io poi scommetto su Troianello: uno che fa tanti gol e gioca bene in serie D e in C2, può far bene anche in prima divisione. Neanche il Pescador, uno che se gira infila almeno 16 palloni in porta durante la stagione, uno che avanti fa la differenza, inventa quando non riesci a sfondare (ce ne siamo già dimenticati, per caso?) sembra alleviare la disperazione di chi già parla di play out e Novelli a digiuno di panettone. E poi c’è Agostinone, uno che deve crescere, lo si dice ogni anno, ma per farlo deve giocare, e di certo col pallone ci sa fare, corsa, dribbling e piedi buoni.

Qualcosa, non poco, manca. Ad esempio la panchina è corta assai. Lisuzzo e l’ultimo arrivato Burzigotti completano la difesa: potrebbe bastare. Ma sulle fasce stiamo messi male: Colombaretti è un laterale inventato e Arno non pare essere entrato nelle grazie del mister, a sinistra ci mancherà tantissimo uno come Mora, e amen. Ma qualcosa va fatto. A centrocampo mancano cambi adeguati: troppo giovani Velardi e Colomba (soprattutto sconosciuti, magari sono pure bravi), impresentabile ai miei occhi il miracolato D’Amico, nulla sappiamo del rientrante Quinto (ma è infortunato? esiste?). Insomma, se ci scappa un infortunio o una squalifica stiamo messi male.

Le positività di un attacco che fa ben sperare e di una difesa che va solo puntellata, sono annullate dalle voragini nella rosa dei centrocampisti. Insomma, non m’esalto e non preconizzo disastri. Spero nella buona sorte e per farmi coraggio all’inizio di un’annata difficile (il girone meridionale, le trasferte che questa volta saranno trasferte vere, non come al Nord con più tifosi dei padroni di casa e soprattutto con tante, tantissime, che saranno vietate dall’Osservatorio) penso a quanto fossero quotate ad agosto scorso Sassuolo e Cittadella. Della prima non si conosceva nessuno (e i singoli continuano ad essere ignoti ai più, in una squadra dove il collettivo faceva la differenza). Della seconda giusto Coralli, perché era stato ad un passo dal Foggia l’anno prima. Insomma, spero in una piacevole sorpresa, in attesa che la società faccia qualche altro sforzo economico. Sforzo, sì, perché di Moratti da queste parti non mi pare ce ne siano. Qualcuno come Matarrese magari sì, ma i soldi che fa col mattone preferisce reinvestirli in speculazione edilizia. Io intanto l’abbonamento l’ho fatto. E allo stadio del masochismo non sono ancora giunto: preferirei mangiarlo con Novelli il panettone. Vorrà dire che a dicembre non ci sarà da fare l’ennesima rivoluzione.

p.s. c’è qualcuno che potrebbe ragguagliarmi su che fine ha fatto Campilongo? Quella meritata?

16/08/08

L’ingrediente segreto

di Lobanowski 2

Sistemati i conti con i ripescaggi (in B come in C2, con la vergogna-Avellino già nel dimenticatoio), chiusa d’imperio la trafila dei tribunali di mezza estate, i gironi della C1 sono stati sorteggiati. Sembrava non dovesse mai succedere. Il Televideo ha potuto inserire gli elenchi. Il telecomando scorre accaldato. Sono le 20. Stamattina ero a Girona, a diluire nell’ennesimo viaggio il passato timore dell’aereo. Da Girona ai gironi, in sostanza. Prima Divisione. Nuovo il nome, tradizionali i criteri. Dopo l’esperienza nordista, siamo di nuovo nel raggruppamento meridionale. Come ai vecchi tempi, il tagliacarte della Lega ha diviso l’Italia in due. Con l’eccezione di Arezzo e Pistoia. Due trasferte toscane, che quasi certamente ci verranno concesse. Perché il dilemma è questo. E il refrain del popolo si accoda. L’Osservatorio, le questure, lo stato d’emergenza continua (e in parte artefatto). Quali carovane potremo mettere in piedi? E per dove?Dicono che i barlettani avevano, in un primo momento, ottenuto il benestare per venirci a fare visita. Poi i cosentini hanno attaccato i senesi. E l’emergenza è salita ancora. Chi è stato allo “Zaccheria” contro i cugini d’oltre-Ofanto ha potuto accertare quanto sia inutile il calcio senza l’avversario diretto di fronte. Ma tant’è. “Ci concederanno Benevento, Foligno, Gallipoli e Potenza. Forse Lanciano. Forse Crotone. A loro rischio e pericolo”. Disamina pressoché inattaccabile. Il paradosso del girone B: trasferte più vicine, ma divieti e paletti ovunque. Tanto valeva farci tornare a Cremona. Tanto valeva farci conoscere Portogruaro. Scordiamoci Pescara, Taranto e l’intera Campania. Scordiamoci Terni e Perugia. Viviamo alla giornata. Tanto è impossibile prevedere cosa accadrà. Di sicuro ci sono quelli che, dopo un anno passato a ripetere blandamente che il girone A era più duro e ci era stato affibbiato con criteri punitivi (per impedirci di salire in B), che gli arbitri erano tutti del Nord (anche quando erano umbri o abruzzesi) e che le plutocrazie erano apertamente contro la foggianità, adesso ribaltano la frittata e parlano del nostro ritrovato habitat come d’un girone di ferro, dantesco e ribollente d’agonismo. E già rimpiangono le frescure di Sesto o di Busto. Eppure, a ben guardare il Nord, Cesena, Cremonese, Monza, Novara, Padova, Ravenna, Reggiana, Venezia e Verona non sono affatto avversarie rinunciatarie, ma serie, serissime pretendenti alla risalita. In definitiva, ci è andata bene. Non ci resta che attendere gli eventi. Assecondarli, magari, costeggiarli come un pendio garganico. Fatto sta che il calcio, come micro-episodio bellico simulato, non può e non deve fare a meno dei due eserciti che – stendardi e carriaggio alla mano – si fronteggiano minacciosamente, promettendosi vicendevoli mattanze. Dite che non è così? E allora provate ad assistere ad una partita del campionato statunitense. Magari in tv. E vi renderete conto di quanto il calcio somigli a certe ricette mangiate e rimangiate di cui sfugge sempre un ingrediente. L’ingrediente basilare, a ben pensarci. Quello che lo rende così diverso da tutto il resto. Bene, quell’ingrediente è la guerra. O la finzione della stessa. Non facciamo i moralisti, ammettiamolo.

16/07/08

La ricaduta

di Lobanowski 3

Ci sono certi momenti che ti fanno capire che il vento fa il suo giro. Quello che ci siamo messi alle spalle, è stato sportivamente (nel senso più serio del termine) parlando, un anno disastroso per il sottoscritto. Per lo "Zini" di Cremona, perchè cerco il Parma nelle pagine del mercato di A e invece è accanto al Piacenza a pagina 18 della Gazzetta. La mazzata finale l'ha data il rigore di Di Natale. E, mettiamoci pure il dritto di Marat Safin contro Nole a Wimbledon. Insomma, appallottolare e cestinare.
La grandinata di delusione ha estinto la mia voglia di calcio; mi rompo a scrivere e parlare di mercato, dei lavori allo stadio, di chi si iscrive e chi no. Ho, o per meglio dire, avevo, una voglia fottuta di cadere il letargo e di risvegliarmi d'incanto a fine settembre. Con la Premier che è alla quarta, col Foggia già fuori dalla Coppa Italia e col Parma che ha pareggiato al 93' a Frosinone all'esordio. E' l'intermezzo che odio, è il periodo più brutto.
Eppure il vento fa il suo giro, si diceva. E l'ha fatto il giorno della presentazione dei quattro nuovi allo "Zaccheria". Poca gente fuori, sempre molto scettica, ma soprattutto motore del pullman acceso. Il Foggia stava partendo per Gubbio. In ritiro, lontano dal nulla e dai "si dice" o "pare che si compri Tizio, Caio" o i "ma non potevamo tenere Sempronio?".
Dico da molti giorni di essere provato, stanco e con la voglia matta di staccare la spina. Eppure quel motore acceso e i borsoni che venivano caricati nel vano bagagli, m'hanno messo il cece in testa. Per un anno l'ho fatto; e lontano dal vuoto e dai "si dice" ci sono stato per due settimane. Finisci per sentire ancora più tuo il Foggia, perchè lo vedi crescere quasi 24 ore su 24. E te ne freghi di chi è scettico o speranzoso.
Credo che per me sia cominciata così la nuova stagione. Con questo sussulto che m'ha fatto ripensare a Bressanone, che m'ha fatto perdere di vista per un attimo il conto alla rovescia che mi divide dal 2 Agosto e dalla spiaggia. E' il modo di ricominciare; a Gubbio non ci andrò, ma il fatto d'averci pensato anche solo per una frazione di secondo, ha scosso qualcosa.
Sembra più lontano Temelin e il guardalinee, Mimmo Di Carlo ed Hector Cuper, Fabregas e il "game-set-match" del secondo turno sull'erba. E lo dico, mentre cerco di capire quando verranno compilati i gironi.

05/07/08

Voglio ancora vedere i papanonni volare

di Lobanowski 1

Una partita da infarto. Quante volte l’abbiamo detto. O sentito dire. Ecco, anche a me qualche volta è capitato di vedere le stelline bianche ruotare davanti le mie orbite. Forti emozioni al limite del sopportabile. Per colpa, o per merito, sempre dell’U.S. Foggia.

L’ultima, manco a dirlo, a Cremona. 700 chilometri (in andata) di voglia di crederci, passione, ma anche stanchezza (la spossatezza di sguazzare nello stagno della serie C) e tanta speranza nella buona sorte. È solo suggestione, certo, ma a volte il tifoso l’avverte il vento dell’impresa che si stampa in faccia, quando sei sui gradoni di uno stadio, magari in una semifinale play off. A Cremona non c’era vento, solo umidità sommata a umidità. Ma avevo fiducia. Anche perché mica li affronti così 1400 chilometri (A/R), se non hai fiducia. Insomma, credevo possibile l’impresa. Non chiedetemi spiegazioni logiche: mi dicevo (lo dicevo quando eravamo a meno 8 dalla zona spareggi, e mi prendevano per pazzo. E ammetto che un po’ di disperazione c’era…) che dopo la pugnalata in pieno petto ad Avellino, la sorte ci avrebbe restituito il maltolto. Un bottino che s’accumulava da anni. Ci sentiamo tifosi eletti di una squadra eletta, almeno da serie B. Tutto ciò che è meno di tanto è merce rubata dalle nostre tasche.

Quando a Cremona Del Core ha insaccato di testa in rete, dopo l’uscita a vuoto dell’estremo grigiorosso, tutti questi pensieri hanno attraversato come elettricità pura il sistema nervoso mandando in corto i neuroni. Così, dopo aver alzato al cielo il pugno sinistro e lanciato un urlo da mandare in ipossigenazione, ho visto i papanonni danzare davanti i miei occhi. E mi sono seduto. Quando i miei compagni di viaggio si sono girati per condividere gioie e abbracci, m’hanno visto a stento, sommerso dalla calca festante. Non ho detto niente, ovvio. Sarebbe passata. E così è stato. Partecipando ai 15 minuti più belli degli ultimi 10 anni della storia rossonera. Quelli dell’intervello di Cremona. Quando crederci non era più da pazzi.

Ricordo un Cosenza-Foggia ascoltata in radio. Campionato 1987/88, il Foggia di Marchioro. Una partita che sentivo molto, quella contro i calabresi. Scontro al vertice. Poco contavano le fisime da ultrà. Non sono mai andato troppo dietro alle rivalità costruite dai gruppi organizzati. Ad esempio a me piacciono assai i tarantini. Grande tifoseria. E mi stanno sulle palle i leccesi. Vabbè, per non parlare delle tifoserie di sinistra: a quelle guardo con simpatia a prescindere. Comunque, al “San Vito” passammo in vantaggio con un gol di Scienza, un missile da 40 metri, specialità del nostro centromediano. L’esultanza in cameretta fu scomposta a tal punto che mi sentii mancare. E fui costretto a spegnere la radio. La riaccesi nell’intervallo. Finì 1 a 1 con gol rossoblu di Padovano. Loro promossi, quell’anno, mentre il nostro campionato (nostro dei tifosi) finì sugli spalti del “Romagnoli” di Campobasso.

Altro colpo secco allo sterno è stato il 2 a 0 di Cava, play off 2007. Il secondo gol era il viatico per il terzo, lo si capiva da come stavamo in campo noi e da come giocavano loro. Ero a casa: al 2 a 0 me ne sono scappato in camera da letto. Tacciato di vigliaccheria da Tiziana. Ma perché avrei dovuto accettare di assistere alla carneficina della mia squadra, dei nostri sogni di promozione? Avrei voluto prendere un sonnifero, sprofondare nel buio. Non resistetti. Tornai in soggiorni giusto in tempo per vedere il liscio di Moi e il 3 a 0 loro. Ma se mi fossi davvero addormentato, mi sarei perso la gioia del gol di Mastronunzio, quello che fece pronunciare alla mite Tiziana parole da camionista dell’Anatolia, rivolte ai tifosi cavesini e alla loro trovata dei fischietti.

In una sola occasione ho disertato una gara per evitare collassi definitivi. Il mio personale punto più basso di tifoso. Semifinale play off di ritorno contro l’Igea Virus, campionato di C2. All’andata 1 a 0 per noi. Al ritorno l’imperativo è non perdere. Unitile ribadirlo, altra partita che mi consuma lo stomaco, che irrigidisce i muscoli. Uscire dalla palude della C2 sarebbe un atto di dignità, almeno. Telefoggia si assicura la diretta. Potrei vederla in tv. Mezz’ora prima dell’inizio me ne vado a Manfredonia, al mare. Senza una meta precisa, se non Aulisa per un gelato. Non prima di aver mandato Elena in avanscoperta. Hai visto mai che avevano una tv o una radio accesa. Mi rimetto in viaggio verso Foggia e alle 16.55 sono al curvone del camposanto. Solo allora accendo la radio. “Ormai è fatta”, mi dico. Metto su la radio e in quel preciso istante Michele Carelli annuncia il gol, con voce tranquilla (io la interpretai sul momento come mesta) di Rosa dell’Igea. Poi aggiunge un per me liberatorio “2 a 4 per il Foggia”. La sensazione fu come se il cervello si aprisse modello Mar Rosso nei kolossal biblici. Tornai a casa strombazzando con la Y10. Poi cu fu Paternò, ma quella è un’altra storia. O meglio un’altra sofferenza.

Ma la prova del fuoco per le coronarie di ogni buon tifoso rossonero, lo sappiamo tutti, fu quel Palermo-Foggia giocato sul neutro di Trapani. In palio la serie B. Una sorta di spareggio. Perché per tutti, lungi ancora da venire la malsana idea dei play off, quella partita è ricordata come una finale. Come i tifosi del Manchester United ricordano quella col Bayern in Coppa Campioni, così è per noi l’ultima giornata del campionato di C1 stagione 1988/89. Noi avanti di due punti sui rosanero. Lo scherzo del destino: lo scontro diretto in coda al calendario. Se vincono loro è spareggio, con qualsiasi altro risultato in B ci andiamo noi, a far compagnia al Cagliari. Il gol di Barone su punizione, in realtà un cross tagliato in area finito nella rete. Il pareggio di Autieri. L’uomo in meno per noi. Furono 90 minuti e passa da defibrillatore. Ero allo “Zaccheria”, a soffrire con altri 10mila ascoltando la diretta radiofonica da casse che andavano in distorsione nei momenti più concitati, quando alzava la voce il radiocronista. Essere usciti vivi da lì è un salvacondotto per ogni emozione forte. Anche per questo non vedo l’ora che arrivi settembre. Per vedere ancora i papanonni volare. Con un finale diverso, magari.

Il Libro