08/09/09

Corsari

di Lobanowski 2

Lunedì 7 settembre, Andria-Foggia 0-1

Non bisogna mai rinunciare alla socialità; al principio aggregante per cui esistono cose come i bar, i pub, i circoli del ricamo. E il calcio. L’abbiamo detto, l’abbiamo scritto. Ore 20:45, tutti da noi. Tutti alla Cantina Politicamente Orientata. Abbiamo inventato anche un aperitivo serale per l’occasione. E una volta lanciato l’appello, fissato l’appuntamento, non si torna indietro. È un piacere, certo. Ma manca tutto. Il frigo boccheggia. C’è da lavare a terra, riordinare lo spazio agibile, riempire il freezer di birre, Caffè Sport, vodka, gin, Martini. Senza contare che mancano i tovaglioli di carta, i bicchieri grandi e quelli da cicchetto. Compunta rassegnazione, maniche rimboccate all’inverosimile. Una teglia di pizza da passare a ritirare, un paio di limoni da cercare. Siamo a due passi dal mercato e sono da tempo passate le 18. Lunedì sera e le saracinesche chiuse ricordano mollezze arabeggianti, da placida cittadella mediorientale. “Dovete aspettare che apra”, dice il macellaio indicando una serranda colorata, vivacizzata da una grottesca floreale. “Ma apre?”, “Bah – fa quello buttando un occhio distratto all’orologio – a volte si, a volte no. Dipende”. Questo un milanese non lo capirebbe di sicuro. Alle sette e mezzo diamo il via alle danze. Il pavimento è lucido, Valerio ha portato anche del vino casereccio. Raisportsat trasmette una trasmissione con Tramezzani ospite. La sera plana dolcemente. Tra un po’ arriveranno tutti. Andria è trasferta vietata. Non bisogna mai rinunciare alla socialità.

Che poi, spiegare perché Andria è vietata, richiederebbe di suo una robusta digressione. Una digressione che – ne sono consapevole – annoierebbe mortalmente e puzzerebbe di vittimismo postumo. Ma siccome anche tacerne sarebbe sbagliato, non posso che sintetizzare il più possibile. Dunque. L’Osservatorio, supremo ente mistico, eminenza grigia sacerdotale che sovrintende alle nostre domeniche e alla nostra libertà di movimento, si è espresso con largo anticipo, senza menzionarci. Funziona così: ogni mattina ti svegli e consulti il sito. Quando vedi l’elenco delle partite proibite, lo scorri da capo a piedi per capire se c’è il nome della tua squadra. Se non c’è, è probabile che si possa partire. È, come avrebbe detto monsignor Casaroli, il martirio della pazienza. Ma siamo disponibili a giocare al massacro. Del resto, è il gioco di ruolo che abbiamo scelto. Insomma, dal silenzio s’arguiva che Andria-Foggia non era considerata partita a rischio. Un iniziale sconcerto ha percorso la piazza. Una serie di perché, di ma come, di come mai. Qualcuno ad ipotizzare addirittura un trappolone, modello Roma-Napoli. Ma Ticket One ha messo in vendita i biglietti del settore, si diceva. È fatta sul serio, hanno pensato gli scettici. Ed increduli si sono scalmanati verso lo sportello. Il prezzo per essere ospiti al Degli Ulivi è da omicidio seriale: 15 euro, a cui aggiungere l’euro e cinquanta di prevendita. 16,50 per una gara di C. Siamo bestie da soma, animali vivisezionabili. Qualcuno insorge, altri correggono il tiro: calmi, state calmi… è una trappola, non facciamoci provocare. Giusto, ma qualcosa andrà pur detta a coloro che considerano il Degli Ulivi un Meazza senza anelli. Fatto sta che in tanti, fin da martedì, hanno il permesso e il tagliando. Mercoledì il Prefetto di Bari è a Foggia. Non so perché e comunque non mi interessa. Andria è uno dei tre capoluoghi della Bat, la nuova provincia pugliese. Non è più provincia di Bari, quindi è altamente probabile che abbia un prefetto diverso. Eppure, giovedì mattina la notizia s’infrange sui frangiflutti dello stupore: la trasferta è vietata. Ha deciso il prefetto. Di Bari. Motivazione ufficiale: il settore ospiti non è a norma e non si può garantire la sicurezza in una partita in notturna. Altri perché, altri ma come sarebbe a dire, altra impotenza. È così e basta. Inutile trastullarsi i neuroni. È la stessa logica che vieta Potenza ai ravennati e concede Lanciano ai pescaresi. Una logica vuota di logica. Un’assenza di buonsenso che si fa senso comune. Contro la quale combattiamo da mesi, che si fanno anni.

Lo striscione fuori recita: No alla tessera del tifoso. C’è gente ovunque. Sulle sedie di plastica che s’approssimano al fuoco televisivo, in piedi nelle file più arretrate, sul divano, fuori. La curva dell’Andria sembra piena. Sapevo che avrebbero protestato contro il divieto, ma la Rai non copre l’evento. Resto dubbioso. Al fischio d’inizio molti scommetterebbero sullo zero a zero. Ma il Foggia sembra in palla. C’è una cosa che mi stupisce di questa squadra di ragazzini. L’ho già notato a Trieste e poi a Verona. È che non si fa mettere i piedi in testa. Anche in campi d’altra categoria, o dinanzi alla muraglia umana d’un pubblico ostile, o ai tranelli inevitabili di una piazza meridionale. Hanno la testa alta, questi giovanotti. E vanno giù duro, combattono. Penso che saranno amati. In fondo, gli si chiede solo quello: lottare e sudare. Nel primo tempo, vanno addirittura oltre. In una parola abusata, dominano. Tengono il campo, ripartono, portano il baricentro nella trequarti avversaria. In un paio d’occasioni sfiorano il vantaggio. Io servo Borghetti e vari miscugli alcolici. La gente mormora: “Stai a vedere che perdiamo uno a zero. Questi al primo tiro ci castigano”. E il vaticinio pessimista sembra realizzarsi nell’unica azione biancoblu, un traversone che taglia l’area per intero. L’arbitro fischia, il pari va più che bene.

Spunta un megafono e la ripresa la interpretiamo diversamente. Cori e solo cori, come se fossimo realmente al seguito dei rossoneri. Poco alla volta, la partita giocata si allontana, evapora. Sosteniamo il piccolo schermo. Il Foggia tiene. Siamo al centro del primo momento topico della stagione. Tutto è in equilibrio, col giudizio della piazza sospeso come una nube sul rasoio. Basta un golletto, da una parte o dall’altra, per modificare radicalmente l’umore di questa strana, normalissima gente meridionale. Là fuori, pensiamo, ci sono tifosi mediamente coinvolti, giornalisti beccamorti e semplici occasionali, pronti ad esaltarsi o a sprofondare. Sulla scia di un gol. Se lo segniamo, siamo dei supereroi prossimi ai playoff; se lo prendiamo, è il baratro. Torna alla mente la celeberrima diatriba sull’assoluta superiorità del risultato nel gioco del calcio. Non ci pensiamo. Il lanciacori s’assopisce per qualche istante, bisogna rialzare il morale di una platea orientata sulle reti inviolate. E nulla è meglio di un bel coro contro. Ci tornano alla mente i compagni tarantini, quelli che conosciamo bene. È da luglio che intendiamo mandargli un video-messaggio. Mi torna in mente che ho la digitale in tasca. “Aspettate”, dico. E piazzo la telecamerina sul bancone, puntata sulle piccola folla. Enzo, col megafono, fa appena a tempo a parlare: “Tarantini…”. L’immagine si fa mossa. Salgado di testa ha messo in moto Di Roberto sulla fascia. Questi è rientrato, ed ha piazzato un rasoterra in mezzo. C’è un ragazzo in maglia bianca che s’avventa sul pallone. Uno sull’altro, tensione, spasimo. Tira. Il video trema. Siamo in vantaggio. Non ci prenderanno più.

È il boato. Siamo in zona playoff, siamo uno squadrone, tutti festeggiano, la piazza impenna come su un Bravo d’annata. Io sono senza voce. Devo farmi controllare, penso, non è possibile ridursi sempre così. Gin e cocktail. Relax. Riflessione. Un secondo tempo di puro sostegno. Bravi. E mentre la città sfolla, una triste consapevolezza fa capolino come una serpe tra i rovi. Riassunta nelle parole del rancore festante: “Bravi si, però che stronzi… vincono solo quando non ci siamo”. Ci avevo pensato anch’io.

07/09/09

Come saremo (Note sulla Tessera del Tifoso)

di Lobanowski 2

Note sulla Tessera del Tifoso a margine della manifestazione di Roma (5/09/09)

L’uscita è Tor di Quinto-Labaro. Bisogna seguire le indicazioni per lo “Spazio Roma”, una struttura polivalente a metà tra la disco, la galleria d’arte metropolitana e un capannone industriale. Prima sorpresa. Immaginavamo un raduno all’aperto, col Coni come sfondo. Invece qui c’è il cancello e si entra facendosi riconoscere. Appartenenti a una delegazione. Ci sono ragazzi in maglia bianca che sorvegliano le porte. I giornalisti e i curiosi restano fuori, in attesa di comunicazioni ufficiali. Tre i gruppi da Foggia. E poi noi. È la prima volta che ci capita di usare il nome collettivo in un’occasione ufficiale. Fa un certo effetto. Parcheggiamo. Un breve corridoio coperto. Dentro. Pareti plastiche e nere, spazi delimitati da pannelli di legno compensato. L’organizzazione sembra impeccabile. In grande stile. C’è tanta gente. Tanti ragazzi, da tutta Italia. E non è un modo di dire. Gli occhi saltellano da una t-shirt all’altra, per scorgere indicazioni sui luoghi di provenienza, sulle curve d’appartenenza. Le t-shirt subiscono gli sguardi indagatori degli altri. Io ho la maglietta in lavatrice, me ne sono accorto alle 5 di stamattina. Ho su quella comprata a Gracia, che dice che il Barca è l’orgoglio di Catalogna. Gli altri mi guardano strano. I miei sono rigorosamente in divisa ufficiale. Anche i primi amici che vivono a Roma e ci raggiungono sono inappuntabili. L’ho steccata proprio. Ma non si torna indietro. Il salone è pieno, trabocca. C’è gente in piedi sui tre lati della platea. Cerchiamo una collocazione, andiamo verso destra dove c’è il cortile. E un sole a trequarti con punte di umidità furenti. Fissiamo la tavolata degli organizzatori e degli avvocati e ci abbronziamo il capocollo. È quasi mezzogiorno.

Ora, gli aspetti da isolare sono un paio.
Uno riguarda l’essenza della protesta, di questo tam-tam che risale la risacca con forza crescente, fino a farsi notare dal mondo che sosta a riva, sul bagnasciuga delle certezze televisive. L’altro il metodo. Interventi brevi, cadenzati, solitamente aperti. È uno stile, e chi non ci è abituato lo nota. C’è una grande voglia di decidere, di trasformare il raduno in azione. E questo asciuga i pensieri, li rende poco pomposi, per nulla politicanti. C’è fretta, e si avverte. Volontà, più ancora che necessità, di combattere questa battaglia – fosse anche l’ultima della specie – senza cadere nella trappola dell’attendismo, del “poi vediamo che succede…” che già è stato fatale per le trasferte proibite e l’inasprimento dei Daspo. Parlano gli avvocati, i rappresentanti dell’organizzazione. Poi il microfono è aperto, e gli esponenti dei centoquaranta gruppi presenti s’avvicendano. Molti applausi accompagnano le parole della lotta. E qui apriamo parentesi. Una parentesi che forse è tutto.

Cosa sia la Tessera del Tifoso è presto detto: un’idea geniale per raggiungere, in un sol colpo, almeno tre buoni obiettivi. Fidelizzare il tifoso alla società, aprendogli un bel credito e facendo la gioia degli istituti bancari; plasmare il tifoso di nuovo tipo, asportandogli la passione come una trasfusione di plasma, renderlo spettatore passivo di uno spettacolo di cui è ufficialmente estraneo, burocratizzarlo e rincoglionirlo tra uno sportello e un Punto Assistenza Sky; consegnare alla società un residuo di cittadino snaturato, controllato, schedato, ammansito, buono per altri controlli, altre schedature, altri snaturamenti. In altri ambiti. Dal primo gennaio del prossimo anno tutte le società calcistiche dovranno mettersi in regola, e dopo aver approntato gli stadi, prepararsi ad accogliere le copiose schiere di appassionati e tifosi in fila per vedersi riconosciuto il proprio status di Tesserato. La Tessera, dai vivaci colori personalizzati, una volta ottenuta e stampata servirà come documento di riconoscimento e di credito, dai botteghini agli official store, dagli autogrill al casello autostradale. I biglietti saranno acquistati solo mediante l’ostensione di questa reliquia. E sarà possibile, per i possessori della card, anche seguire la squadra in trasferta. Cosa preclusa agli altri. Il buon padre di famiglia – quello che ama ripetere che se hai la coscienza pulita non hai niente da nascondere – incalza la sua incredula curiosità: “E allora? Che problema avete con la tessera?”.

C’è una difficoltà, che è all’ordine del giorno da un po’. Latente, e sintetizzabile nella locuzione da discorso diretto: se fino a questo momento non l’hai capito, non so come spiegartelo. È un po’ quello che accade coi versi di certe poesie ermetiche. Perché giunti a questo punto del discorso il cittadino comune avrebbe dovuto già arguire lo schema e provare indignazione. Dinanzi a chi non riesce ad indignarsi, la battaglia annaspa. Benjamin Franklin, in una pluri-citata esternazione, diceva “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. Ed è più o meno questo, il fulcro della storia, la morale della favola. Lo stadio è un laboratorio. Non è un mistero per nessuno che i reparti della celere abbiano in passato testato le tattiche da scontro aperto più efficaci contro le tifoserie riottose all’esterno degli impianti; così come non è un mistero che quelle tattiche abbiano trovato applicazione ben oltre gli angusti dintorni delle curve, e siano sbarcati nelle nostre città; Il G8 di Genova, poi, addirittura fatto studiare alla polizia irachena in formazione. Senza andare troppo in là: lo stadio è per molti, troppi, il luogo dell’eccezione. In tanti, troppi, sono convinti che il frequentatore di una curva goda di un surplus di diritti che il cittadino che si limita all’esterno non possiede. In realtà è vero il contrario. Come luogo del controllo sociale, del rapporto tra potere e masse, lo stadio – e in particolare le curve degli stadi – sono il principale punto d’osservazione della “sicurezza” che sarà. Una specie di popolazione cresciuta in vitro da schedare, controllare, reprimere. Un soggetto multiforme da sollecitare con impulsi sempre più assurdi: biglietti nominali, divieto di vendita dei tagliandi la domenica, prefiltraggi multipli, tornelli, steward, forze dell’ordine schierate, norme rigide ed ottuse su striscioni e bandiere, estromissione di fumogeni e torce, tamburi e bottiglie di vetro, lattine e aste flessibili, telecamere, trasferte concesse e poi proibite, prezzi altissimi anche nelle serie minori. E diffide, diffide per qualunque scelta difforme, innocua o aberrante che sia. Un fumogeno acceso e lasciato morire su un seggiolino, a distanza di sicurezza da ogni altro cittadino occasionalmente presente nello stadio; il rifiuto di aderire a determinate commemorazioni o, al contrario, l’ansia di partecipare all’esecuzione di un coro specifico. Ce n’è a sufficienza per confermare l’impressione: il cittadino che s’approssima all’arena, perde molti più diritti di quanti – secondo la vulgata – ne guadagni.

E con la repressione in stato di grazia, e gli anni di Daspo – sanzione amministrativa – comminati senza dover dare spiegazioni a nessuno, con la propaganda mediatica che parla di ultras e mostra le streghe, è facile prevedere che la Tessera, come tassello finale del percorso ad ostacoli, assassinerà i gruppi. O ferirà mortalmente loro e un bel pezzo di libertà. Inutile dirlo alle sinistre, troppo impegnate a confondere le bassezze di Repubblica con la libertà di stampa. Eppure a Roma c’era Cento, onorevole dei Verdi, che non ha parlato poi così male: battaglia da cittadini e non da tifosi, ha detto. Nel mirino gli ultras, certo, e il loro modo “sconsiderato”, “folle” e “incomprensibile” di vivere la domenica, la settimana. Ma portare la lotta nelle strade, guadagnare consensi, alimentare la fiumana, prima che sia troppo tardi, è un dovere che non richiede neppure la condivisione della “mentalità”. Basta osservare alcune sintomatiche innovazioni giurisprudenziali per comprendere la massiccia portata dell’attacco che stiamo subendo: l’introduzione di una specie di diffida preventiva, atta a negare l’ottenimento della card a tutti coloro che frequentano zone calde dello stadio, che si va ad aggiungere al divieto per tutti coloro che hanno subito una condanna “da stadio” qualsiasi dal 1989 in poi. L’ergastolo, l’esilio a vita. Un provvedimento emergenziale senza pari nel nostro ordinamento giudiziario, altrimenti rivolto al recupero e al reinserimento di qualsiasi reo. Di qualsiasi pedofilo, stupratore, funzionario corrotto o corruttore, assassino. Per intenderci. Qui, invece, vittimismi a parte, sembra che la tolleranza debba rasentare la lettera scarlatta.

Ma l’argomento si complica, s’ingarbuglia. Meglio chiuderla qui. Roma è stato un appuntamento importante. Perché guardarci in faccia è sempre importante. Le decisioni, il calendario degli appuntamenti, hanno una rilevanza relativa, rispetto all’acquisita consapevolezza che la casa brucia, e la fretta non sempre è cattiva consigliera. Adesso scopriamo le carte. Il buon senso comune dovrà misurare la follia e smascherarsi: volete vivere in un mondo asettico, regolamentato, sicuro e controllato, dove è impossibile sgarrare, o continuare a sgarrare in un mondo passionale dove ancora – nonostante tutto – prevale la libertà? Scegliete. Scegliete chi vorrete essere nel futuro prossimo venturo. E fatecelo sapere.

24/08/09

Di questa partitella...

di Lobanowski 2

Domenica 23 agosto, Verona-Foggia 0-0

A Verona non ci fanno andare. Sicuro come la morte. Verona c’ha lo stadio a norma, ci sono andati pure i padovani l’anno scorso. Vedrò, vedrai. Vedremo. Anzi, conviene partire presto, che non si sa mai. C’è il grande rientro, è bollino nero. Avviamoci alle 4. Tardi, è tardi. Ci vogliono sette ore, uagliù, mo non esageriamo. 3,45. E sia. I rintocchi della campana della cattedrale mi si allineano in testa. Occhi serrati a viva forza, senza riposo. Su Telenorba s’agitano scoordinati gli pseudo-tarantolati di Melpignano. Sguardo all’orologio del Televideo. Non ho chiuso occhio. Conviene muoversi. Acqua gelida sulla faccia. Ancora voci: attenzione ai cosentini. Perché, dove vanno i cosentini? A Ferrara. E perché dovrebbero prendere l’Adriatica? Perché si, loro salgono per Taranto. Allungano perché Sarni c’ha gli autogrill da questa parte e non da quella. I baresi, piuttosto. Quelli vanno a Milano per l’esordio in A, ne saranno tantissimi. Ma il Bari gioca alle 6. Ma Milano è più lontana. Nessuno nomina i lancianesi. Mio padre asserisce che siamo a quota 1.800 abbonati. Non superiamo i seicento. Ho ritirato il mio: hanno sbagliato il cognome. In giro ci sono gli Ufo. Da Ticket One alla questura ho pagato la bellezza di 14 euro e 50 il tagliando per il Bentegodi. A Verona non ci fanno andare. Sveglio Antonio. Scendiamo. Notte.

Minimi intoppi. Il pilota del primo tratto ha staccato tardi, un passeggero è riuscito a radersi solo parte dei capelli, un altro è senza macchina e dobbiamo andarlo a prendere. Si bestemmia placidamente. Muoversi! Ci dobbiamo muovere! Ascende al volante Pietro da Wroclaw, che sarebbe Bratislava. Punta il cartello Autostrade, accende una Diana blu. Acceleratore, corsia di sorpasso. Quelli dietro non fanno a tempo ad appisolarsi, il sole a sorgere sull’Adriatico. Al primo autogrill ci si guarda in faccia increduli: Ma davvero siamo ad Ancona? Già? E tutti fissano il Polacco con spaventato rispetto. Di questo passo, supereremo Bologna alle 11. Dovremo anticipare l’aperitivo. È giorno. Si va. Sbirciamo negli abitacoli altrui: sciarpette dell’Inter, turisti, persino una famiglia d’atalantini. Un pullman in lontananza. I baresi. Ci accostiamo. Goliardia. Non la prendono bene. Un rallentamento, un secondo, un terzo. Siamo sulla Riviera romagnola e ad ogni uscita si procede a passo d’uomo. Ma ormai la meta è prossima. Toto Cutugno e Umberto Tozzi se la battono in radio. Lo scatto dell’accendino segnala la presenza tra noi del pilota automatico, Bologna San Lazzaro. È tempo di puntare sul Brennero. Siamo tutti svegli quando scegliamo Carpi come luogo della sosta lunga. Svegli tutti quando parcheggiamo a ridosso del centro. Immaginiamo un tranquillo struscio domenicale, un bar coi tavolini sotto i portici, una scarica di Peroni. Io mi sbilancerei fino ad un Negroni con olive e patatine. Ci muoviamo. Tutti neri, tutti uguali. In dieci con la maglietta d’ordinanza. La gente ci guarda, chiede. Il viale che porta alla piazza è tagliato da biciclette. I primi bar sono chiusi. Il fornaio è caro da morire. La piazza è lunga e larga, la chiesa sullo sfondo. Fermiamo un ciclista. Ci indica un paravento in lontananza: “Quello è poco costoso”, “Ma quanto viene una birra piccola?”, “Mah, non ti so dire… senz’altro meno di 5 euro”. Sguardi perplessi: un Paese diviso, dove anche il senso del caro è federalizzato. “…altrimenti – continua – c’è un bar di fronte al tabacchino. Ci lavorano due ragazze. Abbordabili”. Andiamo lì.

Il proprietario del Wine Bar s’informa: “Ma quando torneranno i bei tempi di Zeman?”, “Speriamo mai”, rispondiamo. Non capisce, ma è scontato. Ci siamo accampati nel parco, a bere il nostro Borghetti casalingo e, intanto, c’è turnover nel bagno. A giudicare dai prezzi, l’idea di Bossi di ingabbiare il costo della vita non sembra proprio così geniale. E chiarifica i motivi del recente exploit leghista in queste terre. Abbandoniamo l’Emilia senza rimpianto alcuno. Puntiamo le montagne. Gli altri sono all’autogrill, a 20 chilometri dalla meta. Ci uniamo alla carovana. Spunta una bottiglia d’Averna, ancora nessuna notizia dei lancianesi. Al casello non c’è ad aspettarci nessuno. La tangenziale, l’uscita stadio. La colonna di furgoni e macchine mette la freccia a destra e svolta. Nessuno. Siamo a Verona, in carovana e senza scorta puntiamo il Bentegodi. Adrenalinico, anche se qualche domanda balza in testa: eccola, l’idea del calcio da tessera del tifoso. Una specie di ventriloquo che con la prima voce ti dice che la sicurezza è tutto, e con il falsetto ti annuncia che – se vuoi coltivare l’insana passione – devi arrangiarti. Cazzi tuoi. I veronesi dalle macchine ci affiancano, stupefatti. Noi affianchiamo loro. Un carosello. Poi il parcheggio ospiti. Siamo confusi e felici. Gli steward aprono i cancelli. Incalza il tamburello delle prime tarante. Uno vestito d’arancione sta dicendo ad un signore che il biglietto di gradinata non vale per il settore. Quello, giustamente, fa storie. Entro, documento alla mano, e un giallo mi dice: “Lo fai finire?”, “Finiscila tu”. Respingono la pezza. Di dieci centimetri troppo larga. “Non è colpa mia – mi fa un secondo giallo – ci sono delle regole” e mi indica un secondo arancione, che si dichiara impotente e mi gira all’ispettrice, che domanda ad un terzo arancione. Due celerini sbadigliano. Uno dei due sta dicendo ad un tale che loro, qui, non comandano niente. Le responsabilità rimbalzano da un capo all’altro. E svaniscono nel nulla. “Guarda che se continui a far polemica ti perdi la partita…”. Sai che danno. Non entra neppure la Jolly Roger, che “inneggia alla morte”. Secondo blocco, tornelli. Terzo pit-stop all’imbocco delle scale. Volevamo entrare tra i primi, per sentire la Sud fischiarci compatta. Invece, quando arriviamo su, è già tutto avvenuto. Maledetti. Senza pezza non vale, allora decidiamo di toglierci le t-shirt ed allinearle alla balaustra, una accanto all’altra per un totale di dieci. Ci posizioniamo. In alto le mani. Forza Foggia, Vinci per noi. Sudo. Di solito questo coro rimbalza, rimbomba. Qui a stento arriva a centrocampo, o almeno così mi sembra. Dovremo cantare il doppio, il triplo. È uno stadio strano, questo. La Sud apre le danze, tenebrosa. C’è tanta gente, qui hanno fatto una signora campagna acquisti, è l’anno della risalita.

I nostri, in maglia bianca, si dispongono ordinatamente a difesa del forte. Mi piace. Resistere senza fronzoli, senza l’idea assurda che in ogni parte del globo si debba andare a fare calcio. Difendersi. E anche noi, in alto a destra, ci difendiamo. Timidamente, all’inizio, poi cresciamo. La Sud cala quasi subito. Ha fatto tre cori imponenti, rabbiosi e compatti, gutturali. Poi, per lunghi tratti, è rimasta in silenzio. Noi siamo usciti dal guscio progressivamente. Il Foggia ha spazzato senza ripartire. Bene così. All’intervallo il barman barricato nel suo loculo ha comunicato all’umanità disidratata che non vende bottiglie d’acqua. Solo birra e coca, a 4 euro cad. Gli steward incalzano con pretese assurde. Per difendere la loro incolumità, l’intero gruppetto di celerini sale ad occupare lo spiazzo angusto del baretto. È uno stillicidio di provocazioni. È ancora il falsetto del ventriloquo: Siete voluti venire, mo cazzi vostri. Beviamo l’acqua dei bagni, senza sapere quanto sia potabile. La partita ricomincia. Lo spartito è lo stesso del primo tempo. Ci va bene così. Cantiamo, finché la voce non svanisce in un gorgo. Mi fa male l’addome, ma è necessario. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona, vaffanculo. La gradinata si scuote. Quel gruppetto lì sembra Napoli. Insorge. Ogni tanto qualcuno dei nostri torna a stendere le t-shirt alla balaustra, come una massaia. Stavolta mi dispiace di non avere con me una macchinetta fotografica. Alcuni scorci sono davvero suggestivi. In campo ci difendiamo senza affanni particolari. Loro hanno smesso di incitare. Un solo boato quando la palla finisce per scheggiare la traversa. Ma è niente. Triplice fischio. Noi non molleremo mai. E squadra sotto il settore.

Appendice

Mi scuoto, il finestrino mi respinge. Mi ero già addormentato. Incredibile. Riannodo i pensieri. Ricordo che abbiamo incrociato i veronesi sul ponte e ritirato il biglietto al casello. Questo è il primo autogrill. Ci stiamo parcheggiando. Scendo, entro e m’aggiro come uno zombie tra gli scaffali. Acqua, mi serve acqua. Prima, però, una birra. Una Paulaner, va bene. Alla cassa cerco gli spiccioli. Entra un gruppetto, lo seguo con distrazione. Ragazzini con una strana polo rossonera. Non mi dire che… Non mi dire che… Ma certo! Questi qui sono i nostri, è il Foggia. Dio santo, ma sono dei bambini! “Tu giochi nel Foggia? Ma ce l’hai la patente?”. Angioletto è in estasi, può entrare in scena. Ne avvinghia un paio a caso: “Zero a zero per noi!”, continua a ripetere. Poi ne inquadra uno e si confessa: “Senti, io ti abbraccio perché c’hai sta maglietta… ma sia chiaro: io non so se hai giocato o se sei stato seduto a vederti la partita… In fondo, non so neanche chi cazzo sei…”. Poesia pura.

10/08/09

Settore Out (Triestina-Foggia)

di Lobanowski 2

Per raggiungere il Nereo Rocco c’è da percorrere il lungomare per intero: lasciarsi a sinistra piazza dell’Unità d’Italia, coi suoi magniloquenti palazzi asburgici, e imboccare la tangenziale. Godersi per qualche minuto il panorama della baia, rendersi conto che la strada è quasi sgombera. Una città in ferie. Dal sottopasso al parcheggio ospiti ci si impiegano due minuti, non di più. Sono le 17 e 30 del nostro sabato di vigilia. I botteghini sono chiusi, ma un cancello socchiuso lascia intravedere una mezza fila all’angolo tra la curva (Sud) e la gradinata alabardata. Entriamo. Ma prima ancora di avventurarci verso l’assembramento, ci lasciamo sedurre dalla scalinata che porta ai seggiolini. L’effetto è notevolissimo: uno stadio all’inglese, quasi interamente coperto, con una fila di posti ad altezza manto erboso e gradoni imponenti. Sul prato si sta allenando la Triestina. Provano dei contropiede anomali, che finiscono tutti con un cross altissimo verso il centro. Attorno a noi, una dozzina di curiosi. Decidiamo di domandare all’assemblea dove si facciano i biglietti. Ci rispondono coralmente che sono in fila già da qualche tempo, ma che – ahiloro! – dietro alla scrivania c’è un solo addetto al ritiro delle carte d’identità; che è vecchiotto e non sa usare il pc. Ergo: le operazioni proseguono a rilento. Circoscriviamo la richiesta e chiediamo del settore ospiti. Ci guardano lievemente stralunati: “Quali ospiti?”. “I tifosi del Foggia, no?”. Ancora sguardi perplessi: “Ma non verranno mica su da Foggia per una partita di Coppa Italia?”. Stavolta tocca a noi perplimere. “Certo che verranno”. “Ma no, dai… Magari verrà qualcuno che è in vacanza da queste parti”. Uno, più attento degli altri, aggiunge: “Ma perché? Voi siete di Foggia?”. Annuiamo come muli. “Non mi direte che siete venuti apposta?”. “E perché, sennò?”. Non certo per la piazza, mi verrebbe da dire, che si, è bella, ma da sola non vale nove ore di macchina. No di sicuro.

Una signora si affaccia sull’uscio di una porta scudettata. Intima di fare presto, che stanno per chiudere i cancelli. Chi c’è, c’è. La fila per il tagliando si trasferisce all’interno. Entriamo e la porta alle nostre spalle si chiude con un clac. E ci rendiamo conto un qualche attimo di essere all’interno del Centro Coordinamento dei Triestina Clubs. Un locale come si deve, c’è da dirlo, con tanto di manifesti d’epoca ai muri, banco bar e pavimento biancorosso a scacchi. Come la bandiera croata, come il piastrellato dei bagni dell’impianto. Ci sono quattro foggiani in fila, ma questa cosa sembra non scandalizzare nessuno. Anzi. Si parla di calcio moderno e pay-tv, di glorie vecchie e precedenti, di Zeman e Casillo. È una specie di nuvola fantozziana, che mi perseguita. Il vecchietto al computer non è solo lento come preventivato, ma anche insopportabilmente cavilloso. Zelante, si direbbe. Un poliziotto accede in divisa ed usufruisce di un’inspiegabile precedenza. Mi chiamano da Foggia. Mi dicono che tutto è bloccato, che il circuito informatico non risponde, che nessun barista di buona volontà riesce a stampare i biglietti di questo secondo turno di Coppa. Alle 20 passate tocca a noi. Due vengono fatti accomodare ad altrettante poltroncine, gli altri rimangono in piedi alle loro spalle. “Quattro biglietti per il settore ospiti”. Quello, che ha già ritirato le nostre carte d’identità, ferma sul nascere l’atto di battere sui tasti. “Quale settore ospiti? Non c’è nessun settore ospiti…”, “Come no? C’è anche specificato sul sito della Triestina: settore ospiti, 12 euro”. Ah, si? Il nonno guarda un collega, come a chiedere lumi in merito. E quello interviene in soccorso: “Si, la Triestina ci ha comunicato stamattina che ha intenzione di aprire solo una curva e la tribuna. Poi, se dovesse arrivare qualche tifoso del Foggia, probabilmente lo si metterà in tribuna laterale. Ma non penso… Insomma, è agosto, è Coppa Italia, Foggia non è mica dietro l’angolo…”. Mi viene da ridere, ma mi trattengo. Penso alla faccia che faranno tra ventiquattro ore scarse. “Allora? – incalza il primo addetto, quello che aveva fatto la domanda e che si è beato della risposta – Che faccio? Quattro biglietti di Tribuna Laterale?”. L’istinto è rispondere: No, grazie… Ma la curiosità veleggia altrove: “Prezzo?”, “15 euro”. Vogliamo evitare di piantare una polemica (che pure rasentiamo), perché non ci sembra il luogo: “Va bene – ci limitiamo a rispondere – vorrà dire che lo compreremo domani…”, diciamo per chiuderla lì. Ma quello ritorna sull’argomento: “E non vi conviene! Domani il biglietto costerà 17”. Penso a come chiederanno 17 euro a certa gente di mia conoscenza. Con che faccia. Con che forza. Nuovo istinto a ridere. Represso. “Guardi – medio – vedrà che domani noi saremo in curva, nel settore ospiti…”. “Impossibile”, si ritrae quello. “La Triestina non apre la curva Sud”. Ma per sincerarsi dell’inattaccabilità della sua posizione, fa lo stesso partire una telefonata verso il responsabile dell’area. A voce alta sentiamo ripetere che effettivamente una trentina di foggiani hanno fatto richiesta di tagliandi. “Arrivano in pullman”, dice. E un triestino in polo verde alza lo sguardo da terra e ci inquadra con uno stupore che rasenta l’imponderabile: “Fosse per mi – chiosa – non vi farei pagare niente”.

Alle 19 domenicali – minuto più, minuto meno – le nostre due macchine s’adagiano nel parcheggio interno dello stadio. Veniamo dalla piazza, dove tra un Borghetti d’importazione al ghiaccio e una foto ricordo, abbiamo incontrato la terna arbitrale – “Godeas è un cascatore, mi raccomando” e “Sei un bastardo, sei un bastardo, sei un bastardo arbitro!” ripetuto come un canto chiesastico – e ci siamo goduti il panorama sulla tangenziale, il sole sui palazzi montani, il mare e le gru. Fronna, 'na luce sbatte 'into 'e cchiocche se 'nchiomma, chistu calore me lassa 'ntrunato. Alle 19 domenicali, si diceva, scendiamo dai mezzi, alziamo lo sguardo e lo spettacolo che si riflette rasenta il delirio. Sessanta, settanta, forse cento foggiani occupano lo spazio calpestabile del rettangolo d’asfalto. 9 agosto. Coppa Italia. 900 chilometri. Pazzi, tutti pazzi. Saluti, abbracci, strette di mano. Pochi emigranti, qua la maggioranza schiacciante viene da Foggia. Dalla City in persona. In macchina, in treno, in Transit. Hanno bivaccato un po’ qua e un po’ là, nelle ore di calura e d’attesa. Ora sono in fila per i biglietti. Documenti, steward e poliziotti. Una telecamera riprende le nostre facce mentre saliamo la prima rampa d’accesso allo stadio. L’altoparlante diffonde musica. Dentro. La pezza all’angolo della balaustra, la tettoia sulle nostre teste. L’uomo in giallo conosceva i Metallica e non ha fatto problemi. Il collega, invece, ha chiesto la traduzione. “C’è un bel po’ di ignoranza al riguardo, al centro-nord… La Gelmini dovrebbe intervenire”. Caldo umido e stadio deserto. Il primo coro serve a sfogare, oltreché a precisare intenti e motivazioni: Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! A scanso d’equivoci.

Fatto sta che di fronte la Curva Furlan è solo sporadicamente occupata e gli stimoli, tra noi e loro, fanno la differenza. Perché noi cantiamo come ossessi, e i battimani sono sempre più aperti, sempre più corali, sempre più metallici, mentre loro si limitano ad osservare. C’è qualche esponente della Nord laziale, da quella parte. Ne prendiamo atto. Il Foggia è in maglia bianca, coi pantaloncini neri. I fari sono accesi. Lo scenario invoglia. E lo spettacolo comincia. L’intero repertorio srotolato sui gradoni del Nereo Rocco con stile e classe da navigato cantautore d’Oltreoceano. Inappuntabili. Per tutto il primo tempo, e il secondo, con la sola eccezione dell’intervallo, passato a rastrellare bottigliette d’acqua senza tappo al barista d’occasione. In campo il Foggia si difende con ordine. È pulito e ha un ottimo centrocampo. Pare. Riparte sulle fasce con autorità, anche se difetta ancora di forma e fiato. Ma ha schemi, sebbene manchi di soluzioni offensive. Me ne accorgo. Mi accorgo di tutto questo perché, con uno stadio così, puoi accorgerti della partita senza venir meno ai tuoi doveri. È una grossa comodità, anche se da queste parti non sembrano usufruirne al massimo. Al novantesimo siamo ancora 0-0. Ed è pur sempre un pari in casa di una squadra di B. Ma più che la gioia, nel settore prevale uno strano sentimento di calcolo: in pochi hanno previsto la mezz’ora supplementare, e qui tra coincidenze ferroviarie e turni lavorativi previsti per l’indomani, la cosa si fa poco scherzosa. Té fatic, tè. Concentrati! Compatti! Tu non sai cosa ho fatto quel giorno quando io la incontrai. La filarmonica dei cento è sul palco, in scena, e chiama il resto dello stadio in pista. Lo stadio, che muto era già prima, ammutolisce più profondamente, profondamente incuriosito. Tutti ci fissano. Il godimento lo possono comprendere solo gli artisti. E gli egocentrici incurabili. In spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei. L’esecuzione è integrale, sentita, passionale. Magistrale. Celentano in persona avrebbe apprezzato lo schiaffo all’improvviso. È roba da pazzi, non tutti possono accedervi. Le squadre in campo. Godeas che casca. L’avevamo detto all’arbitro, l’avevamo messo in guardia, quel bastardo. Ma abbocca tale e quale. Milan, strepitoso fino a quel momento (con la famiglia sugli spalti e un fratello minore in estasi), non ci arriva. L’uno a zero qualifica gli alabardati. Ma noi insistiamo. E di fronte ai gestacci della fino ad allora silente tribuna, auguriamo ai confinanti una rapida vittoria tricolore. Poi ci ricompattiamo. Le braccia aperte, ampie. Il coro che nasce nello stomaco della curva. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! Ripetuto così. A scanso d’equivoci.

PS: Gli sportelli che sbattono, la coda che si snoda sul primo tratto di tangenziale in uscita.
900 chilometri all’incontrario.
Ma ne è valsa la pena. Eccome se ne è valsa la pena.

13/07/09

Vent'anni

di Lobanowski 2

Gli anniversari. Croce e delizia d’ogni prima prova d’esame. La maturità. All’epoca mia – sembrano secoli, oramai! – ricorreva il Cinquantennale della Liberazione. In quella spensierata mattina di giugno, tra le lacrime e gli strilli Non è la Rai, una prof scongelò la busta fatidica. Liberazione e Costituzione. Wow.
Altri tempi. L’Italia era ancora un Paese profondamente bisognoso di mostrarsi unito, si sfumare le acute differenze. Un’Italia pre-federale. Oggi, in onore al Catteneo, non abbiamo più bisogno di collanti scadenti. 2009. Si può osare. Vent’anni fa crollava il Muro di Berlino. Si, certo. Episodio importante per l’Occidente liberale e il “mondo libero”. Vent’anni fa la repressione governativa metteva fine alla rivolta di piazza Tien-an-men. 4 giugno. E sempre il 4 giugno moriva l’ayatollah Kohmeini, leader della Rivoluzione islamica. La libertà, valore universale d’ogni maturando. Certo, non discuto. Date cruciali, dense di significato. Ma ancora troppo universali per lo studente italiano dell’oggi. Se dobbiamo davvero dare una svolta concreta al nostro concetto di Patria federale, se davvero dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi cos’è importante e cosa non lo è nell’ambito dei nuovi orizzonti regionali, allora si deve osare di più.
Niente soldati cinesi, di cui non ci importa un fico secco. Niente muri, niente pasdaran. Il 4 giugno 1989 – primo pomeriggio – nella fornace di Trapani, il Foggia di Costa e Ricchetti, di Coppola e De Rosa, incrociava le armi col Palermo nell’ultimo atto della stagione. Due risultati su tre a disposizione, e la città sarebbe esplosa. In cinquecento avevano seguito la squadra nella traversata siciliana. Gli altri erano allo stadio, allo “Zaccheria”, ad ascoltare la radiocronaca di Peppino Baldassarre. Pronti ad inondare le piazze, le strade, i vicoli, della più incontenibile delle feste-promozione. Vent’anni esatti. Che gli studenti del vercellese si concentrino sull’anniversario di qualche carestia; che i liceali del Veneto affrontino una ricorrenza vitivinicola. Se l’Italia fosse davvero un Paese federale, i nostri ragazzi avrebbero dovuto parlare di questo. Degli eroi di Trapani. Altro che storie.

01/07/09

Ciclostile

Salve a tutt*

Vi scrivo per segnalarvi un'assoluta novità editoriale.

Trattasi dell'imperdibile testo denominato "Noi siamo il Foggia (e voi no)", sottotitolo: "Saga in ciclostile".

Il libro (158 pagine in formato A4 finemente rilegate sul modello dispensa universitaria) è disponibile presso Gianni il tabaccaio (piazza Oberdan, di fronte al Teatro Giordano). Basta entrare, chiedere del file sul Foggia che ha sul computer e pagare le fotocopie (6,50 euro).

Scherzi a parte (anche se nulla di quanto detto è falso), il libro ciclostilato è un racconto della stagione 2008/09. Ma c'è poco di calcistico, dentro, a guardar bene. E' una sorta di autobiografia. Individuale e di gruppo. In primo piano noi stessi: il nostro amore per l'Us Foggia, la nostra vita di strada e di curva, le partite, le trasferte, le feste, le manifestazioni. Sullo sfondo: la città in cui viviamo, la politica, la socialità, il grande attentato alla passione. Attorno: il mondo fantastico fatto di bandiere, torce, biglietti nominali e prefiltraggi. Come trama: la consapevolezza emergente che un gruppo di individui può farsi banda. Sempre.

Il libro non ha scopo di lucro. Mi rendo da subito disponibile per ogni informazione al riguardo. Chiunque lo desideri e voglia stamparselo in proprio, può richiedermi il file pdf. Lo invierò quanto prima.

Grazie dell'attenzione,
Francesco

Email: info@meglioilfoggia.it

Il Libro