Credevo di non sbagliarmi, ieri, quando dicevo che l’ultima fu con la Triestina. Cinque a uno per noi. E alla fine la festa. La promozione in A. 19 maggio 1991. La fine del conto alla rovescia. Una promozione annunciata, prevista, tanto che in gradinata c’erano degli spazi vuoti agli angoli estremi. Vuoti che, comunque, lo ricordo, all’epoca mi fecero inorridire. In nulla, quella scalata, fu paragonabile allo scoppio d’adrenalina che due anni prima aveva salutato, per le vie della città, l’impresa di Trapani. Sul foto-finish della C1. Ma quella con la Triestina, col bandierone che salutava gli spalti per il giro d’onore, con migliaia di bandiere a sventolare tutto intorno, mi sento di rettificare, non fu l’ultima volta in curva Nord. L’ultima fu la stagione successiva, in massima serie. Sempre 1991. Il giorno dell’Immacolata. Uno zero a zero con la Sampdoria di cui ricordo, a stento, un rigore di Vialli finito sulla traversa e poi sulla linea. Ovvio che tornasse alla mente con più nitidezza il 5-1 ai giuliani. Con la festa attorno che, trasposta, diventava il mio party d’addio alla curva che mi aveva accolto da bambino. E mi aveva trasformato in un ragazzo, pronto a saltare il fosso della maturità in Sud. Dove c’era il Regime. Gli ultras, quelli che guardavo sventolare, ritmare battimani, appendere striscioni, accendere torce e fumogeni, battere su file di tamburi rossoneri da parte a parte. O quasi. Il passaggio doveva avere, nella mia ricostruzione fantasiosa, i tratti epici di un fuoco d’artificio. Ma il ricordo del gol di quel tale Signori all’Ascoli e soprattutto il derby con il Bari da una prospettiva inequivocabile, mi hanno spinto a riordinare i termini.
E, dopo i calendari su Wikipedia, mi vedo costretto ad accontentarmi della realtà. Dell’anonimato di un Foggia-Samp finito a reti inviolate. Perché può essere anonima anche una partita di A, con 20mila e passa spettatori a picco sul campo.
Ieri ci sono tornato. Con un po’ di ritardo sul previsto. Ma la signora del sesto piano aveva preparato la parmigiana e in tanti attendevano sull’uscio dello stabile. Il drappo nero al vento. No alla Tessera. Figuriamoci. La prima volta che misi piede nella curva che da su viale Ofanto gli steward si chiamavano staccabiglietti, i biglietti erano tagliandi anonimi e si potevano fare anche dopo aver finito le tagliatelle, la braciola, le paste del Catalano, il caffè e l’ammazzacaffè, i bambini entravano a frotte scomposte, i genitori si portavano le radioline da casa per controllare il Totocalcio, il settore ospiti era un posto a caso riconoscibile da una linea di celerini agghindati sul modello Scelba. Ma poi, gli ospiti non c’erano quasi mai. Oggi ci sono i carabinieri. Annoiati e inflessibili, perché la Lega calcio ha sostanzialmente sentenziato che Foggia non è una città egiziana. Si deve utilizzare quel coso lì, il tornello. E il tornello non è un uomo che ragiona, come avrebbe detto Totò a Peppino. La Lega non deve sapere da dove entriamo oggidì, che sennò. Allora si smaltisce la fila. Duecento persone. Come creare un ingorgo sulla superstrada che taglia Pyongyang con sette Miniminor. Manco in Inghilterra, per prendere l’autobus. Fatto sta che, superata la Vergine di Norimberga, mi attardo. A guardare quel cemento armato che mi ricorda, come le rovine di Arpi, chi sono e da dove vengo. Ma i chekpoint sono frequenti. In densità, saranno poco meno che in Cisgiordania. Le vetrate poi. Vado in bagno. Mi emoziono finanche a vedere quei cessi. Quanto tempo è passato, porco Giuda! Com’è che siamo giunti a questo? Dove eravamo mentre succedeva? Salgo per ultimo. E la forza dei tempi andati mi porta a ricercare il posto dell’infanzia. Ma c’è un vetro alto e insuperabile tra me e i miei ricordi. Una metafora del calcio moderno. Questo sport che si gioca nel deserto tecnologico. Il Foggia, dicono, vince 1-0. Bene. Anzi, fa niente. I miei amici sono lì, a mezze maniche e col sole in faccia. Un bambino accanto a me. Un nonno con la giacca. Li guardo entrambi. Cantiamo per tutto il tempo, come sempre. Senza colori, senza tamburi, senza megafoni. Il drappo contro la tessera s’agita al vento, al settimo piano di un palazzo dove gli sbirri non possono entrare. A dimostrare che la repressione delle passioni è una forma d’ottusità mentale. La stessa che ha trasformato questo stadio nello spettro di se stesso. E noialtri in Mohicani. Eppure. La nostra fede infinita, tu sei e sarai sempre la mia vita.
26/03/12
Il ritorno e il drappo
18/03/12
The dark side of the sun
Non ci siamo. Anzi, siamo così lontani dall’esserci che quasi quasi non riusciamo neppure più a immaginarlo. Parlare adesso di una trasferta ad Avellino ha più o meno lo stesso sapore che sentirsi raccontare la battaglia di Calatafimi. Da Benigni o da un altro. Ci siamo abituati, dicono in tanti. Tanti, assuefatti come noi a queste domeniche così. Vuote e spoglie. Poi oggi c’è pure il sole. E il sole, nel suo lato nascosto e malinconico, parla. Ti dice nell’orecchio che non puoi restare chiuso in una stanza a vedere uno stadio vuoto e undici svogliati idioti vestire indegnamente la maglia che porti cucita sul petto. È un insulto alla vita. The dark side of the sun. Il sole ha lo strano, ironico effetto di farti capire che la vita è altrove. Sa di scampagnate, di Paludi a Margherita coi fenicotteri in volo, di Castel del Monte, di bar sul mare. Ma non è manco quello, il punto. È che, nonostante l’epica inganni i sensi, è passato troppo poco tempo in realtà da quei furgoni che scivolavano sulle autostrade, sulle statali, sulle provinciali, verso i risultati che contano allo scadere della stagione, le prove di cuore e di voce, le piazze coi bar delle sbronze. Un vecchio. Sono un vecchio che ripete sempre le stesse cose, lo so. Ma il guaio è che perdere 4-0 ad Avellino col sole fuori dalla stanza, non è la stessa cosa. Anzi, sembra quasi niente. Non fa quasi effetto. E non dovrebbe essere così. Avellino è qui, dietro l’angolo. È una rivale. Magari non proprio di quelle non ci dormi la notte pensandoci, ma comunque una rivale. Uno stadio nobile, un terreno nemico. Non puoi prenderne quattro e parlare del sole. Con questa leggerezza. E, seduto alla sedia o sdraiato su un divano, pensare – guardando i tuoi che non riescono a stoppare un pallone – che sarebbe bello mettersi in macchina e andare fino allo svincolo per accoglierli degnamente, questi eroi che stanno grattando l’ultima patina di gloria da una volontà ormai assopita. Ma poi ci pensi, e fai spallucce. Constatare che effettivamente non ti frega, ti duole. Che cambia? Che cambierebbe? Ti viene da dire: “In altri tempi sarebbe stato un eccidio”. Poi rifletti sull’incipit e ti senti un vecchio. Un fastidioso vecchio monotematico. Oggi due ceffoni di ramanzina ad un calciatore che se ne infischia della tua passione e magari si scommette pure il risultato, finiscono sulla stampa. E fanno il rumore dello scandalo più dei nostri Rambo che aprono il fuoco sui pescatori nel mar dell’India. Il sole ti invoglia a cedere. O evidenzia che hai già ceduto. O stai per farlo. Come la digos. Che, eseguendo i dettami di una legislazione d’emergenza in assenza d’emergenza, seguita alacremente a stringere il filo spinato attorno a quella che – si, un tempo – era la liberazione domenicale del popolo. Niente bandiere, niente striscioni, niente fumo, niente colore. Quindici euro a cranio per guardare esclusivamente la partita. Quei bidoni di cherosene in mezzo al campo, che a trent’anni suonati arrotondano. Niente tifosi ospiti, niente trasferte primaverili. Niente di niente. Una sedia, o un divano magari, a vedere il Partenio vuoto. E il sole fuori. E a sentirti vecchio. Non si molla, non si cede, pensi. Anche se non sai più perché. Nel nome di quale strategia. Ti guardi attorno e vedi la gente. E pensi: come fanno a non accorgersi, tutti quanti, che questi hanno rovinato, distrutto, una delle gioie della vita? Così, per il bene di quattro mercanti di televisioni e quattro pezzenti a capo di altrettanti istituti bancari. Ricordo il mare sulla destra, l’apprensione e l’adrenalina al pensiero di poter/voler incrociare i pescaresi. O la felicità infantile di sapere che mancano 3 chilometri a Terni. L’ilare indescrivibile emozione di un coro nell’abitacolo, mentre attorno scorre la campagna emiliana. O i cellulari che trillano, mentre ci inquadriamo per entrare a Verona. Senza scorta. Lì il sole aveva un senso. Oggi è il testimonial muto di un giorno buttato. Un giorno come un altro.
13/02/12
Musica e immagini, gelida domenica....
Tanto tempo fa, con mio cugino ed amici, vedevamo fino alla sfinimento vhs sul Foggia. Avevo dieci anni, forse anche meno. Eravamo capaci di riempire interi pomeriggi, sempre se si era già in precedenza stabilito che l’Amiga 500 doveva rimanere spenta. La promozione in A, Signori, Baiano, Rambaudi, ma i filmati più preziosi erano quelli della C. L’infortunio di Fratena, il racconto romanzato della trasferta a Campobasso e il gol di Mandressi. Il ricordo che ho, anche se un po’ confuso, mi riporta ad un clip che Teleradioerre (ci avrei lavorato, una quindicina di anni dopo, pensa te) mandò in onda alla fine di una stagione. Era la classica “tutti i gol del Foggia”. Mi colpì molto la canzone che scelsero come “tappetino” (sottofondo). Era orecchiabile e mi colpì. Scoprii, anno dopo, che il titolo era “I Wanna dance with somebody”. La cantava Witney Houston. Non ha mai avuto tanti fans come oggi, ne avrà sempre meno col passare dei giorni.
Ma per me, lei è quella della musica sui gol di Lunerti e soci. E’ la prima cosa che m’è balzata in testa, quando m’hanno detto della sua fine a Beverly Hills. Se non altro, ho “giustificato” il mio pensiero per lei.
La domenica della neve, di Piazza Sintagma e del popolo greco, del secondo (ma primo di una certa importanza) “titulo” spagnolo di Josè. Il giorno de “il senso del calcio è quello di non prendere gol , prim’ancora chedi cercare di farlo”. Don Emiliano ha popolato come non le pagine antinteriste di face book e twitter. Ma anche in questo caso, se non altro mi arrogo il diritto di rivendicare il mio omaggio disinteressato. La pensa come me, e se retrocederà non ci sarà stato un sistema che lo ha estromesso.
E’ stata la domenica del quinto successo esterno del Foggia, vissuto davanti alla tv. Col caffè, i pasticcini, le cuffie , la voce di Riccardo Cucchi e diretta.it sul notebook. Non è la stessa cosa per me. E per molti. Hanno segnato Pompilio e Defrel. Un successo che fa ben sperare, che avvicina il Foggia alla salvezza . Ma non so se ci faranno la clip e non so se mi resterà in testa un’altra “I Wanna dance with somebody”.
10/01/12
Il boato in una stanza
Tu questa piazza puoi dire di non averla mai vista.
È malessere diffuso, è così ovunque.
Capienze limitate, televisioni onnipresenti, pacchetti Sky.
Divieti e denunce.
Ma noto che si dice ancora. “Foggia è una piazza calda”. E di solito si scade nel topos letterario. Nel luogo comune, in uno di quegli angoli argomentativi che a voialtri – di solito – tanto piacciono per riempire di nulla le interviste.
Ma, come tutte le leggende di cui si tramandano pezzi, anche questa ha un suo perché.
Degli appigli concreti.
Se lo chiedi a mio padre, ti parlerà degli anni Settanta, dell’Inter di Herrera schiantata nel catino dello Zaccheria. Se lo chiedi a mio zio o al bambino che ero, ti narrerà la meraviglia degli anni Ottanta, dei ventimila e passa che sconfissero il Cagliari e riportarono in cadetteria una città; che poi erano gli stessi di sempre, che di fronte ci fosse il Francavilla o l’Ischia Isolaverde. Se lo chiedi a me, all’adolescente, ti racconterei il delirio della massima serie, del terreno che tremava quando la Sud saltava. Tre adulti a metro quadro. Se lo chiedi a mio cugino, ai miei amici, ti racconteranno della C2, di un girone infernale, delle notti in cui Foggia sembrava l’Uruguay.
Ma a te, calciatore, poco interesserebbe, probabilmente.
Ti hanno detto che Foggia è una piazza calda, lo ripeti per farci contenti e magari – visto che vieni da Lumezzane o da Pavia, con tutto il rispetto dovuto – magari quel che hai visto in questi due anni te lo ha finanche confermato.
Ma non hai visto niente, te lo garantisco.
Domenica hai espugnato Benevento. Eri tra i nove che per cinquanta e passa minuti si sono difesi dagli assalti degli stregoni. E che a cinque dalla fine hanno punito i giallorossi.
Alla fine abbracci e baci, poi la corsa sotto il settore ospiti.
L’hai visto, no, il settore ospiti… Quelle tovaglie appese, quelle bandiere, quelle cento persone scarse vestite in cento modi diversi. Magari per te, che non sai, quelli sono i tifosi che da sempre, invariabilmente, seguono il Foggia in trasferta. E ti sembrerà normale, visto che questa è la terza serie. Ma quella curva del Santa Colomba, in altri tempi, sarebbe stata stracolma, traboccante di una passione inarginabile. Certo, quei cento ci sarebbero stati lo stesso, ma l’effetto d’insieme t’avrebbe sconvolto.
Ecco cosa mi cruccia: l’impresa che hai compiuto domenica l’avremmo dovuta vivere assieme. E poi raccontarla, noialtri, per mesi che diventano anni, circondata dall’alone mistico che è proprio dei cantastorie. Invece, sai, le leggi assurde di questo Paese alla rovescia ci costringono a casa, a guardare distrattamente la partita su uno schermo televisivo. Da quindici mesi, ormai. Eppure – ripeto – avresti dovuto vederci, domenica. Avresti dovuto sentire il boato in una stanza per comprendere, come l’abbiamo capito noi, quanto di quella maglia siamo ancora innamorati.
Ieri mattina sono uscito. I soliti servizi, il lavoro precario. Bene. Da piazza San Francesco a via Zuppetta non ho incontrato altro che gente che voleva parlare della tua, della vostra vittoria a Benevento. In nove contro undici. Roba da epica. E per l’intero tragitto non ho fatto che ascoltare gente di tutte le età che da un lato all’altro della strada urlava pezzi di frase con un solo contenuto.
E un po’, lo ammetto, mi sono venuti i brividi.
Ho ripensato allo Zaccheria. A com’era. E alle strade di questa città. A com’erano quando lo Zaccheria era lo Zaccheria. E non ho potuto fare a meno di riflettere. Domenica saremo ai nostri posti, nell’unico angolo di questo amore ancora praticabile. Non è giusto, ma ormai ci siamo stancati anche di ripeterlo, di passare per vittime di un sistema al massacro. Grideremo il nome della nostra squadra, della nostra città. Non il tuo, calciatore, perché tu per noi non sei che un bene fungile, un pezzo intercambiabile. Però, nella gratitudine che pure sappiamo esprimere, mi spiace davvero che tu non possa andare in giro a dire d’aver visto questa piazza. Che tu non possa dire ai tuoi colleghi: “Cazzo, Foggia si che è una cosa diversa”.
08/12/11
Nei panni di Casillo
Meglio. Non tanto per lo spettacolo – che sapevamo scadente – di un Foggia-Benevento di Coppa Italia. Fosse per quello, per lo spettacolo, rimarremmo al bar anche durante le sfide di campionato. La Peroni, a differenza di Tomi e Gigliotti, non tradisce mai. E neppure perché il segnale della nostra contestazione alla squadra e alla dirigenza doveva arrivare durante una partita tanto inutile. Ben altre sono le gare dove far valere il nostro silenzio. La nostra assenza. Altro è il punto. E provo a spiegarlo facendo un salto di immedesimazione. E, specifico prima di suscitare allarmismi, è un parere del tutto personale.
Un passo indietro e una reincarnazione.
Nei panni di Casillo, alla vigilia di questo sfibrante turno infrasettimanale, mi sarei guardato allo specchio di casa. O nello specchio fittizio dei miei collaboratori più fidati. Quei tre o quattro che mi sono rimasti. Avrei abbozzato un consuntivo di mezza stagione. Mi sarei detto: la squadra è reduce da una delle più cocenti sconfitte della sua storia recente. Non tanto per i parametri assurdi e assodati della classifica, per i valori d’equipe, per la consistenza dell’avversario in questa stagione specifica. Quanto per il nome. Lumezzane, dio santo! Basta nominarlo per sentirsi moralmente alla frutta. Due a zero per loro, nell’anno che avevo garantito essere quello della risalita in volata. Risalita che da queste parti attendono con indefessa pazienza e immutabile fiducia da tredici stagioni. Lumezzane. Senza contare che la sconfitta ha sprofondato la squadra nel baratro della zona play-out, sprofondo che – a onor del vero – quando c’erano i miei otto predecessori era stato centrato una volta soltanto in quattro campionati. Tre dei quali finiti agli spareggi promozione.
Questo dato mi avrebbe invitato alla cautela. Ma, di più e oltre, allargando lo sguardo sul contesto sentimentale, che poi è l’anima di quel che rimane del calcio, soldi a parte, avrei individuato altri nei. Estesi ed anti-estetici. I giocatori hanno la cresta troppo alta. E va bene che in città, da qualche tempo, nessuno li aspetta più davanti ai ristoranti o ai locali dove fanno la bella vita – per quel che può considerarsi la bella vita di un calciatore di Lega pro in una città di provincia – ma neanche è bello che uno come Gigliotti si permetta di zittire il pubblico, uno come Tomi di rispondere per le rime ai tifosi fuorisede. Per non dire di quell’altro, del barese, che ho reintegrato dopo che – solo un paio di anni fa – aveva garantito la guerra a questa gente e a questa città. Insomma, non sono bei gesti. La piazza è surriscaldata. E, io nei panni di Casillo, so anche quanto poco feeling ci sia tra noi. Mi accusano di aver gettato fumo negli occhi, di aver approfittato del calcio per tornare a fare i miei affari di sempre, di aver trattato con astio e presunzione il rapporto con la tifoseria, di nutrire nei confronti di questa città un secolare spirito di rivalsa. Quasi di vendetta. Sono volate parole grosse, e non solo. E questa è una piazza passionale e vanitosa, che non ha complessi nei confronti di nessuno e campa di calcio. Mentre attorno lo sfacelo e la dissoluzione sociale stanno portando ad una crisi valoriale senza precedenti. Qualche giorno fa Il Sole 24 ore ha posizionato la provincia di Foggia al centosettesimo posto su centosette. Ultima, per tenore di vita. E la gente che soffre del precariato e degli espedienti è la stessa alla quale chiedo 15 euro per un biglietto di curva. Salvo poi lamentarmi che non corra a vedere il Sorrento.
Io, che sono il proprietario della società di calcio di questa città, a ventiquattro ore da una sfida di Coppa Italia di C, ste cose le penso. Il disamoramento, la rabbia, la tensione, vengono prima del rendimento. E non è detto che da esso direttamente scaturiscano.
Per tutto questo, e per molto altro ancora, avrei detto a quei quattro collaboratori che ho: che si aprano le porte dello “Zaccheria”, che la Foggia che ama il Foggia venga informata e corra allo stadio a sostenere i suoi colori, in un anonimo pomeriggio di dicembre. Un atto che non sarebbe stato d’amore, perché a un proprietario non si chiede questo, ma di rispetto. Un risarcimento minimo e parziale per chi, anche stavolta, ha creduto e seguito. Ottenendo in cambio un pugno di promesse. Senza contare, egoisticamente, che sarebbe stato un bel colpo ai miei tanti detrattori. In molti avrebbero detto: “Hai visto Casillo, ha fatto il gesto?”. Il Foggia, per quanto si vogliano apporre timbri sulle carte o intercedere per le garanzie bancarie, è dei foggiani. Inutile sfidare la fortuna avversa. Questa gente ama e odia con la stessa intensità.
E allora: porte aperte, ingresso libero. O a sottoscrizione simbolica. Uno, due euro. Cosa ho da perdere?, mi sarei chiesto nei panni di Casillo.
Ma io non sono Casillo. Per fortuna. E non ragiono come lui.
Che coi suoi quattro collaboratori si sarà anche incontrato, si, ma per dettare il tariffario. Sette euro per la gradinata, cinque per la curva.
Questa al paese mio si chiama arroganza. Ottusa, cupa, cieca arroganza.
Un disinteresse olimpico per i tifosi, uno schiaffo alla miseria di chi s’arrangia e alle maglie rossonere non vuole rinunciare. Una mossa degna del commerciante di bestiame che abbiamo imparato a conoscere in venti anni di fermo-immagine. E, se mi si permette, anche un gesto di abbacinante miopia dal punto di vista economico.
Così, dopo aver augurato al patron di investire in medicine ogni singolo centesimo del suo grasso introito infrasettimanale (e non solo), abbiamo rispolverato una vecchia massima, che fu dei laziali. Siamo e saremo il dodicesimo uomo in campo solo quando lo decideremo noi.
Nessuno deve permettersi di speculare oltre ragione sulla nostra fede, sui confini dilatati della nostra passione. Nessuno deve darci per scontati, scimmie ammaestrate che urlano, sbraitano e fanno prendere multe, ma che a conti fatti ingrassano sempre e comunque le tasche dei conquistadores. E siamo rimasti fuori, a soffrire in silenzio per quelle maglie che in campo affrontavano una sfida, nell’atmosfera irreale di un antistadio dove persino le urla di incitamento dalle panchine risultavano più massicce di quelle degli spettatori paganti. 159, per la precisione.
Che alla fine viene da chiedere: valeva la pena perdere la faccia per un incasso simile?
Parere personale, ripeto.
Del resto, come diceva De Andrè dei giudici, “Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”.
03/12/11
La “guerra” di Coletti
Il reintegro di Coletti – convocato per la sfida di domenica a Lumezzane – oltre ad essere un pericoloso segnale di navigazione a vista, dal punto di vista strettamente tecnico, ed un indizio preoccupante da quello societario (“per Casillo sono un peso”, disse il soggetto all’epoca di Cosenza) è per noi molto più: un vero e proprio schiaffo in faccia.
Un insulto al nostro modo di vivere la passione per la maglia rossonera.
Per i distratti, è bene rinfrescare la memoria. Tommaso Coletti (da Canosa, Bari) è l’uomo che con i suoi gesti e le sue dichiarazioni ha più volte dimostrato il suo reale “attaccamento” ai nostri colori. Quando chiese con insistenza di essere ceduto, accampando presunti dissapori con l’allenatore, e quando finalmente approdò alla corte di Galderisi in quel di Pescara. Quando tornando da ex disse, testualmente, riferendosi alla nostra accoglienza: “È gente questa che non si merita niente, da oggi è guerra”.
Premesso che sarebbe bello vederla, la guerra di Coletti… Ribadiamo il nostro pensiero. Che ai meno distratti dovrebbe essere chiaro. Da sempre.
Noi preferiamo una squadra tecnicamente non dotata, ma che nei novanta minuti e durante la settimana, grondi sudore e sputi sangue, ad una di talenti svogliati, viziati e senza rispetto nei confronti della maglia e della città. Di quello che per noi questo binomio rappresenta.
Arriviamo a dire che è meglio mantenere la dignità e la memoria che svendersi per una salvezza.
Questo è un messaggio che farebbero bene a tenere a mente tanto i dirigenti che il mister.
Il posto di Coletti è a Pescara, a Canosa, o dovunque voglia trovare riparo.
Ma, in ogni caso, distante dalla nostra città.
Curva Nord Foggia