22/10/12

Sotto il Vesuvio


Domenica 21 ottobre, Sant’Antonio Abate-Foggia 0-0

È sempre così. Per due settimane il nulla, poi di botto tutto. Il tutto. Nel momento meno opportuno. Eravamo pronti per Bisceglie. Tutti liberi, senza impegni, col biglietto già fatto e il pullman prenotato, la sera che è giunto il divieto del Prefetto. Ci siamo dati da fare a masticarci il fegato, come la gomma del ponte. In casa col Potenza c’eravamo quasi tutti, vero. Ma in casa vale meno. Molto meno. La sera di Ordona, la sera dell’amichevole infrasettimanale, abbiamo già qualche defezione. Ma poi il lavoro chiama. E ci decima. È una dannazione.
Ha ragione Angelo: “Gli Ultras del Treviso non hanno alcun problema di questo tipo”. Escluso quello di essere di Treviso, off course. Lì si lavora in fabbrica dal lunedì al venerdì, magari anche il sabato. Ma il ritmo della vita è regolare come la nebbia sui canali. Qui invece, tra emigrati, emigrandi e precari cronici, l’unità dei gruppi è un mito come il Popolo dei boschi. Chi lavora, lavora quasi senza preavviso. E quasi sempre nei week-end. Così la trasferta di Sant’Antonio Abate si schiude in un rosario di bestemmie.

Pullman, come prestabilito. Come a Santa Maria Capua Vetere. Ho dato un’occhiata alla vista del paese dall’alto su Google Maps. Una strada che cambia nome. Da Angri a Castellammare di Stabia. Senza soluzione di continuità. Appuntamento farlocco, con largo anticipo. O autista con largo ritardo. Lo danno disperso nelle campagne punteggiate di arature. Quando arriva, il torpedone si riempie in un niente. E in un niente parte. Ci sediamo dove capita. E Bara bara bara, bere bere bere. Il Conte, in ossequio al suo stress da trasferta, all’ansia da prestazione di curva, tira fuori un umile sacchetto, una sportina di plastica bianca. Pensiamo tutti contenga il suo pasto frugale. Del resto, è il mezzodì. E a quest’ora si ha fame, nel Nord operoso. Noi a Foggia mangiamo quasi tutti tra l’una e mezza e le due, ma i bioritmi cambiano in base alle specie animali prese in considerazione. Fin qui la scienza. Il Conte tira fuori tre vaschette di riso alla cantonese e cinque litri di nero di Troia. Si conserva un paio di panini con la bufala. Si presume viva. E Bara bara bara, bere bere bere. Girano birre, Borghetti e whiskey. La Gazzetta dello Sport dice che l’ultima vergogna è la devastazione dei bagni nello Juventus stadium. Luca non ha fame, ma assaggia giusto un po’, per gradire. E sprofonda di faccia nella vaschetta. Non lo sentiamo più per intere decine di minuti. Mentre il Conte continua a urlare: “Quello col carry! Quello col carry! È questo quello col carry!”. Campania. E Bara bara bara, bere bere bere. In modalità mantra. Che potresti morirci soffocato.

Il mare. Il porto di Salerno, giù a sinistra, Vietri. Si, vabbé, bello. Ma perché ha allungato così? La statale, ma sono quasi le tre. Risale. Cava, Nocera, Pagani. Nomi d’epoca. Angri. Poi si infila in uno spiraglio. E cominciano le case. A perdita d’occhio. Entusiasmo alla vista del Vesuvio. E ancora case, una sull’altra, in strade che sembrano stringersi fino a risucchiare il mezzo. Che, all’altezza di un muretto, sotto la tribuna di casa, si arena su un pilastrino vigliacco, tronfio nel suo ergersi di mezzo metro dal suolo. Ci siamo auto-arrembati. Ora dobbiamo scendere a disincagliare la barca con le ruote. Alcuni ragazzini sorridono. Effettivamente, qualche ragione ce l’hanno. Nel piazzale del settore, che non distingueresti dal piazzale di una pizzeria, tiriamo fuori le bandiere. Due pullman, un paio di furgoni, svariate auto. Due camionette dei carabinieri. Nervosi. “Non è giornata”. In fila. Nervosetti, anziché no. Compare il presidente. “State calmi, entrate con calma”, dice. Ora, non è che perché hai salvato il Foggia ti devi trasformare nel maestrino di De Amicis! “Fatt i cazz’a tuje!”, è la risposta. Ci sta. E non è per malacreanza. Una volta dentro calpestiamo il suolo dove un tempo c’era una gradinata. E, di fatto, è diventato un lunghissimo prefiltraggio. Dentro c’è già la Sud. Canta. Il tempo di sistemare pezze e striscione, e ci uniamo al blocco, proprio sopra una ringhiera. Sembra Marcianise. In tribuna ci saranno 6-700 persone. Sullo sfondo, tra gli alberi e gli spalti, il Vesuvio. Doppia velocità per un po’. La Sud inserisce il ffwd. O siamo noi troppo lenti. Fatto sta che a un battimani non s’accompagna il vicino e i due ai tamburi rischiano di impazzire e di causare altrettanti episodi psicotici. Il Foggia sembra poter segnare da un momento all’altro. Ma i momenti passano e non segna. Il Vesuvio è lì che ispira. Al primo Noi non siamo Napoletani s’incazzano tutti. Da morire. Non sono napoletani, dicono i napoletani. A due passi da Salerno, no che non lo sono. Ma allora perché si incazzano così? Insistiamo per un po’, poi torniamo a sostenere i nostri. Agostinone liscia un pallone che meritava di farci saltare. Il primo tempo finisce. Le birre in lattina costano 1 euro e 50. Mica male. Fa un caldo che annoia. I 27° annunciati dal meteo ci stanno tutti. Chissà perché ci siamo portati le felpe e i giubbini. C’è voglia d’autunno, si legge tra le righe. La ripresa comincia con un messaggio: Vogliamo vincere. Lo intoniamo compatti, stavolta. E dura. Cinque, dieci, quindici minuti. Le bandiere sventolano, ogni tanto si alza il fumo delle torce. Una certa soddisfazione. Il Foggia preme un po’ di più. Sfiora il gol una, due volte. Ma la prova è scialba, lo zero a zero ci sta tutto. Noi continuiamo a fare il nostro. Ma la fine giunge inesorabile. La squadra sotto la curva. Quest’anno va così. A meno di improvvisi tracolli poco dignitosi, una squadra che in campo comunica in dialetto, va apprezzata e sostenuta. L’Ischia ha vinto. Vince sempre, cazzo. Nove punti di distacco. Oddio, mai pensato di vincere il campionato. Quelli hanno sprecato l’ira di dio per saltare la categoria, noi è già tanto che siamo competitivi. Ma non vorremmo, in un campionato dove sale solo la prima, trovarci senza stimoli a febbraio. È l’unica preoccupazione. Perché con i risultati torna l’entusiasmo. E nell’entusiasmo, anche noi ci divertiamo di più (aldilà della mistica dei “100 ovunque”). Ancora qualche parola sulla napoletanità dei padri di famiglia che abbandonano lo stadio. Così, giusto per saggiare la reazione. E quelli si incazzano ancora, più di prima, davvero tantissimo. Torna alla mente ancora Marcianise. Ma, in fondo, qui siamo trattati bene. È puro gioco di ruolo. Mancano i bagni per le donne, e Ceska va in bagno a casa di una signora, tanto per far capire. Un signore, inviperito, grida: “Forza Bari!”. Le strade ad uscire, la costiera, sulla strada del ritorno.

E poi c’è quel momento.

Quando la strada si fa di botto notte. E le luci allagano le plafoniere come un relitto sui fondali dell’Atlantico. Messaggi di naufragio o di avaria. Quel momento che guardi i tuoi compagni di viaggio. Nell’attimo esatto in cui la tensione svanisce. E i touch-screen degli I-phone diventano pari al rumore della carta stagnola che libera i panini con la frittata. L’attimo del ritorno a sé. Del pensiero. Dell’intimismo. Il momento in cui contempli come seducente l’ipotesi vaga e assurda del sonno. E tutti sono tranquilli e rilassati. E i paesi sfilano lontani, sul vetro del finestrino.
Ma poi uno porta il megafono dietro, alla penultima fila. E collega il cellulare. E fa partire la playlist.
Marijuana, cocaina, eroina, crack.
E capisci che l’idea del sonno era davvero tanto vaga quanto inutile.

07/10/12

A chi interessa? A chi manchiamo?


A dimostrazione della serenità manicomiale che dirige e sovrasta le nostre vite appassionate, possiamo ben dire che la nostra trasferta immaginaria è cominciata il 18 di settembre. Sul monitor di un pc. Il sito dell’Osservatorio. F5. Aggiorna. Di continuo. Niente. Il 19 è venuta fuori una prima determinazione. No, Bisceglie non è tra le partite giudicate “ad alto profilo di rischio”. E vorrei ben vedere. A dicembre abbiamo giocato in amichevole al “Ventura” e la cosa ci è passata sostanzialmente inosservata. In campionato non ci incontriamo da una cinquantina d’anni, più o meno. Non è vietata. Ed è un buon segno, anche se non definitivo. Del resto, mancano quasi venti giorni. L’ente creativo generato dal Ministero si riunirà ancora. Il 26. L’elenco di divieti, anche stavolta, non ci riguarda. La dispensa n.34 sancisce che i casertani non potranno andare a Sassari, gli anconetani a Civitanova, i molfettesi a Terlizzi, e blocca altre 6 trasferte. Noi non ci siamo. Ma non è bene cullare illusioni. Piedi di piombo, sempre. Però stavolta, a scalfire la consueta incertezza esistenziale, c’è il dettaglio, non trascurabile, dei biglietti. Già, perché gira voce, dall’inizio della settimana decisiva, che il Bisceglie calcio si sia accordato con l’Acd Foggia per smistare in Capitanata 100 tagliandi. Sono pochi, ne servirebbero almeno il triplo, ma quanto meno ci sono. Anche il banner che pubblicizza la partita contempla la voce Settore Ospiti. 10 euro. Stavolta sembra lecito alimentare speranze. Certo, una vita così – tra voci, dicerie e spifferi ufficiali – è stressante oltre ogni lecita misura. E non solo, bisogna fare di tutto per non tuffarsi nel passato, per non rimembrare i tempi andati, la facilità automatica con cui si allestivano torpedoni e si andava ovunque. Siamo appassionati, e pur di continuare a vivere l’attimo adrenalinico ed eterno dell’ingresso in un’altra città, abbiamo azzerato la nostra memoria. E da tempo siamo scesi a compromessi con questa gestione mafiosa del calcio. Ogni giorno che passa è un giorno che ci avvicina alla trasferta. Siamo costretti a crederci. Il circuito Bookingshow mette in vendita i biglietti. Ma per l’evento che ci riguarda il settore ospiti risulta bloccato. Fino a giovedì pomeriggio. I propugnatori di cattive notizie si palesano. Cattivi presagi s’addensano. Poi, d’incanto, i tagliandi diventano disponibili. E in un amen finiscono. Possiamo prenotare il pullman, stabilire un orario di adunata e uno di partenza, prendere a discutere di come organizzare il nostro settore. Gli scettici devono indietreggiare. Abbiamo i biglietti. Materialmente. 10 euro + 1,20 di prevendita. La caparra consegnata al noleggiatore. Siamo a giovedì sera, non sarebbe logico attendersi un dietrofront. Certo, una volta ci vietarono Andria 48 ore prima dell’evento. Ma siamo a venerdì mattina, sarebbe francamente assurdo. E l’assurdo è mestiere da Prefetti. E quello di Bari, o della Bat (non s’è capito) non è da meno. Vietata. Così, a freddo. L’ufficialità giunge alle 19 dell’antivigilia.

Paghiamo un paradosso. Siamo troppi, dicono. In casa non riusciamo a vedere una partita nella nostra curva perché il nostro stadio è troppo grande per la categoria. In trasferta non ci possiamo andare perché non ci muoviamo in trenta. Se tutto questo vi sembra logico, allora starete comodi in questo microcosmo di idiozie. Noi, di nostro, sopravviviamo a stento. È un dato di fatto: è più il tempo che sprechiamo a dibattere, a litigare, a scazzarci, di quello che impieghiamo a sventolare le nostre bandiere. E, sprofondati in Lega Nazionale Dilettanti per rivivere gli stessi kafkiani incubi della Lega Pro, si può ben comprendere la diffusa voglia di fermarsi a rifiatare. Per valutare complessivamente, senza un briciolo di serenità, il senso ultimo di questa nostra passione collettiva, svilita e sventrata. A che pro continuare a credere in un sogno di partecipazione, aggregazione e tifo? A che pro seguitare a popolare i gradoni quando ce lo concede un’autorità qualsiasi? Quando ormai è chiaro da anni che nella mentalità affaristica di chi gestisce il giocattolo non sono previsti gli stadi pieni e quelli come noi sono percepiti, vissuti e dipinti come un’anomalia fastidiosa, una disfunzione del sistema? Quando un capriccio di un Prefetto può bloccare il nostro modo d’essere anche dieci minuti prima del fischio d’inizio? Che senso ha, ancora? Probabilmente dovremmo accantonare le menate da Ultras e cominciare a ragionare da Cittadini. Da semplici Cittadini tifosi. Allertare chi di dovere, per esempio, che non siamo sudditi. Che non è sufficiente nascondersi dietro la formula di rito dei “motivi di ordine pubblico” per venirne fuori puliti. Anche in questo ambito, sarebbe interessante inseguire le responsabilità concrete, invece di fermarci – fatalisti e rassegnati – dinanzi alla cortina fumogena delle dieci sigle fittizie, che alla fin fine non si capisce mai chi prende le decisioni e come le motiva. Partire da questo, magari, per non lasciar spegnere la fiamma della passione. Che è smorzata come non mai. Presentare a chi di dovere la lista delle spese, fossero anche i 120 euro regalati al circuito dei biglietti online e persi per sempre. Fossero anche i 40 o i 70 euro regalati ad un noleggiatore di furgoni, che avremmo fatto meglio a spendere in alcool o imbandendo una tavola. Far capire a chi governa il circo che non siamo ottusi sventolatori di vessilli; che la nostra intelligenza non si esaurisce nell’elaborazione di un coro o di uno striscione con la rima. E, qui in casa nostra, mettere sull’avviso chi ha in mano il nostro nome che non basta fungere da tribuno del popolo e ostentare il proprio amore per i colori per tutelare la piazza. Che è importante battere i pugni sul tavolo, alzare la voce. Che si, siamo signori e accettiamo che la Fortis Trani ci costringa a giocare a porte chiuse, che il Bisceglie Donuva posticipi alle 18 il match per permettere ai suoi tifosi di godersi la serie A su Sky. Ma siamo Cittadini tifosi ed abbiamo sottoscritto un contratto. Un abbonamento dove ci venivano garantite 17 partite in Curva Nord e, al momento, alla vigilia della quarta, in Nord non ne abbiamo vista nessuna. Certo, nessuno vuole il male di questa società. Non siamo menestrelli sciocchi e irriconoscenti e già più di una volta – in questa stagione agli esordi – abbiamo violentato il nostro essere pur di non arrecare danni a chi ha salvato i colori rosso-neri dall’estinzione. Ma la luna di miele, ad un certo punto, finisce. Mi direte: ma che vuoi dalla società? Niente. Voglio che ci rispetti. Che il presidente faccia il presidente – e non lo steward –, che i soci facciano i soci, che il direttore generale faccia il direttore generale. Che non abbiano peli sulla lingua nell’indicarci i nemici occulti, quelli che si trincerano dietro la cortina fumogena di cui sopra. Che si ribellino, come noi, alle quotidiane ingiustizie di cui è vittima la parte più importante di questo patrimonio societario: i tifosi. Che non basta dirsi rammaricati (il Bisceglie, che ha perso un bell’incasso, era più rammaricato dei nostri), bisogna farsi sentire nelle sedi competenti. Perché proseguire il gioco così, soli contro il mondo delle burocrazie, sarà pure epico. Titanico. Ma alla fine stanca e sfibra. E se d’un tratto anche le curve dello “Zaccheria” dovessero svuotarsi, a chi importerebbe davvero il risultato del Foggia? Qualcuno sentirebbe la nostra mancanza?

26/09/12

Riprendiamoci lo "Zaccheria", Riprendiamoci Foggia


Pagano i tifosi. E non è certo una novità. Costretti a subire l’umiliazione della seconda partita a porte chiuse, dopo aver sottoscritto l’abbonamento, dopo un fallimento. Paghiamo noi, come sempre. Paga la nostra passione. Il nostro amore incondizionato per i colori. In una città dove non esistono responsabili. Dove le colpe si scaricano. Dove chi governa è invisibile. O diventa tale nel momento di decidere.

Eppure lo sapevamo tutti dove avrebbe portato il servilismo della giunta Mongelli nei confronti delle assurde pretese di Casillo. Lo sapevano gli stessi politici locali quando – in un impeto di generosità a spese del pubblico – hanno gentilmente concesso lo stadio comunale a quel losco individuo. E se non lo sapevano, allora è evidente come non siano in grado di amministrare. Il teatrino ridicolo e tragico di queste settimane è solo un aspetto del più generale collasso della nostra città. I lavori allo “Zaccheria”, promessi ad aprile e mai portati a termine, sono l’ultimo risvolto di un fallimento che ha molti nomi – quelli delle municipalizzate, tanto per fare un esempio – e, ovviamente, nessun colpevole.

Il ricatto dei vecchi sciacalli, le norme assurde della Lega, l’incompetenza e l’incapacità di tecnici e addetti ai lavori, non giustificano, bensì peggiorano il quadro d’insieme. Noi – Ultras, tifosi, cittadini – vogliamo i nomi degli inetti e dei collusi. Vogliamo che i responsabili ci mettano la faccia; che chi ha sbagliato paghi. Non abbiamo più intenzione di sentir parlare ancora di certi personaggi del recente passato. E come doveroso atto di dignità, pretendiamo che il sindaco invisibile e la sua corte celeste si facciano da parte. Non ne sentiremo la mancanza come non ne abbiamo avvertito la presenza.

Sosteniamo la Nostra Maglia! Onoriamo la Nostra Città!

Curva Nord Foggia

22/09/12

Un ipermercato...


Agli amministratori così veloci nel concedere terreni a palazzinari e speculatori, e così zelanti nell'applicare le "norme" per lo "Zaccheria"...




08/09/12

La Bastiglia di viale Ofanto


In serie D giocano 167 squadre. La maggior parte di queste disputa le proprie partite in campetti di periferia coi muri a un metro dalla linea laterale. In oratori con una tribunetta in metallo. In pantani perimetrati da un semplice reticolato. 166 squadre hanno il campo agibile, a norma, idoneo. Noi tifiamo per la centosessantasettesima. Ed abbiamo lo “Zaccheria”.
No. Non fate finta di non capire. Chiunque si sia appassionato al calcio negli ultimi trent’anni sa cos’è lo “Zaccheria”. Un monolite di cemento armato capace di contenere più di venticinquemila persone, tre a metro quadro. Uno sbuffo d’aria bollente sulle maglie di chi scende nel fossato, ancor prima dei gradoni, ancor prima dei tubi, dai tempi eroici del filo spinato. Secoli prima della tribuna nuova. Quella innalzata come un totem nell’estate del ritorno in serie A. Neppure tanto tempo fa.
Domani le porte del nostro tempio saranno chiuse. Chiuse le curve, chiusa la gradinata.
Perché una Commissione tecnica, munita di strumenti atti alla misurazione delle porte e al controllo di spurghi e infissi, ha stabilito che lo “Zaccheria” non è a norma per il Campionato Nazionale Dilettanti. Manca dei requisiti minimi.
“Sono delle regole assurde”, mi dicono in molti. Lo so. Volete che non lo sappia. Nei giorni in cui attorno allo stadio fu issato il poderoso cancello che c’è tutt’ora mi sembrò d’assistere alla profanazione di una spianata sacra. La prima volta che entrai facendo ruotare le leve di un tornello, mi mancò quasi l’aria dall’imbarazzo. Ma ormai ci siamo abituati; assuefatti allo spirito dei tempi. E del concetto di “sicurezza” applicato agli impianti sportivi abbiamo blaterato a lungo, abusando pure della pazienza altrui. Per cui stavolta no. Incassiamo la notizia in una zona neutra dell’anima, senza cadere nella tentazione di piombare a capofitto nell’estremo delle dissertazioni sul calcio moderno e sulla nostalgia per quel mare di teste che s’è ritirato per sempre.
Stavolta si deve parlare d’altro. Del cuore predisposto all’eroismo che deve batterci in petto da quando “abbiamo scelto” di non tifare Empoli. O Pontedera. Del timore ansioso e vigile che ogni settimana si sveglia con noi. Abbiamo vissuto il tracollo calcistico, passando dalla A alla C2 in cinque stagioni. Un primo fallimento e l’aggressione di una corte dei miracoli che annoverava gente del calibro di Sensi, Chinaglia e Coccimiglio. Il redivivo Casillo e un secondo fallimento. La serie D presa per i capelli. Basterebbe a chiunque. Invece noialtri, ad ogni levataccia del sole, non possiamo più fare a meno di chiederci cosa accadrà. Cosa ci riserverà ancora il destino, prima di rivedere un derby col Bari. E dopo aver respirato polvere in una sfilza di campetti, adesso che ci hanno comunicato che il campetto ce l’abbiamo noi, la sensazione è inebriante.
È francamente troppo.
Un ricatto a monte, quello di Casillo, dei suoi piani megalomani da Eterno ritorno. L’insopportabile vulnerabilità di una giunta comunale senza attributi che, prostrata, gli concede la gestione dell’impianto a clausole vessatorie che avrebbe impugnato anche il meno abile dei laureandi in Giurisprudenza. Il peccato originale. La lunga battaglia di carte bollate, di ingiunzioni di pagamento, scaricabarile tra chi ha accettato di godere solo dei privilegi della concessione e chi è chiamato mensilmente a saldare il prezzo della propria codardia. Fino al braccio di ferro finale di primavera. Era aprile quando nacque l’ormai celeberrima Battaglia della Guaina. Aprile, 22, allorquando – dopo aver elemosinato un campetto per mezzo meridione – raggiungemmo in macchina il “Via del Mare” di Lecce. Per via dell’indisponibilità dello “Zaccheria”. E fummo graziati dalla sportività del Lumezzane, che non si prese la briga di fare ricorso, nonostante la cattività in terra di Puglia, nell’incertezza perdurata fino a poche ore dal fischio d’inizio. “Questione di giorni”, dicevano i tecnici del Comune riferendosi ai lavori in corso. Sono passati cinque mesi. E gli ispettori scuotono il capo. E il prefetto s’assume l’onere della chiusura, come già successo a maggio, per l’ultima casalinga. Casillo, che aveva fatto il possibile per giungere a questo, gongola. Ma tra tutte le figure laide, squallide e penose (Chi è l’Assessore allo Sport del Comune di Foggia? Qualcuno di voi lo conosce?) che battono la brughiera in queste ore confuse, se dovessi scegliere su chi puntare il dito, non avrei dubbi.
Gianni Mongelli è un costruttore, è un imprenditore, è un rappresentante di categoria. È tante cose. Ma non è un sindaco. E si che fare il sindaco in questa città significa accettare una non invidiabile condizione da ostaggio contento. Ostaggio della mala, dei palazzinari, dei poteri forti, della massoneria, della politica di professione che si serve della società civile per fottere gli allocchi e gli illusi. E si che non esiste solo il calcio a Foggia. Ma le contorte vicende di questi giorni, la sorte di quel gigante di cemento che è casa nostra, casa della passione della mia gente da che ero bambino, hanno assunto tutte le caratteristiche della metafora. In scala, quello stadio è l’intera mia città. Soffocata dall’ottusa burocrazia dei tecnocrati, dai meschini interessi di parte, dai ricatti che inducono all’immobilismo e alla rassegnazione, dalla prepotenza della speculazione, dall’incapacità e dall’inettitudine di chi – motu proprio – s’è voluto assumere l’onere di gestire la cosa pubblica. Senza averne la stoffa, il talento, o più miserabilmente la possibilità.
Adesso, che davanti agli occhi danzano le colpe, rimpallate da un impotente all’altro come in una partita di pallamuro; che la rabbia aumenta a dismisura; che la Repubblica delle banane sta maturando il nuovo colpo di scena, mi sento di dire – per quel che vale – che quell’omino taciturno che induce alla compassione che si deve ai deboli, ha rotto le palle. La sua recita flebile è diventata accanimento terapeutico. Lo tengono in vita coloro che lo muovono, è vero, lo sappiamo. Ma l’assoluta incapacità di prendere una decisione con mano ferma, di scuotersi dal torpore sonnolente della barca che ondeggia verso gli scogli, la scarsa volontà di picconare i problemi fino a vederne le ossa e i nervi, sono un oltraggio alla nostra (residua) dignità di comunità. Sarò ottimista, ma seguito a credere che non meritiamo d’essere rappresentati dal fior fiore della mediocrità paesana. Che un altro sindaco, uno qualsiasi, avrebbe agito d’impulso, da subito, anche travalicando il proprio ruolo. Perché il Foggia è Foggia, certo, ma anche perché la politica amministrativa dovrebbe servire a quello. A non piegare il bene collettivo agli interessi dei privati, ad esempio. A tutelare la gente che ti ha eletto, anche se col 23% delle preferenze al primo turno. O giù di lì. Ecco perché, dal mio punto di vista, questa vicenda penosa non ha i soliti duecento colpevoli. Ma uno solo, in rappresentanza di quelli (pessimi quanto lui) che si nascondono dietro il suo fallimento, nella speranza di non essere sgamati.

Io domani saprei cosa fare. Come Sansone coi Filistei. Ma non lo farò. Un po’ perché non posso, un po’ perché non voglio. Perché ne andrebbe di mezzo gente che ha dimostrato attaccamento ai miei stessi colori e che non merita d’essere penalizzata ulteriormente.
Ma riprendersi lo “Zaccheria”, manco fosse la nostra Bastiglia, è da questo momento un obiettivo prioritario. Ed una metafora di quell’attivismo che dovrebbe tornare a divampare in città. Per liberarla dai ricattatori, dai parassiti, dagli speculatori. E dagli inetti.   

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