08/10/14

Non sta succedendo niente!




Note a margine di una fotografia

L’istante è nitido cristallo traslucido.
Se questa foto finisse in un blocco di stampe, sarebbe tra quelle che si limitano a fare volume; che vengono passate in rassegna con la rapida superficialità del pollice. In fondo, e all’apparenza, è uno scatto elementare. In bianco e nero. Gente sui gradoni di una curva a due piani. Nulla di rimarchevole, di meritevole, di eclatante. Negli anni Ottanta, la gente andava allo stadio. Punto. Nessuna novità. Quindi. Una foto da volume, per l’appunto.
Eppure.
Se ci facessimo prendere la mano dall’ansia di meraviglia, commetteremmo un errore. Ed in quella  valutazione errata sarebbe condensata – come una metafora del contesto – la natura profonda della città nella quale è stata scattata. Ed alla quale appartiene. Perché quella è la Curva Nord di Foggia. Ed è proprio lo spirito della nostra città che induce alla superficialità, all’indifferenza, al sorvolo del lasciar perdere. Al non aguzzare la vista.
Come le sirene di Ulisse al naufragio.
Foggia ti fa credere nel fato e ti dispone l’animo al fatalismo. Per persuasione più che per violenza. “Nulla può cambiare”, dice la sua baritonale voce senza vocali. “Nulla si muove davvero”. E, anche quando sembra, è la solita, meridionale storia da Gattopardo. Non ne vale la pena. Non ti sbattere, non te ne incaricare, non ti spandicare. Muovi quel pollice, vai avanti con quelle foto! Svelto!
Ma bisogna coltivare il coraggio di disobbedire. Anche al buon senso della terra natìa.
Vale la pena soffermarsi sull’istante nitido e cristallino in cui il falso movimento di questa comunità si autorappresenta. L’attimo in cui si compie, con naturalezza, e quello in cui si ricorda. Si ricostruisce. Urge.

Foggia-Barletta. 9 ottobre 1983.
Quarta giornata d’andata. A bordo campo, lato tribuna, c’è un fotografo barlettano. Le due compagini non si incontrano, non si scontrano, da una ventina d’anni. Dai favolosi anni Sessanta. Da queste parti non è ancora così sentito, a livello calcistico, ciò che a livello popolare è quasi un’ovvia acquisizione dell’esperienza: mai fidarsi di quelli che vengono da Oltreofanto. Per i nostri avi, virgilianamente contadini, quelli dall’altra parte sono tutti baresi. Con lo strascico scontato di ciò che ne consegue; con l’intero portato di caratteristiche opposte alla nostra indole: commercianti, mercanti, speculatori, crumiri. Questo sono. L’Ofanto è il Danubio tra Serbia e Croazia. Da questa parte i martellatori dell’East End, da quella gli antisindacali di Milwall. 1983. Foggia, in quell’inizio di autunno, è una città delusa. Cinque mesi prima si era in B, in una posizione tutt’altro che disprezzabile. Bassa, certo, ma con due match-point da sfruttare in casa, con Varese e Pistoiese, ed una sola proibitiva trasferta in quel di Catania, per centrare la salvezza. E tornare a programmare il grande salto in massima serie. Ma, come spesso nel calcio, succede l’impensabile. Le più oscure previsioni vengono superate di slancio sul rettilineo del tracciato. Non solo i rossoneri perdono col Varese, sano e salvo a centro classifica. Ma per le modalità della rete di rapina, in extremis, del giovane Maiellaro – lucerino! – i foggiani danno vita ad una giornata di guerriglia urbana. L’arbitro, Lo Bello, viene colpito dal pregevole gancio di un invasore di campo. E lo “Zaccheria” squalificato. Dopo la prevedibile sconfitta del “Cibali”, l’appuntamento con la salvezza passa dal “Partenio”, campo neutro scelto per la sfida decisiva. Avversaria, la Pistoiese. Finisce zero a zero. Il Foggia sciupa l’occasione di rimanere in cadetteria nel modo più bislacco di tutti.  Un suicidio. E giacché la cultura giapponese dell’harakiri ha sempre influenzato i tratti culturali di questa parte di Puglia-non-Puglia, i tifosi di ritorno da Avellino compiono il più brutale dei riti di auto-punizione. Sotto la sede della società, bruciano le bandiere. E il primo, glorioso, striscione del Regime Rosso Nero. La sera del 5 giugno chiude nel fuoco un’esperienza ultras durata, a conti fatti, diciotto mesi. Ma i ragazzotti del RRN non si volatilizzano. Non spariscono, non si sciolgono a contatto con l’aria. Restano in Sud, senza segni di riconoscimento, ma insieme al mito che quelle due stagioni e mezzo di tifo hanno creato sottopelle nella foggianità militante.

Nell’inattesa, fastidiosa, bruciante nuova stagione di terza categoria, girone meridionale, il Foggia ha un inizio pessimo, ideale trait d’union con l’epilogo di quella lasciata alle spalle. Perde di misura a Benevento e ad Agrigento, pareggia in casa con la Ternana. Col Barletta c’è voglia di riscatto, ma lo stadio presenta ampi spazi vuoti. Insoliti per l’epoca. Il fotografo immortala in bianco e nero il diagonale con il quale il Foggia passa in vantaggio. È un bel tiro, che muore nell’angolo sinistro, imparabile. Oltre la traversa, più su, le facce della gente di curva sono ancora inconsapevoli. Sulla balaustra, uno striscione bianco-rosso. Commando. Qualche minuto dopo, un secondo scatto. Quello incriminato. Quello che la prosaica Foggia ci invita ad ignorare. Lo striscione non c’è più. Le ipotesi s’alzano come un vento. Forse i barlettani, delusi, l’hanno ritirato. In segno di protesta per la rete subita. Oppure, non resta che mutare lo sguardo. Come sotto una lente, suddividere i fatti minuti che si snodano, impressi sulla carta fotografica. Un critico dell’arte fiamminga alle prese con Brueghel. Con la scomposizione e l’interpretazione di ogni singola parte del concerto di colori, luci ed ombre. C’è agitazione. Un movimento discontinuo, scomposto, percorre le teste, i corpi, la postura del popolo della Nord. In basso a sinistra, a ridosso del boccaporto d’ingresso, è in atto un dibattito. Lo si evince dalle pose. Dalla tensione elettrica. Un ragazzo con la maglietta bianca è di spalle al muro. Una mano gli tocca il petto, nel tipico atto del rapporto di forza in dispiegamento. Attorno a lui ce ne sono altri tre. E non sembrano amici. Uno, di cui si intravede la nuca, gli sta a pochi centimetri dal viso. Gli sta dicendo qualcosa, con la foga della sfida. Due ragazzini, di cui uno con una bibita, osservano. Sembrano divertiti. Un fuori programma, senza dubbio. Tre gradini più giù c’è la balaustra. È lì che si consuma tutto. È l’epicentro dell’onda di tensione. I racconti chiariscono. Sono entrati in cinquanta, forse sessanta. Anonimi, casual prima del tempo. Ed hanno portato via gli striscioni dei cugini barlettani. Così, uno per uno. Tranquillamente. Sotto lo sguardo degli ospiti, divisi tra l’incredulità e l’impotenza. Del resto, sono baresi come tutti gli altri. Anche se non quel tipo di baresi con cui a Foggia è sempre finita a scazzottata. Dopo vent’anni di nulla, è evidente che non s’aspettavano un’accoglienza simile. Tanto più che di fronte non c’era il Regime. O, almeno, non c’era lo striscione e la Sud si presentava spoglia. Invece, all’improvviso, il raid. Un ragazzo col caschetto ed una polo blu a righe bianche, placidamente, porta in braccio, come fosse un neonato, una bandiera. Un pezzo di stoffa dal bianco predominante. Nessuno lo contrasta. Sembra sul punto di abbandonare il quadro. Di sfilare via, calmo e soddisfatto. Missione compiuta. Più in là, sempre seguendo la balaustra, un gruppo di foggiani s’agita. Uno spettatore seduto sbuca dal movimento catturato. Avrà avuto da ridire su quel comportamento antisportivo. Sta ricevendo la sua rimata risposta. La preda è nelle mani di un giovane plasticamente piegato sulle ginocchia, come il David al contrattacco, mentre il confronto tra due uomini lievemente defilati non diventerà rissa perché la fermezza di uno dei due è frutto del suo difendere un bambino. Una scampagnata a Foggia anche per lui. E per l’altro ragazzino, ugualmente protetto da un braccio paterno. Ne capitavano spesso, ai tempi, di scene del genere. I padri poco meno che trentenni svezzavano i figli alla pugna maschile dei gradoni, li trascinavano al campo per addestrarli alla vita. Ma si indignavano dinanzi a scene di lotta che trascendevano dal rettangolo di gioco, che rovinavano l’idillio di quella promiscuità da spalti. Come a voler instillare nei cuccioli della specie un codice cavalleresco che non esiste, non è mai esistito, se non a posteriori. Una posterità di cui la paternità è simbolo e schermo. Fatto sta che sta succedendo. I barlettani erano venuti a Foggia placidamente, senza immaginare ritorsioni. Con parte delle famiglie al seguito. Volevano godersi un sano pomeriggio di sport. Invece, perdono uno a zero e sono dinanzi ad una situazione inattesa. I foggiani sono pochi. Il manipolo, il drappello, o come lo si voglia definire quel nucleo di soggetti che ha sfilato Commando, si sta portando a casa gli striscioni. Sono più determinati, più cattivi. All’epoca, magari, perdere gli striscioni non era cosa tanto grave. Del resto, ciò che veniva scritto sulla stoffa era, tante volte, poco più che l’ispirazione di un momento. E non durava più di qualche partita in casa. Da noi c’era già stato di tutto. I Panthers, il Commando Ultrà, il Foggia Club Ultras di via Silvio Pellico, i Fedelissimi, i Boys. Nel 1973 finanche un Foggia Commandos, la cui data di nascita si confonde con quella di morte. Gruppi differenti, talvolta neanche gruppi propriamente detti. Ma alternative esterofile, aggiornate, avanguardie moderniste, rispetto ai Tifosi di Piazza Giordano, a quelli di Via Da Zara o ai ragazzi del Geometra. Il Regime è stato – e di lì a un paio d’anni, tornerà ad essere – altra cosa. Il Regime aveva condensato la novità radicale della cultura giovanile, di strada, che divampava in Italia, con la foggianità diffusa. Con gli occhi dell’oggi, bruciare uno striscione per un risultato sarebbe impensabile. Ma eravamo quelli, un tempo: zero pose, piena sostanza. Passione reale. Il sacrificio dello striscione ha alimentato l’attesa, oltre al mito. La messianica venuta del nuovo Regime era bramata come certi catastrofisti attendono l’Anticristo. Nel frattempo, ci si teneva in esercizio.
Dall’epicentro si sale di sette, otto gradoni. Il baffone ha i tratti tipici di quello scorcio di secolo. Con la sciarpa biancorossa in testa, catalizza le attenzioni. Le cattura. Le frammenta sui contorni, sul Tutto intorno a lui. Ci lascia presagire un pensiero, un’ipotesi di ragionamento. Rapido, come si conviene alla situazione. In quell’attimo frastornante, quell’uomo è chiamato a riflettere. Come il suo vicino, è guardingo. Punta verso l’alto. Ci invita a seguirlo. E, aguzzando la vista, spuntano piccoli vessilli biancorossi un po’ ovunque. Impensabile, oggi. Sparsi, sparpagliati così, mescolati ai foggiani eppure palesemente barlettani. Ripresi nel momento della paura e dell’incomprensione. Fermati nell’attimo esatto in cui nasce una rivalità.
Perché è questo che la foto immortala. Va da sé l’importanza del documento. Cosa sta pensando il baffone? Teme per la sua sciarpa o per la sua faccia? E tutti gli altri, colti alla sprovvista? Lo “Zaccheria” improvvisamente insicuro. Zero guardie nei dintorni. La foto dei soldati tedeschi che smantellano le linee di frontiera ed entrano in Cecoslovacchia. Stesso impatto epocale. E il centro della scena tenuto da un uomo col berretto, che ride di gusto, mentre con la mano destra tiene un radione. È foggiano, lo sappiamo per certo. E, senza volerlo, racchiude – a distanza di trent’anni – lo spirito arrembante, incosciente, spensierato ed in qualche misura eroico e goliardico dell’epoca. Quando anche la goliardia non era posa. Ed era in grado di gonfiarti la faccia a suon di manrovesci.  Ricapitolando: c’è gente che popola una gradinata. As usual. Gente d’ogni estrazione che guarda ovunque, che fuma, che beve. Che esplicita indifferenza per il circondario. Sguardi annoiati, da intervallo di partita e di vita. Mentre una tellurica variazione del microclima, un terremoto dell’aria, sconquassa alcuni volti e deforma alcuni corpi nel brivido di un movimento tribale, nel bel mezzo della comunità più estesa. È il 9 ottobre del 1983. Sembra niente. Ma sta nascendo una rivalità.


* la foto è un graditissimo regalo di Costantino Mariella

07/05/14

L’irrazionale speranza



Sono per la dispersione della stupidità. Non va bene che si concentri per intere settimane in un punto solo. (Karl Kraus)

Lo sport italiano si ferma «perché tutto il mondo guarda a piazza San Pietro e non ce la siamo sentiti di dare il via alle partite sapendo, poi, che al primo gol abbracci ed entusiasmo avrebbero avuto il loro sfogo». Così parlava Gianni Petrucci, presidente del Coni. Era l’ultima settimana di marzo del 2005. Karol Wojyila stava vivendo, sotto gli occhi del mondo, la sua cattolica agonia. Non era ancora morto, non ancora. Ma il calcio decise – per impulso sentimentale – di fermare il carrozzone. Come gesto di rispetto. Lo stesso che tributò a Filippo Raciti, poco meno di due anni dopo. Anche se la moglie, ancora oggi, continua a ripetere come un mantra che bisognava sospendere ben più di una semplice giornata di campionato. Fatto sta che non si giocò. E, tra le schegge della contraddizione aperta da una settimana di perdite, Matarrese definì “esaltati e irresponsabili” coloro che chiedevano di fermare più a lungo, o addirittura definitivamente la giostra. Arrivò persino a dichiarare che i morti “fanno parte di questo grandissimo movimento”. Una sorta di effetto collaterale. Quando si dice la Realpolitik applicata al calcio moderno!

Il calcio moderno. Una girandola da decine di milioni di euro. Un asteroide luminescente che deve giustificare la propria orbita, catalizzare i tele-utenti col telescopio e vendere il proprio marchio, sulle nostre teste cocciute. Tra i due estremi, il dato: il calcio milionario delle società quotate in borsa, del merchandising, delle banche e delle sponsorizzazioni, è capace di “rispetto”. O, almeno, quella è l’immagine retorica che vuole dare di sé. Quando conviene. Il pio inchinarsi dinanzi alla sacralità della vita, il profluvio di petizioni di principio degli editorialisti sul bene unico, irrinunciabile, prioritario, dell’esistenza. Almeno, quando a morire è una personalità o un servitore dello Stato. Per tutti gli altri, si faccia finta di niente. E avanti come al solito, a quantificare i diritti televisivi. A Gabriele Sandri fu negato persino il minuto di raccoglimento. Lo stesso che fummo costretti a sopportare in ogni categoria dopo Nassirya. E che valse anche svariati daspo a coloro che non lo rispettarono a dovere. Un dualismo improvvido, ma gravido di conseguenze sulla mentalità di chi, ancora, si ostina a voler partecipare, fisicamente, allo sport (un tempo) più popolare d’Italia. Vite di Serie A e vite di infimo grado. In mezzo, il nulla e l’ipocrisia. Domando: ma se Ciro Esposito – resisti, Ciro! – fosse morto in ospedale nei minuti che precedevano il fischio d’inizio della finale di Coppa Italia, cosa ci sarebbe stato di abnorme, immorale, persino criminale, nell’imporre – dal basso – quel rispetto che lorsignori impongono normalmente per le vite mancate di coloro che ritengono rispettabili? E a chi critica il comportamento “arrogante”, addirittura “camorristico”, della curva napoletana e dei suoi rappresentanti, non varrebbe la pena di ricordare che, talvolta, è necessario prendersele le cose, senza attendere concessioni e riconoscimenti che non arriveranno mai? Se Ciro fosse morto e la partita si fosse disputata – come quella notte all’Heysel – chi sarebbe stato il mostro immorale? L’uomo coi tatuaggi in balaustra? Facile, per tutti gli snob progressisti, rispondere che sì. Che si è mostri a prescindere. Immorali a prescindere. Che non è compito della plebaglia riprendersi, in una fiammata di dignità, pezzi della propria esistenza. Un protagonismo fuori dal tempo. Che è compito delle istituzioni, alle quali si sono piegati più di un induista a Shiva, concedere. Quando vogliono, quando ritengono, dopo svariate e attente consultazioni. Che esistono ruoli e leggi da rispettare. A mo’ di feticcio, di idolo salvifico. Salvo poi dimostrare di campare su una stella morente quando gli parli dell’arbitrarietà di una diffida o degli inconcepibili limiti posti a certe categorie mostrificate col consenso del media: i famigerati Ultras, ad esempio. Come gli zingari o i rumeni. Ma di costoro è inutile parlare. Da tempo, forse da sempre, hanno disertato – per noia o per reale divergenza di interessi – la barricata della riappropriazione. E arricciano il naso ormai talmente spesso che i loro visi abbronzati sembrano una maschera di Carnevale. A tutti gli altri, a chi ancora s’ostina a porsi delle domande e a resistere, chiediamo un supplemento d’indagine. D’attenzione. La macchina del fango non è mai fine a sé stessa. Non è vero che costoro – giornalisti e propagandisti – viaggiano per intuizioni, a fior di vento. Quando, prima ancora di accertare cause e responsabilità, si comunica già che la risposta sarà nel giro di vite, nell’acuirsi della repressione, allora è chiaro che bisogna scegliersi la parte. Rassegnarsi all’idea – terribile, per qualcuno – che non è in ballo lo svago domenicale di qualche migliaio di sfaccendati, con o senza i padri pregiudicati o sospettati. Chiamarsi fuori, ridurre tutto a sfoggio di brio verbale, a battute fulminanti e sagaci grondanti superficialità, semplicemente non serve. Il gioco, signore e signori, qui non è il calcio. È l’agibilità democratica di questo paese presunto.

L’uomo coi tatuaggi in balaustra s’è preso cinque anni di daspo per “istigazione a delinquere”. Formula vaga, applicabile per estensione alla quasi totalità della popolazione mondiale, in qualunque istante. Ce ne fosse la volontà. Se ne sentisse l’urgenza. In questo caso, il bisogno era il medesimo di sempre: quell’uomo ha condensato, sulla propria figura, il fallimento dello Stato. E, cosa imperdonabile, l’ha fatto in diretta tv. Sotto gli occhi del mondo. Se fuori dallo stadio la polizia – e in Italia, quando si organizza qualcosa, si parla esclusivamente di polizia – lascia un varco aperto ad un assalto ai furgoni in arrivo, che non hanno trovato posto in altri parcheggi; se dai furgoni scendono e contrattaccano; se i sopraffatti sparano e feriscono quattro persone; se una delle quattro persone è ridotto in fin di vita; se le ambulanze tardano a giungere sul posto; il responsabile non può che essere l’uomo coi tatuaggi. Perché i suoi gesti hanno svergognato uno Stato che, per la propria indole d’efficienza, non a caso, s’è fatto soffiare gli Europei di calcio dalla Polonia e dall’Ucraina. Come Ivan “il terribile” la notte di Genova. Provavi a chiedere in giro: “Sì, vabbé, ma che ha fatto? S’è arrampicato su una balaustra, ha sbraitato e ha provato a tagliare la recinzione. Senza manco riuscirci”. E la gente rispondeva: “è un bandito”. Come a dire: me l’ha detto Collovati. In Italia è imperdonabile fare da frontman di un fallimento. Non devi mai esporti quando gli fai capire che sono dei cialtroni senza principi, dei buffoni che ballano al ritmo dei contanti. Meglio rimanere in retrovia. Ma sanno, lorsignori, che senza l’uomo coi tatuaggi a fare da interfaccia – senza tutti quelli come lui, in ogni situazione di crisi e in ogni stadio, come in ogni manifestazione – il passo successivo è lo strapotere della retrovia? Hanno idea, lorsignori, di cosa sia una massa anonima, senza faccia, quando dilaga e imperversa? A me dispiace solo che l’abbiano provato poco spesso. Ma, posso garantire: è infinitamente peggio di una “trattativa”. Ma tant’è. Il mostro si deve sbattere in prima pagina. Anche e soprattutto, si diceva, per quella maglietta. Quel grido di libertà contro una palese ingiustizia. Imperdonabile, ancora una volta. E lo stadio, il luogo dove secondo i benpensanti “tutto è concesso”, torna ad essere il baluardo di una morale parallela. Cinque anni di interdizione per un sanguinoso delitto d’espressione. Di libero pensiero. Calderoni rivendicò come tale la sua t-shirt anti-Islam che provocò scontri e morti nei paesi arabi. Lo stesso fecero la Mussolini e Buffon. E Giuliano Ferrara. E i deputati, in Parlamento, in difesa di Silvio Berlusconi. Pregiudicato. Ma, quando si parla di curve e di stadi, anche i più ferrei tra i garantisti, evaporano come foschia chimica. È inutile: non si vogliono mischiare con questa gentaglia. Perché, al di là delle semplificazioni, questa gentaglia – noialtri – rappresenta ancora l’ultimo grado di irriducibilità delle istanze del basso. Dell’Italia subalterna. Pre o post-politica, e proprio per questo, irrazionale e furente, capace ancora di mostrare muscoli e tatuaggi. Di suscitare la paura in coloro che ritengono, erroneamente, di aver placato, addomesticato, sedato, il popolo bue. Ma quando una curva avvampa, personalmente – prima di ogni analisi – io penso sempre due cose: che non siamo sconfitti. E che c’è ancora speranza. 

05/05/14

Un banale deja vu

Gli spalti sono una cosa, il campo ne è un’altra.

Quindi, tralasciando per un attimo i gradoni, e la vita parallela che vi si svolge, e soffermandosi pochi secondi su quel che avviene sul rettangolo e nei palazzi dei burattinai del sedicente “spettacolo”, proviamo a ragionare.

La Coppa Italia è quella competizione resa inutile che alla fine vincono sempre, a rotazione, quelle quattro o cinque squadre di Serie A. Perché la formula è stata ideata, trascritta e realizzata affinché nessuna compagine minore, coi grilli per la testa, potesse turbare i sogni delle blasonate. Che entrano in gioco a scaglioni, come al militare. Mentre tutte le altre giocano da agosto. E di solito, ad agosto tolgono l’ingombro. Niente di coraggioso proviene dai mangiafuoco del calcio. Se applicassero da noi la stessa formula delle Coppe di Lega inglesi, con il “tutti contro tutti” già dal primo turno, la Juventus rischierebbe seriamente ad Avellino, col caldo torrido e lo stadio strapieno. E il Parma a Caserta. Come il City a Rochdale. E questo, no, non lo possono in alcun modo permettere. Presidenti e manager immaginano il tracollo probabile e lo evitano come gli scorpioni il fuoco. A prescindere. Si chiama business. E non ha niente a che vedere col “gioco” che commentatori e giornalisti – angelicamente – invocano ogni qualvolta gli Ultras si prendono a cinghiate. E ci scappa il ferito. Business. Lo stesso motivo per il quale è stato aggiunto il nome dello sponsor alla competizione in questione. Per il quale è stato reso superfluo il confronto andata/ritorno ai turni preliminari. Per il quale s’è inventata una Supercoppa italiana e la si è disputata a Pechino. Lo stesso per il quale si è spalmato e spezzettato il palinsesto, con partite anticipate e posticipate fino all’assurdo di giocare a Udine, di sera, un mercoledì di febbraio. Esigenze televisive. Soldi, soldi e ancora soldi. Fino al ripristino della finale unica.

Un tempo, neanche tanto tempo fa invero, questo paese in questo campo, dettava le regole. In questo paese si disputava “il campionato più bello del mondo”. E – incredibile a pensarci, considerata l’italica vanagloria – non ce lo dicevamo da soli! Gli altri campionati, dalla Premier alla Bundesliga, non erano altro che surrogati. Più o meno ancorati alle loro peculiarità, ma pur sempre minori, terreno di conquista delle società italiane. Dei loro calci e dei loro portafogli. Da qualche tempo, complice il sopravvento acquisito dal capitale finanziario nel presunto mondo del “gioco”, da queste parti si è deciso di emulare le società dell’immagine più mature. L’Inghilterra, gli Stati Uniti. La spettacolarizzazione a tutti i costi, che dovrebbe accalappiare allocchi e nuovi clienti – nella pallavolo si è arrivati ad eliminare la fondamentale regola del “cambio palla” per stringere gli eventi televisivi a continui highlights – ha portato i geni del marketing applicato allo sport ad introdurre silver e golden gol, da quegli incolti degli americani a mutuare persino gli shot-out in luogo dei calci di rigore. Ma, soprattutto, ha rapinato a man bassa gli stili. A noi estranei per cultura. L’evento passerella, le luci di scena, la musica, i monitor luminosi, lo speaker da villaggio vacanze. L’inno nazionale eseguito dalla pop-star di turno, sulla scia di un Superbowl qualsiasi. E, di nuovo sul punto, la finale unica.

La partitissima coi lustrini, i politici, le luci della ribalta, gli attori da fiction e i cantanti a bordo campo. Una specie di Partita del cuore con in palio una coppa. Per il tornaconto. Dimenticando volutamente che il calcio è ancora, per qualcuno, un fenomeno sociale fatto di carne, sangue, polvere e passione. E che Roma non è Londra, come l’Olimpico non è Wembley. Chi ambisce a contare il cash dell’affare milionario, deve considerare il rischio d’impresa. E il rischio è semplice, come la natura stessa di una nazione fondata sulla rivalità. È in quella gente che non s’arrende al ruolo obbligatorio di cliente. A Roma ci sono due tifoserie rivali tra loro. E se in finale ci vanno il Napoli e la Fiorentina, gli “eserciti” sul campo d’onore della capitale diventano quattro. Cinque, considerata la celere. Alè. E pensare di risolvere tutto disseminando il terreno di camionette e blindati, è un aspetto anch’esso tipico della mentalità imprenditoriale di questo ceto di sciacalli. Dopo anni di imposizioni, limitazioni della libertà individuale e di movimento, isolamento tentato e ritorsioni repressive, il resto va da sé. Ed è scandaloso chi si scandalizza. Che forse, costoro, vorrebbero semplicemente incassare? Impossibile, neppure nell’epoca del capitale finanziario.

Senza dubbio alcuno è più comodo, dopo, utilitaristicamente mostrare le immagini del grande spavento al circo. Il video col leone che si ribella al domatore e strappa urla terrorizzate ai bambini e ai loro genitori. Perché è questa la sintesi della grande, superficiale, artefatta falsità di chi orienta le telecamere del media. E detta i tempi e i modi della paura. Per dirla alla Brecht, tutti a parlare della violenza del fiume e nessuno della violenza degli argini che lo costringono. Da due giorni fanno il giro del mondo le immagini dell’uomo sulla balaustra della Nord. Da due giorni, piccole iene e grandi avvoltoi, scavano nella sua vita privata, alla ricerca di pezzi di carne appetibili. Da due giorni, parlano tutti. Anche, e soprattutto, quelli che allo stadio non c’hanno mai messo piede. E via di repertorio! Le immagini di Italia-Serbia a Genova, del “derby del bambino morto”, dei genoani che ritirano le magliette ai loro “idoli” di cartapesta. Di nuovo il refrain, il più gettonato, fintamente scandalizzato, indignato degli ultimi quindici anni: “Il calcio è malato perché è ostaggio degli Ultras”. Eppure, nello stesso arco temporale, abbiamo ingoiato le pay tv, la Serie B al sabato, gli anticipi e i posticipi più irragionevoli, i divieti di trasferta, la Tessera del tifoso, lo strapotere della discrezionalità del daspo, le schedature, i capricci di prefetti e questori. Ci dicono con lieve preavviso dove giocano i nostri, a che ora e con quali limitazioni. E noi proviamo ad esserci, a tenere in vita il nostro sogno di calcio. Siamo sempre di meno, sempre più frustrati, ma resistiamo nella consapevolezza d’avere ragione, d’essere baluardi di una partecipazione che non esiste più. Fossimo davvero dei sequestratori, saremmo dei pessimi negoziatori.

Alla fine della giostra, resta sul palato il retrogusto del già vissuto. Un banale deja vu. Il fuoco di fila di chi ancora, retoricamente, fa bere agli inconsapevoli l’idea di un calcio da restituire alle famiglie “a tutti i costi”, criminalizzando “i facinorosi”. Senza mai accennare alla violenza del denaro, che ha mutilato l’entusiasmo del popolo, a cui il calcio appartiene. L’incompetenza dei politici col pugno di ferro da sbandierare in campagna elettorale. L’idea del daspo a vita. Nessuna volontà di invertire una rotta che punta dritto al fallimento. E tanto fumo a fare da sbarramento delle responsabilità reali. Zero chiacchiere da talk sulla disorganizzazione, persino sull’assenza di un’ambulanza nei paraggi del misfatto. E tante, a piena bocca, sulla maglietta per Speziale. Che il Corriere, in un conato di vomito, ha definito “killer” di Raciti. Disgusto e disprezzo. Per la verità, per la verosimiglianza, prima ancora che per la vita umana. Allora, facciamoci due conti e tiriamo le somme. Si sta alzando la marea della nuova repressione. Cerchiamo di capire chi siamo e cosa ci spinge a continuare. E facciamo quadrato, tra mille e mille dita puntate. Isolati ma non domi. Come leoni nel circo del denaro.   

09/03/14

Il bilancio dell’insoddisfazione



Domenica 9 marzo 2014, Foggia

Appuntamento alle 13 a Piazza San Francesco. Ho lo zaino con i guanti e le anti-infortunistiche. Un’ora, poco più, di viaggio. E, ritardo compreso, sarò al Pala Florio prima delle 15. Ora d’inizio dei lavori. Gli altri saranno con me. È venerdì. Claudio Baglioni si esibirà domani e domenica. Il Foggia andrà a Gavorrano. Io non ci sarò. È un discorso economico, chiaro. La precarietà circonda i progetti come i Russi Sebastopoli. Bisogna sacrificarsi. Anche se l’impressione è quella di non aver mai fatto altro nella vita. Ma in realtà, molto ha contribuito – nel bilancio dell’insoddisfazione – anche l’inutile traversata di Ischia. Una visione dilatata del tempo, ampliata dal movimento delle onde, nel mio ricordo parziale. Sono le 11. Devo ancora scendere a fare la spesa per stasera e passare da un cliente con la mia scorta di libri speranzosi d’avere un acquirente. Posso farcela, se mi sbrigo a scendere. Il cellulare sotto carica. Una chiamata persa. E, in diretta, tra le mie mani, un messaggio. Baglioni ha annullato il concerto. Forse l’ha solo rinviato. Non è specificato. Di sicuro, oggi non si lavora. Non più. E, di conseguenza, neppure domenica sera. Quel senso di inusitata, autolesionistica felicità che scaturisce da un dovere che salta ingaggia una mezza rissa con l’insperata apertura di uno spiraglio. Che porta il nome di questo paese trenta chilometri a Nord di Grosseto. Gavorrano. Abbiamo noleggiato le macchine e le abbiamo riempite. È già tutto deciso. L’orario di partenza, i nomi e cognomi delle persone che s’incammineranno per l’ennesimo pellegrinaggio espiatorio della stagione. Non c’è margine per rimettere tutto in discussione a meno di 48 ore dalla partenza. Quindi, meglio non mettersi strane idee in mente. Svuotare lo zaino e passare oltre. E l’idea di rimanere a casa la domenica pomeriggio, col Foggia impegnato altrove, assume i contorni di una concretezza ambivalente. Io, bipolare, penso al mio gruppo. Ma poi mi risale l’alta marea del braccio di mare tra Procida e Casamicciola. E la nausea cancella i rimpianti. Così sarà.

Anche perché è inutile che lo nasconda a me stesso. Di Poggibonsi, di Aprilia, persino di Santa Croce, mi è piaciuto rivedere gli emigranti. Il resto della Ciurma dislocato tra l’Emilia e il Lazio. Di questa stagione, ricordo l’adrenalina del furgone per Lecce, l’alcolismo consapevole e suicida di Cosenza, la tensione nel ventre del traghetto a Messina. Poco altro. Degli ultimi cinque anni, con emozione ed amore, alcuni bar. Alcune notti. E i soliti volti. Ma devo risalire a quando in trasferta ci andavamo tutti, sapendo di entrare, per avvertire la pelle accapponarsi per un coro. Per un gol. Domenica un paio di auto si divoreranno altre 6 ore di asfalto. E altrettante a tornare. Senza alcuna garanzia. Io non ci sarò. Chiamerò gli altri per sapere come sta andando, certo. E fuori dal covo, dove in tre guarderemo il Foggia perdere 1-0 contro l’ultima in classifica, quella luce inutile che è propria del periodo che va dalla fine del Festival di Sanremo alle Giornate di Primavera del FAI, mi comunicherà per intero la tristezza. La tristezza delle cose che si perdono. La frustrazione di ciò che era bello e non ritorna. La rabbia della frenesia del fare che tramonta nell’impotenza del non poter fare. O del non aver nulla di meglio, da fare, che tornare a casa e scrivere di questa inutile luce di inizio marzo.

Buon rientro, ragazzi.

25/02/14

Soundtrack



Domenica 23 Febbraio 2014, Ischia-Foggia 1-0

C’è sempre un altro modo per raccontare gli eventi. Un altro registro.
Le immagini di uno spaventoso incidente di un gatto delle nevi possono finire indifferentemente su Real tv o su Paperissima, senza alcuna modifica sostanziale. Basta cambiare il jingle in sottofondo.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza. Immagini. Nient’altro che questo. Che rendono diversamente in base alla musica che si sceglie per montarle. Così, ormai ben saldo alla terraferma, passo in rassegna i cd, allineati nel cassettone a scomparsa della mia mente. Di sicuro non Zimmer. Né tanto meno Kilar. Il tema del Benny Hill’s show, tutt’al più. E che nessuno si senta offeso. Non è mia intenzione sminuire il sacro idolo dei Chilometri. Ma ho bisogno di sposare un’altra prospettiva. Giacché fingere d’essersi divertiti è il tributo minimo che penso si debba pagare alla malandata passione.
Questo sono io. Mi guardo nel pezzo di specchio usurato sospeso sul lavandino lercio. L’aliscafo è polveroso. Il sapone è stitico. Ho una faccia preoccupante. Gli occhi gonfi sono feritoie di torre nelle rughe della facciata. Tra meno di un’ora saremo al Molo Beverello. Per intraprendere l’ultima parte del percorso a ritroso. Mi asciugo il mento, sento la barba ispida, i baffi. Non stacco gli occhi dallo specchio. Sono di un’altra generazione, penso. Ma la considerazione scivola lungo le arterie senza vittimismi. Non è uno spot sugli acciacchi dell’età. Non è una Pubblicità progresso. Anzi. Ho due ore di sonno – quel lasso di tempo che va dalle 3 alle 5 di un giorno che ha smarrito la propria collocazione sul calendario, anche se dovrebbe essere ieri – non ho mangiato, non ho bevuto che un paio di Peroni. Ma non avverto alcuna stanchezza fisica. Sono ben altre le stanchezze che mi fissano dallo stomaco. Che implorano soluzioni che non ho.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza.
Ve l’ho già raccontata quella di Barletta? Quella volta in Coppa Italia? Giocavamo contro la Fidelis Andria, in campo neutro. Epica allo stato puro. Avevo diciannove anni. Non sapevo cosa fosse un Casual e nessuno sapeva cosa fosse un social network. La prima trasferta l’avevo fatta quattro anni prima. Avevo così tanta voglia di essere un Ultrà che se mi avessero proposto di andare a lavare a terra settimanalmente la sede del Regime di Via della Repubblica, avrei recepito l’incarico come un inglese recepisce il titolo di Baronetto. Così tanta voglia di appartenere, da scappare di casa per andare a Napoli. Così tanta da accettare di non avere voce in capitolo. Perché, a quei tempi, questo era un mondo gerarchico e meritocratico. Non parlavano tutti. Il diritto di parola si acquisiva coi gesti. A Barletta, nell’agosto del 1996, dilagammo nel piazzale della stazione. Nella loro città. Il giorno dopo, uno dei “grandi” chiese il mio parere su una faccenda di nessun interesse. Ed io sentii le gambe cedere dall’emozione d’essere stato interpellato. Sono di un’altra generazione, penso. Mentre lo specchio segue il movimento costante delle onde. È stata una lunga giornata. E non è successo niente. Niente di più di quanto succede normalmente a questo mondo nel 2014.  

13/02/14

Fantasmi nel campo santo



Domenica 9 Febbraio 2014, Martina-Foggia 1-1

C’è un istante preciso.
Quando nell’abitacolo si diffonde il giornale orario di Radio Capital, a volume sommesso. Renzi che sta facendo le scarpe a Letta. Quando i passeggeri dell’ennesimo viaggio della speranza elencano e motivano i perché delle loro scelte in materia di whiskey. Lagavulin, Laphroaig, Oban. Quando fuori l’inverno arretra, e dissemina il terreno di nuvole cariche tendenti allo scarlatto. Quando gli altri mezzi della legione sono a distanza di sicurezza, perfettamente visibili, uno avanti e uno dietro. E gli altri due ci aspettano al distributore di Casamassima. E la strada scorre via con implacabile costanza.
C’è un istante preciso. In cui tutto sembra andare come dovrebbe. In cui gli astri sono al loro posto, senza pretese illegittime. In cui il tempo sembra assolvere al proprio dovere, per il bene degli uomini. Ma gli esseri umani sono animali perfettibili. E non colgono. Non hanno sensori sufficientemente allenati a comprendere la grandezza dell’attimo.
È quello il momento in cui, di solito, chiama Arnaldo.

Si esce dalla carreggiata. Sosta forzata ad una pompa di benzina. I nostri sospetti erano fondati. Del resto, siamo cresciuti con quello spot di Tele Norba che parlava del Baricentro. E qui, più che alle porte della città innominabile, siamo in odor di Mar Ionio. Chi siamo? Dove andiamo? Ma soprattutto: Perché avete preso la Taranto? Domande irrisolte, nell’aria come spore in plotone d’avanguardia. Dietro le linee nemiche di febbraio. Giù fino a Mottola, a 120 all’ora, per recuperare il ritardo che credevamo anticipo. Bestemmie soffocate. E, ciò che è peggio, nessuno da incolpare. Geografia, a scuola, non si fa più. Svolta per Noci. La Valle d’Itria. Stiamo andando a fanculo. I bassi muretti di pietra ricordano la Sardegna. E l’argomento vira. I viaggi di nozze. Il più classico dei dibattiti ultras. Dall’altra macchina giungono schiamazzi via Wind. Capiamo. E sbulloniamo il nostro Oldmoor. Per non soffrire di invidia all’arrivo.

Appuntamento alle porte di Martina Franca. Facile a dirsi. Tutt’altro a farsi. Perché noi proveniamo da Ovest, e Martina si palesa senza annunciarsi. D’un tratto. Palazzi senza uno straccio di benvenuto. Esistono i tom-tom. Gli altri ne possiedono uno. Si tratta d’attendere. E noi, in questo, siamo maestri. La carovana si ricongiunge in capo a dieci minuti. Sono quasi le quattro. Le squadre saranno nel sottopassaggio. Perché c’è sempre un sottopassaggio, nella vita. Tutti in coda, verso il settore ospiti. Fino al primo incrocio. Perché nella vita ci sono anche questi. E noi, in onore alla tradizione dauna del carnevale, ci sparpagliamo come coriandoli. Siamo dei posseduti. Gli autisti non meno dei navigatori e dei passeggeri. Ad ogni snodo, le mani scottano sul volante ignaro. E si gira a casaccio. Rarissimi i casi in cui più di due mezzi abbiano svoltato nella medesima direzione. Posseduti. Senza esorcismi possibili. Giro panoramico. Poi, finalmente, settore ospiti.

Il botteghino è incassato nel cemento. Dagli spalti, i cori dei padroni di casa. Scenario consueto: la camionetta, gli sbirri annoiati, l’ispettore con la ricetrasmittente. Pioggia. Freddo. Le prime voci allarmate. Le chiacchiere. Quello chiuso nel cubicolo, in pratica, comunica con gli occhi. Le luci azzurre che provengono dall’interno ci fanno immaginare un monitor. È così. Tutto informatizzato. Spersonalizzato, in questo cacchio di calcio del 2014. Ci dice che il suo compito è battere sui tasti. Che non ha margini d’autonomia ulteriori. Neppure il falso ideologico! Ovviamente, non riesce ad inserire un bel nulla. Il circuito ha chiuso i battenti col fischio d’inizio. Gli chiediamo se ha biglietti tipo Riserva A. Ma ci risponde con uno sguardo da ventenne ignaro. Evidentemente, a furia di lavorare con queste diavolerie tecnologiche, questi uomini – pur datati – hanno dimenticato il calore della carta prestampata. Chiama un responsabile. C’è sempre un responsabile. Sull’Olimpo. Nel frattempo, l’ispettore ci intrattiene con un saggio di giurisprudenza, disceso a cascata dalla solita domanda: “Perché non ve la fate la Tessera? È una legge”. “No, che non lo è!”, “E cos’è?”, “Una direttiva ministeriale”. Piove più forte. Alcuni fantasmi dal vestiario casuale si aggirano attorno al loculo dell’uomo dei biglietti. Come anime di defunti assediano la casa del custode di un cimitero. Non sono molesti, non sono cattivi. Sono persi. Smarriti, dall’idea che varcare questi cancelli sia tanto ostico quanto calarsi dalle sbarre di una galera. Ma quello, l’uomo-biglietto, si spaventa lo stesso. E chiama la police. È questo l’effetto che fanno i fantasmi sui funzionari. Il responsabile arriva. E prima ancora di poter candidamente ammettere che non è lui colui che cerchiamo, prima ancora di poter sviare l’interesse dalla sua persona indicando il suo superiore nelle sfere celesti, ci mostra quel che il funzionario ci aveva già mostrato. Niente, la tastiera – alla mezz’ora del primo tempo – è inservibile come un giradischi all’età dei Comuni e delle Signorie. Non ci resta che salutare.

Si smantellano le tende provvisorie del nostro provvisorio accampamento di illusi, speranzosi e sognatori. Si lanciano due o tre cori nel silenzio. E sotto l’acquazzone, si monta nei mezzi. In corteo, si prende la via della campagna, al limitare di un arcobaleno che non è né presagio, né auspicio. Soltanto il banale risultato delle piogge in dissolvenza. Un trullo, due, cinque. La sosta e sulla provinciale. Un I-phone capta lo streaming. Finisce sulla tettoia di una macchina, tra gli schiamazzi della platea, a sostenere i pixel rossoneri. Calcio moderno. Post-moderno, addirittura. Gli ultimi romantici alle prese con l’oggettistica del cinico presente. Con la metafora dell’assassinio di una passione. Contraddizioni. Come idolatrare l’arma di un delitto. In altri tempi, dicono i reduci, non sarebbe mai successo. In altri tempi, gli si potrebbe rispondere, una radio locale avrebbe trasmesso la partita. In altri tempi, ad essere ancor più pignoli, al botteghino ci avrebbero mollato dei biglietti senza fare troppe storie. E ci saremmo visti la partita sui gradoni. Poi il Foggia segna. Noi esultiamo. E un villico sbuca dal trullo. In mano ha un coltellaccio da cucina. Di quelli per tagliare il pane.   

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