
Note a margine di una fotografia
L’istante è nitido cristallo traslucido.
Se questa foto finisse in un blocco di stampe, sarebbe tra quelle che si
limitano a fare volume; che vengono passate in rassegna con la rapida superficialità
del pollice. In fondo, e all’apparenza, è uno scatto elementare. In bianco e
nero. Gente sui gradoni di una curva a due piani. Nulla di rimarchevole, di
meritevole, di eclatante. Negli anni Ottanta, la gente andava allo stadio. Punto.
Nessuna novità. Quindi. Una foto da volume, per l’appunto.
Eppure.
Se ci facessimo prendere la mano dall’ansia di meraviglia, commetteremmo un
errore. Ed in quella valutazione errata
sarebbe condensata – come una metafora del contesto – la natura profonda della
città nella quale è stata scattata. Ed alla quale appartiene. Perché quella è
la Curva Nord di Foggia. Ed è proprio lo spirito della nostra città che induce
alla superficialità, all’indifferenza, al sorvolo del lasciar perdere. Al non
aguzzare la vista.
Come le sirene di Ulisse al naufragio.
Foggia ti fa credere nel fato e ti dispone l’animo al fatalismo. Per
persuasione più che per violenza. “Nulla può cambiare”, dice la sua baritonale voce
senza vocali. “Nulla si muove davvero”. E, anche quando sembra, è la solita,
meridionale storia da Gattopardo. Non ne vale la pena. Non ti sbattere, non te
ne incaricare, non ti spandicare. Muovi quel pollice, vai avanti con quelle
foto! Svelto!
Ma bisogna coltivare il coraggio di disobbedire. Anche al buon senso della
terra natìa.
Vale la pena soffermarsi sull’istante nitido e cristallino in cui il falso
movimento di questa comunità si autorappresenta. L’attimo in cui si compie, con
naturalezza, e quello in cui si ricorda. Si ricostruisce. Urge.
Foggia-Barletta. 9 ottobre 1983.
Quarta giornata d’andata. A bordo campo, lato tribuna, c’è un fotografo
barlettano. Le due compagini non si incontrano, non si scontrano, da una
ventina d’anni. Dai favolosi anni Sessanta. Da queste parti non è ancora così
sentito, a livello calcistico, ciò che a livello popolare è quasi un’ovvia
acquisizione dell’esperienza: mai fidarsi di quelli che vengono da Oltreofanto.
Per i nostri avi, virgilianamente contadini, quelli dall’altra parte sono tutti
baresi. Con lo strascico scontato di ciò che ne consegue; con l’intero portato
di caratteristiche opposte alla nostra indole: commercianti, mercanti,
speculatori, crumiri. Questo sono. L’Ofanto è il Danubio tra Serbia e Croazia.
Da questa parte i martellatori dell’East End, da quella gli antisindacali di
Milwall. 1983. Foggia, in quell’inizio di autunno, è una città delusa. Cinque
mesi prima si era in B, in una posizione tutt’altro che disprezzabile. Bassa,
certo, ma con due match-point da sfruttare in casa, con Varese e Pistoiese, ed
una sola proibitiva trasferta in quel di Catania, per centrare la salvezza. E
tornare a programmare il grande salto in massima serie. Ma, come spesso nel
calcio, succede l’impensabile. Le più oscure previsioni vengono superate di
slancio sul rettilineo del tracciato. Non solo i rossoneri perdono col Varese,
sano e salvo a centro classifica. Ma per le modalità della rete di rapina, in
extremis, del giovane Maiellaro – lucerino! – i foggiani danno vita ad una
giornata di guerriglia urbana. L’arbitro, Lo Bello, viene colpito dal pregevole
gancio di un invasore di campo. E lo “Zaccheria” squalificato. Dopo la
prevedibile sconfitta del “Cibali”, l’appuntamento con la salvezza passa dal
“Partenio”, campo neutro scelto per la sfida decisiva. Avversaria, la
Pistoiese. Finisce zero a zero. Il Foggia sciupa l’occasione di rimanere in cadetteria
nel modo più bislacco di tutti. Un
suicidio. E giacché la cultura giapponese dell’harakiri ha sempre influenzato i
tratti culturali di questa parte di Puglia-non-Puglia, i tifosi di ritorno da
Avellino compiono il più brutale dei riti di auto-punizione. Sotto la sede
della società, bruciano le bandiere. E il primo, glorioso, striscione del
Regime Rosso Nero. La sera del 5 giugno chiude nel fuoco un’esperienza ultras
durata, a conti fatti, diciotto mesi. Ma i ragazzotti del RRN non si
volatilizzano. Non spariscono, non si sciolgono a contatto con l’aria. Restano
in Sud, senza segni di riconoscimento, ma insieme al mito che quelle due
stagioni e mezzo di tifo hanno creato sottopelle nella foggianità militante.
Nell’inattesa, fastidiosa, bruciante nuova stagione di terza categoria, girone
meridionale, il Foggia ha un inizio pessimo, ideale trait d’union con l’epilogo
di quella lasciata alle spalle. Perde di misura a Benevento e ad Agrigento,
pareggia in casa con la Ternana. Col Barletta c’è voglia di riscatto, ma lo
stadio presenta ampi spazi vuoti. Insoliti per l’epoca. Il fotografo immortala
in bianco e nero il diagonale con il quale il Foggia passa in vantaggio. È un
bel tiro, che muore nell’angolo sinistro, imparabile. Oltre la traversa, più
su, le facce della gente di curva sono ancora inconsapevoli. Sulla balaustra,
uno striscione bianco-rosso. Commando. Qualche minuto dopo, un secondo scatto.
Quello incriminato. Quello che la prosaica Foggia ci invita ad ignorare. Lo
striscione non c’è più. Le ipotesi s’alzano come un vento. Forse i barlettani,
delusi, l’hanno ritirato. In segno di protesta per la rete subita. Oppure, non
resta che mutare lo sguardo. Come sotto una lente, suddividere i fatti minuti
che si snodano, impressi sulla carta fotografica. Un critico dell’arte
fiamminga alle prese con Brueghel. Con la scomposizione e l’interpretazione di
ogni singola parte del concerto di colori, luci ed ombre. C’è agitazione. Un
movimento discontinuo, scomposto, percorre le teste, i corpi, la postura del
popolo della Nord. In basso a sinistra, a ridosso del boccaporto d’ingresso, è
in atto un dibattito. Lo si evince dalle pose. Dalla tensione elettrica. Un
ragazzo con la maglietta bianca è di spalle al muro. Una mano gli tocca il
petto, nel tipico atto del rapporto di forza in dispiegamento. Attorno a lui ce
ne sono altri tre. E non sembrano amici. Uno, di cui si intravede la nuca, gli
sta a pochi centimetri dal viso. Gli sta dicendo qualcosa, con la foga della
sfida. Due ragazzini, di cui uno con una bibita, osservano. Sembrano divertiti.
Un fuori programma, senza dubbio. Tre gradini più giù c’è la balaustra. È lì
che si consuma tutto. È l’epicentro dell’onda di tensione. I racconti
chiariscono. Sono entrati in cinquanta, forse sessanta. Anonimi, casual prima
del tempo. Ed hanno portato via gli striscioni dei cugini barlettani. Così, uno
per uno. Tranquillamente. Sotto lo sguardo degli ospiti, divisi tra
l’incredulità e l’impotenza. Del resto, sono baresi come tutti gli altri. Anche
se non quel tipo di baresi con cui a Foggia è sempre finita a scazzottata. Dopo
vent’anni di nulla, è evidente che non s’aspettavano un’accoglienza simile. Tanto
più che di fronte non c’era il Regime. O, almeno, non c’era lo striscione e la
Sud si presentava spoglia. Invece, all’improvviso, il raid. Un ragazzo col
caschetto ed una polo blu a righe bianche, placidamente, porta in braccio, come
fosse un neonato, una bandiera. Un pezzo di stoffa dal bianco predominante.
Nessuno lo contrasta. Sembra sul punto di abbandonare il quadro. Di sfilare
via, calmo e soddisfatto. Missione compiuta. Più in là, sempre seguendo la
balaustra, un gruppo di foggiani s’agita. Uno spettatore seduto sbuca dal
movimento catturato. Avrà avuto da ridire su quel comportamento antisportivo. Sta
ricevendo la sua rimata risposta. La preda è nelle mani di un giovane plasticamente
piegato sulle ginocchia, come il David al contrattacco, mentre il confronto tra
due uomini lievemente defilati non diventerà rissa perché la fermezza di uno
dei due è frutto del suo difendere un bambino. Una scampagnata a Foggia anche
per lui. E per l’altro ragazzino, ugualmente protetto da un braccio paterno. Ne
capitavano spesso, ai tempi, di scene del genere. I padri poco meno che
trentenni svezzavano i figli alla pugna maschile dei gradoni, li trascinavano
al campo per addestrarli alla vita. Ma si indignavano dinanzi a scene di lotta
che trascendevano dal rettangolo di gioco, che rovinavano l’idillio di quella
promiscuità da spalti. Come a voler instillare nei cuccioli della specie un
codice cavalleresco che non esiste, non è mai esistito, se non a posteriori.
Una posterità di cui la paternità è simbolo e schermo. Fatto sta che sta
succedendo. I barlettani erano venuti a Foggia placidamente, senza immaginare
ritorsioni. Con parte delle famiglie al seguito. Volevano godersi un sano
pomeriggio di sport. Invece, perdono uno a zero e sono dinanzi ad una
situazione inattesa. I foggiani sono pochi. Il manipolo, il drappello, o come
lo si voglia definire quel nucleo di soggetti che ha sfilato Commando, si sta
portando a casa gli striscioni. Sono più determinati, più cattivi. All’epoca,
magari, perdere gli striscioni non era cosa tanto grave. Del resto, ciò che
veniva scritto sulla stoffa era, tante volte, poco più che l’ispirazione di un
momento. E non durava più di qualche partita in casa. Da noi c’era già stato di
tutto. I Panthers, il Commando Ultrà, il Foggia Club Ultras di via Silvio
Pellico, i Fedelissimi, i Boys. Nel 1973 finanche un Foggia Commandos, la cui
data di nascita si confonde con quella di morte. Gruppi differenti, talvolta
neanche gruppi propriamente detti. Ma alternative esterofile, aggiornate,
avanguardie moderniste, rispetto ai Tifosi di Piazza Giordano, a quelli di Via
Da Zara o ai ragazzi del Geometra. Il Regime è stato – e di lì a un paio d’anni,
tornerà ad essere – altra cosa. Il Regime aveva condensato la novità radicale
della cultura giovanile, di strada, che divampava in Italia, con la foggianità
diffusa. Con gli occhi dell’oggi, bruciare uno striscione per un risultato
sarebbe impensabile. Ma eravamo quelli, un tempo: zero pose, piena sostanza.
Passione reale. Il sacrificio dello striscione ha alimentato l’attesa, oltre al
mito. La messianica venuta del nuovo Regime era bramata come certi
catastrofisti attendono l’Anticristo. Nel frattempo, ci si teneva in esercizio.
Dall’epicentro si sale di sette, otto gradoni. Il baffone ha i tratti tipici di
quello scorcio di secolo. Con la sciarpa biancorossa in testa, catalizza le
attenzioni. Le cattura. Le frammenta sui contorni, sul Tutto intorno a lui. Ci
lascia presagire un pensiero, un’ipotesi di ragionamento. Rapido, come si
conviene alla situazione. In quell’attimo frastornante, quell’uomo è chiamato a
riflettere. Come il suo vicino, è guardingo. Punta verso l’alto. Ci invita a
seguirlo. E, aguzzando la vista, spuntano piccoli vessilli biancorossi un po’
ovunque. Impensabile, oggi. Sparsi, sparpagliati così, mescolati ai foggiani
eppure palesemente barlettani. Ripresi nel momento della paura e
dell’incomprensione. Fermati nell’attimo esatto in cui nasce una rivalità.
Perché è questo che la foto immortala. Va da sé l’importanza del documento.
Cosa sta pensando il baffone? Teme per la sua sciarpa o per la sua faccia? E
tutti gli altri, colti alla sprovvista? Lo “Zaccheria” improvvisamente
insicuro. Zero guardie nei dintorni. La foto dei soldati tedeschi che smantellano
le linee di frontiera ed entrano in Cecoslovacchia. Stesso impatto epocale. E
il centro della scena tenuto da un uomo col berretto, che ride di gusto, mentre
con la mano destra tiene un radione. È foggiano, lo sappiamo per certo. E,
senza volerlo, racchiude – a distanza di trent’anni – lo spirito arrembante,
incosciente, spensierato ed in qualche misura eroico e goliardico dell’epoca.
Quando anche la goliardia non era posa. Ed era in grado di gonfiarti la faccia
a suon di manrovesci. Ricapitolando: c’è
gente che popola una gradinata. As usual. Gente d’ogni estrazione che guarda
ovunque, che fuma, che beve. Che esplicita indifferenza per il circondario.
Sguardi annoiati, da intervallo di partita e di vita. Mentre una tellurica
variazione del microclima, un terremoto dell’aria, sconquassa alcuni volti e
deforma alcuni corpi nel brivido di un movimento tribale, nel bel mezzo della
comunità più estesa. È il 9 ottobre del 1983. Sembra niente. Ma sta nascendo
una rivalità.
* la foto è un graditissimo regalo di Costantino Mariella