21/08/08

Il panettone di Novelli è il mio panettone

di Lobanowski 1

Stati d’animo a dieci giorni dall’inizio del campionato


Non sono tra quei tifosi che ad agosto, calciomercato e lista dei giocatori in rosa alla mano, sogna di vincere lo scudetto. Pur avendo la propria squadra in prima divisione (e vabbé, adeguiamoci, niente più C1). Non lo sono mai stato, mi pare di averlo già scritto. Solo una volta, l’anno del presidente Lioce, dello squadrone allestito agli ordini di GB Fabbri, sognai che avremmo spaccato il mondo, con gente in squadra proveniente da serie A e B. Ci salvammo a stento, in C1. Ma avevo 14 anni. E soprattutto fu colpa degli adulti che mi fecero credere che al posto del Foggia quell’anno sarebbe sceso in campo il Liverpool.

Di contro, così come non sogno allo stesso modo non mi deprimo se la mia squadra esce al primo turno in Coppa Italia contro un Barletta qualsiasi. Mentre scendevamo i tornanti del Montjuic, in una calda serata catalana, ancora negli occhi lo stadio col braciere, la piscina di Attolico e il sogno olimpico di Barcellona, eravamo aggiornati via sms sulla disfatta all’esordio davanti al pubblico dello Zaccheria dai compagni presenti nella Sud. Qualcuno di loro si è già lanciato in sentenze definitive: quello è scarso, quell’altro pure, l’allenatore è zemaniano.

Ora, è vero che l’appellativo basterebbe per una condanna al nostro personale Tribunale del Calcio, dove sugli scranni dei giudici siede la triade Puricelli-Caramanno-Burgnich, ma non mi faccio fregare. Novelli fa la zona (ma perché, c’è qualcuno che marca ancora ad uomo nel calcio? Se sì, ditemelo, che lo vado a vedere come il leone albino allo zoo di Barcellona), e “ammette” di aver imparato molto dal boemo quando questi allenava la Salernitana e il nostro mister si faceva le ossa con la primavera. Troppo poco: fuorigioco e 4-3-3 non mi bastano come elementi probatori. C’era un certo Pasquale Marino che fu accolto con le stesse trite e ritrite nostalgie (per qualcuno complimenti, per noi altri vere e proprie diminutio) e che addirittura osava schierare un per me folle 3-4-3. Roba da avere freddo ad agosto, per chi ama vedere il campo tutto coperto col più tradizionale 4-4-2. Sappiamo dove è finito Marino.

Per me non è questione di schemi o di fuorigioco (l’importante è aver tolto il patentino a Mimmo Caso, l’uomo che osò schierare dietro, in linea, alla ricerca del fuorigioco a centrocampo, ben sette giocatori a difesa di un 2 a 0 contro il Ravenna. Finendo per subire il pareggio in una giornata che ci consegnò alla terza serie, da allora ad oggi). A Novelli piace mettere in off side l’avversario. Ci può stare, non è il primo e non sarà l’ultimo. Conta l’equilibrio, l’intelligenza. Il saper gestire, amministrare una gara. E poi certi automatismi sono complicati da digerire, serve tempo. E che si sbagli il fuorigioco a Matera o contro il Barletta non m’importa, purché a Pescara, poi (anzi a Vasto) nessuno faccia scherzi.

Confesso, grosse illusioni non ne nutro, ma scorro l’elenco dei nomi in squadra e noto che proprio scarsi non siamo. Zanetti, Pecchia, Salgado, la verticale è da serie superiore. Mancino è un ottimo giocatore, corsa e fantasia. Coletti è un mediano sopra la media in C1 (ariecco! proprio non la digerisco la prima divisione). Se Rinaldi non si guarda allo specchio quando gioca è un ottimo centrale. Mattioli, quando stava altrove, era rimpianto. Ora che è tornato a casa è un brocco, per alcuni. Io poi scommetto su Troianello: uno che fa tanti gol e gioca bene in serie D e in C2, può far bene anche in prima divisione. Neanche il Pescador, uno che se gira infila almeno 16 palloni in porta durante la stagione, uno che avanti fa la differenza, inventa quando non riesci a sfondare (ce ne siamo già dimenticati, per caso?) sembra alleviare la disperazione di chi già parla di play out e Novelli a digiuno di panettone. E poi c’è Agostinone, uno che deve crescere, lo si dice ogni anno, ma per farlo deve giocare, e di certo col pallone ci sa fare, corsa, dribbling e piedi buoni.

Qualcosa, non poco, manca. Ad esempio la panchina è corta assai. Lisuzzo e l’ultimo arrivato Burzigotti completano la difesa: potrebbe bastare. Ma sulle fasce stiamo messi male: Colombaretti è un laterale inventato e Arno non pare essere entrato nelle grazie del mister, a sinistra ci mancherà tantissimo uno come Mora, e amen. Ma qualcosa va fatto. A centrocampo mancano cambi adeguati: troppo giovani Velardi e Colomba (soprattutto sconosciuti, magari sono pure bravi), impresentabile ai miei occhi il miracolato D’Amico, nulla sappiamo del rientrante Quinto (ma è infortunato? esiste?). Insomma, se ci scappa un infortunio o una squalifica stiamo messi male.

Le positività di un attacco che fa ben sperare e di una difesa che va solo puntellata, sono annullate dalle voragini nella rosa dei centrocampisti. Insomma, non m’esalto e non preconizzo disastri. Spero nella buona sorte e per farmi coraggio all’inizio di un’annata difficile (il girone meridionale, le trasferte che questa volta saranno trasferte vere, non come al Nord con più tifosi dei padroni di casa e soprattutto con tante, tantissime, che saranno vietate dall’Osservatorio) penso a quanto fossero quotate ad agosto scorso Sassuolo e Cittadella. Della prima non si conosceva nessuno (e i singoli continuano ad essere ignoti ai più, in una squadra dove il collettivo faceva la differenza). Della seconda giusto Coralli, perché era stato ad un passo dal Foggia l’anno prima. Insomma, spero in una piacevole sorpresa, in attesa che la società faccia qualche altro sforzo economico. Sforzo, sì, perché di Moratti da queste parti non mi pare ce ne siano. Qualcuno come Matarrese magari sì, ma i soldi che fa col mattone preferisce reinvestirli in speculazione edilizia. Io intanto l’abbonamento l’ho fatto. E allo stadio del masochismo non sono ancora giunto: preferirei mangiarlo con Novelli il panettone. Vorrà dire che a dicembre non ci sarà da fare l’ennesima rivoluzione.

p.s. c’è qualcuno che potrebbe ragguagliarmi su che fine ha fatto Campilongo? Quella meritata?

16/08/08

L’ingrediente segreto

di Lobanowski 2

Sistemati i conti con i ripescaggi (in B come in C2, con la vergogna-Avellino già nel dimenticatoio), chiusa d’imperio la trafila dei tribunali di mezza estate, i gironi della C1 sono stati sorteggiati. Sembrava non dovesse mai succedere. Il Televideo ha potuto inserire gli elenchi. Il telecomando scorre accaldato. Sono le 20. Stamattina ero a Girona, a diluire nell’ennesimo viaggio il passato timore dell’aereo. Da Girona ai gironi, in sostanza. Prima Divisione. Nuovo il nome, tradizionali i criteri. Dopo l’esperienza nordista, siamo di nuovo nel raggruppamento meridionale. Come ai vecchi tempi, il tagliacarte della Lega ha diviso l’Italia in due. Con l’eccezione di Arezzo e Pistoia. Due trasferte toscane, che quasi certamente ci verranno concesse. Perché il dilemma è questo. E il refrain del popolo si accoda. L’Osservatorio, le questure, lo stato d’emergenza continua (e in parte artefatto). Quali carovane potremo mettere in piedi? E per dove?Dicono che i barlettani avevano, in un primo momento, ottenuto il benestare per venirci a fare visita. Poi i cosentini hanno attaccato i senesi. E l’emergenza è salita ancora. Chi è stato allo “Zaccheria” contro i cugini d’oltre-Ofanto ha potuto accertare quanto sia inutile il calcio senza l’avversario diretto di fronte. Ma tant’è. “Ci concederanno Benevento, Foligno, Gallipoli e Potenza. Forse Lanciano. Forse Crotone. A loro rischio e pericolo”. Disamina pressoché inattaccabile. Il paradosso del girone B: trasferte più vicine, ma divieti e paletti ovunque. Tanto valeva farci tornare a Cremona. Tanto valeva farci conoscere Portogruaro. Scordiamoci Pescara, Taranto e l’intera Campania. Scordiamoci Terni e Perugia. Viviamo alla giornata. Tanto è impossibile prevedere cosa accadrà. Di sicuro ci sono quelli che, dopo un anno passato a ripetere blandamente che il girone A era più duro e ci era stato affibbiato con criteri punitivi (per impedirci di salire in B), che gli arbitri erano tutti del Nord (anche quando erano umbri o abruzzesi) e che le plutocrazie erano apertamente contro la foggianità, adesso ribaltano la frittata e parlano del nostro ritrovato habitat come d’un girone di ferro, dantesco e ribollente d’agonismo. E già rimpiangono le frescure di Sesto o di Busto. Eppure, a ben guardare il Nord, Cesena, Cremonese, Monza, Novara, Padova, Ravenna, Reggiana, Venezia e Verona non sono affatto avversarie rinunciatarie, ma serie, serissime pretendenti alla risalita. In definitiva, ci è andata bene. Non ci resta che attendere gli eventi. Assecondarli, magari, costeggiarli come un pendio garganico. Fatto sta che il calcio, come micro-episodio bellico simulato, non può e non deve fare a meno dei due eserciti che – stendardi e carriaggio alla mano – si fronteggiano minacciosamente, promettendosi vicendevoli mattanze. Dite che non è così? E allora provate ad assistere ad una partita del campionato statunitense. Magari in tv. E vi renderete conto di quanto il calcio somigli a certe ricette mangiate e rimangiate di cui sfugge sempre un ingrediente. L’ingrediente basilare, a ben pensarci. Quello che lo rende così diverso da tutto il resto. Bene, quell’ingrediente è la guerra. O la finzione della stessa. Non facciamo i moralisti, ammettiamolo.

16/07/08

La ricaduta

di Lobanowski 3

Ci sono certi momenti che ti fanno capire che il vento fa il suo giro. Quello che ci siamo messi alle spalle, è stato sportivamente (nel senso più serio del termine) parlando, un anno disastroso per il sottoscritto. Per lo "Zini" di Cremona, perchè cerco il Parma nelle pagine del mercato di A e invece è accanto al Piacenza a pagina 18 della Gazzetta. La mazzata finale l'ha data il rigore di Di Natale. E, mettiamoci pure il dritto di Marat Safin contro Nole a Wimbledon. Insomma, appallottolare e cestinare.
La grandinata di delusione ha estinto la mia voglia di calcio; mi rompo a scrivere e parlare di mercato, dei lavori allo stadio, di chi si iscrive e chi no. Ho, o per meglio dire, avevo, una voglia fottuta di cadere il letargo e di risvegliarmi d'incanto a fine settembre. Con la Premier che è alla quarta, col Foggia già fuori dalla Coppa Italia e col Parma che ha pareggiato al 93' a Frosinone all'esordio. E' l'intermezzo che odio, è il periodo più brutto.
Eppure il vento fa il suo giro, si diceva. E l'ha fatto il giorno della presentazione dei quattro nuovi allo "Zaccheria". Poca gente fuori, sempre molto scettica, ma soprattutto motore del pullman acceso. Il Foggia stava partendo per Gubbio. In ritiro, lontano dal nulla e dai "si dice" o "pare che si compri Tizio, Caio" o i "ma non potevamo tenere Sempronio?".
Dico da molti giorni di essere provato, stanco e con la voglia matta di staccare la spina. Eppure quel motore acceso e i borsoni che venivano caricati nel vano bagagli, m'hanno messo il cece in testa. Per un anno l'ho fatto; e lontano dal vuoto e dai "si dice" ci sono stato per due settimane. Finisci per sentire ancora più tuo il Foggia, perchè lo vedi crescere quasi 24 ore su 24. E te ne freghi di chi è scettico o speranzoso.
Credo che per me sia cominciata così la nuova stagione. Con questo sussulto che m'ha fatto ripensare a Bressanone, che m'ha fatto perdere di vista per un attimo il conto alla rovescia che mi divide dal 2 Agosto e dalla spiaggia. E' il modo di ricominciare; a Gubbio non ci andrò, ma il fatto d'averci pensato anche solo per una frazione di secondo, ha scosso qualcosa.
Sembra più lontano Temelin e il guardalinee, Mimmo Di Carlo ed Hector Cuper, Fabregas e il "game-set-match" del secondo turno sull'erba. E lo dico, mentre cerco di capire quando verranno compilati i gironi.

05/07/08

Voglio ancora vedere i papanonni volare

di Lobanowski 1

Una partita da infarto. Quante volte l’abbiamo detto. O sentito dire. Ecco, anche a me qualche volta è capitato di vedere le stelline bianche ruotare davanti le mie orbite. Forti emozioni al limite del sopportabile. Per colpa, o per merito, sempre dell’U.S. Foggia.

L’ultima, manco a dirlo, a Cremona. 700 chilometri (in andata) di voglia di crederci, passione, ma anche stanchezza (la spossatezza di sguazzare nello stagno della serie C) e tanta speranza nella buona sorte. È solo suggestione, certo, ma a volte il tifoso l’avverte il vento dell’impresa che si stampa in faccia, quando sei sui gradoni di uno stadio, magari in una semifinale play off. A Cremona non c’era vento, solo umidità sommata a umidità. Ma avevo fiducia. Anche perché mica li affronti così 1400 chilometri (A/R), se non hai fiducia. Insomma, credevo possibile l’impresa. Non chiedetemi spiegazioni logiche: mi dicevo (lo dicevo quando eravamo a meno 8 dalla zona spareggi, e mi prendevano per pazzo. E ammetto che un po’ di disperazione c’era…) che dopo la pugnalata in pieno petto ad Avellino, la sorte ci avrebbe restituito il maltolto. Un bottino che s’accumulava da anni. Ci sentiamo tifosi eletti di una squadra eletta, almeno da serie B. Tutto ciò che è meno di tanto è merce rubata dalle nostre tasche.

Quando a Cremona Del Core ha insaccato di testa in rete, dopo l’uscita a vuoto dell’estremo grigiorosso, tutti questi pensieri hanno attraversato come elettricità pura il sistema nervoso mandando in corto i neuroni. Così, dopo aver alzato al cielo il pugno sinistro e lanciato un urlo da mandare in ipossigenazione, ho visto i papanonni danzare davanti i miei occhi. E mi sono seduto. Quando i miei compagni di viaggio si sono girati per condividere gioie e abbracci, m’hanno visto a stento, sommerso dalla calca festante. Non ho detto niente, ovvio. Sarebbe passata. E così è stato. Partecipando ai 15 minuti più belli degli ultimi 10 anni della storia rossonera. Quelli dell’intervello di Cremona. Quando crederci non era più da pazzi.

Ricordo un Cosenza-Foggia ascoltata in radio. Campionato 1987/88, il Foggia di Marchioro. Una partita che sentivo molto, quella contro i calabresi. Scontro al vertice. Poco contavano le fisime da ultrà. Non sono mai andato troppo dietro alle rivalità costruite dai gruppi organizzati. Ad esempio a me piacciono assai i tarantini. Grande tifoseria. E mi stanno sulle palle i leccesi. Vabbè, per non parlare delle tifoserie di sinistra: a quelle guardo con simpatia a prescindere. Comunque, al “San Vito” passammo in vantaggio con un gol di Scienza, un missile da 40 metri, specialità del nostro centromediano. L’esultanza in cameretta fu scomposta a tal punto che mi sentii mancare. E fui costretto a spegnere la radio. La riaccesi nell’intervallo. Finì 1 a 1 con gol rossoblu di Padovano. Loro promossi, quell’anno, mentre il nostro campionato (nostro dei tifosi) finì sugli spalti del “Romagnoli” di Campobasso.

Altro colpo secco allo sterno è stato il 2 a 0 di Cava, play off 2007. Il secondo gol era il viatico per il terzo, lo si capiva da come stavamo in campo noi e da come giocavano loro. Ero a casa: al 2 a 0 me ne sono scappato in camera da letto. Tacciato di vigliaccheria da Tiziana. Ma perché avrei dovuto accettare di assistere alla carneficina della mia squadra, dei nostri sogni di promozione? Avrei voluto prendere un sonnifero, sprofondare nel buio. Non resistetti. Tornai in soggiorni giusto in tempo per vedere il liscio di Moi e il 3 a 0 loro. Ma se mi fossi davvero addormentato, mi sarei perso la gioia del gol di Mastronunzio, quello che fece pronunciare alla mite Tiziana parole da camionista dell’Anatolia, rivolte ai tifosi cavesini e alla loro trovata dei fischietti.

In una sola occasione ho disertato una gara per evitare collassi definitivi. Il mio personale punto più basso di tifoso. Semifinale play off di ritorno contro l’Igea Virus, campionato di C2. All’andata 1 a 0 per noi. Al ritorno l’imperativo è non perdere. Unitile ribadirlo, altra partita che mi consuma lo stomaco, che irrigidisce i muscoli. Uscire dalla palude della C2 sarebbe un atto di dignità, almeno. Telefoggia si assicura la diretta. Potrei vederla in tv. Mezz’ora prima dell’inizio me ne vado a Manfredonia, al mare. Senza una meta precisa, se non Aulisa per un gelato. Non prima di aver mandato Elena in avanscoperta. Hai visto mai che avevano una tv o una radio accesa. Mi rimetto in viaggio verso Foggia e alle 16.55 sono al curvone del camposanto. Solo allora accendo la radio. “Ormai è fatta”, mi dico. Metto su la radio e in quel preciso istante Michele Carelli annuncia il gol, con voce tranquilla (io la interpretai sul momento come mesta) di Rosa dell’Igea. Poi aggiunge un per me liberatorio “2 a 4 per il Foggia”. La sensazione fu come se il cervello si aprisse modello Mar Rosso nei kolossal biblici. Tornai a casa strombazzando con la Y10. Poi cu fu Paternò, ma quella è un’altra storia. O meglio un’altra sofferenza.

Ma la prova del fuoco per le coronarie di ogni buon tifoso rossonero, lo sappiamo tutti, fu quel Palermo-Foggia giocato sul neutro di Trapani. In palio la serie B. Una sorta di spareggio. Perché per tutti, lungi ancora da venire la malsana idea dei play off, quella partita è ricordata come una finale. Come i tifosi del Manchester United ricordano quella col Bayern in Coppa Campioni, così è per noi l’ultima giornata del campionato di C1 stagione 1988/89. Noi avanti di due punti sui rosanero. Lo scherzo del destino: lo scontro diretto in coda al calendario. Se vincono loro è spareggio, con qualsiasi altro risultato in B ci andiamo noi, a far compagnia al Cagliari. Il gol di Barone su punizione, in realtà un cross tagliato in area finito nella rete. Il pareggio di Autieri. L’uomo in meno per noi. Furono 90 minuti e passa da defibrillatore. Ero allo “Zaccheria”, a soffrire con altri 10mila ascoltando la diretta radiofonica da casse che andavano in distorsione nei momenti più concitati, quando alzava la voce il radiocronista. Essere usciti vivi da lì è un salvacondotto per ogni emozione forte. Anche per questo non vedo l’ora che arrivi settembre. Per vedere ancora i papanonni volare. Con un finale diverso, magari.

28/06/08

Coming out

di MrSTRAmy

Sono ETERO. E lo dico con rammararico. Non vorrei esserlo. Vorrei essere BI… , insomma quella parola li, avete capito no? Diciamo DOPPIO GUSTO. Oggi è di moda. O forse lo è sempre stato,non lo so. Vorrei fare come fanno in molti. Ormai in tanti neanche si nascondo più. Io in verità non lo farei. Non avrei il coraggio, la faccia di uscire e gridarlo. Quantomeno mi nasconderei e vivrei la cosa nel mio intimo, nel mio privato. Cosa penserebbe chi mi conosce e sa come l’ho sempre pensata a tal riguardo? Le persone con le quali ho condiviso tanto, quelle che mi vogliono bene. E la mia ragazza? Lei cosa dovrebbe pensare? Suo padre? No, non voglio neanche immaginarlo! Vivrei la cosa chiuso in me se stesso, senza troppi manifesti. Sinceramente non so come fanno quelli che lo rivelano! Io sono “monogusto e monosport”!

Sono ETEROSQUADRA. E lo dico con rammarico. Non vorrei esserlo. Vorrei essere BITIFOSO, insomma, questa è la parola! Diciamo DOPPIA SQUADRA. Oggi è di moda. O forse lo è sempre stato, non lo so. Vorrei fare come fanno in molti. “Sei tifoso del?” – E ti rispondo Milan, Juve, Inter o Roma come succede da qualche anno. E poi ti chiedono: “E TU?” Ed io fiero fiero rispondo “FOGGIA”. E loro ancora: ”AH VA BEH, ANCHE IO TIFO PER IL FOGGIA CHE C’ENTRA. QUANDO ERAVAMO IN A ANDAVO ANCHE ALLO STADIO!” Ed io nella mia mente “MA VAI A FARE IN CULO COGLIONE!”. Ormai in tanti neanche si nascondo più. Tranquillamente ascoltano le partite di A nelle cuffie in curva o continuano a chiedere in continuazione al vicino i vari risultati. Altri portano la sciarpetta allo stadio. Altri ancora preferiscono il satellite anche se il Foggia gioca in casa. E poi ci sono quelli che se il giro per la città con le sciarpe ed i clacson sono anni che non si può fare (PORCA PUTTANA n.d.S – nota di Stramy) loro comunque lo fanno almeno un anno si e l’altro no. Ma con che coraggio dico io? Io in verità non lo farei. Non avrei il coraggio, la faccia di uscire e gridarlo. Quantomeno mi nasconderei e vivrei la cosa nel mio intimo, nel mio privato. Nel senso che leggerei tutte le varie notizie solo soletto davanti al mio Pc, parteciperei a vari forum, allo stadio cercherei di cogliere i risultati fra le varie voci che si rincorrono. Ma tutto in silenzio, senza far capire nulla a nessuno. Cosa penserebbe chi mi conosce e sa come l’ho sempre pensata a tal riguardo? Le persone con le quali ho condiviso tante partite, tanti commenti, tante opinioni. Quanto ho sfottuto i gobbi. Ed oggi, così all’improvviso divento tifoso della Juve. La mia ragazza? Invitai una mia amica e la sua amica “bona” per la trasferta a Benevento nella gestione Giannini. Lei mi ha conosciuto come tifoso del Foggia. Cosa dovrebbe pensare ora? Suo padre? Dopo Cremona le ha chiesto come stessi immaginando il mio cazzo di stato d’animo. C’è una stima pallonara che non mi va di deludere, ma che comunque so per certo che mai verrà delusa! No, non voglio neanche immaginarlo! Vivrei la cosa chiuso in me se stesso, senza troppi manifesti. Sinceramente non so come fanno quelli che lo rivelano! Io, sono “monogusto e monosport”!

Certo però che se fossi stato BITIFOSO…1 gennaio 2005 – Parigi – Tour Eiffel – Ultimo piano – Grata delle promesse d’amore. Da poche ore passata la sbornia dell’ultimo dell’anno, mi imbatto in un gruppo di bianchi caucasici – età 25 -30 anni -altezza media. Sembrano italiani. Procedo all’avvicinamento. Affermativo, sono italiani. Uno di loro indossa scarpetta giallo-blu. Continuo ad avvicinarmi, voglio capire l’appartenenza. Sarà Verona, Parma. Prosieguo l’avvicinamento. 3 metri, 2 metri, 1 metro… in mente ”FE-R-MA…” ad alta voce “FERMANA?” Il caucasico mi sente, indietreggia qualche passo e mi chiede “SI PERCHè, E TU?” Bravo, ed io li ti volevo povero il mio pollo. Ora lo sfraghino ho pensato, “u meng accid” fortuna che la grata eviterà il suicidio, beh, infondo non è colpa sua se è nato a Fermo, comunque voglio dargli la botta lo stesso, anche se io sono superiore e potrei anche non rispondergli, ormai siam qui su, e me l’ha chiesto. Hai sbagliato piccolo, non dovevi farlo. Siamo a 314 m di altezza, in una botta sola e senza prendere l’ascensore o toccare un sol gradino ti farò sprofondare fino a -314 metri. 628 metri in un nano secondo. Avrei voluto chiedergli se fosse pronto alla risposta. Vuoi far finta di niente e continuare ad ammirare il paesaggio? Vuoi chiedermi pietà? Ho atteso qualche secondo e poi l’ho trafitto. “FOGGIA”. Lui, acrobaticamente schiva la mia sciabola, riguadagna i passi, caccia un’arma che non avevo mai visto, come qualcosa di spaziale, a laser se non ricordo male e con l’agilità di una tigre mi ribatte “Ah si? Foggia Fermana 0 a 1 Mengoni”

Avevo dimenticato che due mesi prima, a fine ottobre la Fermana era scesa allo Zaccheria in notturna. Avevo rimosso. Ma la Fermana aveva vinto.

Siete mai stati a Fermo? Prendete la statale e nel giro di 100, massimo 150 metri troverete entrambi i cartelli BENVENUTI A FERMO ed ARRIVEDERCI DA FERMO. E tu a me dovevi dire così? E meh..

Avete mai fatto 628 metri di caduta in un nanosecondo?

Siete mai stati all’ultimo piano della Torre Eiffel? Tranquilli, c’è la grata.

Ultimamente parlavamo di punti bassi giusto?

La prossima volta quando esiterò sarà solo per pensare se dovrò rispondere Juve, Milan o Inter.
E comunque W gli Eterosquadra... che alla fine anche se non sono BI… se lo prendono in quel posto lo stesso!

Forlì, fine estate

di Lobanowski 2
Dalila Di Lazzaro, aggressività esplicita, colore sbrigativo. Oh, Serafina!, film del 1976. La tragicomica vicenda di un industriale lombardo che trova l’amore in manicomio. L’industriale lo fa Pozzetto. L’amore la Di Lazzaro, che in effetti piace, piace molto. Allusioni erotiche e nudi plastici. Rete 4, cinque meno un quarto di un mattino d’agosto. Poco caldo, il sole deve ancora cominciare a bruciare, a scottare. I tg devono ancora orientare i barometri per stilare le classifiche delle città-fornaci: Foggia ci sarà, c’è sempre, con Alghero. C’è da scommetterci. Il cielo è grigiastro. Il nove posti ancora non arriva. Il televisore all’interno del club di via della Repubblica continua a mostrare le grazie di Dalila. Non so perché ho scelto di esserci, in questa inutilissima prima trasferta di Coppa. Forse per amore, forse per smania. Con qualche propensione in più per la seconda. È la smania di ricominciare, di suonare il requiem alla stagione estiva, che mi ha spinto ad accettare l’invito di zio Franco. Lui, a Forlì, vuole esserci. È in ferie, ci sono tutti i suoi amici, ha trovato i posti sul furgone. Per lui tagliare l’Italia a/r, stavolta, è un po’ come spaparanzarsi al sole sulla riviera: un’appendice del meritato riposo. Io sono curioso di viverla questa anomalia. La formula della Coppa Italia, quest’anno, prevede lo scontro singolo, mortale, all’ultimo sangue. Non più la tranquillizzante doppia gara, ma una sfida senza replica. In casa della peggio classificata. Tabellone d’agosto con le grandi e le semigrandi dispensate. Noi siamo appena scesi dalla serie A. Stiamo per addentrarci in quello che riteniamo essere un anno di transizione. Abbiamo una squadra di tutto rispetto, possiamo puntare alla risalita. Sedicesimi di finale: la Reggiana va a Trapani, il Genoa a Gualdo Tadino, il Brescia a Fiorenzuola, il Palermo ad Acireale. L’arrivo del furgone è fragoroso. Prime polemiche sul ritardo. Breve conteggio dei presenti. Troppi, siamo troppi. L’alba è già più di una possibilità e poi ormai sono sveglio. C’è bisogno di qualcuno che metta a giro la macchina, che solo col nove posti è impossibile, anche stringendosi. Breve sondaggio e la macchina vien fuori. È di uno che in curva aveva fama di fare gli striscioni. Altra attesa. Salgo sul furgone. Si parte. Sul mezzo imperversano i Pooh: Chi fermerà la musica? A Pescara faccio cambio: vado in macchina. Siamo in quattro, c’è anche un ragazzino. Si parla – si straparla – di politica. Di fortuna che ha vinto quello che se vinceva quell’altro già mi ero preparato a trovarmi i carri armati sovietici per le strade, come in Ungheria. Avanspettacolo puro: Ohi, giovani, ma l’altro chi sarebbe Occhetto? Ma sapete che l’Urss non esiste più da qualche anno, si? Non si fidano, rimangono scettici. Da un momento all’altro l’Unione si ricompatterà e, su ammiccante invito dei Progressisti al 34,3%, invierà i suoi mezzi anfibi ad oltrepassare la Venezia-Giulia. Sorrido, ma non sono il solo. Guardo fuori dal finestrino. È un attimo. Il tempo di intuire. Un botto soffuso, soffocato, come l’esplosione di una camera d’aria. E la macchina impazzisce. Siamo a 110-120 kmh e vedo il mezzo puntare col muso prima destra, poi a sinistra, metafora perfetta del trasformismo. Il pilota è bravo, asseconda l’impeto del motore al galoppo senza frenare, senza provocare scossoni. Eppure, per centinaia di metri, l’auto è uno strumento nella mani del destino. Ho il tempo di riflettere, di quelle riflessioni condizionate ed incontrollabili: potrei morire, qui ed ora. All’altezza di qualche paesello delle felici Marche, al seguito del Foggia calcio e della sua prima esperienza ufficiale nella stagione ‘95/96. Morire alla volta di Forlì. Assurdo, inconcepibile. Vedo il furgone che ci precede rallentare, improvvisamente cosciente di quel che è successo. O sta per succedere. Piano piano l’auto rallenta, si ferma. Siamo ancora vivi. Il furgone si inchioda. Si aprono i portelloni. Emilio torna in galera scende, nel bel mezzo di una corsia d’autostrada. E ci viene incontro. Quello degli striscioni, al volante, s’accascia sfinito per lo sforzo psico-fisico. È andata bene. Potremo raccontarlo.
Al casello di Cesena dilagano leggende. Pare che i tifosi del Forlì siano caldi e turbolenti. Si narra che possano vantare oltre duecento diffidati, tutti raggranellati nel derby. Proprio col Cesena.
Il gruppo si divide. Una parte della comitiva ci lascia, ci raggiungerà a sera. I reduci sfidano a petto largo l’afa di una città terrificante e vuota. Un bar in centro, una Polar. Un gruppo di giovanotti passa e dice qualcosa. Ne scaturisce un accenno di parapiglia. Ma sono solo militari che attendono lo scaglione successivo, nonni che ci hanno scambiato per matricole. A guardarci non si direbbe, ma di facce nuove a Forlì devono girarne poche. Una arzilla signorina di cinquantacinque-sessant’anni cerca di adescare i giovanotti seduti fuori. Un vago senso di nausea mi si attorciglia alla bocca dello stomaco. Preferisco andare a fare due passi. Come me, diversi altri esponenti del gruppo.
La stazione, i palazzi, le piazze quadrate. Non sarebbe neanche male, razionalista com’è. Ma è estate, è spopolata, è noiosa. Meglio limitare al minimo il turismo. Dinanzi allo stadio è quasi sera. Ci sono altri foggiani. Il biglietto è giallo e verde, ricorda l’etichetta di una bottiglia di vino. Il mio è il numero 3.013. Ho forti dubbi che la cifra sia stata resettata molti anni prima. Incontro Fiorenzo. Non sapevo gli interessasse il calcio. Difatti. Lui e quattro suoi amici hanno pensato bene di allungare da Rimini, dove sono in vacanza. Il settore è uno spicchio di tribuna. Il Foggia, agli ordini di Delio Rossi, sta facendo riscaldamento proprio sotto di noi. Un elemento dei nostri si stacca dal plotone per avvicinarsi il più possibile alla squadra. E gridare: “Delio! Lui non deve toccare palla!”. E col dito accusatore indica Cappellini, che alza lo sguardo e allarga le braccia, sconsolato, con un’espressione del volto eloquente. Come a dire: Ma questi non si scordano mai di niente... Pensava di farla franca, Cappellini, l’esecutore materiale di innumerevoli strafalcioni offensivi, l’anno prima. Invece c’è un coro di: “No!” che dalla tribunetta accompagna il torello della squadra. “Delio, se quello tocca palla scendo”. Il resto della rosa ride e prosegue. Ma nessuno passa la palla a Cappellini. Le minacce restano minacce.
“Ma questo non è un campo di calcio – si fa serio qualcuno – questo serve per le bici”. Ed indica la pista inclinata, modello velodromo: come a Pesaro, a L’Aquila, a Lanciano. I novanta minuti diranno uno a zero per loro, con gol di un certo Orlandi. Al ritorno non esplode nessun pneumatico. Ma, in compenso, passiamo qualche ora in commissariato, all’altezza di San Benedetto. Cercano dei razziatori di autogrill. Con affetto e ammirazione ricorderò sempre quel carabiniere che, alla ricerca di un salamino, svitò il radiatore. Emilio lo guardò stupefatto, poi chiese: “Dici che l’abbiamo messo a bagnomaria?”.

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