di Lobanowski 2
Gli anniversari. Croce e delizia d’ogni prima prova d’esame. La maturità. All’epoca mia – sembrano secoli, oramai! – ricorreva il Cinquantennale della Liberazione. In quella spensierata mattina di giugno, tra le lacrime e gli strilli Non è la Rai, una prof scongelò la busta fatidica. Liberazione e Costituzione. Wow.
Altri tempi. L’Italia era ancora un Paese profondamente bisognoso di mostrarsi unito, si sfumare le acute differenze. Un’Italia pre-federale. Oggi, in onore al Catteneo, non abbiamo più bisogno di collanti scadenti. 2009. Si può osare. Vent’anni fa crollava il Muro di Berlino. Si, certo. Episodio importante per l’Occidente liberale e il “mondo libero”. Vent’anni fa la repressione governativa metteva fine alla rivolta di piazza Tien-an-men. 4 giugno. E sempre il 4 giugno moriva l’ayatollah Kohmeini, leader della Rivoluzione islamica. La libertà, valore universale d’ogni maturando. Certo, non discuto. Date cruciali, dense di significato. Ma ancora troppo universali per lo studente italiano dell’oggi. Se dobbiamo davvero dare una svolta concreta al nostro concetto di Patria federale, se davvero dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi cos’è importante e cosa non lo è nell’ambito dei nuovi orizzonti regionali, allora si deve osare di più.
Niente soldati cinesi, di cui non ci importa un fico secco. Niente muri, niente pasdaran. Il 4 giugno 1989 – primo pomeriggio – nella fornace di Trapani, il Foggia di Costa e Ricchetti, di Coppola e De Rosa, incrociava le armi col Palermo nell’ultimo atto della stagione. Due risultati su tre a disposizione, e la città sarebbe esplosa. In cinquecento avevano seguito la squadra nella traversata siciliana. Gli altri erano allo stadio, allo “Zaccheria”, ad ascoltare la radiocronaca di Peppino Baldassarre. Pronti ad inondare le piazze, le strade, i vicoli, della più incontenibile delle feste-promozione. Vent’anni esatti. Che gli studenti del vercellese si concentrino sull’anniversario di qualche carestia; che i liceali del Veneto affrontino una ricorrenza vitivinicola. Se l’Italia fosse davvero un Paese federale, i nostri ragazzi avrebbero dovuto parlare di questo. Degli eroi di Trapani. Altro che storie.
13/07/09
01/07/09
Ciclostile
Salve a tutt*
Vi scrivo per segnalarvi un'assoluta novità editoriale.
Trattasi dell'imperdibile testo denominato "Noi siamo il Foggia (e voi no)", sottotitolo: "Saga in ciclostile".
Il libro (158 pagine in formato A4 finemente rilegate sul modello dispensa universitaria) è disponibile presso Gianni il tabaccaio (piazza Oberdan, di fronte al Teatro Giordano). Basta entrare, chiedere del file sul Foggia che ha sul computer e pagare le fotocopie (6,50 euro).
Scherzi a parte (anche se nulla di quanto detto è falso), il libro ciclostilato è un racconto della stagione 2008/09. Ma c'è poco di calcistico, dentro, a guardar bene. E' una sorta di autobiografia. Individuale e di gruppo. In primo piano noi stessi: il nostro amore per l'Us Foggia, la nostra vita di strada e di curva, le partite, le trasferte, le feste, le manifestazioni. Sullo sfondo: la città in cui viviamo, la politica, la socialità, il grande attentato alla passione. Attorno: il mondo fantastico fatto di bandiere, torce, biglietti nominali e prefiltraggi. Come trama: la consapevolezza emergente che un gruppo di individui può farsi banda. Sempre.
Il libro non ha scopo di lucro. Mi rendo da subito disponibile per ogni informazione al riguardo. Chiunque lo desideri e voglia stamparselo in proprio, può richiedermi il file pdf. Lo invierò quanto prima.
Grazie dell'attenzione,
Francesco
Email: info@meglioilfoggia.it
Vi scrivo per segnalarvi un'assoluta novità editoriale.
Trattasi dell'imperdibile testo denominato "Noi siamo il Foggia (e voi no)", sottotitolo: "Saga in ciclostile".
Il libro (158 pagine in formato A4 finemente rilegate sul modello dispensa universitaria) è disponibile presso Gianni il tabaccaio (piazza Oberdan, di fronte al Teatro Giordano). Basta entrare, chiedere del file sul Foggia che ha sul computer e pagare le fotocopie (6,50 euro).
Scherzi a parte (anche se nulla di quanto detto è falso), il libro ciclostilato è un racconto della stagione 2008/09. Ma c'è poco di calcistico, dentro, a guardar bene. E' una sorta di autobiografia. Individuale e di gruppo. In primo piano noi stessi: il nostro amore per l'Us Foggia, la nostra vita di strada e di curva, le partite, le trasferte, le feste, le manifestazioni. Sullo sfondo: la città in cui viviamo, la politica, la socialità, il grande attentato alla passione. Attorno: il mondo fantastico fatto di bandiere, torce, biglietti nominali e prefiltraggi. Come trama: la consapevolezza emergente che un gruppo di individui può farsi banda. Sempre.
Il libro non ha scopo di lucro. Mi rendo da subito disponibile per ogni informazione al riguardo. Chiunque lo desideri e voglia stamparselo in proprio, può richiedermi il file pdf. Lo invierò quanto prima.
Grazie dell'attenzione,
Francesco
Email: info@meglioilfoggia.it
08/06/09
La fatal Benevento
di Lobanowski 2
Domenica 7 giugno, Benevento-Foggia 2-2
L’attimo
La vista s’offusca, e canto. Spalanco le mani, fisso la porzione di campo sotto di noi, e canto. S’è radunata la celere, dietro la bandierina del calcio d’angolo. Ci sono gli steward, i vigili del fuoco, gli agenti della digos, gli addetti al rettangolo verde. Sono tutti qua sotto. E tutti guardano noi. Io li fisso, sudato, e canto. Di fianco, e poi ai gradoni più in alto, e poi a quelli altissimi, avverto fisicamente la frustata d’un coro che s’espande come un incendio in una prateria di pompe di benzina. Divampa. Sento la schiena umida e tesa, una specie di torpore muscolare sotto le braccia, un totale stato di trance. Alzo la faccia, canto. Spersonalizzato, eppure completamente padrone di me stesso. Esco. Da me, dal coro che mi rimbomba tra le labbra. Sento gli altri. Un’esperienza extracorporea, mentre il canto esplode. Andiamo, andiamo, andiamo a vincere. Andiamo andiamo andiamo a vincere. Come allo Zini, come in mezza Italia. Ci risiamo, penso mentre canto. Ma la realtà mi strappa al pensiero. Uno stadio. Attorno a noi c’è uno stadio. Ammutolito, terrorizzato, attonito. A conti fatti, uno stadio da ventimila persone omologato per quasi diecimila, strapieno. Rimpicciolito. Ridotto a campo, a campetto rionale. E poi neppure più a quello. Tutti gli occhi su di noi, mentre le maglie bianche provano ad imbastire l’attacco che ci porterebbe in finale. Ma non fa niente, non conta. Da sopra a sotto è l’intero settore che sta mandando un messaggio, alto, altissimo, rifinito. Un messaggio che solo un sordo potrebbe ignorare. Stiamo dicendo agli amici d’un tempo beneventani: Buona fortuna, campani. Andate in finale, e poi magari andate anche in B. Ma non provate – mai più – a paragonarvi a noi. Perché non siete noi. Gli occhi s’annacquano. Lo stomaco va in tilt. Ormai è lampante. Piango, come un bambino. Ma non per la finale che non vivrò, neppure per i chilometri che non macinerò. Ma per le facce di quelli che mi stanno attorno. E che piangono. Per lo stesso motivo, mi gioco le palle. Un flash. Foligno, Pistoia, Caserta, Perugia, Lanciano, Potenza, Gallipoli, Arezzo, Benevento, Terni. Un attimo, un frammento per ciascuna. La tribuna guarda e trattiene il fiato. Rinvio del portiere. Triplice fischio. Sospiro di sollievo. Il Santa Colomba urla. Sulla sommità della Sud, spunta il sole.
Rewind
Partiti che sembrano secoli fa. Dal piazzale antistante lo Zaccheria.
Distesa di macchine. Dubbi, rassicurazioni, problemi da risolvere. C’è la Nord, c’è la Sud. Ci siamo noi, con i nostri quattro mezzi pieni, i nostri emigranti, le nostre aste piccole, il nostro vodkalemon in quattro bottiglie di plastica. Si esce da Foggia in carovana, con l’imperativo che non si dimentica: O tutti o nessuno. Che tradotto vorrebbe dire: O con la voce sugli spalti, o con quel che capita nel parcheggio. Una lieve scossa di tensione attraversa il serpente di macchine. All’ultimo semaforo, si mischiano le onde stereofoniche. A Candela imbocchiamo l’autostrada. Al casello, 40 chilometri appena, è già sosta. Si piscia ai margini della strada, ma c’è chi mangia, chi beve, chi fuma. Sembra una scampagnata, e chi passa saluta con qualche assestato colpo di clacson. D’un tratto, ci conosciamo tutti. Ogni viso è familiare. Della partita non parla nessuno. Si va a pareggiare, lo sanno anche le pietre. Con Angelo, altro reduce da Cremona, in settimana si scherzava: probabilmente vinceremo a Benevento, solo perché questa è una squadra di sadici, e per amarla devi amare il dolore. Vinceremo a Benevento per poi perdere a Crotone. O ad Arezzo. E ci renderemo più lungo il ritorno muto. Vincere una battaglia per perdere la guerra. È nelle corde di questa squadra. Ci può stare. Il 2 lo quotano 4,15. Autostrada. L’uscita consigliata è quella di Grottaminarda. Antonio, che è già in centro a Benevento, smentisce le voci di un carognesco prefiltraggio poliziesco al casello. Riferisce, piuttosto, di un mare di bandiere giallorosse e di una festa già in corso. Riferisco da abitacolo ad abitacolo. Zio Franco, che è in macchina con Lello, smadonna. Tre euro di pedaggio. Statale. Le macchine si arenano ai margini di un parcheggio da sala ricevimenti. I conducenti e i passeggeri scendono a sgranchirsi le gambe, le braccia, la schiena. Qualcuno tira fuori gli zaini per la seconda Stazione di Posta, ma una voce rimbomba da cofano a cofano: Via, via, via… Andare. E, tra chi è più rapido e chi si attarda, la carovana si sfilaccia. Un nove posti ci segue fino ad uno sprofondo, poi decide di fare inversione e prendere il comando delle operazioni. Si va verso Avellino. Il cartello ci comunica che mancano 22 chilometri alla meta. 11 a San Giorgio, dove siamo stati a Pasqua, a festeggiare il pari in campionato. Ma ho il vago presentimento che non ripeteremo l’esperimento, oggi.
Una rotonda, un’inversione, il Ponticello del Milledue, i palazzoni a destra e a sinistra, una seconda rotonda, ancora un’inversione, direzione Centro, poi Ospedale, poi Pallone. Dev’essere di qua, senz’altro. Ma è transennato. Presto fatto. Un barbatrucco e scompare l’impedimento. Con la sola imposizione dello sguardo, scompare pure l’unico carabiniere a guardia del defender. Ha la faccia di uno che dice: Mi faccio i cazzi miei, tanto oggi va così. Nel parcheggio contiamo una macchina dispersa. E, manco a dirlo, è quella con le vettovaglie. Il ricongiungimento con il plotone romano. Si stornella. Si cazzeggia. Non c’è tensione nell’aria, le mamme a casa possono rasserenarsi. La macchina di Nicola viene telecomandata nel parcheggio. Accoglienza da star: Merde siete e Merde resterete! Si ride, si sventola. Quattro passi e si beve pure. La questione dei biglietti sembra risolta, ma comunque restiamo all’erta. In servizio effettivo permanente. Jordan è già dentro, ci vede e litiga alle porte per uscire. Perdiamo la cognizione del tempo e siamo fra gli ultimi a varcare i cancelli. C’è un mare di gente, sopra e sotto. Ci posizioniamo sulla pezza. È la prima volta che accade e va bene così, anche se siamo defilati. Lo stadio è pieno. L’adrenalina sale. Gira voce che qualcuno in gradinata si sia coperto d’infamia, ma è tempo di compattarci. Di scaldare i motori.
La Sud beneventana alza ed abbassa i cartoncini gialli, rossi e bianchi. C’è una scritta, in mezzo, ma risulta di difficile comprensione. Non sfugge. Non si capisce, Ma come cazzo scrivete. Piovono fischi. L’amicizia di un tempo vacilla. Poi implode. La partita inizia. E non abbiamo ancora messo a punto il sincrono col centro del settore, che il Benevento passa. Diranno le cronache che sono passati quattro minuti appena. Il boato. A chiunque si spezzerebbero le gambe. Ma noi siamo qui per noi. E dobbiamo fare la nostra parte, comunque. Dalla tribuna ci fanno gestacci e qualche bottiglietta d’acqua raggiunge gli amici per rinfrescare il clima rovente. I Mods, in gradinata, si coprono con un bandierone. E sotto di esso, provvedono a cambiarsi d’abito. Coordinano i loro corpi come fossero tasselli di un vessillo. Poi tirano giù il bandierone, e si spostano. Non so dire se mi piace questo modo di fare tifo. Sopra di noi, qualcuno ha da ridire con gli sbandieratori. Capiamo che siamo in piena periferia, ma sono loro quelli che devono farsene una ragione. Siamo qui per noi. Bremec sventa il raddoppio, poi è Troianello ad avere sulla testa la palla del pari. E la porta spalancata di fronte. Ma fallisce, anche se il settore vive il quasi-pari come una schioppettata. Alla fine del tempo ci rendiamo conto che hanno staccato l’acqua nei bagni. Fa un caldo umido terrificante, siamo disidratati e madidi di sudore. E questi vorrebbero costringerci a comprare bottigliette d’acqua a 1,50 euro. Carne da macello. Fottetevi, voi e l’acqua. Il coro è già un classico: Noi non siamo Napoletani! Napoli – aveva ragione Pino Daniele – è una specie di concetto mistico, un cassonetto per la raccolta differenziata dei nostri istinti più neri. Tutto quello che sembra fantastico, esiste e sta in America. Tutto ciò che è ripugnante, dentro e fuori l’essere umano, è a Napoli. Funziona così, più o meno, il meccanismo.
La ripresa sembra una scalata senza senso. Il fondo breccioso si sfibra sotto i nostri passi ed ognuno di noi sente l’inutilità dello sforzo. La bandiera mi copre la testa come un sudario. Quando la rialzo, il 2-0 beneventano sta animando la Sud. Stringo gli occhi e penso che questo ritorno alla vita non mi piace affatto. Ancora gestacci. C’è da scavare, da scavarsi dentro come trivellatori di profondità, per portare alla luce gemme di orgoglio. Cantare, come se niente fosse. Un’altra stagione sprecata, e usciamo di scena senza neppure quel pareggio preventivato alla vigilia. Il Benevento sfiora il terzo. Sciarpata. Bellissima, nonostante tutto. Ormai le forze sono quelle che sono, il caldo ci ha resi manichini allo spasimo. Restano solo un paio di cose da sottolineare: Che noi siamo il Foggia, tanto per dirne una. Poi Germinale si gira al volo e mette in rete. Inatteso, insperato. Angioletto va in ansia, Enzo chiede cosa sia successo. Animo, e manca ancora un quarto d’ora, anche se nessuno lo sa. Poi Pedrelli, con una botta radiocomandata, mette all’angolino. Due e due. Porca puttana! È Angioletto a dirlo meglio di tutti. Comodi e apparecchiati, già consapevoli della sconfitta, già in defaticamento, nel silenzio di uno stadio che ha cantato per dieci minuti all’inizio e poi più nulla. Adesso, invece, sul pari, costretti a viverla. Fino alla fine. Dannazione, è proprio da Foggia. Questo costringerti ad inseguire, a dover credere senza crederci. Mi guardo attorno. Facce tirate. Chiedo: “Quanto manca?”. Volano numeri. I numeri della speranza. Chi dice dieci, chi dice cinque, chi dice cento. Dal centro parte il preludio al coro. So cosa sta per venire. So che sta per venire giù il settore. Fisso la celere che si schiera sotto di noi. La vista s’offusca, e canto.
…
Adesso è Pecchia che sotto di noi ci fa l’inchino e finge di togliersi il cappello. Chapeau.
Adesso è Pedrelli che piange; è Novelli che s’aggira come un fantasma a centrocampo.
Adesso sono i corpi solidi dei nostri, ancora nel settore, che s’immergono nel liquido del rimpianto.
Adesso è già domani. E quelli che cantano Mio fratello è Savoiardo.
E noi che apriamo le braccia per il battimani.
Mio fratello è Pavesino.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta.
E quelli di fronte che se ne vanno, e si scopre il ducotone che serviva per la coreografia. Nitido.
Adesso si che si legge.
Adesso, che è tempo di andare. Di ripercorrere a ritroso gli 80 chilometri appena appena sufficienti all’autocoscienza, a quei tortuosi andirivieni tra commozione, fierezza, spirito d’appartenenza. Alla luce docile dei ricordi recenti. E di quelli lunari.
Il corteo, la gente ai balconi, i vetri rotti di una macchina centrata da diversi metri in quell’allevamento ad alta densità che era diventato il parcheggio ospiti. Dentro, fratelli e sorelle della pirateria. Che mettiamo in moto.
Adesso è l’uscita in carovana.
Adesso è il curvone a sinistra, coi beneventani che provano ad irriderci.
Adesso è il cartello che barra Benevento. La statale.
Adesso è la voce che manca, la sete, la fatica, la maglietta che s’appiccica addosso.
Adesso è il telefonino che squilla, è il tentativo di comunicare, è il silenzio.
È Giuseppe che schiaccia il frontalino e fa partire la radio. Sono le note di una canzone di Bon Jovi su Capital, che non c’entra niente con niente. Eppure ci guardiamo. Occhi lucidi, finestrini aperti, volume.
I will love you, always.
Sempre.
Domenica 7 giugno, Benevento-Foggia 2-2
L’attimo
La vista s’offusca, e canto. Spalanco le mani, fisso la porzione di campo sotto di noi, e canto. S’è radunata la celere, dietro la bandierina del calcio d’angolo. Ci sono gli steward, i vigili del fuoco, gli agenti della digos, gli addetti al rettangolo verde. Sono tutti qua sotto. E tutti guardano noi. Io li fisso, sudato, e canto. Di fianco, e poi ai gradoni più in alto, e poi a quelli altissimi, avverto fisicamente la frustata d’un coro che s’espande come un incendio in una prateria di pompe di benzina. Divampa. Sento la schiena umida e tesa, una specie di torpore muscolare sotto le braccia, un totale stato di trance. Alzo la faccia, canto. Spersonalizzato, eppure completamente padrone di me stesso. Esco. Da me, dal coro che mi rimbomba tra le labbra. Sento gli altri. Un’esperienza extracorporea, mentre il canto esplode. Andiamo, andiamo, andiamo a vincere. Andiamo andiamo andiamo a vincere. Come allo Zini, come in mezza Italia. Ci risiamo, penso mentre canto. Ma la realtà mi strappa al pensiero. Uno stadio. Attorno a noi c’è uno stadio. Ammutolito, terrorizzato, attonito. A conti fatti, uno stadio da ventimila persone omologato per quasi diecimila, strapieno. Rimpicciolito. Ridotto a campo, a campetto rionale. E poi neppure più a quello. Tutti gli occhi su di noi, mentre le maglie bianche provano ad imbastire l’attacco che ci porterebbe in finale. Ma non fa niente, non conta. Da sopra a sotto è l’intero settore che sta mandando un messaggio, alto, altissimo, rifinito. Un messaggio che solo un sordo potrebbe ignorare. Stiamo dicendo agli amici d’un tempo beneventani: Buona fortuna, campani. Andate in finale, e poi magari andate anche in B. Ma non provate – mai più – a paragonarvi a noi. Perché non siete noi. Gli occhi s’annacquano. Lo stomaco va in tilt. Ormai è lampante. Piango, come un bambino. Ma non per la finale che non vivrò, neppure per i chilometri che non macinerò. Ma per le facce di quelli che mi stanno attorno. E che piangono. Per lo stesso motivo, mi gioco le palle. Un flash. Foligno, Pistoia, Caserta, Perugia, Lanciano, Potenza, Gallipoli, Arezzo, Benevento, Terni. Un attimo, un frammento per ciascuna. La tribuna guarda e trattiene il fiato. Rinvio del portiere. Triplice fischio. Sospiro di sollievo. Il Santa Colomba urla. Sulla sommità della Sud, spunta il sole.
Rewind
Partiti che sembrano secoli fa. Dal piazzale antistante lo Zaccheria.
Distesa di macchine. Dubbi, rassicurazioni, problemi da risolvere. C’è la Nord, c’è la Sud. Ci siamo noi, con i nostri quattro mezzi pieni, i nostri emigranti, le nostre aste piccole, il nostro vodkalemon in quattro bottiglie di plastica. Si esce da Foggia in carovana, con l’imperativo che non si dimentica: O tutti o nessuno. Che tradotto vorrebbe dire: O con la voce sugli spalti, o con quel che capita nel parcheggio. Una lieve scossa di tensione attraversa il serpente di macchine. All’ultimo semaforo, si mischiano le onde stereofoniche. A Candela imbocchiamo l’autostrada. Al casello, 40 chilometri appena, è già sosta. Si piscia ai margini della strada, ma c’è chi mangia, chi beve, chi fuma. Sembra una scampagnata, e chi passa saluta con qualche assestato colpo di clacson. D’un tratto, ci conosciamo tutti. Ogni viso è familiare. Della partita non parla nessuno. Si va a pareggiare, lo sanno anche le pietre. Con Angelo, altro reduce da Cremona, in settimana si scherzava: probabilmente vinceremo a Benevento, solo perché questa è una squadra di sadici, e per amarla devi amare il dolore. Vinceremo a Benevento per poi perdere a Crotone. O ad Arezzo. E ci renderemo più lungo il ritorno muto. Vincere una battaglia per perdere la guerra. È nelle corde di questa squadra. Ci può stare. Il 2 lo quotano 4,15. Autostrada. L’uscita consigliata è quella di Grottaminarda. Antonio, che è già in centro a Benevento, smentisce le voci di un carognesco prefiltraggio poliziesco al casello. Riferisce, piuttosto, di un mare di bandiere giallorosse e di una festa già in corso. Riferisco da abitacolo ad abitacolo. Zio Franco, che è in macchina con Lello, smadonna. Tre euro di pedaggio. Statale. Le macchine si arenano ai margini di un parcheggio da sala ricevimenti. I conducenti e i passeggeri scendono a sgranchirsi le gambe, le braccia, la schiena. Qualcuno tira fuori gli zaini per la seconda Stazione di Posta, ma una voce rimbomba da cofano a cofano: Via, via, via… Andare. E, tra chi è più rapido e chi si attarda, la carovana si sfilaccia. Un nove posti ci segue fino ad uno sprofondo, poi decide di fare inversione e prendere il comando delle operazioni. Si va verso Avellino. Il cartello ci comunica che mancano 22 chilometri alla meta. 11 a San Giorgio, dove siamo stati a Pasqua, a festeggiare il pari in campionato. Ma ho il vago presentimento che non ripeteremo l’esperimento, oggi.
Una rotonda, un’inversione, il Ponticello del Milledue, i palazzoni a destra e a sinistra, una seconda rotonda, ancora un’inversione, direzione Centro, poi Ospedale, poi Pallone. Dev’essere di qua, senz’altro. Ma è transennato. Presto fatto. Un barbatrucco e scompare l’impedimento. Con la sola imposizione dello sguardo, scompare pure l’unico carabiniere a guardia del defender. Ha la faccia di uno che dice: Mi faccio i cazzi miei, tanto oggi va così. Nel parcheggio contiamo una macchina dispersa. E, manco a dirlo, è quella con le vettovaglie. Il ricongiungimento con il plotone romano. Si stornella. Si cazzeggia. Non c’è tensione nell’aria, le mamme a casa possono rasserenarsi. La macchina di Nicola viene telecomandata nel parcheggio. Accoglienza da star: Merde siete e Merde resterete! Si ride, si sventola. Quattro passi e si beve pure. La questione dei biglietti sembra risolta, ma comunque restiamo all’erta. In servizio effettivo permanente. Jordan è già dentro, ci vede e litiga alle porte per uscire. Perdiamo la cognizione del tempo e siamo fra gli ultimi a varcare i cancelli. C’è un mare di gente, sopra e sotto. Ci posizioniamo sulla pezza. È la prima volta che accade e va bene così, anche se siamo defilati. Lo stadio è pieno. L’adrenalina sale. Gira voce che qualcuno in gradinata si sia coperto d’infamia, ma è tempo di compattarci. Di scaldare i motori.
La Sud beneventana alza ed abbassa i cartoncini gialli, rossi e bianchi. C’è una scritta, in mezzo, ma risulta di difficile comprensione. Non sfugge. Non si capisce, Ma come cazzo scrivete. Piovono fischi. L’amicizia di un tempo vacilla. Poi implode. La partita inizia. E non abbiamo ancora messo a punto il sincrono col centro del settore, che il Benevento passa. Diranno le cronache che sono passati quattro minuti appena. Il boato. A chiunque si spezzerebbero le gambe. Ma noi siamo qui per noi. E dobbiamo fare la nostra parte, comunque. Dalla tribuna ci fanno gestacci e qualche bottiglietta d’acqua raggiunge gli amici per rinfrescare il clima rovente. I Mods, in gradinata, si coprono con un bandierone. E sotto di esso, provvedono a cambiarsi d’abito. Coordinano i loro corpi come fossero tasselli di un vessillo. Poi tirano giù il bandierone, e si spostano. Non so dire se mi piace questo modo di fare tifo. Sopra di noi, qualcuno ha da ridire con gli sbandieratori. Capiamo che siamo in piena periferia, ma sono loro quelli che devono farsene una ragione. Siamo qui per noi. Bremec sventa il raddoppio, poi è Troianello ad avere sulla testa la palla del pari. E la porta spalancata di fronte. Ma fallisce, anche se il settore vive il quasi-pari come una schioppettata. Alla fine del tempo ci rendiamo conto che hanno staccato l’acqua nei bagni. Fa un caldo umido terrificante, siamo disidratati e madidi di sudore. E questi vorrebbero costringerci a comprare bottigliette d’acqua a 1,50 euro. Carne da macello. Fottetevi, voi e l’acqua. Il coro è già un classico: Noi non siamo Napoletani! Napoli – aveva ragione Pino Daniele – è una specie di concetto mistico, un cassonetto per la raccolta differenziata dei nostri istinti più neri. Tutto quello che sembra fantastico, esiste e sta in America. Tutto ciò che è ripugnante, dentro e fuori l’essere umano, è a Napoli. Funziona così, più o meno, il meccanismo.
La ripresa sembra una scalata senza senso. Il fondo breccioso si sfibra sotto i nostri passi ed ognuno di noi sente l’inutilità dello sforzo. La bandiera mi copre la testa come un sudario. Quando la rialzo, il 2-0 beneventano sta animando la Sud. Stringo gli occhi e penso che questo ritorno alla vita non mi piace affatto. Ancora gestacci. C’è da scavare, da scavarsi dentro come trivellatori di profondità, per portare alla luce gemme di orgoglio. Cantare, come se niente fosse. Un’altra stagione sprecata, e usciamo di scena senza neppure quel pareggio preventivato alla vigilia. Il Benevento sfiora il terzo. Sciarpata. Bellissima, nonostante tutto. Ormai le forze sono quelle che sono, il caldo ci ha resi manichini allo spasimo. Restano solo un paio di cose da sottolineare: Che noi siamo il Foggia, tanto per dirne una. Poi Germinale si gira al volo e mette in rete. Inatteso, insperato. Angioletto va in ansia, Enzo chiede cosa sia successo. Animo, e manca ancora un quarto d’ora, anche se nessuno lo sa. Poi Pedrelli, con una botta radiocomandata, mette all’angolino. Due e due. Porca puttana! È Angioletto a dirlo meglio di tutti. Comodi e apparecchiati, già consapevoli della sconfitta, già in defaticamento, nel silenzio di uno stadio che ha cantato per dieci minuti all’inizio e poi più nulla. Adesso, invece, sul pari, costretti a viverla. Fino alla fine. Dannazione, è proprio da Foggia. Questo costringerti ad inseguire, a dover credere senza crederci. Mi guardo attorno. Facce tirate. Chiedo: “Quanto manca?”. Volano numeri. I numeri della speranza. Chi dice dieci, chi dice cinque, chi dice cento. Dal centro parte il preludio al coro. So cosa sta per venire. So che sta per venire giù il settore. Fisso la celere che si schiera sotto di noi. La vista s’offusca, e canto.
…
Adesso è Pecchia che sotto di noi ci fa l’inchino e finge di togliersi il cappello. Chapeau.
Adesso è Pedrelli che piange; è Novelli che s’aggira come un fantasma a centrocampo.
Adesso sono i corpi solidi dei nostri, ancora nel settore, che s’immergono nel liquido del rimpianto.
Adesso è già domani. E quelli che cantano Mio fratello è Savoiardo.
E noi che apriamo le braccia per il battimani.
Mio fratello è Pavesino.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta.
E quelli di fronte che se ne vanno, e si scopre il ducotone che serviva per la coreografia. Nitido.
Adesso si che si legge.
Adesso, che è tempo di andare. Di ripercorrere a ritroso gli 80 chilometri appena appena sufficienti all’autocoscienza, a quei tortuosi andirivieni tra commozione, fierezza, spirito d’appartenenza. Alla luce docile dei ricordi recenti. E di quelli lunari.
Il corteo, la gente ai balconi, i vetri rotti di una macchina centrata da diversi metri in quell’allevamento ad alta densità che era diventato il parcheggio ospiti. Dentro, fratelli e sorelle della pirateria. Che mettiamo in moto.
Adesso è l’uscita in carovana.
Adesso è il curvone a sinistra, coi beneventani che provano ad irriderci.
Adesso è il cartello che barra Benevento. La statale.
Adesso è la voce che manca, la sete, la fatica, la maglietta che s’appiccica addosso.
Adesso è il telefonino che squilla, è il tentativo di comunicare, è il silenzio.
È Giuseppe che schiaccia il frontalino e fa partire la radio. Sono le note di una canzone di Bon Jovi su Capital, che non c’entra niente con niente. Eppure ci guardiamo. Occhi lucidi, finestrini aperti, volume.
I will love you, always.
Sempre.
01/06/09
50 cent
di Lobanowski 2
Domenica 31 maggio, Foggia-Benevento 0-0
Rewind
50 centesimi per un imbuto bianco, di quelli piccoli, da salsa. Due bottiglie di vodka, che Patrizio ci fa il prezzo. Il trattamento. Tre bottiglie di Lemonsoda da un litro e mezzo. 3 euro a testa, spicciolo più, spicciolo meno. Quattro bottiglie d’acqua vuote in fila sulla lastra di plexiglass del banco. Operazione remix. L’imbuto si ingolfa di vodka liscia, il livello di liquido trasparente sale, fino ad un terzo della bottiglia. Poi è la volta della limonata. Serrare il tappo, agitare a lungo, chiudere in frigorifero. Non in freezer, che potremmo svegliarci con una brutta sorpresa. In ghiacciaia ci va il Borghetti, quello di sicuro non esplode. La borsa frigo la porta Giuseppe. Ci sarà da attendere, da dare una mano, da ingannare l’attesa. Attenderemo e daremo una mano. E berremo, per ingannare l’attesa. Tra gente col biglietto e gente che dovremo far entrare a viva forza, non saremo meno di venti.
Domani…
E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.
Saltano la selezione solo i Depeche Mode. Per il resto, dai Bull Brigade a Pino Campagna, la musica gonfia le casse e – ricavandosi una sensibile via di fuga – dilaga in strada, si diffonde lungo l’intero marciapiede e quello di fronte, dove i nonni ci indicano sorridenti ai nipotini in triciclo. Tutti alle prese con lo scotch, a srotolare la stoffa delle bandiere, a tirare e provare le aste. Quelle nuove, altissime e sinuose, e quelle vecchie, rozze e tarchiate. Tutti a centro pista a ballare, all’incrocio a rodare, con le macchine che strombazzano: “Che dite, ce la facciamo, ragazzi?”. “No, oggi perdiamo 3 a 1…”, rispondo. Quello se ne va imprecando senza ascoltare il seguito della frase: “…ma vinciamo 4 a 0 a Benevento”. Ci avviamo a mezzogiorno che sembriamo un piccolo plotone sfilacciato. Abbiamo un mezzo appuntamento sotto la Sud, per contribuire alla coreografia. Lungo corso Giannone, gli autisti al volante salutano. “Sai che colletta faremmo oggi se chiedessimo 50 centesimi per ogni colpo di clacson?”. Lello mi ha contattato alle 9:30. Mi ha detto che usciva a prendere un po’ d’aria. In casa non si regge, la tensione gronda dai muri. Jordan ci affianca a due passi dalla meta. Anche lui suona (gratis). “Dove cazzo stai andando?”, chiediamo. “Qua… - risponde, indicando uno spazio disabitato non meglio determinato fuori dall’abitacolo – non ce la facevo a restare a casa”. Il recinto della gabbia-Sud non è presidiato. Ci prefiltriamo da soli. Si, siamo una ventina, e ci accampiamo sulle transenne di sinistra. Il sole è nascosto da grosse nubi nere, ma si muore di caldo. I guardiani del palasport chiacchierano con le porte aperte. Diamo fondo alle bottiglie.
Si aggregano amici e conoscenti. Tiriamo fuori la prima bottiglia di plastica. Daniele mesce coi bicchieri di plastica trasparenti. Il giro, uno per volta, fino a che tutti hanno tra le mani una dose di liquido giallo e può partire il brindisi. Le aste sono adagiate. “Alla vittoria!”. Primo sorso, refrigerante. Il secondo, di gusto. Enzo s’inerpica sulle transenne e fa partire il primo coro. Se questo è l’effetto, c’è da giurare che alla fine della scorta di mistura saremo stesi a rimirar le stelle. È troppo forte questo amore che provo per te, Foggia tu sei per me. Il terzo sorso svuota il bicchiere. Ottimo, magari un po’ troppo leggero, dice Ceska. “Te l’ho detto che ci siamo andati piano con la vodka”. Poi un dubbio. Lo sguardo che cerca nella borsa frigo: una, due, tre, quattro bottiglie sigillate. Com’è possibile? Un’occhiata agli altri, che cantano arrampicati sulla ferraglia: Il Foggia è tutto per me, Il Foggia è tutto per me. E ancora la voce di Ceska che risale: “Ci siamo andati piano con la vodka”. Un dubbio, tremendo. Un sorso, a mo’ di biopsia. “Uagliù – c’è da dare la notizia, per quanto possa fare male – vi state bevendo limonata a crudo!”. Sgomento. Un delirio scatenato da due sorsi di Lemonsoda. Gli sguardi imbarazzati si rincorrono. “L’avevo detto io”, prova a discolparsi qualcuno. Ma il dato resta. Enzo si siede: “Questa è da scrivere”. E scriviamolo pure. Scriviamo di venti foggiani ubriachi sotto la Sud alle 12 per una miscela analcolica. Oggi l’adrenalina fa più della vodka. E sotto col primo bottiglione.
Siamo belli, non c’è storia. Accampati, come ad una pasquetta, fuori da quella struttura che a tutti ricorda qualcosa di paterno. O di materno. Belli. Lo penso mentre, con Jordan che s’è appena operato al setto nasale e parla come un cinese, mi allontano per andare a recuperare altro gin e vodka. Cantano, quei meravigliosi folli. Sono le 13:30 e vanno avanti da un’ora. Mattia e Guido sventolano. Adoro questa gentaglia. Al ritorno sono fuori dai recinti. Ricacciati indietro dalle impellenze degli steward. In fila con gli altri. E cantano.
E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.
Dentro qualcuno barcolla. Blocco, fare blocco!La curva è carica, e nella mia testa ondeggia. C’è un frastuono giapponese, da coppa Intercontinentale. Un brusio sconclusionato che si fa marea di sillabe. Nicola crolla sotto il sole. Spalla a spalla, ognuno al suo posto. Blocco, fare blocco! Sono le quattro, stanno per cominciare i playoff. Ma non abbiamo alcuna speranza di vederne più di qualche brandello. Mi arrivano lastroni di cartone rosso, per la scenografia. Ne smisto un paio, ne faccio cadere una ventina. Raccolgo, ricadono. Non è cosa. Delego. Di fronte, i beneventani con i palloncini. Non mi va neppure di guardarli. C’è troppo da fare. Squadre in campo, lo intuisco dal frastuono. Cala il bandierone. Il segnale. Tutti coi cartoncini al vento. Un sol levante. Rossonero. Poi la bolgia. Non si capisce granché, è difficile anche seguire il senso logico d’ogni singolo coro. Una confusione che si fa sistema. Mani che battono, pezzi di canzoni nell’aria. Del primo tempo non vedo nulla.
La ripresa non è molto diversa, anche se sono in buona posizione per vedere Mancino sparare alto, prima, e sul portiere in uscita, poi. Uno dall’alto mi dice che, se non faccio smettere di sventolare il bandierone, scende giù lui. Io rispondo che può scendere. Quello ripete il suo concetto. Io ripeto il mio. Non se ne fa nulla. Zero a zero, inevitabile. A fine gara, nel silenzio della Sud che si svuota, sento il primo coro beneventano. Per me, è come se fossero entrati in quel momento. Dedicano un inno ai tifosi del Savoia, loro gemellati. Uno sgarro imperdonabile. Qualche schermaglia verbale, che fingono d’ignorare. E una certezza che si fa carne: domenica ci saranno due partite da vincere. Noi partiremo per vincere la nostra. Dell’altra, in fin dei conti, non saprei che dirvi.
Domenica 31 maggio, Foggia-Benevento 0-0
Rewind
50 centesimi per un imbuto bianco, di quelli piccoli, da salsa. Due bottiglie di vodka, che Patrizio ci fa il prezzo. Il trattamento. Tre bottiglie di Lemonsoda da un litro e mezzo. 3 euro a testa, spicciolo più, spicciolo meno. Quattro bottiglie d’acqua vuote in fila sulla lastra di plexiglass del banco. Operazione remix. L’imbuto si ingolfa di vodka liscia, il livello di liquido trasparente sale, fino ad un terzo della bottiglia. Poi è la volta della limonata. Serrare il tappo, agitare a lungo, chiudere in frigorifero. Non in freezer, che potremmo svegliarci con una brutta sorpresa. In ghiacciaia ci va il Borghetti, quello di sicuro non esplode. La borsa frigo la porta Giuseppe. Ci sarà da attendere, da dare una mano, da ingannare l’attesa. Attenderemo e daremo una mano. E berremo, per ingannare l’attesa. Tra gente col biglietto e gente che dovremo far entrare a viva forza, non saremo meno di venti.
Domani…
E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.
Saltano la selezione solo i Depeche Mode. Per il resto, dai Bull Brigade a Pino Campagna, la musica gonfia le casse e – ricavandosi una sensibile via di fuga – dilaga in strada, si diffonde lungo l’intero marciapiede e quello di fronte, dove i nonni ci indicano sorridenti ai nipotini in triciclo. Tutti alle prese con lo scotch, a srotolare la stoffa delle bandiere, a tirare e provare le aste. Quelle nuove, altissime e sinuose, e quelle vecchie, rozze e tarchiate. Tutti a centro pista a ballare, all’incrocio a rodare, con le macchine che strombazzano: “Che dite, ce la facciamo, ragazzi?”. “No, oggi perdiamo 3 a 1…”, rispondo. Quello se ne va imprecando senza ascoltare il seguito della frase: “…ma vinciamo 4 a 0 a Benevento”. Ci avviamo a mezzogiorno che sembriamo un piccolo plotone sfilacciato. Abbiamo un mezzo appuntamento sotto la Sud, per contribuire alla coreografia. Lungo corso Giannone, gli autisti al volante salutano. “Sai che colletta faremmo oggi se chiedessimo 50 centesimi per ogni colpo di clacson?”. Lello mi ha contattato alle 9:30. Mi ha detto che usciva a prendere un po’ d’aria. In casa non si regge, la tensione gronda dai muri. Jordan ci affianca a due passi dalla meta. Anche lui suona (gratis). “Dove cazzo stai andando?”, chiediamo. “Qua… - risponde, indicando uno spazio disabitato non meglio determinato fuori dall’abitacolo – non ce la facevo a restare a casa”. Il recinto della gabbia-Sud non è presidiato. Ci prefiltriamo da soli. Si, siamo una ventina, e ci accampiamo sulle transenne di sinistra. Il sole è nascosto da grosse nubi nere, ma si muore di caldo. I guardiani del palasport chiacchierano con le porte aperte. Diamo fondo alle bottiglie.
Si aggregano amici e conoscenti. Tiriamo fuori la prima bottiglia di plastica. Daniele mesce coi bicchieri di plastica trasparenti. Il giro, uno per volta, fino a che tutti hanno tra le mani una dose di liquido giallo e può partire il brindisi. Le aste sono adagiate. “Alla vittoria!”. Primo sorso, refrigerante. Il secondo, di gusto. Enzo s’inerpica sulle transenne e fa partire il primo coro. Se questo è l’effetto, c’è da giurare che alla fine della scorta di mistura saremo stesi a rimirar le stelle. È troppo forte questo amore che provo per te, Foggia tu sei per me. Il terzo sorso svuota il bicchiere. Ottimo, magari un po’ troppo leggero, dice Ceska. “Te l’ho detto che ci siamo andati piano con la vodka”. Poi un dubbio. Lo sguardo che cerca nella borsa frigo: una, due, tre, quattro bottiglie sigillate. Com’è possibile? Un’occhiata agli altri, che cantano arrampicati sulla ferraglia: Il Foggia è tutto per me, Il Foggia è tutto per me. E ancora la voce di Ceska che risale: “Ci siamo andati piano con la vodka”. Un dubbio, tremendo. Un sorso, a mo’ di biopsia. “Uagliù – c’è da dare la notizia, per quanto possa fare male – vi state bevendo limonata a crudo!”. Sgomento. Un delirio scatenato da due sorsi di Lemonsoda. Gli sguardi imbarazzati si rincorrono. “L’avevo detto io”, prova a discolparsi qualcuno. Ma il dato resta. Enzo si siede: “Questa è da scrivere”. E scriviamolo pure. Scriviamo di venti foggiani ubriachi sotto la Sud alle 12 per una miscela analcolica. Oggi l’adrenalina fa più della vodka. E sotto col primo bottiglione.
Siamo belli, non c’è storia. Accampati, come ad una pasquetta, fuori da quella struttura che a tutti ricorda qualcosa di paterno. O di materno. Belli. Lo penso mentre, con Jordan che s’è appena operato al setto nasale e parla come un cinese, mi allontano per andare a recuperare altro gin e vodka. Cantano, quei meravigliosi folli. Sono le 13:30 e vanno avanti da un’ora. Mattia e Guido sventolano. Adoro questa gentaglia. Al ritorno sono fuori dai recinti. Ricacciati indietro dalle impellenze degli steward. In fila con gli altri. E cantano.
E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.
Dentro qualcuno barcolla. Blocco, fare blocco!La curva è carica, e nella mia testa ondeggia. C’è un frastuono giapponese, da coppa Intercontinentale. Un brusio sconclusionato che si fa marea di sillabe. Nicola crolla sotto il sole. Spalla a spalla, ognuno al suo posto. Blocco, fare blocco! Sono le quattro, stanno per cominciare i playoff. Ma non abbiamo alcuna speranza di vederne più di qualche brandello. Mi arrivano lastroni di cartone rosso, per la scenografia. Ne smisto un paio, ne faccio cadere una ventina. Raccolgo, ricadono. Non è cosa. Delego. Di fronte, i beneventani con i palloncini. Non mi va neppure di guardarli. C’è troppo da fare. Squadre in campo, lo intuisco dal frastuono. Cala il bandierone. Il segnale. Tutti coi cartoncini al vento. Un sol levante. Rossonero. Poi la bolgia. Non si capisce granché, è difficile anche seguire il senso logico d’ogni singolo coro. Una confusione che si fa sistema. Mani che battono, pezzi di canzoni nell’aria. Del primo tempo non vedo nulla.
La ripresa non è molto diversa, anche se sono in buona posizione per vedere Mancino sparare alto, prima, e sul portiere in uscita, poi. Uno dall’alto mi dice che, se non faccio smettere di sventolare il bandierone, scende giù lui. Io rispondo che può scendere. Quello ripete il suo concetto. Io ripeto il mio. Non se ne fa nulla. Zero a zero, inevitabile. A fine gara, nel silenzio della Sud che si svuota, sento il primo coro beneventano. Per me, è come se fossero entrati in quel momento. Dedicano un inno ai tifosi del Savoia, loro gemellati. Uno sgarro imperdonabile. Qualche schermaglia verbale, che fingono d’ignorare. E una certezza che si fa carne: domenica ci saranno due partite da vincere. Noi partiremo per vincere la nostra. Dell’altra, in fin dei conti, non saprei che dirvi.
29/05/09
L'attesa autoprodotta
di Lobanowski 2
Brucia e non passa. Una vampa statica, che non consuma corde, filari d’alberi o di pneumatici, che rimane tra i piedi. Che ingombra. Che non sai che farne.
Così fa il tempo, da sempre ingannatore delle genti.
Brucia e non passa. Brucia senza passare.
Settimana di passione. E c’eravamo preparati con la sintassi, fatti largo a suon di definizioni scudisciate tra i rami della foresta incognita. Ma un conto è dire – dirlo – un conto è vivere – viverlo. Quando parte la prevendita? Dove si fanno i biglietti? Ma è vero che si gioca di martedì perché ci sono le elezioni? Tanto a Benevento non ci fanno andare.
Domande, quesiti, affermazioni tolemaiche entusiasmanti. Buone per un’altra volta. Per sguazzare, compunti e compiaciuti, nel pantano autoprodotto dell’eterna vigilia.
Lunedì sera le mani fremono. Allora tiriamo fuori l’armamentario per intero: le due oblique, la bianca-rossonera-bianca a bande verticali, la Jolly. E tutta la batteria di bandiere detenute. E lo scotch, il nastro isolante, quanto basta ad avvolgere stoffa ed aste, a fissare colori su sempre nuovi ed intercambiabili supporti. Cernita di quel che manca, di quel che servirebbe. Si vagliano i potremmo fare.
Abbiamo saputo della coreografia. Dovremo apparire alle porte della Sud alle 12:30.
Nel frattempo, non resta di meglio da fare che una sbandierata lungo via Mario Pagano, che rimane pur sempre una traversa di corso Roma. Le luci del quartiere sono smorzate. Un signore al balcone.
“Non stiamo più nei panni”, dico. “Eh, vedo”, risponde.
Senza contare che siamo al primo anniversario di Cremona. L’abbiamo commemorato come si deve, col minutaggio dei caselli nel quadrante dei ricordi.
La prelazione per gli abbonati dovrebbe garantirmi tranquillità. Guido è stato ai botteghini martedì mattina e c’erano dieci persone. Lello passa da casa che sono le quattro e fa un caldo geometrico. Come per rievocare. Due piccoli agglomerati in fila. Rispettivamente Curve e Tribuna Est. Voci sommesse e paragoni: l’anno scorso, per l’andata con la Cremonese, la fila arrivava lì. Un dito indica. Alcune teste si girano. Caspita, lunga. Vado avanti, provo a seguire le operazioni dell’impiegato nel suo gabbiotto di cemento. Origlio, ma senza volontà, il discorso di due giovani in prima linea. “Ti ricordi con la Cavese? La fila arrivava al marciapiede di fronte”. La testa va all’indietro, come la Carrà. Torno al mio posto. Alle spalle di Lello c’è un signore solitario, che ha parcheggiato la macchina a meno di un metro. Che, a ben pensarci, avrebbe potuto fare la fila direttamente dall’abitacolo. Dietro di lui, tre ragazzi nuovi, appena arrivati. E, come per un rito benaugurale, appena si posizionano, si lanciano nell’amarcord come fiori nello stagno. “Ti ricordi Foggia-Avellino? La fila arrivava al bar”. L’Età dell’Oro delle file allo “Zaccheria” tende a riavvolgersi su sé stessa come un nastro trasportatore. Decido di imbastire un ragionamento, di far partire una chiacchiera a caso, pur di evitare di ascoltare della fila di quel Foggia-Juventus che si trasformò nella più gigantesca rissa amichevole della storia. Di ascoltare ancora quella storia. O di essere costretto a raccontarla. Così viro sui limiti del calcio moderno: Nome, cognome, lettore ottico per i dati supplementari, e tutto questo tempo perso per sole venti persone da sbrigare. Assurdo. Un tempo non era così. Ma non sembrano interessati. Tutti puntano l’obiettivo, nessuno annuisce neppure. La fila per la Tribuna Est, in ossequio al trasformismo di questi giorni di campagna elettorale, diventa improvvisamente valida anche per le Curve. E la nostra si spezza in due. A ridosso del giovanotto al lavoro, scopriamo che le casse sono a corto di spiccioli per il resto. Che il biglietto – che costa 10,00 – con la prevendita del 10% viene 11,50.
Ma che razza di prevendita se siamo al botteghino? Non esiste, come concetto morale, che il botteghino dello stadio si avvalga della prevendita. È ovvio che quel pre non vuol dire letteralmente prima (altrimenti ogni biglietteria farebbe prevendita). Ma segnala il servizio improprio: il bar, la ricevitoria, l’erboristeria fanno prevendita. Non lo stadio. E poi: che razza di 10% su 10 euri fa 1 euro e 50 centesimi?
Rumoreggia, la plebe. Nome, cognome e data di nascita. Sono ad un passo dal traguardo. Sento la richiesta ripetuta ossessivamente, compulsivamente, meccanicamente, dall’interno del gabbiotto. Come ad un posto di blocco della polizia, ad una dogana. È incredibile pensare a come cambiano certe cose. E a quanto in fretta ci si abitui. A come certe domande riconducano a certi ambiti. Ed a come gli ambiti, senza averne la precisa percezione del mutamento, mutino. E ce li ritroviamo qui, mutati, tra i piedi. Ormai ci siamo.
Un vecchietto arriva sferragliando in bici. Si incuriosisce. Rallenta. Poi si ferma. Approfitta del primo sguardo benevolo che gli giunge dalla fila, in costante ricomposizione. E affonda la domanda: “Che c’è una partita?”.
Beata incoscienza, o rabbia! Ma è mai possibile che esista ancora gente così? Noi siamo qui a consumarci le nocche in assenza di unghie fertili, e questo gironzola per la città ignorando che, dopo una rincorsa che te la raccomando, domenica andiamo ad assaltare la cadetteria… Mi rifiuto di crederci: ma di cosa vive sta gente? Boh, magari di ciclismo… Anche se, a ben pensarci, ha scoccato la domanda mentre su Rai Tre Auro Bulbarelli sta commentando Il Giro all’arrivo. Recito il nome e cognome di mio zio, che ha pensato bene di prenotare quattro abbonamenti a nome suo, invento una data di nascita (che si rivela sbagliata, ovviamente, il calcolo combinatorio non è mica una scemenza), ed ottengo il biglietto. Un piccolo passo per l’umanità.
L’elenco consta di diciassette persone, se non vado errato. La bandiera catalana ondeggia al vento assente. “A che ora inizia la partita?”, “Alle quattro”, “Alle quattro? Ma che cazzo dici?”, “Oh, i playoff cominciano tutti alle quattro”. Qualche secondo per realizzare che non di Foggia-Benevento mi si chiedeva. Ma di un Barcelona-Manchester United che, secondo gli esperti, dovrebbe assegnare la Champion’s. Pensare che l’ho visto nascere, questo Barca. Al Nou Camp, all’epoca del Wisla e dei preliminari. Ne è passato di tempo da Foggia-Barletta di Coppa Italia. Un vodka-lemon e passa la paura.
750 biglietti venduti in tre ore, in quel di Benevento.
Diverse scazzottate nei bar, in quel di Foggia.
Brucia e non passa. Una vampa statica, che non consuma corde, filari d’alberi o di pneumatici, che rimane tra i piedi. Che ingombra. Che non sai che farne.
Così fa il tempo, da sempre ingannatore delle genti.
Brucia e non passa. Brucia senza passare.
Settimana di passione. E c’eravamo preparati con la sintassi, fatti largo a suon di definizioni scudisciate tra i rami della foresta incognita. Ma un conto è dire – dirlo – un conto è vivere – viverlo. Quando parte la prevendita? Dove si fanno i biglietti? Ma è vero che si gioca di martedì perché ci sono le elezioni? Tanto a Benevento non ci fanno andare.
Domande, quesiti, affermazioni tolemaiche entusiasmanti. Buone per un’altra volta. Per sguazzare, compunti e compiaciuti, nel pantano autoprodotto dell’eterna vigilia.
Lunedì sera le mani fremono. Allora tiriamo fuori l’armamentario per intero: le due oblique, la bianca-rossonera-bianca a bande verticali, la Jolly. E tutta la batteria di bandiere detenute. E lo scotch, il nastro isolante, quanto basta ad avvolgere stoffa ed aste, a fissare colori su sempre nuovi ed intercambiabili supporti. Cernita di quel che manca, di quel che servirebbe. Si vagliano i potremmo fare.
Abbiamo saputo della coreografia. Dovremo apparire alle porte della Sud alle 12:30.
Nel frattempo, non resta di meglio da fare che una sbandierata lungo via Mario Pagano, che rimane pur sempre una traversa di corso Roma. Le luci del quartiere sono smorzate. Un signore al balcone.
“Non stiamo più nei panni”, dico. “Eh, vedo”, risponde.
Senza contare che siamo al primo anniversario di Cremona. L’abbiamo commemorato come si deve, col minutaggio dei caselli nel quadrante dei ricordi.
La prelazione per gli abbonati dovrebbe garantirmi tranquillità. Guido è stato ai botteghini martedì mattina e c’erano dieci persone. Lello passa da casa che sono le quattro e fa un caldo geometrico. Come per rievocare. Due piccoli agglomerati in fila. Rispettivamente Curve e Tribuna Est. Voci sommesse e paragoni: l’anno scorso, per l’andata con la Cremonese, la fila arrivava lì. Un dito indica. Alcune teste si girano. Caspita, lunga. Vado avanti, provo a seguire le operazioni dell’impiegato nel suo gabbiotto di cemento. Origlio, ma senza volontà, il discorso di due giovani in prima linea. “Ti ricordi con la Cavese? La fila arrivava al marciapiede di fronte”. La testa va all’indietro, come la Carrà. Torno al mio posto. Alle spalle di Lello c’è un signore solitario, che ha parcheggiato la macchina a meno di un metro. Che, a ben pensarci, avrebbe potuto fare la fila direttamente dall’abitacolo. Dietro di lui, tre ragazzi nuovi, appena arrivati. E, come per un rito benaugurale, appena si posizionano, si lanciano nell’amarcord come fiori nello stagno. “Ti ricordi Foggia-Avellino? La fila arrivava al bar”. L’Età dell’Oro delle file allo “Zaccheria” tende a riavvolgersi su sé stessa come un nastro trasportatore. Decido di imbastire un ragionamento, di far partire una chiacchiera a caso, pur di evitare di ascoltare della fila di quel Foggia-Juventus che si trasformò nella più gigantesca rissa amichevole della storia. Di ascoltare ancora quella storia. O di essere costretto a raccontarla. Così viro sui limiti del calcio moderno: Nome, cognome, lettore ottico per i dati supplementari, e tutto questo tempo perso per sole venti persone da sbrigare. Assurdo. Un tempo non era così. Ma non sembrano interessati. Tutti puntano l’obiettivo, nessuno annuisce neppure. La fila per la Tribuna Est, in ossequio al trasformismo di questi giorni di campagna elettorale, diventa improvvisamente valida anche per le Curve. E la nostra si spezza in due. A ridosso del giovanotto al lavoro, scopriamo che le casse sono a corto di spiccioli per il resto. Che il biglietto – che costa 10,00 – con la prevendita del 10% viene 11,50.
Ma che razza di prevendita se siamo al botteghino? Non esiste, come concetto morale, che il botteghino dello stadio si avvalga della prevendita. È ovvio che quel pre non vuol dire letteralmente prima (altrimenti ogni biglietteria farebbe prevendita). Ma segnala il servizio improprio: il bar, la ricevitoria, l’erboristeria fanno prevendita. Non lo stadio. E poi: che razza di 10% su 10 euri fa 1 euro e 50 centesimi?
Rumoreggia, la plebe. Nome, cognome e data di nascita. Sono ad un passo dal traguardo. Sento la richiesta ripetuta ossessivamente, compulsivamente, meccanicamente, dall’interno del gabbiotto. Come ad un posto di blocco della polizia, ad una dogana. È incredibile pensare a come cambiano certe cose. E a quanto in fretta ci si abitui. A come certe domande riconducano a certi ambiti. Ed a come gli ambiti, senza averne la precisa percezione del mutamento, mutino. E ce li ritroviamo qui, mutati, tra i piedi. Ormai ci siamo.
Un vecchietto arriva sferragliando in bici. Si incuriosisce. Rallenta. Poi si ferma. Approfitta del primo sguardo benevolo che gli giunge dalla fila, in costante ricomposizione. E affonda la domanda: “Che c’è una partita?”.
Beata incoscienza, o rabbia! Ma è mai possibile che esista ancora gente così? Noi siamo qui a consumarci le nocche in assenza di unghie fertili, e questo gironzola per la città ignorando che, dopo una rincorsa che te la raccomando, domenica andiamo ad assaltare la cadetteria… Mi rifiuto di crederci: ma di cosa vive sta gente? Boh, magari di ciclismo… Anche se, a ben pensarci, ha scoccato la domanda mentre su Rai Tre Auro Bulbarelli sta commentando Il Giro all’arrivo. Recito il nome e cognome di mio zio, che ha pensato bene di prenotare quattro abbonamenti a nome suo, invento una data di nascita (che si rivela sbagliata, ovviamente, il calcolo combinatorio non è mica una scemenza), ed ottengo il biglietto. Un piccolo passo per l’umanità.
L’elenco consta di diciassette persone, se non vado errato. La bandiera catalana ondeggia al vento assente. “A che ora inizia la partita?”, “Alle quattro”, “Alle quattro? Ma che cazzo dici?”, “Oh, i playoff cominciano tutti alle quattro”. Qualche secondo per realizzare che non di Foggia-Benevento mi si chiedeva. Ma di un Barcelona-Manchester United che, secondo gli esperti, dovrebbe assegnare la Champion’s. Pensare che l’ho visto nascere, questo Barca. Al Nou Camp, all’epoca del Wisla e dei preliminari. Ne è passato di tempo da Foggia-Barletta di Coppa Italia. Un vodka-lemon e passa la paura.
750 biglietti venduti in tre ore, in quel di Benevento.
Diverse scazzottate nei bar, in quel di Foggia.
20/05/09
Luterano (in risposta a certe considerazioni appropriate)
di Lobanowski 2
Facile parlare di presunzione. Facile, troppo facile, dire che sono io quello che non va. Che non accetta, non si apre, si ghettizza in un fanatismo autoreferenziale e, tra l’altro, immotivato.
Perché non c’ero a Castrovillari e neppure a Sant’Anastasia.
Ma io la vedo diversamente. E uso termini differenti.
Uno su tutti: disciplina. Sono uno disciplinato, io, specie nella pratica della coerenza.
E non vedo perché mai dovrei applicare ad altri soglie di tolleranza che non applico alla mia persona. In altre parole: perché dovrei essere buono e accondiscendente con gli altri, mentre con me sono cattivo ed esigente?
Due anni fa Foggia si imbandierava. C’era la finale playoff ad Avellino e, in casa, avevamo vinto uno a zero. Io scrivevo: “Mi si domanda, da più parti, se sotto sotto sono felice che il Foggia stia lottando per la promozione. Non lo so e quando lo saprò non lo dirò. Di sicuro non correrò ad abbonarmi ad agosto, non farò il mio ritorno sugli spalti a promozione ottenuta. Sarebbe in contraddizione con ciò che sento e che ho sempre teorizzato: se non si è respirata la lava incandescente degli inferi, non si ha il diritto a godere. Neppure del purgatorio”.
C’è un link che vale da prova, questo, datato 11 giugno 2007.
http://illaerte.ilcannocchiale.it/2007/06/11/la_conquista_del_purgatorio.html
Avevo mollato molto prima, per ragioni che non avevano e non hanno nulla a che vedere col gioco del calcio. Mi ero defilato, coltivando nel privato una passione che era stata feroce e mi aveva portato a fare cose di cui mi ero pentito. Non mi divertivo più.
Fatto sta che la trasferta d’Avellino era vietata. Non ci sarei andato comunque, ma non per chissà quali motivi romanzeschi. Ad Avellino c’ero stato altre volte, nella mia prima vita da curvaiolo. Una volta, con l’incoscienza dei 15 anni, persino d’estate, per un’amichevole. Senza scorta, direbbero quelli che di se stessi fanno biografia. No, ad Avellino non ci sarei andato per coerenza.
Gli altri – da Lello a Gianni, che quel campionato e la C2 li avevano seguiti – lo sapevano. Se il Foggia fosse riuscito nell’impresa di tornare in B, non avrei neppure esultato. Non avrei mosso un dito, non avrei fatto trasparire nulla. E l’anno successivo, avrei bucato il grande passo di tornare allo stadio. Perché sentivo che non mi meritavo il posto sul carro dei vincitori. Neppure a cascione. I vincitori erano altri: i miei amici che erano scesi a Paternò, a Gela, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Ragusa, a Marsala. Loro si, avrebbero dovuto festeggiarsi.
Si issò la bandiera fuori. Tiziana aveva preparato una torta. Angelo continuava a ripetermi: “Non ci credo, non ce la farai. Dovesse segnare il Foggia, farai come hai sempre fatto, come quella volta in incognita a Tivoli”. No, garantivo. Non ho alcun merito. Non merito alcuna festa. Perché il mio cervello – rimbambito da una coerenza di stampo luterano – ragionava (e ragiona) così. Non come i cattolici, che vanno a confessarsi e lavano le macchie.
Poi Rivaldo, al minuto 90 e passa. E il castello di carte che crolla. Ricordo le facce degli altri. Non passava più. Poi un signore in macchina, di ritorno dallo stadio (dove avevano trasmesso la partita su maxischermo), che vede la nostra/loro bandiera, ancora issata, e ci fa, ironicamente: “Ancora? Perché non la togliete…”. E un secondo, e poi un terzo. Tutti con lo stesso messaggio. Al quarto scatto e per poco non si arriva alle mani. Quello si ferma, litighiamo, ci sfanculiamo.
Cazzo, non posso sopportare che questa gente senza etica, senza principi (luterani o no), debba entrare ed uscire con tanta serenità dalle stanze che a me costano fatica e lacerazioni. Vaffanculo. Li odio gli occasionali. E per occasionali non intendo solo quelli che allo stadio vanno cinque volte in dieci anni, come se andassero a teatro. Occasionali, per me, sono anche quelli incapaci di soffrire come soffro io. Autoreferenziale, ancora una volta. Lo so, ma sto facendo outing. Quindi mi sia concesso.
L’anno successivo, che poi sarebbe l’anno scorso, approfittando di un intreccio narrativo, di un caso della vita, sono tornato allo “Zaccheria”. E per poco non mi è venuto da piangere. Ricordo che c’era il Foligno, contro. Ed io non riuscivo a staccare gli occhi dai gradoni. Ripassavo i volti, le posizioni dei gruppi. Quella vita da cui mi ero auto-espulso prima dell’espulsione. Non era ancora ritorno di fiamma. Ma ci ero vicino. Il Foggia vinse 2-0. Poi ci fu la scampagnata di Manfredonia. E mio padre a tavola si aprì come se parlasse ad un tossico: “Guarda – mi disse – che se ci torni, ci ricadi”. Riportai l’aneddoto agli amici. Ridemmo. E mio padre ebbe ragione.
Durante l’interminabile fila ai botteghini per la prima semifinale con la Cremonese, ero dalle due all’altezza del marciapiede del piazzale. Davanti a me, una fila interminabile e aggrovigliata. Di fianco, alcuni esponenti della Nord e della Sud che urlavano frasi di scherno: “Tifosi da playoff! Questo siete!”. Non dimentico la vergogna che ho provato, come i romani alle Forche Caudine: io, preso per un occasionale. E quel che è peggio, la mia etica luterana che dai recessi mi diceva che era giusto, che meritavo totalmente quella piccola/grande umiliazione.
Poi Cremona. I chilometri dell’espiazione.
Per me il Foggia non è tutto. Nessuno, neppure tra i più indemoniati, lo crede realmente quando lo scandisce allo stadio. E non è neppure una fede a punti. Per me il Foggia è una passione bruciante, che sa di passato remoto e di futuro prossimo. Non ho mai perdonato a me stesso d’averla mollata – quella maglia – nell’inferno della C2. Ma non potevo fare altrimenti, perché mancavano dei presupposti. Mancava il gruppo, era svanita la voglia di cazzeggiare. Ma, in realtà, è sempre rimasta dov’era. E se qualcuno pensa che è stato perché non volevo scendere a Castrovillari o a Cosenza, beh, proprio non mi conosce. Anche perché a Cosenza ci ero già stato. E non tanti più di trenta eravamo, pure allora. Così come a Salerno, ma insomma basta! Il punto che volevo evidenziare, in questa prima settimana di passione, al cospetto dei reduci che giocano a tirarsela e degli occasionali che s’atteggiano a inossidabili lastre di fiducia, è che io – con tutti i limiti della soggettività e tra mille contraddizioni – rimango onesto con me stesso e con gli altri. E quando dicevo che non avrei festeggiato perché non lo meritavo, lo credevo. Alla stessa maniera oggi, per pudore, vorrei che fossero altri a non festeggiarmi sotto il naso.
Facile parlare di presunzione. Facile, troppo facile, dire che sono io quello che non va. Che non accetta, non si apre, si ghettizza in un fanatismo autoreferenziale e, tra l’altro, immotivato.
Perché non c’ero a Castrovillari e neppure a Sant’Anastasia.
Ma io la vedo diversamente. E uso termini differenti.
Uno su tutti: disciplina. Sono uno disciplinato, io, specie nella pratica della coerenza.
E non vedo perché mai dovrei applicare ad altri soglie di tolleranza che non applico alla mia persona. In altre parole: perché dovrei essere buono e accondiscendente con gli altri, mentre con me sono cattivo ed esigente?
Due anni fa Foggia si imbandierava. C’era la finale playoff ad Avellino e, in casa, avevamo vinto uno a zero. Io scrivevo: “Mi si domanda, da più parti, se sotto sotto sono felice che il Foggia stia lottando per la promozione. Non lo so e quando lo saprò non lo dirò. Di sicuro non correrò ad abbonarmi ad agosto, non farò il mio ritorno sugli spalti a promozione ottenuta. Sarebbe in contraddizione con ciò che sento e che ho sempre teorizzato: se non si è respirata la lava incandescente degli inferi, non si ha il diritto a godere. Neppure del purgatorio”.
C’è un link che vale da prova, questo, datato 11 giugno 2007.
http://illaerte.ilcannocchiale.it/2007/06/11/la_conquista_del_purgatorio.html
Avevo mollato molto prima, per ragioni che non avevano e non hanno nulla a che vedere col gioco del calcio. Mi ero defilato, coltivando nel privato una passione che era stata feroce e mi aveva portato a fare cose di cui mi ero pentito. Non mi divertivo più.
Fatto sta che la trasferta d’Avellino era vietata. Non ci sarei andato comunque, ma non per chissà quali motivi romanzeschi. Ad Avellino c’ero stato altre volte, nella mia prima vita da curvaiolo. Una volta, con l’incoscienza dei 15 anni, persino d’estate, per un’amichevole. Senza scorta, direbbero quelli che di se stessi fanno biografia. No, ad Avellino non ci sarei andato per coerenza.
Gli altri – da Lello a Gianni, che quel campionato e la C2 li avevano seguiti – lo sapevano. Se il Foggia fosse riuscito nell’impresa di tornare in B, non avrei neppure esultato. Non avrei mosso un dito, non avrei fatto trasparire nulla. E l’anno successivo, avrei bucato il grande passo di tornare allo stadio. Perché sentivo che non mi meritavo il posto sul carro dei vincitori. Neppure a cascione. I vincitori erano altri: i miei amici che erano scesi a Paternò, a Gela, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Ragusa, a Marsala. Loro si, avrebbero dovuto festeggiarsi.
Si issò la bandiera fuori. Tiziana aveva preparato una torta. Angelo continuava a ripetermi: “Non ci credo, non ce la farai. Dovesse segnare il Foggia, farai come hai sempre fatto, come quella volta in incognita a Tivoli”. No, garantivo. Non ho alcun merito. Non merito alcuna festa. Perché il mio cervello – rimbambito da una coerenza di stampo luterano – ragionava (e ragiona) così. Non come i cattolici, che vanno a confessarsi e lavano le macchie.
Poi Rivaldo, al minuto 90 e passa. E il castello di carte che crolla. Ricordo le facce degli altri. Non passava più. Poi un signore in macchina, di ritorno dallo stadio (dove avevano trasmesso la partita su maxischermo), che vede la nostra/loro bandiera, ancora issata, e ci fa, ironicamente: “Ancora? Perché non la togliete…”. E un secondo, e poi un terzo. Tutti con lo stesso messaggio. Al quarto scatto e per poco non si arriva alle mani. Quello si ferma, litighiamo, ci sfanculiamo.
Cazzo, non posso sopportare che questa gente senza etica, senza principi (luterani o no), debba entrare ed uscire con tanta serenità dalle stanze che a me costano fatica e lacerazioni. Vaffanculo. Li odio gli occasionali. E per occasionali non intendo solo quelli che allo stadio vanno cinque volte in dieci anni, come se andassero a teatro. Occasionali, per me, sono anche quelli incapaci di soffrire come soffro io. Autoreferenziale, ancora una volta. Lo so, ma sto facendo outing. Quindi mi sia concesso.
L’anno successivo, che poi sarebbe l’anno scorso, approfittando di un intreccio narrativo, di un caso della vita, sono tornato allo “Zaccheria”. E per poco non mi è venuto da piangere. Ricordo che c’era il Foligno, contro. Ed io non riuscivo a staccare gli occhi dai gradoni. Ripassavo i volti, le posizioni dei gruppi. Quella vita da cui mi ero auto-espulso prima dell’espulsione. Non era ancora ritorno di fiamma. Ma ci ero vicino. Il Foggia vinse 2-0. Poi ci fu la scampagnata di Manfredonia. E mio padre a tavola si aprì come se parlasse ad un tossico: “Guarda – mi disse – che se ci torni, ci ricadi”. Riportai l’aneddoto agli amici. Ridemmo. E mio padre ebbe ragione.
Durante l’interminabile fila ai botteghini per la prima semifinale con la Cremonese, ero dalle due all’altezza del marciapiede del piazzale. Davanti a me, una fila interminabile e aggrovigliata. Di fianco, alcuni esponenti della Nord e della Sud che urlavano frasi di scherno: “Tifosi da playoff! Questo siete!”. Non dimentico la vergogna che ho provato, come i romani alle Forche Caudine: io, preso per un occasionale. E quel che è peggio, la mia etica luterana che dai recessi mi diceva che era giusto, che meritavo totalmente quella piccola/grande umiliazione.
Poi Cremona. I chilometri dell’espiazione.
Per me il Foggia non è tutto. Nessuno, neppure tra i più indemoniati, lo crede realmente quando lo scandisce allo stadio. E non è neppure una fede a punti. Per me il Foggia è una passione bruciante, che sa di passato remoto e di futuro prossimo. Non ho mai perdonato a me stesso d’averla mollata – quella maglia – nell’inferno della C2. Ma non potevo fare altrimenti, perché mancavano dei presupposti. Mancava il gruppo, era svanita la voglia di cazzeggiare. Ma, in realtà, è sempre rimasta dov’era. E se qualcuno pensa che è stato perché non volevo scendere a Castrovillari o a Cosenza, beh, proprio non mi conosce. Anche perché a Cosenza ci ero già stato. E non tanti più di trenta eravamo, pure allora. Così come a Salerno, ma insomma basta! Il punto che volevo evidenziare, in questa prima settimana di passione, al cospetto dei reduci che giocano a tirarsela e degli occasionali che s’atteggiano a inossidabili lastre di fiducia, è che io – con tutti i limiti della soggettività e tra mille contraddizioni – rimango onesto con me stesso e con gli altri. E quando dicevo che non avrei festeggiato perché non lo meritavo, lo credevo. Alla stessa maniera oggi, per pudore, vorrei che fossero altri a non festeggiarmi sotto il naso.
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