11/11/13

Quel che c’era. Quel che c’è


Domenica 10 novembre 2013, Casertana-Foggia 0-0

Il cielo plumbeo. Finalmente. L’alternanza delle stagioni che rosicchia terreno ai luoghi comuni. A novembre a mezze maniche, no, è un concetto inaccettabile. C’è bisogno del freddo che ristora. Di felpe e giacche. E da quelle parti, il meteo porta addirittura tempesta. Il parcheggio del benzinaio è un punto di ritrovo adeguato. Picasso a noleggio con gli sportelli aperti e lo stereo a 30. Pizza e birra casuals. Con allegata pipì sul reticolato al limitar della campagna. Lo scempio dell’Hotel President sullo sfondo. Oh, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé, alé Foggia alé. Rispetto.

Nel petto e nella testa di ognuno di noi ardono ancora le torce. Quella curva come un galeone in fiamme, in lotta con le onde della bufera. A vincere la morte. Nei discorsi, Matteo è presente. La sua voce risuona nei racconti, negli aneddoti. Che ci rendono migliori senza farci tristi. D’altronde, stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto assieme: seguire quella maglia nelle sue disperanti avventure. Anche se non è detto che riusciremo a vedere all’opera i nostri semisconosciuti eroi. Anzi, a dircela tutta, la possibilità di essere respinti non la quotano neppure più. Eccesso di giocate anomale. Ci siamo visti presto, ma è meglio mettersi in marcia. Tanto succede sempre qualcosa. Veleggiare verso la Campania ha ogni volta un che di particolare. Affascina e limita. E non è solo geografia. Quando si scala la A14 o si declina verso la Calabria, l’impressione che se ne ricava è quella di scivolare sull’Italia e la sua vasta complessità. Quando si imbocca la Candela, invece, gli spazi si stringono d’incanto. Forse per l’obbligo di fare l’autostrada, forse per la mancanza di statali. Ma si vede il Vesuvio in fondo. E l’asse cartesiana dello spazio si zippa. Lacedonia è ancora Daunia, Vallata è già un altro mondo. A Grottaminarda si ha la percezione di essere arrivati. Ed Avellino è dietro l’angolo. Eppure, quando si deve calcolare il tempo necessario, da queste parti si utilizzano sempre i parametri del Clp. Ma le macchine non sono pullman. Neppure la nostra, a gas, che tossisce e fatica sulle salite. Freccia a destra e area di servizio Irpinia. Un’icona della Vergine brandita a mo’ di ombrello per giapponesi, guida una comitiva di pellegrini verso un Gran turismo addormentato sul retro. Pienone di viaggiatori a dividersi brioche. Per noi, bagno e tramezzini. Il frigo. Peroni a 3,10, Ceres piccola a 3,70. Sono queste le cose che fanno vacillare i convincimenti. Ladri da autogrill. Notizie da Salerno. Partita sospesa e scontri. Le conseguenze della politica dei Questori Superstar. Sorridiamo. Non è una bella cosa augurarsi la morte del calcio, ma da qualche parte bisognerà pur riprendere il filo. Rompere il giocattolo per ridare un senso alle cose. Anche se sappiamo per esperienza che quel che sta accadendo a pochi chilometri da qui, otterrà il più classico degli effetti opposti. Si parlerà di calcio in ostaggio degli Ultras. Magari si invocheranno, appronteranno e applicheranno nuovi e sofisticati metodi di repressione. Ma, per ora, sorridiamo. Del punto di non ritorno. E di chi sta dimostrando – nel modo che i giornali riterranno sbagliato e criminale – che il calcio è della gente. E senza la gente, c’è spazio solo per il teatro.

Fuori a fumare. Si, il cielo è plumbeo. Più plumbeo di prima. Ci piace. Oltre quella siepe c’è il “Partenio”. Altre storie. Fantastichiamo. Perché ci piace fantasticare. Finché una voce pacata non annuncia pacatamente che una delle vetture del convoglio ha problemi all’iniezione. Ormai non ci facciamo più caso. Siamo la Crociata dei pezzenti. Testa bassa e pedalare. A velocità contenuta. Il cartello che ci sorprende di più proclama lo svincolo per Caserta a 22 chilometri. Serpeggia scetticismo. Si paventa una misura drastica della contro-propaganda. Invece, Nola. Direzione Roma. Siamo arrivati davvero. L’autostrada costeggia Caserta verso Ovest. Lo stadio è ad Est. E piove, a secchiate. È tutto così dannatamente perfetto che viene quasi da commuoversi. Per giungere al settore ospiti dovrebbe sbucare, da un momento all’altro, l’uscita per Maddaloni. La strada statale che sopraggiunge da Napoli ed entra in città. Invece, l’uscita si rivela una pia illusione e, dinanzi alla scelta tra casello e casello, ovviamente, sbagliamo. Avessimo optato per Caserta Sud non saremmo in fila ai margini della carreggiata sotto il diluvio sottile. Circumnavigare la città. Mentre telefonicamente ci preparano la psiche allo sbarramento delle forze dell’ordine che troveremo. Ci inoltriamo. Il satellitare stima in sette minuti l’arrivo. Ma lo scetticismo è un vezzo duro a morire. “Questa non è ancora Caserta”, sentenzia qualcuno dal sedile posteriore. E reitera il suo mantra ad ogni curvone. “Hai presente quella cosa lì?”, “Eh”, “Ecco. Quella è la Reggia. Se si chiama Reggia di Caserta un motivo ci sarà, convieni?”. Ci siamo quasi. La partita, prestando fede agli orari predefiniti, è cominciata da qualche minuto. C’è ancora gente in fila per entrare. I vigili urbani ci danno il benvenuto e ci teletrasportano fino al drappello della polizia di Stato. Alle cui cure ci mollano. Oltre questo muro, s’odono cori. Noi, fuori, ripetiamo la recita del muro contro muro. Il dirigente è irremovibile. Come a Cosenza, come a Messina, come a Melfi. Ma stavolta si fa più profonda la breccia. Non è solo questione di “rapporto col pubblico”, di fare la faccia garbata, di mantenere calmi gli animi. Poliziotto buono. Non c’è solo un agente che “dipendesse da lui” ci farebbe entrare. Stavolta è un fare a capirsi. “Se ci fate entrare vi fanno un mazzo così, ci è chiaro”. L’inflessibilità dei divieti è come il Cristianesimo delle origini. O come la religione presso i Greci. In un Olimpo deresponsabilizzato, entità astratte temono il precedente. E sono disposte a comminare daspo e punizioni al primo segno di frana. Queste divinità non si pongono neppure il problema di comunicare con gli esecutori. Li ispirano. Una messinscena ben peggiore di quella per cui i Nocerini finiranno, stasera e domani, sul banco degli imputati di un’intera nazione. “Girate le macchine e andatevene”. La stanchezza nel tono è già più di un manifesto programmatico. Manca il “Per favore, che abbiamo famiglia”. E saremmo in pieno Pasolini. Nel mese di novembre, oltretutto. Capita l’antifona. Il tempo di lanciare un paio di cori al vento che, libero, sorvola gli ingressi blindati e presidiati. Lo striscione per Matteo. Anche i Casertani ne hanno fatto uno. Onore a loro e a chi, ancora, fa venire voglia di giocarlo per bene, questo gioco dell’Ultras. Un coro contro la Tessera. E l’ispettrice con la ricetrasmittente fa la sua comparsa. Ordina una volante come al Pizza taxi una Margherita con gorgonzola. Ma sono tutte donne – oggidì – gli ispettori di polizia? Una macchina bianca e verde con la sirena si offre di farci strada fino allo svincolo per la Napoli-Bari-Pescara. O è la polizia tedesca in trasferta vietata, o la Protezione animali. La carovana si muove. Tra le grate e sulla sommità della gradinata, la gente si sporge a guardarci andar via. È durata poco. Come tutte le cose belle.

Frazione di Frigento

Il cellulare di nuova generazione esegue il Buffering con lodevole solerzia. Fuori, il paesaggio scorre via autunnale. Il Foggia è piccolo, sullo schermo. La Casertana, proporzionata. Zero a zero. Un tempo c’erano le radiocronache. Un tempo c’era pure Bim, bum, bam. Inutile pensarci. La consueta birra post-partita, stavolta, rischiamo di farla atterrare sul fegato a gara ancora in corso. Come a Melfi. Inutile pensarci. La Picasso a noleggio è un puledro onnivoro che vorrebbe divorare l’asfalto. Lo teniamo a freno col la sola forza del pensiero. Da una macchina all’altra, ci comunichiamo i reciproci desideri da terzo tempo. “Grottaminarda no. Un posto più bello. Un bel bar”. Così ci inerpichiamo. E i contorni del parabrezza diventano bosco. Cinque chilometri appena, in apnea. E la connessione salta. Dannazione. Mancano dieci minuti. Da quel che abbiamo visto, non si è tirato in porta al “Pinto”. “Vi andrebbe bene il pareggio?”, “Assolutamente si”. Dritti per Frigento. Pioviggina. Perfetto. La frazione si chiama Carpignano. 612 metri sul livello del mare, duecento abitanti. C’è il santuario della Madonna. C’è l’inverno. Parcheggiamo. Il locale è bello. Domenicale. Sembra quello di Schiava di Tufino, svariati anni orsono. “Attenti al lupo” dietro al bancone, tra le bottiglie e le cartoline. Un certo reciproco imbarazzo. Sciolto nel Jack Daniel’s e nelle Budweiser. E dal flipper, ritenuto ormai gioco d’azzardo. L’Avellino è in B. Non ci sembra vero. In chiesa si recita il rosario in codice. Attorno al nostro nucleo di fanatici, cala la sera. Non ne vale la pena. Oggettivamente, scarpinare così, investirci soldi e impegno. Per essere spediti indietro con un repentino movimento del capo. Oggettivamente, però, noi non siamo l’emblema dell’Oggettività. E il calore della compagnia al decrescere della temperatura circostante, la latente consapevolezza della nostra diversità, la maniera assurda che abbiamo trovato per riempire il nostro tempo interiore, sono sensazioni sensazionali. I pensieri virano al cupo variabile. Ma quando la strada riprende a scendere, dalla macchina che ci precede giunge una telefonata: “Oh, ragazzi, su le mani, che dobbiamo fare un coro”. Viene potente. E ricominciamo a ridere. Senza chiederci più nulla.

09/11/13

La trasferta più lunga



Quando ricevi certe notizie, la prima cosa che ti viene da esclamare è: “Stai scherzando?”.
Una domanda istintiva, stupidissima. Come se fosse perfettamente normale che qualcuno possa divertirsi ad annunciare una tragedia. Ma lo metti in conto all’indole. L’incredulità è una forma di resistenza umana dinanzi all’orrore. E la morte rientra – tra gli orrori – in pieno.
Così, cominci a fare telefonate, ossessivamente, freneticamente. Anche se tutti i tasselli combaciano alla perfezione e non lasciano spazio ai dubbi. O al fiato. Quando l’evidenza è contro di te e la tua sciocca speranza di sfuggire. E resti incredulo. Ti lasci sopraffare da un senso d’emergenza, di straordinarietà. Il giorno non è più lo stesso giorno, la via in cui ti trovi non è più la stessa via. E la gente attorno svanisce. Perché non sa e non partecipa.
E ti salgono alla mente i ricordi.
Ho pensato a Napoli. Al Vomero. Alla volante della polizia che mi scarica nello spiazzo del casello, dove i pullman e i furgoni sono, nella prematura sera autunnale, illuminati a intermittenza dai lampeggianti delle camionette. A quell’abbraccio inatteso. Alla sincerità di un’empatia che superava i ruoli, le pose, le mode. “Cazzo, mi dispiace!”. E null’altro da aggiungere. Se non sdrammatizzare. Perché anche saper sdrammatizzare, in un mondo che oscilla pericolosamente, perennemente, sul baratro del fanatismo, è una dote preziosa. Ti conserva umano. Ti porta a relativizzare. Eppure giochiamo seriamente, noialtri. È complicato capirci, nei nostri apparenti deliri di onnipotenza. Nei nostri discorsi sull’onore e la supremazia. Nei nostri scazzi. E sapere che c’è qualcuno che – nella semplicità dell’atteggiamento, in uno sguardo canzonatorio o nel doppio fondo di un mezzo sorriso – ti ricorda che, alla fine, stai giocando, è vitale. Ti mantiene sulla terra. Ti riporta ai bisogni autentici, ti restituisce i valori.
C’è una dose di egoismo anche nel dolore. È il tuo mondo che intendi conservare quando scuoti la testa e ti ripeti che non è possibile, che sembra ieri che stavamo lì a discutere dello striscione in Sud, del gruppo o del passaggio dei Pescaresi su Viale Ofanto. Ti aggrappi con le unghie al terreno che scivola sotto i piedi. Mentre il passato si spopola, lasciandoti solo con un presente che, più lo guardi, più non ti somiglia. Che non ha i contorni di città in cui sei cresciuto. Matteo era in balaustra. E cantava forte. Per spingere la squadra. Tu eri un ragazzino e volevi imitarlo. E lo seguivi, come logica conseguenza. Dapprima in casa, rispondendo al suo incitamento. Poi in trasferta, con le migliaia di lire per un bigliettino con un numero che corrispondeva al tuo nome. Sul pullman o sul treno speciale. Tutto qui. Semplice. Elementare. Come dev’essere.
E ti ritrovi dentro un universo parallelo governato dalla passione, quando qualcuno ti ci traghetta. E ti accorgi che non è poi così sciocco cantare a squarciagola per quelle maglie in campo. Non è disdicevole , né imbarazzante. È magnifico.
Eppure, c’è stata gente che questo passaggio non te l’ha mai fatto vivere come un rito iniziatico, come roba da massoni. Beh, è a questa gente che bisogna riferirsi quando si parla di “vecchio stampo”. E quando questa gente viene a mancare, manca sul serio.
Il fuoco di decine di torce. Come quando non era proibito.
Le teste da una parte all’altra dei gradoni. Come quando non si era in quattro gatti. E lo stile contava tanto quanto. Le mani al cielo. Tutti. Un solo striscione, un solo nome. Quello a cui dobbiamo quel che siamo, in un modo o nell’altro. Il coro: Come i vichinghi re dei mari. E non ho pensato più all’sms del primo dell’anno, quello con cui ci auguravi serenità e felicità; né alle lavate di testa ai giocatori negli spogliatoi; né a quella volta coi giornalisti; né al fatto che no, non mi sei mai sembrato cambiato dal Novantuno. “Insò, Mattè, come lo vedi sto Foggia?”. Ho fissato la foto sul carro funebre. Incredibile. Puoi non frequentarti per mesi. Ma sapere che le persone ci sono, è un’assicurazione sulla vita. L’ultima volta ci siamo incrociati di sfuggita. Non mi avevi visto. “Buon lavoro, Mattè”. E mi hai risposto voltandoti di scatto, col sorriso di chi sa che – oltre ogni divergenza scaturita dal gioco di quel mondo parallelo in cui quelli come te ci hanno traghettato – sono queste le cose che contano. Il rispetto, l’onestà, la sincerità. Come i vichinghi re dei mari. Ed è salito il magone. E la rabbia. Per la tua vita, per i tuoi figli, per la tua famiglia. Per come è andata. Per come non doveva andare. Ma anche per noi tutti. Uno accanto all’altro in quella che era la nostra casa. Così presi dalla gara del chi è migliore da dimenticarci che, uniti, siamo uno schianto. Così coinvolti nelle nostre esistenze separate da dover attendere la morte di uno di noi per ritrovare il senso di ciò che ci legava. Questo, come capita nelle famiglie, ci ha insegnato la tua morte orribile, Matteo.
Il dramma è che non impareremo proprio un bel niente.

Buon viaggio. Se esiste un Aldilà, di sicuro non avrà il prefiltraggio.

26/10/13

La normalità antecedente



Venerdì 25 ottobre 2013, Cosenza-Foggia 1-1

Dev’essere lo stesso per gli spazzini.
Dopo che passi gran parte della tua vita tra i vicoli, a riempire buste di lerciume, dimentichi che al mondo esistono pure le persone pulite. È una questione di prospettiva. Così, mentre l’ispettore brizzolato col cappello ci parla sforzandosi di mantenere la calma, e placidamente ci inviti a non farci “daspare”, ci sembra tutto assurdamente normale. Normale. Che dietro agli uomini in divisa brillino le luci dei fari, che oltre questo cancello metallico e il conseguente terrapieno di cemento armato, vi sia un settore ospiti. E un grande prato verde dove nascono speranze. Abbiamo completamente rimosso che un tempo era questo il motivo per cui si viaggiava. Si comprava un pezzo di carta da un omino chiuso in un cubicolo, come un prete al confessionale, e si varcavano velocemente gli accessi. E, una volta sui gradoni, si cantava, si sudava, si lottava. Per la maglia. O per la squadra, quando ancora la maglia non si portava. Adesso, questo onesto servitore dello Stato ci sta illustrando, con la cura di un buon padre che spiega il mondo a dei bambini neanche tanto discoli, che per il nostro bene è opportuno ruotare il muso delle nostre quattro macchine e puntarlo verso casa. Che di mezzo ci siano 60 o 600 chilometri, poco cambia. E a noi, che abbiamo sentito questo discorso altre tre volte in poco meno di due mesi, sembra già normale. Se non logico. Gli esseri umani si adeguano in fretta ai mutamenti. Dev’essere stato così anche per le specie sopravvissute alla glaciazione. Che ti guardi intorno e non vedi mammut e dinosauri, dopo che per una vita sono stati lì. E dopo cinque minuti, ti abitui. La vita va avanti.

In un parcheggio di un centro commerciale. Roba da Wolverhampton. La scelta tra due direttrici di volo. Una lunga e dritta, l’altra più breve e pittoresca. Anche nei saliscendi e nei lavori in corso. Optiamo per la seconda, ma ricorrendo al voto di fiducia. Tangenziale a uscire. Puntiamo sulla Basilicata più profonda. Abbiamo una scorta di birre a fare da apripista al più classico dei William Lawson’s. Ma siamo senza borse frigo. Così, l’accendino che funge da stappa bottiglie è costretto ad un superlavoro. Ascoli, Candela. San Nicola di Melfi. Il Foggia gioca di venerdì. Al covo, per stasera, preparano dolci e rum. È incredibilmente affascinante sapere di essere in luoghi diversi e concentrarsi, con la stessa dedizione, sui medesimi colori. Contribuendo a spingere quella palla in porta come e più degli undici in campo. Era così ai primissimi tempi del gruppo. O quando la brigata bolognese ci raccontava delle partite viste dal cinese. Seguire questa squadra di emigranti ed esuli sparpagliati nei bar di mezzo mondo, è come per due innamorati – nell’era pre-Skype – fissare la stessa stella. Noi siamo dei privilegiati. Noi ancora possiamo cullare il sogno di vederla dal vivo, quella maglia. Solitamente indossata da cessi col pedigree da cessi. No, non si dice così. S’è ripresa, questa squadra. Ha vinto in casa e poi a Messina, ha pareggiato con l’Ischia dopo aver dominato un tempo. Oggi va a far visita alla capolista. Speriamo gradisca. Ma in cuor nostro sappiamo di avere le stesse possibilità di entrare che avevamo sul traghetto per la Sicilia. Rionero, Istinto brigante, la sagoma solida di Castel Lagopesole. Prima sosta per la pipì a undici chilometri da Potenza. Riempiamo i plastici calici di whiskey e osserviamo. È un discreto plotone, questo che si allarga sul piazzale. La nostra, però, constatiamo non senza una punta d’amara tristezza, è la macchina più anziana. Trentacinque anni di media. Una cosa da deformare il ghigno al disgusto. C’è gente qua in mezzo che non lo conosceva neppure a Zuzzurro! Buttiamo giù la nostra razione di veleno, e ripartiamo. Titograd. Brienza. La nostra ram ci comunica impressioni di ottobre. Ci siamo già stati qui. Era il 2009. E tutto, dal cielo plumbeo al colore del pietrisco, ci sembra intatto. Sembra quel mattino. Una vita fa. L’orrore. Il WL è finito! È un attimo. La nostra vettura lascia sfilare il piccolo corteo. Le quattro porte si spalancano come per un assalto al portavalori. Tutti giù. E gli abitanti del mezzo si immergono fino al bacino nel frenetico viavai della Quinta Avenue. Ad un barista si spiega che il calcio non è più quello di una volta. Non è “quel che proviamo”. Mentre qualcuno punta una Sigma che, in realtà, è un vivaio. Dio benedica sempre quei frangenti in cui ci si perde. Perché ritrovarsi è strano. Nell’abitacolo ricomposto fanno capolino, nell’ordine, un Bellmore impacchettato e un pizzico di vanagloria. “La ragazza del negozio mi ha lasciato il suo numero”, “Davvero? Te l’ha scritto di nascosto?”,  “No, è sul bollino”. Sala Consilina si mostra a sinistra. Fa schifo come ogni volta. Calabria. La Sa-Rc sembra sgombera e lineare. Sembra un’autostrada. Il nuovo nettare apre dibattiti e comparazioni. Ad un certo punto, urlano tutti. E nessuno ascolta nessuno. Si spazia dalla Supporter Card agli Scotch, da Wikileaks al turismo religioso. Una babele al cui confronto i System of a down che piazza il pilota suonano docili alle nostre orecchie come la Royal Philharmonic. Ci ricompattiamo, senza essere venuti a capo di nulla, a 70 chilometri dalla meta. È buio, ormai. A detta dei navigatori che ci mobbizzano, arriveremo alle 20:11.

Cosenza , vista da qui e a quest’ora, sembra Potenza. Se non proprio Catanzaro. Svincoli a dismisura, palazzoni intesi come nuclei abitativi a sé stanti, isolati e conclusi. Eppure la ricordavamo bella. Le luci del San Vito sono fredde. Eravamo custodi di una memoria differente. Persino l’ingresso al settore. Ma erano altri tempi. Era la normalità precedente. Dai finestrini ci è passato accanto il botteghino. Le luci nel loculo di cemento comunicavano apertura. Il plotoncino di agenti che ci viene incontro e chiude a doppia mandata il cancello, tutt’altro. Il dialogo col dirigente è breve poco dinamico. Non resterà alla storia delle trattative. Più o meno come la Conferenza di Monaco. Noi diciamo quel che diciamo sempre, che vorremmo entrare a vedere una partita di pallone. Pagando, s’intende. Quello si stringe nelle spalle e risponde che no, non è possibile. Proviamo un paio di carte a sorpresa, ma non c’è sorpresa che tenga quando la controparte non è disposta a giocare. Quindi vabbé, ciao. La foto canonica, di spalle, con le pezze. No, non è una nuova moda. Noi non viaggiamo per riempire un album. O, peggio, ritenerci migliori di altri che non si mettono in posa fuori dai settori inviolabili. Se fosse questo il nostro intento, saremmo da ricovero coatto. Noi ci muoviamo con la speranza incrollabile di riuscire a varcare quelle soglie e vedere i nostri crossare, lisciare, spazzare l’area. Come certi malati terminali che organizzano le vacanze estive. Per far si che un briciolo di normalità antecedente seguiti ad imporsi nelle nostre esistenze. Plasmate anche su questo. E se il brivido – oggi come oggi – viene dalla mezzeria che finisce sotto la carrozzeria e dai chilometri che si inseguono sui cartelli, allora non badiamo a spese. Anche se fa male ammettere che così è riduttivo. Che sembrano lontani anni luce i tempi in cui allo stadio si poteva entrare. Ma è quanto di meglio abbiamo. E lo conserviamo gelosamente. Circumnavighiamo la città, rassegnati all’evidenza. C’è la diretta Raisport. Direzione Nord. La prima uscita ci annuncia che siamo prossimi ad un posto che si chiama Montalto Uffugo. Anche questa è poesia. Sapere che esistono luoghi sulla Terra che passano, in un clic della freccia e per una coincidenza del fato, dall’assoluta insipienza alla piena familiarità. Poesia. Una volata e ci ritroviamo, senza fiato, faccia a faccia col gestore di una pizzeria. Che stava chiudendo. C’è una saletta, a sinistra. Un televisore. Spento. Il pizzaiolo garantisce che anche loro stavano vedendo la partita. Ma non c’è bisogno di accattivarci. Siamo affamati e non desideriamo altro che mangiare. E vedere il Foggia. L’ispettore, allo stadio, ci aveva garantito che si fosse sul due a zero per il Cosenza. Come se fosse bastato quello, un risultato avverso, a farci desistere. Uno che ha paura di perdere non tifa per il Foggia, amico. Ordiniamo quattro, forse sei pizze con la nduja. È appena cominciata la ripresa. Uno a zero per loro. Pizze al tavolo. “Hai dell’olio piccante?”. Il pizzaiolo, che è calabrese e su queste cose non scherza, risponde (piccato): “Perché? Non è già piccante?”. Forse abbiamo fatto una gaffe, ma guai a tirarsi indietro: “No”. E piovono peperoncini, grandi come fragole. È una mattanza. L’urlo del pari su rigore è straziante. Sembra dire: sono qui a due passi, non possono sentirci. Anche nella grappa c’è il peperoncino. Offre la casa. A cerchio, brindiamo. Al pari in casa della capolista. Alla nostra forza d’animo. Alle battaglie perse. Agli altri al covo e ai foggiani che, in mezzo mondo, hanno urlato come noi al pareggio. Ai chilometri che ci separano da casa e a quelli che faremo la prossima volta. Alle rossonere. Il tempo di entrare in macchina. E resta sveglio solo l’autista. Ma è tardi per portare indietro le lancette del tempo e brindare anche a lui. Si potesse fare, torneremmo indietro all’epoca in cui si poteva comprare un pezzo di carta da un tizio chiuso in un cubicolo. E si poteva vedere il campo di gioco.

 

17/10/13

Casa sua


Ecco fatto. Bravi.
Cinque anni di daspo a quel medico che entrava con l’accredito da giornalista al campo sportivo.
Quello che durante l’ipocrita minuto di raccoglimento per le vittime di Lampedusa ha attirato l’attenzione dei presenti urlando che se fossero rimasti “alle case loro” sarebbero ancora vivi.
Cinque anni di interdizione dallo stadio. Con obbligo di firma.
Bravi. Bis. Avete creato il martire.
Avete  trasformato una spacconata figlia della voglia di protagonismo in un esempio.
Vi piace. Lavorare per emergenze, comminare punizioni eclatanti, aggiungere sempre nuovi capi d’accusa al già sovrabbondante carnet della repressione da stadio.
Senza possibilità di difendersi, senza avvocati difensori a recitare un copione. Daspo. Una lavata di mani degna del Prefetto di Giudea. Perché bisogna dare un segnale. E a voi piace dare segnali.
Anche se non si capisce più in funzione di che.
Lo stadio, certo. Un tempo il luogo della libertà assoluta, dell’aggregazione e della socialità senza vincoli o guardiani. Perché la polizia in curva non poteva entrare. Oggi – nell’epoca delle telecamerine rotanti e del controllo totale – il tempio dell’etica. Un’arena morale. Il lavacro d’ogni abominio. È all’interno degli stadi che siamo tornati a perdere quella maggiore età che detenevamo. E siamo tornati scolaretti. È all’interno dello stadio, più che in ogni altro posto canonico, che lo Stato – nella figura dei Prefetti, dei Questori, dei responsabili del reparto celere, dei finanzieri – è tornato ad imporre il suo ruolo genitoriale. Non più individui perfettibili, capaci di sbagliare (e pagare), ma comunque responsabili integrali delle proprie azioni. Ma minorenni costantemente sotto schiaffo, affidati in tutela alle grinfie dell’Istituzione, punitiva come il dio dell’Antico Testamento. Lo stadio è la casa del padre. Attorno al rettangolo verde, come attorno alla tavola domenicale coi parenti, i bambini devono filare dritto. Dire sempre “per piacere”, “grazie”, parlare solo quando interrogati e soprattutto comportarsi bene. Non c’è spazio per le cattive parole, gli insulti, gli attaccabrighe.
Fuori – tra poveri in guerra tra loro, precariato sottopagato, assenza di sicurezza e incertezza del presente – è il caos. La crisi, come la chiamano. E i suoi risvolti. Ma dentro, varcati quei tornelli, l’Italia del 2013 diventa l’Argentina del 1978. Solo che non c’è la Mondovisione. Non è a chi ci guarda da casa oltreconfine che dobbiamo dare un’immagine di efficienza e serenità. È a noi stessi. L’Italia vuole che gli Italiani si percepiscano così. Se una curva canta contro i Napoletani, la si chiude per “discriminazione territoriale”. Se si fischia un giocatore avversario di colore, si multa la società per razzismo. Se si accende un fumogeno, al reo si vieta l’accesso al campo e alle sue adiacenze per diversi mesi o anni. Lo Stato-padre non vuole che si oltraggi il dì di festa. Tutto deve andare dentro come se il fuori non esistesse. E il dissenso, qualsiasi dissenso, non deve più avere ragion d’essere.
Ora, si, capisco, sembra un volo troppo ardito, considerato il punto di partenza.
E invece no. Quello lì, il medico che va in televisione, è un signor nessuno. Un fascista, un giornalista, uno che avrà anche in vita sua definito “idioti” o “pseudo-tifosi” quelli che fanno le cose che facciamo noi di solito. Però, ragioniamoci, cinque anni di daspo sono una mostruosità senza capo né coda. Tanto valutandoli per quel che sono, come impedimento di assistere ad uno “spettacolo”. Ancor di più prendendoli per quel che rappresentano. Un Esempio, appunto. Tra quelli che esultano perché se l’è cercata e meritata, c’è qualcuno oggi che si sente più sicuro? Voglio dire, sicuro di poter esprimere quel che pensa in un agone pubblico? Eliminato il giornalista, nettata la coscienza – come se avessimo debellato il germe del razzismo spegnendo la voce, per quanto sgradevole, di un singolo razzista… oltretutto per procura sbirresca –, c’è qualcuno che si sentirà tranquillo nell’esternare le proprie convinzioni, sapendo di avere addosso gli occhi rotanti dello Stato-padre?
Direte: ma non è certo una novità! I romanisti che si girarono di spalle durante il lutto obbligatorio per Raciti, i fischi ai caduti di Nassirya. Furono puniti. Tutti puniti.
Certo. Ma nessuno di noi esultò. Si disse felice che il nostro Grande Fratello ci avesse messo ai ceppi. Abbiamo gridato all’assurdità di quella sfilza di provvedimenti relativi al reato di opinione. Perché l’opinione espressa dai repressi ci garbava, e questo ha reso il nostro urlo più automatico e sentito. Ma adesso che non ci piace, che si fa? Si dice che han fatto bene dalla Questura e ci prepariamo da soli la tagliola nella quale andremo a mettere la caviglia?
Parere personale, provo disprezzo per i razzisti. Per quelli espliciti e per quelli camuffati.
Ma trovo altresì indecoroso non considerare il contesto entro cui i meccanismi repressivi si autogiustificano nel nome di una pretesa, presunta idea media dominante. Non è a suon di leggi ad hoc e di provvedimenti folli che si combatte il pregiudizio. A suon di leggi e provvedimenti piuttosto si impone quel melenso, borghese, elitario Pensiero d’equilibrio, buonista e socialdemocratico; che s’ammanta di impegno laddove non cela nient’altro che indifferenza e superiorità. Ma l’Italia non è Fabio Fazio. E, a furia di mettere a tacere per decreto i bassi istinti, si finisce come certi aristocratici francesi, che seguitavano a frequentare i palchi dei teatri mentre fuori stava già fischiando il pentolone che li avrebbe spazzati via. Che prima o poi il ragioner Ugo Fantozzi tornerà a dire che “la Corazzata Potemkin è una cacata pazzesca!”. E beccherà novantatre minuti ininterrotti di applausi. E forse cinque anni di Daspo.
Ragion per cui, se posso permettermi, un consiglio: occhio ad annuire quando le Questure reprimono un pensiero. 

14/10/13

Lo Stretto in blu


Domenica 13 ottobre 2013, Messina-Foggia 0-3

Qualcuno sostiene che siamo pazzi.
Che dev’esserci per forza qualcosa di distorto, finanche di malato, in certi comportamenti.



La pancia del barcone è un hangar, solenne di pilastri come una chiesa di metallo. Gocciola e puzza di piscio, ferro, tubi di scappamento e acqua di mare. L’abside è un anfratto buio. I nostri tre mezzi residui sono spenti e chiusi a chiave, nascosti da un velo di nero incerto. È andata così. E un po’ ce l’aspettavamo. Ogni viaggio è un viaggio della speranza. Ogni villaggio di questo Paese è un’isola. Come la Sicilia. Ogni contrada ha le sue leggi, il suo modo di applicarle. Qui sono stati categorici. Bisogna fare marcia indietro. E gli altri si sono già issati lungo le ripide scale interne del traghetto di Caronte. Sono sul ponte, aria in faccia, pronti al movimento del cargo, a osservare la Calabria in avvicinamento. 16:40 l’orario previsto per la partenza. Ma alle 16:05 l’urgenza beffa i turisti ordinari. Dobbiamo lasciare questo posto e farlo in fretta, sorvolando sul protocollo della Compagnia. Siamo rimasti in due giù, nella pancia del traghetto. Il rumore dei motori in accensione è un basso che ruggisce costante. È frastuono. L’addetto in pettorina gialla precede l’addetto in pettorina celeste. Gridano qualcosa, lo si intuisce dallo sforzo e dal labiale. Ce l’hanno con noi, anche perché siamo gli unici abitanti dell’hangar. Ma sembrano cefali. O spigole. Non arriva che un suono confuso. Mi avvicino e quelli mi urlano in faccia. Con spirito di servizio e senza cattiveria: “Tutti fuori! Dovete uscire!”. Ma siamo appena entrati!, vorrei rispondere. Siamo stati respinti sul bagnasciuga, come non riuscì a Mussolini con gli Angloamericani. Provo a replicare, ma quelli insistono: “Siete voi i tifosi del Foggia?”. Mi guardo attorno. Giuro, non c’è altra anima viva in questo scenario di metallo già quasi sottomarino. Gli altri sono su, al bar o in bagno. Ormai rassegnati al buco nell’acqua e con la testa ai tanti chilometri del ritorno. “E allora dovete uscire, subito!”. Ma chi l’ha stabilito? “La polizia”. Ho il tempo per quantificare l’agitazione in distanze. Se aggiro il mezzo parcheggiato, imbocco la porticina a tenuta stagna e salgo le tre rampe, ci metto meno di un minuto. Se invece sfilo nello spazio fino alle fauci spalancate del mostro, alla terraferma, ce ne metto altrettanti. Opto per la seconda e mi avvio, a riveder la luce. Fuori, lo scenario del porto trasuda emergenza. Due camionette della polizia bloccano ogni varco. Gli uomini di pattuglia delle volanti, nervosi, sono più distanti. I turisti, in pantaloncini, magliette da rugby colombiane e le turiste in immaginifici vestitini corti e shorts, osservano senza comprendere. Il Comitato Centrale è rappresentato da tre individui. Due esponenti della digos di Messina e l’ispettrice in jeans, che coordina le operazioni. Al consesso è stato invitato anche un dirigente della Compagnia dei traghetti. Sono molto agitati. Molto. Soprattutto l’ispettrice. Sopraggiungo mentre il responsabile della Compagnia sta dicendo: “Se li faccio uscire, poi devono rifare il biglietto”. Il primo della digos incrocia il mio sguardo. “Che sta succedendo?”, chiedo. “Niente, niente”, s’affretta a rispondere, “Non è a voi”. Come sarebbe “non è a noi”? Ci hanno appena chiesto di fare dietrofront, di ritornare a terra! In un lampo intuisco. Questo traghetto “speciale” che sta per lasciare l’isola sulle ali dell’eccezionalità, è materialmente lo stesso che i Pescaresi stanno aspettando dall’altra parte, a Villa San Giovanni, per raggiungere la Sicilia. Per andare a Palermo. Dovessimo incrociarci nelle operazioni di sbarco/imbarco, l’effetto potrebbe essere una divertente festa patronale. L’ispettrice parla al telefono. Si allontana. Convoca i suoi. Rasentando l’isteria. A quel punto decido di rientrare e annunciare la lieta novella. Come un Evangelista. Come un discepolo. Ma gli altri – senza attendere – si sono riversati giù nella stiva. E avanzano. Nella mia direzione. I loro sguardi trasmettono rabbia e frustrazione. I loro gesti sono determinati. E penso che sia giunto, l’attimo. Quello in cui l’adrenalina entra in circolo. Quel momento eterno in cui il cervello si fa di anfetamine. E s’anestetizza. Mi viene fuori un sorriso sghembo. In ogni caso, non sarò venuto invano.

Prove a favore: il San Filippo è uno stadio grande, moderno, che ha fatto la serie A. Prove a discapito: nelle grandi città, di solito, il controllo poliziesco è più serrato e meno alla buona rispetto ai piccoli centri. Prove a favore: a Lecce siamo entrati. Prove a discapito: vabbé, che ne parliamo a fare. Sabrina ha finito di lavorare alle 5:20. Si sente sveglia e decide che guiderà per il primo tratto. Gli altri tre furgoni si allineano. Sfila la Puglia. Precede, come spesso accade, la Basilicata. E, in maniera inattesa, la Calabria. Che è lunga anziché no. Un paese dietro l’altro, comunità generate dalla stessa statale Ionica che rischia, ogni giorno, di farne strage. Bar, pizzerie, ristoranti. Il mare sulla sinistra. E cascate di peperoncini fuori dai chioschi. A Roseto Capo Spulico ci sono decine di sciarpe nel luogo in cui fu ritrovato, ucciso, Denis Bergamini. Ne onoreremo la memoria al ritorno. Ora abbiamo il tempo alle calcagna. La Salerno-Reggio è zeppa di interruzioni e lavori in corso. Da sessant’anni. O, forse, è proprio così che dev’essere. Dai ponti si scorge la Sicilia. In fondo alla scarpata, tra baie ricavate dalla roccia, le spiagge bianche sono punteggiate di bagnanti. Il display in macchina indica i 30 gradi. Ultimi chilometri allo svincolo per Villa San Giovanni. Il primo tratto di Sabrina è durato 570 chilometri. Un paio di inversioni azzardate e uno sguardo all’orologio. Manca un’ora al fischio d’inizio. Alla biglietteria dell’imbarco delle Ferrovie, ci comunicano che il prossimo traghetto partirà alle 15:45. Noi diciamo che veniamo da Foggia. Come se la risposta fosse la logica conseguenza di chissà che. La ragazza fa spallucce. Come la famiglia di Nazareth, cominciamo un frettoloso calvario tra i terminal. Finché non ci imbattiamo in una capanna. Il bue e l’asinello dietro allo spesso vetro ci alitano in faccia che tra dieci minuti si parte. E ci sparano un prezzo da furto. Bruceranno all’inferno. Presumo lo sappiano. I mezzi si incolonnano. Gli abitanti scendono a pascolare asfalto nel paese-imbarco. Qualcuno fotografa il mare. Ultimi romantici. Quando il traghetto attracca e spalanca sferragliando le sua interiora ad una volontaria ispezione autoptica, i professionisti del terrore principiano a lavorarsi ai fianchi gli sprovveduti. “Non ce la faremo mai. Il viaggio dura 40 minuti”. E se qualcuno prova a contraddirli, la risposta è invariabile: “Mo che vedi”. I profeti di sventura sono foggiani anche quando nascono in Slesia. A noialtri piace predire catastrofi che ci riguardano. E leggerne, sul volto degli altri, l’effetto che fa su di noi. Come allo specchio. È difficile da spiegare. Ma se Foggia fosse San Francisco, ogni giorno sarebbe il Big One. Sopra il blocco si frantuma. Tra ponte e bar. Una dozzina di incoscienti corre a comprare arancini con la stessa intelligenza di quelli che ordinano paella all’aeroporto di Barcellona. Ha fretta, la nostra stirpe. Sente la fine vicina. Da sempre. Al bar si fanno anche incontri interessanti. No, non quella col vestito blu. Quella è sposata e c’ha due figli, cazzo! Ma quelli che ci stimano e ci ammirano perché “noi di queste schifezze non ne facciamo”. Il rumore del mare è un taglio. Il Borghetti non ce la fa a risvegliarmi. Neanche le secchiate d’acqua in faccia. A terra ci aspetta la polizia. Inevitabile. Le segnalazioni saranno partite dal Continente. Messina è un curvone che trapassa il pontile di sbarco e sale. Scendiamo felici e pronti. Di Messina non vedremo altro. Ma non possiamo saperlo.

“Vi aspettiamo dalle due e mezzo”, dice il poliziotto della volante d’accoglienza. “Quanti siete?”, “Trenta, anzi trentuno, perché c’è anche una ragazza”. Suspance. I mezzi sul ciglio della strada. Il traffico sfila distrattamente per ascendere in centro. Il poliziotto sembra tranquillo e ben disposto. Sono quelli che non fanno carriera ad aspettare i ferryboat. Ci riferisce che è questione di minuti. Il tempo di sistemare il settore – anche se noi lo prenderemmo pure così, sporco e in disordine – e di organizzare la scorta. “Quanto dista lo stadio?”, “Cinque minuti”. Serpeggia insolito ottimismo. Una seconda e una terza volante sopraggiungono. Ma restano a distanza. Il plotone dei 30+1 si sparpaglia, si raggruppa in micro-comunità. Un furgone spento intercetta la frequenza della diretta dal San Felice. I minuti passano. E non succede niente. Se non radi dialoghi con i poliziotti buoni. Che sembrano impotenti. Sanno. Sanno più di quel che dicono. Poi, d’improvviso, l’assurdo. Giglio, di testa, su azione d’angolo. Il Foggia è in vantaggio. Gooooooooooolllll. Urliamo tutti. Mavafammok. Pensiamo. Sta squadra idiota. Con noi si intimidisce. Adesso, addirittura, sta vincendo a Messina. E noi siamo a due passi. E non possiamo vederla. “Lo fanno apposta, lo fanno apposta”, sussurra qualcuno, cattivo come un monaco a caccia di streghe. E propone il linciaggio. La mozione – che avrebbe vinto a man bassa – non viene votata solo per il sopraggiungere di due camionette. Che, a tenaglia sullo spartitraffico, sembrano nostre amiche come le truppe francesi a quelle tedesche sulla Somme. Siamo chiusi. E qui entrano in scena i tre del Comitato Centrale. L’ispettrice dice che no, senza biglietti non si va da nessuna parte. Gli altri le fanno eco: il botteghino ha chiuso all’una, nessuna eccezione possibile. Noi proviamo a scalare gli specchi siciliani, come quelli di Archimede. Si tenta la via dell’eccezionalità, tanto in voga presso le forze dell’ordine. Ma niente. A quel punto qualcuno sfodera l’arma segreta. E dice che siamo di Foggia. Questa cosa comincia a insospettirmi. L’uomo-digos fa spallucce. Non conosce la maledizione segreta nascosta in questa formula. Come me, del resto. Dire che siamo di Foggia equivale a “Per il potere di Grayskull!”. Fatto sta che non c’è spiraglio. E a noi non va di stare lì ore a discutere. Si gira il cozzetto. Si torna ai pulmini. L’uomo-digos ha anche detto d’aver provato a contattare i responsabili della società. Della nostra società. Ma che quelli non ne hanno voluto sapere. Meglio così. Le camionette organizzano un cordone sanitario per permetterci di ripercorrere i cinquanta metri a ritroso in tutta tranquillità (!). L’addetto all’imbarco fa sfilare il primo furgone. Poi alza la manina verso di noi, che seguiamo a ruota. Ci arrestiamo, con tanta fiducia nella sua professionale perizia. E guardiamo il furgone che è passato scivolare nel ventre della nave. E il portellone chiudersi, mentre quella cosa che galleggia si stacca dalla riva. Un nano-secondo di incertezza, poi tutti giù dalle macchine. Indichiamo il mostro che ha rapito i nostri amici. E l’afa diventa gazzara. Olè. Tutti noi contro gli sbirri. Tutti gli sbirri contro gli addetti. Tutti gli addetti contro i turisti. Tutti i turisti contro quello del meteo. Le pattuglie contro la celere. L’ispettrice contro la digos. L’Italia in venti secondi. Un gran casino senza responsabili. Perché le inflessibili ed eterne regole di un minuto prima, si volatilizzano cinque secondi dopo. Un digossino prova ad arginare le proteste annunciando che il prossimo traghetto partirà tra quaranta minuti. E lo dice come se fosse una cosa bella. Poi, vista la nostra reazione, manco fossimo poppanti, indica in mare una barca a caso e dice: “Eccolo! Eccolo! Quello è il vostro!”. Occhi stretti per lo stupore. Noi ci chiediamo tante cose. Tipo: ma perché non bloccarci all’andata, dall’altra parte, senza mettere in scena sta costosa pantomima? E soprattutto: ma a sto punto non era meglio farci vedere la partita? Ma ormai è tardi. E la legge – come ammettono anche loro – ogni zona d’Italia la applica “a modo suo”.

Dentro in tutta fretta.
La pancia del barcone è un hangar, solenne di pilastri come una chiesa di metallo.
Dall’altra parte, dunque, ci sono i Pescaresi. Ma questi sono furbi. Non lo ammettono. Sminuiscono. Corrono da una parte all’altra, si urlano ordini, per poco non si mettono le mani addosso. Eppure fingono serenità, come il Tg4 durante un colpo di Stato. Quando, però, le camionette s’imbarcano con noi, con un rumore di gomme assai simile ad un ingranaggio gigantesco, non si può più fingere che tutto vada bene. Si, ci sono i Pescaresi. Ma non ci saranno scontri perché “mica è una guerra”. Ehm. “Vorremmo farle presente, ispettrice, che un nostro mezzo, per vostra negligenza, è già in mezzo al mare. Come Capitan Findus, ha presente?”. L’istintivo dilatarsi delle pupille e la punta di pallore imprevista, oltre alla perdita istantanea del sorriso d’ordinanza, ci fa comprendere che no, questo non l’aveva previsto. E l’adrenalina dilaga. Nessuno sta più fermo. Ci immaginiamo pirati all’assalto per riscattare nella lotta i nostri mezzi caduti in mano nemica. Il braccio di mare è troppo vasto per le nostre aspirazioni. Un furgone di inglesi parcheggia dietro la camionetta. E gli sbirri rimangono imprigionati. Sul ponte ci guardano tutti. Come fossimo animali in gabbia. Poi d’incanto, la Calabria. Il portellone che si abbassa, lentamente, aprendo sempre più larghi squarci di luce in alto. Il porto di Villa San Giovanni è militarizzato. Blu fuori, blu dentro. Il Foggia raddoppia. E un grido di giubilo che stona col contesto s’alza barbarico da un abitacolo all’altro. Non vediamo nessuno, se non una fila di teste incuriosite e di auto con gli sportelli aperti. Quella della digos, che dovrebbe/vorrebbe portarci fuori di qui, per poco non si conficca in un ostinato vecchio al volante di un piroscafo a ruote. L’anziano riottoso ignora la paletta. E si incunea. L’ispettrice prova a conficcagliela nel cuore, scambiandolo – con ogni evidenza – per un Non Morto. Lì in fondo, si, li vedo. Li vediamo. Bloccati da svariati mezzi cingolati, i Pescaresi con la Away card sembrano immobili. Alla prima curva, un furgone dei loro ci incrocia. Parolacce reciproche, gestacci, tanto per non perdere il ritmo. L’imbocco dell’autostrada immaginaria che porta a Salerno. Soli, finalmente. Liberi. Di sbagliare strada e trovarci sotto Catanzaro ed un cielo a pecorelle tagliato dalle scie chimiche; di maledire la sorte che ci vuole assenti ad un 3-0 fuori casa; di scoprire che la domenica Le Fontane del Lido sono prese d’assalto; di scegliere un bar a Torre Melissa e di affrontare la nebbia e l’ignoto, ripercorrendo mentalmente una giornata di straordinario disagio, figlia di un inevaso quesito di buon senso. In fondo avevamo solo chiesto: “Capò, m’è fa trasì?”.

Qualcuno sostiene che siamo pazzi.
Che dev’esserci per forza qualcosa di distorto, finanche di malato, in certi comportamenti.

Quel qualcuno ha ragione.

07/10/13

Le case loro


“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste.” (P.P.Pasolini)

Ah, l’avessimo fatto noi!
Allo scoccare del minuto di silenzio. Di (ipocrita, certo, mica dico il contrario…) raccoglimento per le donne, gli uomini e i bimbi morti a Lampedusa. Un urlo, un coro, uno sguaiato abbaiare. “Potevano restarsene alle case loro!”. Gridare invece di applaudire. O tenere la bocca chiusa. Come forma di ancestrale rispetto umano.
Li avremmo sentiti, gli untuosi, meschini Varriale. Sadici e lussuriosi nel loro finto sdegno moralista: “Gli Ultras sono il cancro del calcio!”, avrebbero sentenziato.
Prima di lanciarsi in disamine alla Crepet sul disagio giovanile, la forza ottusa del branco, l’assenza di valori positivi, la mancanza di padri. Prima di invocare la mano forte della repressione. Sarebbero tornati a dibattere, con la competenza di un monaco di clausura, di blocco delle trasferte, di chiusura dei settori, di pene da acuire. Avrebbero, compiaciuti e tonti, rispolverato il consueto arsenale di ferri vecchi: “Sono bestie, non tifosi, questi qua”.
Invece l’ha fatto un giornalista.
Ieri, prima di Foggia-Martina. Un giornalista. Anche se da queste parti si usa questo termine per definire qualunque pagliaccio che, al lunedì o al venerdì, va in televisione a dire che la difesa a tre è un azzardo e che questo Foggia non andrà da nessuna parte.
Ha urlato, mentre i duemila dello “Zaccheria” – Ultras compresi – erano in silenzio.
Perché la morte merita silenzio. Ha rotto l’incantesimo perché l’ansia di protagonismo supera la decenza, quando non si è nessuno. Se non quello che gridava quando il Foggia faceva gol in trasferta. Che è un po’ come tenere da conto il parere di quello che grida “Scope! Scope!” per strada. Con tutto il rispetto.

Ora, il punto non è la tanto invocata libertà di pensiero e di espressione. (Anche se poi ad invocare la costituzionale libertà sono sempre più spesso quelli che si riempiono la bocca col Fascismo in pillole).
Il punto è la disparità di trattamento.
Per un minorato che urla uno sproposito in tribuna stampa, non si invocano multe e galera. Non si impone la ferrea morale dell’Inquisizione. Ci si indigna superficialmente. Ma, di solito, si tace. Uno, perché non si ha il coraggio di andare controvento, rovinandosi il proprio bacino di amicizie utili (anche solo per entrare allo stadio con gli accrediti e tirare i piedi all’inverosimile). Due, perché magari il minorato ha – nel suo becerume – espresso un parere condiviso.
Certo, se fossero restati a casa (ammesso che ne avessero una non requisita dall’Agip Petroli), forse sarebbero ancora vivi. Come tutti i morti sulle strade. Come tutti i morti sul lavoro. Come tutti quelli investiti dai pirati della strada o sbranati dai leoni nei tendoni del circo. A casa, a meno che non ti crolli un pezzo di soffitto in testa o non ti dai fuoco ai fornelli, è più difficile morire. Ma sei bianco, europeo, caucasico. E puoi anche permetterti il lusso di spirare in trasferta. Nessuno lo noterà e, alla fin fine, rientrerà tra le attività lecite.
Quel che certa gente proprio non tollera, è il soffocamento derivante dal perbenismo di moda. Perché quelli, i morti di Lampedusa, erano negri. Ed è quello che crea lo scarto.
Da qui il bisogno di farsi sentire del razzista. Di scegliere con cura un proscenio. L’impossibilità presunta di definirsi compiutamente, coscientemente, razzista. Che opprime come un cappio.
E in un Paese ipocrita, che plaude la Bossi-Fini e indaga i sopravvissuti al naufragio mentre s’atteggia a dolente per i defunti e li considera, come Letta, compiutamente italiani post-mortem, la voce del giornalista in cerca di fama finisce per rappresentare la coscienza sporca, ma autentica, di una nazione che ancora si sogna serraglio monoculturale.
Per questo l’Ordine dei giornalisti si limiterà ad una strigliata di capo; per questo le varie emittenti locali non applicheranno alcun boicottaggio del personaggio, se non per un periodo molto limitato. Perciò anche noialtri non invocheremo i ceppi.
Perché è un uomo medio. E non è un Ultras.
Si possono punire quei cattivoni chiusi nelle gabbie dei settori, per sentirsi migliori.
Ma l’uomo medio non si può colpire. Perché è ovunque. Anche nel doppio fondo degli involucri più progressisti.
Del resto, come si spiegherebbe altrimenti la levata di scudi contro gli Ultras che, in una giornata afosa di agosto, schizzarono acqua sul guardalinee di Fano, procurando 1.500 euro di multa al Foggia di Casillo; e il silenzio complice che accompagnò gli 8.000 euro di sanzione che investirono la stessa società per i “Buuu” della tribuna centrale ad un giocatore dell’Atletico Roma?
Si spiega così. Che è più facile alimentare un folk devil esterno, che fare i conti con sé stessi.



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