Questa storia ha bisogno di testimoni. Ma non perché, sfiduciato, ritenga di
perdere colpi o abbia preso a sottostimare la mia memoria. Quando dissi che
avevo visto l’Unione Sovietica allo “Zaccheria”, dicevo il vero. E l’ho
dimostrato. Anche Lello, a onor del vero, aveva ragione ad insistere sul Flamengo.
Ma questa storia è diversa. È collettiva, più delle altre. Perciò necessita di
raffronti.
Del torneo Anglo-Italiano abbiamo avuto modo di parlare. Di quella bizzarra
formula degna del Reform Club, pure. E, ancor di più, del fatto che quel torneo
sia finito nel dimenticatoio come le schede telefoniche da cinquemila lire. E
che abbia il potere di farti sembrare un dinosauro. Di quelli che si muovono
nella camera in mezzo con le pattine della nonna. Che a terra c’è la cera. Ma c’era
“Wembley” di mezzo. Ragion per cui, per i più distratti, spendiamo due parole.
[Pausa grappa]
In sostanza, svariate squadre italiane ed inglesi si affrontavano in svariati
gironi misti. Di solito, erano le squadre della cadetteria a sfidarsi, nei
gelidi pomeriggi infrasettimanali d’autunno. Ma non so se è sempre stato così.
Poi, le compagini italiche e quelle albioniche meglio piazzate si dividevano
per definire la finalista nazionale. E le due vincenti, s’affrontavano a Londra.
In gara singola, trasmessa da Rai Tre. Il Foggia, retrocesso dalla A l’anno
precedente, vi partecipò nella stagione 1995/96. Vinse due partite fuori casa
(col West Bromwich e il Southend), ne pareggiò una in casa (con lo Stoke City)
e una la perse, sempre allo “Zaccheria” (0-1 con l’Ipswich town). Quindi, di
diritto, conquistò la semifinale autarchica. Ancora tra le mura amiche. Col Cesena.
Non so perché questa storia mi sia tornata in mente dinanzi allo stadio
comunale di Sulmona. Forse perché sulle montagne della Maiella c’era la neve.
Forse perché quelle strutture di ferro invitano al sogno, al viaggio, più di un
pezzo di Battiato. Forse perché c’erano dei ragazzi delle giovanili, fuori, con
le tute e i borsoni. E i loro dialetti erano così diversi l’uno dall’altro da
spingermi ad immaginare le loro vite. Che, come diceva quel Sudamericano,
rotolano assieme ad un pallone. Che, nella mia memoria, è sempre bianco ed ha
sempre i pentagoni neri. Ho sbirciato tra le inferriate, alla ricerca del manto
erboso. In preda alla stessa tentazione di un Lino Banfi con gli spioncini.
Oltre i quali, la Fenech faceva la doccia. Ho letto su un manifestino attaccato
con lo scotch che i locali avevano appena affrontato il Matelica. E ho pensato
che nessun posto al mondo – neppure la Moschea celeste – può vantare più storie
di un campo di calcio. Persino di questo. Ho popolato la mia fantasia di
migliaia di teste sconosciute. Di decine di migliaia di esistenze individuali,
atomizzate, chiuse. Che, domenicalmente, andavano a sbocciare in una
complessità emozionale che era popolo. Agli abbracci agli sconosciuti dopo quel
famoso gol di Bresciani. Al pianto liberatorio quando sventammo la C2. E a
decine d’altri episodi, ugualmente banali. Ugualmente immensi. No, nessuna
chiesa dell’arcidiocesi, nessun ospedale da campo, può raccogliere tante
involontarie solitudini e farne un mosaico.
[Altra pausa per la grappa]
Il 10 gennaio del 1996 è un mercoledì. Per sapere quali materie avessi in
Orario quel giorno, dovrei recuperare i diari del quinto. Ma voi non avete idea
di cosa ci sia in quei tiretti. Quindi, lasciamo perdere. Con lo zaino sulle spalle,
insieme ad altri esponenti della futura classe dirigente, muoviamo dal
Programmatori a Viale Ofanto. Per strada, si accodano i futuri leaders del
Marconi, del Masi, persino del Volta. Un sacco di futuri medici, notai,
politici, che in confronto la Marcia dei Quarantamila è il Carnevale di Rio dei
pezzenti. A mia madre ho detto che non avrei mangiato a casa. “No, mamma, non
mi drogo. Oggi c’è il Foggia”. La buona donna rimase sospettosa – I remember –
senza credere totalmente a quella stramba verità. Diciamocelo: mia madre non ha
mai creduto nell’Anglo-Italiano. Per questo non è mai stata accolta al Reform
Club. È aperta solo la gradinata. Quanta gente vuoi che venga a vedere ‘sta
partita? Posizionati ad altezza cerchio di centrocampo, gli striscioni, i
saluti. “Che devi andare a un matrimonio?”, è la battuta più ricorrente che gli
affamati si scambiano. Gli zaini uno sull’altro. Le sciarpette. Saremo
trecento, forse meno. L’altra semifinale è tra Genoa e Salernitana. La finale
sarà a partita doppia. Andata e ritorno. Qui, oggi, basta vincere. E avviciniamo
“Wembley”. Nel mio ricordo non ci sono cori. Non siamo ancora “moderni”, e
dinanzi alle gradinate semi-deserte, a nessuno da trascinare, non cantiamo per
noi stessi. Al novantesimo è zero a zero. La fame comincia a farsi sentire.
Come per l’Arsenal di Hornby, volano le bestemmie. Se non fossimo così affamati
di questi colori, ora saremmo sazi. Invece, il buio prende a predominare sul
cielo plumbeo d’inverno. Qualche faro si accende, come luci di locanda nella
notte senza stelle. Il primo tempo non serve a niente, come metafora e summa
del resto della partita. È uno zero a zero di difficile risoluzione, questo. Ma
tra un quarto d’ora, al massimo, i rigori sbroglieranno il caso. Così,
reprimiamo con uno “Sccchhhttt” strategico i morsi dello stomaco e andiamo
avanti. Senza immaginare che, di lì a breve, qualcosa avrebbe reso quella
partita indegna, memorabile. L’altoparlante. Lo stesso che – con un clic
inconfondibile – precedeva la voce dello speaker – dell’annunciatore – quando si
trattava di segnalare l’ora offerta da Ciletti. E che leggeva i risultati della
C1 girone B. O che, anni prima di Francesco Salvi, faceva presente che c’era da
spostare una macchina. Beh, quella volta fece un nome e un cognome. Disse che
il signor Tal dei Tali era atteso. Ma non come quell’altra volta, anni prima,
che c’era il padre della moglie di uno spettatore all’ingresso della tribuna. E
tutti, attorno a mio padre, ipotizzarono che avesse un’amante. No. Stavolta lo
spettatore era atteso a Reparto Maternità. Pathos. Timore. Nessuno guardava più
la partita. Trecento paia di occhi, qualcuno in meno (ma l’abbiamo detto),
fissavano la tribuna. Come ad individuare il megafono. Come a potervi guardare
dentro, direttamente nella voce dell’annunciatore. Adesso quella comunità di
sconosciuti voleva sapere. Doveva sapere. E la voce, teatralmente sospesa,
alzandosi di un mezzo tono, continuò. E disse che Tal dei Tali era diventato
papà di uno splendido maschietto. O di una femminuccia, non ricordo bene. Perché
l’ovazione fu generale. Allegra e commovente. Nessuno si sottrasse a quella
gioia. Come se lo “Zaccheria” avesse, d’un tratto, un figlio in più. E gli
occhi si misero a vagare. Anche i miei. Alla ricerca del neo-papà. Finché, noi
tutti, non lo individuammo. Anche grazie a qualcuno che lo indicava, come i
marinai di Magellano indicavano le Americhe. C’era un uomo, lassù, che
sorrideva. Sconvolto e felice. E scendeva i grandini saltellando. O, almeno, ci
provava. Perché adesso la sua corsa verso via Napoli era frenata da un’onda
lunga di mani, e pacche sulle spalle. E addirittura bacetti d’augurio. Le
felicitazioni dei presenti alla vera impresa di quel giorno.
[Grappa]
Non so perché mi sia venuta in mente questa storia, col muso infilato tra le
inferriate del (presumo) comunale di Sulmona, L’Aquila. Forse perché mi è
venuto in mente Angelo, che mentre Manuela usciva di conto era con noi al “Bentegodi”.
Ma quella era la prima di campionato. E poi a Verona. Forse perché ho pensato
che quel bambino, il 10 di Gennaio, diventerà maggiorenne. E io non so, né
forse mai saprò, nulla del padre. Se non che, mentre la compagna era prossima
all’evento più importante di una vita, è sceso di casa, è andato a lavorare e,
a digiuno, è corso a vedere Foggia-Cesena di un torneo caduto nel dimenticatoio
delle schede telefoniche. Magari anche la compagna non ha mai creduto nell’Anglo-Italiano.
Ma è così, signora. Suo marito era in gradinata, quel giorno. Posso
testimoniare.