07/05/14

L’irrazionale speranza



Sono per la dispersione della stupidità. Non va bene che si concentri per intere settimane in un punto solo. (Karl Kraus)

Lo sport italiano si ferma «perché tutto il mondo guarda a piazza San Pietro e non ce la siamo sentiti di dare il via alle partite sapendo, poi, che al primo gol abbracci ed entusiasmo avrebbero avuto il loro sfogo». Così parlava Gianni Petrucci, presidente del Coni. Era l’ultima settimana di marzo del 2005. Karol Wojyila stava vivendo, sotto gli occhi del mondo, la sua cattolica agonia. Non era ancora morto, non ancora. Ma il calcio decise – per impulso sentimentale – di fermare il carrozzone. Come gesto di rispetto. Lo stesso che tributò a Filippo Raciti, poco meno di due anni dopo. Anche se la moglie, ancora oggi, continua a ripetere come un mantra che bisognava sospendere ben più di una semplice giornata di campionato. Fatto sta che non si giocò. E, tra le schegge della contraddizione aperta da una settimana di perdite, Matarrese definì “esaltati e irresponsabili” coloro che chiedevano di fermare più a lungo, o addirittura definitivamente la giostra. Arrivò persino a dichiarare che i morti “fanno parte di questo grandissimo movimento”. Una sorta di effetto collaterale. Quando si dice la Realpolitik applicata al calcio moderno!

Il calcio moderno. Una girandola da decine di milioni di euro. Un asteroide luminescente che deve giustificare la propria orbita, catalizzare i tele-utenti col telescopio e vendere il proprio marchio, sulle nostre teste cocciute. Tra i due estremi, il dato: il calcio milionario delle società quotate in borsa, del merchandising, delle banche e delle sponsorizzazioni, è capace di “rispetto”. O, almeno, quella è l’immagine retorica che vuole dare di sé. Quando conviene. Il pio inchinarsi dinanzi alla sacralità della vita, il profluvio di petizioni di principio degli editorialisti sul bene unico, irrinunciabile, prioritario, dell’esistenza. Almeno, quando a morire è una personalità o un servitore dello Stato. Per tutti gli altri, si faccia finta di niente. E avanti come al solito, a quantificare i diritti televisivi. A Gabriele Sandri fu negato persino il minuto di raccoglimento. Lo stesso che fummo costretti a sopportare in ogni categoria dopo Nassirya. E che valse anche svariati daspo a coloro che non lo rispettarono a dovere. Un dualismo improvvido, ma gravido di conseguenze sulla mentalità di chi, ancora, si ostina a voler partecipare, fisicamente, allo sport (un tempo) più popolare d’Italia. Vite di Serie A e vite di infimo grado. In mezzo, il nulla e l’ipocrisia. Domando: ma se Ciro Esposito – resisti, Ciro! – fosse morto in ospedale nei minuti che precedevano il fischio d’inizio della finale di Coppa Italia, cosa ci sarebbe stato di abnorme, immorale, persino criminale, nell’imporre – dal basso – quel rispetto che lorsignori impongono normalmente per le vite mancate di coloro che ritengono rispettabili? E a chi critica il comportamento “arrogante”, addirittura “camorristico”, della curva napoletana e dei suoi rappresentanti, non varrebbe la pena di ricordare che, talvolta, è necessario prendersele le cose, senza attendere concessioni e riconoscimenti che non arriveranno mai? Se Ciro fosse morto e la partita si fosse disputata – come quella notte all’Heysel – chi sarebbe stato il mostro immorale? L’uomo coi tatuaggi in balaustra? Facile, per tutti gli snob progressisti, rispondere che sì. Che si è mostri a prescindere. Immorali a prescindere. Che non è compito della plebaglia riprendersi, in una fiammata di dignità, pezzi della propria esistenza. Un protagonismo fuori dal tempo. Che è compito delle istituzioni, alle quali si sono piegati più di un induista a Shiva, concedere. Quando vogliono, quando ritengono, dopo svariate e attente consultazioni. Che esistono ruoli e leggi da rispettare. A mo’ di feticcio, di idolo salvifico. Salvo poi dimostrare di campare su una stella morente quando gli parli dell’arbitrarietà di una diffida o degli inconcepibili limiti posti a certe categorie mostrificate col consenso del media: i famigerati Ultras, ad esempio. Come gli zingari o i rumeni. Ma di costoro è inutile parlare. Da tempo, forse da sempre, hanno disertato – per noia o per reale divergenza di interessi – la barricata della riappropriazione. E arricciano il naso ormai talmente spesso che i loro visi abbronzati sembrano una maschera di Carnevale. A tutti gli altri, a chi ancora s’ostina a porsi delle domande e a resistere, chiediamo un supplemento d’indagine. D’attenzione. La macchina del fango non è mai fine a sé stessa. Non è vero che costoro – giornalisti e propagandisti – viaggiano per intuizioni, a fior di vento. Quando, prima ancora di accertare cause e responsabilità, si comunica già che la risposta sarà nel giro di vite, nell’acuirsi della repressione, allora è chiaro che bisogna scegliersi la parte. Rassegnarsi all’idea – terribile, per qualcuno – che non è in ballo lo svago domenicale di qualche migliaio di sfaccendati, con o senza i padri pregiudicati o sospettati. Chiamarsi fuori, ridurre tutto a sfoggio di brio verbale, a battute fulminanti e sagaci grondanti superficialità, semplicemente non serve. Il gioco, signore e signori, qui non è il calcio. È l’agibilità democratica di questo paese presunto.

L’uomo coi tatuaggi in balaustra s’è preso cinque anni di daspo per “istigazione a delinquere”. Formula vaga, applicabile per estensione alla quasi totalità della popolazione mondiale, in qualunque istante. Ce ne fosse la volontà. Se ne sentisse l’urgenza. In questo caso, il bisogno era il medesimo di sempre: quell’uomo ha condensato, sulla propria figura, il fallimento dello Stato. E, cosa imperdonabile, l’ha fatto in diretta tv. Sotto gli occhi del mondo. Se fuori dallo stadio la polizia – e in Italia, quando si organizza qualcosa, si parla esclusivamente di polizia – lascia un varco aperto ad un assalto ai furgoni in arrivo, che non hanno trovato posto in altri parcheggi; se dai furgoni scendono e contrattaccano; se i sopraffatti sparano e feriscono quattro persone; se una delle quattro persone è ridotto in fin di vita; se le ambulanze tardano a giungere sul posto; il responsabile non può che essere l’uomo coi tatuaggi. Perché i suoi gesti hanno svergognato uno Stato che, per la propria indole d’efficienza, non a caso, s’è fatto soffiare gli Europei di calcio dalla Polonia e dall’Ucraina. Come Ivan “il terribile” la notte di Genova. Provavi a chiedere in giro: “Sì, vabbé, ma che ha fatto? S’è arrampicato su una balaustra, ha sbraitato e ha provato a tagliare la recinzione. Senza manco riuscirci”. E la gente rispondeva: “è un bandito”. Come a dire: me l’ha detto Collovati. In Italia è imperdonabile fare da frontman di un fallimento. Non devi mai esporti quando gli fai capire che sono dei cialtroni senza principi, dei buffoni che ballano al ritmo dei contanti. Meglio rimanere in retrovia. Ma sanno, lorsignori, che senza l’uomo coi tatuaggi a fare da interfaccia – senza tutti quelli come lui, in ogni situazione di crisi e in ogni stadio, come in ogni manifestazione – il passo successivo è lo strapotere della retrovia? Hanno idea, lorsignori, di cosa sia una massa anonima, senza faccia, quando dilaga e imperversa? A me dispiace solo che l’abbiano provato poco spesso. Ma, posso garantire: è infinitamente peggio di una “trattativa”. Ma tant’è. Il mostro si deve sbattere in prima pagina. Anche e soprattutto, si diceva, per quella maglietta. Quel grido di libertà contro una palese ingiustizia. Imperdonabile, ancora una volta. E lo stadio, il luogo dove secondo i benpensanti “tutto è concesso”, torna ad essere il baluardo di una morale parallela. Cinque anni di interdizione per un sanguinoso delitto d’espressione. Di libero pensiero. Calderoni rivendicò come tale la sua t-shirt anti-Islam che provocò scontri e morti nei paesi arabi. Lo stesso fecero la Mussolini e Buffon. E Giuliano Ferrara. E i deputati, in Parlamento, in difesa di Silvio Berlusconi. Pregiudicato. Ma, quando si parla di curve e di stadi, anche i più ferrei tra i garantisti, evaporano come foschia chimica. È inutile: non si vogliono mischiare con questa gentaglia. Perché, al di là delle semplificazioni, questa gentaglia – noialtri – rappresenta ancora l’ultimo grado di irriducibilità delle istanze del basso. Dell’Italia subalterna. Pre o post-politica, e proprio per questo, irrazionale e furente, capace ancora di mostrare muscoli e tatuaggi. Di suscitare la paura in coloro che ritengono, erroneamente, di aver placato, addomesticato, sedato, il popolo bue. Ma quando una curva avvampa, personalmente – prima di ogni analisi – io penso sempre due cose: che non siamo sconfitti. E che c’è ancora speranza. 

05/05/14

Un banale deja vu

Gli spalti sono una cosa, il campo ne è un’altra.

Quindi, tralasciando per un attimo i gradoni, e la vita parallela che vi si svolge, e soffermandosi pochi secondi su quel che avviene sul rettangolo e nei palazzi dei burattinai del sedicente “spettacolo”, proviamo a ragionare.

La Coppa Italia è quella competizione resa inutile che alla fine vincono sempre, a rotazione, quelle quattro o cinque squadre di Serie A. Perché la formula è stata ideata, trascritta e realizzata affinché nessuna compagine minore, coi grilli per la testa, potesse turbare i sogni delle blasonate. Che entrano in gioco a scaglioni, come al militare. Mentre tutte le altre giocano da agosto. E di solito, ad agosto tolgono l’ingombro. Niente di coraggioso proviene dai mangiafuoco del calcio. Se applicassero da noi la stessa formula delle Coppe di Lega inglesi, con il “tutti contro tutti” già dal primo turno, la Juventus rischierebbe seriamente ad Avellino, col caldo torrido e lo stadio strapieno. E il Parma a Caserta. Come il City a Rochdale. E questo, no, non lo possono in alcun modo permettere. Presidenti e manager immaginano il tracollo probabile e lo evitano come gli scorpioni il fuoco. A prescindere. Si chiama business. E non ha niente a che vedere col “gioco” che commentatori e giornalisti – angelicamente – invocano ogni qualvolta gli Ultras si prendono a cinghiate. E ci scappa il ferito. Business. Lo stesso motivo per il quale è stato aggiunto il nome dello sponsor alla competizione in questione. Per il quale è stato reso superfluo il confronto andata/ritorno ai turni preliminari. Per il quale s’è inventata una Supercoppa italiana e la si è disputata a Pechino. Lo stesso per il quale si è spalmato e spezzettato il palinsesto, con partite anticipate e posticipate fino all’assurdo di giocare a Udine, di sera, un mercoledì di febbraio. Esigenze televisive. Soldi, soldi e ancora soldi. Fino al ripristino della finale unica.

Un tempo, neanche tanto tempo fa invero, questo paese in questo campo, dettava le regole. In questo paese si disputava “il campionato più bello del mondo”. E – incredibile a pensarci, considerata l’italica vanagloria – non ce lo dicevamo da soli! Gli altri campionati, dalla Premier alla Bundesliga, non erano altro che surrogati. Più o meno ancorati alle loro peculiarità, ma pur sempre minori, terreno di conquista delle società italiane. Dei loro calci e dei loro portafogli. Da qualche tempo, complice il sopravvento acquisito dal capitale finanziario nel presunto mondo del “gioco”, da queste parti si è deciso di emulare le società dell’immagine più mature. L’Inghilterra, gli Stati Uniti. La spettacolarizzazione a tutti i costi, che dovrebbe accalappiare allocchi e nuovi clienti – nella pallavolo si è arrivati ad eliminare la fondamentale regola del “cambio palla” per stringere gli eventi televisivi a continui highlights – ha portato i geni del marketing applicato allo sport ad introdurre silver e golden gol, da quegli incolti degli americani a mutuare persino gli shot-out in luogo dei calci di rigore. Ma, soprattutto, ha rapinato a man bassa gli stili. A noi estranei per cultura. L’evento passerella, le luci di scena, la musica, i monitor luminosi, lo speaker da villaggio vacanze. L’inno nazionale eseguito dalla pop-star di turno, sulla scia di un Superbowl qualsiasi. E, di nuovo sul punto, la finale unica.

La partitissima coi lustrini, i politici, le luci della ribalta, gli attori da fiction e i cantanti a bordo campo. Una specie di Partita del cuore con in palio una coppa. Per il tornaconto. Dimenticando volutamente che il calcio è ancora, per qualcuno, un fenomeno sociale fatto di carne, sangue, polvere e passione. E che Roma non è Londra, come l’Olimpico non è Wembley. Chi ambisce a contare il cash dell’affare milionario, deve considerare il rischio d’impresa. E il rischio è semplice, come la natura stessa di una nazione fondata sulla rivalità. È in quella gente che non s’arrende al ruolo obbligatorio di cliente. A Roma ci sono due tifoserie rivali tra loro. E se in finale ci vanno il Napoli e la Fiorentina, gli “eserciti” sul campo d’onore della capitale diventano quattro. Cinque, considerata la celere. Alè. E pensare di risolvere tutto disseminando il terreno di camionette e blindati, è un aspetto anch’esso tipico della mentalità imprenditoriale di questo ceto di sciacalli. Dopo anni di imposizioni, limitazioni della libertà individuale e di movimento, isolamento tentato e ritorsioni repressive, il resto va da sé. Ed è scandaloso chi si scandalizza. Che forse, costoro, vorrebbero semplicemente incassare? Impossibile, neppure nell’epoca del capitale finanziario.

Senza dubbio alcuno è più comodo, dopo, utilitaristicamente mostrare le immagini del grande spavento al circo. Il video col leone che si ribella al domatore e strappa urla terrorizzate ai bambini e ai loro genitori. Perché è questa la sintesi della grande, superficiale, artefatta falsità di chi orienta le telecamere del media. E detta i tempi e i modi della paura. Per dirla alla Brecht, tutti a parlare della violenza del fiume e nessuno della violenza degli argini che lo costringono. Da due giorni fanno il giro del mondo le immagini dell’uomo sulla balaustra della Nord. Da due giorni, piccole iene e grandi avvoltoi, scavano nella sua vita privata, alla ricerca di pezzi di carne appetibili. Da due giorni, parlano tutti. Anche, e soprattutto, quelli che allo stadio non c’hanno mai messo piede. E via di repertorio! Le immagini di Italia-Serbia a Genova, del “derby del bambino morto”, dei genoani che ritirano le magliette ai loro “idoli” di cartapesta. Di nuovo il refrain, il più gettonato, fintamente scandalizzato, indignato degli ultimi quindici anni: “Il calcio è malato perché è ostaggio degli Ultras”. Eppure, nello stesso arco temporale, abbiamo ingoiato le pay tv, la Serie B al sabato, gli anticipi e i posticipi più irragionevoli, i divieti di trasferta, la Tessera del tifoso, lo strapotere della discrezionalità del daspo, le schedature, i capricci di prefetti e questori. Ci dicono con lieve preavviso dove giocano i nostri, a che ora e con quali limitazioni. E noi proviamo ad esserci, a tenere in vita il nostro sogno di calcio. Siamo sempre di meno, sempre più frustrati, ma resistiamo nella consapevolezza d’avere ragione, d’essere baluardi di una partecipazione che non esiste più. Fossimo davvero dei sequestratori, saremmo dei pessimi negoziatori.

Alla fine della giostra, resta sul palato il retrogusto del già vissuto. Un banale deja vu. Il fuoco di fila di chi ancora, retoricamente, fa bere agli inconsapevoli l’idea di un calcio da restituire alle famiglie “a tutti i costi”, criminalizzando “i facinorosi”. Senza mai accennare alla violenza del denaro, che ha mutilato l’entusiasmo del popolo, a cui il calcio appartiene. L’incompetenza dei politici col pugno di ferro da sbandierare in campagna elettorale. L’idea del daspo a vita. Nessuna volontà di invertire una rotta che punta dritto al fallimento. E tanto fumo a fare da sbarramento delle responsabilità reali. Zero chiacchiere da talk sulla disorganizzazione, persino sull’assenza di un’ambulanza nei paraggi del misfatto. E tante, a piena bocca, sulla maglietta per Speziale. Che il Corriere, in un conato di vomito, ha definito “killer” di Raciti. Disgusto e disprezzo. Per la verità, per la verosimiglianza, prima ancora che per la vita umana. Allora, facciamoci due conti e tiriamo le somme. Si sta alzando la marea della nuova repressione. Cerchiamo di capire chi siamo e cosa ci spinge a continuare. E facciamo quadrato, tra mille e mille dita puntate. Isolati ma non domi. Come leoni nel circo del denaro.   

09/03/14

Il bilancio dell’insoddisfazione



Domenica 9 marzo 2014, Foggia

Appuntamento alle 13 a Piazza San Francesco. Ho lo zaino con i guanti e le anti-infortunistiche. Un’ora, poco più, di viaggio. E, ritardo compreso, sarò al Pala Florio prima delle 15. Ora d’inizio dei lavori. Gli altri saranno con me. È venerdì. Claudio Baglioni si esibirà domani e domenica. Il Foggia andrà a Gavorrano. Io non ci sarò. È un discorso economico, chiaro. La precarietà circonda i progetti come i Russi Sebastopoli. Bisogna sacrificarsi. Anche se l’impressione è quella di non aver mai fatto altro nella vita. Ma in realtà, molto ha contribuito – nel bilancio dell’insoddisfazione – anche l’inutile traversata di Ischia. Una visione dilatata del tempo, ampliata dal movimento delle onde, nel mio ricordo parziale. Sono le 11. Devo ancora scendere a fare la spesa per stasera e passare da un cliente con la mia scorta di libri speranzosi d’avere un acquirente. Posso farcela, se mi sbrigo a scendere. Il cellulare sotto carica. Una chiamata persa. E, in diretta, tra le mie mani, un messaggio. Baglioni ha annullato il concerto. Forse l’ha solo rinviato. Non è specificato. Di sicuro, oggi non si lavora. Non più. E, di conseguenza, neppure domenica sera. Quel senso di inusitata, autolesionistica felicità che scaturisce da un dovere che salta ingaggia una mezza rissa con l’insperata apertura di uno spiraglio. Che porta il nome di questo paese trenta chilometri a Nord di Grosseto. Gavorrano. Abbiamo noleggiato le macchine e le abbiamo riempite. È già tutto deciso. L’orario di partenza, i nomi e cognomi delle persone che s’incammineranno per l’ennesimo pellegrinaggio espiatorio della stagione. Non c’è margine per rimettere tutto in discussione a meno di 48 ore dalla partenza. Quindi, meglio non mettersi strane idee in mente. Svuotare lo zaino e passare oltre. E l’idea di rimanere a casa la domenica pomeriggio, col Foggia impegnato altrove, assume i contorni di una concretezza ambivalente. Io, bipolare, penso al mio gruppo. Ma poi mi risale l’alta marea del braccio di mare tra Procida e Casamicciola. E la nausea cancella i rimpianti. Così sarà.

Anche perché è inutile che lo nasconda a me stesso. Di Poggibonsi, di Aprilia, persino di Santa Croce, mi è piaciuto rivedere gli emigranti. Il resto della Ciurma dislocato tra l’Emilia e il Lazio. Di questa stagione, ricordo l’adrenalina del furgone per Lecce, l’alcolismo consapevole e suicida di Cosenza, la tensione nel ventre del traghetto a Messina. Poco altro. Degli ultimi cinque anni, con emozione ed amore, alcuni bar. Alcune notti. E i soliti volti. Ma devo risalire a quando in trasferta ci andavamo tutti, sapendo di entrare, per avvertire la pelle accapponarsi per un coro. Per un gol. Domenica un paio di auto si divoreranno altre 6 ore di asfalto. E altrettante a tornare. Senza alcuna garanzia. Io non ci sarò. Chiamerò gli altri per sapere come sta andando, certo. E fuori dal covo, dove in tre guarderemo il Foggia perdere 1-0 contro l’ultima in classifica, quella luce inutile che è propria del periodo che va dalla fine del Festival di Sanremo alle Giornate di Primavera del FAI, mi comunicherà per intero la tristezza. La tristezza delle cose che si perdono. La frustrazione di ciò che era bello e non ritorna. La rabbia della frenesia del fare che tramonta nell’impotenza del non poter fare. O del non aver nulla di meglio, da fare, che tornare a casa e scrivere di questa inutile luce di inizio marzo.

Buon rientro, ragazzi.

25/02/14

Soundtrack



Domenica 23 Febbraio 2014, Ischia-Foggia 1-0

C’è sempre un altro modo per raccontare gli eventi. Un altro registro.
Le immagini di uno spaventoso incidente di un gatto delle nevi possono finire indifferentemente su Real tv o su Paperissima, senza alcuna modifica sostanziale. Basta cambiare il jingle in sottofondo.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza. Immagini. Nient’altro che questo. Che rendono diversamente in base alla musica che si sceglie per montarle. Così, ormai ben saldo alla terraferma, passo in rassegna i cd, allineati nel cassettone a scomparsa della mia mente. Di sicuro non Zimmer. Né tanto meno Kilar. Il tema del Benny Hill’s show, tutt’al più. E che nessuno si senta offeso. Non è mia intenzione sminuire il sacro idolo dei Chilometri. Ma ho bisogno di sposare un’altra prospettiva. Giacché fingere d’essersi divertiti è il tributo minimo che penso si debba pagare alla malandata passione.
Questo sono io. Mi guardo nel pezzo di specchio usurato sospeso sul lavandino lercio. L’aliscafo è polveroso. Il sapone è stitico. Ho una faccia preoccupante. Gli occhi gonfi sono feritoie di torre nelle rughe della facciata. Tra meno di un’ora saremo al Molo Beverello. Per intraprendere l’ultima parte del percorso a ritroso. Mi asciugo il mento, sento la barba ispida, i baffi. Non stacco gli occhi dallo specchio. Sono di un’altra generazione, penso. Ma la considerazione scivola lungo le arterie senza vittimismi. Non è uno spot sugli acciacchi dell’età. Non è una Pubblicità progresso. Anzi. Ho due ore di sonno – quel lasso di tempo che va dalle 3 alle 5 di un giorno che ha smarrito la propria collocazione sul calendario, anche se dovrebbe essere ieri – non ho mangiato, non ho bevuto che un paio di Peroni. Ma non avverto alcuna stanchezza fisica. Sono ben altre le stanchezze che mi fissano dallo stomaco. Che implorano soluzioni che non ho.
Le strade strette di Pozzuoli che sfociano sulle banchine popolate dai pescatori della domenica mattina; l’attracco della Caremar; il mare che solleva e affossa il traghetto, mentre isole e promontori circondano la vista; la calura già opprimente di Casamicciola, con gli sbirri in servizio appoggiati al muro; i saliscendi, i vicoli, l’unico ingorgo dell’isola; il casaro, i negozi di souvenir, l’edicola in centro. E, ancora, l’attesa del nuovo imbarco. La marina di Napoli in dissolvenza.
Ve l’ho già raccontata quella di Barletta? Quella volta in Coppa Italia? Giocavamo contro la Fidelis Andria, in campo neutro. Epica allo stato puro. Avevo diciannove anni. Non sapevo cosa fosse un Casual e nessuno sapeva cosa fosse un social network. La prima trasferta l’avevo fatta quattro anni prima. Avevo così tanta voglia di essere un Ultrà che se mi avessero proposto di andare a lavare a terra settimanalmente la sede del Regime di Via della Repubblica, avrei recepito l’incarico come un inglese recepisce il titolo di Baronetto. Così tanta voglia di appartenere, da scappare di casa per andare a Napoli. Così tanta da accettare di non avere voce in capitolo. Perché, a quei tempi, questo era un mondo gerarchico e meritocratico. Non parlavano tutti. Il diritto di parola si acquisiva coi gesti. A Barletta, nell’agosto del 1996, dilagammo nel piazzale della stazione. Nella loro città. Il giorno dopo, uno dei “grandi” chiese il mio parere su una faccenda di nessun interesse. Ed io sentii le gambe cedere dall’emozione d’essere stato interpellato. Sono di un’altra generazione, penso. Mentre lo specchio segue il movimento costante delle onde. È stata una lunga giornata. E non è successo niente. Niente di più di quanto succede normalmente a questo mondo nel 2014.  

13/02/14

Fantasmi nel campo santo



Domenica 9 Febbraio 2014, Martina-Foggia 1-1

C’è un istante preciso.
Quando nell’abitacolo si diffonde il giornale orario di Radio Capital, a volume sommesso. Renzi che sta facendo le scarpe a Letta. Quando i passeggeri dell’ennesimo viaggio della speranza elencano e motivano i perché delle loro scelte in materia di whiskey. Lagavulin, Laphroaig, Oban. Quando fuori l’inverno arretra, e dissemina il terreno di nuvole cariche tendenti allo scarlatto. Quando gli altri mezzi della legione sono a distanza di sicurezza, perfettamente visibili, uno avanti e uno dietro. E gli altri due ci aspettano al distributore di Casamassima. E la strada scorre via con implacabile costanza.
C’è un istante preciso. In cui tutto sembra andare come dovrebbe. In cui gli astri sono al loro posto, senza pretese illegittime. In cui il tempo sembra assolvere al proprio dovere, per il bene degli uomini. Ma gli esseri umani sono animali perfettibili. E non colgono. Non hanno sensori sufficientemente allenati a comprendere la grandezza dell’attimo.
È quello il momento in cui, di solito, chiama Arnaldo.

Si esce dalla carreggiata. Sosta forzata ad una pompa di benzina. I nostri sospetti erano fondati. Del resto, siamo cresciuti con quello spot di Tele Norba che parlava del Baricentro. E qui, più che alle porte della città innominabile, siamo in odor di Mar Ionio. Chi siamo? Dove andiamo? Ma soprattutto: Perché avete preso la Taranto? Domande irrisolte, nell’aria come spore in plotone d’avanguardia. Dietro le linee nemiche di febbraio. Giù fino a Mottola, a 120 all’ora, per recuperare il ritardo che credevamo anticipo. Bestemmie soffocate. E, ciò che è peggio, nessuno da incolpare. Geografia, a scuola, non si fa più. Svolta per Noci. La Valle d’Itria. Stiamo andando a fanculo. I bassi muretti di pietra ricordano la Sardegna. E l’argomento vira. I viaggi di nozze. Il più classico dei dibattiti ultras. Dall’altra macchina giungono schiamazzi via Wind. Capiamo. E sbulloniamo il nostro Oldmoor. Per non soffrire di invidia all’arrivo.

Appuntamento alle porte di Martina Franca. Facile a dirsi. Tutt’altro a farsi. Perché noi proveniamo da Ovest, e Martina si palesa senza annunciarsi. D’un tratto. Palazzi senza uno straccio di benvenuto. Esistono i tom-tom. Gli altri ne possiedono uno. Si tratta d’attendere. E noi, in questo, siamo maestri. La carovana si ricongiunge in capo a dieci minuti. Sono quasi le quattro. Le squadre saranno nel sottopassaggio. Perché c’è sempre un sottopassaggio, nella vita. Tutti in coda, verso il settore ospiti. Fino al primo incrocio. Perché nella vita ci sono anche questi. E noi, in onore alla tradizione dauna del carnevale, ci sparpagliamo come coriandoli. Siamo dei posseduti. Gli autisti non meno dei navigatori e dei passeggeri. Ad ogni snodo, le mani scottano sul volante ignaro. E si gira a casaccio. Rarissimi i casi in cui più di due mezzi abbiano svoltato nella medesima direzione. Posseduti. Senza esorcismi possibili. Giro panoramico. Poi, finalmente, settore ospiti.

Il botteghino è incassato nel cemento. Dagli spalti, i cori dei padroni di casa. Scenario consueto: la camionetta, gli sbirri annoiati, l’ispettore con la ricetrasmittente. Pioggia. Freddo. Le prime voci allarmate. Le chiacchiere. Quello chiuso nel cubicolo, in pratica, comunica con gli occhi. Le luci azzurre che provengono dall’interno ci fanno immaginare un monitor. È così. Tutto informatizzato. Spersonalizzato, in questo cacchio di calcio del 2014. Ci dice che il suo compito è battere sui tasti. Che non ha margini d’autonomia ulteriori. Neppure il falso ideologico! Ovviamente, non riesce ad inserire un bel nulla. Il circuito ha chiuso i battenti col fischio d’inizio. Gli chiediamo se ha biglietti tipo Riserva A. Ma ci risponde con uno sguardo da ventenne ignaro. Evidentemente, a furia di lavorare con queste diavolerie tecnologiche, questi uomini – pur datati – hanno dimenticato il calore della carta prestampata. Chiama un responsabile. C’è sempre un responsabile. Sull’Olimpo. Nel frattempo, l’ispettore ci intrattiene con un saggio di giurisprudenza, disceso a cascata dalla solita domanda: “Perché non ve la fate la Tessera? È una legge”. “No, che non lo è!”, “E cos’è?”, “Una direttiva ministeriale”. Piove più forte. Alcuni fantasmi dal vestiario casuale si aggirano attorno al loculo dell’uomo dei biglietti. Come anime di defunti assediano la casa del custode di un cimitero. Non sono molesti, non sono cattivi. Sono persi. Smarriti, dall’idea che varcare questi cancelli sia tanto ostico quanto calarsi dalle sbarre di una galera. Ma quello, l’uomo-biglietto, si spaventa lo stesso. E chiama la police. È questo l’effetto che fanno i fantasmi sui funzionari. Il responsabile arriva. E prima ancora di poter candidamente ammettere che non è lui colui che cerchiamo, prima ancora di poter sviare l’interesse dalla sua persona indicando il suo superiore nelle sfere celesti, ci mostra quel che il funzionario ci aveva già mostrato. Niente, la tastiera – alla mezz’ora del primo tempo – è inservibile come un giradischi all’età dei Comuni e delle Signorie. Non ci resta che salutare.

Si smantellano le tende provvisorie del nostro provvisorio accampamento di illusi, speranzosi e sognatori. Si lanciano due o tre cori nel silenzio. E sotto l’acquazzone, si monta nei mezzi. In corteo, si prende la via della campagna, al limitare di un arcobaleno che non è né presagio, né auspicio. Soltanto il banale risultato delle piogge in dissolvenza. Un trullo, due, cinque. La sosta e sulla provinciale. Un I-phone capta lo streaming. Finisce sulla tettoia di una macchina, tra gli schiamazzi della platea, a sostenere i pixel rossoneri. Calcio moderno. Post-moderno, addirittura. Gli ultimi romantici alle prese con l’oggettistica del cinico presente. Con la metafora dell’assassinio di una passione. Contraddizioni. Come idolatrare l’arma di un delitto. In altri tempi, dicono i reduci, non sarebbe mai successo. In altri tempi, gli si potrebbe rispondere, una radio locale avrebbe trasmesso la partita. In altri tempi, ad essere ancor più pignoli, al botteghino ci avrebbero mollato dei biglietti senza fare troppe storie. E ci saremmo visti la partita sui gradoni. Poi il Foggia segna. Noi esultiamo. E un villico sbuca dal trullo. In mano ha un coltellaccio da cucina. Di quelli per tagliare il pane.   

20/01/14

Il potere del disinteresse



Domenica 19 Gennaio 2014, Vigor Lamezia-Foggia 0-1

La florida signora ha una sciarpa in tartan a coprirle il collo e una faccia distesa. Quando incrocio il suo sguardo, alza le braccia e mi mostra i palmi. Come si fa in chiesa quando si recita il Padre nostro. O allo stadio prima di Noi non siamo napoletani. Intima di non chiederle niente. Lei non c’entra, non è responsabile dell’ordine pubblico. Eppure un poliziotto in divisa le tiene aperto l’ombrello sul capo scoperto, e la segue passo dopo passo. Faccio capire – allargando le braccia a mia volta – che non intendevo aprire un dibattito, una tavola rotonda o qualcosa di simile. A quel punto faccio l’errore di guardare l’uomo in divisa. Che mi spiazza con una domanda innocente. “Perché non potete entrare?”. Attimi di silenzio. “Perché non abbiamo la Tessera”. Sento che sta per farlo. Avverto il rumore del suo sistema operativo centrale in rielaborazione. Lo fa. Mi rivolge la domanda da un milione di euro. “E perché non ve la fate?”. La signora annuisce, come se fosse stata preceduta. Nelle intenzioni, anche lei voleva chiedermelo. Nei gruppi di studio politici, una delle prime cose che ti insegnano è di non discutere mai coi poliziotti. Un vago ricordo di quei tempi di apprendistato mi attraversa la mente, come un fulmine in una torbiera. Ma sono epoche sepolte. Quindi rispondo. Perché è sbagliata, perché questo modo di intendere il calcio sta svuotando gli stadi, perché la pay-tv, il calcio di un tempo e bla, bla. Quello, alla fine, annuisce. Disinteressatissimo. Poi si volta, mi fissa e mi dice che, comunque, abbiamo fatto due chiacchiere accademiche. Che tanto non dipende da lui. Che non è il responsabile. Mi verrebbe di rispondergli che non l’ho mai sospettato. Ma alzo le spalle anch’io. Un confronto di specchi. Con l’indifferenza in posa egocentrica, nel mezzo. Credo di sapere chi sia il responsabile. Quel tipo che ha tirato la testa fuori dal finestrino abbassato e ci ha chiesto: “Foggia?”, quando i due furgoni si sono arenati davanti all’evidenza di uno stadio che non riuscivamo a vedere. Per quanto ci fossimo davanti. Quello col cappuccio che mi ha gridato, a metà tra l’allarmato e l’autoritario: “Dove vai?” mentre mi avvicinavo al muretto del settore ospiti per fotografare il nobile striscione dei ragazzi di Lamezia. Solidali con il lutto delle famiglie e degli amici delle giovani vite perdute la settimana scorsa, in un incidente stradale. Quello che adesso, dopo la foto di rito – quella di spalle – e gli altrettanto rituali cori per la curva e contro la Tessera, torna col telefono in mano per ribadire che non c’è niente da fare. Siamo arrivati con mezz’ora d’anticipo, stavolta. “Ma è mai possibile? Non ci sono screzi con i rivali, non ci sono problemi tra i gruppi…”. Quello alza gli occhi al cielo. Ok, capiamo al volo l’antifona: neppure lui è il responsabile. Che caricatura di Paese! Dalle bollette della Telecom alla Tarsu, dall’Imu agli stadi blindati, non si riesce mai a capire di chi sia la responsabilità! È la solita scusa del fatalismo che pervade gli umori del nostro spirito mediterraneo. Un vascone in cui nuotano pesci che eseguono soltanto gli ordini, l’Italia. Direttive inflessibili e mute dettate da un funzionario che non si vede, non c’è e che probabilmente non esiste. Il Dio dei cattolici. Va bene, al solito. Allo stadio non si va, non facciamo capricci. Abbiamo percorso più di 400 chilometri filati. Magari una birra, al riparo di un bel bar in centro, o un caffè in tranquillità, ce lo meritiamo pure. Prima di ricongiungerci alla strada del ritorno. Quel che mi sembrava il responsabile dell’ordine pubblico, mi tocca una spalla. Come un maestro deamicisiano – o un pastore transumante – mi invita a raggiungere rapidamente i mezzi. Mi fermo. Niente stadio, niente capricci, si è detto. E sia. Ma questo esula dalla pur assurda sfera dei divieti. Gli faccio presente che non ho più alcuna intenzione di valicare quella zona militare sorvegliata dove ventidue ragazzi danno calci ad un pallone. Conosco la pericolosità della pretesa che mi ero arrogato di fare e mi piego di buon grado all’interesse in materia di difesa dello Stato. Ma ora non sono più un foggiano in trasferta. Sono un cittadino italiano sul suolo italiano. E vado dove voglio. Quello mi risponde che no, non è così. Che devo raggiungere gli altri e accelerare, con gli altri, le procedure d’espulsione forzata. Gli chiedo se pensa che il mio sostare o il nostro girovagare dipendano da una sua concessione, piuttosto che da un diritto. Risponde che comanda lui e tanto deve bastarmi, come spiegazione. Discussione accademica, certo. Ma assai significativa della mentalità dei tutori. Arrivano i ragazzi di Lamezia. Li ringraziamo e stringiamo loro le mani. Poi gli chiediamo dove poter vedere la partita, lontani dallo stadio. In fondo, il campo sportivo è in piano e attorno ci sono diverse collinette. Il responsabile non-responsabile si intromette. Dice che non andiamo proprio da nessuna parte. Che loro adesso ci accompagneranno in autostrada. Facciamo presente che non vogliamo essere scortati e che – da questo momento – siamo turisti in libera uscita. Quello insiste. E ordina una camionetta come si ordina una capricciosa. La vuole piena. Con molti funghi. Non ci siamo proprio capiti. Non si capisce, non si vuole capire, il limite tra un divieto e l’abuso. Perché le due cose, nel frullato mentale poliziesco, sono le due facce della medesima medaglia. Chiedo di mostrarmi la fonte della sua interpretazione estensiva della legge. Consapevole di essere volutamente stronzo e presuntuosamente legalitario. Ma tant’è, non mi piace la sua faccia. E a quello non piace il mio “atteggiamento”. Dice proprio così. E mi propone di seguirlo in centrale. Io sono ben disposto e glielo dico. Altri si intromettono. E in meno di un minuto, un bel corteo di volanti apre e chiude il convoglio di pericolosi non tesserati. Che, per il bene della nazione, anche stasera sono stati respinti. Grazie alla solerte polizia italiana, non ci sarà violenza in questo stadio, oggi. Ci voltiamo e salutiamo con la mano i ragazzi di Lamezia. Che ci rispondono alla stessa maniera.

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