15/06/16

Lode del cadere e del rialzarsi


Foggia è il terremoto del 1731. Nono grado Mercalli e duemila morti. “Devastante”. È nelle nove incursioni aeree della RAF, tra il maggio e il settembre del 1943. Nello scempio del centro, della stazione ferroviaria. Nelle ventiduemila vittime stimate. È nella voragine di Viale Giotto, nei 67 nomi sul bronzo. 
I superficiali, quelli che nelle città cercano gli arabeschi dei palazzi signorili, quelli che vanno a Firenze e si sorprendono pure di trovarla magnifica, potranno pensare che la mia è una città che va spesso in ginocchio. Io la vedo diversamente. Io ci vedo l’ostinazione a rialzarsi. 
Per capire Foggia bisogna prendere via Manzoni, costeggiare il percorso che fu delle mura sveve (abbattute dal più grande degli Svevi) e svoltare a destra, attraverso un vicolo apparentemente cieco. Seguire il labirinto di case basse e sbucare a Borgo Croci. Fino a piazza dell’Olmo. Ritrovarsi, senza essersene resi conto, nel cuore di un paese senza similitudini con la città. In questa zona, la domenica, mangiano carne di cavallo. Dall’altra parte, nella Foggia urbanizzata, gonfiata dall’emigrazione interna, della carne di cavallo non vogliono neppure sentir parlare. L’anima di pianura e quella collinare di una comunità che venera una madonna che nessuno ha mai visto in volto e annovera come monumento un palazzo che non c’è. Il Palazzo di Federico, l’antica sede imperiale, svanito nel nulla. Al pari di una leggenda. 
Quando una Salernitana già arci-promossa ci spedì in C1 – e fece bene, perché noi avremmo fatto lo stesso con loro – non c’erano ancora stati i Mondiali di Francia. Molti bambini nati in quell’estate stanno per diventare maggiorenni. Avranno uno smartphone, useranno whatsapp e il calcio lo seguiranno su Sky. Il pub in cui commentavamo quelle partite non esiste più. I giardini, dove migliaia di ragazzi trascorrevano le loro serate, si sono spopolati. E la piazza della Cattedrale, un tempo off-limits, oggi scimmiotta la movida dei posti qualsiasi. 
Foggia, da allora, ha perso tutti i play-off che ha giocato. 
E no, non è un errore. Perché il Foggia non è soltanto la squadra di questa città. È la quintessenza dell’appartenenza e dell’identità di questo posto in cui si passa, distrattamente, solo per scendere da un treno e saltare su un altro. Nella primavera del 1999, lo spareggio del “Conero” ci spalancò le porte della C2. E per due volte – la prima con Acireale, la seconda col Paternò di Pasquale Marino – i play-off ci furono fatali. Nel 2007 la pugnalata arrivò al “Te Deum”, sotto forma di una botta al volo da fuori di una meteora con la maglia dell’Avellino. Eravamo al recupero. Eravamo in superiorità numerica. Regalammo la B al “Partenio”. L’anno successivo e quello dopo, salutammo i play-off in semifinale. A Cremona e a Benevento. Cinque volte in dieci anni. Senza aver mai subito un gol in più dell’avversario. Potenza del miglior piazzamento. 

Quest’anno siamo la migliore seconda della Lega Pro. In assoluto. Ma per una volta non vale la regola della meglio classificata. Presagi. Temiamo il Lecce, lo vorremmo in finale. Lo battiamo prima, due volte. In finale c’è il Pisa, c’è Gattuso. Seduti in cerchio a due passi dal mercato, in un fresco preserata di Peroni e vodka lituana, proviamo a spiegarci, a chiarirci, a disegnare quel che ci aspetta: “Non sarà facile. Il Pisa è una Paganese più forte”. Per intenderci. E noi con la Paganese non abbiamo vinto, quest’anno. Presagi. I nostri rossoneri, i rossoneri di De Zerbi, soffrono queste squadre. Quelle che sanno arroccarsi, che difendono la fortezza, che sfruttano gli sbagli altrui e puniscono. Quelle che mi piacciono, alla resa dei conti. I nostri sono degli intellettuali del pallone. Fraseggiano. Io ero sufficientemente adolescente con Zeman da capire che tra giocare bene e vincere c’è una differenza sostanziale. E dovendo scegliere, personalmente, giocherei male. Ma questa è sempre stata una piazza di sperimentatori. È la croce che ci siamo presi. E che dobbiamo portare. In fondo, ci diciamo, siamo superiori al Pisa. A stringere, siamo superiori a tutti. E questo, inconfessato, è quello che mi preoccupa. 
Sul 2-2 all’Arena Garibaldi, un 2-2 strappato in rimonta dopo un inizio raggelante, Iemmello – il nostro attaccante, già 36 gol in stagione – punta un paio di difensori, li disorienta, guadagna uno spazio, un’intercapedine; li infila, passa, è dinanzi al portiere. Dinanzi alla tv cui siamo costretti, saremo più di settanta persone. Tratteniamo il fiato all’unisono, pronti ad esplodere. Iemmello calcia. Il loro portiere è bravo a non cadere. Para. Con qualcosa di umano tra il guantone, il braccio destro, la spalla, il mento. Una manciata di secondi dopo siamo in difesa. Palla al piede. Si va di lancio lungo a scavalcare il centrocampo. Si becca in pieno un neroazzurro. Qualcosa di umano tra l’orecchio, il collo, la corteccia cerebrale. La palla si impantana nella zona di nessuno. I pisani sono più lesti. In un attimo vediamo il tiro, il tuffo disperato del nostro estremo, il pubblico schizzare in piedi. È il calcio, si dice sempre. E nel rumore delle sedie di plastica che volano e si schiantano al suolo, di pugni alle pareti, di bestemmie poderose, riesco persino a sentire un idiota che ripete, dalla televisione, la storia del “gol sbagliato, gol subito”. È il calcio. La nostra diagnosi manicomiale. Prima della fine, c’è tempo per il quarto gol del Pisa. E per il quinto fallito. Notevole bagno d’umiltà. La congregazione di speranzosi, arroganti, fieri compagni d’attesa e di sofferenza, saldatasi attorno alla certezza di far festa al novantesimo, si disperde in rivoli di dolore individuale. Così funzionano gli uomini. Quando piangono, piangono da soli. 
Il ritorno allo “Zaccheria” è un fantasioso parto della nostra fervida immaginazione.
“Ce la facciamo”, ci ripetiamo, “ce la facciamo”. E riprendiamo colore. E una certa sicurezza. 
Oltre quella patina, i soliloqui con la sorte. Non ci è mai andata bene, ai play-off, cosa c’è di diverso quest’anno? Cosa dovrebbe esserci? Il ritorno, da noi, è attesa. Un’attesa lunga e moribonda, un pre-partita di emozione trattenuta, di fretta consapevole, di ansia autolesionista. Finirà. Salutiamo chi va allo stadio. Restiamo con chi va in Questura. L’attesa. Nei video che imperversano sul web, di quelli che ti forzano la lacrima; nella musica leggera che tenta di stemperare le passioni forti per cui ci si batte; nelle infinite bottiglie sfilate dal frigo; nel caldo che diventa afa e fa temere la pioggia. Il cielo è nero come quello dei Bluvertigo. L’attesa. 
La palla al centro è nostra. Il primo fraseggio è nostro. Il Pisa è un monoblocco coordinato. Centrocampisti e difensori si muovono simultaneamente, a destra quando andiamo a destra, a sinistra quando anche noi facciamo così. Il groppo in gola mi dice che non ce la faremo mai. Il cuore mi comunica che è dello stesso avviso. Cazzo. Ho atteso per piangere da solo. Ho atteso il rigore, senza manco guardarlo. La sorte, meretrice da quattro soldi, che ti beffa – dopo una partita passata a cercare uno sbaglio, uno spiraglio – con un penalty a due dalla fine.  
Siamo i figli della più dimenticata tra le popolazioni guerriere della Magna Grecia, figli della città che nessuno visita mai di proposito, umorali e bipolari come slavi. Dev’essere per via di quel braccio di mare che ci divide dall’Illiria degli avi. O boh. Fatto sta che da ste parti Giulianova, Porto San Giorgio, persino Senigallia, sembrano più vicini di Caserta. La nostra storia è storia di passioni che bruciano nell’indifferenza; nel disinteresse di quel mondo “fiorentino” in cui solo ciò che brilla di bellezza assoluta merita attenzione. Ora siamo a pezzi. Come tante volte nella nostra storia. Eppure Foggia è riuscita a diventare una città moderna dalle rovine della guerra. Foggia si rialza, signori. Lo sta già facendo. La quotano alta. Andate a scommetterci.  

07/03/16

Il pullman, la contestazione e la città divisa

Una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio.
Altrimenti saremmo dei folli. Colpevoli di un’idiozia colossale, di una svista irresponsabile.
A quelli che parlano di ventidue ragazzi in mutande che inseguono un pallone; a quelli che dicono: “Il Parlamento dovreste assaltare!”, daremmo ragione.
Provate a farvi un giro per Foggia, oggi. Lunedì 7 marzo 2016.
Andate in edicola, dal macellaio, al minimarket. Passeggiate a piazza Italia, lungo corso Roma, a corso Cairoli. Pesate gli sguardi. Ascoltate il tono delle frasi. Decriptatele. O rispondete a quel che vi viene chiesto, in un sussurro cospiratorio che è tutto dire.
Una squadra di calcio è una sommatoria di aspirazioni. Di sogni, di ideali, di prospettive di rinascita. Lo dicono tutti: Foggia era una città magnifica, quando il Foggia era in A.
Io la serie A me la ricordo bene. E bene ricordo quella città. Non posso che rispondere che sì, è verissimo. La mia città era – e nei miei ricordi è ancora – luminosa e piena di vita.
Un giocatore che viene dal Varesotto, un ventenne di Mantova, non può saperlo. Viene qui, indossa quella casacca, si allena, magari svogliatamente. La sera esce, si diverte. È un ventenne, del resto. Non ha colpe dirette del cumulo di aspirazioni che gli abbiamo riversato addosso, senza aggiungerlo tra le clausole del contratto. Non è stato avvertito. Non ha colpe dirette di questa smania, di questo desiderio frustrato, di questo continuo essere ad un passo dal minore dei sogni. E vederlo sempre sfumare.
La squadra che amo retrocesse in serie B in un pomeriggio di primavera del 1998.
Lo considerammo un trauma di passaggio. Una stagione, non di più, poi avremmo rivisto la cadetteria. In curva si urlava di non rispondere a nessun coro offensivo delle tifoserie ospiti, a meno che non fossero rivali storici. Il resto, a Foggia, cercava gloria. Era chiaro. Erano tifoserie di C1. Non meritavano la nostra attenzione.
Non solo non salimmo. Ma l’anno successivo eravamo in C2.
Da allora, soffochiamo. Abbiamo visto diversi curatori fallimentari, saltimbanchi ed imbonitori, truffatori e faccendieri. Abbiamo perso tutti i play-off possibili. Vinto un play-out da psicodramma. Abbiamo sopportato la D. E, peggio ancora, le illusioni.
Quando tornò la Triade della Belle epoque, la mia città fu percorsa da un brivido elettrico. L’entusiasmo era un fiume che travolgeva gli argini.
Perché una squadra di calcio non è mai solo una squadra di calcio. È la rappresentazione plastica della volontà di riscatto di un’intera comunità. Che sostiene, paga, viaggia. Perché quello è il proprio, fondamentale, ruolo nell’ascesa.
Si sogna, tutti assieme. Stretti a quella maglia. Perché, come dicono quelli che tutto tramutano in vil denaro, una squadra promossa può diventare un formidabile volano per l’economia locale.
Noi, alfieri di una passione, antieconomici per eccellenza, ai soldi non abbiamo mai saputo badare. E l’unico volano che poteva attirare la nostra attenzione era, ed è, quello dell’entusiasmo. Dell’innamoramento che diventa più di quel che già è, che si alimenta del fermento pre-partita, dei dibattiti accalorati nei bar, dell’attesa spasmodica di uno scontro decisivo.
Qui, come ovunque, la sconfitta in un derby toglie la voglia di fare. Anche quando si è commessi in un minimarket o si gestisce un’edicola.
Quarantotto ore fa, al fischio finale della partita di Andria, alla conclamata dichiarazione di fallimento, quel che abbiamo provato – prima ancora della rabbia – è stato il dolore. Un dolore irrispettoso, certo, di chi soffre sul serio. Ma dolore comunque. Una delusione cocente, di stomaco. Uno svuotamento come di catastrofe.
Esagerato, certo. Ma le passioni sono sempre esagerate.
E non c’entra lo spogliatoio che tutti sappiamo spaccato, gli egoismi delle nostre prime donne, lo scarso impegno in campo rapportato all’argento vivo fuori, la presunzione, l’arroganza, la supponenza dei nostri interpreti. Non c’entrano i populismi sui guadagni stratosferici per giocare a pallone, che fanno dello “Zaccheria” il villaggio vacanze in un mare di realtà. Volendo, non c’entrano neppure le misticheggianti favole ultras sulla maglia da sudare, l’impegno, al di là del risultato.
La rabbia che ha seguito la delusione – e per molti il pianto – è una radiografia di questa città. Del suo amor tradito. Del suo essere stata nuovamente abbandonata da gente che aveva garantito rispetto e fedeltà.
Quarantotto ore fa, all’arrivo della squadra, dinanzi alla tribuna dello “Zaccheria”, non c’erano solo gli Ultras. Quei fantomatici vendicatori a comando, quelli ai quali delegare le contestazioni, quelli da istigare quando fa comodo. C’erano decine e decine di persone. Arrabbiate. Perché deluse. Perché tradite. Il pullman s’è fatto largo a fatica. Volevamo vedere le facce. Le facce da selfie sempre pronte a mostrarsi per godersi i trionfi. Quelle onnipresenti quando tutto fila liscio. Noi siamo gli stessi che accogliemmo la squadra in 3mila alle 3 di notte, dopo la vittoria di Bari. Coppa Italia. Secondo turno. Volevamo vedere chi ci avrebbe messo la faccia anche dopo una disfatta. Lo volevano tutti. Non solo gli Ultras. Quelli che si prendono le colpe, quelli che hanno il coraggio di rappresentare l’anima nera di una città che si finge candida e condanna, quella che resta in disparte e s’indigna, dopo aver goduto. Come certe catechiste. Come tutti gli ipocriti.
Oggi Foggia è una città divisa. Lo si avverte.
Finita nel tritacarne della carta stampata, delle pagine web, dei social, della tv.
Dell’assalto al pullman della squadra, della violenza selvaggia, hanno parlato tutti. Il Corriere e Radio Norba, la Domenica sportiva e Tommasi. Mille persone, fitta sassaiola, spranghe, bastoni, cinghie. La Gazzetta, meneghina per definizione, ha finanche parlato di giocatori derubati dei propri portafogli. Un tocco di colore inevitabile, quando si parla di terroni.
Io potrei dirvi che non è andata così. Ma anche stavolta, servirebbe a poco.
Quel che mi preme sullo sterno, in realtà, è altro. È osservare i miei concittadini adeguarsi. Da colonizzati, schiacciarsi sul giudizio inappellabile che altri hanno sanzionato. Mortificarsi, scusarsi quasi, di colpe non proprie. Di episodi mai avvenuti. Esistiti nella fantasia di sciacalli assetati di glorie effimere. La contestazione ci stava, ci stava tutta. Ma, come ai tempi del “terrorismo”, si teme anche di dirlo. Per non finire nel novero dei fiancheggiatori, di quelli che rovinano un’intera città. Ora, con calma olimpica, guarderemo le teste cadere. Quelle vuote degli Ultras, magari. E una comunità applaudire soddisfatta, sollevata, come quando in piazza il popolo guardava ghigliottinare i propri figli. Nel nome di un potere che aveva sempre sede altrove. E che poteva spingerci al più devastante degli odi: quello contro noi stessi.










12/02/16

Il calcio è della gente!

Ciurma contro la decisione della società di fissare alla cifra esorbitante e folle di 30 euro il biglietto per il settore ospiti dello "Zaccheria", lunedì, in occasione di Foggia-Matera. Il calcio è della gente!


04/08/15

Roba da museo

Lo si diceva tempo fa: la battaglia contro la Tessera sta agli Ultras come quella per l’articolo 18 sta ai sindacati. Perentoria, universalmente legittima, totalmente inutile, indiscutibilmente perdente. Un feticcio, insomma. Che non tiene conto dei tempi e dei modi. Quando i sindacati si battevano per la difesa del posto di lavoro dai licenziamenti arbitrari, attorno v’era un mondo fatto di certezze più o meno incrollabili: di tempo indeterminato, di straordinari e ferie pagate, di maternità retribuite, di congedo parentale, di contributi Inps. La precarietà esistenziale, oltre a quella puramente lavorativa, ha devastato lo scenario dello scontro. I ruoli si sono confusi, fino a sovrapporre i confini del giusto e dell’ingiusto. Oggi, la difesa dei diritti dei lavoratori non precarizzati, è ferrovecchio minoritario. Indispensabile per mantenere alta la credibilità di chi lo sostiene. Irricevibile, per il resto del mondo. Perché reso tale dal contesto. Che cambia, cambia, cambia in peggio. A velocità incomprensibili. Alle quali non ci si può adattare. 
Per gli Ultras è uguale. 
Parere personale. 
Vivere in curva nel 1985 non era come vivere una curva dieci anni dopo. E tra il ’95 e il 2005 ci passa, più o meno, lo stesso universo, di mezzo. Gli Ultras sono cambiati, per loro stessa natura, da sempre. E cambiano di continuo. Le regole che parevano immodificabili, quasi eterne, quando si avevano sedici anni, sono diventate retaggio folkloristico, buono per una saga nordica di aneddoti sconclusionati. Ciò che sul serio valeva, ai tempi, si è sminuito a memoria di ciò che era. Capita. Funziona così. Non ha senso cercare, nel mondo immacolato e pieno di contraddizioni degli avi intoccabili, le motivazioni che ancora oggi spingono a salire i gradoni dei settori (un tempo) popolari. Quelli sono individuali e collettivi. E riguardano l’oggi, non le immaginarie epoche d’oro. Allora, stabiliamo una volta per tutte, che la lotta contro la Tessera altro non ha apportato, al movimento, se non la cruciale consapevolezza che non esiste alcun movimento. Che non siamo fronte. Che non sappiamo batterci per più di una partita. 
E allora, pazienza. 
Il Foggia, domenica, andrà a Bari. A Bari. Sedici anni dopo il 2-1 di Matrone e Di Michele (che poi era autorete di Zanchi). Io, quel giorno di gennaio, c’ero. E c’ero due anni prima, quando si perse, con Catuzzi allenatore, in A. E c’ero prima, nel 1992, in primavera, quando si vinse 3-1. E prima ancora, a settembre, quando si giocò in campo neutro con la Juventus. E ancora, a risalire, nella primavera del ’91, quando si pareggiò – sempre in campo neutro – 3-3 col Pescara. Io i miei treni, le mie carovane di macchine con le sciarpe ai finestrini, i miei regionali senza ritorno, i miei mezzi di fortuna, li ho visti, li ricordo e li racconterò. Finché avrò fiato. Fiero e felice d’aver vissuto quegli anni e di aver servito quella causa. Così come, fiero e felice, affronto quel che siamo. Con la consapevolezza aggiuntiva che non sono nessuno per imporre a chi è venuto dopo di me di dare retta alla mia cieca coerenza di vecchio. Mi spiego meglio. Nel mio gruppo – visto che è risorto, all’improvviso, il dibattito sulla Tessera e sulle incoerenze – ci sono ragazzi validi e vigorosi, appassionati ed entusiasti, forse più di me, che per un semplice dispetto dell’anagrafe, per un bisbetico capriccio degli anni, hanno vissuto forse due, forse dieci trasferte. E che se gli dici Bari, ti rispondono con la stessa faccia di un pensionato al quale si nomina Zanzibar. O Ibiza. Noi abbiamo detto “Tesserati mai”. E l’abbiamo detto perché lo pensiamo. Perché ci crediamo. Altri, prima di noi, avevano visto nel biglietto nominale, nelle trasferte vietate, nei calcoli immondi dell’Osservatorio, nell’inasprirsi dei Daspo, il limite estremo. Noi ci siamo arrivati dopo. Perché ogni uomo ha bisogno di un punto di non ritorno. Ogni uomo sente il bisogno di segnare il finisterre. Per noi è stata la Tessera. Così, abbiamo raccontato ai più giovani che bisognava resistere, reggere, mentre fallivamo. Mentre gli prospettavamo battaglie campali che non riuscivamo ad ipotizzare. Domenica il Foggia va al “San Nicola”. Con l’entusiasmo che c’è qui, con l’attesa di un derby che i sedicenni non hanno mai visto, in trasferta libera a Bari, domenica, saremmo stati duemila. Minimo. Invece, niente. Saremo a casa, i vecchi che l’hanno scelto e i giovani che l’hanno subito, a seguire il viavai di sms dalla tribuna stampa, le notizie su internet, gli aggiornamenti degli amici degli amici. A tribolare, a soffrire o a gioire per un epifenomeno estraneo alla nostra vita come e più dei playoff di football americano. Il tutto nel nome di una coerenza che non mi va più di tributare come lascito. Quando mi innamorai di questo mondo avevo sì e no quattordici anni. In curva – in casa e fuori – si stava come dicevano quelli che c’erano da prima. E, quelli, non somigliavano affatto a quelli che c’erano stati prima di loro. I mondi cambiano. Tra dieci anni, probabilmente, visto l’andazzo, in Italia ci sarà una nuova generazione di Ultras. Gente ossequiosa a regole per noi assurde, ma dal cuore identico al nostro. Pronta a dividersi un pasto, a macinare chilometri, ad affrontare uno scontro in inferiorità numerica. Con la Tessera in tasca. Lo so, lo sappiamo, che altre repressioni veleggeranno al loro orizzonte. Ma, nel frattempo, quei ragazzi avranno vissuto qualcosa che varrà la pena raccontare. Cosa guadagnano restare a casa con noi? Tetre nostalgie di anziani che, ad andar bene, gli racconteranno degli scontri del Vomero come i reduci della Prima Guerra mondiale raccontavano dell’Isonzo ai paesani. Non ha senso. Non abbiamo saputo combattere per vincere. Ci siamo auto-mutilati, tutt’al più. Ci siamo fustigati, come monaci cristiani negli eremi. Abbiamo riempito le nostre bacheche di trasferte non fatte, di guerre non affrontate, di stadi non visti e di privazioni che ci hanno resi folli, tristi e sconfitti. Ora, rivendicando fino all’ultimo le nostre scelte (che sono le nostre, le nostre e basta!), sarebbe il caso che lasciassimo ai più giovani la libertà morale di andare incontro alla loro contemporaneità. Senza lettere scarlatte sulla schiena. Questo è il mondo che li aspetta. Un mondo che abbiamo contribuito, nel bene e nel male, a confezionargli. Togliamoci di mezzo. Non del tutto, non di certo. Magari restiamo lì ancora un po’, a guardia di un mondo che non esiste più, finché non sarà esaurito il nostro ruolo. Ma senza riempire di incrollabili certezze crollate le menti e i cuori di chi, oggi, non ha il coraggio di spodestarci. Per dirci in faccia che la giostra ricomincia, che altrove è già ricominciata. Che domenica si va a Bari. E che noialtri, con le nostre nostalgie, siamo roba da museo. E amen.

21/07/15

Laggiù

Triberg è famosa per gli orologi a cucù. L’ho appreso da Wikipedia. E sono almeno due mesi che cullo, culliamo, l’idea di andarci. Pare ci sia l’orologio a cucù più grande d’Europa. O del mondo, vai a saperlo. Triberg è nel cuore della Foresta Nera. Qualsiasi paese del Baden Wurttemberg lo è. La Foresta Nera non ha fegato, polmoni o pancreas. È tutto cuore. O così, quanto meno, pare.
La stazione centrale di Friburgo è un andirivieni futuribile di cemento e vetro. Architravi snelle suggeriscono l’inquietante visione di un gigantesco ragno scavalcato da filamenti di ponti. È domenica mattina. Il sole picchia come non si riesce ad ipotizzare, pensandoci. Il giorno ideale, il clima propizio. Lo confesso: vogliamo fare i turisti. Quelli brutti e abbrutiti, che prendono il trenino, cambiano mezzo, scattano dozzine di foto e finiscono tra i cucù di fabbricazione pachistana con la volontà indefessa di strappare a quel lembo di continente un brivido d’autenticità taroccata. Ho deciso: voglio andare a Triberg come da bambino andavo ai laghi di Monticchio. Giù dalle scale del ponte. Binario uno. La macchina ingoia-soldi e sforna-tagliandi. C’è la bandierina italiana, sul monitor. Non rischiamo di confonderci. Info. Attesa. Stupore. Il viaggetto – meno di un’ora, in linea d’aria una settantina di chilometri, con uno scalo obbligatorio in un posto chiamato Offenburg – costa 48 euro a testa. Costerebbe. Perché lo scetticismo precede la bestemmia del rifiuto. Non è la prima volta che qualcosa ci va di traverso, in questa vacanza che ha subito il tracollo non appena oltrepassato il Reno. Quindi, evitiamo di perdere la calma. Lasciamo che il cervello si frizioni da sé. Inchiodiamo i nostri sguardi alla cartina geografica che fa bella mostra accanto alla macchina-usuraia. È ben definita, dettagliata. In verde, l’area metropolitana di Friburgo. Quella raggiungibile a soli 5,40 euro. Prezzo fisso. Ragioniamoci su due minuti due. A Sud ci sono due laghetti. È domenica, potremmo rivivere Monticchio. Si può scegliere tra due località, che rispondono ai nomi di Titisee e Schluchsee. Oppure, puntare da tutt’altra parte, verso Nord. Verso un luogo chiamato Elzach. Dove non c’è niente, se non la distanza minima da Triberg. La scelta, in sostanza, è la solita di sempre. È esistenziale e travalica questa stazione, Friburgo e il Baden Wurttemberg: seguitare a perseguire l’azione senza un piano o arrendersi all’evidenza e deviare su qualcosa di sicuramente più comodo. Dico a Francesca che ad Elzach potremmo trovare un pullmino per i cucù; o delle biciclette in stazione; o nulla di tutto ciò, ma un paesino meraviglioso. O il più cosmico dei vuoti. Propendo comunque per questa soluzione. Anche lei sembra d’accordo, ma si riserva qualche clic di riflessione. Giusto il tempo di confrontare le Google immagini delle tre località. Annuisco. La vedo allontanarsi di qualche metro. Mi volto a studiare meglio le distanze, ad ipotizzare scenari. E la sua voce mi ferisce. La sento maledire la nazione germanica, tutta intera. Il roaming, di nuovo. Ci hanno scalato altri soldi, dopo quelli di ieri. La connessione tedesca è una mignotta d’alto bordo. Il Reno ha inghiottito la nostra buona sorte. Manteniamo la calma. Chiudiamoci nel giallo recinto impalpabile dell’area fumatori. Spacchiamoci una Chesterfield rossa. E, nel frattempo, pensiamo. 

È sempre così quando si va in vacanza con la propria compagna. Tutto quel che proponi e che fai, tutto ciò che bevi e che offri, equivale – in sostanza se non in forma – alle fatiche mistiche di un monaco orientale. Tu non sei tu. Tu sei un piccolo popolo superstizioso di globuli e tessuti che cerca – attraverso svariati mantra – di non far perdere la pazienza ad una divinità che, per ragioni imperscrutabili, è sempre sul punto di esplodere. E cospargere di lava i tuoi campi coltivati a orzo. Ecco. Nel recinto, dove anche il fumo sceglie di ascendere verticale per non infrangere una regola, io sono intento a tranquillizzare la mia Minerva. Inscenando bizzarre danze tribali e colmando i vuoti con parole a vanvera. Quand’ecco che il mio sguardo vagolante li scorge. Involontariamente, indiscutibilmente. Li conto. Sono uno, due, tre. E ce n’è un quarto in arrivo. Si danno il cinque, si abbracciano, dinanzi alla vetrina di un Mc Donald’s. Sono inequivocabili. Ed io mi perdo. Conosco i gesti. Riconosco la complicità. Il ritrovarsi dopo una breve estate inattiva ed infinita. Le pacche sulle spalle che solo chi sta per ricominciare distingue da quelle di circostanza degli amici del bar. Sono rapito, lo ammetto. Tanto da spingermi, per lunghi istanti, ad ignorare la dea col broncio. E quando stacco gli occhi da loro, non senza difficoltà, mi sento dire: “Sono ultras del Friburgo!”. Come se questo possa portarle nuova allegria. O qualche giovamento. E poi aggiungere: “Chissà dove vanno…”, con l’espressione sognante di un bimbo di otto anni che vede passare i treni dei giocolieri. A me dei giocolieri non è mai fregato niente, neppure a otto anni. Ma, insomma, dovete leggere quest’ultima cosa come un parallelismo. Perché a me piacciono gli ultras quando si muovono. Così come, presumo, a qualche bimbo un po’ sciocco piacciono i giocolieri. 

Scegliamo Elzach. E abbiamo cinquanta minuti da spendere in stazione. Io non parlo una parola di tedesco. In compenso, neppure di tutte le altre. È il limite imposto dalla Torre di Babele. Da quella storia lì. Ma questo non cambia un bel niente. Posso pur sempre osservarli. Certe ritualità non hanno bisogno di parole. Come diceva Blaise Pascal. Che forse era Ron. Adesso siamo anche noi ai tavolini. Il gruppo è cresciuto. Ora ci sono anche due ragazze. Hanno le magliette del club. Un paio di loro, persino la sciarpa di lana. Bevono birra in bottiglia e le loro risate riempiono la saletta prospiciente al nostro atrio. Ricordo anch’io giornate così. Giornate estive, appuntamenti di Coppa che sanno di rimpatriata, di comunità che si ritrova dopo un esilio forzato di un mese e mezzo. È la fine dell’antimateria. Il ritorno all’ordine. A quell’ordine supremo e rassicurante imposto dal susseguirsi delle stagioni. Il cheeseburger mi muore tra le dita in tre morsi secchi. Ma decido di smetterla di voltarmi. Sembro un digossino, cazzo. Vorrei chiedergli dove sono diretti. E per cosa. Penso di soprassedere quando, d’un tratto, qualcosa di ancora più religioso, quasi commovente, attira la mia attenzione. Al tavolo accanto al nostro sono arrivati tre ragazzini. Bambini, si dovrebbe dire, per amore della correttezza. Biondi e rubizzi, lievemente obesi, occhi chiari. Con davanti i loro panini e la loro Coca. Anche loro con indosso i colori della squadra. Anche loro pronti a saltare sul treno della prima trasferta stagionale. Separati, rigorosamente separati, dai grandi. Eppure così intimamente interni ad una storia comune, che viene da smadonnare. Da maledire le nostre eccezioni. Penso ai nostri ragazzini. Alla violenza con cui uno Stato ipocrita impedisce di assaporare tutto questo. Di sentirsi parte di una famiglia allargata, di godersi le iniziazioni, di provare sulla propria pelle la felicità e la vertigine dell’appartenenza. Francesca mi guarda. Mi capisce. E mi domanda cosa deve chiedere, a quegli scolaretti nei cui visi la serietà dell’impresa se la batte con la leggerezza dell’età. “Chiedigli dove sono diretti e per cosa”. Lo fa. E le espressioni tornano ed essere infantili. Imbarazzate, quasi. Rispondono che vanno laggiù. Ed indicano con le mani un posto sconosciuto. Mi faccio sotto. Gli domando se è già Coppa di Germania. Mi rispondono che no, è una semplice amichevole. È uguale. Se il Friburgo giocasse a Monaco la prima di Bundesliga, questi ragazzini ci sarebbero comunque. Da soli, che fanno gruppo. Insieme ad altri mille concittadini. Così lontani e così vicini agli adulti, che non hanno mai smesso di essere puri come dodicenni. Li salutiamo. E mi sale la rabbia. Loro finiscono di mangiare, ultimano la Coca, ripuliscono il tavolo, buttano tutto nel cestino. E si avviano al binario. L’ultimo della piccola fila si stringe la sciarpa in vita.

Elzach si è dimostrata una colata di inutili villette. Il tempo di un paio di birre in stazione e siamo tornati indietro. A Triberg non ci siamo mai arrivati. A sera, in centro, ho visto una signora anziana ritornare in tram verso casa. Con indosso la maglia del Friburgo. E un giovanissimo, dai tratti indubitabilmente orientali, con la sciarpetta rossonera al collo, ben visibile. Come stigma dell’orgoglio. A noi, forse, non succederà mai più. I ragazzini – respinti da uno sport che ammalia come una amazzone frigida – del calcio, ad andar bene, conosceranno i grandi club attraverso la playstation. E quei pochi che avranno lo stomaco di farsi i gradoni settimanalmente, moriranno poco alla volta, di un’inedia che è inazione forzata. O dovranno accontentarsi delle briciole. Non c’è nulla di giusto, in questo. Lo so io, lo sapete voi. Ma la volontà di battersi vacilla. Rendendoci buffi pagliacci romantici che si commuovono dinanzi ai bimbi che vanno in trasferta. Laggiù. Oltre la strada ferrata

13/07/15

Il Sankt Pauli e la pratica dell'altrove

Ammetto: del Sankt Pauli ho una sciarpa di raso bianco. Al muro, accanto all’Ikurrina. E pure il biglietto di una trasferta mai fatta. A Francoforte sul Meno. Non posso quindi – in coscienza – sostenere la tesi di un’assoluta indifferenza “storica” nei confronti della compagine amburghese e della sua storia. Ma oggi – al netto delle occupazioni sulla Hafenstrasse, dell’epopea e del riscatto degli ultimi, degli emarginati, dei lavoratori del porto, dei punk, degli autonomi, delle jolly roger – e a margine dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro agiografico sull’argomento, fuori dai denti, va detto: non se ne può più! E non certo e non tanto per loro, quanto per noi. Per quel che vediamo quando decidiamo di osservare gli esterni; e per quel che riportiamo a noi, al nostro immaginario di strada e di militanza, sulla strada del ritorno. Perché – e figuriamoci! – non ho nulla da dire sull’ottantenne che settimanalmente si reca al Millerntor e lo popola della propria infantile passione immutabile. È nato lì. E, come lui, migliaia di altri abitanti di quel quartiere a luci rosse. I tifosi sono ovunque simili. Ed ovunque meritevoli di profondissimo rispetto. Le tante sofferenze, i dolori acuti, e le rarissime soddisfazioni d’accatto – tranne casi eccezionali e rarissimi – sono, per milioni di uomini e donne, lo stigma di una fede bruciante ed inspiegabile. Di una devozione che, al pari di un male insondabile, alla prima manifestazione pubblica è già, di fatto, irreversibile. Vale dappertutto. Nella metropoli e nel piccolo centro. Il “problema” è altrove. Diciamocelo. Il Sankt Pauli, come oasi e rifugio, come proiezione e come feticcio, ha rotto le scatole. Giacché, lungi dal rappresentare un’alternativa in carne ed ossa alla nostra empasse partecipativa, dimostra la nostra assoluta sconfitta. Se il Sankt Pauli, come modello sociale, vince, noi esultiamo. Dimostrando al contempo che sì, si può fare. E che sì, si può fare altrove. Che non è arte nostra. Se il Sankt Pauli, come modello sociale, perde, o si corrompe, o si contamina, allora non possiamo fare altro che, fatalisticamente, alzare le braccia al cielo ed ululare alla luna. E, come le donne della Algeri di Pontecorvo, chiosare che allora è impossibile ovunque. Nella nostra venerazione a distanza, nel nostro turismo sentimentale e romantico, c’è per intera l’apologia della nostra impotenza. Il culto della sconfitta. Non è raro, difatti, imbattersi in compagni e compagne che non disdegnano di definirsi “ultras”, che nella squadra tedesca condensano il sunto estremo della propria frustrazione. Il Sankt Pauli, molto più spesso di quanto si creda, diventa la camera di compensazione di ciò che si ritiene impossibile a casa propria. Compagni e compagne ai margini dei gradoni delle proprie piazze “nere”, isolati e senza gruppi, senza radicamento o retaggio, che riversano nell’isola felice – più o meno afferente alla realtà – l’ideale di quel che vorrebbero si materializzasse – magari, di colpo – anche “da noi”. Così, quel lontano quartiere, diventa l’Unione Sovietica nel sogno dei comunisti italiani degli anni Cinquanta. E i ragazzi di Sankt Pauli, fuori e dentro il rettangolo di gioco, quello che per i popoli del Medioriente sono, come diceva Kassir, i Palestinesi. Combattenti senza paura di una guerra che, noi per primi, non osiamo combattere. E non certo perché ci manchino i motivi. Parliamoci chiaro: gli “osanna!” per il Sankt Pauli, come quelli per il “rosso” Livorno qualche anno fa, altro non sono se non il maldestro tentativo di espiare al peccato originale delle sinistre extra-parlamentari: l’aver perso le strade, l’esser stati estromessi dai quartieri, l’aver giocato – di conseguenza – all’intellighenzia che snobbava il calcio come “oppio dei popoli”. Solo vent’anni fa un gruppo musicale molto seguito in certi ambienti cantava delle domeniche allo stadio dove si andava a sfogare la frustrazioni accumulate in settimana ad obbedire. In un pezzo in cui si parlava dell’auspicato rigurgito antifascista. Ironico. Visto che negli stessi anni, senza alcun appoggio della politica militante, naufragava il tentativo delle destre di egemonizzare le curve italiane, trasformandole in bacino di consenso per audaci tentativi di ribalta. Naufragava. Perché le curve hanno degli anticorpi fabbricati in proprio. E su certi tentativi di strumentalizzazione, sono state ben più pronte e sveglie rispetto ai movimenti sociali. Che si limitavano a sbraitare sentenze e a scrollare le spalle. Con il passar degli anni, la new wave dell’antagonismo, nel suo veleggiare tra corsi e ricorsi, ha riconsiderato la questione. E munificamente ha concesso una green card di legittimità anche ai militanti che in curva ci vanno. O, peggio ancora, a quelli che non hanno mai smesso di andarci. Ma giacché le contraddizioni – che dovrebbero rappresentare il nostro pane quotidiano – per la loro stessa natura di viscida sporcizia, ci danno la nausea, allora si cercano modelli preconfezionati. Giacché il lavoro politico, l’aggregazione, l’immergere le braccia nella fanghiglia, ci turba, allora rivolgiamo i nostri cuori a ciò che è scevro da impurità. La squadra di compagni, piena di attività sociali e contenuti extra. Il Davide anarchico che sfida il Golia del calcio dei padroni. E giù disamine sui sistemi democratici della gestione del club, sui finanziamenti alle cause internazionali, sul ruolo delle donne, etc. Belle cose. Che, ahimé, non tengono conto di due fattori difficilmente aggirabili. Che il Sankt Pauli gioca al pallone tra i professionisti (e che il calcio è uno sport agonistico) e che il legame tra un squadra e la sua tifoseria non è – come in tutte le storie d’amore – elemento razionale. In sostanza: il Sankt Pauli è nel Capitalismo del pallone come tutte le altre squadre di Germania, d’Europa e del mondo. Che la teoria delle piccole zone liberate dal Capitale è fallita tra gli anni Ottanta e i Novanta. Che deve giocare e vincere, e per poter vincere deve investire e competere. E che, per un tifoso vero, per un innamorato autentico, tutto questo non ha alcuna importanza. Anzi. Risibili sono quei compagni che, senza aver mai messo piede in uno stadio di calcio, parlano dell’epoca della purezza rivoluzionaria come di un paradiso perduto. O che, peggio, si mostrano affranti da certe degenerate scelte di merchandising del club con la stessa foga tragica con cui parlano della fine del teatro di strada. Compagni, voi di calcio, e di stadi, non capite un bel nulla! Lasciatevi servire. Per voi è encomiabile, quasi commovente, che dei tremila tifosi nel settore ospiti dello stadio di Colonia, solo cinquecento provenissero da Amburgo. E che tutti gli altri fossero “compagni” di Colonia. A me dà semplicemente il voltastomaco. I “compagni” meriterebbero la messa sotto accusa per alto tradimento, altroché. E non venitemi a dire che “nostra patria è il mondo intero” o che la curva del Colonia è piena di fasci. Perché possono essere vere entrambe le asserzioni, ma se si decide di seguire il calcio, non lo si fa con lo spirito di un’educanda boriosa e supponente in un bordello. Regola numero uno: non si sceglie per chi tifare; tu non scegli un bel niente: è la squadra che viene da te, sotto le mentite spoglie di un amico di banco, di un genitore, di un calzolaio che sta leggendo il giornale in bottega. Regola numero due: quando hai visto la tua squadra una volta, il resto s’eclissa, naufraga, scompare, ingoiato dall’oblio. Non c’è raziocinio, non c’è logica, non c’è calcolo. Esiste solo lei. E la tua curva, la tua gente. Regola numero tre: non si tradisce ciò che si ama. Non si tradisce ciò che si è amato. Non c’è motivo al mondo – e la politica è tra questi – che possa giustificare la tua diserzione o, peggio ancora, il cambio di campo. Ma i compagni sono dei sognatori incalliti. Ti guardano e ti dicono – anche quando affermano di capirti, dicono – che loro coi fasci non ci dividono neppure l’aria. Anime belle. Che non frequentano cinema, sale da tè, treni, supermercati, riunioni di condominio. Che ignorano che la “politica” in curva è alchimia di socialità e non martellamento dogmatico. Che sono costretti a farsi agiografi di altri mondi possibili, dove tutto fila liscio e la sera si va a letto puliti. Ma che, soprattutto, non hanno compreso che la fuga non è la soluzione. Non sto qui a sindacare i vissuti. E ci mancherebbe altro! Ma l’idea stessa che dinanzi alla complessità, i compagni inforchino la porta e vadano altrove, a ricercare semplificazioni e riduzioni a immagine e somiglianza della loro pigra passione, mi mette i brividi. È come dire che un giorno troveremo, a furia di abbandonare terre popolate, un isolotto incontaminato sul quale issare la bandiera della rivoluzione. Senza combattere. Io nella curva di un’altra squadra ci sono stato e, se mi capiterà, ci andrò ancora. Da turista. Ad ascoltare i loro cori, a valutare la disposizione dei gruppi, il modo in cui è strutturata. Ma non ho mai caricato, e mai caricherò, altre esperienze eterodosse del surrogato del valore sacrale che attribuisco alla mia. Nessuna squadra di quartiere che milita in terza categoria, nessuna formazione di calcio popolare, nessun club “liberato”, potranno mai sostituire la mia. E se qualcuno mi accusasse, tra i compagni, di essere una sorta di oltranzista legato a valori feudali, io, da compagno, risponderei che io, semplicemente, non sono amante delle semplificazioni e delle ritirate. È questione di istinto. E di retaggio. Ma ciò non toglie che resto convinto che l’intero immaginario delle sinistre debba porsi qualche problema d’autrappresentazione. 

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