03/05/11
Borghetti/Chartreuse
Foggia, 9-10 aprile 2011
I ragazzi sono sbarcati dal furgone che c’era ancora il mercato. E un sole già estivo costringeva alle mezze maniche e a rendere liturgicamente omaggio ad uno dei luoghi comuni sul Sud. Quello della bancarella del pesce ci ha visti schierati in plotone ed ha chiesto se per caso non stessimo correndo a farci la tessera. Pochi passi tra le verdure e la frutta, e l’attenzione era tutta per loro. Altri luoghi comuni confermati a velocità supersonica. “Di dove sono?”, “Francesi?”, “Ci sono i francesi”, “I francesi”. In cinque minuti lo sapevano tutti.
A Foggia, checché ne dica la toponomastica, non puoi fare il carbonaro.
All’ombra del bandierone nero ci godiamo le proporzioni. “Dobbiamo mangiare?”, ci eravamo chiesti il giorno prima, in vena di super-organizzazione nordica; “Si, ma qualcosina, tanto la sera facciamo la brace”; “Allora facciamo preparare qualcosa, tipo assaggini”. Salame, formaggio, mozzarelle, olive, taralli. E parmigiana, pasta al forno, insalata di riso. Ok, non è cosa nostra. Non siamo gente in grado di escludere la tavola dai principi cardine dell’accoglienza.
Nel manuale del perfetto ospite, c’è la dismisura.
Ci sono le arance di Vico, che il Conte sostiene piacciano molto ai francesi. Non tutte le arance italiche in genere, solo quelle di Vico. Ci sono gli adesivi. Aujourd'hui pour les Ultras, Demain pour toute la ville. Enzo si preoccupa. Non chiede: “Sono venuti bene? Sono belli?”. Domanda: “Sono grandi?”.
La dismisura. Architrave dell’accoglienza. O della paranza.
Come quando ai matrimoni si chiede quanto si è mangiato, e non come, e le famiglie si confrontano sugli sprechi, a pesci in faccia. Si stappano i Sansevero, i Troia, i Cacc’e mitt, che all’Ipercoop ce ne abbiamo messo di tempo per trovarne di autenticamente nostrani. Il Salento spopola, anche negli ipermercati. Si brinda. Ci teniamo a far bella figura. I ragazzi se lo meritano. Per l’accoglienza che ci è stata riservata a Grenoble, durante la prima neve dell’inverno, ma soprattutto per la passione che ci mettono. In condizioni senz’altro diverse dalle nostre. Ne parliamo. A Foggia – e nel passato ancor più che nel presente – a 8/9 anni già si scimmiottano gli ultras. Nei tempi che furono i bambini che attaccavano i mezzi degli avversari sembravano piccoli palestinesi. Non lo facevano per accreditarsi agli occhi dei grandi. Lo facevano naturalmente, come un’appendice della cultura stradaiola di cui era impregnata questa città. È innegabile: fare l’ultras a Foggia è più semplice. Forse era. Comunque sia, a Grenoble è senz’altro più difficile. Per questo stimiamo questi ragazzi. Per l’intrinseca, forse persino da loro sottovalutata, capacità di andare controcorrente. Le bottiglie di Chartreuse finiscono in frigo, i cicchetti di Borghetti planano sul vassoio. Il caldo della controra ci spinge a muoverci, che se rimaniamo seduti finisce che le gambe s’anestetizzano, trasformandoci in precoci anziani a guardia della soglia di casa. Ai grenoblesi non va di giocare a pallone. Sanno di perdere, evitano la figuraccia! Allora si va verso la Sud. A prendere in giro il giardiniere. E poi al Trinacria, a prenderci in giro noi stessi. Domani c’è il Pisa. Non ci saranno gli ospiti, ma siamo tesi comunque: è una questione di aspettative. Le nostre e le loro. Che finisci che ti ritrovi a rimpiangere il passato, e risulti patetico epigono. Come un etrusco. A dire che se questi ragazzi c’avessero visto all’opera dieci o quindici anni fa. Ma tant’è. Ci muoviamo in blocco. Una specie di cura per gli aspetti della passeggiata fino a Parco San Felice mostra la reale partecipazione dell’intero manipolo. Foggia è città piatta, senza vedute a perdita d’occhio, senza hinterland, senza quei segni della storia che altrove fanno le città d’arte. E trasmettere il nostro innamoramento per questo spazio urbano non può che avvenire attraverso le emozioni. Le storie di una città chiamata comunità. Che per la comunità esiste. La sera arriva presto. Le torce illuminano le facce tirate nei cori: Foggia, Grenoble! Arrivano gli amici, quelli degli altri gruppi, e insieme s’aggredisce la fornacella. La birra soppianta il vino nelle scelte, sintomo emblematico che l’estate sta arrivando sul serio. Rivediamo i video, quei video che gli abbiamo regalato da un anno ma che dimostrano di non aver mai visto! E così è di nuovo Benevento-Foggia, è di nuovo la stagione scorsa, con Trieste e Verona, Cosenza e Portogruaro. Non è vanagloria. Perché se il senso di comunità è essenziale per spiegare questa città, questo video potrebbe essere stato prodotto tranquillamente dalla Pro Loco con finalità turistiche. La stanchezza affiora a tarda ora. Si dorme un dormiveglia alcolico. Ci si risveglia con una giornata di appuntamenti ed impegni. Il chiosco, l’onda d’urto delle nuove birre e del caffè. Poi ci accodiamo alla fila. E l’emozione sale. Per una partita qualsiasi, anonima, banale. Eppure senti di avere voce da spendere e voglia. Quella voglia razionalmente inspiegabile, perché se la ragione esistesse in queste lande, dinanzi alla selettiva, scientifica devastazione di un mondo,di una cultura, questa imporrebbe l’abbandono, quando non l’abiura. Invece, basta salire quei gradoni per pensare che ancora non è detta l’ultima parola. Quei blocchi di cemento ci parlano. Di quello che siamo stati e di quello che, nonostante le mille contraddizioni, siamo ancora. O dobbiamo essere. Tendere a essere. Sono la continuità di una tensione, la storia dei nostri tanti patimenti e delle nostre gioie contate. Ma anche, e soprattutto, la testimonianza più viva e vitale della nostra crescita.
Dobbiamo ai gradoni gli uomini che siamo.
A quello che ci hanno insegnato: all’amicizia, al senso di appartenenza, alla memoria. Ai più grandi, ai coetanei, alle nuove leve. È come vedere un vecchio amore dalla bellezza inalterata nonostante il passare delle stagioni. Non puoi far finta di niente. E lasci da parte la repressione, le dure battaglie contro la tv, la Tessera, i disastri del calcio moderno, il business, la mercificazione degli istinti vitali. Sospendi il giudizio e canti. Come se tutto fosse limitato a questo. Come se non esistesse il tempo. O la ragione. “In alto le mani”, gridano dalla balaustra. Fa caldo, ma dalla reazione sembra che sarà una bella domenica. Classica domenica da fine stagione. I nostri amici si guardano attorno. Siamo tesi e orgogliosi. Canteremo fino alla morte innalzando i nostri color. Il primo coro è sulle note della Marsigliese. Loro non la amano. E non sappiamo se viverla come un omaggio o un oltraggio. Nessuna delle due, poco ma sicuro. Pura casualità. Li vedo battere le mani a ritmo, con noi. E sono davvero felice. Il primo tempo è buono, con qualche picco notevole. Alla fine del primo tempo il Foggia è avanti 1-0. Ha segnato un napoletano su rigore. E tutti sono lì a dirmi che bisogna cantare di più, che la curva così com’è è penosa.
Fa parte della nostra cultura, il bicchiere è mezzo vuoto dai tempi in cui traboccava.
I nostri amici sembrano aver apprezzato. Ed è l’unica cosa che conta. Un giudizio esterno, una volta tanto, un occhio estraneo alle diatribe. Nella ripresa il Foggia realizza il secondo e il terzo, e caliamo un po’. Il sostegno si lega alla sofferenza, non alla celebrazione.
Intermezzo
Finiamo il video-montaggio il lunedì sera. Certo, mancano le immagini dell’agguato all’autogrill, quando spiegare alle pattuglie che stavamo recitando una rissa con degli amici in partenza è stato più duro del previsto, ma per il resto la carrellata di fotografie è abbastanza completa e rappresentativa dei due giorni passati con gli amici grenoblesi. Esaustiva, si direbbe. Pubblico e critica apprezzano. Anche la velocità della realizzazione si conforma alla particolarità del momento, e merita un plauso. Plauso. L’ansia da prestazione svanisce in un vago senso di compiacimento. I ragazzi sono partiti da meno di ventiquattro ore e già ci abbandoniamo all’epica dell’aneddotica, all’apologia del ricordo: il vecchio flebilmente avvinazzato che viene a cantare le canzoni di Morandi e Ranieri, lo stuolo di scrocconi che sembra attirato dall’odore della carne sulla griglia, la politica matrimoniale delle curve suggellata al ristorante di Matteo, e Matteo stesso che mi ha gentilmente fatto sapere che “Visto che è una bella giornata, perché non mi mettete in giardino?”. Il video si chiude. A bientot, scriviamo. Abbiamo raccontato della partita con la Nocerina, dei tesserati di Nocera Inferiore che verranno a Foggia in massa, del nostro presidente e dei problemi che ci sta creando. A Grenoble ci sono due amici che non son potuti scendere con gli altri. E fino a fine campionato restano solo due match.
Foggia, 23-24 aprile 2011
Ora siamo alla vigilia di Pasqua. E, soprattutto, alla vigilia della sfida con la Nocerina. Ci giochiamo una stagione, siamo in giro dalle 9 del mattino. Aspettiamo i grenoblesi. “Siamo contenti che si siano trovati bene l’altra volta”, ci dicono tutti. Anche quelli che non li hanno conosciuti. Dev’essere quel senso di comunità di cui si parlava, di cui ognuno non è altro che un bene fungibile, avanguardia o retroguardia che sia. Squilla il cellulare. Rispondo. Sono loro, sono quasi giunti. Noi ci siamo persi nelle campagne. Ma la voce che sento mi dice che in quaranta minuti saranno al casello. Abbiamo tutto il tempo di chiamare Angioletto e il Conte e di assegnargli il compito della prima accoglienza. “L’unica cosa che non dovete fare è entrare a Foggia col furgone”, mi raccomando. Con l’aria che tira oggi in città, è meglio non passare per pecorelle nocerine smarrite. La campagna, dopo una mezz’ora di lieto peregrinare, assume le fattezze di un luogo conosciuto: la superstrada. È questione di minuti. Angioletto chiama: qui ancora nessuno. Invito alla pazienza. È passata solo mezz’ora, penso e dico. Poi, però, ripenso. E dico altro: “Come si dice quaranta in francese?”, “Quarante”. E “Quinze” che significa? “Quindici”, è l’agghiacciante risposta.
Ok, ragazzi, niente panico.
Valerio chiama dalla cantina sociale: “Sono qui, sono arrivati da soli”. Apposto. Sono entrati a Foggia col furgone. Hanno fatto quel che non si doveva fare. Ma sono sani e salvi. Il tempo di smobilitare il presidio del casello e potremo goderci pizza e birra. Invece le cose vanno da subito diversamente. Dal furgone vengono fuori diverse bottiglie e finanche una borsa frigo. Sarà una giornata anomala. Lo si intuisce dai primi sentori. Dalle scintille che annunciano il giorno. Dopo gli abbracci, i ricongiungimenti, le presentazioni, si spiega il nostro stato d’animo: oggi ci giochiamo tutto. Ma tutto, tutto. In campo, certo, un grosso pezzo di serie B. Ma sugli spalti la nostra dignità. Ed è l’unica partita che realmente non possiamo perdere. Loro saranno tanti, tesserati e anche più di mille, anche grazie alla gentile premura della nostra società che ha scontato a 10 euro il biglietto per il loro settore. Cinque meno del nostro. E si che potrebbero festeggiare la cadetteria in casa nostra. Questa cosa mette i brividi. Fa orrore. Quanto al resto, al contorno, è tutto decisamente improbabile. Le undici circolari giungeranno superscortate da Candela. Nessuno, a quanto pare, s’è risolto a mettersi in viaggio fai-da-te. Neppure la B vale un sussulto, un rischio fuori programma.
Lo Zaccheria delle 12,30 è un luogo onirico, inesistente e impalpabile. Noi siamo in gruppo, ma stavolta non c’è l’aperitivo al chiosco, non c’è la gente che sciala, solo una tensione che spacca la schiena. Il pullman della Nocerina entra con qualche difficoltà. La gente non fa ressa. È ancora troppo presto. I chips ci chiedono una foto-ricordo. La concediamo malvolentieri. In fondo, pensiamo, è il prezzo della celebrità. L’eterno dibattito dei salotti televisivi: dove finisce la privacy di un vip? E soprattutto: i vip hanno diritto ad una privacy?
Decidiamo di entrare, che tanto qua attorno l’aria è spessa coltre di calore e vuoto. Dentro c’è un clima primaverile. A me ricorda la partita col Licata, incubo della mia infanzia. I gruppi sono al loro posto, non riesco a stare fermo. Stefan mi sorride e mi dice che, nonostante tutto, gli piace la tensione. La mia e quella degli altri. È vero. L’adrenalina scorre. Siamo tifosi, a parte tutto il resto. E non è vero che tutte le partite sono uguali. I nocerini entrano nel settore. Sono tanti. Sono, oggettivamente, brutti. Accozzaglia di pellegrini e ultras tesserati con tanto di pezze. Sembra una scampagnata senza stile. Fossero stati i cavesi o i paganesi, penso, sarebbe stata altra storia. Qualche coro ostile, ma senza quella rabbia interiore che solo un anno fa salutava i 700 pescaresi. L’impatto sembra buono, ma in un anno cambiano tante cose. Loro saranno umorali, noi pure. Molto dell’esito – fa strano dirlo, ma è così – dipenderà da come si metteranno le cose in campo. E le cose in campo, nel primo tempo, si mettono bene. Il Foggia sembra determinato a far sua la partita, sfiora il gol in tre occasioni. La curva risponde. Anche la Nord canta compatta, ma quella non è una novità. Su un calcio di punizione per noi, il riverbero del coro diventa imponente. A me viene da piangere. Non ci sarà mai più una curva che canta così per novanta minuti? Dubbi. L’anno prossimo, forse, non avremo neppure più una curva. Ma chi la dura la vince, si dice di solito. Noi siamo disposti a giocarcela. Di fronte sembra che i cori partano da gruppetti spontanei, piazzati qua e la. Che non esista un vero centro propulsore. Qualcuno sta ancora giocando a nascondere la propria identità. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, pare che dilaghino. Si muovono le braccia ritmicamente, quindi staranno cantando. Ma nel primo tempo non c’è margine. Non li sentiamo. La ripresa comincia con un bicchiere di limonata. Come alle feste delle medie. Il Foggia prende il gol della disillusione. Da calcio d’angolo, sotto la Sud. La stessa bandierina che ci fu fatale col Licata. La delusione serpeggia. Di fronte si fa festa. Adesso qualcosa ci arriva di quel che dicono, ma sono troppo sfilacciati per sommergerci. Ne avrebbero la possibilità. Perché noi sbandiamo e ripariamo coi nervi, con sempre meno collaborazioni dai lati, da quella gente che – l’abbiamo già detto ma è sempre meglio ripetersi – è corsa a tesserarsi per paura di non trovare posto al circo di Zeman, ed ora è passiva ed inutile. Un peso, in ogni senso. Mai una risorsa. Fatto sta che alla fine tutti si lamentano dell’arbitro e il Foggia esce sconfitto. Peggio: Foggia è costretta ad assistere ai loro festeggiamenti che – avrò modo di accertarmene su You Tube – cominciano sulle note del Surdato nnammurato. Meglio l’Eccellenza.
Come si dimentica un scena del genere? Come si ripara ad un pomeriggio così? Andando a casa, probabilmente, staccando il cervello e provando a ricaricare le pile leggendo Conan Doyle. Ma noi fortunatamente non abbiamo scelta. E allora il tempo di riorganizzarci e ci incolonniamo su viale Ofanto. Sotto il Colonnello D’Avanzo, un paio di macchine dai vetri infranti: i superscortati tesserati hanno trovato avversari degni della loro foga. Giunti alla base, tiriamo fuori il divano celeste, che sul marciapiede fa tanto fashion. E in barba al motto Ultras, no turismo!, molliamo per un paio di ore i vassoi di superalcolici per immergerci nella realtà del centro. Non ci eravamo riusciti, l’altra volta. Da Largo Rignano, dalle traverse che nascondono Piazza XX settembre. È affascinante spiegare il perché del logo con le tre fiammelle, davanti al municipio. Non sembra, forse perché adombrato dall’ordinario scorrere della quotidianità, ma c’è qualcosa che somiglia fortemente all’orgoglio nel captare l’interesse negli occhi altrui. Che specchiano i miei di quando ero ragazzino e ascoltavo la leggenda dei pastori e dell’Iconavetere. Via Arpi con le macchine che sfrecciano, a dispetto dello spazio. Il tabaccaio che domanda: “Siete gemellati?”, nella convinzione assodata che non possa esistere altra lingua oltre l’italiano. In piazza dell’Addolorata ci fermiamo a parlare del barocco meridionale: roba da ultras. La città vive di quei guizzi preserali e prefestivi che ho imparato a conoscere in anni di frequentazione intima. Da Paolo vorremmo fare scorta di birre, ma un tizio ci racconta di bambini che rubano cellulari e non vuole saperne di lasciarci andare. Gli amici ridono. Quella sottile membrana che separa la realtà immaginata dal pittoresco realmente vissuto. La cattedrale è impacchettata, nasconde i gargoyle, ed è un peccato. Si parla di precariato, di famiglie che stentano a formarsi e non si formano, di politica. Federico II abbatte per l’ennesima volta le mura di cinta nei racconti di un dopopartita. La sera incombe. È tempo di tornare alla base. Alle torce, ai cori, all’amicizia. La zona pedonale è piena di gente. La stessa continua a domandarci cosa abbia fatto il Foggia. Per i ragazzi di Grenoble è bello sentire questa partecipazione. Per noi è una iattura, la forma esterna più sprezzante e offensiva del disinteresse. Un giro alla Ghiacciaia, due parole su Umberto Giordano. Domani sarà Gargano. E così, col passo di chi ancora vive nel piacere di stare insieme, di condividere e socializzare, la partita sembra alle spalle. Dimenticata. Non è così, ma per questa volta è piacevole anche godersi l’illusione.
27/04/11
Il mito del complotto
Da più parti mi sento dire: “Ce l’hai con Zeman, ce l’hai con Casillo, parlare con uno così pieno di pregiudizi non ha senso. Non vale la pena”. Certo. Del napoletano neppure a parlarne. Ma da Zeman, in fin dei conti, all’inizio mi divideva esclusivamente il modo di vedere il calcio. Era una questione “filosofica” applicata al 4-3-3. Quando ci mollò, nella lontana primavera del 1994, salutai un allenatore come tanti, indubitabilmente più vincente di tanti. E accolsi Catuzzi, senza percepire lo strappo epocale. Il crollo dell’Impero d’Occidente.
Il mio pregiudizio – o meglio, quello che altri chiamano il mio pregiudizio – ha fatto capolino dopo. Da quando cominciai ad avere il chiaro sentore del mito che aveva creato in città, e che fungeva da sentinella in luogo della sua assenza. Zeman, per i foggiani, era diventato un condottiero epico. Gli venivano attribuite imprese mai compiute e gonfiate imprese mediocri; gli si attribuivano doti e motti di spirito probabilmente mai pronunciati. E, alle questioni tattiche, aggiunsi questa avversione al culto. Alla nostalgia come sistema di chi non è in grado di vivere il presente.
Quindi vennero le denunce di calciopoli, e la “sua” Foggia si schierò in corpo solido contro Moggi e il Sistema. Anche se probabilmente Zeman in primis non intendeva dire quel che gli è stato attribuito, fatto sta che la cittadinanza aveva preso a foraggiarne la crociata.
Da allora alle critiche tecniche, filosofiche e mitologiche, aggiunsi anche una personalissima e perdente battaglia contro il vittimismo, piaga sociale al pari dell’analfabetismo. Zeman perdeva a Brescia, ad Avellino, a Istanbul, a Belgrado, e tutti qui inveivano contro il Sistema. Uno slittamento di senso inspiegabile, con occhio logico. Ovviamente, mai avrei pensato di ritrovarmelo qui, a prendere casa a due passi da casa. Mai avrei immaginato di poter vivere un pomeriggio come quello dell’Ariston, con la città impazzita e i manifesti in strada col faccione del “Maestro” a sostituire/sintetizzare una squadra intera. Mai avrei pensato di vedere abbonamenti graficamente impostati sulla firma del boemo. Rosso in campo nero. Quando uno, in un consesso popolare, diceva “Il Foggia di Zeman”, otteneva sull’uditorio lo stesso effetto di chi ancora s’ostinasse a parlare della Napoli di Maradona. O di Franceschiello. Era un concetto del passato. Invece: I sogni diventano realtà. C’era scritto su quei manifesti. L’estate scorsa. Dieci mesi fa.
Ora è aprile. Fine aprile. Il Foggia, come quel dì col Licata, domenica scorsa è stato battuto in casa. E, con tre giornate ancora a calendario, è a 6 punti dall’ultimo posto buono per giocarsi i play-off. In sostanza, nonostante la fede incrollabile, è fuori dai giochi. Nelle ultime quattro giornate – primaverili – ha perso tre volte. Ma la città in cui vivo è in piena sindrome da complotto. Un complotto oscuro, dai tratti sfuggenti, dagli intenti incerti eppure chiarissimi. Il Foggia non deve andare in B. Ordini dall’alto, o dal basso del Re del Mondo. Il guaio è che a soffiare sul fuoco della persecuzione, non è il basso volgo suggestionato e suggestionabile. Sono gli stessi pifferai magici che l’hanno sedotto e abbandonato. Certo, a luglio scorso, tra gli osanna e i bagni di folla, l’accoppiata Casillo-Zeman non poteva che promettere sfaceli. Si vincerà il campionato, quanto meno si centreranno i playoff. La squadra di ragazzini in prestito cominciò bene la stagione, alimentando il sogno di quanti avevano preso per buoni i manifesti ed erano corsi ad abbonarsi. Giustificando, inspiegabilmente, finanche il prezzo del biglietto delle curve, schizzato a 15 euro. La squadra si era tolta lo sfizio di vincere a Cava, a Barletta e Castellammare, e la società aveva accuratamente evitato di farsi trascinare nelle polemiche sull’arbitraggio delle ultime due. Ad ottobre i primi scricchiolii. L’Atletico Roma pareggia una gara che rischiava seriamente di perdere evitando di buttare fuori il pallone. Casillo, negli spogliatoi, adombra sospetti sull’arbitro e minaccia di ritirare la squadra al prossimo svarione. Che avviene, puntualmente, all’ultima d’andata, allorquando Biancolino del Cosenza segna strappando con le mani il pallone al portiere. Ma la squadra resta dov’è. Casillo non mantiene la promessa bellicosa e, in quanto a guerre, ne comincia una tutta personale contro gli ultras delle due curve, accusati d’ogni genere di nefandezze e di essere la principale causa dei propri guai economici con la Lega. Nel frattempo, anche il Pisa ha modo di lamentarsi dell’arbitraggio, a loro dire favorevole all’Uesse. Dinamiche usuali, nel calcio di terza categoria. Nel calcio in genere. A marzo il Foggia vince ad Andria grazie ad un vistoso errore della terna, e dopo la gara con il Gela in casa – il pallone non restituito ai siciliani sull’azione del 2-2 – il mondo della C comincia ad attaccare Zeman, falso profeta del calcio pulito. Si mette male per Casillo. La piazza, che da per certi i playoff, guarda con interesse gli scarti dal terzo posto, che a un certo punto dista 3 lunghezze. Sogna, come da imperativo murale. In un simile periodo, ci pensa il patron a gelare l’ambiente. In una conferenza stampa di 52 minuti senza contraddittorio annuncia d’avere rogne dalla vecchia società e ostacoli dal Comune, rigetta la concessione quindicennale dello Zaccheria e annuncia che non questo, bensì l’anno prossimo, è quello buono per salire. “Al cento per cento”. E nel girone settentrionale. E mentre l’addetto stampa comincia il suo mese di superlavoro, il popolo si autocostruisce l’alibi. “Casillo ha promesso una salvezza tranquilla, una stagione di transizione”, senti dire in giro. Non è vero, ma seppure lo fosse, verrebbe da chiedersi perché mai una piazza come questa, da 13 anni in astinenza da cadetteria, abbia sentito il dovere di portare in trionfo gli ambasciatori di un simile progetto. Cosa abbia spinto questa folla a sognare, se il sogno è la permanenza in terza serie. Fatto sta che il Foggia perde a Siracusa, e la società sbraita: l’arbitro ci ha insultato. Perde a Terni, e sbraita: un giocatore della Ternana ha dato un pugno a uno dei nostri. Perde con la Nocerina, e sbraita contro le multe: ce l’hanno con Zeman, non vogliono farci salire. Mentre da più parti si portano a suffragio della tesi le partite farlocche della Juve Stabia, della Nocerina e del Taranto. La piazza è soggiogata e fa eco. Dimentica il rigore generoso di Terni, così come dimentica il doppio biscotto che, sempre a Terni, ci ha spedito per due anni ai playoff ai danni di Padova e Cavese. Dimentica, così come ha dimenticato le parole dolci che riservava al povero Novelli, che ai playoff ci portò. O gli insulti agli “otto pezzenti” che guidavano l’Uesse prima. Gli stessi che a giocarci la B erano giunti tre volte su quattro.
“Ma tu chi sei, l’avvocato difensore degli otto soci?”, mi dicono quelli che sottoscrivono in toto la lamentela secondo cui “Tutti hanno paura del Foggia”. Tutti. Dai servizi segreti haitiani alla mafia russa. E non si capisce perché. No, rispondo, non sono l’avvocato di nessuno. Ho contestato la squadraccia dell’anno scorso, ho passato le mie brave notti bianche per salvare la mia squadra e la categoria a giugno, ho sfilato in corteo per le strade vuote di una città indifferente e distratta. Ma proprio in virtù di questo, non capisco questa improvvisa bontà d’animo della mia gente. Della stessa gente che l’anno scorso – sempre ammesso che si interessasse alle sorti dell’US Foggia piuttosto che guardarsi Diretta gol – invitava alla durezza, alla spietatezza. Oggi non finisce niente. Niente più di quanto non fosse finito a luglio. Casillo e Zeman erano due decaduti. Oggi sono nuovamente in attività. Il primo ha fatto un po’ di soldi tra incassi degni d’altre categorie e agevolazioni della Lega per l’impiego di under 20. E, soprattutto, è tornato a fare breccia nell’economia foggiana. Il secondo ha uno stipendio più che discreto e insegna filosofia perdente per mascherare l’ennesimo fallimento sul campo. Perché tutto ruota lì attorno. Al risultato che non c’è. E alle giustificazioni nelle teste delle persone che spianano al mito la propria predisposizione alla lamentela. L’alibi è perfetto. La società ha trattato a pesci in faccia le dirigenze altrui, e ora frigna di un piano per estrometterla dai play-off. A me non interessa. Io ragiono per quel che mi compete e per quel che porto a mente. E faccio attenzione a quel che vedo. L’epica del pulito sconfitto perché tradito fa strada in strada e gode il suo momento di massima gloria. Ma il re è nudo. Tra tre settimane si comincerà a pianificare il futuro. Vedremo, se come piazza dignitosa, saremo in grado di chiedere cosa ci viene offerto in cambio del nostro personale sacrificio. Vedremo se saremo ancora in grado di affrontare gli insulti e i settimanali ultimatum con la stessa stoica leggerezza d’animo. Vedremo, se a conti fatti, il mito sarà più forte della realtà.
Il mio pregiudizio – o meglio, quello che altri chiamano il mio pregiudizio – ha fatto capolino dopo. Da quando cominciai ad avere il chiaro sentore del mito che aveva creato in città, e che fungeva da sentinella in luogo della sua assenza. Zeman, per i foggiani, era diventato un condottiero epico. Gli venivano attribuite imprese mai compiute e gonfiate imprese mediocri; gli si attribuivano doti e motti di spirito probabilmente mai pronunciati. E, alle questioni tattiche, aggiunsi questa avversione al culto. Alla nostalgia come sistema di chi non è in grado di vivere il presente.
Quindi vennero le denunce di calciopoli, e la “sua” Foggia si schierò in corpo solido contro Moggi e il Sistema. Anche se probabilmente Zeman in primis non intendeva dire quel che gli è stato attribuito, fatto sta che la cittadinanza aveva preso a foraggiarne la crociata.
Da allora alle critiche tecniche, filosofiche e mitologiche, aggiunsi anche una personalissima e perdente battaglia contro il vittimismo, piaga sociale al pari dell’analfabetismo. Zeman perdeva a Brescia, ad Avellino, a Istanbul, a Belgrado, e tutti qui inveivano contro il Sistema. Uno slittamento di senso inspiegabile, con occhio logico. Ovviamente, mai avrei pensato di ritrovarmelo qui, a prendere casa a due passi da casa. Mai avrei immaginato di poter vivere un pomeriggio come quello dell’Ariston, con la città impazzita e i manifesti in strada col faccione del “Maestro” a sostituire/sintetizzare una squadra intera. Mai avrei pensato di vedere abbonamenti graficamente impostati sulla firma del boemo. Rosso in campo nero. Quando uno, in un consesso popolare, diceva “Il Foggia di Zeman”, otteneva sull’uditorio lo stesso effetto di chi ancora s’ostinasse a parlare della Napoli di Maradona. O di Franceschiello. Era un concetto del passato. Invece: I sogni diventano realtà. C’era scritto su quei manifesti. L’estate scorsa. Dieci mesi fa.
Ora è aprile. Fine aprile. Il Foggia, come quel dì col Licata, domenica scorsa è stato battuto in casa. E, con tre giornate ancora a calendario, è a 6 punti dall’ultimo posto buono per giocarsi i play-off. In sostanza, nonostante la fede incrollabile, è fuori dai giochi. Nelle ultime quattro giornate – primaverili – ha perso tre volte. Ma la città in cui vivo è in piena sindrome da complotto. Un complotto oscuro, dai tratti sfuggenti, dagli intenti incerti eppure chiarissimi. Il Foggia non deve andare in B. Ordini dall’alto, o dal basso del Re del Mondo. Il guaio è che a soffiare sul fuoco della persecuzione, non è il basso volgo suggestionato e suggestionabile. Sono gli stessi pifferai magici che l’hanno sedotto e abbandonato. Certo, a luglio scorso, tra gli osanna e i bagni di folla, l’accoppiata Casillo-Zeman non poteva che promettere sfaceli. Si vincerà il campionato, quanto meno si centreranno i playoff. La squadra di ragazzini in prestito cominciò bene la stagione, alimentando il sogno di quanti avevano preso per buoni i manifesti ed erano corsi ad abbonarsi. Giustificando, inspiegabilmente, finanche il prezzo del biglietto delle curve, schizzato a 15 euro. La squadra si era tolta lo sfizio di vincere a Cava, a Barletta e Castellammare, e la società aveva accuratamente evitato di farsi trascinare nelle polemiche sull’arbitraggio delle ultime due. Ad ottobre i primi scricchiolii. L’Atletico Roma pareggia una gara che rischiava seriamente di perdere evitando di buttare fuori il pallone. Casillo, negli spogliatoi, adombra sospetti sull’arbitro e minaccia di ritirare la squadra al prossimo svarione. Che avviene, puntualmente, all’ultima d’andata, allorquando Biancolino del Cosenza segna strappando con le mani il pallone al portiere. Ma la squadra resta dov’è. Casillo non mantiene la promessa bellicosa e, in quanto a guerre, ne comincia una tutta personale contro gli ultras delle due curve, accusati d’ogni genere di nefandezze e di essere la principale causa dei propri guai economici con la Lega. Nel frattempo, anche il Pisa ha modo di lamentarsi dell’arbitraggio, a loro dire favorevole all’Uesse. Dinamiche usuali, nel calcio di terza categoria. Nel calcio in genere. A marzo il Foggia vince ad Andria grazie ad un vistoso errore della terna, e dopo la gara con il Gela in casa – il pallone non restituito ai siciliani sull’azione del 2-2 – il mondo della C comincia ad attaccare Zeman, falso profeta del calcio pulito. Si mette male per Casillo. La piazza, che da per certi i playoff, guarda con interesse gli scarti dal terzo posto, che a un certo punto dista 3 lunghezze. Sogna, come da imperativo murale. In un simile periodo, ci pensa il patron a gelare l’ambiente. In una conferenza stampa di 52 minuti senza contraddittorio annuncia d’avere rogne dalla vecchia società e ostacoli dal Comune, rigetta la concessione quindicennale dello Zaccheria e annuncia che non questo, bensì l’anno prossimo, è quello buono per salire. “Al cento per cento”. E nel girone settentrionale. E mentre l’addetto stampa comincia il suo mese di superlavoro, il popolo si autocostruisce l’alibi. “Casillo ha promesso una salvezza tranquilla, una stagione di transizione”, senti dire in giro. Non è vero, ma seppure lo fosse, verrebbe da chiedersi perché mai una piazza come questa, da 13 anni in astinenza da cadetteria, abbia sentito il dovere di portare in trionfo gli ambasciatori di un simile progetto. Cosa abbia spinto questa folla a sognare, se il sogno è la permanenza in terza serie. Fatto sta che il Foggia perde a Siracusa, e la società sbraita: l’arbitro ci ha insultato. Perde a Terni, e sbraita: un giocatore della Ternana ha dato un pugno a uno dei nostri. Perde con la Nocerina, e sbraita contro le multe: ce l’hanno con Zeman, non vogliono farci salire. Mentre da più parti si portano a suffragio della tesi le partite farlocche della Juve Stabia, della Nocerina e del Taranto. La piazza è soggiogata e fa eco. Dimentica il rigore generoso di Terni, così come dimentica il doppio biscotto che, sempre a Terni, ci ha spedito per due anni ai playoff ai danni di Padova e Cavese. Dimentica, così come ha dimenticato le parole dolci che riservava al povero Novelli, che ai playoff ci portò. O gli insulti agli “otto pezzenti” che guidavano l’Uesse prima. Gli stessi che a giocarci la B erano giunti tre volte su quattro.
“Ma tu chi sei, l’avvocato difensore degli otto soci?”, mi dicono quelli che sottoscrivono in toto la lamentela secondo cui “Tutti hanno paura del Foggia”. Tutti. Dai servizi segreti haitiani alla mafia russa. E non si capisce perché. No, rispondo, non sono l’avvocato di nessuno. Ho contestato la squadraccia dell’anno scorso, ho passato le mie brave notti bianche per salvare la mia squadra e la categoria a giugno, ho sfilato in corteo per le strade vuote di una città indifferente e distratta. Ma proprio in virtù di questo, non capisco questa improvvisa bontà d’animo della mia gente. Della stessa gente che l’anno scorso – sempre ammesso che si interessasse alle sorti dell’US Foggia piuttosto che guardarsi Diretta gol – invitava alla durezza, alla spietatezza. Oggi non finisce niente. Niente più di quanto non fosse finito a luglio. Casillo e Zeman erano due decaduti. Oggi sono nuovamente in attività. Il primo ha fatto un po’ di soldi tra incassi degni d’altre categorie e agevolazioni della Lega per l’impiego di under 20. E, soprattutto, è tornato a fare breccia nell’economia foggiana. Il secondo ha uno stipendio più che discreto e insegna filosofia perdente per mascherare l’ennesimo fallimento sul campo. Perché tutto ruota lì attorno. Al risultato che non c’è. E alle giustificazioni nelle teste delle persone che spianano al mito la propria predisposizione alla lamentela. L’alibi è perfetto. La società ha trattato a pesci in faccia le dirigenze altrui, e ora frigna di un piano per estrometterla dai play-off. A me non interessa. Io ragiono per quel che mi compete e per quel che porto a mente. E faccio attenzione a quel che vedo. L’epica del pulito sconfitto perché tradito fa strada in strada e gode il suo momento di massima gloria. Ma il re è nudo. Tra tre settimane si comincerà a pianificare il futuro. Vedremo, se come piazza dignitosa, saremo in grado di chiedere cosa ci viene offerto in cambio del nostro personale sacrificio. Vedremo se saremo ancora in grado di affrontare gli insulti e i settimanali ultimatum con la stessa stoica leggerezza d’animo. Vedremo, se a conti fatti, il mito sarà più forte della realtà.
20/04/11
I mulini del signor C.
“Non dobbiamo fare polemica, non dobbiamo causare divisioni”. “È il momento dell’unità, questo”. “È il momento del massimo sforzo”. “I processi, se ce ne saranno da fare, li si farà alla fine”.
Non l’ho mai sopportata questa filosofia
I momenti dell’affratellamento forzato, della retorica da corpo unico, del serrate le fila. Sforzandomi, riesco a comprendere la luminosità del futuro che si apre, come scenario probabile, a ricompensa del sacrificio. A rivalsa del silenzio. Ma è il metodo che mi lascia perplesso.
Succede in ogni campo. Quando qualcuno si alza sulla cattedra, o s’affaccia dallo schermo in soggiorno, per annunciare che è il momento di fare cordone, di puntare lo sguardo al radioso domani per superare tutti insieme le vacche magre dell’oggi, io comincio sempre a sentire puzza di bruciato provenire dalla stiva.
Ma non voglio farla pesante. Più pesante del reale. Non voglio riempire queste righe di esempi altisonanti, buttarla in caciara facendo assumere ad ogni vicenda l’impeto eroico delle cose serie. In fondo, si parla di calcio. Di rappresentazioni culturali legate a questo. Tutt’al più. Nulla più di questo.
Sabato a Foggia arriva la Nocerina. Il Foggia è sesto, a 3 punti dal quinto posto, l’ultimo utile per giocarsi la promozione ai playoff. La Nocerina è invece al countdown per la promozione diretta, che potrebbe festeggiare proprio allo Zaccheria. Siamo in C1, o in Lega pro, come si dice oggidì. Girone meridionale. Un ambiente inadatto a signorini e anime belle. Un luogo dove giocare sporco fa parte del gioco. E dove, come per strada, nessuno se ne dovrebbe lamentare. Le regole sono quelle, da che mondo è mondo. Di idealisti che alzano la mano e richiamano l’attenzione della maestra, in questa categoria, non ne abbiamo mai voluti. E non ne vogliamo.
Ora: il Foggia, in condizioni limite, si gioca una fetta di stagione. Non può sbagliare. Foggia è una piazza passionale, scostante ma innamorata, e nelle occasioni che contano sa fare la differenza. In condizioni normali, con l’ansia del tutto per tutto che afferra la gola, la settimana santa che precede l’incontro avrebbe dovuto fungere da sacra rappresentazione: piccole provocazioni, impedimenti, ostacoli. Il Foggia, la società dell’US Foggia, avrebbe – in condizioni normali, ripeto, nel calcio scorretto e meraviglioso che ricordo bene – dovuto principiare una battaglia a distanza con gli omologhi nocerini tale da rendere il clima incandescente. La classica fornace nella quale arrostire l’avversario. Quindi: la schermaglia andava cominciata lunedì e proprio a partire dal seguito, dal supporto. I nocerini preparano un piccolo esodo. In scala, visto il calcio di oggi e le ristrettezze conseguenti: Tessera, percorsi obbligati, stadi non omologati per la reale capienza. Comunque sia, almeno mille nocerini si metteranno, sabato mattina, in marcia per Foggia. Ecco: bisognava – e in altri tempi più rusticani lo si sarebbe fatto – disseminargli il percorso di (metaforici, s’intende) chiodi. Dai cavilli burocratici ai costi proibitivi dei biglietti. Il messaggio avrebbe dovuto essere: noi ci giochiamo la B, e siccome la cosa ci preme più di ogni altra programmata a breve-medio-lungo termine, più di ogni trattato di buon vicinato (che non c’è mai stato, oltretutto), voi dovete togliervi di mezzo. Una società del genere sarebbe stata profondamente scorretta, profondamente meridionale, profondamente da Girone B. E, di conseguenza, profondamente apprezzata.
Invece, da queste parti qualcuno s’è messo in testa – sbagliando clamorosamente – che noi con questi mezzucci, con questa gente, non vogliamo averci niente a che fare. Come a sottolineare che siamo in queste lande, come diceva Battiato, solo di passaggio. Nomadi della terza serie, laddove la storia degli ultimi venticinque anni dimostra, numeri e frequentazioni alla mano, l’esatto contrario. Non solo. Il proprietario dell’US Foggia, che non mi va neppure di nominare, già due settimane fa, durante l’ennesima conferenza stampa bonapartista senza contraddittorio, si era rabbiosamente detto rammaricato di non poter ampliare la capienza dello Zaccheria per far fronte alle richieste dei tifosi della Nocerina, quantificati in duemila unità. Immaginiamo: duemila tesserati nocerini che partono alla conquista della promozione – che potrebbero tranquillamente conquistare tra uno o due turni – e bivaccano nel nostro stadio proprio nel giorno in cui noi ci giochiamo i resti. In questa serie ognuno porta acqua al suo mulino. Ora non resta che stabilire quale sia il mulino del nostro: il suo portafogli, da rigonfiare velocemente a suon di caro-prezzi e squadre raffazzonate ma giovani come vuole la Lega, o la promozione della sua, ma soprattutto nostra squadra? Perché, sembra chiaro, se l’obiettivo è il secondo, allora si rinuncia ad una parte d’incasso e si ostacola l’avversario con ogni mezzo a disposizione. Altrimenti, non resta che sancire che il nostro obiettivo e quello del patron divergono in maniera quasi antagonistica. Non si incita il Comune ad allargare il settore ospiti per giocare in trasferta la partita della vita, se si vuole andare in B. Lo si fa se si desidera fare cassa. Se si vuole andare in B si punta sulla piazza, sui tifosi. Ma, nonostante un poco invidiabile record di comunicati stampa, nessuna parola – dall’inizio della stagione – è stata riservata al trattamento che i non tesserati foggiani stanno subendo dall’Osservatorio: 15 divieti su 17 partite in trasferta, Viareggio e Foligno comprese. Ma questo non sembra un problema. Anzi, le uniche due volte che l’addetto stampa s’è fatto sentire, è stato per definirci “idioti” o “delinquenti”, all’indomani di multe che, con l’andare del tempo, la società avrebbe accumulato anche grazie ai distinti abitanti della tribuna o ai tesserati in pellegrinaggio. Il quadro sembra chiaro. La considerazione che riserva ai tifosi della squadra che ha “acquistato” è figlia di un sentimento complessivo di rivalsa nei confronti della città che gli ha voltato le spalle quindici anni orsono. Probabilmente non dimentica, lui, di essere andato via da Foggia mentre la Sud gli augurava un tumore e il resto dello stadio applaudiva, condividendo. Peccato che la stessa memoria lunga non ce l’abbiano i tifosi stessi, sdraiati al suolo a fare da scendiletto al vendicativo napoletano. E stamane, da ultima, la notizia che i nocerini saranno a Foggia pagando 10 euro di biglietto anziché 15, suona alle mie orecchie come l’ennesimo affronto. Come la summa sublime del disprezzo.
“Bisogna stare tutti uniti, non spaccare il fronte proprio adesso”, dicono gli strateghi. Ma io, sul serio, tra tesserati e vecchi e nuovi servi, non capisco proprio a quale unità fittizia facciano riferimento. Sabato sarò al mio posto, coi miei fratelli e gli amici, a sostenere la squadra della mia città verso una vittoria importante, sul campo, e ancor di più a contribuire all’inevitabile vittoria sugli spalti. Perché delle manovre, delle speculazioni, dei retroscena, non voglio sentir parlare. Quelli di fronte sono campani, rivali di sempre. Mi basterà quello per cantare ancora. Ma non venitemi a dire che siamo tutti sulla stessa barca. Perché, semplicemente, non è così.
Non l’ho mai sopportata questa filosofia
I momenti dell’affratellamento forzato, della retorica da corpo unico, del serrate le fila. Sforzandomi, riesco a comprendere la luminosità del futuro che si apre, come scenario probabile, a ricompensa del sacrificio. A rivalsa del silenzio. Ma è il metodo che mi lascia perplesso.
Succede in ogni campo. Quando qualcuno si alza sulla cattedra, o s’affaccia dallo schermo in soggiorno, per annunciare che è il momento di fare cordone, di puntare lo sguardo al radioso domani per superare tutti insieme le vacche magre dell’oggi, io comincio sempre a sentire puzza di bruciato provenire dalla stiva.
Ma non voglio farla pesante. Più pesante del reale. Non voglio riempire queste righe di esempi altisonanti, buttarla in caciara facendo assumere ad ogni vicenda l’impeto eroico delle cose serie. In fondo, si parla di calcio. Di rappresentazioni culturali legate a questo. Tutt’al più. Nulla più di questo.
Sabato a Foggia arriva la Nocerina. Il Foggia è sesto, a 3 punti dal quinto posto, l’ultimo utile per giocarsi la promozione ai playoff. La Nocerina è invece al countdown per la promozione diretta, che potrebbe festeggiare proprio allo Zaccheria. Siamo in C1, o in Lega pro, come si dice oggidì. Girone meridionale. Un ambiente inadatto a signorini e anime belle. Un luogo dove giocare sporco fa parte del gioco. E dove, come per strada, nessuno se ne dovrebbe lamentare. Le regole sono quelle, da che mondo è mondo. Di idealisti che alzano la mano e richiamano l’attenzione della maestra, in questa categoria, non ne abbiamo mai voluti. E non ne vogliamo.
Ora: il Foggia, in condizioni limite, si gioca una fetta di stagione. Non può sbagliare. Foggia è una piazza passionale, scostante ma innamorata, e nelle occasioni che contano sa fare la differenza. In condizioni normali, con l’ansia del tutto per tutto che afferra la gola, la settimana santa che precede l’incontro avrebbe dovuto fungere da sacra rappresentazione: piccole provocazioni, impedimenti, ostacoli. Il Foggia, la società dell’US Foggia, avrebbe – in condizioni normali, ripeto, nel calcio scorretto e meraviglioso che ricordo bene – dovuto principiare una battaglia a distanza con gli omologhi nocerini tale da rendere il clima incandescente. La classica fornace nella quale arrostire l’avversario. Quindi: la schermaglia andava cominciata lunedì e proprio a partire dal seguito, dal supporto. I nocerini preparano un piccolo esodo. In scala, visto il calcio di oggi e le ristrettezze conseguenti: Tessera, percorsi obbligati, stadi non omologati per la reale capienza. Comunque sia, almeno mille nocerini si metteranno, sabato mattina, in marcia per Foggia. Ecco: bisognava – e in altri tempi più rusticani lo si sarebbe fatto – disseminargli il percorso di (metaforici, s’intende) chiodi. Dai cavilli burocratici ai costi proibitivi dei biglietti. Il messaggio avrebbe dovuto essere: noi ci giochiamo la B, e siccome la cosa ci preme più di ogni altra programmata a breve-medio-lungo termine, più di ogni trattato di buon vicinato (che non c’è mai stato, oltretutto), voi dovete togliervi di mezzo. Una società del genere sarebbe stata profondamente scorretta, profondamente meridionale, profondamente da Girone B. E, di conseguenza, profondamente apprezzata.
Invece, da queste parti qualcuno s’è messo in testa – sbagliando clamorosamente – che noi con questi mezzucci, con questa gente, non vogliamo averci niente a che fare. Come a sottolineare che siamo in queste lande, come diceva Battiato, solo di passaggio. Nomadi della terza serie, laddove la storia degli ultimi venticinque anni dimostra, numeri e frequentazioni alla mano, l’esatto contrario. Non solo. Il proprietario dell’US Foggia, che non mi va neppure di nominare, già due settimane fa, durante l’ennesima conferenza stampa bonapartista senza contraddittorio, si era rabbiosamente detto rammaricato di non poter ampliare la capienza dello Zaccheria per far fronte alle richieste dei tifosi della Nocerina, quantificati in duemila unità. Immaginiamo: duemila tesserati nocerini che partono alla conquista della promozione – che potrebbero tranquillamente conquistare tra uno o due turni – e bivaccano nel nostro stadio proprio nel giorno in cui noi ci giochiamo i resti. In questa serie ognuno porta acqua al suo mulino. Ora non resta che stabilire quale sia il mulino del nostro: il suo portafogli, da rigonfiare velocemente a suon di caro-prezzi e squadre raffazzonate ma giovani come vuole la Lega, o la promozione della sua, ma soprattutto nostra squadra? Perché, sembra chiaro, se l’obiettivo è il secondo, allora si rinuncia ad una parte d’incasso e si ostacola l’avversario con ogni mezzo a disposizione. Altrimenti, non resta che sancire che il nostro obiettivo e quello del patron divergono in maniera quasi antagonistica. Non si incita il Comune ad allargare il settore ospiti per giocare in trasferta la partita della vita, se si vuole andare in B. Lo si fa se si desidera fare cassa. Se si vuole andare in B si punta sulla piazza, sui tifosi. Ma, nonostante un poco invidiabile record di comunicati stampa, nessuna parola – dall’inizio della stagione – è stata riservata al trattamento che i non tesserati foggiani stanno subendo dall’Osservatorio: 15 divieti su 17 partite in trasferta, Viareggio e Foligno comprese. Ma questo non sembra un problema. Anzi, le uniche due volte che l’addetto stampa s’è fatto sentire, è stato per definirci “idioti” o “delinquenti”, all’indomani di multe che, con l’andare del tempo, la società avrebbe accumulato anche grazie ai distinti abitanti della tribuna o ai tesserati in pellegrinaggio. Il quadro sembra chiaro. La considerazione che riserva ai tifosi della squadra che ha “acquistato” è figlia di un sentimento complessivo di rivalsa nei confronti della città che gli ha voltato le spalle quindici anni orsono. Probabilmente non dimentica, lui, di essere andato via da Foggia mentre la Sud gli augurava un tumore e il resto dello stadio applaudiva, condividendo. Peccato che la stessa memoria lunga non ce l’abbiano i tifosi stessi, sdraiati al suolo a fare da scendiletto al vendicativo napoletano. E stamane, da ultima, la notizia che i nocerini saranno a Foggia pagando 10 euro di biglietto anziché 15, suona alle mie orecchie come l’ennesimo affronto. Come la summa sublime del disprezzo.
“Bisogna stare tutti uniti, non spaccare il fronte proprio adesso”, dicono gli strateghi. Ma io, sul serio, tra tesserati e vecchi e nuovi servi, non capisco proprio a quale unità fittizia facciano riferimento. Sabato sarò al mio posto, coi miei fratelli e gli amici, a sostenere la squadra della mia città verso una vittoria importante, sul campo, e ancor di più a contribuire all’inevitabile vittoria sugli spalti. Perché delle manovre, delle speculazioni, dei retroscena, non voglio sentir parlare. Quelli di fronte sono campani, rivali di sempre. Mi basterà quello per cantare ancora. Ma non venitemi a dire che siamo tutti sulla stessa barca. Perché, semplicemente, non è così.
27/03/11
Lettere al nulla
“Da come parli, niente niente tu c’hai il diploma”. Nei quartieri della vecchia city i compiti erano rigidamente gerarchizzati in base alle competenze e alle abilità dell’individuo all’interno del gruppo. Una meritocrazia del fare, dell’agire e del pensare, tale da annichilire il progressismo spiccio di certe sinistre scandinave. C’era quello che sapeva menare le mani, che difendeva l’onore della sua gente ed ispirava i sonetti degli chansonnier alle feste di piazza; quello che si spaccava la schiena sui cantieri o al mercato, o si produceva in altre imprese per procacciarsi un reddito, sin dalla più tenera infanzia; e quello che, a detta di tutti, sapeva “leggere e scrivere”. Lo scriba, il cervello non necessariamente fino, ma la risposta pronta e arguta sempre in canna. Il guerriero, il contadino e il sacerdote della tripartizione medievale. Poi è venuta la scuola dell’obbligo, l’innalzamento dell’età della scolarizzazione, finanche l’università di massa. E i pensatori dalle mani bianche si sono moltiplicati, anche nei quartieri della working class e del sottoproletariato. È cominciata l’epoca d’oro degli addetti stampa. Foggia ne ha a iosa. Ogni istituzione, ogni ente, ogni teatro, ogni locale, affida la propria campagna d’immagine, la necessaria comunicazione globalizzata, ad un addetto stampa. Ogni società, azienda, agenzia sente l’impellente bisogno di dotarsi di un individuo di tal fatta. Anche se non ha una minchia da dire. È diventato una sorta di biglietto da visita. Io stesso ne avrò conosciuti personalmente almeno una dozzina. Il Comune, poi, ne ha addirittura cinque. Un rapporto pro capite di addetti stampa tra i più alti nell’Europa continentale. L’era di questi personaggi ha seguito a ruota, come uno sviluppo logico-conseguenziale, quella dei web designer. Perché, a pensarci, è logico: il Comune si fa fare un sito, poi appalta a qualcuno il compito di riempirlo di parole. Nella pagina ad hoc del Municipio ci sono avvisi di conferenze per scolaresche, laboratori per scolaresche, concorsi per scolaresche.
I giornalisti li riconosci dall’adipe. Il dito indice della destra consunto nell’esercizio dell’Invia/Ricevi. L’occhio clinico a spulciare gli spazi bianchi in cui poter inserire un commento al virgolettato. C’est plus facile!, intere pagine dei quotidiani si plasmano sui comunicati stampa.
A Foggia vergare comunicati è un’attività impegnativa. Ogni mattino un addetto stampa si sveglia e sa che dovrà far correre la lingua sul foglio se vuole circumnavigare la crisi ed evitare di finire ai semafori.
Un’evoluzione nostrana dell’addetto stampa, poi, è lo scrivano plenipotenziario che dialoga – da pari a pari – coi pezzi grossi del pianeta. Come a dire, dal pc della cameretta ai saloni affrescati. Da via Eugenio Masi allo Studio Ovale della Casa Bianca. Una sorta di patetico stalkeraggio dei potenti, messo in atto da emuli di Jacopo Ortis, o di Nanni Moretti in Palombella rossa, non si sa se più furbi o più fessi.
Dopo la gara del “Flaminio”, ad ottobre, pur di compiacere la sfuriata del patron Casillo, il direttore di Telefoggia – che va sul satellite ma non la guarda nessuno, anche se editore e compagnia sembrano sottovalutare il dato – scrisse una lettera a Napolitano. Da allora l’immagine del Presidente della Repubblica nel suo studio intento a leggere, a scuotere la testa e ad indignarsi per i due punti persi dal Foggia contro l’Atletico Roma, mi tormenta come da bambino mi tormentò Profondo rosso. L’addetto stampa dell’US Foggia, dal canto suo, scrive comunicati con una frequenza da far impallidire Moccia e Bevilacqua. Parole in libertà su ogni argomento dello scibile umano. A qualsiasi mittente. A questa schiera, oggi si è aggiunto il sindaco. Una bella lettera indirizzata alla Figc e alla Lega Pro per difendere la comunità dall’accusa infamante di discriminazione razziale. Mica pizza e fichi. È successo in settimana. Il giudice sportivo aveva multato di 7.500 euro la società per colpa dei “buh” razzisti indirizzati ad un giocatore di colore dell’Atletico Roma. Un macigno difficile da digerire. E così – ignorando per un attimo le buche per strada, gli omicidi di mala, la disoccupazione e il dissesto finanziario – il sindaco ha avvertito l’urgenza di prendere carta e penna ed ha illustrato al mondo la propria versione dei fatti. “Profondo rammarico per il comportamento vergognoso e deplorevole tenuto da alcuni spettatori”, e al contempo grande voglia di “dimostrare ciò che Foggia realmente è: città accogliente, tollerante e aperta a tutti, che per cultura e storia secolari ha messo al bando ogni forma di razzismo e favorisce l'integrazione in tutti i modi, che non conosce barriere per gli stranieri, i migranti, i deboli e gli emarginati”.
È colpa della scolarizzazione di massa. Della globalizzazione. Di internet. Di una certa decadenza del senso del pudore e del ridicolo. Un tempo nessuno si sarebbe sognato di scrivere comunicati ufficiali per ogni pipì di gatto. Un tempo nessuno avrebbe sopravvalutato il proprio ruolo, il proprio personale pensiero, fino al punto da ritenerlo così centrale, finanche fondamentale al dibattito politico-istituzionale. E un tempo, da ultimo, gli scrivani del popolo avrebbero indagato un po’ più a lungo prima di spedire una lettera al papa. O a Savonarola. Del resto: che senso ha dire che a fare “buh-buh” all’avversario è stato “uno sparuto gruppo di persone che indegnamente vengono considerati tifosi”? A qualcuno era mai venuto in mente che l’intero stadio avesse assordato il ragazzo con manifestazioni d’aperto razzismo? C’era davvero bisogno di sottolineare che “i tifosi foggiani hanno eletto a loro beniamini l'ivoriano Kone e il nigeriano Agodirin”, come a specificare che ci sono anche “negri da cortile”? E non è un po’ fragile – pur volendo sposare l’ottica di chi ha scritto la letterina – sostenere che Foggia non è una città razzista adducendo a prova del nove il fatto che non ci sono mai state aggressioni ai danni di stranieri? Ci sarà pure una differenza tra uno sguardo di disprezzo e il Ku Klux Klan. O no? Insomma: cos’è tutto sto protagonismo? Da dove cavolo proviene? Dove vuole andare a parare?
Lo stadio è il luogo del politicamente scorretto. Nonostante tutto, fortunatamente lo è ancora. Bombardati dalla par condicio elettorale, dalle ricorrenze rigorosamente bipartisan, dal cerchiobottismo dei salotti reali e televisivi, dalla propaganda melensa che poi arma i cacciabombardieri, allo stadio si va per essere veri. Senza inutili ricompense o biasimi, nella recita della massa l’istinto si libera e libera l’individuo. L’avversario è avversario, e lo si stuzzica, lo si provoca, laddove è maggiormente sensibile. Non esistono regole. Esiste il popolo per quel che è, nella goliardia come nella cattiveria, nella brutalità come nella solidarietà, senza le pratiche di chi si sente al sicuro solo confezionando schemi utilitaristici. Eppure, fermo restando questo, domenica scorsa nessuno ha intonato un solo coro razzista ai danni di nessuno. Il sindaco, se era allo stadio, avrà potuto appurarlo. Altrimenti, potrebbe procurarsi le immagini da una qualsiasi emittente locale. O, meglio, avrebbe potuto. Ormai è tardi, e le parole scritte rimangono. A testimoniare l’ennesimo dramma collettivo indotto dal quale dobbiamo emendarci. Non ce la facciamo proprio a sfuggire alle penitenze. Ci dicono che siamo cattivi e chiediamo scusa, senza nessun avvocato che richieda per noi lo stesso supplemento d’indagine di cui hanno beneficiato Olindo, Rosa e Pietro Pacciani. Una mossa automatica, un riflesso condizionato che, va da se, finisce per far perdere ogni valore alla testimonianza. Un lupo che chiede sempre scusa o è molto furbo o è molto fesso. E in ogni caso annoia. Ottenendo l’effetto contrario. Si dice: ma se il sindaco avesse negato che qualche spettatore della tribuna – ah, già, perché stiamo parlando della brava gente della tribuna, non degli scorrettissimi ultras parafascisti – si sia effettivamente prodotto in suoni gutturali, non avrebbe forse commesso un imperdonabile atto di omertà, di compiacenza, di connivenza? Non sarebbe venuto meno al ruolo pedagogico che noi tutti chiediamo alla politica? Arrivati a questo punto, è così. Ma, prima di giungervi a quel punto, perché – invece – non tacere proprio? Perché non rivalutare il silenzio dei chiostri e delle abbazie? No, no, no. Ci mancherebbe!, risponde scandalizzata la centuria degli addetti stampa. Che nessuno provi a resistere alla tentazione della realpolitik delle mele marce. A quella forma di delazione mirata, alla canonica suddivisione del mondo in buoni e cattivi, coi primi sterminata maggioranza e i secondi sparuto gruppo da perseguire. Si invocano le forze dell’ordine per chi lancia una bottiglietta in campo, pene severe per chi sfotte l’avversario. Cristo! L’addetto stampa dell’Us Foggia ha quantificato in 100mila euro il totale delle multe collezionate da inizio stagione. Una cifra a forfait, buttata lì a casaccio, di tre volte superiore a quella reale. Ma ormai, nessuno ci fa più caso. E questa indifferenza generalizzata, questo menefreghismo autistico, figlio dell’abuso di parole, altro non è che il maggior risultato dell’eccesso di comunicazione. Ben vi sta! Ora non ci resta che rimpiangere l’epoca dell’università per caste.
I giornalisti li riconosci dall’adipe. Il dito indice della destra consunto nell’esercizio dell’Invia/Ricevi. L’occhio clinico a spulciare gli spazi bianchi in cui poter inserire un commento al virgolettato. C’est plus facile!, intere pagine dei quotidiani si plasmano sui comunicati stampa.
A Foggia vergare comunicati è un’attività impegnativa. Ogni mattino un addetto stampa si sveglia e sa che dovrà far correre la lingua sul foglio se vuole circumnavigare la crisi ed evitare di finire ai semafori.
Un’evoluzione nostrana dell’addetto stampa, poi, è lo scrivano plenipotenziario che dialoga – da pari a pari – coi pezzi grossi del pianeta. Come a dire, dal pc della cameretta ai saloni affrescati. Da via Eugenio Masi allo Studio Ovale della Casa Bianca. Una sorta di patetico stalkeraggio dei potenti, messo in atto da emuli di Jacopo Ortis, o di Nanni Moretti in Palombella rossa, non si sa se più furbi o più fessi.
Dopo la gara del “Flaminio”, ad ottobre, pur di compiacere la sfuriata del patron Casillo, il direttore di Telefoggia – che va sul satellite ma non la guarda nessuno, anche se editore e compagnia sembrano sottovalutare il dato – scrisse una lettera a Napolitano. Da allora l’immagine del Presidente della Repubblica nel suo studio intento a leggere, a scuotere la testa e ad indignarsi per i due punti persi dal Foggia contro l’Atletico Roma, mi tormenta come da bambino mi tormentò Profondo rosso. L’addetto stampa dell’US Foggia, dal canto suo, scrive comunicati con una frequenza da far impallidire Moccia e Bevilacqua. Parole in libertà su ogni argomento dello scibile umano. A qualsiasi mittente. A questa schiera, oggi si è aggiunto il sindaco. Una bella lettera indirizzata alla Figc e alla Lega Pro per difendere la comunità dall’accusa infamante di discriminazione razziale. Mica pizza e fichi. È successo in settimana. Il giudice sportivo aveva multato di 7.500 euro la società per colpa dei “buh” razzisti indirizzati ad un giocatore di colore dell’Atletico Roma. Un macigno difficile da digerire. E così – ignorando per un attimo le buche per strada, gli omicidi di mala, la disoccupazione e il dissesto finanziario – il sindaco ha avvertito l’urgenza di prendere carta e penna ed ha illustrato al mondo la propria versione dei fatti. “Profondo rammarico per il comportamento vergognoso e deplorevole tenuto da alcuni spettatori”, e al contempo grande voglia di “dimostrare ciò che Foggia realmente è: città accogliente, tollerante e aperta a tutti, che per cultura e storia secolari ha messo al bando ogni forma di razzismo e favorisce l'integrazione in tutti i modi, che non conosce barriere per gli stranieri, i migranti, i deboli e gli emarginati”.
È colpa della scolarizzazione di massa. Della globalizzazione. Di internet. Di una certa decadenza del senso del pudore e del ridicolo. Un tempo nessuno si sarebbe sognato di scrivere comunicati ufficiali per ogni pipì di gatto. Un tempo nessuno avrebbe sopravvalutato il proprio ruolo, il proprio personale pensiero, fino al punto da ritenerlo così centrale, finanche fondamentale al dibattito politico-istituzionale. E un tempo, da ultimo, gli scrivani del popolo avrebbero indagato un po’ più a lungo prima di spedire una lettera al papa. O a Savonarola. Del resto: che senso ha dire che a fare “buh-buh” all’avversario è stato “uno sparuto gruppo di persone che indegnamente vengono considerati tifosi”? A qualcuno era mai venuto in mente che l’intero stadio avesse assordato il ragazzo con manifestazioni d’aperto razzismo? C’era davvero bisogno di sottolineare che “i tifosi foggiani hanno eletto a loro beniamini l'ivoriano Kone e il nigeriano Agodirin”, come a specificare che ci sono anche “negri da cortile”? E non è un po’ fragile – pur volendo sposare l’ottica di chi ha scritto la letterina – sostenere che Foggia non è una città razzista adducendo a prova del nove il fatto che non ci sono mai state aggressioni ai danni di stranieri? Ci sarà pure una differenza tra uno sguardo di disprezzo e il Ku Klux Klan. O no? Insomma: cos’è tutto sto protagonismo? Da dove cavolo proviene? Dove vuole andare a parare?
Lo stadio è il luogo del politicamente scorretto. Nonostante tutto, fortunatamente lo è ancora. Bombardati dalla par condicio elettorale, dalle ricorrenze rigorosamente bipartisan, dal cerchiobottismo dei salotti reali e televisivi, dalla propaganda melensa che poi arma i cacciabombardieri, allo stadio si va per essere veri. Senza inutili ricompense o biasimi, nella recita della massa l’istinto si libera e libera l’individuo. L’avversario è avversario, e lo si stuzzica, lo si provoca, laddove è maggiormente sensibile. Non esistono regole. Esiste il popolo per quel che è, nella goliardia come nella cattiveria, nella brutalità come nella solidarietà, senza le pratiche di chi si sente al sicuro solo confezionando schemi utilitaristici. Eppure, fermo restando questo, domenica scorsa nessuno ha intonato un solo coro razzista ai danni di nessuno. Il sindaco, se era allo stadio, avrà potuto appurarlo. Altrimenti, potrebbe procurarsi le immagini da una qualsiasi emittente locale. O, meglio, avrebbe potuto. Ormai è tardi, e le parole scritte rimangono. A testimoniare l’ennesimo dramma collettivo indotto dal quale dobbiamo emendarci. Non ce la facciamo proprio a sfuggire alle penitenze. Ci dicono che siamo cattivi e chiediamo scusa, senza nessun avvocato che richieda per noi lo stesso supplemento d’indagine di cui hanno beneficiato Olindo, Rosa e Pietro Pacciani. Una mossa automatica, un riflesso condizionato che, va da se, finisce per far perdere ogni valore alla testimonianza. Un lupo che chiede sempre scusa o è molto furbo o è molto fesso. E in ogni caso annoia. Ottenendo l’effetto contrario. Si dice: ma se il sindaco avesse negato che qualche spettatore della tribuna – ah, già, perché stiamo parlando della brava gente della tribuna, non degli scorrettissimi ultras parafascisti – si sia effettivamente prodotto in suoni gutturali, non avrebbe forse commesso un imperdonabile atto di omertà, di compiacenza, di connivenza? Non sarebbe venuto meno al ruolo pedagogico che noi tutti chiediamo alla politica? Arrivati a questo punto, è così. Ma, prima di giungervi a quel punto, perché – invece – non tacere proprio? Perché non rivalutare il silenzio dei chiostri e delle abbazie? No, no, no. Ci mancherebbe!, risponde scandalizzata la centuria degli addetti stampa. Che nessuno provi a resistere alla tentazione della realpolitik delle mele marce. A quella forma di delazione mirata, alla canonica suddivisione del mondo in buoni e cattivi, coi primi sterminata maggioranza e i secondi sparuto gruppo da perseguire. Si invocano le forze dell’ordine per chi lancia una bottiglietta in campo, pene severe per chi sfotte l’avversario. Cristo! L’addetto stampa dell’Us Foggia ha quantificato in 100mila euro il totale delle multe collezionate da inizio stagione. Una cifra a forfait, buttata lì a casaccio, di tre volte superiore a quella reale. Ma ormai, nessuno ci fa più caso. E questa indifferenza generalizzata, questo menefreghismo autistico, figlio dell’abuso di parole, altro non è che il maggior risultato dell’eccesso di comunicazione. Ben vi sta! Ora non ci resta che rimpiangere l’epoca dell’università per caste.
15/02/11
Nota sul divieto carnevalesco
E ti scoraggi. Pensi che era tutto pronto. Il furgone, le bandiere, le uscite autostradali. Gli svincoli dove incontrare gli amici, i nostri moderni emigranti. Da Bologna, da Roma. L’adrenalina sottopelle, quella dei chilometri, dell’abitacolo carico di fumo e urla, di discorsi sovrapposti e spezzettati, di Borghetti nei bicchierini di plastica in plastica planata da una fila all’altra, che cade sui pantaloni di quello che sta avanti. E le bestemmie. La musica, i giornali spiegazzati, i panini, l’autogrill. Non vedevo l’ora, mi dicevo, e non stavo davvero nella pelle. Come quella volta prima di Ancona in treno speciale. Come quel quindicenne che ero. Ma come può una Viareggio qualsiasi paragonarsi alla Napoli del 3-3, quando eravamo in A?, mi dicevo, fino a dieci minuti fa. E mi rispondevo che nella vita non sempre bisogna cercare risposte. Ieri Antonio me lo accennava per gioco: “Vedrai che vi vietano pure questa. Domani si riunisce l’Osservatorio”, ed io, sulle note di Battiato, rispondevo con ostentata sicumera (ma chi cazzo me la da poi sta sicurezza a me quando rispondo?) che l’Osservatorio si riunisce il giovedì, che questa volta ha già trattato lo spinoso caso di Esperia Viareggio-Foggia, in programma sabato, e proprio non ha trovato appigli per vietarcela. Poi è giunto l’essemmesse. Divieto di vendita ai residenti in Puglia. L’ha deciso il Prefetto di Lucca. E ti scoraggi. Ti cadono le braccia. L’adrenalina che sentivi (per una trasferta di merda, va detto) si trasforma in rabbia e scoramento. Vorresti mandare tutti al diavolo. Ma ti dici che bisogna razionalizzare. Scrivere, magari, per chi non leggerà. O chi, pur leggendo, non capirà. Seguiterà a non voler capire. Che la battaglia contro la Tessera è una battaglia di cittadinanza. Di libertà. Non solo il folkloristico tentativo di continuare, imperterriti, nella pratica di violare altri stadi. E la tranquillità della gente perbene, che per sua natura non sa, non vuole sapere.
C’è della perversione. Dell’accanimento.
Il fantoccio del Casms – Osservatorio o come diamine lo si voglia chiamare – strumento fittizio del Ministero degli Interni, come primo stadio di un processo repressivo. Vincolante solo nel propinare divieti. In caso contrario, ovvero quando neppure questo manichino storpio ravvede motivi d’ostacolare la libera gita fuori porta dei manipoli di cittadini italiani che intendono mettersi in marcia per seguire la propria squadra, subentrano le burocrazie locali.
E al burocrate, al prefetto, al questore, una vocina dissennata chiede se per caso, quella domenica (o quel sabato) ha voglia, genio di lavorare. Cosa risponderebbe un pizzaiolo chiamato a fare gli straordinari? Cosa un muratore al cantiere? Solo che pizzaioli e muratori vanno verso lo straordinario obbligatorio, e non possono permettersi di blaterare rifiuti, mentre questi servi dello Stato titolati possono permettersi il lusso – il decreto Maroni glielo concede, come se non avessero già abbastanza privilegi – di piazzarsi una mano sulla pancia, in luogo della coscienza, e dire che no, questo sabato non ci tengono proprio a schierare i propri dieci uomini in divisa per sorvegliare l’invasione di cento foggiani. Neppure nella città che sta per ospitare il Carnevale. Il lusso di respingere il lavoro che hanno scelto di fare. Quello per cui le tasse di questo popolo ottuso garantiscono lo stipendio mensile.
Facile il trucco. Perverso, deviato, eppure così banale.
A noi resta la rabbia. Una rabbia senza parole. Senza sponde, senza tutele. Circondati da individui lobotomizzati che, senza comprendere, continuano a salmodiare: “E fatevi la tessera!”.
L’abbiamo voluto noi questo isolamento? Forse, non discuto. Ed è il dramma di non riuscire a comunicare, fuori dalla cerchia dei tuoi, dall’abitacolo di quel furgone fumoso e rumoroso, il senso di mutilazione che si prova. Certo, dirà qualcuno, non sono questi i fatti seri. Appunto, allora convenite con me che questo accanimento non ha motivo d’esistere?
La passione. Quella pura, disinteressata, che ti porta a spendere tempo, soldi, voce. A sottrarre attenzione al resto. Sporcata da giochi di potere che con noi non hanno nulla a che fare. E il nostro patron? Il nostro addetto stampa che alza le alza i cartelli delle sostituzioni e, a comando, bacchetta la Juve Stabia e la sua dirigenza? Perché tacciono? Perché, difensori virtuali del calcio etico e sottocosto, non alzano la voce per dire che è una ingiustizia, di più, che è una merdata vera e propria quella che stanno compiendo sugli ultras del Foggia? Quella che costringe la squadra a giocare senza sostegno, mentre – buon per loro, per carità – ad altri è ancora permesso godersi il brivido minore delle passeggiate e dei cori? Una vendetta, premeditata, preordinata, contro quei duecento rompicoglioni che non sono corsi ai botteghini per barattare la propria dignità col sogno di una nuova Zemanlandia. Ecco cos’è. Perché non è normale – non lo è affatto – che Lucca, piuttosto che Pisa, piuttosto che Foligno, vengano individuate – con settimane d’anticipo! – come trasferte “ad alto rischio”? E dove sarebbe il rischio? Nella nostra presenza? Andate tutti a fare in culo!, questo verrebbe da dire, razionalità o meno. Ma in questi frangenti la necessità della lotta si fa ancora più pressante. Come l’adrenalina di cui sopra. Si stanno prendendo un abuso per piegarci, questi infami. Io scommetto ancora, oggi, che non ce la faranno. Ma ci quotano alto.
C’è della perversione. Dell’accanimento.
Il fantoccio del Casms – Osservatorio o come diamine lo si voglia chiamare – strumento fittizio del Ministero degli Interni, come primo stadio di un processo repressivo. Vincolante solo nel propinare divieti. In caso contrario, ovvero quando neppure questo manichino storpio ravvede motivi d’ostacolare la libera gita fuori porta dei manipoli di cittadini italiani che intendono mettersi in marcia per seguire la propria squadra, subentrano le burocrazie locali.
E al burocrate, al prefetto, al questore, una vocina dissennata chiede se per caso, quella domenica (o quel sabato) ha voglia, genio di lavorare. Cosa risponderebbe un pizzaiolo chiamato a fare gli straordinari? Cosa un muratore al cantiere? Solo che pizzaioli e muratori vanno verso lo straordinario obbligatorio, e non possono permettersi di blaterare rifiuti, mentre questi servi dello Stato titolati possono permettersi il lusso – il decreto Maroni glielo concede, come se non avessero già abbastanza privilegi – di piazzarsi una mano sulla pancia, in luogo della coscienza, e dire che no, questo sabato non ci tengono proprio a schierare i propri dieci uomini in divisa per sorvegliare l’invasione di cento foggiani. Neppure nella città che sta per ospitare il Carnevale. Il lusso di respingere il lavoro che hanno scelto di fare. Quello per cui le tasse di questo popolo ottuso garantiscono lo stipendio mensile.
Facile il trucco. Perverso, deviato, eppure così banale.
A noi resta la rabbia. Una rabbia senza parole. Senza sponde, senza tutele. Circondati da individui lobotomizzati che, senza comprendere, continuano a salmodiare: “E fatevi la tessera!”.
L’abbiamo voluto noi questo isolamento? Forse, non discuto. Ed è il dramma di non riuscire a comunicare, fuori dalla cerchia dei tuoi, dall’abitacolo di quel furgone fumoso e rumoroso, il senso di mutilazione che si prova. Certo, dirà qualcuno, non sono questi i fatti seri. Appunto, allora convenite con me che questo accanimento non ha motivo d’esistere?
La passione. Quella pura, disinteressata, che ti porta a spendere tempo, soldi, voce. A sottrarre attenzione al resto. Sporcata da giochi di potere che con noi non hanno nulla a che fare. E il nostro patron? Il nostro addetto stampa che alza le alza i cartelli delle sostituzioni e, a comando, bacchetta la Juve Stabia e la sua dirigenza? Perché tacciono? Perché, difensori virtuali del calcio etico e sottocosto, non alzano la voce per dire che è una ingiustizia, di più, che è una merdata vera e propria quella che stanno compiendo sugli ultras del Foggia? Quella che costringe la squadra a giocare senza sostegno, mentre – buon per loro, per carità – ad altri è ancora permesso godersi il brivido minore delle passeggiate e dei cori? Una vendetta, premeditata, preordinata, contro quei duecento rompicoglioni che non sono corsi ai botteghini per barattare la propria dignità col sogno di una nuova Zemanlandia. Ecco cos’è. Perché non è normale – non lo è affatto – che Lucca, piuttosto che Pisa, piuttosto che Foligno, vengano individuate – con settimane d’anticipo! – come trasferte “ad alto rischio”? E dove sarebbe il rischio? Nella nostra presenza? Andate tutti a fare in culo!, questo verrebbe da dire, razionalità o meno. Ma in questi frangenti la necessità della lotta si fa ancora più pressante. Come l’adrenalina di cui sopra. Si stanno prendendo un abuso per piegarci, questi infami. Io scommetto ancora, oggi, che non ce la faranno. Ma ci quotano alto.
07/02/11
Neanche Arafat
Domenica 6 febbraio, Foggia-Barletta 0-2
Li ho visti. Perché ero lì. A pezzi, ma ero lì. Con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo scomposto, distratto da quei trenta tesserati con le sciarpe biancorosse. Che nel settore deserto saltano, cantano, e più li guardo più mi sembrano pesci in un acquario. Ad amplificare il senso di surreale, di onirico. Sono le quattro passate di un pomeriggio già primaverile. Il Barletta ha appena espugnato lo “Zaccheria”. Per la prima volta nella storia. Per quel che vale. Per la prima volta nella nostra. Ed è diverso.
Mesi. Interi mesi spesi a parlare della bellezza di riavere Zeman e rifondare Zemanlandia; a vantarsi coi vicini di banco delle meraviglie della zona totale e della gioventù al potere; di questi giovanotti volenterosi e talentuosi, prestati a costo zero da società intuitive felici di valorizzare i propri campioncini alla corte del Boemo; della lungimiranza di Casillo, del suo brutale abbassamento dei costi. A malcelare orgoglio nell’affermare che sono stati spesi solo 10mila euro per confezionare la rosa. Ad innalzare agli altari il 3-3 del “Flaminio” o i cinque gol rifilati al Lanciano. A giustificare ogni errore – tattico e tecnico – attribuendolo all’inesperienza degli esecutori materiali, alla rigida stagione invernale e comunque contando sulla mitologica mano taumaturgica del Maestro. A rinverdire i fasti dell’anti-passione ciarlando, contro natura, di un folle divertimento anche quando si perde.
Ed ecco i risultati.
Una squadraccia orrenda, di trentenni scafati, cattivi, provocatori, messa bene in campo da un tecnico altrettanto fuori moda e lontano dai riflettori, a cui nessuno pensa di chiedere dell’esperienza di Mourinho a Madrid o di Prandelli in nazionale, che si impone 2-0, ottimizzando due calci da fermo e speculando sul contropiede.
Era già accaduto, con il Siracusa del rimpianto e silenzioso Ugolotti.
È successo ancora. Ma stavolta l’avversario ha un nome che rievoca il più antico, sentito, sanguigno derby della nostra gente. Il derby dell’Ofanto. E non è la stessa cosa. Da che calcio è calcio.
Non sono bastati gli incitamenti personalizzati, in settimana. Non è bastato far comprendere a questi ventenni, che tentano di mettersi in mostra per tornare a Napoli o a Milano, che questa partita non valeva quanto le altre. Men che meno l’avrà capito il vecchio in panca, la cui filosofia di vita e di gioco esclude i palpiti della vena arteriosa, l’adrenalina, il pathos che spezza il fiato.
E al triplice fischio, con quei trenta pesci a saltellare e la squadraccia sotto il settore ospiti, i nostri si sono rivelati per quello che sono. Li ho visti. A centrocampo, guardarsi in faccia con la metà della passione che ci mettiamo noi a calcetto, con un terzo della disperazione di una sconfitta alla playstation, decidere unilateralmente di venire a salutare la curva. Come se niente fosse. Come se bastasse battersi il petto e agitare la manina per lavare l’onta. Figli della nuova generazione, per cui una partita di calcio non è altro che un diversivo tecnico, ignari della nostra rappresentazione della battaglia. Finanche offensivi, superbi nel non volerlo apprendere.
Un boato. Disumano, scomposto, gutturale. Questo ho sentito. Ed è stato il coro più meritevole di una intera domenica passata a dover sfoderare ricordi per innalzare canzoni al cielo. Hanno fatto un passo indietro, quegli undici signorini. Costernati, increduli. Non era questa la piazza che avrebbe dovuto tutelarli come pulcini, sempre e comunque? E il mister? Non avrebbe dovuto schermarli da ogni critica? A pensarci: sono un inno vivente alla mancata voglia di crescere, di affrontare il mondo come si deve, di diventare uomini.
E si che attorno a noi c’era gente serena, pacata, anche al secondo vantaggio barlettano. “Vedrai che adesso vinciamo 4-2”. O quelli che, contro ogni evidenza, continuavano a difenderli, i pulcini viziati. Ma con una squadra di ventenni ti fai il torneo di Viareggio, non la C1. Dove in ballo ci sono le coronarie. E la dignità. 2-0 contro il Barletta allo “Zaccheria”. Non era stato accettato di buon grado neppure in Coppa Italia, due anni fa. E adesso? Quei bamboccioni, ai quali qualcuno ha raccontato della favola bella di una piazza religiosamente adorante, che accetta il circo equestre senza battere ciglio, provano ad andare sotto la Tribuna est. Nuovo boato. Nuova defenestrazione. Che dirà il mister? Che se non vede passione può anche andarsene? Uno con la squadra al settimo posto, che non fa valere il fattore campo in una città abituata a percepirsi come fortino, cosa pensa in questi frangenti? Cosa passa nel cervello di uno che, se si fosse chiamato Novelli o Pecchia, avrebbe dovuto chiedere la scorta come Saviano? Anche Arafat è stato contestato dai palestinesi, alla fine. Ed è stato più umile. E Zeman, possiamo ben dirlo (almeno questo), non è Arafat. E il patron? Cosa dirà il patron? Che siamo balordi distruttivi che non vogliono il bene di questa squadra? Lui, il rabdomante che ha trovato qui da noi la vena perpetua, che può speculare sul caro-biglietti senza che nessuno alzi la voce, che non ha mai pensato di mettere mano al portafogli per attrezzare una squadra capace non dico di vincere il campionato, ma per lo meno di regalarci il derby casalingo contro la terzultima in classifica. Lui, che all’Ariston – da gradasso – tuonò della serie A in due anni, davanti ad un pubblico anestetizzato e completamente inebetito da una variante dauna della sindrome di Stoccolma.
Adesso giocano agli offesi, quando meriterebbero d’essere cacciati a calci nel deretano.
Anche questa è ironia.
Per quanto mi riguarda, ora quella squadra può battere la Nocerina e sommergere di reti l’Atletico Roma. Ha perso il derby senza combattere. Il mio campionato è macchiato. Il mio campionato è finito.
Li ho visti. Perché ero lì. A pezzi, ma ero lì. Con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo scomposto, distratto da quei trenta tesserati con le sciarpe biancorosse. Che nel settore deserto saltano, cantano, e più li guardo più mi sembrano pesci in un acquario. Ad amplificare il senso di surreale, di onirico. Sono le quattro passate di un pomeriggio già primaverile. Il Barletta ha appena espugnato lo “Zaccheria”. Per la prima volta nella storia. Per quel che vale. Per la prima volta nella nostra. Ed è diverso.
Mesi. Interi mesi spesi a parlare della bellezza di riavere Zeman e rifondare Zemanlandia; a vantarsi coi vicini di banco delle meraviglie della zona totale e della gioventù al potere; di questi giovanotti volenterosi e talentuosi, prestati a costo zero da società intuitive felici di valorizzare i propri campioncini alla corte del Boemo; della lungimiranza di Casillo, del suo brutale abbassamento dei costi. A malcelare orgoglio nell’affermare che sono stati spesi solo 10mila euro per confezionare la rosa. Ad innalzare agli altari il 3-3 del “Flaminio” o i cinque gol rifilati al Lanciano. A giustificare ogni errore – tattico e tecnico – attribuendolo all’inesperienza degli esecutori materiali, alla rigida stagione invernale e comunque contando sulla mitologica mano taumaturgica del Maestro. A rinverdire i fasti dell’anti-passione ciarlando, contro natura, di un folle divertimento anche quando si perde.
Ed ecco i risultati.
Una squadraccia orrenda, di trentenni scafati, cattivi, provocatori, messa bene in campo da un tecnico altrettanto fuori moda e lontano dai riflettori, a cui nessuno pensa di chiedere dell’esperienza di Mourinho a Madrid o di Prandelli in nazionale, che si impone 2-0, ottimizzando due calci da fermo e speculando sul contropiede.
Era già accaduto, con il Siracusa del rimpianto e silenzioso Ugolotti.
È successo ancora. Ma stavolta l’avversario ha un nome che rievoca il più antico, sentito, sanguigno derby della nostra gente. Il derby dell’Ofanto. E non è la stessa cosa. Da che calcio è calcio.
Non sono bastati gli incitamenti personalizzati, in settimana. Non è bastato far comprendere a questi ventenni, che tentano di mettersi in mostra per tornare a Napoli o a Milano, che questa partita non valeva quanto le altre. Men che meno l’avrà capito il vecchio in panca, la cui filosofia di vita e di gioco esclude i palpiti della vena arteriosa, l’adrenalina, il pathos che spezza il fiato.
E al triplice fischio, con quei trenta pesci a saltellare e la squadraccia sotto il settore ospiti, i nostri si sono rivelati per quello che sono. Li ho visti. A centrocampo, guardarsi in faccia con la metà della passione che ci mettiamo noi a calcetto, con un terzo della disperazione di una sconfitta alla playstation, decidere unilateralmente di venire a salutare la curva. Come se niente fosse. Come se bastasse battersi il petto e agitare la manina per lavare l’onta. Figli della nuova generazione, per cui una partita di calcio non è altro che un diversivo tecnico, ignari della nostra rappresentazione della battaglia. Finanche offensivi, superbi nel non volerlo apprendere.
Un boato. Disumano, scomposto, gutturale. Questo ho sentito. Ed è stato il coro più meritevole di una intera domenica passata a dover sfoderare ricordi per innalzare canzoni al cielo. Hanno fatto un passo indietro, quegli undici signorini. Costernati, increduli. Non era questa la piazza che avrebbe dovuto tutelarli come pulcini, sempre e comunque? E il mister? Non avrebbe dovuto schermarli da ogni critica? A pensarci: sono un inno vivente alla mancata voglia di crescere, di affrontare il mondo come si deve, di diventare uomini.
E si che attorno a noi c’era gente serena, pacata, anche al secondo vantaggio barlettano. “Vedrai che adesso vinciamo 4-2”. O quelli che, contro ogni evidenza, continuavano a difenderli, i pulcini viziati. Ma con una squadra di ventenni ti fai il torneo di Viareggio, non la C1. Dove in ballo ci sono le coronarie. E la dignità. 2-0 contro il Barletta allo “Zaccheria”. Non era stato accettato di buon grado neppure in Coppa Italia, due anni fa. E adesso? Quei bamboccioni, ai quali qualcuno ha raccontato della favola bella di una piazza religiosamente adorante, che accetta il circo equestre senza battere ciglio, provano ad andare sotto la Tribuna est. Nuovo boato. Nuova defenestrazione. Che dirà il mister? Che se non vede passione può anche andarsene? Uno con la squadra al settimo posto, che non fa valere il fattore campo in una città abituata a percepirsi come fortino, cosa pensa in questi frangenti? Cosa passa nel cervello di uno che, se si fosse chiamato Novelli o Pecchia, avrebbe dovuto chiedere la scorta come Saviano? Anche Arafat è stato contestato dai palestinesi, alla fine. Ed è stato più umile. E Zeman, possiamo ben dirlo (almeno questo), non è Arafat. E il patron? Cosa dirà il patron? Che siamo balordi distruttivi che non vogliono il bene di questa squadra? Lui, il rabdomante che ha trovato qui da noi la vena perpetua, che può speculare sul caro-biglietti senza che nessuno alzi la voce, che non ha mai pensato di mettere mano al portafogli per attrezzare una squadra capace non dico di vincere il campionato, ma per lo meno di regalarci il derby casalingo contro la terzultima in classifica. Lui, che all’Ariston – da gradasso – tuonò della serie A in due anni, davanti ad un pubblico anestetizzato e completamente inebetito da una variante dauna della sindrome di Stoccolma.
Adesso giocano agli offesi, quando meriterebbero d’essere cacciati a calci nel deretano.
Anche questa è ironia.
Per quanto mi riguarda, ora quella squadra può battere la Nocerina e sommergere di reti l’Atletico Roma. Ha perso il derby senza combattere. Il mio campionato è macchiato. Il mio campionato è finito.
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