22/06/11
Non voltarti
Beppe Signori. Non dico Paoloni. Non dico gli altri. Ma prendi uno come Beppe Signori. Una generazione si è sgolata a gridare il suo nome. Magari non a Piacenza – non me li immagino gridare i piacentini – ma a Roma, a Bologna. Qua. Soprattutto qua. All’epoca si usava. Il giocatore, nel patrimonio del tifo, era ancora un valore. E la Sud cantava per lui. Brighenti, che scese allo Zaccheria con la sua Italia di B, si disse sconvolto dal tipo di venerazione di questa piazza per quel tizio coi capelli biondi. E questa piazza – salvo alcuni, tra i quali mi annovero dall’inizio – ha continuato a difenderlo a spada tratta anche dopo quel famoso, inutilissimo quinto gol contro di noi, in un Lazio-Foggia che finì 7-1. “È un professionista – dicevano i suoi amanti, non meno traditi di noialtri che puntavamo il dito – che cosa avrebbe dovuto fare? Buttarla fuori?”. Non sia mai detto. Ma il biondo Signori non si limitò a questo. Corse sotto la Nord dell’Olimpico che sembrava un invasato che realizza il sogno della vita. Il parricidio. Eppure giunse il perdono collettivo di una città disposta sempre – magari per evitare di staccarsi da quel passato denso di ricordi – a sentirlo comunque uno dei suoi. Poi una mattina arriva la notizia del suo arresto. E ti viene da trovare un muro a caso e scrivere: Chi fa i cori ai giocatori merita Beppe Signori. Perché così è. La giusta pena per chi riempie d’affetto un comunissimo mercenario. Il giusto contrappasso per uno che ha barattato la stima della gente per un over a Inter-Lecce.
Zeman e il Pescara. Prendi uno come Zeman. Il Pescara comunica il suo ingaggio e una città, certo già ammaestrata a dovere dall’incantatore di serpenti che viene dal Vesuviano, esplode di rabbia, invidia, frustrazione. Grida al tradimento. Io non la penso così. Voglio dire: sappiamo perché è andato via (e se non sappiamo vuol dire che vogliamo non sapere); sapevamo che avrebbe continuato ad allenare, com’è giusto che sia, come ha fatto a Napoli, a Salerno e ad Avellino. Non ci trovo nulla di male, nulla di strano. Eppure, è talmente tanta la perfidia, la gioia sublime nel vedere questa gente dimenarsi per così poco, questi idolatri nel panico per il crollo della statua, che non dico niente. Anzi, assecondo l’indignazione. Fosse stato davvero un Profeta, avrebbe avuto lo stesso intuito della veggente che predisse a Federico di Svevia di non bazzicare località dai nomi floreali. Avrebbe evitato di tornare a Foggia. Perché i ricordi non devono mai essere messi alla prova, mai sfidati, mai oltraggiati. Federico II ci è morto. A Castel Fiorentino.
Il ministro Maroni. Leggo: “Oggi si consegna il programma della Tessera del tifoso al mondo del calcio”. Penso: oggi? Come oggi? Perché oggi? “I tifosi hanno compreso che lo strumento della tessera non è uno strumento di polizia ma di fidelizzazione dei supporters al proprio club”. Leggo. Ma lo sguardo laterale è attratto dal bannerino in moto perpetuo. Le nostre bandiere, le curve, le mani al cielo. In scorrimento. Leggo: “diminuzione del numero dei feriti, l´81% tra le Forze di Polizia ed il 58% tra i civili, rispetto al campionato 2005/2006. Tutto ciò riducendo del 35% il personale delle Forze dell´Ordine impiegato”. Ancora bandiere di lato. Ancora curve. E viene da chiedersi: ma possibile che non l’abbiate ancora capito? Eppure i sintomi sono chiari, lampanti. In scorrimento perpetuo. Il calcio sono gli spalti. Il ministro avrà pure buon gioco a riempire sale conferenze, a ficcarsi in bocca i suoi trenta microfoni, a raccontare che va tutto bene, che tutto è a posto ora, che il Paese può continuare a dormire sonni sereni. Potrà proseguire la sua opera di dissuasione, di repressione, di intimidazione, che è già a buon punto. Questo non lo si può negare. Potrà inasprire l’assurdità e l’anticostituzionalità della norma (e le disposizioni per la prossima stagione parlano chiaro: azzerate le trasferte, azzerata persino la discrezionalità di quell’ente osceno che è – era? – il Casms. Diretta emanazione del ministro e del suo stesso ministero). Il colpo di mannaia non cambierà un bel nulla. Perché non si può modificare geneticamente l’unico aspetto della tanto invocata “cultura sportiva” che realmente è parte dell’immaginario, del vissuto, della gente: senza popolo il calcio è fiction. Dovesse realmente spuntarla il ministro, la nostra vendetta sarà vederlo festeggiare sulle rovine di Cartagine.
24/05/11
Il dito medio di Zeman
Uomini affranti a crocchi davanti ai barbieri, ai bar, agli angoli di strada. Come nel Novantadue, quando il Maestro assecondò lo smantellamento della squadra che più di tutte aveva incarnato il suo Miracolo; come nel Novantaquattro, quando decise di disgiungere il proprio nome dalla Città celeste che l’aveva reso qualcuno. Che l’aveva santificato e fatto Messia. Anche se nessuno diventa Messia senza esserlo. Un mare di sms, telefonate cellulari, messaggi sui social forum. Unica concessione mondana ai tempi, implicito segnale dell’acqua passata sotto i ponti mentre noi si venerava l’icona. Una voce insistente chiedeva di correre ad accamparsi sotto casa sua. Alla mangiatoia. Passare la notte sotto le sue finestre. Per qualcosa di sottilmente intermedio tra la serenata e l’appostamento. L’ultima volta la proposta era partita da Frengo a Mai dire Gol, il lunedì sera. E, come ieri scriveva un amico, c’era ancora la Jugoslavia. Altra gente garantiva: “è partito per Roma, è andato via”. Altri insistevano: bisogna andarci comunque. A piantare le tende.
Come gli Indignatos spagnoli. Le cose serie per cui si manifesta, da queste parti, non riguardano certo la previdenza sociale e i lavori a chiamata.
Le tv locali – in tre a martellare contemporaneamente con pareri di dotti, medici e sapienti nel solo primetime – rilanciavano l’idea di un corteo in difesa della dignità di Zeman.
Anche se, beh è chiaro, noi non sappiamo sul serio come stiano le cose. “Sotto”. E quando si dice “sotto”, o “sotto sotto”, si ammette tutto: la pochezza del credente di fronte al mistero della fede. All’insondabile disegno del divino, che è l’altrove non comprensibile dagli animi semplici. Le manifestazioni – anch’esse bizzarre ed originali – dell’unico semidio che dibatte in vita col suo clero secolare. A dodici ore dalla conferenza stampa, grande era la confusione sotto il cielo. E la situazione, dunque, eccellente.
Zeman aveva consegnato le sue tavole alla memoria degli scriba – e ai futuri apologeti – intorno alle 11 del mattino. L’amicizia e l’ambizione frustrata, il fallimento e le ingerenze esterne e interne,
il fardello dei suoi nemici. E, nell’ombra, i dissapori con la corte. Sapete cosa penso di Zeman, del suo protagonismo fuori luogo, della riconoscenza per quei primi anni Novanta che non possono trasformarsi in annullamento perpetuo delle facoltà cerebrali, in una sospensione di giudizio ad oltranza. Zeman è l’uomo che ci ha portato a sfiorare la qualificazione Uefa. E nessuno lo dimentica. È anche l’uomo che ha monopolizzato i dibattiti calcistici per vent’anni di pantano e fango, di C1 e C2. Gli “anni bui”, come li chiamano molti. Quelli dei quattrocento paganti sugli spalti con l’Atletico Catania e delle migliaia di ex-tifosi a casa, riconvertitisi alla causa della memoria nostalgica e seguaci di quel che fu. Sacerdoti laici del culto. Certo, mi direte, non è mica colpa sua. No, non lo è. Ma a volte un Mito può far molto male. Bloccare la crescita. E questa comunità è un trentenne che adora ancora ciò che adorava nella prima infanzia. Converrete che non sia proprio sano. Non lo sembra e non lo è. Invece, al ritorno del Boemo – la celebrata estate foggiana del 2010, i bagni di folla invece dei bagni di mare, i teatri strapieni e i manifesti celebrativi per la campagna abbonamenti col faccione del mister e l’annuncio: I sogni diventano realtà – questa comunità non cresciuta è ricascata nel suo trauma infantile. Si è consegnata alla sua ossessione. Alla sua compulsione. Non ripeto il già detto, il piano perfetto dell’ispiratore neanche tanto occulto. Fatto sta che ieri mattina, incrociandolo in corridoio, ho fatto un segno con la mano a mio padre. Un segno rapido, sfuggente, con la destra. Sufficiente per comprenderci. “Se ne va?”, mi ha chiesto. “Si”, ho risposto. “Dovrebbe arrivare Ugolotti”. A pranzo, diverse ore dopo, ho provato a comprendere i meccanismi interni della sua smorfia mattutina. Sono uno che, adesso più che mai, vorrebbe dire che l’aveva detto. Perché in fondo bisogna ogni tanto tracciare una linea e fare un bilancio delle posizioni, dei proclami, delle fregnacce assurde dette da chiunque. La libertà d’espressione sarà anche una gran cosa, però saltuariamente si potrebbero anche tirare due somme. Fatto sta che dinanzi al sorriso mesto di mio padre il cuore ha dettato una specie di retromarcia alla lingua. Rispetto per le passioni altrui, anche quando l’evidenza le isola come impulsi da altre ere. Come per i collezionisti di accendini, di orologi, di auto d’epoca. E quando mi è stata posta la domanda precisa: “Che ha detto?” (per i non foggiani: lo si nomina meno di Bashar Al-Asad in Siria), mi sono sentito rispondere con una voce non mia. Certo, ho detto le solite cose. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso. E non era solo il rispetto filiale per le delusioni di un genitore. Dentro di me s’era fatta strada una seconda via. Aveva sedimentato una posizione alternativa. Senza quasi che me ne accorgessi.
Zeman, secondo alcuni, ieri mattina ha salvato Foggia e il Foggia dalla persecuzione. Questi fedeli dicono: “Se fosse rimasto, non ci avrebbero fatto mai salire”. Ci sta, nella storia di un Messia. Sacrificarsi per i nostri orribili peccati. Ma sono chiacchiere, lo sappiamo tutti, anche se facciamo finta di niente. Zeman ha un’età, una carriera. E pochi tram ancora da prendere al volo. Specie alla luce dei suoi risultati concreti. Non ci vuole molto a capire che, nel doppiofondo delle parole di circostanza, si nasconde una divergenza di vedute pratiche: qualcuno voleva assegnargli una nuova nidiata di prestiti da svezzare, senza alcuna garanzia; qualcuno voleva mettergli tra le mani una squadra non all’altezza. E le sue mani, per quanto taumaturgiche, hanno avuto un fremito umano. Ed hanno mostrato il medio. Ma in questo, paradossalmente, si nasconde il suo ruolo salvifico. Che, per la prima volta in un quarto di secolo, sono disposto a riconoscergli. Ieri Zeman ha salvato Foggia da un incantesimo. Non dal suo, quello nessun sesto posto in Lega Pro potrà lavarlo via dalle menti del popolo bambino. Ma abbandonando la piazza, lacrime a parte, ha denudato il progetto del suo compare. Ha costretto questa città e la sua gente a guardare in faccia ciò che la sua stessa figura, fino all’altroieri, nascondeva. Zeman era il pareo sulle vergogne dei venditori di fumo, degli speculatori della passione, degli incantatori di serpenti. Tutto era perdonato, tutto era accettato. Nel suo nome. Dalle 11 di ieri mattina, tutto ciò sarà ancora possibile solo a patto di rivelare dapprima una clamorosa faccia tosta. E quello che dicevamo da un anno circa il cerebrale, triennale piano casilliano di rinascita, è diventato d’un tratto palpabile. Visibile ai tanti che, rapiti dal fascino totalitario del passato remoto, invaghiti dall’idea assoluta (e assolutoria) di riviverlo, avevano fatto di tutto per non considerarlo, per non metterlo a conto nel bilancio della rinascente speranza. A Zeman va riconosciuto questo, come tributo. Un salutare scossone all’ambiente. E seppure è troppo facile retroattivamente fargli carico dell’aver contribuito – non certo da umile idealista – all’instaurazione del nuovo regno di don Pasquale in terra di Capitanata, quanto meno l’uscita di scena, le note nascoste nella sua voce, meritano un plauso. L’omaggio dovuto a chi s’accolla, a un certo punto, l’onere doloroso di svelare ai bambini che Babbo Natale non esiste, non è mai esistito. Lasciando che i pargoli paghino, con la moneta dello sconforto, il prezzo della crescita. E questa piazza sarà costretta a crescere, adesso che il paravento è sparito, partito dopo l’ennesima sconfitta; sarà costretta a guardare il progetto di chi ha utilizzato il calcio come ariete per sfondare i cadenti bastioni dell’economia foggiana. Seimilasettecento tesserati, tremilaottocento abbonati, prezzi esorbitanti per ogni partita interna, la concessione dello stadio comunale, una giunta sotto ricatto perenne. Il prezzo che la città ha volentieri/volontariamente pagato al sogno di riavere Zeman tra i suoi figli. Una promozione non ottenuta, nonostante i proclami. E adesso, nuovi proclami rimasti a mezz’aria: “L’anno prossimo andiamo in B in volata”. Promesse difficili da mantenere. Un restyling impossibile da ultimare, specie in termini di fascino: perché Bucaro e Matrecano non sono Zeman; perché Ugolotti o Novelli in B, magari, ti ci portano pure, ma bisogna garantirgli una squadra, e una squadra vera costa; perché era Zeman che apriva il credito d’immagine per i prestiti dall’Inter o dal Cagliari; perché era Zeman, e la sua suggestione, che riempiva la Curva Sud a 15 euro, la Gradinata a 22. Adesso l’imprenditore Casillo è nudo. Dovrà dimostrare di essere senza sovresporre il suo frontman. Dovrà spendere e riconquistarsi una piazza smarrita. Tradita. Coi nomi dei giocatori, l’organico, l’appetibilità del progetto. Come tutti gli altri presidenti. Facendo a meno dei tremilaottocento abbonati, tanto per cominciare. Dimostrando coi risultati che il prezzo di un biglietto non è solo un atto di fede incondizionata. Perché fino a ieri era possibile prendere cinque gol a Lanciano senza che la piazza battesse ciglio e penalizzasse gli incassi del don. Ma da domani non sarà più così. Com’è giusto che sia. Adesso i venditori di fumo dovranno riconvertirsi ai generi di prima necessità. E la piazza dovrà pensare al pane, senza farsi rintronare dalla propaganda sullo champagne. Di questo – e non avrei mai pensato di doverlo fare – ringrazio Zeman. E il suo dito medio.
23/05/11
Pensiero comparato
Dall’impianto parte l’inno. Sparato dritto sull’entusiasmo del prato. Sui giocatori che dalla panchina schizzano in campo schizzando raffiche d’acqua sulla testa dei compagni. Su quelli che a centrocampo s’abbracciano. Sui dirigenti, i massaggiatori, gli accompagnatori, che invadono il terreno del Friuli. The Champions. Scene di giubilo dallo schermo. Spalti gremiti, pacche sulle spalle. Un piccolo ingorgo di pensieri si negano la precedenza a vicenda. E nell’angolo del divano scappa un sospiro lungo, profondo. E lo schiocco secco di una manata, di quelle che ti dai da solo sulla coscia, poco sopra il ginocchio, come stimolo a muoverti, ad alzarti quando sei seduto. “Che è?”, chiede mio padre, “Niente, niente”, rispondo. Attraversando il corridoio, sparendo nelle mie segrete. L’Udinese.
Ci pensavo nel pomeriggio. A quella punizione sulla trequarti, nei minuti di recupero della penultima di campionato. Punizione per il Monza, sull’1-0 per noi. Dalle radioline improvvisate, finanche da quelle oniriche, frutto della fantasia del popolo creatore, giungevano le notizie importanti. Da Cremona. Il Padova non andava oltre il pari. Uno a uno, dicevano alcuni. Due a due, secondo altri. Tre a tre, per altri ancora. Altro era quotato a 25. Fatto sta che eravamo ai playoff. Il giocatore del Monza, dalla trequarti, invece di scodellare al centro dell’area il cross della speranza, effettua un monumentale retropassaggio al portiere. Una mega-struttura, un ponte dei sospiri accolto dal frenetico battimani riconoscente. Noi, ricordo, abbiamo riso. Ed abbiamo commentato: “Quanto dev’essere brutto, oggi, essere un tifoso del Padova”. Il Padova.
Peggio ancora. La settimana prima c’era stata Novara. Gli imprescindibili 3 punti contro i locali. Per continuare, noi, ad inseguire l’ultimo posto utile per giocarci le B. E a pensare, sul colpo di testa di Biancone, alla sciatta esistenza di un tifoso dei bianco-blu, in bilico tra anonimato ed emozioni mediocri. In generale. Anche aldilà di quel giorno, allorquando bisognava permettere al Foggia di passare. Finì 3-2 per noi. “Poveri tifosi del Novara”. Il Novara.
Per non parlare del giorno dell’Immacolata del 2004. Quattordicesima d’andata. Allo Zaccheria, il Foggia batteva 4-1 in Napoli. Se un folletto si fosse materializzato nel cerchio di centrocampo per vaticinare che una di quelle due squadre, di lì a sei anni, avrebbe avuto in tasca la qualificazione per la Champions League senza neppure passare per i preliminari, chi avrebbe osato rispondere che la predestinata aveva la maglia rossonera a righe? La Champions.
Durante la traversata che c’avrebbe portato al Nereo Rocco di Triste, dinanzi al cartello che sanciva in 40 chilometri la distanza dalla città di Udine, tra di noi convenimmo che mai avremmo pensato di trovarci così vicini al centro friulano. Come per una sorta di respingimento morale. Ora, i tifosi dell’Udinese andranno in vacanza con l’incognita di conoscere i luoghi della loro esperienza europea. Mentre, appena appena più a sud, quelli del Padova si stanno preparando a giocarsi, in quel di Torino, nel prossimo fine settimana, l’accesso ai playoff di serie B, per strappare la massima serie magari proprio ai novaresi, che da due stagioni si tolgono una soddisfazione dietro l’altra. Il Napoli è giunto terzo.
03/05/11
Borghetti/Chartreuse
Foggia, 9-10 aprile 2011
I ragazzi sono sbarcati dal furgone che c’era ancora il mercato. E un sole già estivo costringeva alle mezze maniche e a rendere liturgicamente omaggio ad uno dei luoghi comuni sul Sud. Quello della bancarella del pesce ci ha visti schierati in plotone ed ha chiesto se per caso non stessimo correndo a farci la tessera. Pochi passi tra le verdure e la frutta, e l’attenzione era tutta per loro. Altri luoghi comuni confermati a velocità supersonica. “Di dove sono?”, “Francesi?”, “Ci sono i francesi”, “I francesi”. In cinque minuti lo sapevano tutti.
A Foggia, checché ne dica la toponomastica, non puoi fare il carbonaro.
All’ombra del bandierone nero ci godiamo le proporzioni. “Dobbiamo mangiare?”, ci eravamo chiesti il giorno prima, in vena di super-organizzazione nordica; “Si, ma qualcosina, tanto la sera facciamo la brace”; “Allora facciamo preparare qualcosa, tipo assaggini”. Salame, formaggio, mozzarelle, olive, taralli. E parmigiana, pasta al forno, insalata di riso. Ok, non è cosa nostra. Non siamo gente in grado di escludere la tavola dai principi cardine dell’accoglienza.
Nel manuale del perfetto ospite, c’è la dismisura.
Ci sono le arance di Vico, che il Conte sostiene piacciano molto ai francesi. Non tutte le arance italiche in genere, solo quelle di Vico. Ci sono gli adesivi. Aujourd'hui pour les Ultras, Demain pour toute la ville. Enzo si preoccupa. Non chiede: “Sono venuti bene? Sono belli?”. Domanda: “Sono grandi?”.
La dismisura. Architrave dell’accoglienza. O della paranza.
Come quando ai matrimoni si chiede quanto si è mangiato, e non come, e le famiglie si confrontano sugli sprechi, a pesci in faccia. Si stappano i Sansevero, i Troia, i Cacc’e mitt, che all’Ipercoop ce ne abbiamo messo di tempo per trovarne di autenticamente nostrani. Il Salento spopola, anche negli ipermercati. Si brinda. Ci teniamo a far bella figura. I ragazzi se lo meritano. Per l’accoglienza che ci è stata riservata a Grenoble, durante la prima neve dell’inverno, ma soprattutto per la passione che ci mettono. In condizioni senz’altro diverse dalle nostre. Ne parliamo. A Foggia – e nel passato ancor più che nel presente – a 8/9 anni già si scimmiottano gli ultras. Nei tempi che furono i bambini che attaccavano i mezzi degli avversari sembravano piccoli palestinesi. Non lo facevano per accreditarsi agli occhi dei grandi. Lo facevano naturalmente, come un’appendice della cultura stradaiola di cui era impregnata questa città. È innegabile: fare l’ultras a Foggia è più semplice. Forse era. Comunque sia, a Grenoble è senz’altro più difficile. Per questo stimiamo questi ragazzi. Per l’intrinseca, forse persino da loro sottovalutata, capacità di andare controcorrente. Le bottiglie di Chartreuse finiscono in frigo, i cicchetti di Borghetti planano sul vassoio. Il caldo della controra ci spinge a muoverci, che se rimaniamo seduti finisce che le gambe s’anestetizzano, trasformandoci in precoci anziani a guardia della soglia di casa. Ai grenoblesi non va di giocare a pallone. Sanno di perdere, evitano la figuraccia! Allora si va verso la Sud. A prendere in giro il giardiniere. E poi al Trinacria, a prenderci in giro noi stessi. Domani c’è il Pisa. Non ci saranno gli ospiti, ma siamo tesi comunque: è una questione di aspettative. Le nostre e le loro. Che finisci che ti ritrovi a rimpiangere il passato, e risulti patetico epigono. Come un etrusco. A dire che se questi ragazzi c’avessero visto all’opera dieci o quindici anni fa. Ma tant’è. Ci muoviamo in blocco. Una specie di cura per gli aspetti della passeggiata fino a Parco San Felice mostra la reale partecipazione dell’intero manipolo. Foggia è città piatta, senza vedute a perdita d’occhio, senza hinterland, senza quei segni della storia che altrove fanno le città d’arte. E trasmettere il nostro innamoramento per questo spazio urbano non può che avvenire attraverso le emozioni. Le storie di una città chiamata comunità. Che per la comunità esiste. La sera arriva presto. Le torce illuminano le facce tirate nei cori: Foggia, Grenoble! Arrivano gli amici, quelli degli altri gruppi, e insieme s’aggredisce la fornacella. La birra soppianta il vino nelle scelte, sintomo emblematico che l’estate sta arrivando sul serio. Rivediamo i video, quei video che gli abbiamo regalato da un anno ma che dimostrano di non aver mai visto! E così è di nuovo Benevento-Foggia, è di nuovo la stagione scorsa, con Trieste e Verona, Cosenza e Portogruaro. Non è vanagloria. Perché se il senso di comunità è essenziale per spiegare questa città, questo video potrebbe essere stato prodotto tranquillamente dalla Pro Loco con finalità turistiche. La stanchezza affiora a tarda ora. Si dorme un dormiveglia alcolico. Ci si risveglia con una giornata di appuntamenti ed impegni. Il chiosco, l’onda d’urto delle nuove birre e del caffè. Poi ci accodiamo alla fila. E l’emozione sale. Per una partita qualsiasi, anonima, banale. Eppure senti di avere voce da spendere e voglia. Quella voglia razionalmente inspiegabile, perché se la ragione esistesse in queste lande, dinanzi alla selettiva, scientifica devastazione di un mondo,di una cultura, questa imporrebbe l’abbandono, quando non l’abiura. Invece, basta salire quei gradoni per pensare che ancora non è detta l’ultima parola. Quei blocchi di cemento ci parlano. Di quello che siamo stati e di quello che, nonostante le mille contraddizioni, siamo ancora. O dobbiamo essere. Tendere a essere. Sono la continuità di una tensione, la storia dei nostri tanti patimenti e delle nostre gioie contate. Ma anche, e soprattutto, la testimonianza più viva e vitale della nostra crescita.
Dobbiamo ai gradoni gli uomini che siamo.
A quello che ci hanno insegnato: all’amicizia, al senso di appartenenza, alla memoria. Ai più grandi, ai coetanei, alle nuove leve. È come vedere un vecchio amore dalla bellezza inalterata nonostante il passare delle stagioni. Non puoi far finta di niente. E lasci da parte la repressione, le dure battaglie contro la tv, la Tessera, i disastri del calcio moderno, il business, la mercificazione degli istinti vitali. Sospendi il giudizio e canti. Come se tutto fosse limitato a questo. Come se non esistesse il tempo. O la ragione. “In alto le mani”, gridano dalla balaustra. Fa caldo, ma dalla reazione sembra che sarà una bella domenica. Classica domenica da fine stagione. I nostri amici si guardano attorno. Siamo tesi e orgogliosi. Canteremo fino alla morte innalzando i nostri color. Il primo coro è sulle note della Marsigliese. Loro non la amano. E non sappiamo se viverla come un omaggio o un oltraggio. Nessuna delle due, poco ma sicuro. Pura casualità. Li vedo battere le mani a ritmo, con noi. E sono davvero felice. Il primo tempo è buono, con qualche picco notevole. Alla fine del primo tempo il Foggia è avanti 1-0. Ha segnato un napoletano su rigore. E tutti sono lì a dirmi che bisogna cantare di più, che la curva così com’è è penosa.
Fa parte della nostra cultura, il bicchiere è mezzo vuoto dai tempi in cui traboccava.
I nostri amici sembrano aver apprezzato. Ed è l’unica cosa che conta. Un giudizio esterno, una volta tanto, un occhio estraneo alle diatribe. Nella ripresa il Foggia realizza il secondo e il terzo, e caliamo un po’. Il sostegno si lega alla sofferenza, non alla celebrazione.
Intermezzo
Finiamo il video-montaggio il lunedì sera. Certo, mancano le immagini dell’agguato all’autogrill, quando spiegare alle pattuglie che stavamo recitando una rissa con degli amici in partenza è stato più duro del previsto, ma per il resto la carrellata di fotografie è abbastanza completa e rappresentativa dei due giorni passati con gli amici grenoblesi. Esaustiva, si direbbe. Pubblico e critica apprezzano. Anche la velocità della realizzazione si conforma alla particolarità del momento, e merita un plauso. Plauso. L’ansia da prestazione svanisce in un vago senso di compiacimento. I ragazzi sono partiti da meno di ventiquattro ore e già ci abbandoniamo all’epica dell’aneddotica, all’apologia del ricordo: il vecchio flebilmente avvinazzato che viene a cantare le canzoni di Morandi e Ranieri, lo stuolo di scrocconi che sembra attirato dall’odore della carne sulla griglia, la politica matrimoniale delle curve suggellata al ristorante di Matteo, e Matteo stesso che mi ha gentilmente fatto sapere che “Visto che è una bella giornata, perché non mi mettete in giardino?”. Il video si chiude. A bientot, scriviamo. Abbiamo raccontato della partita con la Nocerina, dei tesserati di Nocera Inferiore che verranno a Foggia in massa, del nostro presidente e dei problemi che ci sta creando. A Grenoble ci sono due amici che non son potuti scendere con gli altri. E fino a fine campionato restano solo due match.
Foggia, 23-24 aprile 2011
Ora siamo alla vigilia di Pasqua. E, soprattutto, alla vigilia della sfida con la Nocerina. Ci giochiamo una stagione, siamo in giro dalle 9 del mattino. Aspettiamo i grenoblesi. “Siamo contenti che si siano trovati bene l’altra volta”, ci dicono tutti. Anche quelli che non li hanno conosciuti. Dev’essere quel senso di comunità di cui si parlava, di cui ognuno non è altro che un bene fungibile, avanguardia o retroguardia che sia. Squilla il cellulare. Rispondo. Sono loro, sono quasi giunti. Noi ci siamo persi nelle campagne. Ma la voce che sento mi dice che in quaranta minuti saranno al casello. Abbiamo tutto il tempo di chiamare Angioletto e il Conte e di assegnargli il compito della prima accoglienza. “L’unica cosa che non dovete fare è entrare a Foggia col furgone”, mi raccomando. Con l’aria che tira oggi in città, è meglio non passare per pecorelle nocerine smarrite. La campagna, dopo una mezz’ora di lieto peregrinare, assume le fattezze di un luogo conosciuto: la superstrada. È questione di minuti. Angioletto chiama: qui ancora nessuno. Invito alla pazienza. È passata solo mezz’ora, penso e dico. Poi, però, ripenso. E dico altro: “Come si dice quaranta in francese?”, “Quarante”. E “Quinze” che significa? “Quindici”, è l’agghiacciante risposta.
Ok, ragazzi, niente panico.
Valerio chiama dalla cantina sociale: “Sono qui, sono arrivati da soli”. Apposto. Sono entrati a Foggia col furgone. Hanno fatto quel che non si doveva fare. Ma sono sani e salvi. Il tempo di smobilitare il presidio del casello e potremo goderci pizza e birra. Invece le cose vanno da subito diversamente. Dal furgone vengono fuori diverse bottiglie e finanche una borsa frigo. Sarà una giornata anomala. Lo si intuisce dai primi sentori. Dalle scintille che annunciano il giorno. Dopo gli abbracci, i ricongiungimenti, le presentazioni, si spiega il nostro stato d’animo: oggi ci giochiamo tutto. Ma tutto, tutto. In campo, certo, un grosso pezzo di serie B. Ma sugli spalti la nostra dignità. Ed è l’unica partita che realmente non possiamo perdere. Loro saranno tanti, tesserati e anche più di mille, anche grazie alla gentile premura della nostra società che ha scontato a 10 euro il biglietto per il loro settore. Cinque meno del nostro. E si che potrebbero festeggiare la cadetteria in casa nostra. Questa cosa mette i brividi. Fa orrore. Quanto al resto, al contorno, è tutto decisamente improbabile. Le undici circolari giungeranno superscortate da Candela. Nessuno, a quanto pare, s’è risolto a mettersi in viaggio fai-da-te. Neppure la B vale un sussulto, un rischio fuori programma.
Lo Zaccheria delle 12,30 è un luogo onirico, inesistente e impalpabile. Noi siamo in gruppo, ma stavolta non c’è l’aperitivo al chiosco, non c’è la gente che sciala, solo una tensione che spacca la schiena. Il pullman della Nocerina entra con qualche difficoltà. La gente non fa ressa. È ancora troppo presto. I chips ci chiedono una foto-ricordo. La concediamo malvolentieri. In fondo, pensiamo, è il prezzo della celebrità. L’eterno dibattito dei salotti televisivi: dove finisce la privacy di un vip? E soprattutto: i vip hanno diritto ad una privacy?
Decidiamo di entrare, che tanto qua attorno l’aria è spessa coltre di calore e vuoto. Dentro c’è un clima primaverile. A me ricorda la partita col Licata, incubo della mia infanzia. I gruppi sono al loro posto, non riesco a stare fermo. Stefan mi sorride e mi dice che, nonostante tutto, gli piace la tensione. La mia e quella degli altri. È vero. L’adrenalina scorre. Siamo tifosi, a parte tutto il resto. E non è vero che tutte le partite sono uguali. I nocerini entrano nel settore. Sono tanti. Sono, oggettivamente, brutti. Accozzaglia di pellegrini e ultras tesserati con tanto di pezze. Sembra una scampagnata senza stile. Fossero stati i cavesi o i paganesi, penso, sarebbe stata altra storia. Qualche coro ostile, ma senza quella rabbia interiore che solo un anno fa salutava i 700 pescaresi. L’impatto sembra buono, ma in un anno cambiano tante cose. Loro saranno umorali, noi pure. Molto dell’esito – fa strano dirlo, ma è così – dipenderà da come si metteranno le cose in campo. E le cose in campo, nel primo tempo, si mettono bene. Il Foggia sembra determinato a far sua la partita, sfiora il gol in tre occasioni. La curva risponde. Anche la Nord canta compatta, ma quella non è una novità. Su un calcio di punizione per noi, il riverbero del coro diventa imponente. A me viene da piangere. Non ci sarà mai più una curva che canta così per novanta minuti? Dubbi. L’anno prossimo, forse, non avremo neppure più una curva. Ma chi la dura la vince, si dice di solito. Noi siamo disposti a giocarcela. Di fronte sembra che i cori partano da gruppetti spontanei, piazzati qua e la. Che non esista un vero centro propulsore. Qualcuno sta ancora giocando a nascondere la propria identità. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, pare che dilaghino. Si muovono le braccia ritmicamente, quindi staranno cantando. Ma nel primo tempo non c’è margine. Non li sentiamo. La ripresa comincia con un bicchiere di limonata. Come alle feste delle medie. Il Foggia prende il gol della disillusione. Da calcio d’angolo, sotto la Sud. La stessa bandierina che ci fu fatale col Licata. La delusione serpeggia. Di fronte si fa festa. Adesso qualcosa ci arriva di quel che dicono, ma sono troppo sfilacciati per sommergerci. Ne avrebbero la possibilità. Perché noi sbandiamo e ripariamo coi nervi, con sempre meno collaborazioni dai lati, da quella gente che – l’abbiamo già detto ma è sempre meglio ripetersi – è corsa a tesserarsi per paura di non trovare posto al circo di Zeman, ed ora è passiva ed inutile. Un peso, in ogni senso. Mai una risorsa. Fatto sta che alla fine tutti si lamentano dell’arbitro e il Foggia esce sconfitto. Peggio: Foggia è costretta ad assistere ai loro festeggiamenti che – avrò modo di accertarmene su You Tube – cominciano sulle note del Surdato nnammurato. Meglio l’Eccellenza.
Come si dimentica un scena del genere? Come si ripara ad un pomeriggio così? Andando a casa, probabilmente, staccando il cervello e provando a ricaricare le pile leggendo Conan Doyle. Ma noi fortunatamente non abbiamo scelta. E allora il tempo di riorganizzarci e ci incolonniamo su viale Ofanto. Sotto il Colonnello D’Avanzo, un paio di macchine dai vetri infranti: i superscortati tesserati hanno trovato avversari degni della loro foga. Giunti alla base, tiriamo fuori il divano celeste, che sul marciapiede fa tanto fashion. E in barba al motto Ultras, no turismo!, molliamo per un paio di ore i vassoi di superalcolici per immergerci nella realtà del centro. Non ci eravamo riusciti, l’altra volta. Da Largo Rignano, dalle traverse che nascondono Piazza XX settembre. È affascinante spiegare il perché del logo con le tre fiammelle, davanti al municipio. Non sembra, forse perché adombrato dall’ordinario scorrere della quotidianità, ma c’è qualcosa che somiglia fortemente all’orgoglio nel captare l’interesse negli occhi altrui. Che specchiano i miei di quando ero ragazzino e ascoltavo la leggenda dei pastori e dell’Iconavetere. Via Arpi con le macchine che sfrecciano, a dispetto dello spazio. Il tabaccaio che domanda: “Siete gemellati?”, nella convinzione assodata che non possa esistere altra lingua oltre l’italiano. In piazza dell’Addolorata ci fermiamo a parlare del barocco meridionale: roba da ultras. La città vive di quei guizzi preserali e prefestivi che ho imparato a conoscere in anni di frequentazione intima. Da Paolo vorremmo fare scorta di birre, ma un tizio ci racconta di bambini che rubano cellulari e non vuole saperne di lasciarci andare. Gli amici ridono. Quella sottile membrana che separa la realtà immaginata dal pittoresco realmente vissuto. La cattedrale è impacchettata, nasconde i gargoyle, ed è un peccato. Si parla di precariato, di famiglie che stentano a formarsi e non si formano, di politica. Federico II abbatte per l’ennesima volta le mura di cinta nei racconti di un dopopartita. La sera incombe. È tempo di tornare alla base. Alle torce, ai cori, all’amicizia. La zona pedonale è piena di gente. La stessa continua a domandarci cosa abbia fatto il Foggia. Per i ragazzi di Grenoble è bello sentire questa partecipazione. Per noi è una iattura, la forma esterna più sprezzante e offensiva del disinteresse. Un giro alla Ghiacciaia, due parole su Umberto Giordano. Domani sarà Gargano. E così, col passo di chi ancora vive nel piacere di stare insieme, di condividere e socializzare, la partita sembra alle spalle. Dimenticata. Non è così, ma per questa volta è piacevole anche godersi l’illusione.
27/04/11
Il mito del complotto
Il mio pregiudizio – o meglio, quello che altri chiamano il mio pregiudizio – ha fatto capolino dopo. Da quando cominciai ad avere il chiaro sentore del mito che aveva creato in città, e che fungeva da sentinella in luogo della sua assenza. Zeman, per i foggiani, era diventato un condottiero epico. Gli venivano attribuite imprese mai compiute e gonfiate imprese mediocri; gli si attribuivano doti e motti di spirito probabilmente mai pronunciati. E, alle questioni tattiche, aggiunsi questa avversione al culto. Alla nostalgia come sistema di chi non è in grado di vivere il presente.
Quindi vennero le denunce di calciopoli, e la “sua” Foggia si schierò in corpo solido contro Moggi e il Sistema. Anche se probabilmente Zeman in primis non intendeva dire quel che gli è stato attribuito, fatto sta che la cittadinanza aveva preso a foraggiarne la crociata.
Da allora alle critiche tecniche, filosofiche e mitologiche, aggiunsi anche una personalissima e perdente battaglia contro il vittimismo, piaga sociale al pari dell’analfabetismo. Zeman perdeva a Brescia, ad Avellino, a Istanbul, a Belgrado, e tutti qui inveivano contro il Sistema. Uno slittamento di senso inspiegabile, con occhio logico. Ovviamente, mai avrei pensato di ritrovarmelo qui, a prendere casa a due passi da casa. Mai avrei immaginato di poter vivere un pomeriggio come quello dell’Ariston, con la città impazzita e i manifesti in strada col faccione del “Maestro” a sostituire/sintetizzare una squadra intera. Mai avrei pensato di vedere abbonamenti graficamente impostati sulla firma del boemo. Rosso in campo nero. Quando uno, in un consesso popolare, diceva “Il Foggia di Zeman”, otteneva sull’uditorio lo stesso effetto di chi ancora s’ostinasse a parlare della Napoli di Maradona. O di Franceschiello. Era un concetto del passato. Invece: I sogni diventano realtà. C’era scritto su quei manifesti. L’estate scorsa. Dieci mesi fa.
Ora è aprile. Fine aprile. Il Foggia, come quel dì col Licata, domenica scorsa è stato battuto in casa. E, con tre giornate ancora a calendario, è a 6 punti dall’ultimo posto buono per giocarsi i play-off. In sostanza, nonostante la fede incrollabile, è fuori dai giochi. Nelle ultime quattro giornate – primaverili – ha perso tre volte. Ma la città in cui vivo è in piena sindrome da complotto. Un complotto oscuro, dai tratti sfuggenti, dagli intenti incerti eppure chiarissimi. Il Foggia non deve andare in B. Ordini dall’alto, o dal basso del Re del Mondo. Il guaio è che a soffiare sul fuoco della persecuzione, non è il basso volgo suggestionato e suggestionabile. Sono gli stessi pifferai magici che l’hanno sedotto e abbandonato. Certo, a luglio scorso, tra gli osanna e i bagni di folla, l’accoppiata Casillo-Zeman non poteva che promettere sfaceli. Si vincerà il campionato, quanto meno si centreranno i playoff. La squadra di ragazzini in prestito cominciò bene la stagione, alimentando il sogno di quanti avevano preso per buoni i manifesti ed erano corsi ad abbonarsi. Giustificando, inspiegabilmente, finanche il prezzo del biglietto delle curve, schizzato a 15 euro. La squadra si era tolta lo sfizio di vincere a Cava, a Barletta e Castellammare, e la società aveva accuratamente evitato di farsi trascinare nelle polemiche sull’arbitraggio delle ultime due. Ad ottobre i primi scricchiolii. L’Atletico Roma pareggia una gara che rischiava seriamente di perdere evitando di buttare fuori il pallone. Casillo, negli spogliatoi, adombra sospetti sull’arbitro e minaccia di ritirare la squadra al prossimo svarione. Che avviene, puntualmente, all’ultima d’andata, allorquando Biancolino del Cosenza segna strappando con le mani il pallone al portiere. Ma la squadra resta dov’è. Casillo non mantiene la promessa bellicosa e, in quanto a guerre, ne comincia una tutta personale contro gli ultras delle due curve, accusati d’ogni genere di nefandezze e di essere la principale causa dei propri guai economici con la Lega. Nel frattempo, anche il Pisa ha modo di lamentarsi dell’arbitraggio, a loro dire favorevole all’Uesse. Dinamiche usuali, nel calcio di terza categoria. Nel calcio in genere. A marzo il Foggia vince ad Andria grazie ad un vistoso errore della terna, e dopo la gara con il Gela in casa – il pallone non restituito ai siciliani sull’azione del 2-2 – il mondo della C comincia ad attaccare Zeman, falso profeta del calcio pulito. Si mette male per Casillo. La piazza, che da per certi i playoff, guarda con interesse gli scarti dal terzo posto, che a un certo punto dista 3 lunghezze. Sogna, come da imperativo murale. In un simile periodo, ci pensa il patron a gelare l’ambiente. In una conferenza stampa di 52 minuti senza contraddittorio annuncia d’avere rogne dalla vecchia società e ostacoli dal Comune, rigetta la concessione quindicennale dello Zaccheria e annuncia che non questo, bensì l’anno prossimo, è quello buono per salire. “Al cento per cento”. E nel girone settentrionale. E mentre l’addetto stampa comincia il suo mese di superlavoro, il popolo si autocostruisce l’alibi. “Casillo ha promesso una salvezza tranquilla, una stagione di transizione”, senti dire in giro. Non è vero, ma seppure lo fosse, verrebbe da chiedersi perché mai una piazza come questa, da 13 anni in astinenza da cadetteria, abbia sentito il dovere di portare in trionfo gli ambasciatori di un simile progetto. Cosa abbia spinto questa folla a sognare, se il sogno è la permanenza in terza serie. Fatto sta che il Foggia perde a Siracusa, e la società sbraita: l’arbitro ci ha insultato. Perde a Terni, e sbraita: un giocatore della Ternana ha dato un pugno a uno dei nostri. Perde con la Nocerina, e sbraita contro le multe: ce l’hanno con Zeman, non vogliono farci salire. Mentre da più parti si portano a suffragio della tesi le partite farlocche della Juve Stabia, della Nocerina e del Taranto. La piazza è soggiogata e fa eco. Dimentica il rigore generoso di Terni, così come dimentica il doppio biscotto che, sempre a Terni, ci ha spedito per due anni ai playoff ai danni di Padova e Cavese. Dimentica, così come ha dimenticato le parole dolci che riservava al povero Novelli, che ai playoff ci portò. O gli insulti agli “otto pezzenti” che guidavano l’Uesse prima. Gli stessi che a giocarci la B erano giunti tre volte su quattro.
“Ma tu chi sei, l’avvocato difensore degli otto soci?”, mi dicono quelli che sottoscrivono in toto la lamentela secondo cui “Tutti hanno paura del Foggia”. Tutti. Dai servizi segreti haitiani alla mafia russa. E non si capisce perché. No, rispondo, non sono l’avvocato di nessuno. Ho contestato la squadraccia dell’anno scorso, ho passato le mie brave notti bianche per salvare la mia squadra e la categoria a giugno, ho sfilato in corteo per le strade vuote di una città indifferente e distratta. Ma proprio in virtù di questo, non capisco questa improvvisa bontà d’animo della mia gente. Della stessa gente che l’anno scorso – sempre ammesso che si interessasse alle sorti dell’US Foggia piuttosto che guardarsi Diretta gol – invitava alla durezza, alla spietatezza. Oggi non finisce niente. Niente più di quanto non fosse finito a luglio. Casillo e Zeman erano due decaduti. Oggi sono nuovamente in attività. Il primo ha fatto un po’ di soldi tra incassi degni d’altre categorie e agevolazioni della Lega per l’impiego di under 20. E, soprattutto, è tornato a fare breccia nell’economia foggiana. Il secondo ha uno stipendio più che discreto e insegna filosofia perdente per mascherare l’ennesimo fallimento sul campo. Perché tutto ruota lì attorno. Al risultato che non c’è. E alle giustificazioni nelle teste delle persone che spianano al mito la propria predisposizione alla lamentela. L’alibi è perfetto. La società ha trattato a pesci in faccia le dirigenze altrui, e ora frigna di un piano per estrometterla dai play-off. A me non interessa. Io ragiono per quel che mi compete e per quel che porto a mente. E faccio attenzione a quel che vedo. L’epica del pulito sconfitto perché tradito fa strada in strada e gode il suo momento di massima gloria. Ma il re è nudo. Tra tre settimane si comincerà a pianificare il futuro. Vedremo, se come piazza dignitosa, saremo in grado di chiedere cosa ci viene offerto in cambio del nostro personale sacrificio. Vedremo se saremo ancora in grado di affrontare gli insulti e i settimanali ultimatum con la stessa stoica leggerezza d’animo. Vedremo, se a conti fatti, il mito sarà più forte della realtà.
20/04/11
I mulini del signor C.
Non l’ho mai sopportata questa filosofia
I momenti dell’affratellamento forzato, della retorica da corpo unico, del serrate le fila. Sforzandomi, riesco a comprendere la luminosità del futuro che si apre, come scenario probabile, a ricompensa del sacrificio. A rivalsa del silenzio. Ma è il metodo che mi lascia perplesso.
Succede in ogni campo. Quando qualcuno si alza sulla cattedra, o s’affaccia dallo schermo in soggiorno, per annunciare che è il momento di fare cordone, di puntare lo sguardo al radioso domani per superare tutti insieme le vacche magre dell’oggi, io comincio sempre a sentire puzza di bruciato provenire dalla stiva.
Ma non voglio farla pesante. Più pesante del reale. Non voglio riempire queste righe di esempi altisonanti, buttarla in caciara facendo assumere ad ogni vicenda l’impeto eroico delle cose serie. In fondo, si parla di calcio. Di rappresentazioni culturali legate a questo. Tutt’al più. Nulla più di questo.
Sabato a Foggia arriva la Nocerina. Il Foggia è sesto, a 3 punti dal quinto posto, l’ultimo utile per giocarsi la promozione ai playoff. La Nocerina è invece al countdown per la promozione diretta, che potrebbe festeggiare proprio allo Zaccheria. Siamo in C1, o in Lega pro, come si dice oggidì. Girone meridionale. Un ambiente inadatto a signorini e anime belle. Un luogo dove giocare sporco fa parte del gioco. E dove, come per strada, nessuno se ne dovrebbe lamentare. Le regole sono quelle, da che mondo è mondo. Di idealisti che alzano la mano e richiamano l’attenzione della maestra, in questa categoria, non ne abbiamo mai voluti. E non ne vogliamo.
Ora: il Foggia, in condizioni limite, si gioca una fetta di stagione. Non può sbagliare. Foggia è una piazza passionale, scostante ma innamorata, e nelle occasioni che contano sa fare la differenza. In condizioni normali, con l’ansia del tutto per tutto che afferra la gola, la settimana santa che precede l’incontro avrebbe dovuto fungere da sacra rappresentazione: piccole provocazioni, impedimenti, ostacoli. Il Foggia, la società dell’US Foggia, avrebbe – in condizioni normali, ripeto, nel calcio scorretto e meraviglioso che ricordo bene – dovuto principiare una battaglia a distanza con gli omologhi nocerini tale da rendere il clima incandescente. La classica fornace nella quale arrostire l’avversario. Quindi: la schermaglia andava cominciata lunedì e proprio a partire dal seguito, dal supporto. I nocerini preparano un piccolo esodo. In scala, visto il calcio di oggi e le ristrettezze conseguenti: Tessera, percorsi obbligati, stadi non omologati per la reale capienza. Comunque sia, almeno mille nocerini si metteranno, sabato mattina, in marcia per Foggia. Ecco: bisognava – e in altri tempi più rusticani lo si sarebbe fatto – disseminargli il percorso di (metaforici, s’intende) chiodi. Dai cavilli burocratici ai costi proibitivi dei biglietti. Il messaggio avrebbe dovuto essere: noi ci giochiamo la B, e siccome la cosa ci preme più di ogni altra programmata a breve-medio-lungo termine, più di ogni trattato di buon vicinato (che non c’è mai stato, oltretutto), voi dovete togliervi di mezzo. Una società del genere sarebbe stata profondamente scorretta, profondamente meridionale, profondamente da Girone B. E, di conseguenza, profondamente apprezzata.
Invece, da queste parti qualcuno s’è messo in testa – sbagliando clamorosamente – che noi con questi mezzucci, con questa gente, non vogliamo averci niente a che fare. Come a sottolineare che siamo in queste lande, come diceva Battiato, solo di passaggio. Nomadi della terza serie, laddove la storia degli ultimi venticinque anni dimostra, numeri e frequentazioni alla mano, l’esatto contrario. Non solo. Il proprietario dell’US Foggia, che non mi va neppure di nominare, già due settimane fa, durante l’ennesima conferenza stampa bonapartista senza contraddittorio, si era rabbiosamente detto rammaricato di non poter ampliare la capienza dello Zaccheria per far fronte alle richieste dei tifosi della Nocerina, quantificati in duemila unità. Immaginiamo: duemila tesserati nocerini che partono alla conquista della promozione – che potrebbero tranquillamente conquistare tra uno o due turni – e bivaccano nel nostro stadio proprio nel giorno in cui noi ci giochiamo i resti. In questa serie ognuno porta acqua al suo mulino. Ora non resta che stabilire quale sia il mulino del nostro: il suo portafogli, da rigonfiare velocemente a suon di caro-prezzi e squadre raffazzonate ma giovani come vuole la Lega, o la promozione della sua, ma soprattutto nostra squadra? Perché, sembra chiaro, se l’obiettivo è il secondo, allora si rinuncia ad una parte d’incasso e si ostacola l’avversario con ogni mezzo a disposizione. Altrimenti, non resta che sancire che il nostro obiettivo e quello del patron divergono in maniera quasi antagonistica. Non si incita il Comune ad allargare il settore ospiti per giocare in trasferta la partita della vita, se si vuole andare in B. Lo si fa se si desidera fare cassa. Se si vuole andare in B si punta sulla piazza, sui tifosi. Ma, nonostante un poco invidiabile record di comunicati stampa, nessuna parola – dall’inizio della stagione – è stata riservata al trattamento che i non tesserati foggiani stanno subendo dall’Osservatorio: 15 divieti su 17 partite in trasferta, Viareggio e Foligno comprese. Ma questo non sembra un problema. Anzi, le uniche due volte che l’addetto stampa s’è fatto sentire, è stato per definirci “idioti” o “delinquenti”, all’indomani di multe che, con l’andare del tempo, la società avrebbe accumulato anche grazie ai distinti abitanti della tribuna o ai tesserati in pellegrinaggio. Il quadro sembra chiaro. La considerazione che riserva ai tifosi della squadra che ha “acquistato” è figlia di un sentimento complessivo di rivalsa nei confronti della città che gli ha voltato le spalle quindici anni orsono. Probabilmente non dimentica, lui, di essere andato via da Foggia mentre la Sud gli augurava un tumore e il resto dello stadio applaudiva, condividendo. Peccato che la stessa memoria lunga non ce l’abbiano i tifosi stessi, sdraiati al suolo a fare da scendiletto al vendicativo napoletano. E stamane, da ultima, la notizia che i nocerini saranno a Foggia pagando 10 euro di biglietto anziché 15, suona alle mie orecchie come l’ennesimo affronto. Come la summa sublime del disprezzo.
“Bisogna stare tutti uniti, non spaccare il fronte proprio adesso”, dicono gli strateghi. Ma io, sul serio, tra tesserati e vecchi e nuovi servi, non capisco proprio a quale unità fittizia facciano riferimento. Sabato sarò al mio posto, coi miei fratelli e gli amici, a sostenere la squadra della mia città verso una vittoria importante, sul campo, e ancor di più a contribuire all’inevitabile vittoria sugli spalti. Perché delle manovre, delle speculazioni, dei retroscena, non voglio sentir parlare. Quelli di fronte sono campani, rivali di sempre. Mi basterà quello per cantare ancora. Ma non venitemi a dire che siamo tutti sulla stessa barca. Perché, semplicemente, non è così.