11/07/12

Notte fonda




Io l’ho visto mio padre quando parlava del Foggia. Quando era un ragazzo. Quando aveva meno anni di me adesso. E un lavoro, una casa, una famiglia, due figli da crescere. Ho visto i suoi occhi. Secoli prima della prima in pay-tv, che per la A fu un Lazio-Foggia 0-0. Io, si. Li ho visti quegli occhi. Mobili, irrequieti. Sognanti. Innamorati. Solo gli stolti, papà, i superficiali, gli intellettuali da seghe in una bottega di barbiere, potrebbero cestinarli con una scrollata di spalle, di quelle magistrali. Di quelle che hanno imparato a fare in lustri di solitudine. Solo quella gente, da cui ci siamo sempre tenuti lontani come per sfuggire al sortilegio del benessere, potrebbe – sorridendo – irridere il tuo slancio. Fatti loro. La nostra gente è altra, e lo sappiamo. Quelli della Nord, quando ero un abbozzo di persona. Quelli che mi accudivano tutti attenti a non perdere un grammo virilità, come una famiglia di fatto. Quei mille maschi uno accanto all’altro: il geometra, il carpentiere, l’elettricista. Ognuno al proprio posto, sul cemento anonimo dei gradoni. Domenica dopo domenica. Avrei potuto tifare per la Juventus, che vinceva le Coppe che si giocavano a dicembre, di mattina presto, in Giappone. Avrei potuto tifare per il Milan, l’Inter, la Roma. Se non avessi visto gli occhi di mio padre. E quelli di mio zio, dei miei zii, di mio nonno. Se non avessi, senza saper leggere né scrivere, riconosciuto la grandezza del sogno che trasferivano al mondo.

Oggi sono stato fuori tutta la giornata. Fuori città, voglio dire. E il telefonino non smetteva di trillare. Messaggi e voci. Voci dei fratelli, di quelli della Nord, ancora una volta. Attorno avevo gli altri. Il mio gruppo, la mia ragion d’essere. Ad ogni squillo un sobbalzo. Ad ogni clic una domanda forsennata di notizie. “Pare che il Napoletano abbia occultato la debitoria”. “Pare che il nuovo acquirente si stia tirando indietro”. “Pare che i due soci del nuovo acquirente siano in realtà comparse del Napoletano”. “Pare che al Municipio stia succedendo il finimondo”. Moriamo, dicevamo tutti. Moriamo e basta, senza tirarla per le lunghe. Senza complicarci l’esistenza. La serie D, boh, non sappiamo neppure immaginarcela. La stagione all’inferno di quel poeta francese. Pare, dicono, ci sia il Grottaglie, la Fortis Trani. Pazienza. Anzi, senza Tessera, ai nostri posti. A far vedere chi siamo, cazzo! Ma ancora squilli, ancora voci. “Ci sta lasciando morire, quel pezzo di merda”. Ovvio. L’avevamo messo, nero su bianco, due anni fa. Quando i tifosi facevano tremare l’Ariston. “È venuto a vendicarsi di noi, – scrivevamo – di Foggia e dei foggiani”. Buh!, ci rispondeva la gente, volubile al sogno. Solubile ai sogni. In macchina abbiamo ripercorso la Statale 16, a ritroso, a tarda sera. Quando tutto era compiuto. “Per noi cambia poco”, ci siamo detti e ripetuti fino allo sfinimento. Un campetto di quinta serie vale quanto il “Meazza”. Servirà l’orgoglio. Lo sguardo dritto e invincibile di chi s’approccia alla piazza d’un paese come alla scala del calcio. Ci siamo fatti forza. Cambia davvero poco, per noi.

Poi, una volta a casa, a notte fonda, ho saputo. Ho saputo che papà aveva saputo. “E come ha reagito?”, ho chiesto. “Non ha detto niente – mi è stato risposto – è rimasto così, a fissare il vuoto”. Allora, e solo allora, ho sentito il dolore. Un dolore profondo, sottile, implacabile. E la rabbia. Tracimante, fertile, cupa. E il disprezzo. Totale, viscerale, senza alibi. Il disprezzo autentico. Perché non è niente. Per voi non sarà niente. Ma io li ho visti e me li ricordo, gli occhi di quel ragazzo di trent’anni che mi teneva sulle spalle mentre una ressa inenarrabile premeva per entrare. A vedere Foggia-Catanzaro. 

05/07/12

La regia occulta


“L´ultimo pensiero va ai giovani tifosi ricordando loro che Pasquale Casillo, la cui fedina penale è pulita, nel 1994 lasciò nelle casse del Foggia ben 54 miliardi di lire ed un importante patrimonio-calciatori, soldi che sono stati sperperati in pochi anni dalla curatela fallimentare, Dott. Buonomo, e dal segretario Sergio Canuti, anche per mantenere quegli stessi 20 tifosi che ancora oggi fomentano la piazza mentre allora restavano in silenzio”.(comunicato ufficiale Us Foggia) Verità assolute, inattaccabili, indiscutibili. Prese per archetipo. In città funziona così. Se fai qualcosa, bisogna capire per chi. A chi giova. E come ti ripaga. È il marchio di fabbrica massonico. L’idea che attaccare una consorteria implichi l’appartenenza alla consorteria opposta. Se dici che i Guelfi hanno ragione, allora hai un conto in banca rimpinguato dai Ghibellini. Non sei libero, qua, di non appartenere. Di estrometterti. Di pensare ai tuoi interessi. Foggia-Portogruaro, stagione del duo Porta-Pecchia, costò alle casse dei soci – vado a memoria – non meno di 7mila euro di multa. In campo, quella domenica, esplodeva una cipolla ogni quindici minuti. Una piazza stanca di umiliazioni, si disse. Col senno di poi, un’esagerazione che – presa in scala, in proporzione – adesso ci obbligherebbe a far saltare i portoni dei palazzi. Ma tralasciamo. Uno dei principali azionisti di quel Foggia dichiarò che una regia occulta pilotava la contestazione. Che un grande vecchio – stile Romanzo criminale – muoveva i fili. Voleva buttare fuori quella dirigenza in nome e per conto di altri interessi. E aggiunse che molti di quelli che contestavano erano sul libro paga della società. Un’accusa non certo nuova. Un canovaccio vecchio e sempre giovane. Ora la storia si ripete. La nostra acredine nei confronti del Napoletano è eterodossa, eterodiretta. Non siamo schietti. Prendiamo soldi da qualcuno. Apparteniamo a qualcuno. E basta la maldicenza, qualsiasi maldicenza, per far si che qualcuno ci creda. Del resto, non stiamo ascoltando quelli che stanno con le mani in mano chiedersi disperati e arrabbiati: “Che cosa fanno i gruppi organizzati? Dormono?”. No, aspettano il bonifico, verrebbe da rispondere.

30/05/12

Quelli e noi



[…]

Quelli che fanno una gerarchia dei motivi per cui si manifesta. E l’elenco delle storture è già un bollettino di guerra: il degrado, la criminalità organizzata, la violenza diffusa e generalizzata, lo sfruttamento nelle campagne, l’emergenza casa, le tasse, l’indifferenza, l’infelicità, l’obesità, gli Abbracci del Mulino Bianco.
Quelli che sopravvalutano il proprio ruolo, che si specchiano nel lago di Narciso e si vedono fondamentali, fin quasi determinanti. Tanto da dover scegliere se partecipare o meno alla marcia di Emergency per gli ospedali da campo nel Niger e motivarne pure i perché.
Quelli che – anteponendo  “nel mio piccolo” – spargono i semi di una rivolta di dubbio consenso, col culo piallato sulle sedie che arditamente fronteggiano i monitor.

I cattolici che dicono che non ha senso. In questo calcio. Per questo calcio.
Che gli dovresti rispondere: e la vendita delle indulgenze?
No, perché, se così fosse, allora voi non dovreste più fiatare da Bonifacio VIII.
Eppure mi pare, mi pare, che zitti non stiate. Che, anzi, quando qualcuno vi fa l’agopuntura, trasudate distinguo, con l’aria facciale perennemente scazzata di chi deve piegarsi a disquisire di ovvietà nel pantano. Coi porci. Il papa è un prete, i preti sono uomini, e gli uomini sono fallibili e peccano. Dite. E capre e cavoli sono sul bagnasciuga, in salvo.

Quelli del Partito democratico. Che vincono a Budrio e Garbagnate e tirano la testa fuori dal sacco, trionfanti. Che non hanno contatti umani neppure con l’edicolante, che dai tempi del Tv Sorrisi e Canzoni con l’inserto sull’Aids non danno più la mano manco ai radi conoscenti di congregazione. Che s’arricciano i baffi dinanzi alle superstizioni popolari. Poi sfornano primarie e s’interrogano sul perché perdono. E sono tentati dall’idea di indire un referendum per abolire il popolo che non capisce. Che non capisce proprio.

Quelli che saprebbero cosa fare. Ma, come i vampiri, hanno la pelle che si disfa al sole. O all’aria. E allora, come l’uomo fumetto dei Simpson, restano nella loro Springfield virtuale, a emanare editti inemendabili. “C’è la delinquenza a Foggia”, urlano costoro. Atteggiamo lo sguardo a sfiatato stupore e rispondiamo in coro: Ma dai! Roba da non crederci… E tu, tu? Quando manifesti contro la criminalità, tu? Quando è stata l’ultima volta?
Quelli che si sono autoproclamati giudici. Di un concorso di bellezza. Dinanzi a cui siamo chiamati a sfilare, in costume da bagno. Davanti ai loro occhi. O alle loro webcam. Dobbiamo farlo. Per sentirci inadeguati, piccoli, meschini, non all’altezza. Impegnati in battaglie sciocche, basse, dequalificate. Questa è gente che, quando sfila, sfila contro la Mafia, per la Pace nel mondo, per difendere i Capodogli dalle baleniere giapponesi. Questa è gente che sfila per le maiuscole. Con ottimi risultati visibili ad ogni eclissi solare totale.
Quelli che, come Saviano, non riescono a tacere una puttanata. Devono dirla. Farla. Poi, siccome l’ego è quello ch è, non possono tenerla nascosta tra quattro mura, dietro un armadio, tra le mensole di un mobile anni Ottanta dove troneggiano libri che nessuno leggerà mai. Devono rendere pubblico il loro parere. Nel nome della libertà, ovviamente. Del diritto di critica. O di una interpretazione equivoca di questa. Come se io mi arrogassi il diritto di seguirli, da quando escono dal portone a quando vi rientrano, a mo di Truman show. “Ma sai che fumi davvero male!?”.

Quelli che dicono: “Invece di pensare alle cose serie”.

Ecco chi sono quelli. Tutti questi. Si affollano attorno alla macina, girano come muli di fatica, scavano il solco. E, rispondendo ad un input in disuso, si indignano. Rispondiamo? Ma si, rispondiamo. Che l’Unione Sportiva Foggia, per noi, è un fatto serio. Serissimo. E noi dinanzi a ciò che riteniamo serio, serissimo, e in pericolo, manifestiamo. Cioè: scendiamo in strada, mettiamo i nostri corpi in piazza, le nostre facce su duemila iphone, fotocamere, macchinette professionali e telecamere dei tg, urliamo, sventoliamo bandiere, chiediamo che vengano presi provvedimenti, ci impuntiamo e teniamo d’occhio. Per quel che ci sta a cuore, è così. Per tutto quel che ci sta a cuore. Fate lo stesso anche voi, vero?
Ah, no, non più?
Beh, allora credo sia questo il nodo gordiano dell’intera vicenda. Non credete? Una specie di frustrata incomprensione spacciata per motivata critica.

Faccio per dire. A me il Gay pride sembra una manifestazione inutile e poco seria. Anche la parata del 2 giugno ai Fori. O la Pentecoste. Posso contestarle, criticarle. Certo. Ma solo – ed è questo che fa la differenza – nel nome di una pratica differente e contrapposta. Di una pratica, per l’appunto. Perché sono le pratiche, e non le tanto sopravvalutate idee, o peggio ancora i sogni, a fare il politico. O a rattoppare il sociale. A casa le teorie vengono bene come le riposte ai quiz televisivi. A casa i concetti si incastrano l’uno all’altro come in un affratellante, entusiasmante puzzle. Che ci si domanda: “Com’è che non lo capiscono i diretti interessati?”. Com’è che in Siria seguitano a reprimere la rivolta? Com’è che israeliani e palestinesi non si accordano? Com’è che all’Eurofestival non si accorgono che si vota per contiguità geografica e non per merito? Parli di classe operaia per sentito dire, poi ti capita di picchettare per diverse notti la più grande fabbrica d’Europa. E capisci che tra quel che bisognerebbe fare e la sua concreta realizzazione, di mezzo ci sono le condizioni oggettive, il contesto reale e quello percepito, l’immaginario collettivo e, non da ultimo, il proprio impegno diretto. Senza mediazioni. Perché di grilli parlanti a predicare e sentenziare ce ne sono più di due o tre. E frantumano le palle.

Esagerato? Tutto questo sproloquio per giustificare un corteo di ultras e di tifosi? Non credo. No. Nel senso che mai nessuno s’è sentito in dovere di giustificare alcunché. Ci mancherebbe altro. È antropologia culturale, questa. Esperimento in cattività. Spalancare d’improvviso le finestre ai saggi della montagna. E vedere come la primavera li mandi nel panico.

02/04/12

Una storia d’amore e incoerenza


Ci sono storie incoerenti. Tutte le storie d’amore, a pensarci, lo sono. Perché spazzano via il già detto, il definito, il concluso ed ogni altra costruzione metafisica con la quale giustifichiamo lo scorrere casuale della nostra vita e lo riempiamo di senso. Perché stravolgono l’orizzonte dei valori e ratificano leggi nuove, col piglio dittatoriale d’un quadrunviro. Anche gli amori passati fanno così, quando annusano l’onda di ritorno e s’abbattono sul bagnasciuga. E l’amore d’un tempo, in questo caso, è una casacca a righe rosse e nere. Una città vista con gli occhi dell’adolescenza. In estasi, nell’epicentro esatto di un sogno collettivo. Fatto di imprese allo “Zaccheria”, ma anche di lunghe passeggiate in branco tra quello che vendeva gli scagliozzi all’angolo di via dei Cappuccini e la pizzeria di via Manzoni, dove una sera si e una no potevi incontrare Padalino. E con lui, qualche suo compagno di squadra. Di quella squadra a conduzione domestica che stava scalando la cadetteria. Non ricordo luminarie, lampioni. E neppure tante partite in notturna. A parte la Roma, in Coppa Italia. Ma i nomi di battesimo e i cognomi di tutti i giocatori. E le facce di quasi tutti. Quando il mercato del venerdì arrivava a lambire le porte della tribuna vecchia, nell’epoca che ha preceduto la riconversione di tutti gli impianti sportivi a stadi di massima sicurezza. E Barone, Porro, Napoli, finivano l’allenamento mattutino e tornavano a casa a piedi. Tagliando tra le bancarelle, parlando con la gente, a volte acquistando pure qualcosa. Calciatori. Che stavano spezzando la schiena alla seconda serie del campionato italiano. Quando il campionato italiano imponeva un tributo di sangue sull’Europa intera. Che al confronto, quei viziati del cazzo che oggi arrancano in Lega Pro e s’atteggiano a divi da movida sembrano degni solo di svuotargli gli orinali. Foggia li adorava di un culto pagano, invadente e morboso. Un culto ancora limpido, lontano anni luce dall’idea delle televisioni a pagamento. E loro rispondevano da uomini. Anni prima del Solo per la Maglia, ognuno di loro aveva un coro in Sud. Ognuno di loro si voltava a salutarci, prima di tuffarsi in una battaglia che sapeva di sudore e dopobarba, di fango e gesso. A Foggia cadevano le corazzate. Eravamo puri. Non sapevamo neppure che esistesse la Tritium. Per vincere 6 volte allo “Zaccheria” dovevi vendere l’anima a Lucifero. O percorrere a ritroso, a piedi, la via Francigena. A seconda delle preferenze religiose. La domenica alle due e mezza, o alle tre, o alle quattro, in ventimila sbuffavano sul campo, come un toro mitologico. In simbiosi. In ventimila si scheggiavano le corde vocali e sputavano fuoco e vetro sul rettangolo verde. E quelli, quegli undici laggiù, non erano dei semplici numeri a casaccio. Non c’erano i 44, i 66, gli 88, a gratificare l’ego di chi vive dando due calci al pallone. Perché il singolo non contava. Contava il gruppo, avanguardia autorizzata d’una città innamorata allo sfinimento. Eppure, quei numeretti bianchi dall’1 all’11, dal 12 al 16, li conoscevamo tutti. Consagra abitava dietro casa, all’angolo di Porta Manfredonia. Certe sere gli lasciavamo scritte d’incoraggiamento sul muro di fronte. Oggi non saprei distinguere Lanzoni da Cardin. E neppure mi interessa farlo. L’anno prossimo saranno al Fiorenzuola, all’Albinoleffe o a fanculo. E neppure ci ricorderemo d’averli avuti “tra noi”. Succedeva anche prima, è ovvio. Ma il segno lasciato era di carne e passione. Non di carta straccia. Quando non di carta riciclata alla Snai. Ricordo alla perfezione il rumore dei tacchetti sulla tibia del generoso Limone, a Brindisi, il giorno in cui finì la sua carriera. Ricordo Orati, alto che sembrava uno zio di paese, quando correva verso la panchina ad esultare. A braccia aperte e basse. Ricordo quanto piansi quando Fabio Fratena abbandonò il campo in barella, a Caserta. Ricordo Ciucci-Abate-DeMarco. Ricordo la vigilia dell’esordio a Como, per una B attesa 6 lunghi anni. E il gol di Baiano a Salerno, che li sprofondò in C1. E non ricordo quanto abbiamo fatto col Monza in casa, quest’anno. Qualche domenica fa. Ma sia chiaro, non sto parlando da vecchio del tempo della perfezione. Mio padre mi diceva anche ai tempi che prima era tutto diverso, tutto più bello. Però quella squadra, quella città, quella mia età, mi fanno una nostalgia che fa quasi rabbia. E stamattina ho pensato a tutto questo, mentre una bara piena di sciarpe mi sfilava dinanzi. Ma non per semplice accostamento di idee. No. Perché quella squadra, quella città, quella mia età che mi fanno rabbia e nostalgia, avevano un portiere. Il suo nome era Franco Mancini. E quando, alle mie spalle, è partito il coro, lo stesso che lo invocava prima d’ogni battaglia, lo stesso che lo faceva voltare per salutarci, non ho pensato alla coerenza, alle costruzioni metafisiche che danno senso alla vita ammortizzandola, al Solo per la Maglia. Ho pensato all’amore che stravolge le abitudini. Ho pensato che era giusto così. E ho cantato per lui. Per l’estremo difensore di un’epoca.

26/03/12

Il ritorno e il drappo



Credevo di non sbagliarmi, ieri, quando dicevo che l’ultima fu con la Triestina. Cinque a uno per noi. E alla fine la festa. La promozione in A. 19 maggio 1991. La fine del conto alla rovescia. Una promozione annunciata, prevista, tanto che in gradinata c’erano degli spazi vuoti agli angoli estremi. Vuoti che, comunque, lo ricordo, all’epoca mi fecero inorridire. In nulla, quella scalata, fu paragonabile allo scoppio d’adrenalina che due anni prima aveva salutato, per le vie della città, l’impresa di Trapani. Sul foto-finish della C1. Ma quella con la Triestina, col bandierone che salutava gli spalti per il giro d’onore, con migliaia di bandiere a sventolare tutto intorno, mi sento di rettificare, non fu l’ultima volta in curva Nord. L’ultima fu la stagione successiva, in massima serie. Sempre 1991. Il giorno dell’Immacolata. Uno zero a zero con la Sampdoria di cui ricordo, a stento, un rigore di Vialli finito sulla traversa e poi sulla linea. Ovvio che tornasse alla mente con più nitidezza il 5-1 ai giuliani. Con la festa attorno che, trasposta, diventava il mio party d’addio alla curva che mi aveva accolto da bambino. E mi aveva trasformato in un ragazzo, pronto a saltare il fosso della maturità in Sud. Dove c’era il Regime. Gli ultras, quelli che guardavo sventolare, ritmare battimani, appendere striscioni, accendere torce e fumogeni, battere su file di tamburi rossoneri da parte a parte. O quasi. Il passaggio doveva avere, nella mia ricostruzione fantasiosa, i tratti epici di un fuoco d’artificio. Ma il ricordo del gol di quel tale Signori all’Ascoli e soprattutto il derby con il Bari da una prospettiva inequivocabile, mi hanno spinto a riordinare i termini.
E, dopo i calendari su Wikipedia, mi vedo costretto ad accontentarmi della realtà. Dell’anonimato di un Foggia-Samp finito a reti inviolate. Perché può essere anonima anche una partita di A, con 20mila e passa spettatori a picco sul campo.

Ieri ci sono tornato. Con un po’ di ritardo sul previsto. Ma la signora del sesto piano aveva preparato la parmigiana e in tanti attendevano sull’uscio dello stabile. Il drappo nero al vento. No alla Tessera. Figuriamoci. La prima volta che misi piede nella curva che da su viale Ofanto gli steward si chiamavano staccabiglietti, i biglietti erano tagliandi anonimi e si potevano fare anche dopo aver finito le tagliatelle, la braciola, le paste del Catalano, il caffè e l’ammazzacaffè, i bambini entravano a frotte scomposte, i genitori si portavano le radioline da casa per controllare il Totocalcio, il settore ospiti era un posto a caso riconoscibile da una linea di celerini agghindati sul modello Scelba. Ma poi, gli ospiti non c’erano quasi mai. Oggi ci sono i carabinieri. Annoiati e inflessibili, perché la Lega calcio ha sostanzialmente sentenziato che Foggia non è una città egiziana. Si deve utilizzare quel coso lì, il tornello. E il tornello non è un uomo che ragiona, come avrebbe detto Totò a Peppino. La Lega non deve sapere da dove entriamo oggidì, che sennò. Allora si smaltisce la fila. Duecento persone. Come creare un ingorgo sulla superstrada che taglia Pyongyang con sette Miniminor. Manco in Inghilterra, per prendere l’autobus. Fatto sta che, superata la Vergine di Norimberga, mi attardo. A guardare quel cemento armato che mi ricorda, come le rovine di Arpi, chi sono e da dove vengo. Ma i chekpoint sono frequenti. In densità, saranno poco meno che in Cisgiordania. Le vetrate poi. Vado in bagno. Mi emoziono finanche a vedere quei cessi. Quanto tempo è passato, porco Giuda! Com’è che siamo giunti a questo? Dove eravamo mentre succedeva? Salgo per ultimo. E la forza dei tempi andati mi porta a ricercare il posto dell’infanzia. Ma c’è un vetro alto e insuperabile tra me e i miei ricordi. Una metafora del calcio moderno. Questo sport che si gioca nel deserto tecnologico. Il Foggia, dicono, vince 1-0. Bene. Anzi, fa niente. I miei amici sono lì, a mezze maniche e col sole in faccia. Un bambino accanto a me. Un nonno con la giacca. Li guardo entrambi. Cantiamo per tutto il tempo, come sempre. Senza colori, senza tamburi, senza megafoni. Il drappo contro la tessera s’agita al vento, al settimo piano di un palazzo dove gli sbirri non possono entrare. A dimostrare che la repressione delle passioni è una forma d’ottusità mentale. La stessa che ha trasformato questo stadio nello spettro di se stesso. E noialtri in Mohicani. Eppure. La nostra fede infinita, tu sei e sarai sempre la mia vita.

18/03/12

The dark side of the sun

Non ci siamo. Anzi, siamo così lontani dall’esserci che quasi quasi non riusciamo neppure più a immaginarlo. Parlare adesso di una trasferta ad Avellino ha più o meno lo stesso sapore che sentirsi raccontare la battaglia di Calatafimi. Da Benigni o da un altro. Ci siamo abituati, dicono in tanti. Tanti, assuefatti come noi a queste domeniche così. Vuote e spoglie. Poi oggi c’è pure il sole. E il sole, nel suo lato nascosto e malinconico, parla. Ti dice nell’orecchio che non puoi restare chiuso in una stanza a vedere uno stadio vuoto e undici svogliati idioti vestire indegnamente la maglia che porti cucita sul petto. È un insulto alla vita. The dark side of the sun. Il sole ha lo strano, ironico effetto di farti capire che la vita è altrove. Sa di scampagnate, di Paludi a Margherita coi fenicotteri in volo, di Castel del Monte, di bar sul mare. Ma non è manco quello, il punto. È che, nonostante l’epica inganni i sensi, è passato troppo poco tempo in realtà da quei furgoni che scivolavano sulle autostrade, sulle statali, sulle provinciali, verso i risultati che contano allo scadere della stagione, le prove di cuore e di voce, le piazze coi bar delle sbronze. Un vecchio. Sono un vecchio che ripete sempre le stesse cose, lo so. Ma il guaio è che perdere 4-0 ad Avellino col sole fuori dalla stanza, non è la stessa cosa. Anzi, sembra quasi niente. Non fa quasi effetto. E non dovrebbe essere così. Avellino è qui, dietro l’angolo. È una rivale. Magari non proprio di quelle non ci dormi la notte pensandoci, ma comunque una rivale. Uno stadio nobile, un terreno nemico. Non puoi prenderne quattro e parlare del sole. Con questa leggerezza. E, seduto alla sedia o sdraiato su un divano, pensare – guardando i tuoi che non riescono a stoppare un pallone – che sarebbe bello mettersi in macchina e andare fino allo svincolo per accoglierli degnamente, questi eroi che stanno grattando l’ultima patina di gloria da una volontà ormai assopita. Ma poi ci pensi, e fai spallucce. Constatare che effettivamente non ti frega, ti duole. Che cambia? Che cambierebbe? Ti viene da dire: “In altri tempi sarebbe stato un eccidio”. Poi rifletti sull’incipit e ti senti un vecchio. Un fastidioso vecchio monotematico. Oggi due ceffoni di ramanzina ad un calciatore che se ne infischia della tua passione e magari si scommette pure il risultato, finiscono sulla stampa. E fanno il rumore dello scandalo più dei nostri Rambo che aprono il fuoco sui pescatori nel mar dell’India. Il sole ti invoglia a cedere. O evidenzia che hai già ceduto. O stai per farlo. Come la digos. Che, eseguendo i dettami di una legislazione d’emergenza in assenza d’emergenza, seguita alacremente a stringere il filo spinato attorno a quella che – si, un tempo – era la liberazione domenicale del popolo. Niente bandiere, niente striscioni, niente fumo, niente colore. Quindici euro a cranio per guardare esclusivamente la partita. Quei bidoni di cherosene in mezzo al campo, che a trent’anni suonati arrotondano. Niente tifosi ospiti, niente trasferte primaverili. Niente di niente. Una sedia, o un divano magari, a vedere il Partenio vuoto. E il sole fuori. E a sentirti vecchio. Non si molla, non si cede, pensi. Anche se non sai più perché. Nel nome di quale strategia. Ti guardi attorno e vedi la gente. E pensi: come fanno a non accorgersi, tutti quanti, che questi hanno rovinato, distrutto, una delle gioie della vita? Così, per il bene di quattro mercanti di televisioni e quattro pezzenti a capo di altrettanti istituti bancari. Ricordo il mare sulla destra, l’apprensione e l’adrenalina al pensiero di poter/voler incrociare i pescaresi. O la felicità infantile di sapere che mancano 3 chilometri a Terni. L’ilare indescrivibile emozione di un coro nell’abitacolo, mentre attorno scorre la campagna emiliana. O i cellulari che trillano, mentre ci inquadriamo per entrare a Verona. Senza scorta. Lì il sole aveva un senso. Oggi è il testimonial muto di un giorno buttato. Un giorno come un altro.

Il Libro