08/09/12

La Bastiglia di viale Ofanto


In serie D giocano 167 squadre. La maggior parte di queste disputa le proprie partite in campetti di periferia coi muri a un metro dalla linea laterale. In oratori con una tribunetta in metallo. In pantani perimetrati da un semplice reticolato. 166 squadre hanno il campo agibile, a norma, idoneo. Noi tifiamo per la centosessantasettesima. Ed abbiamo lo “Zaccheria”.
No. Non fate finta di non capire. Chiunque si sia appassionato al calcio negli ultimi trent’anni sa cos’è lo “Zaccheria”. Un monolite di cemento armato capace di contenere più di venticinquemila persone, tre a metro quadro. Uno sbuffo d’aria bollente sulle maglie di chi scende nel fossato, ancor prima dei gradoni, ancor prima dei tubi, dai tempi eroici del filo spinato. Secoli prima della tribuna nuova. Quella innalzata come un totem nell’estate del ritorno in serie A. Neppure tanto tempo fa.
Domani le porte del nostro tempio saranno chiuse. Chiuse le curve, chiusa la gradinata.
Perché una Commissione tecnica, munita di strumenti atti alla misurazione delle porte e al controllo di spurghi e infissi, ha stabilito che lo “Zaccheria” non è a norma per il Campionato Nazionale Dilettanti. Manca dei requisiti minimi.
“Sono delle regole assurde”, mi dicono in molti. Lo so. Volete che non lo sappia. Nei giorni in cui attorno allo stadio fu issato il poderoso cancello che c’è tutt’ora mi sembrò d’assistere alla profanazione di una spianata sacra. La prima volta che entrai facendo ruotare le leve di un tornello, mi mancò quasi l’aria dall’imbarazzo. Ma ormai ci siamo abituati; assuefatti allo spirito dei tempi. E del concetto di “sicurezza” applicato agli impianti sportivi abbiamo blaterato a lungo, abusando pure della pazienza altrui. Per cui stavolta no. Incassiamo la notizia in una zona neutra dell’anima, senza cadere nella tentazione di piombare a capofitto nell’estremo delle dissertazioni sul calcio moderno e sulla nostalgia per quel mare di teste che s’è ritirato per sempre.
Stavolta si deve parlare d’altro. Del cuore predisposto all’eroismo che deve batterci in petto da quando “abbiamo scelto” di non tifare Empoli. O Pontedera. Del timore ansioso e vigile che ogni settimana si sveglia con noi. Abbiamo vissuto il tracollo calcistico, passando dalla A alla C2 in cinque stagioni. Un primo fallimento e l’aggressione di una corte dei miracoli che annoverava gente del calibro di Sensi, Chinaglia e Coccimiglio. Il redivivo Casillo e un secondo fallimento. La serie D presa per i capelli. Basterebbe a chiunque. Invece noialtri, ad ogni levataccia del sole, non possiamo più fare a meno di chiederci cosa accadrà. Cosa ci riserverà ancora il destino, prima di rivedere un derby col Bari. E dopo aver respirato polvere in una sfilza di campetti, adesso che ci hanno comunicato che il campetto ce l’abbiamo noi, la sensazione è inebriante.
È francamente troppo.
Un ricatto a monte, quello di Casillo, dei suoi piani megalomani da Eterno ritorno. L’insopportabile vulnerabilità di una giunta comunale senza attributi che, prostrata, gli concede la gestione dell’impianto a clausole vessatorie che avrebbe impugnato anche il meno abile dei laureandi in Giurisprudenza. Il peccato originale. La lunga battaglia di carte bollate, di ingiunzioni di pagamento, scaricabarile tra chi ha accettato di godere solo dei privilegi della concessione e chi è chiamato mensilmente a saldare il prezzo della propria codardia. Fino al braccio di ferro finale di primavera. Era aprile quando nacque l’ormai celeberrima Battaglia della Guaina. Aprile, 22, allorquando – dopo aver elemosinato un campetto per mezzo meridione – raggiungemmo in macchina il “Via del Mare” di Lecce. Per via dell’indisponibilità dello “Zaccheria”. E fummo graziati dalla sportività del Lumezzane, che non si prese la briga di fare ricorso, nonostante la cattività in terra di Puglia, nell’incertezza perdurata fino a poche ore dal fischio d’inizio. “Questione di giorni”, dicevano i tecnici del Comune riferendosi ai lavori in corso. Sono passati cinque mesi. E gli ispettori scuotono il capo. E il prefetto s’assume l’onere della chiusura, come già successo a maggio, per l’ultima casalinga. Casillo, che aveva fatto il possibile per giungere a questo, gongola. Ma tra tutte le figure laide, squallide e penose (Chi è l’Assessore allo Sport del Comune di Foggia? Qualcuno di voi lo conosce?) che battono la brughiera in queste ore confuse, se dovessi scegliere su chi puntare il dito, non avrei dubbi.
Gianni Mongelli è un costruttore, è un imprenditore, è un rappresentante di categoria. È tante cose. Ma non è un sindaco. E si che fare il sindaco in questa città significa accettare una non invidiabile condizione da ostaggio contento. Ostaggio della mala, dei palazzinari, dei poteri forti, della massoneria, della politica di professione che si serve della società civile per fottere gli allocchi e gli illusi. E si che non esiste solo il calcio a Foggia. Ma le contorte vicende di questi giorni, la sorte di quel gigante di cemento che è casa nostra, casa della passione della mia gente da che ero bambino, hanno assunto tutte le caratteristiche della metafora. In scala, quello stadio è l’intera mia città. Soffocata dall’ottusa burocrazia dei tecnocrati, dai meschini interessi di parte, dai ricatti che inducono all’immobilismo e alla rassegnazione, dalla prepotenza della speculazione, dall’incapacità e dall’inettitudine di chi – motu proprio – s’è voluto assumere l’onere di gestire la cosa pubblica. Senza averne la stoffa, il talento, o più miserabilmente la possibilità.
Adesso, che davanti agli occhi danzano le colpe, rimpallate da un impotente all’altro come in una partita di pallamuro; che la rabbia aumenta a dismisura; che la Repubblica delle banane sta maturando il nuovo colpo di scena, mi sento di dire – per quel che vale – che quell’omino taciturno che induce alla compassione che si deve ai deboli, ha rotto le palle. La sua recita flebile è diventata accanimento terapeutico. Lo tengono in vita coloro che lo muovono, è vero, lo sappiamo. Ma l’assoluta incapacità di prendere una decisione con mano ferma, di scuotersi dal torpore sonnolente della barca che ondeggia verso gli scogli, la scarsa volontà di picconare i problemi fino a vederne le ossa e i nervi, sono un oltraggio alla nostra (residua) dignità di comunità. Sarò ottimista, ma seguito a credere che non meritiamo d’essere rappresentati dal fior fiore della mediocrità paesana. Che un altro sindaco, uno qualsiasi, avrebbe agito d’impulso, da subito, anche travalicando il proprio ruolo. Perché il Foggia è Foggia, certo, ma anche perché la politica amministrativa dovrebbe servire a quello. A non piegare il bene collettivo agli interessi dei privati, ad esempio. A tutelare la gente che ti ha eletto, anche se col 23% delle preferenze al primo turno. O giù di lì. Ecco perché, dal mio punto di vista, questa vicenda penosa non ha i soliti duecento colpevoli. Ma uno solo, in rappresentanza di quelli (pessimi quanto lui) che si nascondono dietro il suo fallimento, nella speranza di non essere sgamati.

Io domani saprei cosa fare. Come Sansone coi Filistei. Ma non lo farò. Un po’ perché non posso, un po’ perché non voglio. Perché ne andrebbe di mezzo gente che ha dimostrato attaccamento ai miei stessi colori e che non merita d’essere penalizzata ulteriormente.
Ma riprendersi lo “Zaccheria”, manco fosse la nostra Bastiglia, è da questo momento un obiettivo prioritario. Ed una metafora di quell’attivismo che dovrebbe tornare a divampare in città. Per liberarla dai ricattatori, dai parassiti, dagli speculatori. E dagli inetti.   

20/08/12

Il passo dei 50 minuti


L’abbiamo ripetuto talmente tante volte che, adesso, il rischio è quello di annoiare. Se non peggio. Ventuno, i mesi di divieto sulla ruota di Foggia. Ma ora quel che conta è che siano finiti. Per non dare più l’impressione che è propria delle vittime. O comunicare un opprimente sentimento di stasi. Finiti. Interrotta la macabra contabilità. Ed è stato così semplice da indurci ad ignorarne il significato profondo. Come Armstrong sulla luna: “Un piccolo passo”. Termoli. Cinquanta minuti tra autostrada e provinciale. Ad un niente da Campomarino, dalle spiagge dei foggiani e dei sanseveresi. Un centro storico romanticamente battuto palmo a palmo nelle adolescenze, burrascose per definizione; i trabucchi sul mare, i ristoranti per niente economici e quella rotonda al limitare della statale dove i vigili da sempre s’allenano alla pesca a strascico olimpica. Si ricomincia da qui. E va bene lo stesso.

Termoli. Un tempo ci saremmo andati giù pesanti con la goliardia. Del resto, una partita di Coppa ad agosto serve a quello: al cazzeggio, a sperimentare cori, ad inventarne di nuovi, a sfruttare i tormentoni da lido. Sono passati solo tre anni dai 120 minuti di delirio triestino. E siamo seri. Maledettamente seri. Dobbiamo scendere nell’acqua gelida del dilettantismo. Fino alle ginocchia e ancora più su, dragando superfici a noi sconosciute. E non abbiamo alcuna intenzione di farci trovare impreparati. Di peccare di superficialità o di snobismo, per l’equivoco del blasone o del fatto che – ormai lo sanno pure le pietre – venti anni fa eravamo un’altra cosa. Eravamo su un altro pianeta. Ma ciò non toglie. Siamo il Foggia. Lo devono capire i ragazzi, i dirigenti. E il pubblico dei luoghi che visiteremo nella nostra – si spera lunga – tournée.

Non siamo qui per vincere, ci diciamo. Anzi, la partita stavolta è davvero l’ultimo dei problemi, ancor più del solito. Siamo qui per guardarci negli occhi e annusare la voglia, la determinazione, gli stimoli di tutti e di ognuno. Ricominciare, dopo che la macchina infernale della repressione aveva abituato molti di noi alle mollezze del divano domenicale. Siamo sulla piccola gradinata di uno stadio che, fino alla scorsa stagione, faceva da proscenio alle sgambature del giovedì. Ma il passato deve smetterla di tenerci in ostaggio. Possiamo di nuovo esporre le nostre pezze, sistemarci sulla balaustra, a ventaglio incunearci tra i gradoni. Linea avanzata di tanti tifosi e vacanzieri che, stasera come a Vasto con Zeman (anche se con le dovute proporzioni), sono accorsi per vedere le maglie rossonere. E l’aria della trasferta d’un tempo ci basta, anche a cinquanta minuti da casa.

Non siamo qui per vincere. Ma abbiamo fretta di ricominciare. Talmente tanta che le squadre sono ancora in fase di riscaldamento quando facciamo partire il primo coro. Ed è il brivido più forte della serata. “Finché morte non ci separi!”. Il tamburo batte il tempo, le mani lo sezionano. Tutte le mani, anche quelle di quelli in alto. Ed è una dichiarazione d’intenti sincera, mica da ridere. I nostri, con le divise nuove, si girano a guardarci. Dalla tribuna partono diversi flash. Durante la partita il settore ultras dei termolesi si riempirà a dismisura. Canteranno incessantemente, faranno oscillare bandieroni, accenderanno torce, eseguiranno bei battimani. Saranno belli da vedere, come probabilmente tutti quelli che ci troveremo di fronte durante questa stagione. E sarà una sfida avvincente. Perché il tifo non ha niente a che vedere col nome e i trascorsi, ma con la passione e la grinta. E sentirsi arrivati, adagiarsi sugli allori, veri o presunti che siano, sarebbe un errore madornale. Che non abbiamo alcuna intenzione di commettere. E allora, anche noi, cantiamo, sventoliamo e bruciamo nel rosso delle torce, felici come adulti che ritrovano i loro giochi d’infanzia. “Repressione, fallimento, serie D. Siamo ancora qui”.
Non siamo qui per vincere, ma per dimostrare d’esistere. Ed esistiamo. Sebbene, da perfezionisti, a fine gara, avremo da ridire su tutto, dal repertorio alla coordinazione. Ma funziona anche così. In campo i ragazzi si menano che è un piacere, sbagliano tanto, non verticalizzano come ai tempi dello champagne. Ma è bello lo stesso. Il Termoli passa, il Foggia sfiora il pari, poi prende il 2-0 in contropiede. Alla fine del primo tempo i telefoni diventano roventi. Siamo le fronde di un albero che ha radici profondissime. Nella ripresa accorciamo le distanze. Non siamo qui per vincere, ci ripetiamo. Ma l’ultimo quarto d’ora ci fa dimenticare tutto, buoni propositi e fallimento in testa. Vogliamo il pareggio. E quando ci negano un rigore solare, siamo pronti a scommettere che l’arbitro non abbia mai sentito tanta gente dargli del bastardo in coro. Siamo inviperiti, e premiamo con convinzione sulle recinzioni, per spingere la squadra all’ultimo assalto. Non siamo qui per vincere, ma adesso vogliamo il pareggio e poi spuntarla ai rigori, per andare domenica ad affrontare la vincente di Bisceglie-Matera. Al 2’ di recupero ci annullano un gol regolarissimo e ci strozzano in gola l’urlo. Non c’è categoria che possa sottoclassificare l’irrazionale. Non c’è differenza tra l’Olimpico e il Cannarsa. Se il Foggia avesse buttato dentro la palla del pareggio, il boato sarebbe stato lo stesso, identico in ogni decibel. Non siamo venuti qui per vincere. E non abbiamo vinto. Però al ritorno siamo più leggeri. E questo vorrà dire qualcosa.

14/08/12

Sciabole e rinascite


Non so se è chiaro. Se la portata della notizia v’è giunta per intero.
Se le implicazioni, le traiettorie del cuore, le architetture metafisiche, siano giunte a lambire le vostre ordinarie esistenze borghesi (!).
Siamo in Lega Nazionale Dilettanti! In D! Nell’antica e vetusta Interregionale!
Girone H. E, calendario alla mano, sappiamo pure dove giocheremo il 2 settembre.
Quando tutto ricomincerà, senza mai essersi esaurito.

Non è scontato.
Non lo era fino a dieci giorni fa, quando l’ennesima sera afosa e deleteria aveva deciso di dilagare sulla città attonita. Quando, su una debilitata Rai Due, Luigi Samele saliva la pedana per incrociare la sua sciabola con quella dei russi, nella finale per il bronzo a squadre.
Non ci eravamo abituati al peggio – per carità, quello mai! – ma avevamo facce che erano un programma olimpico. In lizza fino alla scadenza per salvare una terza serie che sembrava il minimo, truffati e affondati, condannati ad un’attesa snervante e vuota. A poco più di quarantotto ore dal termine ultimo, dal fremito della ghigliottina, costretti a ritenere persino la D un lusso impraticabile per Foggia. Per il suo parassitario ceto imprenditoriale, alimentato ad assistenzialismo e pubbliche prebende. In sostanza: a dipendere da un potere politico a sua volta compiutamente tenuto in vita dal voto di scambio. Eppure Foggia è anche quel ragazzo in pedana, ci siamo detti. “Antò, vieni a vedere, c’è quello schermitore foggiano”. E il ragazzo si batte, eccome. In pochi minuti siamo presi, coinvolti allo spasimo. E quello tocca, colpisce, schiva. I led si illuminano. Ed ogni parola di commento sulla sua impresa in sviluppo, diventa nostra. Si, lo so, c’è molto di quel vezzo italico di salire sul carro dei vincitori in questo appropriarsi della fatica e della passione di uno sconosciuto che, non ha caso, ha deciso di praticare uno sport individuale. Che ne è stato degli altri due olimpionici foggiani, quelli della carabina? Boh. Però, va detto, che ne abbiamo seguiti di tiratori con l’arco e fucilieri alla corte di Sua Maestà. E abbiamo esultato con loro, per una medaglia, o maledetto la sorte, alla sconfitta. Ma stavolta è diverso, impossibile negarlo. C’è un orgoglio differente. Lo si evince dalle gocce di sudore che scivolano sul collo, dal senso di responsabilità collettiva per ogni singolo affondo, dalle zie che si affacciano alla stanza e ci restano, pure inconsapevoli. Quando Samele vince, l’entusiasmo è da Momenti di gloria. E non è colpa nostra se i tiratori foggiani li hanno trasmessi alla mattina presto, mentre la gente dormiva. La città sembra tirare il fiato, espellere le sue tossine fino alla campagna, rischiararsi d’un arancio cupo. Poi uno squillo ci riporta a casa. Perché no, non è affatto vero che il calcio – l’Unione Sportiva, più precisamente – distrae dai doveri sociali. Sono gli altri impegni a distogliere dal retropensiero, solido come una stella fissa.

“Sono arrivati dei soldi, un bonifico, forse siamo salvi”.

Percorsi immaginari, da esploratori illuministi.
Nomi di paesi e cittadine che fino al mese scorso erano concetti vuoti – da weekend di Sereno Variabile – che improvvisamente acquisiscono significato e portano a sfogliare le guide con una frenesia nuova. Eppure antica. Solita.

Abbiamo patito. Inverosimilmente. Nessuno, neppure il peggiore tra i profeti di sciagure, avrebbe pronosticato tanto, nonostante gli scenari irreversibili del calcio-tessera. In quel pomeriggio di ottobre al “Flaminio”. Dicevamo: “Facciamo il biglietto per un altro settore e aggiriamo il problema”. Invece, ventuno mesi. Ventuno mesi di agonia, speranze frustrate, sofferenza e indecisione. Ventuno senza furgoni, sciarpe, due aste, pezze, stendardi. Senza trasferte. Dicevamo: “Spingiamo la squadra in B, magari lì le maglie del decreto sono più labili”. Invece, dapprima Zeman e Casillo. Poi Casillo soltanto. Una salvezza sul campo pagata con una voragine di bilancio. E l’estate del fallimento. Passato prossimo e imperfetto. L’Unione Sportiva Foggia seppellita sotto i colpi della speculazione e delle vendette private. Il futuro nelle mani di capitani poco coraggiosi e imprenditori pavidi. Lo spettro dell’Eccellenza, della Terza categoria, dell’anno senza calcio. Fantasmi davanti agli occhi di chi non poteva fare altro che attendere, rabbiosamente. Soffiare sulla vela di una barca in secca, tutt’al più. Poi la svolta. Soldi che piovono dal Nord. Da un foggiano del Nord.

Abbiamo sperato, verosimilmente stavolta, di finire nel girone molisano-abruzzese-marchigiano-romagnolo. C’era persino una richiesta ufficiale della nuova società. Perché tra Foggia e Trivento c’è una distanza minore che tra Foggia e Taranto. Però, avranno pensato quelli ai piani alti del dilettantismo, tra Foggia, Pesaro, Macerata e Rimini, la cosa è differente. E allora bolgia. Girone H, si diceva. Tutto tra Puglia e Campania, con tre intermezzi lucani. Un attimo di scoramento, perché puoi scendere quanto ti pare, ma è pur sempre il calcio dei prefetti, questo. Poi un barlume di nuova speranza. Trani, Bisceglie, Monopoli. La Statale 16 dei sogni. Perché per noi è quello che conta: esserci, fare la nostra parte, vincere le nostre battaglie. E che questo non suoni d’insulto o d’offesa per nessuno. Abbiamo lottato per difendere la categoria. Col Pescina abbiamo messo in gioco persino i nostri corpi – oltre che la nostra libertà – per evitare un inferno che allora si chiamava “solo” C2. Siamo innamorati della maglia e non godiamo di certo a vederla così sprofondata. Ma è il calcio degli speculatori, oltre che dei prefetti, questo. E se non possiamo giocarcele sul campo le salvezze – alle promozioni siamo disabituati – allora che ben venga l’altro scenario. Quello delle trasferte senza tessera e senza mezzucci, quelle di gruppo e di massa, dove stare assieme, cantare, soffrire o gioire; che ci restituiscano per qualche momento il calcio del quale ci siamo innamorati, venti o trenta anni orsono. E da questo punto di vista, vada come vada, la serie D è un’opportunità fantastica e inattesa. Non avremo mai il benestare per Secondigliano o per l’imbarco al molo Beverello, certo. Ma senza Francavilla sul Sinni o Grottaglie saremmo morti d’inedia.

Poi, volete mettere… Ieri, in ritiro su a San Marco in Lamis, a passeggiare tra le strade del centro, a sentire gli anziani e i bambini salutarci con un: “Forza Foggia” che scoppia in testa come un tenorile do di petto, a bere birra sugli spalti tra facce amiche e ospitali, a irridere goliardicamente quei ragazzini con la pettorina, il vecchio massaggiatore, l’autista del pullman, l’allenatore in seconda. Scavalcare a fine partita per mettere in porta un pallone, visto che in due ore e mezzo di allenamenti non avevamo visto neppure un gol. E a sera leggere il costo (caro) del settore ospiti di domenica a Termoli, in Coppa, senza asterischi a specificare che la trasferta è limitata ai possessori della Tessera e alle norme vigenti. E oggi pensare di sottoscrivere l’abbonamento. Non è certo il massimo sentirsi Dilettanti, ma – chissà com’è -  la A quest’anno mi affascina ancor meno del solito.  

14/07/12

Lode al casco


Dalla fine. Casillo è stato colpito con un casco in piena faccia, davanti al Bar Cairoli.
L’eterno scandalo della violenza divampa dai pulpiti. La ratio che tutti vorrebbero estrema ma che pochi accettano, anche dinanzi all’evidenza più implacabile. E stavolta dubito che qualcuno possa discutere sul fatto che la situazione fosse davvero estrema. Telenovelas, si definiscono di solito queste traversate del deserto.
Passi indietro. Uno, due, più di due. A Foggia ci sono 45 gradi. Lo dice il display di Leone Centro. E quello della farmacia a Piazza XX Settembre. È la città più calda d’Italia. Lo dice Rete 4. Una trentina di persone sosta davanti alla Piramide di plexiglass, all’angolo del Comune. Guardano il Municipio e sperano, come a San Pietro durante il conclave, di vedere la fumata bianca dal comignolo. Ci sono diversi ragazzini giunti a piedi o in bicicletta. In molti hanno recuperato e indossano, per l’occasione, la maglietta rossonera. Delle annate più disparate. Da Marino a Novelli, al secondo tragico Zeman. Immagino il loro pomeriggio. Ma non è sempre il momento di mostrarsi sentimentali. Stavolta si lavora di bisturi su corpo morto. Sta botta è autopsia. Sopra, nei corridoi, c’è ressa. Giornalisti, gente dei gruppi, digos. La situazione è questa: il Napoletano ha dato mandato al sindaco di intercettare acquirenti per la moribonda Unione Sportiva. L’ha fatto poco meno di un mese fa. Ma nessuno in questo lasso di tempo – a partire dal sindaco fino a giungere agli acquirenti potenziali – è stato in grado di quantificare la massa di debiti che ha lasciato. Certo, ci sono le voci, che a Foggia slittano sull’asfalto bollente come sapone liquido. Ma restano tali. Come l’interessamento di una cordata di imprenditori locali, che dapprima fa esporre Mongelli, poi lo lascia con un palmo di naso ad assecondare le follie di chi chiede ai tifosi di abbonarsi, a scatola chiusa, per i prossimi 6 anni. Ad un certo punto della serata, le porte di spalancano e un miscuglio di avvocati imbocca l’uscita, seguito da un drappello che sa di processione. In testa c’è un imprenditore napoletano – un altro – giunto a Foggia per fare sodalizio con un paio di cerignolani, dei quali si finge di ignorare le contiguità con Casillo. Le porte della Banca del Monte si aprono fuori tempo massimo per formalizzare l’impegno. E attorno divampa l’entusiasmo dei leccaculo – gli stessi che hanno steso tappeti al passaggio dei vari Sensi, Russo, Coccimiglio – e un fuoco di fila di accuse, più o meno velate. I cerignolani hanno bucato per 3-400mila euro. Esposito, il napoletano in seconda, non ha i soldi per la ricapitalizzazione. Il sindaco ha anticipato di tasca sua oltre 200mila euro. Si va a dormire più sereni. Siamo in ritardo, già appesantiti di ipotetici punti di penalizzazione, ma la fidejussione dovrebbe essere cosa fatta. Potremmo mantenere la categoria. Ma le incognite diventano lampanti l’indomani. C’è Casillo che fa il ritroso. Nasconde le carte della debitoria degli ultimi 6 mesi, mentre – da quel che si vocifera – fino a gennaio è riuscito nell’impresa di accumularne 2,4 milioni. Dopo aver rilevato il Foggia, due anni fa, con 800mila euro di scoperto. Una bazzecola, in confronto. La domanda afferra la gola. Com’è possibile? Voglio dire: mai avuto dubbi sull’intento ultimo che aveva riportato il Napoletano in città. Nel luglio del 2010 eravamo in pochi a dirlo – “Uagliù, quello è venuto a vendicarsi!” – e la nostra voce si perdeva nel frastuono dei clacson. Ma, aldilà di questo, com’è possibile che una bancarotta del genere possa godere dell’impunità e bearsi della recidività, della reiterazione? Com’è possibile che uno che ha affondato l’Avellino e la Cavese possa, con un gioco di scatole cinesi e prestanome, seguitare a vivere negli interstizi del Capitalismo da calcio? Perché, se io non pago 23 euro di ticket al Pronto Soccorso, mi tartassano di lettere minatorie e alla fine mi spediscono a casa i sicari di Equitalia a richiedermi uno sproposito, e questo se ne va tranquillo e beato a dissanguare aziende, che per quanto legate al calcio, sempre aziende restano? Ma il Foggia è un capitale emotivo. E le domande rimangono sotto la cenere, perché il primo comandamento resta quello di salvare capre e cavoli. I perché, i percome, in una società che protegge e giustifica gli evasori totali, non trovano posto al tavolo delle trattative. Si invocano salvatori della patria. Si sparano nomi, si richiedono obblighi morali. Esposito barcolla. Detta un ultimatum: “ho bisogno di vedere le carte entro le 20, altrimenti non se ne fa nulla”, dichiara il 10 luglio. È pomeriggio e nessuno può dargli torto. Una vendita si fa con le carte. E qui non si tratta di una Vectra d’annata. È un affare da 4 milioni di euro complessivi. Mica i giambonetti del Pacinotti. Ma tutti tacciono. Tace Casillo, che allude di aver consegnato tutto il necessario. Tace il sindaco, che in un mese non è stato in grado di predisporre una commissione di periti per quantificare il danno al di fuori delle soggettività coinvolte. L’affare, ovviamente, salta. E Casillo gongola. Come ai tempi del Tribunale fallimentare di Napoli, come ai tempi della retrocessione in C1. L’inizio della fine. Quell’uomo non ha mai smesso di applicare, per l’US Foggia, il motto degli uxoricidi: “O mia o di nessun altro”. Ma Foggia, gonfia d’amore per quella maglietta, ha sempre dimenticato. O finto di farlo, tanto da tributargli, al rientro, un’accoglienza maestosa, regale. Certo, c’era la complicità di Zeman a schermare tutto. Ma c’era anche lui, su quel palco, all’Ariston. Fatto sta che la notte del 10 luglio scatta, per il Napoletano bancarottiere e fallito, un programma di protezione di tutto rispetto. La digos, per accompagnarlo nei suoi bisogni ordinari, due pattuglie della Polizia di Stato davanti al portone di casa per garantirne il sonno. Per me farebbero lo stesso? Per proteggermi dall’Ufficio delle Entrate, dico? O la protezione scatta solo da una certa cifra di debito in su? L’ultima trattativa, quella inscenata da un imprenditore genovese, fallisce miseramente in due giorni. Perché – dicono i legali – non c’è collaborazione e non si riesce a capire a quanto ammonti il buco di bilancio. Solita storia, dunque. Solita compiaciuta beffa.

A questo punto – e perdonate il sommario excursus – ai benpensanti e moralisti domando: come si ragiona, come si reagisce, quando sai di aver ragione – ragione da vendere – ma il sistema si chiude a riccio a difesa degli interessi di una cricca di speculatori e di incapaci in malafede? Ammesso che tu abbia fiducia nelle Istituzioni, a chi ti rivolgi quando ti rendi conto che la polizia sta proteggendo uno che è riuscito ad accumulare più di 2 milioni di debiti in due anni e sta per passarla liscia dopo aver affondato una società con 92 anni di storia?
Non voglio tornare sul silenzio complice degli editorialisti in gamba, degli opinionisti di razza, di quelli che snobbano il calcio, di quelli che lo ritengono oppio afghano allo stato puro e ripetono la storia dei circenses appena possono, che non hanno neppure provato a leggere dietro le righe di un ritorno che sapeva di sconquasso nel microcosmo dell’imprenditoria locale. Storie vecchie. Ma nel rumore di quel casco su quella faccia c’è tutta la rabbia e l’impotenza di un’agonia che nessuno ha voluto sbrogliare. Chi per calcolo – giusto o no, non mi interessa fare i conti in tasca a nessuno – chi per inerzia, chi per dilettantismo. Se la gente come Casillo fosse messa nelle condizioni di non nuocere, non sarebbe apparso nessun giustiziere all’orizzonte di corso Cairoli. Non ci sarebbe stato bisogno del vendicatore, che magari – ahilui! – ha pure le ore contate. E dovrà pagare, come pagano sempre quelli che non hanno tutele e ci mettono la faccia. A differenza dei marpioni da doppiofondo con la scorta e la pancia piena. Il rumore di quel casco liberatore – che, garantisco, una volta riprodotto sul filo dei telefoni fissi, di quelli mobili, delle pagine internet, ovunque ha scatenato gioia, risate e brindisi selvaggi – è l’espressione più pura della richiesta di rispetto a lungo invocata e puntualmente inevasa, in questi mesi e in questi anni. Siamo stati sfidati, insultati, oltraggiati, nell’intimo di una passione che può si sembrare futile e finanche dannosa a chi non la concepisce e non la capisce, ma che rappresenta un aspetto centrale della nostra identità. I ghigni, le risate, le veline lette dai parcheggiatori in tv, l’atteggiamento gradasso, tracotante, spocchioso, di chi non ha fatto passare giorno senza trasmettere disprezzo a chi, domenicalmente, ingrossava il suo portafogli con cifre da serie A, sono stati messi a conto. E i conti, poco alla volta, fortunatamente, si pagano. Ora, scandalizzatevi quanto volete. Per il gesto e la violenza. Ma poi, a mente fredda, sappiate anche mettere in fila il capo d’accusa per chi – casco o non casco – specula sulle passioni e riesce a farla franca.

11/07/12

Notte fonda




Io l’ho visto mio padre quando parlava del Foggia. Quando era un ragazzo. Quando aveva meno anni di me adesso. E un lavoro, una casa, una famiglia, due figli da crescere. Ho visto i suoi occhi. Secoli prima della prima in pay-tv, che per la A fu un Lazio-Foggia 0-0. Io, si. Li ho visti quegli occhi. Mobili, irrequieti. Sognanti. Innamorati. Solo gli stolti, papà, i superficiali, gli intellettuali da seghe in una bottega di barbiere, potrebbero cestinarli con una scrollata di spalle, di quelle magistrali. Di quelle che hanno imparato a fare in lustri di solitudine. Solo quella gente, da cui ci siamo sempre tenuti lontani come per sfuggire al sortilegio del benessere, potrebbe – sorridendo – irridere il tuo slancio. Fatti loro. La nostra gente è altra, e lo sappiamo. Quelli della Nord, quando ero un abbozzo di persona. Quelli che mi accudivano tutti attenti a non perdere un grammo virilità, come una famiglia di fatto. Quei mille maschi uno accanto all’altro: il geometra, il carpentiere, l’elettricista. Ognuno al proprio posto, sul cemento anonimo dei gradoni. Domenica dopo domenica. Avrei potuto tifare per la Juventus, che vinceva le Coppe che si giocavano a dicembre, di mattina presto, in Giappone. Avrei potuto tifare per il Milan, l’Inter, la Roma. Se non avessi visto gli occhi di mio padre. E quelli di mio zio, dei miei zii, di mio nonno. Se non avessi, senza saper leggere né scrivere, riconosciuto la grandezza del sogno che trasferivano al mondo.

Oggi sono stato fuori tutta la giornata. Fuori città, voglio dire. E il telefonino non smetteva di trillare. Messaggi e voci. Voci dei fratelli, di quelli della Nord, ancora una volta. Attorno avevo gli altri. Il mio gruppo, la mia ragion d’essere. Ad ogni squillo un sobbalzo. Ad ogni clic una domanda forsennata di notizie. “Pare che il Napoletano abbia occultato la debitoria”. “Pare che il nuovo acquirente si stia tirando indietro”. “Pare che i due soci del nuovo acquirente siano in realtà comparse del Napoletano”. “Pare che al Municipio stia succedendo il finimondo”. Moriamo, dicevamo tutti. Moriamo e basta, senza tirarla per le lunghe. Senza complicarci l’esistenza. La serie D, boh, non sappiamo neppure immaginarcela. La stagione all’inferno di quel poeta francese. Pare, dicono, ci sia il Grottaglie, la Fortis Trani. Pazienza. Anzi, senza Tessera, ai nostri posti. A far vedere chi siamo, cazzo! Ma ancora squilli, ancora voci. “Ci sta lasciando morire, quel pezzo di merda”. Ovvio. L’avevamo messo, nero su bianco, due anni fa. Quando i tifosi facevano tremare l’Ariston. “È venuto a vendicarsi di noi, – scrivevamo – di Foggia e dei foggiani”. Buh!, ci rispondeva la gente, volubile al sogno. Solubile ai sogni. In macchina abbiamo ripercorso la Statale 16, a ritroso, a tarda sera. Quando tutto era compiuto. “Per noi cambia poco”, ci siamo detti e ripetuti fino allo sfinimento. Un campetto di quinta serie vale quanto il “Meazza”. Servirà l’orgoglio. Lo sguardo dritto e invincibile di chi s’approccia alla piazza d’un paese come alla scala del calcio. Ci siamo fatti forza. Cambia davvero poco, per noi.

Poi, una volta a casa, a notte fonda, ho saputo. Ho saputo che papà aveva saputo. “E come ha reagito?”, ho chiesto. “Non ha detto niente – mi è stato risposto – è rimasto così, a fissare il vuoto”. Allora, e solo allora, ho sentito il dolore. Un dolore profondo, sottile, implacabile. E la rabbia. Tracimante, fertile, cupa. E il disprezzo. Totale, viscerale, senza alibi. Il disprezzo autentico. Perché non è niente. Per voi non sarà niente. Ma io li ho visti e me li ricordo, gli occhi di quel ragazzo di trent’anni che mi teneva sulle spalle mentre una ressa inenarrabile premeva per entrare. A vedere Foggia-Catanzaro. 

05/07/12

La regia occulta


“L´ultimo pensiero va ai giovani tifosi ricordando loro che Pasquale Casillo, la cui fedina penale è pulita, nel 1994 lasciò nelle casse del Foggia ben 54 miliardi di lire ed un importante patrimonio-calciatori, soldi che sono stati sperperati in pochi anni dalla curatela fallimentare, Dott. Buonomo, e dal segretario Sergio Canuti, anche per mantenere quegli stessi 20 tifosi che ancora oggi fomentano la piazza mentre allora restavano in silenzio”.(comunicato ufficiale Us Foggia) Verità assolute, inattaccabili, indiscutibili. Prese per archetipo. In città funziona così. Se fai qualcosa, bisogna capire per chi. A chi giova. E come ti ripaga. È il marchio di fabbrica massonico. L’idea che attaccare una consorteria implichi l’appartenenza alla consorteria opposta. Se dici che i Guelfi hanno ragione, allora hai un conto in banca rimpinguato dai Ghibellini. Non sei libero, qua, di non appartenere. Di estrometterti. Di pensare ai tuoi interessi. Foggia-Portogruaro, stagione del duo Porta-Pecchia, costò alle casse dei soci – vado a memoria – non meno di 7mila euro di multa. In campo, quella domenica, esplodeva una cipolla ogni quindici minuti. Una piazza stanca di umiliazioni, si disse. Col senno di poi, un’esagerazione che – presa in scala, in proporzione – adesso ci obbligherebbe a far saltare i portoni dei palazzi. Ma tralasciamo. Uno dei principali azionisti di quel Foggia dichiarò che una regia occulta pilotava la contestazione. Che un grande vecchio – stile Romanzo criminale – muoveva i fili. Voleva buttare fuori quella dirigenza in nome e per conto di altri interessi. E aggiunse che molti di quelli che contestavano erano sul libro paga della società. Un’accusa non certo nuova. Un canovaccio vecchio e sempre giovane. Ora la storia si ripete. La nostra acredine nei confronti del Napoletano è eterodossa, eterodiretta. Non siamo schietti. Prendiamo soldi da qualcuno. Apparteniamo a qualcuno. E basta la maldicenza, qualsiasi maldicenza, per far si che qualcuno ci creda. Del resto, non stiamo ascoltando quelli che stanno con le mani in mano chiedersi disperati e arrabbiati: “Che cosa fanno i gruppi organizzati? Dormono?”. No, aspettano il bonifico, verrebbe da rispondere.

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