di Lobanowski 2
Domenica 21 febbraio, Marcianise-Foggia 0-0
Può scoppiare in un attimo il sole / Tutto quanto potrebbe finire / Ma l’amore, ma l’amore no.
Il manifesto fluorescente, giallo e verde, salta agli occhi: Il Real Marcianise ha bisogno di te! La salvezza passa dal Progreditur! “Saremo in mille – promettono i dirigenti – per l’assalto al Foggia”. Del resto: “Per noi è una finale”. Qualcuno dalle parti nostre si diverte a far vibrare la stessa voce grossa: “anche noi saremo mille!”. Mìne nu lùcchele e fuitìnne. Teniamo i fili della discussione telefonica. La fronda s’apre nel plotone romano: “16 euro e 50 per il biglietto non abbiamo nessuna intenzione di cacciarli!”. Perché quello è il danno a cui, sparando cifre a tre zeri, ci si riferisce. La salvezza del Marcianise passa anche dalla felicità del cassiere. È una discussione vecchia come il mondo. Solo in gruppo la reiteriamo da due anni: Le regole sono quelle che sono, il calcio non è bene indispensabile come il pane e la salute. Se non vi va di tirar fuori i soldi, bene. Avete il dovere di arrangiarvi, purché non si accampino tesi sul diritto costituzionale ad entrare, che imbarazzano per infantilismo. “Ma fuori non vi fanno mica stare, a protestare contro la modernità”. È inutile frigare: aldilà del giusto e dello sbagliato, senza tagliando non si entra. Non siamo nel ’92. Pensateci prima. Ci pensano.
Anche i prati rinunciano ai fiori / Perché i fiori hanno perso i colori / Ma l’amore, ma l’amore no.
170km, quasi tutti in autostrada. Non un gran danno, né una levataccia. Comodi, lavati e vestiti per le 11. Un tiepido sole oltre i rigori dell’ultimo inverno. No ai Sabaudi, Pupo mercenario! Bandiere e aste finiscono in una macchina, la pezza nell’altra. Cerchiamo di stare vicini. Manca una sola persona, ma non siamo sgarbati e la lasciamo dormire il sonno del giusto. Davanti allo Zaccheria si radunano le due curve. Qualcosa ci dice che non saremo mille. Del resto, al sabato erano stati venduti cinquanta biglietti per il settore ospiti del Progreditur (“…ma che veramé si chiama così lo stadio?”). Alle 11:30 si parte. Chi c’è, c’è. In carovana su via Ascoli, il curvone, la statale. La campagna di Capitanata, la voce di Vasco Rossi, una domenica mattina che si illumina. I foggiani si conformano alle proprie superstizioni geografiche. Figli morali della transumanza, della mena delle pecore, puntano con facilità al Nord adriatico, ma hanno sempre difficoltà a considerare l’Ovest. Il West e il Far West campano. Del resto: la natura ci ha dotato di un intero pezzo di Appennini per poter ignorare quel che c’è dall’altra parte. Per poter chiudere gli occhi sui vicini. Al momento di entrare in A16, sotto la mole imponente di Candela, ci rendiamo conto di possedere un patrimonio di 14 euro, frutto di qualche sperequazione, di ardite manovre finanziarie. Vanno investiti, nel nome superiore del consumismo. Bisogna uscire dalla crisi, far girare la moneta. Sfiliamo dinanzi al chiosco dei sottolio, ignoriamo il vino. C’è la piazzola dei pullman col bar aperto. Non dovremmo dare nell’occhio se perdiamo cinque minuti per una bottiglia di Borghetti. Al volo. Del resto: potremmo accelerare nel prossimo tratto e recuperare lo svantaggio. Con somma sorpresa, invece, la sosta è collettiva. Sfila il solo Nicola, che non s’avvede, e diventa avanguardia del movimento. “Salve”, “Salve”, “Quanto viene una bottiglia di Borghetti?”, “Una bottiglia? No, non posso venderla”, “Perché?”, “Perché no, non si può”, “E allora ci fa otto Borghetti?”, “Certo”, “Me li mette in una bottiglia di plastica?”, “In una bottiglia? No, non posso ugualmente”, “E su…”, “Dovrei chiedere”, “E quanto viene un Borghetti?”, “1 e 60”, “Quanto?”. Sin dalle prime battute, la trattativa si complica. Al bancone vanno e vengono i ragazzi che ordinano un caffè, pagano ed escono a fumare. La signora s’informa telefonicamente, ma non ottiene risposte certe. Poco alla volta – lo vediamo dal vetro – i componenti della missione rientrano nei furgoni e nelle macchine. Si avviano. Tutti. Siamo di nuovo gli ultimi, e la situazione non si sblocca. Entrano due infermiere in tenuta da lavoro. “Aiuto, sto male!”. Poi, alla buonora, la signora decide di metterci a parte di un segreto: in ogni caso, non ha bottiglie piene nella stiva. Si rumoreggia e si svuota coscienziosamente l’unico esemplare sullo scaffale. Escono giusto gli otto bicchieri paventati all’inizio, come un segno. Ci meritiamo un sostanzioso sconto. Beviamo da strani contenitori di yogurt. Entriamo in autostrada.
Il grande gioco dei contatti ad incrocio. Nicola si è perso, come l’Andrea di De André. Non sa dirci se quel deserto da cui è circondato ci preceda o ci segua. I furgoni lo hanno raggiunto e superato da un po’. I cartelli indicano Avellino. “Siete davanti a noi di venti chilometri”. I romani calano con una macchina. Ci fanno sapere d’essere a Caianello. “Uscite a Caserta Sud”. Affascinante. Alcuni ruderi di castello sulla destra. Dibattito serio: perché costruire una fortezza sulla collina più bassa delle tre? Le hit sanremesi cercano d’imporsi tra le curve in altura. Le onde vanno e vengono. Se è vero che chi vince non vende e chi perde non sfonda in radio, allora come giudicare Noemi e Malika Ayane? Lo svincolo. Oltre il casello, una colonna di mezzi sulla destra. I lampeggianti della polizia di scorta. “Quanti ne siete ancora?”, “Boh”. La colonna si muove. S’inoltra nel contado. La provincia di Caserta è una delle zone paesaggisticamente più fortunate d’Italia, ma lo scempio di costruzioni basse, di lamiere e immondizia, di depositi e capannoni alternate ad ambigue case in stile, ne fanno un monito allo squallore. Abusivismo che mi ricorda La città distratta di Pascale. Marcianise è contigua a Caserta, tanto da poterne essere un quartiere. Sbuchiamo in un vicolo. Davanti si notano le manovre di parcheggio. Un faro solitario ci indica lo stadio, dietro un paio di muretti. Sono le 14:15. È tempo di ricompattarci, di passare dai controlli. I documenti non servono, stavolta, ma c’è la perquisizione personale. Respingono la jolly roger. Il resto passa. Gradini in ferro, siamo in curva, senza ombra di dubbio. Ed è anche una discreta curva. Seggiolini per diverse file a strapiombo sulla traversa. A destra, un bel muro a mezzo metro dalla linea laterale. Di fronte, dietro l’altra porta, un reticolato anonimo. Sulla sinistra, una tribunetta vagamente riempita. Nell’angolo, una trentina di supporters locali, che brillano per la pessima scelta di due bandieroni. A quanto si narra, la curva che stiamo popolando oggi è in realtà la loro. Vivono un precariato insopportabile, questi, destinati alla tribuna ad ogni accenno di tifoseria ospite. La carica dei mille non c’è. Da una parte e dall’altra.
Il dolore può farci cadere / La speranza potrebbe sparire / Ma l’amore, ma l’amore può.
Le squadre sbucano dal reticolato. Nel solo riscaldamento, sono piovuti nel settore due palloni. Le pezze a ridosso della porta. Non siamo tanti, un centinaio. La stanchezza della categoria, certo, la posizione di classifica, ma qui ci giochiamo – calcisticamente – un bel pezzo di salvezza. Il turno sembra favorevole: il Potenza va a Verona, il Pescina a Taranto, la Cavese a Ravenna. Il terreno di gioco è pesante, con zone di fanghiglia impenetrabili come selve del Sud-Est. Ci accorpiamo. Primi cori secchi e battimani. Noi siamo qua / Sempre con te / Unica fede in tutto il mondo intero. I locali intonano qualcosa. Di tanto in tanto si fermano a guardarci. Altro pallone nel settore. Il Marcianise vuole i tre punti, e attacca. I nostri si difendono. I cori sono continui, un paio anche degni di nota. Ancora quelli secchi: Forza Foggia / Vinci per noi. Qualche goliardico sfottò di routine verso i padroni di casa, e quelli si imbizzarriscono. Li vedi muoversi, scomporsi, riunirsi per cantare sfottò. Oltre ad essere pochini, sono anche piccoli d’età. Ragazzini. I più anziani si dannano l’anima. La polizia si avvicina per evitare malori. Da noi si ride per la situazione, ma il sostegno non scende di tono. Poi i tutori raggiungono anche noi. E la baraonda che ne segue è uno degli spettacoli più originali della domenica campana. I tre carabinieri si allontanano salutati da quel coro sulla disoccupazione che dona pessimi frutti. Ricambiano il saluto. Il Marcianise è quasi sempre in pressione sotto di noi, ma non tira mai in porta. E poco alla volta, si esaurisce. I nostri avanti sono spesso in fuorigioco. I locali ci indicano e ci promettono sanguinosi regolamenti di conti. Noi decidiamo di dedicare qualche minuto del nostro tempo a ricordargli che non siamo napoletani. Alla fine del tempo, lo sfottò diventa hot-club. E la versione di “Storia d’amore” accalappia l’attenzione del pubblico. Dimentico finanche di fumare. Volevo salire in cima al settore per vedere cosa s’apriva aldilà del muro. Ma tra Celentano e Pozziello, ho rimosso. Mi informa Wikipedia, che il Pozziello in questione altro non è che il bomber locale. Diviene oggetto di derisione continuata per via di uno striscione che recita: “Aaah, come gioca Pozziello!” (accanto ad uno per un tale Falco e ad un terzo che recita “Solo per la maglia”). Pozziello, ma vedi come va, Pozziello, ma vedi se ne va, Pozziello, va sulla fascia, la mette al centro e Falco fa gol!
Nella ripresa si spegne il sostegno di casa. Noi rimaniamo costanti. Il Marcianise ha mollato. Come un messaggio cifrato, il loro primo tempo. Battimani a sorpresa. Oltre un grosso agonismo dei centrocampisti, questa squadra è una banda. Fa male pensare all’1-3 patito in casa. I nostri sono troppo leggeri per la fanga, ma poco alla volta vengono fuori. Lottano, si incitano a vicenda, si caricano. Accettano lo scontro con un Marcianise che si spegne anche su quel fronte, poco alla volta, come una luce di segnalazione nella nebbia. E così vediamo i nostri diventare sempre più grandi, in scala, per la mole di lanci e calci d’angolo che rasentano il settore. Altri due palloni in the box. La Umbro vende tanto, da queste parti. Fiutiamo la vittoria, e spingiamo. Il massimo sforzo, il massimo sostegno. Un palo, che intuisco dal rumore. Una traversa, che vedo a mezzo passo. Ad un nulla dai tre punti. Niente da fare, non si vince. Ma la squadra ci viene incontro ugualmente. Merita l’applauso. Io canterò / Ti sosterrò / Ovunque andrai Us Foggia. Si svuota il settore, si passa dalla linea di minor contatto coi locali, che inveiscono. “Chiamaci tuo padre, ragazzino!”. Fuori ci suggeriscono di stare “accorti”. Ma, a parte un ratto morto, non c’è anima. Una macchina spara musica napoletana. La fila rossonera si accoda, come una processione.
Cronache schiave di Tufino
Ugolotti potrebbe svenire / Capobianco fianche morire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
Il serpentone si perde nell’ingorgo della barriera di Caserta. Volti conosciuti, soliti sospetti e perfetti sconosciuti s’alternano di fianco al finestrino. Le file procedono sconnesse, su più piani. Un carnaio. Una riccia ci sorride. Il moto perpetuo del traffico ci separa da lei. Una curva, ricomponiamo il trittico d’auto che deve accompagnare Nicola al distributore di Avella. Puntiamo per Napoli, poi ci accorgiamo dello sbaglio ed invertiamo la rotta, quando le fauci del casello già s’erano spalancate. Dietro-front, con le auto che ci sfrecciano in senso contrario. Juan e Ceska non ce la fanno, e finiscono imbottigliati. Gli altri riescono ad imboccare la Salerno-Bari. Parte l’avventura del terzo tempo. La stessa che ci porterà a Baiano e verso l’interno, lungo villaggi allineati alla statale, di cui la statale stessa è l’attrazione principale. Sperone è in piazza per una sorta di carnevale fuori tempo massimo, che fa anche da festa patronale. Quella gente si affolla sul marciapiede della chiesa. Il santo uscirà, ma senza turbare il traffico. Il distributore è nei pressi di Avella. Qualche metro più avanti e si finisce in una specie di cono di buio. Le luci di una chiesa di sguincio, un bar. Ci fermiamo, per evitare di proseguire ad oltranza fino alle Colonne d’Ercole. L’insegna del circolo Jolly. Il barista seduto da solo a vedere un film su Rai Cinema c’informa che siamo a Schiava di Tufino. Un biliardino. Non ha mai fatto un Borghetti. Pensa sia il Baileys. Vuole 2 euro. Rinunciamo con sdegno. Una serie di Peroni da accompagnare alle birre cambogiane. Fuori, un silenzio da horror. Dentro, una sfida balilla che costa una bottiglia di vetro a terra e qualche smadonnamento legittimo del titolare. Secchio e straccio. Il Televideo ci comunica che il Potenza e la Cavese hanno strappato punti fuori casa. Si mette sempre peggio, ma non demordiamo.
E Fratena potrebbe segnare / E Ricchetti tornare a fallire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
23/02/10
15/02/10
Uno su 2mila
di Lobanowski 2
Sabato 13 febbraio, Ravenna-Foggia 0-0
Parere personale – La sensazione migliore, su tutte, è la notte quando rientri. Che ti stiri i muscoli, prendi i tuoi tempi con calma, ti muovi tra la tv e la finestra in una nuvola di fumo perenne. Guardi il letto e pensi – chissà perché – che te lo sei meritato. Che te lo meriti proprio. E quando c’è da regolare la sveglia sul cellulare, scrivi 11, ed è giusto così. Senza nessun tentennamento. Neppure uno come me si sente in colpa se decide di dormire fino a tardi il giorno dopo una trasferta. In fondo, pensi, me lo merito. Il fatto che un qualsiasi emissario incaricato da un ente altrettanto qualsiasi di indagare sui tempi morti della produttività, non capirebbe affatto il perché, non cambia di una virgola le cose.
…
Un continuo tira e molla. La prima trasferta in terra ravennate ha steso un bel po’ dei nostri. La crisi, ripetono tutti, ma il concetto comincia a stonare. Il fondo cassa è in balia di altre sostanziose spese e, lungimirante, già pensa che Portogruaro sarà peggio di una trasfusione. Insistiamo per il furgone, perché il furgone ha classe. Perché il furgone canta in autostrada. Ma capitoliamo dinanzi ai dardi dell’evidenza. Ridimensioniamo il plotone. Giuseppe lucida la macchina, non c’è alternativa. Notizie sconfortanti giungono anche dal distaccamento romano. Tono minore. In cinque, si parte in cinque. Appuntamento alle 7:30 al club. Una mezz’oretta prima da noi, per una Sambuca di incoraggiamento. Nel portabagagli anche il Borghetti di Davide, che compie gli anni a mezzanotte. Nevica in Emilia e in Romagna, ripetono da una settimana. Rinvieranno ancora. Persino Ugolotti ha dichiarato che spera di non fare un viaggio a vuoto. Pezza, bandiere, aste, panini con la frittata di zucchine e crauti, salsiccia e maionese tedesca (il must di Enzo, il nuovo trend che dilaga) si accatastano nel portabagagli. All’appello un pezzo, e non ci mettiamo molto a capire che mancherà per tutto il tempo. Stendiamo un velo pietoso e raggiungiamo il luogo designato. Giusto per vedere il resto della Sud partire. E provare ad accodarci. L’autostrada è libera, la prima sosta è psicologica. Poi fiduciosamente stabilizziamo il contachilometri sui 140 all’ora. Ma invano. Gli altri ci precedono e sono sempre più piccoli, finché non li ingoia l’orizzonte. Siamo in quattro. E attorno è sabato.
C’è fiducia. Del resto la squadra ha ben figurato contro la Ternana la quale, pare evidente, non meritava di vincere allo Zaccheria. Il Conte è calmo, quasi sedato. Vorrebbe approntare una scommessa volante, ma si è seduto sulla Gazzetta che non trova e non si da pace. Così si diletta con Sport Week. Ad intervalli regolari interviene per declamare perle di nessunissimo interesse: Romario in carriera ha realizzato 102 reti, alle Olimpiadi di Vancouver non c’è nessun atleta meridionale. Cose così. Dietro stanno larghi. Due calci al pallone e un gran gol sotto la station wagon parcheggiata sul retro dell’autogrill. Altro giro di Caffè Sport. Svegli, siamo svegli. L’adesivo nuovo nel bagno. Per fare Daspo, ci vuol Borghetti. Manco a dirlo. Pescara, Ancona, Marotta-Mondolfo. Quella linea adriatica scorre senza sorprese, senza scossoni emotivi. Rimini sembra ogni volta più vicina della precedente. Non c’è neve, anche se il clima è rigido. Usciamo per imboccare la Romea. È giorno lavorativo, del resto. Possiamo rifornirci ad un supermercato vero e proprio. La Riviera romagnola, il ristorante che si chiama Amarcord, la mezza palude. Optiamo per Cervia, per Campioni, per Ciccio Graziani, per una Conad. Sono le 12:30. Quattro ore da casello a casello. Una famiglia di siciliani accetta di buon grado i buoni-spesa che otteniamo in cambio di tre Bavaria grandi a 65 cent, un paio di bottiglie d’acqua e un altro Borghetti. Due chiacchiere sulle solite cose, il lavoro, il tempo, com’era una volta. Un fioraio ha una sciarpetta bianconera al collo. Sarà cesenate, pensiamo. Un signore attempato gli chiede il prezzo di un mazzetto di fiori gialli, risponde: “Dieci euro”. A Foggia con 5 euro te ne danno tre. Il Conte mi guarda: la sciapa è della Juve. Senz’altro. Il lungomare sbuca all’improvviso. Il mare d'inverno / è un concetto che il pensiero non considera, cantava Ruggeri. Pratiche abituali, primitive: distendersi, mangiare, bere, fumare. Ma prima pisciare. Alberghi chiusi / manifesti già sbiaditi di pubblicità. Speleologi. Nei meandri delle cabine, dei baretti di legno chiusi, degli stabilimenti balneari sigillati, c’è un mondo in cellophane. Che nasconde il mare privatizzato. Oltre le casupole, chilometri di spiaggia desolata. Ci sporchiamo le scarpe (le mie, oltretutto, nuove!) di sabbia umida. Ristorati, ci dedichiamo all’osservazione del circondario. Il Conte si risolleva. Una barista si lava le mani alla fontana. Partono le prime perversioni. Fa caldo. Una telefonata dagli altri: “Dove siete?”, “Sul lungomare di Cervia”, “Mmmocc a vuje!”. Mi chiama anche Antonio, che prova il sorpresone: “Non si gioca! C’è troppo sole!”. È tempo di andare. Ma senza sottovalutare i pericoli. “Occhio, ragazzi, che davanti al settore ospiti c’è il mercatino”.
Il mare d'inverno / è solo un film in bianco e nero / visto alla tv. La statale sbuca nel bel mezzo di una specie di risaia. Anche a Ravenna un tempo c’era, il mare. Svetta il campanile che si studia a scuola. Seguiamo i cartelli. Ormai conosciamo il percorso. Il parcheggio del settore ospiti è la solita riserva di facce note. C’è un brindisi in corso. Il tempo di mettere a fuoco i nostri. Abbracci e baci. I ragazzi della Nord, quelli della Sud che non abbiamo visto all’autogrill. Equilibrismo con bandiere, bicchieri di carta, lattine di birra, zaini. Una piccola colonna marcia verso il prefiltraggio. Dalle staccionate giungono voci. Non fanno entrare le aste superiori a centoventi centimetri, non fanno accedere in curva quelli che hanno il biglietto di gradinata, non si possono trascinare vessilli con simboli e colori non conformi col nero-rosso canonico, non si può indossare il cappuccio. Solite quadriglie dell’era Osservatorio. E, come sempre, in qualche maniera, alla fine passa quasi tutto. Perché il gioco è quello di negare per legge quel che si concede per favore, in modo tale da suscitare autentica gratitudine. Cosa che, ovviamente, è lungi dal palesarsi. La jolly-roger “istiga” e non entra. Torna in macchina, senza sapere perché. Nel piazzale spunta il cranio pelato di Angioletto. Altri saluti, altri abbracci. Requisisce la sua bandiera. I tornelli sono due. Dalle fessure di sinistra si intravede uno steward. Da quelle a destra una steward, occhiali da soli, capelli legati, jeans stretti e stivali da cavallerizza. Ci mettiamo in fila a destra. E non siamo soli. Il ragazzo prova a smistare un po’ di gente dalla sua parte, ma senza successo. Così chiede il cambio alla ragazza. L’amazzone accetta e passa a sinistra. L’intera fila si sposta a sinistra. Il tipo allarga le braccia. È il nostro turno. “Inseriscilo nella fessura”, chiede la ragazza. “Se ti fa piacere”, è la risposta. È un lavoro difficile, quello della steward. “Ciao, buon divertimento”, “Ciao”. E un capannello indugia a dispiegare i vessilli proprio alle spalle della tipa. Al bar, intanto, è festa. Qualcuno, dall’esterno della grata, alza e abbassa la saracinesca. Così, per vedere andare in pezzi il sistema nervoso dell’addetto alle bibite. 2,50 una birra. Saliamo le gradinate di metallo. Il Conte e Davide finiscono in parterre, e non sanno come uscirne. Noi ci mettiamo un po’ a sistemare la pezza. Una torcia. È ora di cominciare.
Dalla transenna fanno segno di stringere, di compattarci. Mi volto a fare una panoramica, non siamo pochi. Certo, ci sono tanti emigranti sulle cui ugole non sempre si può contare. Ma le prime linee, da sinistra a destra, sembrano decise. Le squadre spuntano da un tendone circense, proprio sotto di noi. Fiato sul collo. Di fronte si agitano diverse bandierine. Proviamo il coro secco. Al terzo ciak si gira la scena. Siamo in felpa. Sventoliamo. Cantiamo. Urliamo. Il Foggia sembra poco timoroso. Abbiamo raccolto 10 euro e li abbiamo giocati sul colpaccio, a 6 di quota. Ci crediamo, come sempre. Il repertorio comincia a dipanarsi. Enzo, che insieme agli altri sta seguendo Puglia Channel, ci incita via sms: “Cantate!”, intima. Uno in maglia bianca va al tiro, largo. Uno dei loro replica poco dopo, Bindi respinge. Partita tattica, dicono. Un bicchiere si rovescia al passamano, l’asta ferisce quello dietro di me, una gomitata versa la birra del vicino, Lo sai che chi non salta è uno sbirro provoca svenimenti. È un continuo: Scusa, scusa, scusami. Un settore dall’educazione ineccepibile. Intorno al 35’ partono i primi cori goliardici. Sembra Coppa Italia, sembra calcio d’agosto. Il primo tempo si esaurisce. E ci rovesciamo al bar a vedere la serranda fare su e giù pregiudicando lo stato psichico del barista. I bagni sono tetri. Nella ripresa attacchiamo da questa parte, sotto di noi. Mi torna in mente un gol di De Angelis a Castel di Sangro, con una cavalcata stile Berti, che ad ogni passo faceva venir giù la curva di mezzo gradino. La transenna riporta alla realtà. Coro continuato, prolungato, sfinente. L’ideale per rimettersi in carreggiata. Siamo meglio del primo tempo. Anche le lande alte cominciano a farsi sedurre dal bel canto. Il Foggia rischia, poi prende coraggio. Per cinque-dieci minuti coltiviamo l’idea della vittoria. E i cori si alzano di intensità. Poi la partita torna ad assopirsi, e noi ci dedichiamo alle new entry in top ten. “Questo è per i ragazzi del furgone”, dice il presentatore. Supertelegattone. E sulle note dell’onda di Piotta, il settore attacca Shalalala, shalalalala. Il Ravenna per poco non passa, ma Bindi si riscatta. Un’altra volta, Us Foggia! Una bandiera finisce nel gorgo e tocca recuperarla con una missione al limite delle possibilità umane. Un saluto ai salernitani, gemellati di quelli di fronte, ed uno alla squadra, mentre l’arbitro fischia la fine. Undici, undici, undici leoni. Abbiamo fatto il nostro, adesso tocca a loro. Spopoliamo.
Cronache romagnole
La statale 16 si avvolge del primo buio. Poco prima di Rimini, svoltiamo per Santarcangelo. Paese di quelli da cartolina, torre di guardia, castello. In alto ci arriviamo scalando. Non c’è anima viva. Gli zaini rovesciano il contenuto su una panchina, mentre in basso il paese si distende, apparentemente vivo e finanche illuminato. Fame, adesso si. Prosciutto e melanzane sott’olio. Lievi come i Marlene Kuntz. Nella zona bassa scopriamo che questo paese si trasforma in Rotterdam. Tra le vetrine e i lounge-bar sembriamo straccioni. Questi hanno un tenore di vita che manco il Lussemburgo. Un signore ci avvicina: “Siete stati a Cesena?”. Ci ha scambiato per crotonesi. “No, a Ravenna”. Fa si con la testa, ma non ha capito un cazzo. Si intuisce a distanza. Tifa Rimini, sostiene, ma ha mollato l’anno scorso. Pensa te cosa può fare una retrocessione. “Ma come? – prova a riportarlo alla giusta dimensione Giuseppe – Ma se siete stati anche in D”; quello ghigna: “Si, vabbé… però…”, “Beh, certo – incalza il nostro esperto, che ormai ha fiutato l’antifona – voi avete anche trascorsi in A”. Quello si illunina: “Infatti, hai capito”. Saluta e va via, convinto di aver giustificato la sua diserzione. Che il Rimini non sia mai stato in A è un dettaglio. Il tempo di scoprire che qui ci è nato anche un papa, che si recupera la macchina. In radio va Roma-Palermo. Ci mancano 450 chilometri. Alla fine ne avremo fatti 2mila per guadagnarci un punto. Va bene così.
Sabato 13 febbraio, Ravenna-Foggia 0-0
Parere personale – La sensazione migliore, su tutte, è la notte quando rientri. Che ti stiri i muscoli, prendi i tuoi tempi con calma, ti muovi tra la tv e la finestra in una nuvola di fumo perenne. Guardi il letto e pensi – chissà perché – che te lo sei meritato. Che te lo meriti proprio. E quando c’è da regolare la sveglia sul cellulare, scrivi 11, ed è giusto così. Senza nessun tentennamento. Neppure uno come me si sente in colpa se decide di dormire fino a tardi il giorno dopo una trasferta. In fondo, pensi, me lo merito. Il fatto che un qualsiasi emissario incaricato da un ente altrettanto qualsiasi di indagare sui tempi morti della produttività, non capirebbe affatto il perché, non cambia di una virgola le cose.
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Un continuo tira e molla. La prima trasferta in terra ravennate ha steso un bel po’ dei nostri. La crisi, ripetono tutti, ma il concetto comincia a stonare. Il fondo cassa è in balia di altre sostanziose spese e, lungimirante, già pensa che Portogruaro sarà peggio di una trasfusione. Insistiamo per il furgone, perché il furgone ha classe. Perché il furgone canta in autostrada. Ma capitoliamo dinanzi ai dardi dell’evidenza. Ridimensioniamo il plotone. Giuseppe lucida la macchina, non c’è alternativa. Notizie sconfortanti giungono anche dal distaccamento romano. Tono minore. In cinque, si parte in cinque. Appuntamento alle 7:30 al club. Una mezz’oretta prima da noi, per una Sambuca di incoraggiamento. Nel portabagagli anche il Borghetti di Davide, che compie gli anni a mezzanotte. Nevica in Emilia e in Romagna, ripetono da una settimana. Rinvieranno ancora. Persino Ugolotti ha dichiarato che spera di non fare un viaggio a vuoto. Pezza, bandiere, aste, panini con la frittata di zucchine e crauti, salsiccia e maionese tedesca (il must di Enzo, il nuovo trend che dilaga) si accatastano nel portabagagli. All’appello un pezzo, e non ci mettiamo molto a capire che mancherà per tutto il tempo. Stendiamo un velo pietoso e raggiungiamo il luogo designato. Giusto per vedere il resto della Sud partire. E provare ad accodarci. L’autostrada è libera, la prima sosta è psicologica. Poi fiduciosamente stabilizziamo il contachilometri sui 140 all’ora. Ma invano. Gli altri ci precedono e sono sempre più piccoli, finché non li ingoia l’orizzonte. Siamo in quattro. E attorno è sabato.
C’è fiducia. Del resto la squadra ha ben figurato contro la Ternana la quale, pare evidente, non meritava di vincere allo Zaccheria. Il Conte è calmo, quasi sedato. Vorrebbe approntare una scommessa volante, ma si è seduto sulla Gazzetta che non trova e non si da pace. Così si diletta con Sport Week. Ad intervalli regolari interviene per declamare perle di nessunissimo interesse: Romario in carriera ha realizzato 102 reti, alle Olimpiadi di Vancouver non c’è nessun atleta meridionale. Cose così. Dietro stanno larghi. Due calci al pallone e un gran gol sotto la station wagon parcheggiata sul retro dell’autogrill. Altro giro di Caffè Sport. Svegli, siamo svegli. L’adesivo nuovo nel bagno. Per fare Daspo, ci vuol Borghetti. Manco a dirlo. Pescara, Ancona, Marotta-Mondolfo. Quella linea adriatica scorre senza sorprese, senza scossoni emotivi. Rimini sembra ogni volta più vicina della precedente. Non c’è neve, anche se il clima è rigido. Usciamo per imboccare la Romea. È giorno lavorativo, del resto. Possiamo rifornirci ad un supermercato vero e proprio. La Riviera romagnola, il ristorante che si chiama Amarcord, la mezza palude. Optiamo per Cervia, per Campioni, per Ciccio Graziani, per una Conad. Sono le 12:30. Quattro ore da casello a casello. Una famiglia di siciliani accetta di buon grado i buoni-spesa che otteniamo in cambio di tre Bavaria grandi a 65 cent, un paio di bottiglie d’acqua e un altro Borghetti. Due chiacchiere sulle solite cose, il lavoro, il tempo, com’era una volta. Un fioraio ha una sciarpetta bianconera al collo. Sarà cesenate, pensiamo. Un signore attempato gli chiede il prezzo di un mazzetto di fiori gialli, risponde: “Dieci euro”. A Foggia con 5 euro te ne danno tre. Il Conte mi guarda: la sciapa è della Juve. Senz’altro. Il lungomare sbuca all’improvviso. Il mare d'inverno / è un concetto che il pensiero non considera, cantava Ruggeri. Pratiche abituali, primitive: distendersi, mangiare, bere, fumare. Ma prima pisciare. Alberghi chiusi / manifesti già sbiaditi di pubblicità. Speleologi. Nei meandri delle cabine, dei baretti di legno chiusi, degli stabilimenti balneari sigillati, c’è un mondo in cellophane. Che nasconde il mare privatizzato. Oltre le casupole, chilometri di spiaggia desolata. Ci sporchiamo le scarpe (le mie, oltretutto, nuove!) di sabbia umida. Ristorati, ci dedichiamo all’osservazione del circondario. Il Conte si risolleva. Una barista si lava le mani alla fontana. Partono le prime perversioni. Fa caldo. Una telefonata dagli altri: “Dove siete?”, “Sul lungomare di Cervia”, “Mmmocc a vuje!”. Mi chiama anche Antonio, che prova il sorpresone: “Non si gioca! C’è troppo sole!”. È tempo di andare. Ma senza sottovalutare i pericoli. “Occhio, ragazzi, che davanti al settore ospiti c’è il mercatino”.
Il mare d'inverno / è solo un film in bianco e nero / visto alla tv. La statale sbuca nel bel mezzo di una specie di risaia. Anche a Ravenna un tempo c’era, il mare. Svetta il campanile che si studia a scuola. Seguiamo i cartelli. Ormai conosciamo il percorso. Il parcheggio del settore ospiti è la solita riserva di facce note. C’è un brindisi in corso. Il tempo di mettere a fuoco i nostri. Abbracci e baci. I ragazzi della Nord, quelli della Sud che non abbiamo visto all’autogrill. Equilibrismo con bandiere, bicchieri di carta, lattine di birra, zaini. Una piccola colonna marcia verso il prefiltraggio. Dalle staccionate giungono voci. Non fanno entrare le aste superiori a centoventi centimetri, non fanno accedere in curva quelli che hanno il biglietto di gradinata, non si possono trascinare vessilli con simboli e colori non conformi col nero-rosso canonico, non si può indossare il cappuccio. Solite quadriglie dell’era Osservatorio. E, come sempre, in qualche maniera, alla fine passa quasi tutto. Perché il gioco è quello di negare per legge quel che si concede per favore, in modo tale da suscitare autentica gratitudine. Cosa che, ovviamente, è lungi dal palesarsi. La jolly-roger “istiga” e non entra. Torna in macchina, senza sapere perché. Nel piazzale spunta il cranio pelato di Angioletto. Altri saluti, altri abbracci. Requisisce la sua bandiera. I tornelli sono due. Dalle fessure di sinistra si intravede uno steward. Da quelle a destra una steward, occhiali da soli, capelli legati, jeans stretti e stivali da cavallerizza. Ci mettiamo in fila a destra. E non siamo soli. Il ragazzo prova a smistare un po’ di gente dalla sua parte, ma senza successo. Così chiede il cambio alla ragazza. L’amazzone accetta e passa a sinistra. L’intera fila si sposta a sinistra. Il tipo allarga le braccia. È il nostro turno. “Inseriscilo nella fessura”, chiede la ragazza. “Se ti fa piacere”, è la risposta. È un lavoro difficile, quello della steward. “Ciao, buon divertimento”, “Ciao”. E un capannello indugia a dispiegare i vessilli proprio alle spalle della tipa. Al bar, intanto, è festa. Qualcuno, dall’esterno della grata, alza e abbassa la saracinesca. Così, per vedere andare in pezzi il sistema nervoso dell’addetto alle bibite. 2,50 una birra. Saliamo le gradinate di metallo. Il Conte e Davide finiscono in parterre, e non sanno come uscirne. Noi ci mettiamo un po’ a sistemare la pezza. Una torcia. È ora di cominciare.
Dalla transenna fanno segno di stringere, di compattarci. Mi volto a fare una panoramica, non siamo pochi. Certo, ci sono tanti emigranti sulle cui ugole non sempre si può contare. Ma le prime linee, da sinistra a destra, sembrano decise. Le squadre spuntano da un tendone circense, proprio sotto di noi. Fiato sul collo. Di fronte si agitano diverse bandierine. Proviamo il coro secco. Al terzo ciak si gira la scena. Siamo in felpa. Sventoliamo. Cantiamo. Urliamo. Il Foggia sembra poco timoroso. Abbiamo raccolto 10 euro e li abbiamo giocati sul colpaccio, a 6 di quota. Ci crediamo, come sempre. Il repertorio comincia a dipanarsi. Enzo, che insieme agli altri sta seguendo Puglia Channel, ci incita via sms: “Cantate!”, intima. Uno in maglia bianca va al tiro, largo. Uno dei loro replica poco dopo, Bindi respinge. Partita tattica, dicono. Un bicchiere si rovescia al passamano, l’asta ferisce quello dietro di me, una gomitata versa la birra del vicino, Lo sai che chi non salta è uno sbirro provoca svenimenti. È un continuo: Scusa, scusa, scusami. Un settore dall’educazione ineccepibile. Intorno al 35’ partono i primi cori goliardici. Sembra Coppa Italia, sembra calcio d’agosto. Il primo tempo si esaurisce. E ci rovesciamo al bar a vedere la serranda fare su e giù pregiudicando lo stato psichico del barista. I bagni sono tetri. Nella ripresa attacchiamo da questa parte, sotto di noi. Mi torna in mente un gol di De Angelis a Castel di Sangro, con una cavalcata stile Berti, che ad ogni passo faceva venir giù la curva di mezzo gradino. La transenna riporta alla realtà. Coro continuato, prolungato, sfinente. L’ideale per rimettersi in carreggiata. Siamo meglio del primo tempo. Anche le lande alte cominciano a farsi sedurre dal bel canto. Il Foggia rischia, poi prende coraggio. Per cinque-dieci minuti coltiviamo l’idea della vittoria. E i cori si alzano di intensità. Poi la partita torna ad assopirsi, e noi ci dedichiamo alle new entry in top ten. “Questo è per i ragazzi del furgone”, dice il presentatore. Supertelegattone. E sulle note dell’onda di Piotta, il settore attacca Shalalala, shalalalala. Il Ravenna per poco non passa, ma Bindi si riscatta. Un’altra volta, Us Foggia! Una bandiera finisce nel gorgo e tocca recuperarla con una missione al limite delle possibilità umane. Un saluto ai salernitani, gemellati di quelli di fronte, ed uno alla squadra, mentre l’arbitro fischia la fine. Undici, undici, undici leoni. Abbiamo fatto il nostro, adesso tocca a loro. Spopoliamo.
Cronache romagnole
La statale 16 si avvolge del primo buio. Poco prima di Rimini, svoltiamo per Santarcangelo. Paese di quelli da cartolina, torre di guardia, castello. In alto ci arriviamo scalando. Non c’è anima viva. Gli zaini rovesciano il contenuto su una panchina, mentre in basso il paese si distende, apparentemente vivo e finanche illuminato. Fame, adesso si. Prosciutto e melanzane sott’olio. Lievi come i Marlene Kuntz. Nella zona bassa scopriamo che questo paese si trasforma in Rotterdam. Tra le vetrine e i lounge-bar sembriamo straccioni. Questi hanno un tenore di vita che manco il Lussemburgo. Un signore ci avvicina: “Siete stati a Cesena?”. Ci ha scambiato per crotonesi. “No, a Ravenna”. Fa si con la testa, ma non ha capito un cazzo. Si intuisce a distanza. Tifa Rimini, sostiene, ma ha mollato l’anno scorso. Pensa te cosa può fare una retrocessione. “Ma come? – prova a riportarlo alla giusta dimensione Giuseppe – Ma se siete stati anche in D”; quello ghigna: “Si, vabbé… però…”, “Beh, certo – incalza il nostro esperto, che ormai ha fiutato l’antifona – voi avete anche trascorsi in A”. Quello si illunina: “Infatti, hai capito”. Saluta e va via, convinto di aver giustificato la sua diserzione. Che il Rimini non sia mai stato in A è un dettaglio. Il tempo di scoprire che qui ci è nato anche un papa, che si recupera la macchina. In radio va Roma-Palermo. Ci mancano 450 chilometri. Alla fine ne avremo fatti 2mila per guadagnarci un punto. Va bene così.
02/02/10
La ritirata di Russi
di Lobanowski 2
lunedì 1 febbraio, Ravenna-Foggia (rinviata)
Cisco adocchia la cartina poi dice, no: Stiamo andando a fanculo! (883, Rotta per casa di dio)
Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie rosse. Enzo gli sussurra: “Oh! Oh! Oh!” col megafono, come una specie di mantra fastidioso. Giuseppe tira sul prezzo. Quasi 30 euro per 500 chilometri di autostrada non si pagano a cuor leggero. Apro il finestrino e il vento gelido riempie l’abitacolo. Adesso dietro sono tutti svegli. Stiamo uscendo a Faenza e non sono ancora le 16 e 30. Mezz’ora d’anticipo sulla tabella di marcia. Si stiracchiano i muscoli, ci approssimiamo all’evento, che prima della partita – e ben oltre questa – si chiama reunion. Valerio e Angioletto ci hanno chiamato poco fa. Sono in stazione. Gli altri, i romani, li danno tra Perugia e Cesena. La neve a cumuli occupa la visuale ai bordi della carreggiata. Giuseppe cede e sta pagando. Il cellulare comincia a dimenarsi sul cruscotto. È Antonio. Rispondo sereno. Del resto c’è un tiepido sole e non abbiamo trovato intasamenti, abbiamo accantonato i dubbi della vigilia e le profezie dei gufi d’appartamento. La voce dall’altra parte sta chiedendo: “Dove siete?”, rispondo placido: “Al casello di Faenza”. Il tono si fa cupo e imperativo: “Fermatevi!”. Un interrogativo preoccupato mi si dipinge in faccia. Gli altri non possono vedermi, né intuiscono. “Oh! Oh! Oh!”. “Perché, Antò?”. E la risposta spazza con una raffica di realismo i banchi di speranza mal riposta: “Si va verso il rinvio”, “Cosa? E perché?”, “Non è ancora ufficiale, ma c’è la commissione in campo e pare che siano orientati a spostarla al 14”. Il mio dev’essere un ottimo silenzio prolungato. “Comunque fermatevi, vi chiamo io appena so qualcosa”. Clic. Fermatevi. Ma noi eravamo già fermi. Volevamo fermarci. Avevamo anche adocchiato il punto di ristoro: la Casa del Popolo di via Donati, traversa di via Oberdan. Dobbiamo riunirci e bere il Borghetti che ci siamo portati da casa, dare due calci al pallone, sudare, mettere le basi per una solida influenza e mangiare i panini. E scaldare i cori. Non chiedevamo altro che fermarci. La sbarra biancorossa si alza, passiamo lentamente. Mi giro e comunico la triste nuova: “La rinviano”. Ke-ghé?
Rewind. Faenza è stata scelta all’inizio della settimana. Una settimana lunga più di ogni altra. Una settimana di vigilia. Del resto: sono venti giorni – da quando Rai Sat ha comunicato d’aver scelto Ravenna-Foggia per il posticipo del lunedì sera – che giriamo attorno all’idea di questo viaggio. Abbiamo fatto tutto per bene, stavolta. Il furgone, le telefonate, le mezze giornate di permesso e malattia dal lavoro. La lobby dei disoccupati cronici ha preteso e ottenuto una partenza anticipata. Alle 10. Una fibrillazione al ribasso che per poco non ha imposto lo start all’alba. Poi le immagini della neve, copiosa, a traboccare da ogni schermo televisivo lungo l’intera domenica di disimpegno. E la ridda di voci e conclusioni. Tutti a consultare il meteo. Su Ravenna è previsto sole. Certo, la temperatura potrebbe scendere a 4 gradi sotto zero, la strada è satura di ghiaccio, potrebbero volerci le catene. Ma non dovremmo rischiare. Abbiamo finanche trovato un sito con tanto di webcam piazzata su Piazza del Popolo. Si vede l’asfalto lucido e il cielo bianco, ma non ci sono precipitazioni in corso. Ci sono signori che passeggiano e pattuglie del 113. A sera, qualche passante sotto i portici. Ravenna non sembra Las Vegas, ma neppure Helsinki. E la webcam fa più audience di Don Matteo. Il pullman del Foggia è rimasto cinque ore intrappolato tra Fano e Rimini. “Ma c’era un camion di traverso”. Niente a che vedere con la neve. Si gioca, si gioca sicuro. Allora bandiere e pezze, zaini e vettovaglie finiscono nel bagagliaio. E con una sola mezz’ora di ritardo – a oggi un record! – usciamo dalla città e imbocchiamo la circonvallazione. Dopo il casello parte la compilation: Aeroplano che te ne vai. In alto le mani. Fuori la voce.
A Vasto si sosta per la prima volta. Spunta il pallone. C’è ottimismo. Non che la partita conti tanto in se per sé. Certo, ci giungono sms che aggiornano sulla spesa che l’Uesse sta effettuando al mercato di riparazione. Qualche commento ci scappa. Ma la vera adrenalina è quella che deriva dall’immaginarci lì, sulle tribune di ferraglia, coi riflettori accesi, a cantare a squarciagola, a sventolare le nostre bandiere. E il freddo glaciale, così come la posizione in classifica e le scarse possibilità di fare risultato, non fanno che acuire la voglia d’essere lì. Danilo spara sopra la traversa dell’autolavaggio e la palla si perde nelle vigne. Poi è di nuovo mezzeria. Ancona, il Conero, e le prime fiancate innevate seriamente. “Qua l’ha fatta proprio”, sentenzia Giuliacci. Gli alberi sono scheletri bianchi e neri. A Pesaro scatta la battaglia. “Oh, bambini… adesso ci fermiamo. Ma non fate che appena scendete vi fiondate sulla neve. Non facciamo come se non l’avessimo mai vista, la neve”. Lo scontro è feroce, ma si limita a qualche scambio. La Scocca sentenzia: “Uagliù, evolvetevi!”. E il suo è più un grido disperato contro la corruzione dei costumi che un semplice, bonario rimbrotto. Rimini ci scorre accanto. Non c’è ombra di rallentamento. Autostrada deserta al confine del mare, sento il cuore più forte di questo motore. Gli ultimi chilometri volano. Cesena, Forlì, Faenza. Il casello. Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie. Ma questo l’abbiamo già detto. Ma quanta strada per rivederti ancora…
Non diamoci per vinti, manca accora l’ufficialità. Gli altri, che sono partiti ad un orario meno folle del nostro (e comunque prestissimo), sono circa cento chilometri dietro. Li abbiamo sentiti un’oretta fa. Li abbiamo finanche rassicurati sul tragitto che avrebbero trovato. Adesso ci dicono che ci sono poche speranze di vederla, la partita. Il nove posti sembra vagare tra rotonde e viali alberati. Per qualche minuto si perde anche in centro. E nessuno sembra conoscere via Oberdan. Seguiamo le indicazioni per il campo sportivo, quasi come la scia di una cometa. Il parcheggio ghiacciato della tribuna. Con la speranza ridotta ai minimi termini. Via Donati è la seconda a destra. Abbiamo recuperato i due emiliani d’adozione. Uno sciame pensoso attraversa la strada principale, si incunea nei viottoli. Case basse. Nessuna Casa, nessun Popolo. Un vecchio ci garantisce che abita lì da quindici anni e non ne ha mai visto una. Eppure su Google ci sono addirittura le foto: un ampio porticato, tipo oratorio. Ma quello dice no no e noi non abbiamo nessun portatile, nessuna chiavetta usb, nessuna connessione wireless. Solo un liso pallone a pentagoni tradizionali che slitta sul ghiaccio, come una coperta di Linus. Ultimo brandello della nostra fiducia. Chiamiamo un secondo gruppo nella speranza che possano, chissà come, comunicarci un contrordine, o che non sappiano nulla di nulla e ci contagino con la loro spensieratezza. “Noi? Abbiamo fatto inversione a San Benedetto. Stiamo tornando indietro”. Lo stesso i romani. È ufficiale, dunque. Non c’è neppure bisogno di leggere l’sms che fa vibrare il cellulare. Avanguardia perduta nella neve nel bel mezzo dell’assalto che si pensava vincente. Fossimo partiti all’una, avessimo aspettato Mattia all’uscita del cantiere… Invece: “Presto! Partiamo presto!”, abbiamo ripetuto per quindici giorni. E adesso siamo qui. Macchine ferme, uno stadio innevato, un parcheggio gelato, il Borghetti quasi finito. E una luce come di locanda, una taverna di Betlemme. Circolo bocciofilo per pensionati A.Pancrazi. Servono Segafredo, garantisce l’insegna. Sostiamo pensosi. Tornare a Foggia adesso non esiste. Per il denaro speso, certo, ma anche perché comunque siamo in dodici. Un buon numero per passare una serata a 500 chilometri da casa. E poi a noi di questa partitella continua a non fregarcene un cazzo. Giuseppe si appropinqua. La Scocca entra deciso. La barista esce e ci invita ad entrare: “Dai, per una bevuta non c’è problema!”. Tepore. Tavoli, bancone, anziani. E la sfida. Spartak Faenza vs Dinamo Fidenza. “Voi chi siete?”, “I tifosi ospiti”. Dai Fidenza dai, non mollare mai.
Il resto è un carsico dibattito sugli esiti, un tuffo nelle strade provinciali, l’ingresso a Ravenna col buio, anche se sono ancora le sei. L’indicazione per il settore, le camionette dei carabinieri. “Che cercate?”, “La partita”, “Quale partita?”, “Non c’è una partita?”, “No che non c’è… non vi hanno detto niente?”, “No, mannaggia, e adesso?”, “Siete tutti di Foggia?”, “Si”, “Foggia-Foggia”, “Si”, “Nessuno di San Severo?”, “No”, “Io sono di Severo”, “Noi no”, “Ci avevano detto che i gruppi organizzati erano stati tutti avvisati”, “Ma noi non siamo organizzati”, “Siete nove?”, in dodici rispondono: “Si”. Insomma, questo è il settore. Qua dovevamo arrivare. Qua siamo arrivati. E c’è ancora un resto del resto. Un’appendice di serata che parla di improvvisate e fraintendimenti pericolosi, di recriminazioni, chiacchiere e movimento, di Jegermeister col ghiaccio e saluti alla prossima; di piazze larghe, razionaliste e vuote. Di panini e bottiglioni di vino infranti. Di retromarce azzardate e di stazioni coi bagni chiusi. Di treni per Rimini che partono alle 21:54 e altri saluti, altri abbracci, altri alla prossima. In 57 secondi netti la seconda e la terza fila del furgone piombano in un sonno più simile alla paralisi e alla morte. Tranne Daniele, dormono tutti già al porto fluviale. A Lello cominciano ad accendersi spie sul cruscotto della salute. “Ti senti stanco, Giusé, vuoi che guidi io?”. No, no, è tutto a posto.
lunedì 1 febbraio, Ravenna-Foggia (rinviata)
Cisco adocchia la cartina poi dice, no: Stiamo andando a fanculo! (883, Rotta per casa di dio)
Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie rosse. Enzo gli sussurra: “Oh! Oh! Oh!” col megafono, come una specie di mantra fastidioso. Giuseppe tira sul prezzo. Quasi 30 euro per 500 chilometri di autostrada non si pagano a cuor leggero. Apro il finestrino e il vento gelido riempie l’abitacolo. Adesso dietro sono tutti svegli. Stiamo uscendo a Faenza e non sono ancora le 16 e 30. Mezz’ora d’anticipo sulla tabella di marcia. Si stiracchiano i muscoli, ci approssimiamo all’evento, che prima della partita – e ben oltre questa – si chiama reunion. Valerio e Angioletto ci hanno chiamato poco fa. Sono in stazione. Gli altri, i romani, li danno tra Perugia e Cesena. La neve a cumuli occupa la visuale ai bordi della carreggiata. Giuseppe cede e sta pagando. Il cellulare comincia a dimenarsi sul cruscotto. È Antonio. Rispondo sereno. Del resto c’è un tiepido sole e non abbiamo trovato intasamenti, abbiamo accantonato i dubbi della vigilia e le profezie dei gufi d’appartamento. La voce dall’altra parte sta chiedendo: “Dove siete?”, rispondo placido: “Al casello di Faenza”. Il tono si fa cupo e imperativo: “Fermatevi!”. Un interrogativo preoccupato mi si dipinge in faccia. Gli altri non possono vedermi, né intuiscono. “Oh! Oh! Oh!”. “Perché, Antò?”. E la risposta spazza con una raffica di realismo i banchi di speranza mal riposta: “Si va verso il rinvio”, “Cosa? E perché?”, “Non è ancora ufficiale, ma c’è la commissione in campo e pare che siano orientati a spostarla al 14”. Il mio dev’essere un ottimo silenzio prolungato. “Comunque fermatevi, vi chiamo io appena so qualcosa”. Clic. Fermatevi. Ma noi eravamo già fermi. Volevamo fermarci. Avevamo anche adocchiato il punto di ristoro: la Casa del Popolo di via Donati, traversa di via Oberdan. Dobbiamo riunirci e bere il Borghetti che ci siamo portati da casa, dare due calci al pallone, sudare, mettere le basi per una solida influenza e mangiare i panini. E scaldare i cori. Non chiedevamo altro che fermarci. La sbarra biancorossa si alza, passiamo lentamente. Mi giro e comunico la triste nuova: “La rinviano”. Ke-ghé?
Rewind. Faenza è stata scelta all’inizio della settimana. Una settimana lunga più di ogni altra. Una settimana di vigilia. Del resto: sono venti giorni – da quando Rai Sat ha comunicato d’aver scelto Ravenna-Foggia per il posticipo del lunedì sera – che giriamo attorno all’idea di questo viaggio. Abbiamo fatto tutto per bene, stavolta. Il furgone, le telefonate, le mezze giornate di permesso e malattia dal lavoro. La lobby dei disoccupati cronici ha preteso e ottenuto una partenza anticipata. Alle 10. Una fibrillazione al ribasso che per poco non ha imposto lo start all’alba. Poi le immagini della neve, copiosa, a traboccare da ogni schermo televisivo lungo l’intera domenica di disimpegno. E la ridda di voci e conclusioni. Tutti a consultare il meteo. Su Ravenna è previsto sole. Certo, la temperatura potrebbe scendere a 4 gradi sotto zero, la strada è satura di ghiaccio, potrebbero volerci le catene. Ma non dovremmo rischiare. Abbiamo finanche trovato un sito con tanto di webcam piazzata su Piazza del Popolo. Si vede l’asfalto lucido e il cielo bianco, ma non ci sono precipitazioni in corso. Ci sono signori che passeggiano e pattuglie del 113. A sera, qualche passante sotto i portici. Ravenna non sembra Las Vegas, ma neppure Helsinki. E la webcam fa più audience di Don Matteo. Il pullman del Foggia è rimasto cinque ore intrappolato tra Fano e Rimini. “Ma c’era un camion di traverso”. Niente a che vedere con la neve. Si gioca, si gioca sicuro. Allora bandiere e pezze, zaini e vettovaglie finiscono nel bagagliaio. E con una sola mezz’ora di ritardo – a oggi un record! – usciamo dalla città e imbocchiamo la circonvallazione. Dopo il casello parte la compilation: Aeroplano che te ne vai. In alto le mani. Fuori la voce.
A Vasto si sosta per la prima volta. Spunta il pallone. C’è ottimismo. Non che la partita conti tanto in se per sé. Certo, ci giungono sms che aggiornano sulla spesa che l’Uesse sta effettuando al mercato di riparazione. Qualche commento ci scappa. Ma la vera adrenalina è quella che deriva dall’immaginarci lì, sulle tribune di ferraglia, coi riflettori accesi, a cantare a squarciagola, a sventolare le nostre bandiere. E il freddo glaciale, così come la posizione in classifica e le scarse possibilità di fare risultato, non fanno che acuire la voglia d’essere lì. Danilo spara sopra la traversa dell’autolavaggio e la palla si perde nelle vigne. Poi è di nuovo mezzeria. Ancona, il Conero, e le prime fiancate innevate seriamente. “Qua l’ha fatta proprio”, sentenzia Giuliacci. Gli alberi sono scheletri bianchi e neri. A Pesaro scatta la battaglia. “Oh, bambini… adesso ci fermiamo. Ma non fate che appena scendete vi fiondate sulla neve. Non facciamo come se non l’avessimo mai vista, la neve”. Lo scontro è feroce, ma si limita a qualche scambio. La Scocca sentenzia: “Uagliù, evolvetevi!”. E il suo è più un grido disperato contro la corruzione dei costumi che un semplice, bonario rimbrotto. Rimini ci scorre accanto. Non c’è ombra di rallentamento. Autostrada deserta al confine del mare, sento il cuore più forte di questo motore. Gli ultimi chilometri volano. Cesena, Forlì, Faenza. Il casello. Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie. Ma questo l’abbiamo già detto. Ma quanta strada per rivederti ancora…
Non diamoci per vinti, manca accora l’ufficialità. Gli altri, che sono partiti ad un orario meno folle del nostro (e comunque prestissimo), sono circa cento chilometri dietro. Li abbiamo sentiti un’oretta fa. Li abbiamo finanche rassicurati sul tragitto che avrebbero trovato. Adesso ci dicono che ci sono poche speranze di vederla, la partita. Il nove posti sembra vagare tra rotonde e viali alberati. Per qualche minuto si perde anche in centro. E nessuno sembra conoscere via Oberdan. Seguiamo le indicazioni per il campo sportivo, quasi come la scia di una cometa. Il parcheggio ghiacciato della tribuna. Con la speranza ridotta ai minimi termini. Via Donati è la seconda a destra. Abbiamo recuperato i due emiliani d’adozione. Uno sciame pensoso attraversa la strada principale, si incunea nei viottoli. Case basse. Nessuna Casa, nessun Popolo. Un vecchio ci garantisce che abita lì da quindici anni e non ne ha mai visto una. Eppure su Google ci sono addirittura le foto: un ampio porticato, tipo oratorio. Ma quello dice no no e noi non abbiamo nessun portatile, nessuna chiavetta usb, nessuna connessione wireless. Solo un liso pallone a pentagoni tradizionali che slitta sul ghiaccio, come una coperta di Linus. Ultimo brandello della nostra fiducia. Chiamiamo un secondo gruppo nella speranza che possano, chissà come, comunicarci un contrordine, o che non sappiano nulla di nulla e ci contagino con la loro spensieratezza. “Noi? Abbiamo fatto inversione a San Benedetto. Stiamo tornando indietro”. Lo stesso i romani. È ufficiale, dunque. Non c’è neppure bisogno di leggere l’sms che fa vibrare il cellulare. Avanguardia perduta nella neve nel bel mezzo dell’assalto che si pensava vincente. Fossimo partiti all’una, avessimo aspettato Mattia all’uscita del cantiere… Invece: “Presto! Partiamo presto!”, abbiamo ripetuto per quindici giorni. E adesso siamo qui. Macchine ferme, uno stadio innevato, un parcheggio gelato, il Borghetti quasi finito. E una luce come di locanda, una taverna di Betlemme. Circolo bocciofilo per pensionati A.Pancrazi. Servono Segafredo, garantisce l’insegna. Sostiamo pensosi. Tornare a Foggia adesso non esiste. Per il denaro speso, certo, ma anche perché comunque siamo in dodici. Un buon numero per passare una serata a 500 chilometri da casa. E poi a noi di questa partitella continua a non fregarcene un cazzo. Giuseppe si appropinqua. La Scocca entra deciso. La barista esce e ci invita ad entrare: “Dai, per una bevuta non c’è problema!”. Tepore. Tavoli, bancone, anziani. E la sfida. Spartak Faenza vs Dinamo Fidenza. “Voi chi siete?”, “I tifosi ospiti”. Dai Fidenza dai, non mollare mai.
Il resto è un carsico dibattito sugli esiti, un tuffo nelle strade provinciali, l’ingresso a Ravenna col buio, anche se sono ancora le sei. L’indicazione per il settore, le camionette dei carabinieri. “Che cercate?”, “La partita”, “Quale partita?”, “Non c’è una partita?”, “No che non c’è… non vi hanno detto niente?”, “No, mannaggia, e adesso?”, “Siete tutti di Foggia?”, “Si”, “Foggia-Foggia”, “Si”, “Nessuno di San Severo?”, “No”, “Io sono di Severo”, “Noi no”, “Ci avevano detto che i gruppi organizzati erano stati tutti avvisati”, “Ma noi non siamo organizzati”, “Siete nove?”, in dodici rispondono: “Si”. Insomma, questo è il settore. Qua dovevamo arrivare. Qua siamo arrivati. E c’è ancora un resto del resto. Un’appendice di serata che parla di improvvisate e fraintendimenti pericolosi, di recriminazioni, chiacchiere e movimento, di Jegermeister col ghiaccio e saluti alla prossima; di piazze larghe, razionaliste e vuote. Di panini e bottiglioni di vino infranti. Di retromarce azzardate e di stazioni coi bagni chiusi. Di treni per Rimini che partono alle 21:54 e altri saluti, altri abbracci, altri alla prossima. In 57 secondi netti la seconda e la terza fila del furgone piombano in un sonno più simile alla paralisi e alla morte. Tranne Daniele, dormono tutti già al porto fluviale. A Lello cominciano ad accendersi spie sul cruscotto della salute. “Ti senti stanco, Giusé, vuoi che guidi io?”. No, no, è tutto a posto.
12/01/10
La favola di G. e N.
di Lobanowski 2
Domenica 10 gennaio, Giulianova-Foggia 1-2
La chiave piccola che gira nella toppa. La saracinesca che si solleva con malagrazia. oooooOOOOOO. L’odore bianco che fa bruciare gli occhi. OOOOlllé! Eccole! Tra il tavolaccio da falegname aperto sui cavalletti e le corde tese come la pubblicità del Sole Lavatrice. Le bandierine. Il frutto del lavoro indefesso di un ordinario sabato di follia. Da quando quei due sono andati a chiedere il costo delle vernici acriliche, da quando la sarta ha smembrato e nuovamente assemblato il bandierone fallato, da quando i solerti amanuensi hanno preso ad intagliare il cartone, da quando i messaggeri son tornati coi 2 cm di diametro (che non sono la circonferenza), sono passate meno di 24 ore. Abbiamo finito all’una, col pasticcio dell’inguacchio, coi ricordi del Bhg e lo sventolio nottambulo. Ora è giorno. Si può ammirare il frutto del sacrificio: da lontano, da vicinissimo. Prove generali a centro strada. Un tizio dal Cocozza urla: “Trovatevi un lavoro!”, un secondo si ferma e chiede: “Andate a Giulianova?”, “No, ce la vediamo qua in televisione”. Un terzo si sofferma: “Gridate anche per me”. Non sappiamo perché, rispondiamo si si. L’entusiasmo di questa città si taglia a fette. Basta vedere gli autisti che salutano svogliatamente. È deciso: statale fino a Termoli, poi usciamo a fare metano.
Nicola, si sa, per il metano ha un debole che sfocia pubblicamente nella dipendenza. Senza il metano si incupisce, si imbroncia, smadonna soliloqui, costringe la sua figura a sigillarsi nell’abitacolo – posto di guida – e sgrana rosari di mute maledizioni. Quando, al contrario, vede in lontananza – o anche solo sulla cartina o sulle guide in Google Maps – un distributore, il suo volto si spalanca come il sipario di Natale in casa Cupiello. Si rasserena come un pupo. Dev’essere qualcosa di esistenziale. Col metano pasteggia, festeggia. Si fa di metano, il pilota della macchina n.2. E nel suo veicolo è proibito fumare. Ergo: la situazione è già tesissima a via Fioritto. Dei mostri in crisi d’astinenza si approssimano ai nostri finestrini come affamati ai forni durante la peste. Ai lati della statale per San Severo, le prostitute nigeriane. È una giornata poco rigida, per essere gennaio. Spunta finanche il sole. Chiacchiere da bar sport, e neanche tante. Le bandiere. Tutta la nostra concentrazione è sulle bandiere. L’autostrada è semideserta, anche se potrebbe fare di più. Siamo in orario, più o meno, o forse no, non conta. L’autogrill. Il piazzale invoglia, e stavolta c’abbiamo il pallone. Il gioco è fluido sulle fasce e i registi tendono ad allargare il raggio d’azione finché non copre l’intero parcheggio. Finché il Conte, per recuperare un lancio di cinquanta metri, non rischia d’emulare Verdone. Un sacco bello. Qualcuno mette fretta: “Guardate che ci vuole ancora un’ora di strada”. Allora chiudiamo col calcio e cominciamo un rudimentale rugby, che si conclude con la meta da incorniciare del maniaco in tuta, che esulta e quasi si denuda, davanti agli occhi di tanti ignari passanti che sono costretti a bendare i propri pargoli per evitargli shock di difficile assorbimento.
Ci vuole un’ora, effettivamente. I casellanti incrociano le braccia, i vi-i vi-i vigili ci catturano. Giulianova, vialetto d’accesso al Rubens Fadini. Ore 14:18. Siamo in clamoroso anticipo. Una fila festante e scomposta si trasmette l’informazione che quelli – gli stiu-stiu-steward giuliesi – non lasciano passare i clandestini senza documenti. I saggi giocano a rimproverare gli sbadati: “Checcà… eppure lo sapete!”. L’omino Michelin in gruppo, il maniaco col vino, il metanomane in attesa: “Uagliù, datele tutte a me le bandiere”. Svelti, che si entra. Un coro dall’interno. Magliette giallorosse e bianche. Stanno giocando. Solita routine iniziale: trovare un posto in corrispondenza col lanciacori della nostra curva, accorparci. In alto a destra fa il richiamo della foresta Antonio, che è arrivato da Chieti e da due giorni è diventato un bambino indaco. La sua luccicanza illumina Federica, Mariangela e un tesissimo zio Franco, che vive la sfida abruzzese come un playout anticipato. Primo battimani corale. E le bandiere vedono la luce. Mattia scopre che di lato al settore c’è una vetrata che ci riflette. E quei pochi che ancora avevano dubbi su dove guardare, li sciolgono. Enzo si trasforma in Garrison, o nella maestra di Billy Elliot: dirige dallo specchio, più vero del vero. L’inizio è buono. Poi segna il Giulianova. Ma non cambia granché. Il pari del Foggia, l’X2 sulla bolletta senza coraggio. A quanto pare i nostri se la giocano, anche con un minimo d’intraprendenza. Passano anche in vantaggio. I duecento nel settore si scompongono in una lunga esultanza, ignari del vociare dei più accorti che ripetono: “L’hanno annullato, l’hanno annullato”. Sarà difficile, penso, a bocce ferme aggiornare il parziale. Il primo tempo si chiude con Bindi che si lascia sfuggire un pallone e con quest’ultimo che batte strafottente sulla traversa, ed un tale che chiede al prete a bordo campo una benedizione speciale per gli undici: “Padre! Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno”.
La ripresa è, come sempre, migliore del primo tempo. Pochi cori secchi, però diversi intermezzi melodici prolungati. Andiamo bene, i tre vessilli non cessano di sventolare, e la jolly roger sembra leggera come una piuma d’oca. Burzigotti, imbizzarritosi, batte una punizione da trenta metri. Così, tesa e potente. Io me la perdo, ma sento il boato. In tempo per vedere che la palla è sulla linea di porta e un tale, che scoprirò essere Ferrari, la sta buttando dentro di testa. E parte la gara di tuffi. In vantaggio a Giulianova. Buono. Ottimo viatico per l’anno solare dei Novanta. Un fuggi-fuggi, un parapiglia, lì, sulla destra. Sono certo d’aver visto male, ma uno dei nostri – un tizio che scoprirò essere Ferrari – ha sferrato un pugno a uno dei loro. Ma un pugno vero, serio, non quelle scaramucce senza senso delle categorie superiori, dove poi tutti fanno scena, il pubblico sbraita e per ore ci si chiede se è razzismo. No, un diritto serio. Pare sia un bomber, questo Ferrari. Tutti dicevano “scuola Samp”, ad agosto. Non ha ancora segnato un gol. Anche quello di prima è stato assegnato al Burzigotti imbizzarrito. Però il pugno è stato bello. Anzi, dicono che quello che ho visto io sia stato il secondo. Esce tra gli insulti dei giuliesi. Passa accanto a noi. Uno gli si avvicina: “Ferrà, vafammocc a mammt pur tu!”. Effettivamente, dopo il caso-Salgado di Ferrara, questi si sono di nuovo complicati la vita da soli. Il sole tramonta e quel che segue è assedio, normalissimo assedio. I nostri, senza arte né parte, si difendono. Sventolo e canto con soddisfazione: mi piacciono le squadre così, dai. Gli ultimi dieci minuti sono adrenalinici, accompagnati da cori alti che però si destrutturano al secondo giro. Eco su eco, ma va bene. Cinque di recupero, un paio di orrende mischie in area nostra, poi le braccia in alto. Corsari, per la seconda volta dopo Reggio. Certo, c’è pure Andria, ma non c’eravamo e non vale. La squadra prova a venirci incontro: “Meritiamo di più” e “Il Foggia siamo noi” le uniche risposte possibili. Zio Franco cala dalle alture a mille. Lo schiatteremo in quel posto a qualcuno. Anche se non ho capito con precisione a chi si riferisca, dico di si.
Cronache dall’alto
Si che ho capito, devo abbandonare il settore. Fuori, saluti e baci e auguri di buon anno. Guido si fa sgamare mentre al telefono dice: “…non tanto dal punto di vista del gioco”. Viene giustamente deriso fino al commiato. Avanziamo una sfida a calcetto cinque contro cinque dall’autogrill dell’andata. Al calore dell’ennesimo distributore di metano, ne parliamo. Una piazza di paese. Scegliamo un paese a caso e andiamo a giocare a pallone per strada. Al bar c’è quella luce e quel tepore da domenica di viaggio. Bellissimo. Ancor più bello quel che segue. Un signore col figlio ci avvicina: “Siete di Foggia? Cosa posso offrirvi?”. E, a prescindere dal fatto che le due risposte, se concatenate, danno un unico risultato, la storia che ci racconta è emozionante. È di Macerata e non vedeva il Foggia da 41 anni. E ci teneva a dirci che siamo bellissimi, colorati, di un’altra categoria. Che per gente come noi la serie A non è mai passata. Una lacrima cade nel Borghetti. Termoli, anzi no… Campomarino, il belvedere di Campomarino. La scelta offende Mattia, che per vendetta comincia a girare il coltello nella ferita sanguinante di Lello, che ha perso 700 euro per il pari del Lanciano a Verona. Ci vuole un’ora, dice, e gli passa la fame. “Meglio, no? Non hai neanche un panino”. Girano voci allusive sul bar della piazza. Il freddo è quasi vero, il paesino finanche gradevole. “Abbiamo già parlato di…?”, “Si, si”. E alcuni suggerimenti autoerotici sfiorano 90° minuto. Il belvedere è inadatto ad ospitare il big match. Al primo cross rischieremmo di diventare nove. E così, basta il pensiero. E al bar – di cui la leggenda aveva amplificato il mito – è toccato il compito di lenire il dolore.
Domenica 10 gennaio, Giulianova-Foggia 1-2
La chiave piccola che gira nella toppa. La saracinesca che si solleva con malagrazia. oooooOOOOOO. L’odore bianco che fa bruciare gli occhi. OOOOlllé! Eccole! Tra il tavolaccio da falegname aperto sui cavalletti e le corde tese come la pubblicità del Sole Lavatrice. Le bandierine. Il frutto del lavoro indefesso di un ordinario sabato di follia. Da quando quei due sono andati a chiedere il costo delle vernici acriliche, da quando la sarta ha smembrato e nuovamente assemblato il bandierone fallato, da quando i solerti amanuensi hanno preso ad intagliare il cartone, da quando i messaggeri son tornati coi 2 cm di diametro (che non sono la circonferenza), sono passate meno di 24 ore. Abbiamo finito all’una, col pasticcio dell’inguacchio, coi ricordi del Bhg e lo sventolio nottambulo. Ora è giorno. Si può ammirare il frutto del sacrificio: da lontano, da vicinissimo. Prove generali a centro strada. Un tizio dal Cocozza urla: “Trovatevi un lavoro!”, un secondo si ferma e chiede: “Andate a Giulianova?”, “No, ce la vediamo qua in televisione”. Un terzo si sofferma: “Gridate anche per me”. Non sappiamo perché, rispondiamo si si. L’entusiasmo di questa città si taglia a fette. Basta vedere gli autisti che salutano svogliatamente. È deciso: statale fino a Termoli, poi usciamo a fare metano.
Nicola, si sa, per il metano ha un debole che sfocia pubblicamente nella dipendenza. Senza il metano si incupisce, si imbroncia, smadonna soliloqui, costringe la sua figura a sigillarsi nell’abitacolo – posto di guida – e sgrana rosari di mute maledizioni. Quando, al contrario, vede in lontananza – o anche solo sulla cartina o sulle guide in Google Maps – un distributore, il suo volto si spalanca come il sipario di Natale in casa Cupiello. Si rasserena come un pupo. Dev’essere qualcosa di esistenziale. Col metano pasteggia, festeggia. Si fa di metano, il pilota della macchina n.2. E nel suo veicolo è proibito fumare. Ergo: la situazione è già tesissima a via Fioritto. Dei mostri in crisi d’astinenza si approssimano ai nostri finestrini come affamati ai forni durante la peste. Ai lati della statale per San Severo, le prostitute nigeriane. È una giornata poco rigida, per essere gennaio. Spunta finanche il sole. Chiacchiere da bar sport, e neanche tante. Le bandiere. Tutta la nostra concentrazione è sulle bandiere. L’autostrada è semideserta, anche se potrebbe fare di più. Siamo in orario, più o meno, o forse no, non conta. L’autogrill. Il piazzale invoglia, e stavolta c’abbiamo il pallone. Il gioco è fluido sulle fasce e i registi tendono ad allargare il raggio d’azione finché non copre l’intero parcheggio. Finché il Conte, per recuperare un lancio di cinquanta metri, non rischia d’emulare Verdone. Un sacco bello. Qualcuno mette fretta: “Guardate che ci vuole ancora un’ora di strada”. Allora chiudiamo col calcio e cominciamo un rudimentale rugby, che si conclude con la meta da incorniciare del maniaco in tuta, che esulta e quasi si denuda, davanti agli occhi di tanti ignari passanti che sono costretti a bendare i propri pargoli per evitargli shock di difficile assorbimento.
Ci vuole un’ora, effettivamente. I casellanti incrociano le braccia, i vi-i vi-i vigili ci catturano. Giulianova, vialetto d’accesso al Rubens Fadini. Ore 14:18. Siamo in clamoroso anticipo. Una fila festante e scomposta si trasmette l’informazione che quelli – gli stiu-stiu-steward giuliesi – non lasciano passare i clandestini senza documenti. I saggi giocano a rimproverare gli sbadati: “Checcà… eppure lo sapete!”. L’omino Michelin in gruppo, il maniaco col vino, il metanomane in attesa: “Uagliù, datele tutte a me le bandiere”. Svelti, che si entra. Un coro dall’interno. Magliette giallorosse e bianche. Stanno giocando. Solita routine iniziale: trovare un posto in corrispondenza col lanciacori della nostra curva, accorparci. In alto a destra fa il richiamo della foresta Antonio, che è arrivato da Chieti e da due giorni è diventato un bambino indaco. La sua luccicanza illumina Federica, Mariangela e un tesissimo zio Franco, che vive la sfida abruzzese come un playout anticipato. Primo battimani corale. E le bandiere vedono la luce. Mattia scopre che di lato al settore c’è una vetrata che ci riflette. E quei pochi che ancora avevano dubbi su dove guardare, li sciolgono. Enzo si trasforma in Garrison, o nella maestra di Billy Elliot: dirige dallo specchio, più vero del vero. L’inizio è buono. Poi segna il Giulianova. Ma non cambia granché. Il pari del Foggia, l’X2 sulla bolletta senza coraggio. A quanto pare i nostri se la giocano, anche con un minimo d’intraprendenza. Passano anche in vantaggio. I duecento nel settore si scompongono in una lunga esultanza, ignari del vociare dei più accorti che ripetono: “L’hanno annullato, l’hanno annullato”. Sarà difficile, penso, a bocce ferme aggiornare il parziale. Il primo tempo si chiude con Bindi che si lascia sfuggire un pallone e con quest’ultimo che batte strafottente sulla traversa, ed un tale che chiede al prete a bordo campo una benedizione speciale per gli undici: “Padre! Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno”.
La ripresa è, come sempre, migliore del primo tempo. Pochi cori secchi, però diversi intermezzi melodici prolungati. Andiamo bene, i tre vessilli non cessano di sventolare, e la jolly roger sembra leggera come una piuma d’oca. Burzigotti, imbizzarritosi, batte una punizione da trenta metri. Così, tesa e potente. Io me la perdo, ma sento il boato. In tempo per vedere che la palla è sulla linea di porta e un tale, che scoprirò essere Ferrari, la sta buttando dentro di testa. E parte la gara di tuffi. In vantaggio a Giulianova. Buono. Ottimo viatico per l’anno solare dei Novanta. Un fuggi-fuggi, un parapiglia, lì, sulla destra. Sono certo d’aver visto male, ma uno dei nostri – un tizio che scoprirò essere Ferrari – ha sferrato un pugno a uno dei loro. Ma un pugno vero, serio, non quelle scaramucce senza senso delle categorie superiori, dove poi tutti fanno scena, il pubblico sbraita e per ore ci si chiede se è razzismo. No, un diritto serio. Pare sia un bomber, questo Ferrari. Tutti dicevano “scuola Samp”, ad agosto. Non ha ancora segnato un gol. Anche quello di prima è stato assegnato al Burzigotti imbizzarrito. Però il pugno è stato bello. Anzi, dicono che quello che ho visto io sia stato il secondo. Esce tra gli insulti dei giuliesi. Passa accanto a noi. Uno gli si avvicina: “Ferrà, vafammocc a mammt pur tu!”. Effettivamente, dopo il caso-Salgado di Ferrara, questi si sono di nuovo complicati la vita da soli. Il sole tramonta e quel che segue è assedio, normalissimo assedio. I nostri, senza arte né parte, si difendono. Sventolo e canto con soddisfazione: mi piacciono le squadre così, dai. Gli ultimi dieci minuti sono adrenalinici, accompagnati da cori alti che però si destrutturano al secondo giro. Eco su eco, ma va bene. Cinque di recupero, un paio di orrende mischie in area nostra, poi le braccia in alto. Corsari, per la seconda volta dopo Reggio. Certo, c’è pure Andria, ma non c’eravamo e non vale. La squadra prova a venirci incontro: “Meritiamo di più” e “Il Foggia siamo noi” le uniche risposte possibili. Zio Franco cala dalle alture a mille. Lo schiatteremo in quel posto a qualcuno. Anche se non ho capito con precisione a chi si riferisca, dico di si.
Cronache dall’alto
Si che ho capito, devo abbandonare il settore. Fuori, saluti e baci e auguri di buon anno. Guido si fa sgamare mentre al telefono dice: “…non tanto dal punto di vista del gioco”. Viene giustamente deriso fino al commiato. Avanziamo una sfida a calcetto cinque contro cinque dall’autogrill dell’andata. Al calore dell’ennesimo distributore di metano, ne parliamo. Una piazza di paese. Scegliamo un paese a caso e andiamo a giocare a pallone per strada. Al bar c’è quella luce e quel tepore da domenica di viaggio. Bellissimo. Ancor più bello quel che segue. Un signore col figlio ci avvicina: “Siete di Foggia? Cosa posso offrirvi?”. E, a prescindere dal fatto che le due risposte, se concatenate, danno un unico risultato, la storia che ci racconta è emozionante. È di Macerata e non vedeva il Foggia da 41 anni. E ci teneva a dirci che siamo bellissimi, colorati, di un’altra categoria. Che per gente come noi la serie A non è mai passata. Una lacrima cade nel Borghetti. Termoli, anzi no… Campomarino, il belvedere di Campomarino. La scelta offende Mattia, che per vendetta comincia a girare il coltello nella ferita sanguinante di Lello, che ha perso 700 euro per il pari del Lanciano a Verona. Ci vuole un’ora, dice, e gli passa la fame. “Meglio, no? Non hai neanche un panino”. Girano voci allusive sul bar della piazza. Il freddo è quasi vero, il paesino finanche gradevole. “Abbiamo già parlato di…?”, “Si, si”. E alcuni suggerimenti autoerotici sfiorano 90° minuto. Il belvedere è inadatto ad ospitare il big match. Al primo cross rischieremmo di diventare nove. E così, basta il pensiero. E al bar – di cui la leggenda aveva amplificato il mito – è toccato il compito di lenire il dolore.
14/12/09
Ricongiungimenti familiari
Domenica 13 dicembre, Spal-Foggia 0-0
Le famiglie, anche le migliori, vivono di allontanamenti, di disgiunzioni, di separazioni. Ma poi si riuniscono. Ed è allora che bisogna apprezzarne il calore. Irriducibile. D’altro canto, mancano undici giorni al Natale. Il clima è quello.
Ferrara ispira. Chi dorme, regola la sveglia da camera alle 5:30. L’appuntamento è fissato per le 6, il ritardo è canonico. Il tempo di riaprire l’eterno dilemma sulle aste, di diffondere voci fasulle su leggi e regolamenti che manco dei togati in diritto costituzionale. Undici persone, furgone sold out. Imbocchiamo l’autostrada che è giorno pieno. Fa freddo. Deve fare freddo. Chi è rimasto ci ha consigliato di tenere d’occhio le previsioni che danno neve tra Molise ed Abruzzo. La A14 è un deserto che conosco. Lo scenario della consuetudine. Daniele ci omaggia di una compilation, Radio Corsa si spertica in dediche agli innamorati. Da solo non riuscivo a dormire perché, La notte ho ancor bisogno di te. I finestrini aperti di uno spiffero, giusto per respirare. L’odore del fumo si mischia alla traspirazione dei corpi, il ripieno dei panini all’aria bollente del riscaldamento: un unico aroma, un aroma unico. Inconfondibile. Alla fine abbiamo portato il bandierone e uno solo tra noi è senza biglietto. Ma se ne cura poco. Fammi entrare per favore, Solo, Credevo di volare e non volo. Alle undici centriamo per amore divino il curvone dell’uscita di Rimini Sud. Il piano è tattico, ben congegnato: tappa a San Marino per rifornirci di benzina e sigarette, poi statale per Ravenna, per risparmiare sul pedaggio. Un programmino degno di quello coi baffi che su Rai Uno presenta Occhio alla spesa. Lo stradone luccica di pioggia. I semafori (rossi) si susseguono con precisione irritante. Ci mettiamo mezz’ora a varcare un ponte dove si può leggere Benvenuti nella terra della libertà. “Ma sai che per giocare la Coppa Tritone devi essere nato a San Marino o comunque cittadino sammarinese da dieci anni?”. Lo stupore cattura l’abitacolo, gli occhi vagano sui palazzi, sulle rotonde, sugli store d’abbigliamento indiano, di armi medievali, sulla salita. “Quindi, in teoria, dovresti sposare una sammarinese quando hai dieci anni, per esordire nel Murata o nel Domagliano a 20”. Tutti pensano al tempo che hanno sprecato in vita loro. Il primo distributore appare all’orizzonte. Fiduciosi accostiamo. L’andatura si fa lenta e leggiadra. Le auto suonano il clacson. Il silenzio non promette nulla di buono. “Ma costa quanto in autostrada, il gasolio!”. Qualcuno non si capacita: “Ma magari dobbiamo salire ancora, non siamo ancora a San Marino”. “Ma certo che siamo a San Marino, non li vedi i cartelli!”. Cazzo, niente panico. Ancora un paio di tornanti, poi facciamo inversione. “Ma quante squadre ha il campionato di San Marino?”, “Dodici”, “Dodici?”, “Eh… Senza contare che poi c’è una squadra che gioca in C2 e la Nazionale”, “E dove la trovano tutta sta gente?”. Il secondo distributore, poi il terzo e il quarto, confermano la sciagura. Stiamo sfatando un luogo comune. Dovremmo essere felici, e non lo siamo. Anche il tabaccaio è chiuso. Pit-stop tra le imprecazioni sommesse. Il malumore serpeggia. Risparmiamo quattro litri di gasolio e puntiamo la statale. Abbiamo perso un’ora. E, quel che è peggio, il piano perfetto ha già subito due grosse ammaccature. I cartelli indicano Ravenna. Un semaforo. Un secondo. Un terzo. Siamo all’altezza di un centro abitato, non dovrebbe essere anormale. Eppure, la tensione cresce. L’orologio segna le 12:13. Noi viaggiamo ad una media di 70km/h, la strada è bagnata, fuori piove e davanti c’è una discreta fila di macchine. Abbiamo fatto questa strada per andare a Trieste. Ma era estate. Ed era notte. Oggi splende di luce propria. Rientriamo in autostrada, dove la benzina costa meno che a San Marino.
Ferrara Sud. Ovvero: l’impazienza. Siamo riusciti ad arrivare con mezz’ora di autonomia sul fischio d’inizio. Vaghiamo nella zona industriale della Città Patrimonio dell’Umanità, come annuncia il cartello all’ingresso. Una volante della polizia ci affianca. Ci fa segno di seguirla. Scommetto che siamo gli unici. Puntiamo il centro cittadino. I lampeggianti feriscono le cornee. Vediamo lo stadio in lontananza, dalla fine di un vialone. Ci fanno accostare. Un poliziotto ci dice di trovare parcheggio. Noi chiediamo cosa ne sia del settore ospiti. Quello indica un muro grigio: “Eccolo”. C’è gente che attende d’entrare. Foggiani. Tanti, c’è da dire. Come in ogni trasferta emiliano-romagnola, del resto. Noi abbiamo un paio di ricongiungimenti familiari da ottemperare, qualche birra da stappare. Un paio di macchine da Bologna, una da Roma. Avevamo immaginato un’altra location, ma adesso siamo qui. E dobbiamo fare tutto di fretta. Di corsa alle porte. Poi l’attesa. Tre ragazzi sbarcano. Si avvicinano alle transenne e parlano tra loro: “Ma quante squadre ha il campionato di San Marino?”. Giuseppe mi fissa. È l’argomento del giorno, evidentemente. “A San Marino dovevamo nascere. Ci facevamo la Champions. Il San Marino ha giocato pure a Tel Aviv”. Ho seri dubbi al riguardo, ma una certezza le batte tutte: neppure una partita ad Anfield o al White hart lane mi farebbe preferire il Tre Fiori all’Uesse. E diamine, un po’ di dignità! Guardo la struttura esterna del Mazza. È affascinante questo stadio. Il più vecchio, il più antico d’Italia, se si escludono alcuni pezzi del Penzo di Venezia. Tutto è old style, qui, dalla scritta “Gradinata Ospiti” sul cancello al colorito grigio degli alberi spogli, dalle tettoie ai palazzi limitrofi. Un senso da 90° minuto mi assale. Paolo Valenti e, perché no, pure Furino. Dentro cantano: Fuori le palle, tirate fuori le palle. Noi proviamo a contattare gli assenti. Ingiustificati, visto che dovevano farsi poco più di 30 chilometri per essere tra noi. Un sms annuncia il forfait dei romani. Undici, undici, undici leoni. Due macchine parcheggiano in fondo al viale. Angioletto, Valerio, gli altri. Non c’è tempo per i saluti. Dentro, a cercare un posto per la nostra ciurma sfilacciata.
Siamo in gradinata. Ci sono due ali di emigranti, di residenti all’estero, di foggiani fuori sede. Si nota da come seguono la partita. Noi proviamo a tagliare in mezzo. I gruppi si sono mescolati in maniera anomala. Individuiamo il nostro spazio, quello che ci ha riservato il Fato. Il Destino. Enzo, in virtù di questa sciamanica consapevolezza, chiede ad una schiera di adolescenti di farsi qualche gradino più su. Ci siamo. Il pugno, il pugno. Forza Foggia, Forza Foggia, eh, eh. Vorrei accendermi una sigaretta, vorrei non avere questo giubbino pesante, vorrei più spazio per aprire il battimani. A rondine! Ma stiamo uno sull’altro, e non c’è un attimo di pausa. Allora un coro sull’altro, senza soste, mentre chiamiamo i dispersi nella traversata. Blocco! Facciamo blocco! Tossisco per il freddo e per lo sforzo a crudo. Il Foggia attacca verso sinistra. Prende pure una traversa. Il rumore mi fa tornare alla mente Furino. In basso, tra la gradinata e la curva assente, c’è il chiosco con la scritta Bar che si illumina. I palazzi dietro sono grigi. Il cielo è grigio. Il cartellone recita: Spal, Cento anni di Passione. O qualcosa del genere. Mi sale alla mente l’ardore degli spallini. E la pasta Divella. Passione mediterranea. Sto sempre meglio. Urliamo. Chi era in astinenza da Reggio e chi s’era sorbito pure la Cavese. Finisce il primo tempo. È volato. Una scia di cappotti corre a farsi di Redbull. Io posso fumare. Sulle transenne elastiche, possiamo darci al revival. Nella ripresa il sostegno cresce di tono, ma alla lunga ne risente. Dobbiamo cantare per pareggiare il conto dei giocatori in campo. Un brusio da capo a capo: “Che ci hanno espulso uno?”, “Mi pare di si”, “E chi?”, “Salgado”, “At’bastard!”. Accendono i riflettori. Furino e Pasta Tamma.
A mezzanotte, uscite a mezzanotte. Gli spallini urlano verso la tribuna. Ce l’hanno con la squadra. È finita zero a zero. Diranno che è stata una partita noiosa, brutta, scialba. Usciamo con la consueta lentezza. “Ma com’è che contestate? Avete uno squadrone!”. Eh, beh, fa il signore biancoblu. E fila via. Noi dobbiamo ancora bere quelle venti birre nel bagagliaio. Mangiare quei panini al prosciutto. Chiedere: “Beh, come va?” ai nostri fratelli emigrati. Si decide per un paesello. Si decide per l’ovvio.
Colpa di Altedo
Altedo dista 25 chilometri da Ferrara. E 25 da Bologna. A garantirmelo è un attempato avventore del Bar dello Sport. Non credo sia vero. In ogni caso, gli faccio presente che anche se fosse, ha scelto di tifare per i 25 chilometri più comodi. Ride. Un secondo signore con la spilla del Bologna entra. Qui mi sa che sono in tanti ad aver fatto come il protagonista di Febbre a 90°, che va ad Highbury pur essendo nato a 2 chilometri da Reading. E vabbé, debolezze. Del resto, anche loro hanno perso un derby, oggi. A Parma. E, per giunta, devono sorbirsi questa ventina di individui che fanno viavai tra dentro e fuori, che davanti all’ingresso cantano Prima squadra, panchinaro, primavera. Il Bar dello Sport di questa strada-paese di 5mila anime non poteva lasciarci indifferenti. A due passi dalla pizzeria, sulla piazza, con accanto un negozio dalla sfavillante insegna Fuochi d’artificio. Aperto, nella spettrale domenica sera. Angioletto è entrato in avanscoperta. Non è detto che tutti i gestori dei Bar Sport siano simpatici zuzzurelloni pronti a ricambiare una battuta. Questo qui è bassino e tarchiatello. “Buonasera, sa i risultati delle partite?”. “Certo – replica quello con un marcato accento ferraro-bolognese – quale ti interessa?”. Angelo ci pensa: “Il Catanzaro”. Quello ride: “Me l’avessi chiesto trent’anni fa, l’avrei saputo…”. Il test è superato. Si piantano le tende. Siamo già birra-muniti, per cui si entra solo a riempire bicchieri di Borghetti o Montenegro. Colletta per una torcia da quello a fianco. 10 euro, il prezzo che ci spara. Scandalo. I 10 euri vengono reinvestiti. Sambuca e San Marzano Borsci. Il freddo è pungente. Si canta. C’è una squadra che di gioia impazzire mi fa. Dentro gli anziani sorridono e scuotono la testa. Guardano Novantesimo da una tv d’altri tempi piazzata su una mensola d’altri tempi. I tavolini sono di legno. Per strada passa pochissima gente. Quei pochi, entrano. Nicola stappa la sua seconda birra. Sembra felice. Il repertorio si srotola tra un aneddoto e qualche riepilogo. Com’è difficile stare al tuo fianco a cantare. La familia è riunita, finalmente. Certo, ci sono quelli a casa. Ma l’attimo merita d’essere bevuto e fumato. È di quelli da ricordare. “Allora… mi fai un Vov, un Brancamenta e un Punt-e-mes”. L’oste tarchiatello si gira per raccattare le bottiglie. “No, macchevveramé? Sto scherzando: tre Borghetti”. “Senza di voi questa bottiglia sarebbe rimasta qui un mese”, annuncia l’oste. “Allora facciamo 2 euro invece di 2,30”. Sotto la tv, il nostro secondo Enzo è crucciato per la striminzita vittoria senza gioco. È Giacinto a doversi accollare la dolorosa rettifica: “Guarda che il gol che hai visto l’hanno annullato”. “Cioè, voi mi state dicendo che non l’abbiamo neppure vinta la partita?”. Si parla di Maccarone, di come sia possibile che quel soggetto lì segni in serie A, quando sui display dei cellulari appare la notizia che qualcuno ha colpito Berlusconi con qualcosa. E alé. Da quando sei in C non ti seguono più. Quelli che stavano levando le tende, quelli che stavano chiamando giro, ci rinunciano. Sono le sette. “Capo, ci vediamo il tg3?”. E tutti dietro i tavolini. Seduti e in piedi. Nicola stappa la sua terza birra. È senz’altro felice. Chiedo uno Jagermeister, l’oste mi versa un Montenegro. Si parla di politica, adesso. Sinistra e destra. Un nonno emblematico fissa la scena da un’altra stanza, seduto su una sedia. Sorride. Fuori il dibattito impazza. Argomenti: la depilazione femminile e il tonno Palmera. Mattia colpisce Nicola con un buffetto. Nicola prova ad inseguirlo e rischia di travolgere la macchinetta delle sigarette. “Uagliù, avete mai visto Nicola ubriaco? No? E allora venite fuori!”. Anche questo vale la pena di essere ricordato. “Zio, mettiamo a Rai Uno che comincia il telegiornale?”, “Si, ragassi, ma io tra un po’ dovrei chiudere”, “Va bene, zio, ma prima vediamo il telegiornale”, “Va bene, ragassi”, “Zio, posso toccarti la pancia?”. Un signore parla a Giuseppe della mamma novantottenne, una ragazza che lavora in Comunità (“Quanto ti diverti con noi?”), una giovane signora in nero che s’informa da Mattia se per caso andiamo a San Remo, quest’anno. Poi due napoletani. E non c’è bisogno di aggiungere altro. Time to go. “Occhio alla neve per strada, ragazzi”. Si, si, certo. Tanto che siete sbirri vi si legge in faccia. Un giorno è nata una puttana…
Le famiglie, anche le migliori, vivono di allontanamenti, di disgiunzioni, di separazioni. Ma poi si riuniscono. Ed è allora che bisogna apprezzarne il calore. Irriducibile. D’altro canto, mancano undici giorni al Natale. Il clima è quello.
Ferrara ispira. Chi dorme, regola la sveglia da camera alle 5:30. L’appuntamento è fissato per le 6, il ritardo è canonico. Il tempo di riaprire l’eterno dilemma sulle aste, di diffondere voci fasulle su leggi e regolamenti che manco dei togati in diritto costituzionale. Undici persone, furgone sold out. Imbocchiamo l’autostrada che è giorno pieno. Fa freddo. Deve fare freddo. Chi è rimasto ci ha consigliato di tenere d’occhio le previsioni che danno neve tra Molise ed Abruzzo. La A14 è un deserto che conosco. Lo scenario della consuetudine. Daniele ci omaggia di una compilation, Radio Corsa si spertica in dediche agli innamorati. Da solo non riuscivo a dormire perché, La notte ho ancor bisogno di te. I finestrini aperti di uno spiffero, giusto per respirare. L’odore del fumo si mischia alla traspirazione dei corpi, il ripieno dei panini all’aria bollente del riscaldamento: un unico aroma, un aroma unico. Inconfondibile. Alla fine abbiamo portato il bandierone e uno solo tra noi è senza biglietto. Ma se ne cura poco. Fammi entrare per favore, Solo, Credevo di volare e non volo. Alle undici centriamo per amore divino il curvone dell’uscita di Rimini Sud. Il piano è tattico, ben congegnato: tappa a San Marino per rifornirci di benzina e sigarette, poi statale per Ravenna, per risparmiare sul pedaggio. Un programmino degno di quello coi baffi che su Rai Uno presenta Occhio alla spesa. Lo stradone luccica di pioggia. I semafori (rossi) si susseguono con precisione irritante. Ci mettiamo mezz’ora a varcare un ponte dove si può leggere Benvenuti nella terra della libertà. “Ma sai che per giocare la Coppa Tritone devi essere nato a San Marino o comunque cittadino sammarinese da dieci anni?”. Lo stupore cattura l’abitacolo, gli occhi vagano sui palazzi, sulle rotonde, sugli store d’abbigliamento indiano, di armi medievali, sulla salita. “Quindi, in teoria, dovresti sposare una sammarinese quando hai dieci anni, per esordire nel Murata o nel Domagliano a 20”. Tutti pensano al tempo che hanno sprecato in vita loro. Il primo distributore appare all’orizzonte. Fiduciosi accostiamo. L’andatura si fa lenta e leggiadra. Le auto suonano il clacson. Il silenzio non promette nulla di buono. “Ma costa quanto in autostrada, il gasolio!”. Qualcuno non si capacita: “Ma magari dobbiamo salire ancora, non siamo ancora a San Marino”. “Ma certo che siamo a San Marino, non li vedi i cartelli!”. Cazzo, niente panico. Ancora un paio di tornanti, poi facciamo inversione. “Ma quante squadre ha il campionato di San Marino?”, “Dodici”, “Dodici?”, “Eh… Senza contare che poi c’è una squadra che gioca in C2 e la Nazionale”, “E dove la trovano tutta sta gente?”. Il secondo distributore, poi il terzo e il quarto, confermano la sciagura. Stiamo sfatando un luogo comune. Dovremmo essere felici, e non lo siamo. Anche il tabaccaio è chiuso. Pit-stop tra le imprecazioni sommesse. Il malumore serpeggia. Risparmiamo quattro litri di gasolio e puntiamo la statale. Abbiamo perso un’ora. E, quel che è peggio, il piano perfetto ha già subito due grosse ammaccature. I cartelli indicano Ravenna. Un semaforo. Un secondo. Un terzo. Siamo all’altezza di un centro abitato, non dovrebbe essere anormale. Eppure, la tensione cresce. L’orologio segna le 12:13. Noi viaggiamo ad una media di 70km/h, la strada è bagnata, fuori piove e davanti c’è una discreta fila di macchine. Abbiamo fatto questa strada per andare a Trieste. Ma era estate. Ed era notte. Oggi splende di luce propria. Rientriamo in autostrada, dove la benzina costa meno che a San Marino.
Ferrara Sud. Ovvero: l’impazienza. Siamo riusciti ad arrivare con mezz’ora di autonomia sul fischio d’inizio. Vaghiamo nella zona industriale della Città Patrimonio dell’Umanità, come annuncia il cartello all’ingresso. Una volante della polizia ci affianca. Ci fa segno di seguirla. Scommetto che siamo gli unici. Puntiamo il centro cittadino. I lampeggianti feriscono le cornee. Vediamo lo stadio in lontananza, dalla fine di un vialone. Ci fanno accostare. Un poliziotto ci dice di trovare parcheggio. Noi chiediamo cosa ne sia del settore ospiti. Quello indica un muro grigio: “Eccolo”. C’è gente che attende d’entrare. Foggiani. Tanti, c’è da dire. Come in ogni trasferta emiliano-romagnola, del resto. Noi abbiamo un paio di ricongiungimenti familiari da ottemperare, qualche birra da stappare. Un paio di macchine da Bologna, una da Roma. Avevamo immaginato un’altra location, ma adesso siamo qui. E dobbiamo fare tutto di fretta. Di corsa alle porte. Poi l’attesa. Tre ragazzi sbarcano. Si avvicinano alle transenne e parlano tra loro: “Ma quante squadre ha il campionato di San Marino?”. Giuseppe mi fissa. È l’argomento del giorno, evidentemente. “A San Marino dovevamo nascere. Ci facevamo la Champions. Il San Marino ha giocato pure a Tel Aviv”. Ho seri dubbi al riguardo, ma una certezza le batte tutte: neppure una partita ad Anfield o al White hart lane mi farebbe preferire il Tre Fiori all’Uesse. E diamine, un po’ di dignità! Guardo la struttura esterna del Mazza. È affascinante questo stadio. Il più vecchio, il più antico d’Italia, se si escludono alcuni pezzi del Penzo di Venezia. Tutto è old style, qui, dalla scritta “Gradinata Ospiti” sul cancello al colorito grigio degli alberi spogli, dalle tettoie ai palazzi limitrofi. Un senso da 90° minuto mi assale. Paolo Valenti e, perché no, pure Furino. Dentro cantano: Fuori le palle, tirate fuori le palle. Noi proviamo a contattare gli assenti. Ingiustificati, visto che dovevano farsi poco più di 30 chilometri per essere tra noi. Un sms annuncia il forfait dei romani. Undici, undici, undici leoni. Due macchine parcheggiano in fondo al viale. Angioletto, Valerio, gli altri. Non c’è tempo per i saluti. Dentro, a cercare un posto per la nostra ciurma sfilacciata.
Siamo in gradinata. Ci sono due ali di emigranti, di residenti all’estero, di foggiani fuori sede. Si nota da come seguono la partita. Noi proviamo a tagliare in mezzo. I gruppi si sono mescolati in maniera anomala. Individuiamo il nostro spazio, quello che ci ha riservato il Fato. Il Destino. Enzo, in virtù di questa sciamanica consapevolezza, chiede ad una schiera di adolescenti di farsi qualche gradino più su. Ci siamo. Il pugno, il pugno. Forza Foggia, Forza Foggia, eh, eh. Vorrei accendermi una sigaretta, vorrei non avere questo giubbino pesante, vorrei più spazio per aprire il battimani. A rondine! Ma stiamo uno sull’altro, e non c’è un attimo di pausa. Allora un coro sull’altro, senza soste, mentre chiamiamo i dispersi nella traversata. Blocco! Facciamo blocco! Tossisco per il freddo e per lo sforzo a crudo. Il Foggia attacca verso sinistra. Prende pure una traversa. Il rumore mi fa tornare alla mente Furino. In basso, tra la gradinata e la curva assente, c’è il chiosco con la scritta Bar che si illumina. I palazzi dietro sono grigi. Il cielo è grigio. Il cartellone recita: Spal, Cento anni di Passione. O qualcosa del genere. Mi sale alla mente l’ardore degli spallini. E la pasta Divella. Passione mediterranea. Sto sempre meglio. Urliamo. Chi era in astinenza da Reggio e chi s’era sorbito pure la Cavese. Finisce il primo tempo. È volato. Una scia di cappotti corre a farsi di Redbull. Io posso fumare. Sulle transenne elastiche, possiamo darci al revival. Nella ripresa il sostegno cresce di tono, ma alla lunga ne risente. Dobbiamo cantare per pareggiare il conto dei giocatori in campo. Un brusio da capo a capo: “Che ci hanno espulso uno?”, “Mi pare di si”, “E chi?”, “Salgado”, “At’bastard!”. Accendono i riflettori. Furino e Pasta Tamma.
A mezzanotte, uscite a mezzanotte. Gli spallini urlano verso la tribuna. Ce l’hanno con la squadra. È finita zero a zero. Diranno che è stata una partita noiosa, brutta, scialba. Usciamo con la consueta lentezza. “Ma com’è che contestate? Avete uno squadrone!”. Eh, beh, fa il signore biancoblu. E fila via. Noi dobbiamo ancora bere quelle venti birre nel bagagliaio. Mangiare quei panini al prosciutto. Chiedere: “Beh, come va?” ai nostri fratelli emigrati. Si decide per un paesello. Si decide per l’ovvio.
Colpa di Altedo
Altedo dista 25 chilometri da Ferrara. E 25 da Bologna. A garantirmelo è un attempato avventore del Bar dello Sport. Non credo sia vero. In ogni caso, gli faccio presente che anche se fosse, ha scelto di tifare per i 25 chilometri più comodi. Ride. Un secondo signore con la spilla del Bologna entra. Qui mi sa che sono in tanti ad aver fatto come il protagonista di Febbre a 90°, che va ad Highbury pur essendo nato a 2 chilometri da Reading. E vabbé, debolezze. Del resto, anche loro hanno perso un derby, oggi. A Parma. E, per giunta, devono sorbirsi questa ventina di individui che fanno viavai tra dentro e fuori, che davanti all’ingresso cantano Prima squadra, panchinaro, primavera. Il Bar dello Sport di questa strada-paese di 5mila anime non poteva lasciarci indifferenti. A due passi dalla pizzeria, sulla piazza, con accanto un negozio dalla sfavillante insegna Fuochi d’artificio. Aperto, nella spettrale domenica sera. Angioletto è entrato in avanscoperta. Non è detto che tutti i gestori dei Bar Sport siano simpatici zuzzurelloni pronti a ricambiare una battuta. Questo qui è bassino e tarchiatello. “Buonasera, sa i risultati delle partite?”. “Certo – replica quello con un marcato accento ferraro-bolognese – quale ti interessa?”. Angelo ci pensa: “Il Catanzaro”. Quello ride: “Me l’avessi chiesto trent’anni fa, l’avrei saputo…”. Il test è superato. Si piantano le tende. Siamo già birra-muniti, per cui si entra solo a riempire bicchieri di Borghetti o Montenegro. Colletta per una torcia da quello a fianco. 10 euro, il prezzo che ci spara. Scandalo. I 10 euri vengono reinvestiti. Sambuca e San Marzano Borsci. Il freddo è pungente. Si canta. C’è una squadra che di gioia impazzire mi fa. Dentro gli anziani sorridono e scuotono la testa. Guardano Novantesimo da una tv d’altri tempi piazzata su una mensola d’altri tempi. I tavolini sono di legno. Per strada passa pochissima gente. Quei pochi, entrano. Nicola stappa la sua seconda birra. Sembra felice. Il repertorio si srotola tra un aneddoto e qualche riepilogo. Com’è difficile stare al tuo fianco a cantare. La familia è riunita, finalmente. Certo, ci sono quelli a casa. Ma l’attimo merita d’essere bevuto e fumato. È di quelli da ricordare. “Allora… mi fai un Vov, un Brancamenta e un Punt-e-mes”. L’oste tarchiatello si gira per raccattare le bottiglie. “No, macchevveramé? Sto scherzando: tre Borghetti”. “Senza di voi questa bottiglia sarebbe rimasta qui un mese”, annuncia l’oste. “Allora facciamo 2 euro invece di 2,30”. Sotto la tv, il nostro secondo Enzo è crucciato per la striminzita vittoria senza gioco. È Giacinto a doversi accollare la dolorosa rettifica: “Guarda che il gol che hai visto l’hanno annullato”. “Cioè, voi mi state dicendo che non l’abbiamo neppure vinta la partita?”. Si parla di Maccarone, di come sia possibile che quel soggetto lì segni in serie A, quando sui display dei cellulari appare la notizia che qualcuno ha colpito Berlusconi con qualcosa. E alé. Da quando sei in C non ti seguono più. Quelli che stavano levando le tende, quelli che stavano chiamando giro, ci rinunciano. Sono le sette. “Capo, ci vediamo il tg3?”. E tutti dietro i tavolini. Seduti e in piedi. Nicola stappa la sua terza birra. È senz’altro felice. Chiedo uno Jagermeister, l’oste mi versa un Montenegro. Si parla di politica, adesso. Sinistra e destra. Un nonno emblematico fissa la scena da un’altra stanza, seduto su una sedia. Sorride. Fuori il dibattito impazza. Argomenti: la depilazione femminile e il tonno Palmera. Mattia colpisce Nicola con un buffetto. Nicola prova ad inseguirlo e rischia di travolgere la macchinetta delle sigarette. “Uagliù, avete mai visto Nicola ubriaco? No? E allora venite fuori!”. Anche questo vale la pena di essere ricordato. “Zio, mettiamo a Rai Uno che comincia il telegiornale?”, “Si, ragassi, ma io tra un po’ dovrei chiudere”, “Va bene, zio, ma prima vediamo il telegiornale”, “Va bene, ragassi”, “Zio, posso toccarti la pancia?”. Un signore parla a Giuseppe della mamma novantottenne, una ragazza che lavora in Comunità (“Quanto ti diverti con noi?”), una giovane signora in nero che s’informa da Mattia se per caso andiamo a San Remo, quest’anno. Poi due napoletani. E non c’è bisogno di aggiungere altro. Time to go. “Occhio alla neve per strada, ragazzi”. Si, si, certo. Tanto che siete sbirri vi si legge in faccia. Un giorno è nata una puttana…
01/11/09
Oggi va così
di Lobanowski 2
Domenica 1 novembre, Potenza-Foggia 2-1
Potenza dista 108 chilometri. Zio Franco sarebbe partito alle 9. Nove e mezza, toh, giusto per dare un tocco d’esotismo alla cosa. Quando gli ho fatto sapere che sarei passato a chiamarlo alle undici e un quarto, ha finto di gradire. E la finzione era tanto più evidente nelle frasi di circostanza pronunciate a cadenze fisse: “Ma si… che Potenza qua è...”. 108 chilometri. Il percorso lo conosciamo. Scialbo e svogliato peggio di Benevento. Le quattro macchine in sosta Borghetti, il freddo della prima gelata sulla Piana. S’era sparsa la voce che al Viviani avremmo giocato in posticipo serale. Ultima contro terz’ultima, notte del 2 novembre, diretta Raisport. Da brividi solo a pensarci. Invece è una domenica come tante, tediosa proprio per quel suo sapersi banale. Ridondante. D’assoluto relax. Il Foggia che ha sbancato Reggio Emilia ha fatto tornare il rossore su più d’un viso smorto. I segnali di vita di questa squadra hanno, d’un tratto, rivitalizzato l’encefalogramma della piazza. E, nonostante non ci sia stata corsa sfrenata ai cinquecento biglietti del settore ospiti, in tanti si metteranno in viaggio. C’è da scommetterci. Noi ci siamo guardati in faccia: nessuna sosta a Potenza centro, che a nessuno salti in mente l’idea beona di uno struscio in terra pacificata. Nessuna mancanza di rispetto, nessun atteggiamento da bellimbusti in gita. Ci fermeremo dopo Rionero, alla stazione di posta dove già siamo stati l’anno scorso. Quello dei briganti. Bisogna onorare l’impegno da tutti i punti di vista, anche se in tanti mostrano qualche seccatura a muoversi e s’attardano al bancone. Ci disponiamo a Tetris nelle macchine che sono le 12:10. La transe agonistica di zio Franco non gli permetterà di soffocarsi ancora a lungo. È tempo di andare. Via Ascoli, il curvone, una signora al volante che non ha capito in che direzione intende muovere. Superstrada, e sembra sempre più Benevento. Nell’abitacolo si parla poco. Del resto, ci siamo lasciati ieri notte, non ci sono molte novità. Giusto qualche commento estetico su alcune fanciulle di nostra conoscenza. Commenti neppure particolarmente trash. La trasferta abbrutisce, certo, ma questa è una pasquetta svogliata. Quindi, niente di sostanzialmente inedito. “Com’è che hai messo Bob Marley?”, “Beh, sto pezzo è bello”, “Si, ma da te non me l’aspettavo…”. Il paesaggio scorre ai lati colorato d’un rosso-giallo autunnale che sembra Linea Verde. Io attendo con ansia crescente il bagno del bar. 80, 70, 55. “Perché hai messo sto pezzo dei Punkreas?”, “Perché mi piace il ritmo”, “Si, vabbé, ma da te non me l’aspettavo”. Dovrei scriverlo sulla copertina: una compilation da viaggio non è un manifesto esistenziale. Dalla macchina che guida la carovana parte un sms: Ci siamo fermati. Ma ho lasciato il cellulare a casa. Lo leggerò a sera. Freccia, sosta, foto di gruppo. Il dramma: colui che aveva garantito che non avrebbe fatto il biglietto – 15,50 euro, per la cronaca: una rapina a mano armata – e alla fine l’ha fatto tra mille e mille bestemmie, scopre d’averlo lasciato a Foggia. Ci trasformiamo in macabre maschere di Halloween e gli giriamo attorno in un’oscena danza dell’irrisione collettiva. Non ho fame. Gli altri si, a quanto vedo. Ripartiamo, i trenta chilometri al traguardo, Potenza tra i cavalcavia, il vialone per il settore.
Un poliziotto si mette a fare storie: non possiamo oltrepassare la pattuglia per raggiungere il bar. Dice che lui a Potenza ci vive e c’è una brutta aria. Non ci sembra, ma il fiato speso a discutere è fiato perso. Un paio di colleghi stanno facendo risistemare alcuni furgoncini. Sembrano pignoli. Noi abbiamo l’innocua canna da pesca da far entrare. Nel summit della vigilia s’era detto: vediamo di non entrare a partita iniziata, che ci sarà gente e sarà difficile piazzarci in blocco. Detto, fatto. Il dibattito sulla canna si conclude (felicemente) che l’arbitro ha già fischiato e il settore canta. Le operazioni di montaggio del vessillo prendono altri cinque minuti. Entriamo al decimo. Il bandierone fa il suo porco effetto, ma noi siamo lunghi: disposti su cinque gradoni, intervallati da personaggi silenti intenti a tutt’altre attività sportive. Facciamo del nostro meglio per sistemarci. Il bandierone passa di mano in mano, finché dall’alto qualcuno ci presenta le proprie opinioni al riguardo. Non siamo in gran giornata. Un coro, forse due, da archiviare tra i bei ricordi di questo pomeriggio. Per il resto, è un compitino, una minestra riscaldata alla meglio. Ci sentiamo mal posizionati. Spero finisca presto il primo tempo, per correre ai ripari. E il primo tempo finisce. Non prima d’aver preso l’1-0 su rigore. Quel po’ di partita che domenicalmente si intuisce, al Viviani si intuisce davvero male. Segnano dal dischetto, i rossoblu. Questo lo vediamo bene. Poi il settore scende al bar, e ne approfittiamo per ordinarci un po’. Nella ripresa di solito va meglio. Oggi invece stentiamo ad avviarci: sembriamo divisi, confusionari. Troppa gente attorno è inspiegabilmente attratta dalla partita, dal suo svolgersi. Non mi chiedo il motivo. Piuttosto non capisco perché – quando si ha intenzione di godersi un po’ di calcio di Prima Divisione – immancabilmente ci si piazza tra le prime file, dove la partita si vede peggio e dove, inevitabilmente, si finisce per essere d’intralcio. Dalla balaustra si sprona l’orgoglio delle curve. Altro coro da consegnare ai ricordi. I potentini sventolano. Li ho sentiti mentre entravamo. Mancino, in mezza girata, azzecca l’incrocio dei pali. Il portiere ci arriva e devia in angolo. Sul corner, un terzino intuisce, s’impossessa del pallone, e si fa settanta metri di campo dritto per dritto senza che a nessuno dei nostri venga in mente di stenderlo. Il cross è calibrato, il colpo di testa di quello in mezzo preciso. Prendiamo gol sotto il settore. E ciò che prima era in salita, diventa salita doppia. Il Foggia siamo noi, la la la la lala… Sgonfi. Le prime file ancora reagiscono, cantano ancor prima che qualcuno provi, a quindici dal termine, a raddrizzare le sorti della sfida. Ma c’è poco da fare, oggi è andata così. Dall’alto e dai lati piovono – di tanto in tanto – improvvisi boati, fischi, finanche cori autogestiti sulle genitrici dei calciatori. Dal basso fanno notare quanto sia strano avere fiato per certe cose e non averne per altro. Si continua a incitare, ma al fischio finale è il silenzio la migliore risposta. Umore nero. Giocate senza la maglia, è l’invito corale. Ma il grosso l’abbiamo detto con quei venti secondi di assoluto mutismo. Poco altro da aggiungere.
Per la consueta sosta al ritorno s’era parlato di Melfi. Poi di Rionero. Alla fine ha prevalso la ragione: non sperperiamo denaro inutilmente, basta un caffè al solito posto. E via. La strada vola con leggerezza. “Siamo a sei punti dalla zona playoff”. Nello stereo Canzone dalla fine del mondo. Tutti sembrano gradire, stavolta.
PS: L’amico che aveva dimenticato il biglietto è poi riuscito a vedersela la partita. Ma l’amico in questione è un furbo – hanno detto tutti quelli della spedizione – e nessuno ha mai minimamente creduto alla storia del biglietto smarrito. E neppure al suo triste broncio ruffiano. Eppure, quando abbiamo sollevato la saracinesca della sede per goderci 90° minuto, il biglietto era lì. Proprio lì. Accanto alla cassa. Autentico. Che il Potenza calcio possa pagare pegno. Anche per lo scetticismo che ha circondato un uomo giusto.
Domenica 1 novembre, Potenza-Foggia 2-1
Potenza dista 108 chilometri. Zio Franco sarebbe partito alle 9. Nove e mezza, toh, giusto per dare un tocco d’esotismo alla cosa. Quando gli ho fatto sapere che sarei passato a chiamarlo alle undici e un quarto, ha finto di gradire. E la finzione era tanto più evidente nelle frasi di circostanza pronunciate a cadenze fisse: “Ma si… che Potenza qua è...”. 108 chilometri. Il percorso lo conosciamo. Scialbo e svogliato peggio di Benevento. Le quattro macchine in sosta Borghetti, il freddo della prima gelata sulla Piana. S’era sparsa la voce che al Viviani avremmo giocato in posticipo serale. Ultima contro terz’ultima, notte del 2 novembre, diretta Raisport. Da brividi solo a pensarci. Invece è una domenica come tante, tediosa proprio per quel suo sapersi banale. Ridondante. D’assoluto relax. Il Foggia che ha sbancato Reggio Emilia ha fatto tornare il rossore su più d’un viso smorto. I segnali di vita di questa squadra hanno, d’un tratto, rivitalizzato l’encefalogramma della piazza. E, nonostante non ci sia stata corsa sfrenata ai cinquecento biglietti del settore ospiti, in tanti si metteranno in viaggio. C’è da scommetterci. Noi ci siamo guardati in faccia: nessuna sosta a Potenza centro, che a nessuno salti in mente l’idea beona di uno struscio in terra pacificata. Nessuna mancanza di rispetto, nessun atteggiamento da bellimbusti in gita. Ci fermeremo dopo Rionero, alla stazione di posta dove già siamo stati l’anno scorso. Quello dei briganti. Bisogna onorare l’impegno da tutti i punti di vista, anche se in tanti mostrano qualche seccatura a muoversi e s’attardano al bancone. Ci disponiamo a Tetris nelle macchine che sono le 12:10. La transe agonistica di zio Franco non gli permetterà di soffocarsi ancora a lungo. È tempo di andare. Via Ascoli, il curvone, una signora al volante che non ha capito in che direzione intende muovere. Superstrada, e sembra sempre più Benevento. Nell’abitacolo si parla poco. Del resto, ci siamo lasciati ieri notte, non ci sono molte novità. Giusto qualche commento estetico su alcune fanciulle di nostra conoscenza. Commenti neppure particolarmente trash. La trasferta abbrutisce, certo, ma questa è una pasquetta svogliata. Quindi, niente di sostanzialmente inedito. “Com’è che hai messo Bob Marley?”, “Beh, sto pezzo è bello”, “Si, ma da te non me l’aspettavo…”. Il paesaggio scorre ai lati colorato d’un rosso-giallo autunnale che sembra Linea Verde. Io attendo con ansia crescente il bagno del bar. 80, 70, 55. “Perché hai messo sto pezzo dei Punkreas?”, “Perché mi piace il ritmo”, “Si, vabbé, ma da te non me l’aspettavo”. Dovrei scriverlo sulla copertina: una compilation da viaggio non è un manifesto esistenziale. Dalla macchina che guida la carovana parte un sms: Ci siamo fermati. Ma ho lasciato il cellulare a casa. Lo leggerò a sera. Freccia, sosta, foto di gruppo. Il dramma: colui che aveva garantito che non avrebbe fatto il biglietto – 15,50 euro, per la cronaca: una rapina a mano armata – e alla fine l’ha fatto tra mille e mille bestemmie, scopre d’averlo lasciato a Foggia. Ci trasformiamo in macabre maschere di Halloween e gli giriamo attorno in un’oscena danza dell’irrisione collettiva. Non ho fame. Gli altri si, a quanto vedo. Ripartiamo, i trenta chilometri al traguardo, Potenza tra i cavalcavia, il vialone per il settore.
Un poliziotto si mette a fare storie: non possiamo oltrepassare la pattuglia per raggiungere il bar. Dice che lui a Potenza ci vive e c’è una brutta aria. Non ci sembra, ma il fiato speso a discutere è fiato perso. Un paio di colleghi stanno facendo risistemare alcuni furgoncini. Sembrano pignoli. Noi abbiamo l’innocua canna da pesca da far entrare. Nel summit della vigilia s’era detto: vediamo di non entrare a partita iniziata, che ci sarà gente e sarà difficile piazzarci in blocco. Detto, fatto. Il dibattito sulla canna si conclude (felicemente) che l’arbitro ha già fischiato e il settore canta. Le operazioni di montaggio del vessillo prendono altri cinque minuti. Entriamo al decimo. Il bandierone fa il suo porco effetto, ma noi siamo lunghi: disposti su cinque gradoni, intervallati da personaggi silenti intenti a tutt’altre attività sportive. Facciamo del nostro meglio per sistemarci. Il bandierone passa di mano in mano, finché dall’alto qualcuno ci presenta le proprie opinioni al riguardo. Non siamo in gran giornata. Un coro, forse due, da archiviare tra i bei ricordi di questo pomeriggio. Per il resto, è un compitino, una minestra riscaldata alla meglio. Ci sentiamo mal posizionati. Spero finisca presto il primo tempo, per correre ai ripari. E il primo tempo finisce. Non prima d’aver preso l’1-0 su rigore. Quel po’ di partita che domenicalmente si intuisce, al Viviani si intuisce davvero male. Segnano dal dischetto, i rossoblu. Questo lo vediamo bene. Poi il settore scende al bar, e ne approfittiamo per ordinarci un po’. Nella ripresa di solito va meglio. Oggi invece stentiamo ad avviarci: sembriamo divisi, confusionari. Troppa gente attorno è inspiegabilmente attratta dalla partita, dal suo svolgersi. Non mi chiedo il motivo. Piuttosto non capisco perché – quando si ha intenzione di godersi un po’ di calcio di Prima Divisione – immancabilmente ci si piazza tra le prime file, dove la partita si vede peggio e dove, inevitabilmente, si finisce per essere d’intralcio. Dalla balaustra si sprona l’orgoglio delle curve. Altro coro da consegnare ai ricordi. I potentini sventolano. Li ho sentiti mentre entravamo. Mancino, in mezza girata, azzecca l’incrocio dei pali. Il portiere ci arriva e devia in angolo. Sul corner, un terzino intuisce, s’impossessa del pallone, e si fa settanta metri di campo dritto per dritto senza che a nessuno dei nostri venga in mente di stenderlo. Il cross è calibrato, il colpo di testa di quello in mezzo preciso. Prendiamo gol sotto il settore. E ciò che prima era in salita, diventa salita doppia. Il Foggia siamo noi, la la la la lala… Sgonfi. Le prime file ancora reagiscono, cantano ancor prima che qualcuno provi, a quindici dal termine, a raddrizzare le sorti della sfida. Ma c’è poco da fare, oggi è andata così. Dall’alto e dai lati piovono – di tanto in tanto – improvvisi boati, fischi, finanche cori autogestiti sulle genitrici dei calciatori. Dal basso fanno notare quanto sia strano avere fiato per certe cose e non averne per altro. Si continua a incitare, ma al fischio finale è il silenzio la migliore risposta. Umore nero. Giocate senza la maglia, è l’invito corale. Ma il grosso l’abbiamo detto con quei venti secondi di assoluto mutismo. Poco altro da aggiungere.
Per la consueta sosta al ritorno s’era parlato di Melfi. Poi di Rionero. Alla fine ha prevalso la ragione: non sperperiamo denaro inutilmente, basta un caffè al solito posto. E via. La strada vola con leggerezza. “Siamo a sei punti dalla zona playoff”. Nello stereo Canzone dalla fine del mondo. Tutti sembrano gradire, stavolta.
PS: L’amico che aveva dimenticato il biglietto è poi riuscito a vedersela la partita. Ma l’amico in questione è un furbo – hanno detto tutti quelli della spedizione – e nessuno ha mai minimamente creduto alla storia del biglietto smarrito. E neppure al suo triste broncio ruffiano. Eppure, quando abbiamo sollevato la saracinesca della sede per goderci 90° minuto, il biglietto era lì. Proprio lì. Accanto alla cassa. Autentico. Che il Potenza calcio possa pagare pegno. Anche per lo scetticismo che ha circondato un uomo giusto.
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