22/07/10
Le due città – parte II
Sottotitolo: Siete sempre un pubblico di merda
Uno scooter ci affianca. Dev’essere per via delle magliette. Il ragazzo si sporge dal traffico di piazza Cavour: “A che ora inizia, là?”. A colpo sicuro. “Alle sette”, rispondiamo in automatico. Quello fa un cenno col capo, schizza di gas oltre la rotonda e si lascia alle spalle un prolungato colpo di clacson. Ha piovuto grandine, questo pomeriggio. Adesso l’aria è afosa come a Massaua (cit.). Ma c’è luce. Ed un fermento che più che poeticamente palpabile, è prosaicamente solido. Il viale della stazione sembra una lunga appendice del teatro Ariston. La notizia è volata di schermo in schermo, di bocca in bocca. Quella di Tania Zamparo, Sky Sport 24, l’ha detto meglio di tutti, di nuovo, nell’edizione della notte: “Oggi a Foggia è il giorno della presentazione di Zeman”. Ma i primi vecchi del viale stanno parlando di Casillo. Quello che scatta in piedi dalla panchina, l’affabulatore di turno, fa il nome del Conquistatore ad alta voce, senza timori reverenziali. Più avanti, un dubbio amletico percorre una comitiva di vegliardi come una scossa elettrica: “Se andiamo là – e il nonno indica la via che porta al teatro – perdiamo il posto qua”. E le dita puntano la panchina. Un’ambulanza. Il guidatore, fermo al semaforo, ci guarda. Ancora per via della maglietta, presumo. Ci sorride e va di clacson. Pe-pe-pepepe. Il brusio cresce. “Senti?”. Dobbiamo ancora girare l’angolo, ma l’idea della ressa è tutta nelle voci confuse e concitate, nel caos, nella barriera di suono. Un parcheggiatore ci guarda e ci fa: “Si ricomincia a sognare, eh?”. Ce lo troviamo davanti all’improvviso. Non ho la prontezza di rispondergli – chessò – che non abbiamo mai smesso. Ma l’avrebbe interpretata come un’ebraica attesa del Messia, una traversata nel deserto lunga quindici anni, e non come un segno di fedeltà. L’angolo, il teatro, la ressa. I segni di una rissa. “Si sono menati”, sta dicendo un ragazzino. E come prova provata, indica uno squarcio nel vetro. Una crepa. Ci saranno 30 gradi, fuori. Il tempo di passare in rassegna le facce. Ragazzini, sciarpa e maglietta ufficiale, che sciamano fomentati, elettrici. Uomini d’una certa età, al settimo cielo. Quindicenni per cui la cosiddetta Zemanlandia è un mito orale al pari dell’Eneide, solo studiata meglio. Ragazze in pantaloncini, sotto braccio ai rispettivi baldi. E giovani padri con prole: bambini e bambine di pochi mesi, avviluppati in soffocanti tenute Legea di materiale sintetico. Facce sconosciute, neofiti. Facce mai viste. Aprono le porte, e la folla osannante si preme sull’ingresso ed entra a spintoni. Pochi attimi e le sagome si vedono sfilare al piano di sopra, dai finestroni che danno sulla strada. Di corsa, per paura di perdere il posto. Un coro fa da groppo alla gola. Non vedono l’ora di esprimersi, questi innamorati dell’ultimo proclama.
Il sogno. Qui nessuno contesta il sogno. La parte più pura, angelicata, dell’essere umano. Il volano d’ogni salto senza ali. Le mie critiche sono nulle dinanzi a quei venticinquenni che non hanno mai visto neppure la serie B. È ovvio che le aspirazioni di una piazza a secco da troppo tempo non possono finire così, semplicemente e completamente, sul banco degli imputati. Qui si contesta l’opportunità. Perché c’è modo e modo finanche di saltare sul cavallo vincente. È un fatto di stile. Niente da dire, o quasi, a quelli che silenziosamente, pudicamente, timidamente si sono lasciati trasportare dalla scia di una passione nuova, o appena rinata, o dalla curiosità della massa in marcia. Niente da dire per quelli che rispettosamente si sono accodati alla processione, ben sapendo di non poter ambire a soppiantare, a colpire di spugna, quelli che c’erano quando il pane era raffermo. Ed amaro. Quelli che hanno fame di calcio – persino quelli che bramano spettacolo – e che proprio non ce la facevano a sopportare i calci dell’anonimato, che ora sono tornati e riconoscono di doversi riambientare, non meritano la gogna. Ma che dire degli altri?
Un telo bianco annuncia un maxischermo. La gente che non è riuscita ad entrare si posiziona. Anche noi prendiamo posto tra gli esclusi – volontari, nel nostro caso – al gran ballo del consenso. Ci sono i veicoli di Telenorba, Teleradioerre, Telefoggia, Teleblu. C’è una giornalista della Rai che si aggira tra i capannelli, a chiedere se qualcuno, in definitiva, l’ha mai visto giocare sto famoso Foggia dei miracoli degli anni Novanta. Parte la diretta. Ma è giorno, e c’è luce come a Massaua (cit.). Ma per gli idolatri non è un problema. Loro vedono gli eroi anche su un telo bianco. Del resto, siamo la città che supplica una madonna mai vista, celata com’è dietro sette veli neri. Un boato. Dev’essere successo qualcosa, anche se non sembra. Il nostro striscione recita: No alla tessera del tifoso. Le bandiere sono al vento. Dall’interno esplode il coro trattenuto: Zeman, Zeman, olè, olè, olè, olè, Zeman, Zeman. E il rimando è d’obbligo: Siete sempre un pubblico di merda. Per un momento sembra che l’aria smetta di circolare. È una spaccatura, questa. Dalle grate del teatro si affacciano in tanti, ad osservare, ad osservarci. Non se l’aspettavano. Nel clima di solidarietà cittadina, i nostri cori dividono, stridono, quasi offendono. “Ma possibile che ci troviamo sempre dalla parte della minoranza?”, sento chiedere. È così. Ma è inevitabile. Non si può lavare il passato recente con una botta di straccio. La nostra memoria non è il bancone di un bar. Quanti tra quelli che ora osannano il Profeta e si permettono di alzare cori per allenatori e dirigenti, ci aspettavano al bivio d’ogni trasferta per non perdersi la battuta di spirito, il motto di sarcasmo? “Ancora appresso al Foggia? Ma chi te lo fa fare?”. E giù risate, le grasse risate di chi non potrebbe mai, neppure per un istante, sopportare il peso dell’impopolarità, della minoranza. E fino all’altro ieri, era saggio e al contempo popolare infangare i colori e deridere chi ancora s’ostinava a sostenerli. Oggi, che il vento è cambiato, si inneggia finanche a Casillo. L’uomo che è tornato per prendersi la sua vendetta, che nelle inquadrature della differita aveva lo sguardo del capitano di ventura rientrato tra gli onori nella piazza che l’aveva scacciato da reietto. L’uomo che ha espugnato Foggia, e si è trovato Foggia ai suoi piedi.
Come giudicarli? Come giudicare quelli del Pasquale Casillo e-eh, o-oh? Ero dietro lo striscione, con la mia famiglia allargata. Ho eseguito l’intero repertorio, come da copione, per un’ora e passa. Circondato dalle telecamere, dalle fotocamere, dai cellulari dello zoo safari. Da Il Foggia siamo noi a Noi non siamo napoletani. Da quando sei in C non ti seguono più. E, verità per verità, ad ogni coro che partiva dall’interno, mi sono sentito sfidato. Da una tifoseria a me estranea, ostile, quasi rivale. L’altra città, quella troppo impegnata ad aver ragione da non sentire il dovere, due settimane fa, di fare due passi con noi, quando era il momento di chiedere chiarezza sul futuro dell’US Foggia. La città che ora s’è offerta, come una sposa al padrone feudale. La città che, per mancanza di rispetto, per baldanza e guapperia, ancor più che per oltraggio alla coerenza, merita ogni singola parola che ieri, come una sassaiola, gli è stata lanciata addosso. Gli ultras non sono contro la città; sono contro l’altra città. Ed è un concetto diverso. Chi vuol capire, capisca. “Questa non è più una festa, questa è cattiveria”, ha detto un signore al suo vicino. E dove stava scritto, zio, che festa doveva essere?
15/07/10
Spettri
Virgin Radio ci include tra le quattro notizie del giorno. Repubblica ci sbatte in home. Foggia, torna Casillo: ora rifà Zemanlandia. E giù aneddoti: quella volta che Don Pasquale aprì la porta ai portoghesi e nessuno osò entrare gratis (!), quella volta che il Profeta restò seduto alla panca paralizzando ai propri posti un intero stadio, quella volta che il tizio offrì il pacchetto di caramelle al mister. E intanto, per far comprendere che conoscono ogni piega della faccenda, ci collocano in un geografico Salento immaginifico. Su Sky Sport la parola “Foggia” sulle labbra di una spettacolare Tania Zamparo causa stati ipnotici. Ma poi parte il servizio e sono ancora i siparietti a tenere banco. Zeman e Casillo sulle poltrone vintage di un documentario, frammenti di ritiri alpestri, il patron che si aggira in tribuna d’onore. Sulle tv locali è più o meno lo stesso, coi limiti di budget. Ostentazione d’archivio. Antenna sud immortala Shalimov che buca la Viola. Telefoggia affonda il Piacenza. Teleblu monta in fretta un filmato dove ai nostri eroi dell’epoca non riescono a fare tre passaggi di fila.
In città la voce girava da giorni. E all’annuncio è seguito il tripudio.
Foggia si riscopre tifosa, innamorata d’un amore malato. Perverso. Feticista. Non della maglia, quel glorioso simbolo che, vada come vada, resta il tutto/niente che possediamo. Da amanti. Amano Zeman, amano Casillo, questi. Innamorati del passato, questi. O, meglio, di una proiezione epica dello stesso. Di quelle Serie A che molti neppure hanno vissuto ma che – e questo lo ricordano tutti – portavano il Foggia a prendere a sberle chiunque, da Nord a Sud. O, come diceva quel tale in quel cortile da sala ricevimenti, a battere, finanche ad umiliare la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma. Il fatto che non sia vero – falso dal punto di vista storico, del dato elementare, ma certamente non falso per quella sorta di disciplina parallela che è la Storiografia emozionale o della percezione – influisce poco. Anzi. Quel passato mitico, tutto racchiuso in una miriade di microstorie, ha trasformato l’amore puro, totale, disinteressato, passionale, a prescindere (l’Amore, in sostanza) in una sorta di condizione, di subordinata, di incidentale. Come di una donna amare un vestito, o amarla solo in funzione di quello. O di un paio di scarpe, o di una borsa. Come del mio autobus amare il pilota, il copilota, il proprietario della ditta. Zeman, in quanto allenatore, non è che un bene fungibile. Scarpa o borsa dell’Uesse. Casillo peggio ancora, manco quello. Orpelli, come i giocatori, optional inutili al fine dell’amore supremo, incapaci di alimentarlo o deprimerlo. Invece la piazza, che nel suo seno dovrebbe raccogliere l’essenza, il fulcro e il senso ultimo del tifo, questa piazza fredda e scostante, pronta a festeggiare le Champions altrui o a sbeffeggiare – in tempi di vacche magre – chi ancora seguita a seguire i colori rossoneri, adesso è in estasi. Perché il Foggia ha cambiato il vestito. O, meglio, ha recuperato dal guardaroba quello vecchio. Quello di quando tutti l’amavano perché si vinceva. E anche la vita sembrava più lieve.
Ma adesso si pone la vera questione, che non è il sogno bello di questa buona gente domenicale (o occasionale, fate voi). Non è la serenata perpetua all’idolo che fu – Pagani laddove noi si è Luterani – né i fuochi d’artificio sparati ieri sera in diversi focolai di questa Baghdad minore. La questione vera, seria e pesante come tutte le questioni, si chiama Campagna abbonamenti. Francavilla, direttore sportivo fino a qualche giorno fa, aveva annunciato che non sarebbe stato possibile abbonarsi senza la Tessera del Tifoso, questo mostro civile frutto di abile mix tra rigurgito securitario e interessi finanziari. Con un Foggia da zona play-out, in mano a quei famosi otto soci (che escono da pezzenti dopo aver sborsato una marea di soldi per regalare il Foggia a Casillo, quando si dice “saper fare comunicazione”…), con i punti di penalizzazione quasi certi, la squadra da allestire in fretta, due turni di squalifica del campo da scontare e lo stadio nuovamente inagibile per via della questione-tornelli, non si sarebbe andati oltre le 7-800 tessere complessive. Quei trecento dissidenti, quelli che la Tessera del Tifoso non la faranno a prescindere, in un bilancio non alimentato da diritti televisivi e introiti da sponsor, sarebbero pesati. Eccome. Invece, da ventiquattro ore la Foggia che un tempo si definiva “pallonara” è in subbuglio. In migliaia sono pronti a mettersi in fila per l’abbonamento. E se c’è la Tessera da farsi, beh, la si farà. Che tanto “non abbiamo niente da nascondere”, dice la piazza stolta che crede alla leggenda della violenza e non comprende la sperimentazione repressiva, né la manovra delle banche. I diritti civili in cambio di Zeman, Casillo e il sogno malato di ritornare vent’anni indietro. A godersi la città del 1991.
E noi? Quelli di Cosenza, di Trieste, di Portogruaro? E quelli di Sant’Anastasia, di Castrovillari, di Cuneo? Quelli per cui la stagione non finisce mai, che da ritiro a ritiro mettono le loro vite, il loro tempo libero e non solo, al servizio di una passione onnivora? Beh, quelli, noi, fuori. Il paradosso. Perché non ci va di essere schedati, autorizzati, pedinati. Non ci va di trasformarci in utenti del Circo-calcio. Non ci va di sottomettere le nostre domeniche sui gradoni al benestare di una Questura. Non ci va di immettere nuovo denaro pulito nelle speculazioni finanziarie dei broker. Settimana dopo settimana, forse, cercheremo il tagliando per varcare i cancelli. Ma se questa piazza volubile dovesse davvero sottoscrivere le 7.500 tessere (qualcuna in meno, considerando il settore ospiti); se questa gente immemore dovesse, e parlo del nostro caso specifico, anche solo consumare in qualche giorno l’intera fornitura di abbonamenti della Curva, allora lo spettro delle domeniche fuori, a bere al chiosco mentre le rossonere corrono sul prato verde circondate da migliaia di feticisti d’occasione, diventerà più che reale. Saremo fantasmi fatti della stessa sostanza di cui è fatta la malacoscienza di questa città incapace di lottare, ma al contempo irrispettosa e superficiale, pronta a donarsi anima e corpo (e non solo) ad ogni nuovo padrone che promette la luna. Senza pudore o vergogna per le passate diserzioni. Vivremo da spettri e da spettri ascolteremo gli spalti unirsi nello “Zeman Zeman” che ci ripiomberà negli anni dell’assenza di stile. Senza cori continui a spingere, senza colori, bandiere, torce a far vibrare l’aria, vivrete, tesserati, il calcio che vi hanno disegnato addosso. Il calcio che meritate.
In città la voce girava da giorni. E all’annuncio è seguito il tripudio.
Foggia si riscopre tifosa, innamorata d’un amore malato. Perverso. Feticista. Non della maglia, quel glorioso simbolo che, vada come vada, resta il tutto/niente che possediamo. Da amanti. Amano Zeman, amano Casillo, questi. Innamorati del passato, questi. O, meglio, di una proiezione epica dello stesso. Di quelle Serie A che molti neppure hanno vissuto ma che – e questo lo ricordano tutti – portavano il Foggia a prendere a sberle chiunque, da Nord a Sud. O, come diceva quel tale in quel cortile da sala ricevimenti, a battere, finanche ad umiliare la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma. Il fatto che non sia vero – falso dal punto di vista storico, del dato elementare, ma certamente non falso per quella sorta di disciplina parallela che è la Storiografia emozionale o della percezione – influisce poco. Anzi. Quel passato mitico, tutto racchiuso in una miriade di microstorie, ha trasformato l’amore puro, totale, disinteressato, passionale, a prescindere (l’Amore, in sostanza) in una sorta di condizione, di subordinata, di incidentale. Come di una donna amare un vestito, o amarla solo in funzione di quello. O di un paio di scarpe, o di una borsa. Come del mio autobus amare il pilota, il copilota, il proprietario della ditta. Zeman, in quanto allenatore, non è che un bene fungibile. Scarpa o borsa dell’Uesse. Casillo peggio ancora, manco quello. Orpelli, come i giocatori, optional inutili al fine dell’amore supremo, incapaci di alimentarlo o deprimerlo. Invece la piazza, che nel suo seno dovrebbe raccogliere l’essenza, il fulcro e il senso ultimo del tifo, questa piazza fredda e scostante, pronta a festeggiare le Champions altrui o a sbeffeggiare – in tempi di vacche magre – chi ancora seguita a seguire i colori rossoneri, adesso è in estasi. Perché il Foggia ha cambiato il vestito. O, meglio, ha recuperato dal guardaroba quello vecchio. Quello di quando tutti l’amavano perché si vinceva. E anche la vita sembrava più lieve.
Ma adesso si pone la vera questione, che non è il sogno bello di questa buona gente domenicale (o occasionale, fate voi). Non è la serenata perpetua all’idolo che fu – Pagani laddove noi si è Luterani – né i fuochi d’artificio sparati ieri sera in diversi focolai di questa Baghdad minore. La questione vera, seria e pesante come tutte le questioni, si chiama Campagna abbonamenti. Francavilla, direttore sportivo fino a qualche giorno fa, aveva annunciato che non sarebbe stato possibile abbonarsi senza la Tessera del Tifoso, questo mostro civile frutto di abile mix tra rigurgito securitario e interessi finanziari. Con un Foggia da zona play-out, in mano a quei famosi otto soci (che escono da pezzenti dopo aver sborsato una marea di soldi per regalare il Foggia a Casillo, quando si dice “saper fare comunicazione”…), con i punti di penalizzazione quasi certi, la squadra da allestire in fretta, due turni di squalifica del campo da scontare e lo stadio nuovamente inagibile per via della questione-tornelli, non si sarebbe andati oltre le 7-800 tessere complessive. Quei trecento dissidenti, quelli che la Tessera del Tifoso non la faranno a prescindere, in un bilancio non alimentato da diritti televisivi e introiti da sponsor, sarebbero pesati. Eccome. Invece, da ventiquattro ore la Foggia che un tempo si definiva “pallonara” è in subbuglio. In migliaia sono pronti a mettersi in fila per l’abbonamento. E se c’è la Tessera da farsi, beh, la si farà. Che tanto “non abbiamo niente da nascondere”, dice la piazza stolta che crede alla leggenda della violenza e non comprende la sperimentazione repressiva, né la manovra delle banche. I diritti civili in cambio di Zeman, Casillo e il sogno malato di ritornare vent’anni indietro. A godersi la città del 1991.
E noi? Quelli di Cosenza, di Trieste, di Portogruaro? E quelli di Sant’Anastasia, di Castrovillari, di Cuneo? Quelli per cui la stagione non finisce mai, che da ritiro a ritiro mettono le loro vite, il loro tempo libero e non solo, al servizio di una passione onnivora? Beh, quelli, noi, fuori. Il paradosso. Perché non ci va di essere schedati, autorizzati, pedinati. Non ci va di trasformarci in utenti del Circo-calcio. Non ci va di sottomettere le nostre domeniche sui gradoni al benestare di una Questura. Non ci va di immettere nuovo denaro pulito nelle speculazioni finanziarie dei broker. Settimana dopo settimana, forse, cercheremo il tagliando per varcare i cancelli. Ma se questa piazza volubile dovesse davvero sottoscrivere le 7.500 tessere (qualcuna in meno, considerando il settore ospiti); se questa gente immemore dovesse, e parlo del nostro caso specifico, anche solo consumare in qualche giorno l’intera fornitura di abbonamenti della Curva, allora lo spettro delle domeniche fuori, a bere al chiosco mentre le rossonere corrono sul prato verde circondate da migliaia di feticisti d’occasione, diventerà più che reale. Saremo fantasmi fatti della stessa sostanza di cui è fatta la malacoscienza di questa città incapace di lottare, ma al contempo irrispettosa e superficiale, pronta a donarsi anima e corpo (e non solo) ad ogni nuovo padrone che promette la luna. Senza pudore o vergogna per le passate diserzioni. Vivremo da spettri e da spettri ascolteremo gli spalti unirsi nello “Zeman Zeman” che ci ripiomberà negli anni dell’assenza di stile. Senza cori continui a spingere, senza colori, bandiere, torce a far vibrare l’aria, vivrete, tesserati, il calcio che vi hanno disegnato addosso. Il calcio che meritate.
29/06/10
Il nostro palcoscenico
Conclave.
Dal latino Cum Clave. Chiuso a chiave.
Nel 1270 i viterbesi, spossati dalle continue faide tra cardinali – i potenti dell’epoca – li chiusero di forza in una sala del palazzo papale. Razionarono il cibo e l’acqua e giunsero finanche a scoperchiare parte del tetto, per offrirli alle intemperie. Il monito era chiaro: Abbiamo bisogno di un papa – uno qualsiasi – e tornerete in libertà solo quando ne avremo uno. Fu eletto Gregorio X.
Il Capitano del Popolo a cui si dovette quell’atto di forza si chiamava Raniero Gatti.
Questo episodio, rimasuglio della mia cultura storica universitaria, mi è girato in testa tutta la notte, come un sogno in loop. A suggerirmelo, l’assembramento di ieri sera sotto la sede dell’US Foggia, a via Napoli. Sopra, all’ottavo piano, i soci della vecchia cordata. Uno dietro l’altro si stanno tirando indietro, dicono. Una settimana fa ci avevano garantito che c’erano dodici soci, potenzialmente venti, pronti ad accollarsi l’iscrizione al campionato e una “squadra dignitosa”. Una sicumera che Capobianco e soci rafforzavano mostrando l’impegno dell’Assindustria e, in prima persona, di quel Zanasi di cui tanto si parla dalla fine della scorsa stagione. Una forza tale che aveva spinto la presunta cordata di Casillo a ritirare il bluff sul tavolo da poker. Il cielo andava schiarendosi. Poi, il tuono. L’offerta di Zanasi, 50mila euro, è rimasta l’unica nel carosello. Gli imprenditori locali hanno lasciato il campo (felici, forse, solo d’aver allontanato dal Tavoliere lo spauracchio di don Pasquale), un cordone sanitario di indifferenza ha circondato i soci rimasti. Che, uno alla volta, in privato ed in pubblico, parlano apertamente di spugne da gettare nella polvere. Come aveva già fatto il sindaco, l’amico di Perrone che Perrone non ha soccorso. L’assemblea dei “dimissionari”, cominciata alle 6 del pomeriggio, è finita alle 9. La sera era già scura abbastanza. Dalle tv dei bar andavano le immagini di Brasile-Cile.
Sulle facce dei tifosi una disperazione che scioglieva la lingua: tutto e il contrario di tutto. Casillo, Coccimiglio, Ciuccariello. I soci, gli ultimi tre o quattro, hanno fatto capolino dal portone e dal cancello. Capannelli ovunque, proposte, indici accusatori. “Il Foggia siamo noi”, come un gorgoglio da naufraghi, come un ferro da stiro che sbuffa affondando. “È una vergogna che dei foggiani ci facciano fallire”, dicevano gli uni; “Senza di noi saremmo falliti cinque anni fa”, rispondevano gli altri. “Pagate i debiti e andatevene”. E il socio fissa il tifoso che ha urlato l’invito. “E dammeli tu i soldi. Ce li hai?”. Ecco. In quel momento sono riaffiorati i miei anni di Lettere e Filosofia. Ricordavo l’episodio del conclave, ma non riuscivo a catalogarlo nel tempo e nello spazio. Ma il senso era chiaro: dovremmo chiuderli dentro, assediarli. Conclave di soci-cardinali, fino alla fumata bianca. Non c’è molto tempo e non ci interessa altro. Chiuderli a chiave, impedirgli di mangiare e bere, forse anche di fumare. Scoperchiare il civico di via Napoli. Uscirete di lì quando avremo un presidente e l’iscrizione. Raniero Gatti è un nome che non potevo ricordare, stiamo parlando pur sempre di storia minore. Mi ha aiutato Wikipedia stamattina, lo ammetto. Ma il succo è quello. Lasciamo da parte la delusione, la tristezza, lo sconforto che rasenta la disperazione per il giocattolo che salta. Passiamo alla pretesa cieca, all’insensibilità, all’ignoranza. E siccome la confidenza è la madre della malacreanza, disinteressiamoci dei patimenti patrimoniali di questi vip, smettiamola di dargli consigli e pareri. Non siamo un sindacato giallo. Siamo il Foggia. Lo spirito e l’essenza del Foggia. Allora cum clave. Chiusi a chiave.
Sia chiaro: sono padroni. Padroni dei loro soldi. Non hanno obblighi nei miei confronti, come io non ne ho nei loro. Ho riconosciuto il loro ruolo. A loro probabilmente interessa poco il mio, il nostro. Il contributo di passione, di chilometri e di cuore che non risulta ascrivibile in bilancio, che non si presenta liquidabile per nessuna banca. Che, andando a stringere, ad un imprenditore non serve. Ma, comunque la si voglia mettere, è quello il fulcro, il nucleo ardente della questione. La nostra passione. Quella voce assente dello stato patrimoniale. Quella sopravvenienza attiva che non figura a fine anno. E Foggia e Pro Sesto pari sono.
Fallire. “Ripartiamo dall’Eccellenza”, sento dire. Capisco lo sfogo, capisco la rabbia, capisco Sansone. Lo scorpione si getta nel fuoco per non farsi catturare dai predatori più grossi. Onore a lui. Ma noi siamo una compagnia itinerante che ha bisogno di palcoscenici. Non c’è gloria a cantarcela e suonarcela da soli ad Avezzano, a Marcianise, a Gallipoli, a Manfredonia. Non c’è gloria neppure a Ferrara, a Foligno, a Pistoia. Ricordo la delusione che provammo a Perugia, un paio di anni fa, a sfidare una curva sguarnita. O a Terni, quando dinanzi ci trovammo non più di 300 persone. E lo stupore dopo Arezzo, quando per tutta la partita ci soffiò in faccia un vento gelido misto a pioggia, e al ritorno ci si chiedeva attoniti: “Ma i loro ultras avevano gli ombrelli?”.
Siamo animali da palcoscenico.
A Castellana, a Copertino, a Terlizzi, a Vieste, non possiamo. Non è proprio cosa. Vogliamo mortificare noi stessi, ridurci uno per uno a comparse minori, solo per dare un segnale della nostra dignità? E se dovesse poi vacillare la costanza? Se finiamo incastrati nelle maglie della serie D per cinque o sei anni, come la Casertana, e deperiamo, come certi insetti nella tela del ragno? E poi, a chi? A chi dovremmo dimostrare qualcosa? C’è un’intera generazione che non ha mai visto la serie B. Un’intera nidiata di ragazzini che tifa Inter, perché i genitori hanno mollato. Io tra dieci anni ne avrò 44. Lanciarci tra le fiamme per seguire l’istinto è cosa nobile. Ma l’urlo, il pianto dirotto che hanno accompagnato l’ultimo gol, quello di Caraccio ai playout, indica che l’istinto della sopravvivenza è pari a quello del “Muoiano i filistei”. Quindi, dobbiamo essere decisi e calmi al contempo. Non godrei a veder scremare la curva, ad osservare – senza poter incidere, intervenire – assottigliarsi la piazza. Come i pesci rossi, adattarsi all’habitat. Che gusto c’è a dire che si era in 20, in 15, in 5? Dividere chi ci crede da chi lo fa per moda, si dice di solito. Ma non scherziamo. Simili prove di forza alla Tafazzi si possono fare in ogni ambito e a qualsiasi livello. Uccidersi per una pena d’amore – “per impazienza”, come diceva Massimo Troisi – è un impulso primario. Poi c’è un secondo impulso, che chiama a lottare per la vita. Fino in fondo. Fino alla fine.
Dal latino Cum Clave. Chiuso a chiave.
Nel 1270 i viterbesi, spossati dalle continue faide tra cardinali – i potenti dell’epoca – li chiusero di forza in una sala del palazzo papale. Razionarono il cibo e l’acqua e giunsero finanche a scoperchiare parte del tetto, per offrirli alle intemperie. Il monito era chiaro: Abbiamo bisogno di un papa – uno qualsiasi – e tornerete in libertà solo quando ne avremo uno. Fu eletto Gregorio X.
Il Capitano del Popolo a cui si dovette quell’atto di forza si chiamava Raniero Gatti.
Questo episodio, rimasuglio della mia cultura storica universitaria, mi è girato in testa tutta la notte, come un sogno in loop. A suggerirmelo, l’assembramento di ieri sera sotto la sede dell’US Foggia, a via Napoli. Sopra, all’ottavo piano, i soci della vecchia cordata. Uno dietro l’altro si stanno tirando indietro, dicono. Una settimana fa ci avevano garantito che c’erano dodici soci, potenzialmente venti, pronti ad accollarsi l’iscrizione al campionato e una “squadra dignitosa”. Una sicumera che Capobianco e soci rafforzavano mostrando l’impegno dell’Assindustria e, in prima persona, di quel Zanasi di cui tanto si parla dalla fine della scorsa stagione. Una forza tale che aveva spinto la presunta cordata di Casillo a ritirare il bluff sul tavolo da poker. Il cielo andava schiarendosi. Poi, il tuono. L’offerta di Zanasi, 50mila euro, è rimasta l’unica nel carosello. Gli imprenditori locali hanno lasciato il campo (felici, forse, solo d’aver allontanato dal Tavoliere lo spauracchio di don Pasquale), un cordone sanitario di indifferenza ha circondato i soci rimasti. Che, uno alla volta, in privato ed in pubblico, parlano apertamente di spugne da gettare nella polvere. Come aveva già fatto il sindaco, l’amico di Perrone che Perrone non ha soccorso. L’assemblea dei “dimissionari”, cominciata alle 6 del pomeriggio, è finita alle 9. La sera era già scura abbastanza. Dalle tv dei bar andavano le immagini di Brasile-Cile.
Sulle facce dei tifosi una disperazione che scioglieva la lingua: tutto e il contrario di tutto. Casillo, Coccimiglio, Ciuccariello. I soci, gli ultimi tre o quattro, hanno fatto capolino dal portone e dal cancello. Capannelli ovunque, proposte, indici accusatori. “Il Foggia siamo noi”, come un gorgoglio da naufraghi, come un ferro da stiro che sbuffa affondando. “È una vergogna che dei foggiani ci facciano fallire”, dicevano gli uni; “Senza di noi saremmo falliti cinque anni fa”, rispondevano gli altri. “Pagate i debiti e andatevene”. E il socio fissa il tifoso che ha urlato l’invito. “E dammeli tu i soldi. Ce li hai?”. Ecco. In quel momento sono riaffiorati i miei anni di Lettere e Filosofia. Ricordavo l’episodio del conclave, ma non riuscivo a catalogarlo nel tempo e nello spazio. Ma il senso era chiaro: dovremmo chiuderli dentro, assediarli. Conclave di soci-cardinali, fino alla fumata bianca. Non c’è molto tempo e non ci interessa altro. Chiuderli a chiave, impedirgli di mangiare e bere, forse anche di fumare. Scoperchiare il civico di via Napoli. Uscirete di lì quando avremo un presidente e l’iscrizione. Raniero Gatti è un nome che non potevo ricordare, stiamo parlando pur sempre di storia minore. Mi ha aiutato Wikipedia stamattina, lo ammetto. Ma il succo è quello. Lasciamo da parte la delusione, la tristezza, lo sconforto che rasenta la disperazione per il giocattolo che salta. Passiamo alla pretesa cieca, all’insensibilità, all’ignoranza. E siccome la confidenza è la madre della malacreanza, disinteressiamoci dei patimenti patrimoniali di questi vip, smettiamola di dargli consigli e pareri. Non siamo un sindacato giallo. Siamo il Foggia. Lo spirito e l’essenza del Foggia. Allora cum clave. Chiusi a chiave.
Sia chiaro: sono padroni. Padroni dei loro soldi. Non hanno obblighi nei miei confronti, come io non ne ho nei loro. Ho riconosciuto il loro ruolo. A loro probabilmente interessa poco il mio, il nostro. Il contributo di passione, di chilometri e di cuore che non risulta ascrivibile in bilancio, che non si presenta liquidabile per nessuna banca. Che, andando a stringere, ad un imprenditore non serve. Ma, comunque la si voglia mettere, è quello il fulcro, il nucleo ardente della questione. La nostra passione. Quella voce assente dello stato patrimoniale. Quella sopravvenienza attiva che non figura a fine anno. E Foggia e Pro Sesto pari sono.
Fallire. “Ripartiamo dall’Eccellenza”, sento dire. Capisco lo sfogo, capisco la rabbia, capisco Sansone. Lo scorpione si getta nel fuoco per non farsi catturare dai predatori più grossi. Onore a lui. Ma noi siamo una compagnia itinerante che ha bisogno di palcoscenici. Non c’è gloria a cantarcela e suonarcela da soli ad Avezzano, a Marcianise, a Gallipoli, a Manfredonia. Non c’è gloria neppure a Ferrara, a Foligno, a Pistoia. Ricordo la delusione che provammo a Perugia, un paio di anni fa, a sfidare una curva sguarnita. O a Terni, quando dinanzi ci trovammo non più di 300 persone. E lo stupore dopo Arezzo, quando per tutta la partita ci soffiò in faccia un vento gelido misto a pioggia, e al ritorno ci si chiedeva attoniti: “Ma i loro ultras avevano gli ombrelli?”.
Siamo animali da palcoscenico.
A Castellana, a Copertino, a Terlizzi, a Vieste, non possiamo. Non è proprio cosa. Vogliamo mortificare noi stessi, ridurci uno per uno a comparse minori, solo per dare un segnale della nostra dignità? E se dovesse poi vacillare la costanza? Se finiamo incastrati nelle maglie della serie D per cinque o sei anni, come la Casertana, e deperiamo, come certi insetti nella tela del ragno? E poi, a chi? A chi dovremmo dimostrare qualcosa? C’è un’intera generazione che non ha mai visto la serie B. Un’intera nidiata di ragazzini che tifa Inter, perché i genitori hanno mollato. Io tra dieci anni ne avrò 44. Lanciarci tra le fiamme per seguire l’istinto è cosa nobile. Ma l’urlo, il pianto dirotto che hanno accompagnato l’ultimo gol, quello di Caraccio ai playout, indica che l’istinto della sopravvivenza è pari a quello del “Muoiano i filistei”. Quindi, dobbiamo essere decisi e calmi al contempo. Non godrei a veder scremare la curva, ad osservare – senza poter incidere, intervenire – assottigliarsi la piazza. Come i pesci rossi, adattarsi all’habitat. Che gusto c’è a dire che si era in 20, in 15, in 5? Dividere chi ci crede da chi lo fa per moda, si dice di solito. Ma non scherziamo. Simili prove di forza alla Tafazzi si possono fare in ogni ambito e a qualsiasi livello. Uccidersi per una pena d’amore – “per impazienza”, come diceva Massimo Troisi – è un impulso primario. Poi c’è un secondo impulso, che chiama a lottare per la vita. Fino in fondo. Fino alla fine.
26/06/10
Le due città
Fosse fallito, rischiasse il fallimento, l’Ascoli Satriano, il Rocchetta Sant’Antonio, l’Atletico Orsara, c’è da scommettere che la via principale di quei paesi si popolerebbe di gente, di bandiere, di striscioni. C’è da scommettere che l’adesione al corteo sfiorerebbe percentuali bulgare. Le mamme, le nonne, i bambini.
Invece è l’US Foggia a rischiare di non iscriversi, di scomparire.
E il corteo che si snoda per le strade centrali della città è …roba da ultras.
O, almeno, così sembra.
Foggia ha un problema di comunità.
Che non è un semplice problema di contabilità. È una questione di sguardi.
Perché sono quelli a fare la differenza.
Gli sguardi incuriositi, blandi, di quelli che s’affacciano ai balconi o aprono le finestre e sbirciano di sotto, destati dalla siesta d’un pomeriggio di quasi estate; le facce di quelli che sorridono, che commentano col vicino, appoggiati alla ringhiera; le mani di quelli che indicano, i gesti di quelli che gesticolano e, si intuisce, sanno come stanno veramente le cose e, al contempo, stanno motivando la propria estraneità. Quelli che tutto va male, che nessuno ha ragione, che tanto non mi riguarda.
Sono gli sguardi a fare la differenza.
Quelli dei passanti che si fermano ai margini del flusso, che osservano lo striscione, e poi le bandiere, e ridono stranieri ai cori, ai battimani. Quelli che scuotono la testa pensando che non sono queste le cose serie, le cose per cui bisognerebbe manifestare, che se poi gli chiedi quali siano non lo sanno neppure. È così da sempre, ed anche l’assuefazione, la rassegnazione insita, traslucida in queste due righe lo dimostra, più di un trattato di antropologia.
Ai tempi della scuola, quando ai cortei si andava in massa solo nelle ore di lezione, la gente ti guardava e diceva: “Andate a studiare!”. Quando si manifestava contro l’aggressione alla Serbia, all’Iraq, o contro le atomiche di Chirac, l’invito più pressante era quello ad andare a lavorare. Motivato, per carità, dalla distanza incommensurabile tra l’evento e questo capoluogo di provincia dell’impero. E anche quelli che si lamentavano dei giorni persi a scuola, a guardarli con distacco, oggi, non avevano tutti i torti. Ma i livelli si abbassano, le cause si afflosciano e finiscono per abbandonare l’etereo mondo dei massimi sistemi, e sfiorare le teste di noi tutti. Della cosiddetta società civile.
La mafia, la società, l’omicidio Panunzio, l’omicidio Giuva.
Altrettanti cortei mattutini. E tante teste ai margini, a guardare gli studenti sfilare, mentre gli anchorman più spudorati ciarlavano di nuove avvincenti prese di coscienza giovanili.
Poi fu la volta di Marcone, e di sera – si sa – gli studenti non ci sono. E la decantata antimafia da corteo è scomparsa, lasciando a quattro gatti il compito di accendere le fiaccole dell’indignazione di facciata. Una cinquantina di luci nella notte e, tutt’attorno, un mare di cappelli, di sigarette accese, di sbuffi di fumo. Tra le due città – l’una assai più piccola dell’altra – una membrana di vuoto.
La stessa di sempre.
“Questa è Foggia”, si dice. “Questo ci meritiamo”, arrischiano i più arditi.
Una città dove la parte attiva – attiva per qualsiasi ragione – è sempre osservata, videoripresa, commentata, talvolta vilipesa, dalla parte inattiva, che si ritiene arrivata, più furba, più intimamente consapevole, più navigata delle cose della vita.
Una città dove ogni corteo è espressione di una minoranza che, passo dopo passo, s’inoltra nelle viscere, nelle arterie di una esistenza estranea. Quella dei passanti, dei condomini, delle fortezze col cancello isolate dal traffico. Manco fossimo a Dallas. Foggia è lo scenario, la quinta teatrale, di ogni tentativo di riportarla in vita, di farla partecipare. “Non state lì a guardare”, si gridava ai tempi delle superiori.
E ieri, mentre il corteo per le sorti dell’US Foggia – una squadra di calcio, certo, ma anche un piccolo patrimonio comunitario per una città che un tempo viveva di pane e pallone – si snodava da corso Giannone a piazza Cavour, di gente che guardava ce n’era tanta. Tantissima.
C’era finanche chi arrivava al sacrificio estremo di sventolare la sua bandierina dei tempi della A dal balcone, ma che di affrontare la rampa di scale e sbucare dal portone per fare due passi con noi non aveva la minima intenzione. Così come c’è stato anche chi ha pensato bene di agevolare gavettoni d’acqua sui manifestanti. Così, per scherzo. Così, per scherno. Perché il “Che vanno facendo?” rimanga epigrafe sotto lo stemma delle tre fiammelle.
Una città dove manca completamente in senso di comunità, d’appartenenza.
Una città destinata a morire nelle proprie case, indifferente a tutto, incapace di mettersi in gioco, di sopportare il peso del ridicolo o di mostrare la propria faccia per una causa qualsiasi.
Una città dove chi ancora ha voglia di restare in piedi non può che sperare che quei centocinquanta-duecento non decidano, a loro volta, di chiudersi in casa.
Invece è l’US Foggia a rischiare di non iscriversi, di scomparire.
E il corteo che si snoda per le strade centrali della città è …roba da ultras.
O, almeno, così sembra.
Foggia ha un problema di comunità.
Che non è un semplice problema di contabilità. È una questione di sguardi.
Perché sono quelli a fare la differenza.
Gli sguardi incuriositi, blandi, di quelli che s’affacciano ai balconi o aprono le finestre e sbirciano di sotto, destati dalla siesta d’un pomeriggio di quasi estate; le facce di quelli che sorridono, che commentano col vicino, appoggiati alla ringhiera; le mani di quelli che indicano, i gesti di quelli che gesticolano e, si intuisce, sanno come stanno veramente le cose e, al contempo, stanno motivando la propria estraneità. Quelli che tutto va male, che nessuno ha ragione, che tanto non mi riguarda.
Sono gli sguardi a fare la differenza.
Quelli dei passanti che si fermano ai margini del flusso, che osservano lo striscione, e poi le bandiere, e ridono stranieri ai cori, ai battimani. Quelli che scuotono la testa pensando che non sono queste le cose serie, le cose per cui bisognerebbe manifestare, che se poi gli chiedi quali siano non lo sanno neppure. È così da sempre, ed anche l’assuefazione, la rassegnazione insita, traslucida in queste due righe lo dimostra, più di un trattato di antropologia.
Ai tempi della scuola, quando ai cortei si andava in massa solo nelle ore di lezione, la gente ti guardava e diceva: “Andate a studiare!”. Quando si manifestava contro l’aggressione alla Serbia, all’Iraq, o contro le atomiche di Chirac, l’invito più pressante era quello ad andare a lavorare. Motivato, per carità, dalla distanza incommensurabile tra l’evento e questo capoluogo di provincia dell’impero. E anche quelli che si lamentavano dei giorni persi a scuola, a guardarli con distacco, oggi, non avevano tutti i torti. Ma i livelli si abbassano, le cause si afflosciano e finiscono per abbandonare l’etereo mondo dei massimi sistemi, e sfiorare le teste di noi tutti. Della cosiddetta società civile.
La mafia, la società, l’omicidio Panunzio, l’omicidio Giuva.
Altrettanti cortei mattutini. E tante teste ai margini, a guardare gli studenti sfilare, mentre gli anchorman più spudorati ciarlavano di nuove avvincenti prese di coscienza giovanili.
Poi fu la volta di Marcone, e di sera – si sa – gli studenti non ci sono. E la decantata antimafia da corteo è scomparsa, lasciando a quattro gatti il compito di accendere le fiaccole dell’indignazione di facciata. Una cinquantina di luci nella notte e, tutt’attorno, un mare di cappelli, di sigarette accese, di sbuffi di fumo. Tra le due città – l’una assai più piccola dell’altra – una membrana di vuoto.
La stessa di sempre.
“Questa è Foggia”, si dice. “Questo ci meritiamo”, arrischiano i più arditi.
Una città dove la parte attiva – attiva per qualsiasi ragione – è sempre osservata, videoripresa, commentata, talvolta vilipesa, dalla parte inattiva, che si ritiene arrivata, più furba, più intimamente consapevole, più navigata delle cose della vita.
Una città dove ogni corteo è espressione di una minoranza che, passo dopo passo, s’inoltra nelle viscere, nelle arterie di una esistenza estranea. Quella dei passanti, dei condomini, delle fortezze col cancello isolate dal traffico. Manco fossimo a Dallas. Foggia è lo scenario, la quinta teatrale, di ogni tentativo di riportarla in vita, di farla partecipare. “Non state lì a guardare”, si gridava ai tempi delle superiori.
E ieri, mentre il corteo per le sorti dell’US Foggia – una squadra di calcio, certo, ma anche un piccolo patrimonio comunitario per una città che un tempo viveva di pane e pallone – si snodava da corso Giannone a piazza Cavour, di gente che guardava ce n’era tanta. Tantissima.
C’era finanche chi arrivava al sacrificio estremo di sventolare la sua bandierina dei tempi della A dal balcone, ma che di affrontare la rampa di scale e sbucare dal portone per fare due passi con noi non aveva la minima intenzione. Così come c’è stato anche chi ha pensato bene di agevolare gavettoni d’acqua sui manifestanti. Così, per scherzo. Così, per scherno. Perché il “Che vanno facendo?” rimanga epigrafe sotto lo stemma delle tre fiammelle.
Una città dove manca completamente in senso di comunità, d’appartenenza.
Una città destinata a morire nelle proprie case, indifferente a tutto, incapace di mettersi in gioco, di sopportare il peso del ridicolo o di mostrare la propria faccia per una causa qualsiasi.
Una città dove chi ancora ha voglia di restare in piedi non può che sperare che quei centocinquanta-duecento non decidano, a loro volta, di chiudersi in casa.
24/06/10
“Che siete venuti a fare?”
Con questa domanda – cinica, spregevole, arrogante – il giudice della libertà del Tribunale di Bari ha accolto Topazio e il suo avvocato all’appuntamento. Era stata fissata per oggi, 24 giugno, l’udienza per i domiciliari.
Istanza respinta.
Non è stato concesso neppure il tempo al legale per esprimere la propria “interpretazione” della sentenza. La decisione era già stata presa prima della messinscena. Prima che Topazio fosse accompagnato – come un delinquente d’altri tempi – sotto scorta fino al Tribunale di Bari.
“La vostra interpretazione – ha dichiarato il giudice – sarebbe senz’altro FUNAMBOLICA!”. Liquidate così, in poche parole, in pochi attimi, intere settimane di speranze, di attivismo, di passione. Liquidati in pochi secondi, nel più freddo linguaggio della burocrazia nostrana, i sogni di LIBERTA’ di un nostro FRATELLO “colpevole” d’essere un ULTRAS e di non aver ottemperato a tutti gli obblighi della libertà vigilata che il suo status gli imponeva.
La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: debole, remissiva, accondiscende con i forti, i potenti, i protetti; forte, inflessibile, punitiva nei confronti dei deboli, dei soggetti poco tutelati, di quelli da sbattere dentro per lavarsi la propria mala coscienza.
Topazio – in carcere dal 23 aprile scorso per una firma saltata durante un precedente periodo di diffida – è ormai un esempio di ACCANIMENTO GIUDIZIARIO. E questo è il dato che, più di tutti, deve balzare agli occhi degli ignari, delle anime belle, dei garantisti ad oltranza di questo Paese.
Da parte nostra giunga ai giudici, agli sbirri e ai leccaculo di turno tutto il disprezzo di cui siamo capaci. E una promessa: non ci fermeremo. Continueremo a lottare perché simili vergogne non accadano più, a nessun ULTRAS, a nessun CITTADINO di questo stato allo sbando. Non ci fermeremo. Per la libertà – bene su tutti non barattabile – del nostro FRATELLO e di tutti coloro che, senza padroni o padrini, subiscono le angherie del potere.
Non ci fermerete.
mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
Ciurma Nemica Foggia
Istanza respinta.
Non è stato concesso neppure il tempo al legale per esprimere la propria “interpretazione” della sentenza. La decisione era già stata presa prima della messinscena. Prima che Topazio fosse accompagnato – come un delinquente d’altri tempi – sotto scorta fino al Tribunale di Bari.
“La vostra interpretazione – ha dichiarato il giudice – sarebbe senz’altro FUNAMBOLICA!”. Liquidate così, in poche parole, in pochi attimi, intere settimane di speranze, di attivismo, di passione. Liquidati in pochi secondi, nel più freddo linguaggio della burocrazia nostrana, i sogni di LIBERTA’ di un nostro FRATELLO “colpevole” d’essere un ULTRAS e di non aver ottemperato a tutti gli obblighi della libertà vigilata che il suo status gli imponeva.
La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: debole, remissiva, accondiscende con i forti, i potenti, i protetti; forte, inflessibile, punitiva nei confronti dei deboli, dei soggetti poco tutelati, di quelli da sbattere dentro per lavarsi la propria mala coscienza.
Topazio – in carcere dal 23 aprile scorso per una firma saltata durante un precedente periodo di diffida – è ormai un esempio di ACCANIMENTO GIUDIZIARIO. E questo è il dato che, più di tutti, deve balzare agli occhi degli ignari, delle anime belle, dei garantisti ad oltranza di questo Paese.
Da parte nostra giunga ai giudici, agli sbirri e ai leccaculo di turno tutto il disprezzo di cui siamo capaci. E una promessa: non ci fermeremo. Continueremo a lottare perché simili vergogne non accadano più, a nessun ULTRAS, a nessun CITTADINO di questo stato allo sbando. Non ci fermeremo. Per la libertà – bene su tutti non barattabile – del nostro FRATELLO e di tutti coloro che, senza padroni o padrini, subiscono le angherie del potere.
Non ci fermerete.
mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
Ciurma Nemica Foggia
31/05/10
Il tributo
di Lobanowski 2
Domenica 30 maggio, Foggia-Pescina 1-2
Volevate le lacrime. Gli dei imponevano sacrifici umani: un cuore violato sul piatto d’argento. Dopo undici anni tra terza e quarta categoria, all’ennesimo traguardo fallito, come se ce ne fosse ancora bisogno. Divinità ingorde, beffarde, sfacciate.
Non dovevano fare due gol. Non dovevano vincere con due gol di scarto, quelli dell’Avezzano.
E quando 2-0 è stato, il “Vergognatevi!” ha aperto la danza mistica.
In poltrona, in centralissima, dove ben vestiti padri di famiglia se la stavano prendendo coi dodici tifosi abruzzesi presenti e le famiglie dei calciatori, in tanti – tutti, forse – hanno aguzzato lo sguardo, allungandolo verso l’angolo della Sud. Dove la folla premeva e quella porta non cadeva.
“Siiii!”, sono certo abbiano urlato. “Sfasciate tutto!”.
La delega in bianco, la voglia di cedere agli altri l’amaro calice e di veder fare, piuttosto che agire. E giudicare, giudicare, finché non duole la lingua.
Ho visto lo sguardo dei giocatori. Cazzo, se qua si passa dalle vuote minacce alle vie di fatto, siamo fottuti. E attorno il formicaio. Girone B, serie C1. Quello che siamo. Ho visto lo sguardo dell’arbitro, senza la personalità necessaria per intervenire nel dibattito dei fatti. Nel trambusto qualcuno chiedeva di attendere i 20 minuti che ancora mancavano. Poi, nel caso. Io dico: quando la rabbia sfonda gli argini della consuetudine, allora deve scorrere fino in fondo. Perché qui non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Di sconfitte è lastricato il nostro presente. Qui si tratta d’essere scaraventati all’inferno per procura: per mezzo di undici mercenari molli e demotivati, incapaci di un sussulto di dignità, di onorare quella maglia per cui altri fanno sacrifici non retribuiti. Vedere il terrore stamparsi laddove c’era il sorriso distante della circostanza è stato un primo passo. Poi l’arbitro ha fatto ricominciare e, di fatto, ha smesso di arbitrare. E quei pagliacci ci hanno messo una decina di minuti a confezionare il gol che ci ha tenuti in Prima divisione. In C1, in pratica. Girone B. Quello che siamo.
In poltona, in centralissima, ma anche in gradinata e in Sud, si è tornati ad incitare. L’amore è grande, la memoria cede il passo. I ben vestiti padri di famiglia, impegnati ad augurare tumori agli abruzzesi, adesso si stanno rasserenando. Il collo si fa meno rosso, la pressione si quieta. L’arbitro fischia, siamo salvi, si ricompongono. E a sera sono pronti a puntare il dito.
La squadra si è salvata, la curva è retrocessa.
Quello spettacolo indegno, indecoroso.
La curva è lo specchio dell’inciviltà di questa città.
E via di questo passo.
Sono gli stessi che incitano a contestare, a dare una lezione a questo o a quello, come se gli ultras fossero dei sicari a gettoni. E che se non lo fai, se non contesti quello e questo, sono pronti a tacciarti di viltà. O, peggio, di collaborazionismo con la società. Loro si, sanno chi è sul libro paga dei dirigenti.
Quelli che dicono sempre che in altri tempi non era così. Ed è come se inserissero il bancomat nel posse della loro inconcludenza. Per vidimare l’assenza di passato non c’è metodo migliore. Più o meno come quelli che esordiscono “io non sono razzista”. In un passato atemporale e mitologico come le boscaglie di Tolkien, c’erano botte – a cui immancabilmente hanno partecipato in ruoli strategici – e c’era la saggezza. Pane e companatico. Oggi Foggia si è corrotta.
Sono quelli che “lo spettacolo della curva” è fuori discussione. Che prima d’ogni partita guardano le curve come se gli fosse dovuto qualcosa.
Che fanno una Avezzano ogni due anni e riprendono i cori coi telefonini, come se fossero fuori dal villaggio vacanze in Kenya o stessero allungando la fotocamera tra le sbarre del bioparco. E poi caricano il video su You tube. E scrivono che “siamo GRANDI”. E mettono tre/cinque/sette esclamativi. E che come noi non c’è nessuno. E usano l’aggettivo mitico. E danno degli zingari ai loro omologhi pescaresi, dei pesciaioli ai barlettani, dei contadini agli avellinesi.
Sono il tipo che dopo Foggia-Spal mi ha detto “Bruciala quella scarpetta”, che a sua volta è il clone visivo del ciccione che ci chiese di togliere la bandiera dopo Avellino, entrambi nipoti d’indole dei vecchi di “Ancora appesso al Foggia” al ritorno da Ancona. Serie A.
Volubili.
In classe da Capello, poi, si sono raffinati: ostaggio degli ultras, ripetono. Perché lo sentono in tv. Fanno quello che vogliono!, sbraitano. Si credono i padroni. E tutti a fare ramanzine corrette: se quella porta fosse venuta giù, oggi saremmo in C2. O forse peggio. E tutta quella gente della tribuna, non paga d’aver applaudito il Marcianise e l’Andria, avrebbe avuto la scusa adatta per mettere la parola fine sulla noiosa militanza allo Zaccheria. Liberi, finalmente, di restare a casa a godersi i Del Piero, i Ronaldinho, i Milito. Pronti a rimpiangere le mai pervenute famiglie allo stadio mentre insegnano ai loro figli a tuffarsi nella fontana di piazza Cavour per festeggiare il tetto d’Europa dell’Internazionale di Milano.
Volubili e patetici.
Da questa parte della contesa, ho visto esplodere le contraddizioni. Ho visto l’amore passionale, in nessun caso indifferente e abitudinario. Ho visto adulti piangere come bambini, inconsolabili. E ragazzini pronti a sciogliersi in un abbraccio liberatorio. Tra mille sconosciuti. Ho visto la realtà che si spoglia degli orpelli d’occasione. E libera le energie di cui è composta. Il vetro si spacca al punto di massima tensione. Eppure, a guardar bene gli eventi, non sarebbe cambiato niente. Avremmo finito di vedere i Mondiali in tv e in molti sarebbero partiti per il ritiro in Umbia o nel Lazio. Poi il giro di telefonate ci avrebbe comunicato l’esordio. A Milazzo o col Neapolis. E il calendario avrebbe scadenzato i nostri impegni. In C2 come in B. Prima della Coppa Italia di categoria. Del nuovo inizio, come niente fosse. Eppure, Caraccio (il cui nome va ricordato più per il lutto che l’ha colpito subito dopo la partita che non per l’impresa di un gol) è saltato. Sta per colpire. Colpisce. È da ieri che l’immagine mi si ripropone in stato di veglia. Compulsiva, ossessiva, eccola. Quello crossa, Caraccio salta. Colpisce. Colpisce. Io cado.
Gli dei volevano le lacrime.
Domenica 30 maggio, Foggia-Pescina 1-2
Volevate le lacrime. Gli dei imponevano sacrifici umani: un cuore violato sul piatto d’argento. Dopo undici anni tra terza e quarta categoria, all’ennesimo traguardo fallito, come se ce ne fosse ancora bisogno. Divinità ingorde, beffarde, sfacciate.
Non dovevano fare due gol. Non dovevano vincere con due gol di scarto, quelli dell’Avezzano.
E quando 2-0 è stato, il “Vergognatevi!” ha aperto la danza mistica.
In poltrona, in centralissima, dove ben vestiti padri di famiglia se la stavano prendendo coi dodici tifosi abruzzesi presenti e le famiglie dei calciatori, in tanti – tutti, forse – hanno aguzzato lo sguardo, allungandolo verso l’angolo della Sud. Dove la folla premeva e quella porta non cadeva.
“Siiii!”, sono certo abbiano urlato. “Sfasciate tutto!”.
La delega in bianco, la voglia di cedere agli altri l’amaro calice e di veder fare, piuttosto che agire. E giudicare, giudicare, finché non duole la lingua.
Ho visto lo sguardo dei giocatori. Cazzo, se qua si passa dalle vuote minacce alle vie di fatto, siamo fottuti. E attorno il formicaio. Girone B, serie C1. Quello che siamo. Ho visto lo sguardo dell’arbitro, senza la personalità necessaria per intervenire nel dibattito dei fatti. Nel trambusto qualcuno chiedeva di attendere i 20 minuti che ancora mancavano. Poi, nel caso. Io dico: quando la rabbia sfonda gli argini della consuetudine, allora deve scorrere fino in fondo. Perché qui non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Di sconfitte è lastricato il nostro presente. Qui si tratta d’essere scaraventati all’inferno per procura: per mezzo di undici mercenari molli e demotivati, incapaci di un sussulto di dignità, di onorare quella maglia per cui altri fanno sacrifici non retribuiti. Vedere il terrore stamparsi laddove c’era il sorriso distante della circostanza è stato un primo passo. Poi l’arbitro ha fatto ricominciare e, di fatto, ha smesso di arbitrare. E quei pagliacci ci hanno messo una decina di minuti a confezionare il gol che ci ha tenuti in Prima divisione. In C1, in pratica. Girone B. Quello che siamo.
In poltona, in centralissima, ma anche in gradinata e in Sud, si è tornati ad incitare. L’amore è grande, la memoria cede il passo. I ben vestiti padri di famiglia, impegnati ad augurare tumori agli abruzzesi, adesso si stanno rasserenando. Il collo si fa meno rosso, la pressione si quieta. L’arbitro fischia, siamo salvi, si ricompongono. E a sera sono pronti a puntare il dito.
La squadra si è salvata, la curva è retrocessa.
Quello spettacolo indegno, indecoroso.
La curva è lo specchio dell’inciviltà di questa città.
E via di questo passo.
Sono gli stessi che incitano a contestare, a dare una lezione a questo o a quello, come se gli ultras fossero dei sicari a gettoni. E che se non lo fai, se non contesti quello e questo, sono pronti a tacciarti di viltà. O, peggio, di collaborazionismo con la società. Loro si, sanno chi è sul libro paga dei dirigenti.
Quelli che dicono sempre che in altri tempi non era così. Ed è come se inserissero il bancomat nel posse della loro inconcludenza. Per vidimare l’assenza di passato non c’è metodo migliore. Più o meno come quelli che esordiscono “io non sono razzista”. In un passato atemporale e mitologico come le boscaglie di Tolkien, c’erano botte – a cui immancabilmente hanno partecipato in ruoli strategici – e c’era la saggezza. Pane e companatico. Oggi Foggia si è corrotta.
Sono quelli che “lo spettacolo della curva” è fuori discussione. Che prima d’ogni partita guardano le curve come se gli fosse dovuto qualcosa.
Che fanno una Avezzano ogni due anni e riprendono i cori coi telefonini, come se fossero fuori dal villaggio vacanze in Kenya o stessero allungando la fotocamera tra le sbarre del bioparco. E poi caricano il video su You tube. E scrivono che “siamo GRANDI”. E mettono tre/cinque/sette esclamativi. E che come noi non c’è nessuno. E usano l’aggettivo mitico. E danno degli zingari ai loro omologhi pescaresi, dei pesciaioli ai barlettani, dei contadini agli avellinesi.
Sono il tipo che dopo Foggia-Spal mi ha detto “Bruciala quella scarpetta”, che a sua volta è il clone visivo del ciccione che ci chiese di togliere la bandiera dopo Avellino, entrambi nipoti d’indole dei vecchi di “Ancora appesso al Foggia” al ritorno da Ancona. Serie A.
Volubili.
In classe da Capello, poi, si sono raffinati: ostaggio degli ultras, ripetono. Perché lo sentono in tv. Fanno quello che vogliono!, sbraitano. Si credono i padroni. E tutti a fare ramanzine corrette: se quella porta fosse venuta giù, oggi saremmo in C2. O forse peggio. E tutta quella gente della tribuna, non paga d’aver applaudito il Marcianise e l’Andria, avrebbe avuto la scusa adatta per mettere la parola fine sulla noiosa militanza allo Zaccheria. Liberi, finalmente, di restare a casa a godersi i Del Piero, i Ronaldinho, i Milito. Pronti a rimpiangere le mai pervenute famiglie allo stadio mentre insegnano ai loro figli a tuffarsi nella fontana di piazza Cavour per festeggiare il tetto d’Europa dell’Internazionale di Milano.
Volubili e patetici.
Da questa parte della contesa, ho visto esplodere le contraddizioni. Ho visto l’amore passionale, in nessun caso indifferente e abitudinario. Ho visto adulti piangere come bambini, inconsolabili. E ragazzini pronti a sciogliersi in un abbraccio liberatorio. Tra mille sconosciuti. Ho visto la realtà che si spoglia degli orpelli d’occasione. E libera le energie di cui è composta. Il vetro si spacca al punto di massima tensione. Eppure, a guardar bene gli eventi, non sarebbe cambiato niente. Avremmo finito di vedere i Mondiali in tv e in molti sarebbero partiti per il ritiro in Umbia o nel Lazio. Poi il giro di telefonate ci avrebbe comunicato l’esordio. A Milazzo o col Neapolis. E il calendario avrebbe scadenzato i nostri impegni. In C2 come in B. Prima della Coppa Italia di categoria. Del nuovo inizio, come niente fosse. Eppure, Caraccio (il cui nome va ricordato più per il lutto che l’ha colpito subito dopo la partita che non per l’impresa di un gol) è saltato. Sta per colpire. Colpisce. È da ieri che l’immagine mi si ripropone in stato di veglia. Compulsiva, ossessiva, eccola. Quello crossa, Caraccio salta. Colpisce. Colpisce. Io cado.
Gli dei volevano le lacrime.
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