26/03/13

L’anticipo del sabato di Pasqua


ha sempre portato male al Foggia.

Questo pensavo stamattina, mentre mi lavavo i denti (atto che per qualcuno, ho scoperto ultimamente, ha persino un valore politico). E la mente ha cominciato il gioco delle associazioni. M’è tornato a galla Clagluna e la sua Salernitana, anno di grazia 1988. Pasqua cattolica festeggiata il 3 aprile. Rossoneri sconfitti al “Vestuti”. 2-1, con un rigore che definire “dubbio” farebbe rabbrividire gli indecisi cronici. Sasà Campilongo vestiva la maglia granata, all’epoca. E non so neppure se lo chiamavano già Sasà. Di certo non faceva ancora il testimonial per la guaina che migliora la precisione del tiro a rete, sul Guerin Sportivo. E neppure se allora si usasse il termine “testimonial”. Comunque sia, Campilongo si lasciò cadere a peso morto, tra Scienza e Accardi. Senza alcun contributo dei nostri difensori. Mazzalupi di Roma, al minuto 42, regalò ai campani il penalty vincente. Avevamo pareggiato con Baldini solo quattro minuti prima. Clagluna – alla domanda: “I foggiani contestano il rigore. Lei cosa risponde?” – dichiarò: “Perché? Era troppo angolato?”. In panca c’era Marchioro. Non andammo in B.

Il dentifricio fa il giro del cavo orale. Risciacquo. Sputo.

Nel 1989 andò pure peggio. Perdemmo a Caserta, 2-1, dopo una striscia di risultati positivi che durava, se non erro, dal rovescio di Frosinone. In settembre. Caramanno era uno che non vinceva quasi mai in trasferta. Ma col calcio del due punti a vittoria, arroccarsi pagava. Ma soprattutto quel 25 marzo perdemmo, persi, si può ben dire per sempre, il mio eroe dell’infanzia: Fabio Fratena. Un fallaccio, una specie di chiusura a sandwich, una caduta scomposta. E il Buitre di Capitanata cessò d’essere il trascinatore sul campo. Un gran gol di List non evitò la sconfitta.
Ispeziono i denti con la lingua. E mi sale al cervelletto il pareggio interno con l’Udinese, 2-2, l’anno della promozione in A, con Zeman. Vincevamo 2-0 e dovevamo continuare ad attaccare. Pioveva, o quasi. Ero in Curva Nord. L’unica partita mai vista sotto, in Nord. C’era tanta di quella gente che la metà avrebbe fatto la gioia del presidente del Bari. Con mio padre accanto, assistetti ad una prodezza di Beppe Signori. Una punizione di seconda con gol in scivolata. Una cosa da antologia. Poi segnò anche Balbo. Si, Pasqua porta sfiga.

Poi, una volta uscito dal bagno, decido che non è il caso. Devo documentarmi meglio. Non è possibile che si sia sempre perso. E d’incanto mi torna indietro come un boomerang quel colpo di vento che spinse in rete un calcio d’angolo di Stroppa contro il Piacenza. Era il 2 aprile del 1994. Avevo appena visto Il nome della rosa in videocassetta e tentato l’ultimo disperato tentativo di riavvicinamento con la santa madre Chiesa. Hai visto, mi dico.
E i ricordi tornano a rimescolarsi, come un mulinello d’acqua dolce, lacustre.
A Messina, al vecchio “Celeste”, vinciamo 2-0 con doppietta di Signori, nel Novanta.
E 5-0 il Verona di Liedholm, nel primo anno di A, con Zeman. Il povero barone disse che mai aveva subito un’umiliazione così pesante. I veronesi erano trenta. Erano raccolti e noi gli auguravamo di finire tutti appesi. Ricordo. Così come ricordo, ma a malapena, il pari interno col Parma dell’aprile ’95. L’anno della desolante retrocessione in B, dopo i fasti del nono posto. L’anno che scoprii Le Fanu.
E come ho potuto dimenticare quella ormai storica trasferta all’ “Olimpico” con la Lazio, con Di Vincenzo che realizza un eurogol in pallonetto e corre sotto un settore semideserto, dove saltiamo come invasati e, con l’ausilio del tetto protettivo che fa da amplificatore naturale, da cava, sembra di essere un migliaio e non 100.
Ormai sono adulto, vestito di tutto punto, e sto per chiudermi alle spalle la porta di casa per andare a lavorare. E ripenso a zio Tarcisio Burgnich, alle sue strepitose salvezze, alle stagioni di B. D’incanto mi torna il buonumore. Ripenso a Sciacca, che con un rasoterra da fuori beffa al novantesimo il portiere del Brescia ed espugna il “Rigamonti” vendicando – seppure parzialmente – un 0-5 casalingo subito all’andata con Delio Rossi sulla panca. Stile zemaniano. Il 2-0 con cui regoliamo in casa la Lucchese, nell’anno della pasquetta a Vasto, il 1997.

In strada c’è vento e quasi pioggia.
E il ricordo tende ad adeguarsi. Si rifà uggioso, chiaroscuro.
Il 3-3 di Treviso, l’11 aprile del ’98. Quando con Angelo al Ruvé sembravamo in trance ed ognuno chiedeva all’altro di svegliarlo. E attorno a noi altri cinquanta avventori, che chiedevano lo stesso al titolare del bar. Che nel frattempo era uscito scosso e fuori di sé per le vie della città incredula. Lasciando incustoditi interi fusti di birra. Si vinceva 3-1 e, rilassati, guardavamo i nostri fallire le palle per rendere più definitiva la vittoria. Al novantesimo si vinceva 3-1. Non ci credo ancora oggi. M’è pure capitato di ritrovare tracce di quella partita nel doppiofondo di una videocassetta, mentre senz’altro cercavo altro. Ed, ironia della sorte, era una cronaca integrale. Telenorba. Del quale rimangono gli ultimi cinque minuti più il fatale recupero. E la festa di quei quindici ultras che c’ha il Treviso.
Nel 1999 eravamo in C1, di nuovo, e impattammo a Palermo.
Due a due. Poche ore prima un viale di vecchi aveva fissato lo stesso punto nel cielo, prima di cena, alle mie spalle. Avevo contato i bombardieri che si dirigevano su Belgrado. La cosiddetta “guerra del Kosovo”. Una Pasqua militante.

E ancora, il Duemilaotto. Il tre a tre di Cremona. Che cosa ha fatto Mounard!
Il Duemilanove. L’uno a uno di Benevento. Il giorno della scarica di birre a prezzi Ultras.
Il Duemiladieci. L’uno a zero di Rimini. Che almeno i cardoncelli non ci vanno di traverso.
E il sabato dei mille nocerini tesserati allo “Zaccheria”. Duemilaundici. Ancora Zeman. 0-1. La loro promozione sotto i nostri sguardi di pietra.

Già, in definitiva, l’anticipo del sabato di Pasqua ha sempre portato male al Foggia.
Ma quest’anno si gioca di giovedì. Per quel che vale.

22/03/13

L’esperienza del Borghetti




Nessuno può dire di conoscere la solitudine se non è mai stato colpito da un Borghetti allo stadio.
Una solitudine totale. Una solitudine semplice. Assoluta. Che sa di scherno. Di irrisione. Che viene da invocare gli astri, il dio sole, le divinità monoteiste. È un momento filosofico. Più ancora che trovarsi ai piedi del Monte Fuji o allo svincolo del deserto del Gobi. Un Borghetti sulla testa è lo stigma della condizione umana. Fa sentire piccoli e insignificanti dinanzi alla maestosa infinità dell’universo. Capitava ai tempi. Quando in curva Sud si stava in tre per metroquadro, che per respirare bisognava alzare gli occhi al cielo, riemergere con le narici dilatate dall’apnea del rettangolo verde. Quei tempi di calca, di ressa. Quelli della sommatoria di adrenalina. Lontani millenni dagli odierni divieti di vendita d’alcolici. Il Borghetti era lì, nelle sue confezioni monodose. Plastiche e indispensabili ai giovanotti vivaci come agli attempati padri di famiglia. Di solito accadeva nel prepartita. Perché senza gli attori in campo, senza fasi di gioco da seguire e commentare, senza i cori da eseguire, tutta l’attenzione era rivolta al cuore degli spalti. Una specie di sguardo introspettivo, rivolto all’interno. Un guanto rovesciato. In quel momento sei teso. O assonnato, che dopo il sabato sera ti è toccato arrivare alle 10 ai cancelli. E quando alle 14 sei dentro, mancano ancora due ore al fischio d’inizio. E la curva già straripa. E si inganna il tempo. Fumando copiose sigarette. Salutando amici e conoscenti. Commentando con i due o tre compari che hai accanto gli eventi della serata precedente. Che tanto siamo stati assieme e c’è poco da commentare. Semmai, qualcosa da ricapitolare. In quei momenti – drappeggiati di sguardi ritmati e frenetici agli orologi da polso – l’aria è ferma. In alcuni spigoli, prima di certe partite, bolle. E tu sei lì. Assonnato, teso, frenetico e ritmato. Concentrato sul gazebo pubblicitario a centrocampo e sui due alla trequarti. L’uomo del Borghetti era una coda di cometa, catapultato da una forza cibernetica dalla profondità degli spazi al gradone sottostante. Con la cassetta a tracollo. Guardava in su. Impresa individuale assediata. L’incedere fermo, lo sguardo più fermo dell’incedere. Cupo. Non sorrideva mai, l’uomo del Borghetti. Non rientrava nel copione. Magari non è così, ma è così che lo disegnano, pensavo. Gli spiccioli, i furbi, gli arroganti, i lenti. Una quantità di fenomeni sociali da tenere a mente, nell’attimo in cui la frazione spacca il secondo. Velocità d’esecuzione, transazione senza fronzoli. Mano al portafogli, chiavi in mano. Tu sei lì. Osservi e ti chiedi come faccia, quell’uomo, a reggere per intero sulle sue gracili spalle il peso della sete alcolica di una curva da 5mila soggetti. E, soprattutto, come faccia quell’uomo a raggiungere le estremità della Sud. Luoghi ai più sconosciuti. Lande solo parzialmente esplorate. Passaggio a Nord-Ovest. Inossidabile come Atlante, ubiquo come Padre Pio, sgusciante come Houdini. Caratteristiche che lo rendono simile ad un Lama. Non un semplice posto di lavoro, il suo. Non a caso su Business Affari non c’è mai stato alcun riquadro, alcun numero di telefono, alcun indirizzo dove mandare i curriculum. Per diventare l’uomo dei Borghetti dello “Zaccheria” non serve competenza. Serve illuminazione. Predestinazione. Tu sei lì e lo guardi. E fa caldo. Anche a febbraio, con cento persone che ti respirano addosso, che si muovono tra le linee con agilità. Se facessi un passo avanti io, penso che cadrei in un vuoto di persone. Anche per fare quello che va a comprare i Borghetti agli amici ci vuole pratica. Bisogna scavalcare un popolo. A quel punto sei rilassato. Concentrato. Del resto mancano solo quarantacinque minuti all’ingresso delle squadre in campo. E nel sonno della fragilità, immancabilmente succede. Un volo a planare, di cui non ti accorgi, non puoi accorgerti. Dall’infinitamente alto, dalla Montagna, dai luoghi sconosciuti, un plastico involucro scolato è già partito. Disinvoltamente. Vola a mezz’aria, sulle teste di centinaia di sconosciuti ignari, rivolti al campo. E si gode la picchiata. Tu sei lì. E non lo sai. Ma quell’involucro cerca te. Tra migliaia di crani, te. Il tuo. C’è un momento preciso. Un segmento di vita in cui la corteccia cerebrale si rattrappisce. Ti spinge a schiacciarti, a comprimerti nel collo. A chiuderti. E non è ancora successo. Ma sta per accadere. Il tonfo, poi, è metallico. Immane. Amplificato dalla scatola cranica. Sembra una rondella di ferro, un pezzo d’incudine. Qualcosa di grosso. Di enorme. E sei solo. È capitato a te. E capisci cos’è la solitudine. Solo, tra migliaia di anonimi. Il Borghetti ha colpito te. E non puoi riavvolgere il nastro. Devi reagire. E hai due scelte. Fingere che non sia mai successo, tenerti la ferita nell’animo senza metterti a piangere, e rivolgere una domanda a caso a quello che ti sta accanto. E, quasi sempre, scorgere negli occhi di chi ti sta attorno che tutti hanno visto. Solo. E al centro di un mondo che sghignazza. Una crudeltà sottile. Colossale. Oppure puoi scegliere di girarti. Voltarti di scatto, con lo sguardo truce da affiliato italo-americano che supera gli steccati dello sbandamento. E fare il falco. Scrutare le facce disinvolte, come uno schiaffo del soldato con un intero battaglione a giocare. E tu sotto. Ma questa è un’opzione da scartare. Chiunque abbia un minimo d’esperienza in Borghetti in testa sa che è meglio non farlo. Anzitutto perché non troverai mai il colpevole. E poi perché, di solito, il colpevole non ha coscienza di esserlo. Ma di certo, pure individuato, non ti chiederà mai scusa. Potresti persino imbatterti in un pluriomicida amnistiato. In un boss della malavita. Oppure, cosa assai più probabile, dare l’esempio. Far capire d’essere sensibile. Mostrarti nudo nell’atto della permalosità. Facendo si che i quarantacinque minuti che ti separano dalla partita si tramutino in un immeritato inferno. Giacché tutti quelli dietro di te avranno, da quel momento, un’irrefrenabile voglia di comprare un Borghetti, berlo velocemente, e puntare la tua testa come un bersaglio di freccette al pub. È questo il groviglio emotivo che ti fa vacillare. E devi essere bravo e allenato a sbrogliarlo rapidamente. Allora sorridi. Un Borghetti sul cranio è una casualità. Al secondo diventa una questione d’onore. Ti convinci che sia così. Ma dentro, sei l’emblema di una solitudine irriducibile. E devi pure ritenerti fortunato. Hai provato l’esperienza mistica. Nulla, dopo questo, ti farà sentire una monade. 

20/02/13

Il suono dell'asfalto


Ieri pioveva. Una pioggia sottile ed intensa, petulante. Ero senza ombrello. Sceso di casa poco prima che si scatenasse la furia degli elementi e il traffico decidesse, coscientemente, di impazzire. Ben prima che Foggia divenisse quel fenomeno della natura rinomato in tutto il mondo. La Venezia di buche luccicanti e di scoli silvani che noialtri conosciamo a menadito. Salvatore a San Ciro era fuori dal chiosco, col cappuccio in testa e i torcinelli sulla griglia. Non c’è pioggia che tenga. Il mio cappuccio già fradicio ha tagliato la bisettrice tra due macchine ferme all’incrocio, immobili in quel gioco di sguardi truci che di solito si fa in caso di sinistro mancato per un soffio. Quando ogni automobilista fissa il suo rivale convinto che dalla ferocia dell’occhiata, e non dal codice stradale, dipenda l’esito della questione. Come nella vita, non vince chi è più forte, vince chi è più cattivo. E se questo, a un non foggiano, può sembrare un’ingiusta riproposizione della legge della giungla, fa d’uopo sottolineare che ho visto coi miei occhi novantenni prossimi al commiato e pieni di acciacchi non indietreggiare di un passo dinanzi ad arroganti virgulti. Che manco i sovietici a Stalingrado. Foggia is a state of mind. La pioggia poi, inevitabilmente, aumenta la frequenza di questi episodi ma, ironia della sorte, scoraggia i curiosi da seguirne gli esiti, imbastire discussioni professorali, allestire il mercato nero delle scommesse. Le luci di Pantaleo sulla destra, come un bistrò nella Parigi della Belle epoque. Via Guido D’Orso come un boulevard saturo di clacson pressati compulsivamente. Per comunicare qualsiasi cosa. Il palazzetto illuminato. Un fugace pensiero ai mondi paralleli che mi circondano. I pallavolisti, i cestisti. Ma anche i pugili, gli schermitori, i pasticceri. Coi loro ritmi, le loro giornate cadenzate da abitudini completamente estranee alla mia vita, al mio mond…Trschhhhhhh. Oltre le sbarre del prefiltraggio dello “Zaccheria”, nel bel mezzo del mio cogitare assorto e bagnato, a sinistra del mio sguardo fisso e sognante sulle vetrate alte e accese della palestra. Trschhhhhh. E poi: bum, bum, bum. A scalare. Un pallone. Un pallone che fa attrito sull’asfalto. Un pallone recuperato che rimbalza. Davanti allo stadio. Ma si, lo riconosco quel rumore! Mi sono voltato di scatto, ho guardato oltre la siepe leopardiana. Due bambini in tuta, sotto la pioggia battente, all’inseguimento di una specie di Tango bianco coi pentagoni neri. L’infinito. Istintivamente ho smesso di muovere i miei passi verso la meta di Corso Roma. Istintivamente ho sentito le gambe dirigersi verso la cancellata. E, sempre istintivamente, ho appoggiato la testa sulle sbarre, per seguire meglio l’evoluzione di quella meraviglia. Uno contro uno, tra le auto parcheggiate. Un dribbling e un tiro in porta. Che, alla fine della giostra, se li conti, i minuti che passi a rincorrere il pallone scagliato lontanissimo verso la porta immaginifica, sono più di 4/5 di sfida. Eppure, quei due ragazzini erano lì. Voglio dire, non a casa, vezzeggiati e coccolati dalla timorosa affettività delle madri del nuovo Millennio; non isolati davanti ad un monitor che li illude di connetterli col resto del mondo in un paio di click; non a sfidare Cristiano Ronaldo e Messi alla playstation e neppure chini sull’I-phone di ultima generazione. A non fare un cazzo. Erano davanti allo stadio, nel piazzale all’angolo tra la tribuna e la Sud, a tirare calci ad un pallone. Ho immaginato tutto. L’appuntamento a scuola. La scartatella dopo i compiti. Le adesioni convinte e quelle meno. Poi la pioggia. A sfigurare i propositi dei timidi. A dare un alibi agli svogliati. A demotivare i motivati di facciata. E così, ritrovarsi in due. Ma decidere di onorare il patto. Di sicuro tra i due v’era l’ideatore della partitella. O lo erano entrambi. E le voci delle mamme sulla porta e per le scale: “Dov’è che andate, sotto all’acqua?”, “No, ma, non piove più!”. Oppure davvero, sin da principio, era un appuntamento a singolar tenzone. Uno vs uno. Vinca il migliore. Ma non è manco quello il punto. Il pensiero che ha messo radici poco sotto la mia fronte spaziosa. Una gioia che si stempera nella malinconia. Un incipit che funge da premessa: perché sono qui, di testa sulle sbarre, a guardare un pallone che scivola sull’asfalto lucido, a seguire le evoluzioni di un bambino che lo rincorre, mentre la pioggia filtra tra le pieghe scoperte del giubbino? Perché quel rumore mi ha catturato come il passaggio di un meteorite? Perché sono un ragazzino cresciuto, questo si. Ma a parte ciò? Cosa c’è di così strano, avvincente, innovativo? Noi stessi, da bambini, non facevamo altro che giocare a pallone. Ovunque capitasse, dalla stretta via di casa all’Orto, da Sant’Anna ai Mercati generali. Per ore e ore filate. Alla tedesca, a campo grande, sulla piattaforma, a portieri volanti. Un branco di marmocchi in perenne migrazione, da una zona all’altra della città, alla ricerca di rivali. O di privacy, come coppiette di fidanzati. A ruota di quello col Supersantos sottobraccio. O col pallone sguinzagliato, preso a calci calibrati da scarpette casuali fino all’arrivo. Fino alla saracinesca prescelta o allo slargo designato dai cartografi. Quella volta che superammo 7-4 i campioni in carica della Stazione, il torneo da adulti al Dopolavoro ferroviario, la finale per il terzo e quarto posto persa sotto un epico temporale e col pubblico attorno. E le sfide finite a notte fonda, quelle ricominciate al mattino del Primo gennaio, quelle terminate il giorno dopo, quelle che ufficialmente ancora non finiscono. Dal 1986. Il passato. È quello che mi cruccia. Coniugare i verbi al passato. Perché è lo stupore di un presente senza calci al pallone a farmi sembrare eroici questi due bambini. Un tempo sarebbero stati fanciulli normali, banali, tra i tanti. Ma oggi anche il semplice attrito di un pallone reale sull’asfalto reale mi sembra un evento da celebrare come una nomina papale. Come la vittoria dell’uomo sulla macchina. Come un tributo alla sopravvivenza. Come una speranza dell’umanità. Non è stato divertente per niente, a ben pensarci.

E non vorrei lo sai lasciarti mai perché (libro)




27/11/12

Una scommessa


15/11/12

La cronica imbecillità e la nota ritardata



A Termoli, questa estate, eravamo duecento. Forse qualcuno in più. Al calar della sera, le torce colorarono di rosso i bandieroni. Le mani al cielo salutarono l’ingresso in campo del Foggia. Quello che salvato da Pelusi&C. andava ad affrontare il primo impegno di Coppa. Il fotografo immortalò il pathos del momento. E ventiquattro ore dopo, la tribunetta di Termoli divenne un banner, uno di quegli sfondi da pc che tanto successo hanno nel mercato della comunicazione. I tifosi, gli Ultras al seguito, come messaggio promozionale della società calcistica. Con tanto di logo in alto a sinistra e link al sito ufficiale in basso. Espediente per nulla innovativo, a dire il vero. Negli ultimi anni solo il volto di un allenatore ha preso il posto della curva nei manifesti della campagna abbonamenti. E questa società, che sbandierava Tutta un’altra storia come motto, non s’è resa troppo diversa da quelle che l’hanno preceduta. Operazione simpatia, un po’ ruffiana un po’ no, ma in ogni caso non dissimile da Il Foggia siamo noi e Innamorato sempre di più, cori di curva diventati strumento per vendere biglietti alla curva. Niente di male.


In un comunicato stampa diramato in mattinata, il Foggia quest’oggi si dice frustrato, impotente e pieno di rabbia per l’ennesima multa comminata alla società a causa (si) del lancio di oggetti in campo e (soprattutto) dell’accensione di fumogeni. Considera che i ripetuti inviti sono caduti nel vuoto, che non c’è senso di responsabilità, che il danno di immagine è grave. Ritiene incomprensibile, ingiustificabile e insostenibile l’atteggiamento di “cronica imbecillità” dei sostenitori rossoneri. E conviene una serie di minacce, tipo farci pagare di più in casa e fuori.


È la storia d’ogni amore per il folklore. Siamo belli, colorati, calorosi quando risultiamo utili alla causa del marchio. Dodicesimo in campo, quando si tratta di fare incasso ed incitare la squadra alla vittoria. Finanche fotogenici, quando saldare le varie anime della piazza è propedeutico al progetto imprenditoriale. Ma diventiamo di botto dei trogloditi dannosi quando il nostro calore e il nostro colore si tramutano in multe. Colore e calore divenuti stigma di colpevolezza per responsabilità diretta di quelle norme assurde che stanno devastando il calcio come l’abbiamo conosciuto e snaturando la vita da stadio. Perché nessuno, fino a dieci anni fa, avrebbe ritenuto “criminale” una fumogenata. Nessuno avrebbe considerato decontestualizzata l’accensione di dieci, venti, cento torce nel catino di un campo sportivo. Perché gli “artifizi” stavano al campo come le torte ai compleanni. Al giorno d’oggi, invece, oltre ad impegnarsi per ritrovare settimanalmente gli stimoli per recarsi allo stadio, c’è anche da mettere in conto il perbenismo, il moralismo, l’ottusità dei nuovi scandalizzati, ridotti a macchiette da una propaganda capillare quanto meschina. Che punta il dito contro i comportamenti dei tifosi per schermare la viltà degli attori principali del “calcio moderno” – presidenti compresi – di fronte ad un sistema sovraccaricato di regole assurde. Certo, è più facile dare degli imbecilli ai propri abbonati. Più difficile – e bisognoso di una dote maggiore di attributi – è dare dell’imbecille al Prefetto, ai Ministri, ai responsabili di Lega e al Legislatore d’emergenza.


Ma giacché questo è, sarebbe affascinante, per una volta, uscire dal guscio del ruolo. Smetterla – per qualche ora – di essere psicopatici coreografici, esaltati che eseguono perfetti battimani a rondine, deviati mentali che il lunedì lo passano senza voce, e presentare sulla scrivania del nuovo dirigente capopopolo il dossier della nostra pazienza. Dall’abbonamento sottoscritto e non goduto per intero – per evidente incapacità gestionale dei nuovi soci – alle spese di lavanderia per gli abiti indelebilmente macchiati da quella specie di calce che ricopre stabilmente i seggiolini della tribuna; dal rimborso per i biglietti a prezzo intero pagati dalle donne a inizio stagione, prima della nuova ventata “rosa” coi tagliandi a 3 euro, alla chiusura vita natural durante del settore per cui abbiamo firmato un accordo economico a inizio stagione. E così, giù, giù, fino all’indecenza dei bagni. Perché è vero: sappiamo essere calorosi e colorati. Ma non siamo indigeni della Papua Nuova Guinea, tribù esiliate dalla civiltà, che dinanzi al conquistatore bianco con la grana si piegano sulle ginocchia e innalzano lodi al cielo. Abbiamo deciso di supportare questa nuova società, è vero. Ma chi blatera di far assaggiare il bastone ai propri tifosi, deve comprendere che ogni credito goduto ha una scadenza. Che la simpatia acquisita attraverso il costante esercizio del protagonismo mediatico – vero Pelusi? – non è garanzia perpetua per nessun rapporto. Rilevare una società di calcio significa avere a che fare con la passione popolare. Significa ragionare con l’istinto e l’irrazionalità. Mettere in conto che per un rigore non dato o un fuorigioco inventato, anche il presidente dell’Assindustria può trasformarsi in un killer spietato. Che il più mansueto degli uomini, alla vista di un passaggio sbagliato, può nutrire sentimenti di spietata vendetta che vanno dall’autolesionismo alla strage. Che accostarsi ad una realtà con un seguito è un privilegio che può diventare una sventura. Ma, soprattutto, che il problema non è il nostro. E che nessuno può pensare, per quanto gradito alla piazza, di invocare repressioni a gratis o cullare il sogno di educare la propria gente. I soldi non trasformano un manager in Maria Montessori, e noi in suoi allievi. Il nostro modo di seguire il Foggia è lo stesso da sempre. E non cambierà, per quante minacce o ricatti ci vengano propinati. 


Magari tutto questo avremmo dovuto dirlo all’indomani di Termoli, quando fummo usati come specchietto per le allodole in un gradevole banner da computer. Ma forse abbiamo pensato, sbagliando, che fosse così ovvio da non meritare una nota.  

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