Mercoledì 25 agosto, Fano-Foggia 1-2
Facciamo così. Questo sarà un pezzo sdolcinato, probabilmente triste, a tratti malinconico come certi quadri impressionisti col tramonto, i fiorellini bianchi e gli stagni. Ma in un momento come questo, proprio non mi riesce di fare meglio. Accontentiamoci.
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L’altra sera Francesco, che non segue, non sa e di solito non vuol sapere nulla di questi fantasmagorici “mondi paralleli” mi ha chiesto, in sostanza, cosa realmente spinga – in un calcio fatto di veleni, televisioni, repressione, interessi e collusioni – a fare gruppo e andare lì dove ti porta il cuore. Senza possibilità di smentita, ho risposto che è il gruppo stesso. Certo, il Foggia, l’Unione Sportiva 1920. Nessun dubbio: ero tifoso dei Rossoneri prima di essere qualsiasi altra cosa. Ma c’è un’alchimia strana, una specie di adrenalina da banda, che si autoalimenta a chilometri e compagnia. È lo scarto, il volano, la differenza sostanziale. E qui non c’entrano i discorsi su quanto di puro sia rimasto in un mondo corrotto o baggianate simili. È la verità, comunque la si voglia intendere.
Umberto è del 1994. Io non ci voglio neppure pensare a cosa facevo nel ‘94. Mi stavo per diplomare, sentivo le posse, occupavo scuola. La compilation da trasferta corre sull’asfalto. Walter il mago è del 1993, Sogni di rock and roll del ‘91. Tango forse dell’85. Non ci voglio pensare. È la sua prima trasferta in gruppo. Il sole brucia la A14, direzione Nord. Qualche accenno di incolonnamento da rientro, ma tutto sommato si marcia spediti. Fano potrebbe essere l’ultima, dice qualcuno. E il pensiero va ricacciato giù, in fondo. Nella stiva dell’anima. Non si riesce a vivere se ci si concentra sulla morte, e la natura fa il suo corso. Millenni di esperienza umana dimostrano che si alzano piramidi e cattedrali gotiche nonostante la fine sia garantita per tutti. Va bene così. Ci vieteranno Lanciano per inspiegabili questioni d’ordine pubblico, poi blinderanno Barletta e Castellammare. Scorrendo il calendario, se tutto va per il meglio, torneremo a viaggiare il 10 ottobre, in direzione Gela, Sicilia. A meno che non si passi il turno in Coppa. Calcoli, combinazioni, incastri. Vivere la propria passione sta diventando un Risiko su vasta scala. Ma bisogna non pensarci, abbiamo detto: Umberto, alla sua prima trasferta, non merita de profundis. E allora la storia è la solita: strada, Borghetti, sigarette, musica. L’ingresso nel paese, l’arrivo allo stadio, le sciarpe enormi ed invernali.
Una camionetta di carabinieri e svariate macchine. Tipi appiedati con sguardo eccessivamente serio, visto il contesto ancora pienamente vacanziero. “Qui non si parcheggia”, ci intima un tale in borghese (ma che sia sbirro ce l’ha scritto in faccia). Un dito ci indica un altrove ultraterreno, che nelle nostre manovre si trasforma nel cortile di un condominio. Motivi di sicurezza a noi ignoti, evidentemente, ritengono quel posto di gran lunga più affidabile. Un sorriso al pensiero di macchine ospiti parcheggiate a Campo reale. Ma si sa, la logica ha abbandonato queste lande. E poi, non abbiamo mica fatto sopralluoghi preventivi. Magari quello è un residence di foggiani emigrati. Alle porte sono inflessibili. Chi è senza biglietto deve farsi la fila al botteghino. Le forze dell’ordine che sigillano il settore e dividono le due tifoserie, si aprono per far passare gli sprovvisti di tagliando. C’è una fila notevole, per essere fine agosto. Almeno ottanta sono i foggiani. Gli altri sono fanesi. Una fila promiscua, che porta pensieri funesti: Ma perché separare a monte ciò che poi, forzatamente, si fa ricongiungere a valle? Perché, come dice lo spot, schiacciare ciò che nasce morbido? Non si sa, ma ci siamo imposti di non pensare. È così, prendere o lasciare. “Oh, sono in fila… anche a nome degli altri, potreste far sospendere la partita visto che qua ci vuole tempo?”.
Il Foggia va sotto, pareggia e vince 2-1. Poco altro da aggiungere, quasi nulla da segnalare: l’eurogol di Insigne, che mi ha ricordato quello di Baggio contro di noi al Delle Alpi, l’ottima trentina di ultras fanesi, i poliziotti infiltrati che fanno uno splendido lavoro sotto copertura (!), le battaglie d’acqua (qualche schizzo colpirà il guardalinee, che li reputerà sputi reiterati e volontari, e il suo referto condannerà il Foggia a pagare 5mila euro, uno sproposito che grida vendetta ed apre altre mille discussioni attualmente in corso).
Usciamo. C’è da recuperare mamma Manu, a spasso col suo carrozzino ed Aurelio nella Fano dell’emergenza ultras, e decidere: Marotta o Mondolfo. Eterno dilemma. La prima è sul mare. Una birra, presumiamo, costerà un pandemonio. La seconda è appena sui colli. Ma i 2 chilometri in più spaventano da morire, così si opta per lo sproposito. Il chiosco è a due passi dalla spiaggia, il cielo è grigio, il mare pure. Luna bassa e appena percepibile, musica metal. 4 euro una 0,66. Lo sapevamo. Ma Aurelio gradisce la vista e si diverte a seguire le onde. Decide lui per tutti. “Possiamo accomodarci?”, chiediamo garbatamente. “Si, ma non vi faccio nessuno sconto”, replica la ragazza, una giara tracimante simpatia. Arrivano i primi bicchieri. E il momento perfetto si attualizza. Ancora una volta. Per l’ultima volta? Non pensarci, non pensarci. Ci proviamo, ma la Tessera occupa i nostri pensieri, impregna le nostre parole. Non potrebbe essere altrimenti. È una spada di Damocle sulle teste di noi tutti. Una fottuta spada di Damocle. Ci sono i diritti civili, certo; c’è il business delle banche, sicuro; c’è il calcio malato e devastato dalle tv e dagli interessi, ovvio. Ma ci siamo noi, soprattutto. Il complotto per evitare nuove serate come questa. Insopportabile. Il discorso vira. Abbiamo, inutile negarlo, grossi problemi di comunicazione. Ne parliamo senza sconti: a Foggia, ma anche a Pisa o a Lucca, siamo arrivati presto al faccia a faccia: tifosi contro ultras, singoli contro gruppi. Una polarizzazione, un gusto dello scontro, che lascia perplessi. Non sappiamo neppure quando è cominciata – forse con la contestazione dei “nuovi foggiani” all’Ariston, forse a Vasto in Coppa, forse molto prima – ma al punto dove siamo è difficile frenare l’inerzia della valanga. Certo, i nuovi tifosi che barattano il Foggia per la dignità sono fastidiosi come zanzare killer. Ma non esiste critica senza autocritica, ed anche in casa nostra dobbiamo liberarci da certi equivoci. Da quella voglia di ghetto che tanto ci piace, da quell’esclusività religiosa che porta ad anteporre la fedeltà alla spiegazione. Indubbiamente, sarebbe stato difficile metterci in fila al botteghino per evangelizzare i candidati abbonati – desiderosi di rivivere il sogno di quella che per loro resta Zemanlandia – a non cadere in trappola. Ma uno sforzo maggiore di comunicazione non sarebbe stato fuori luogo. Molti individui, cani sciolti secondo la vulgata, non sono affatto nostri nemici. Non ci definiscono violenti, non rompono l’anima con gli autogrill devastati o saccheggiati, non ci attribuiscono i mali del paese. Non sono nostri nemici. Avremmo dovuto comprendere prima la loro confusione? Il loro sentirsi “soggetti non garantiti”? Probabilmente si. E adesso è maledettamente tardi. Siamo stati scissi con un colpo d’accetta. E tra di noi serpeggia il disorientamento, mischiato ad una allarmante voglia di normalità: che ne sarà dei nostri cori, dei nostri colori, dei nostri chilometri, delle serate da pasquetta come questa? Il dubbio è atroce, le strategie assenti. Rimane una malinconia profonda. Che neppure il secondo e il terzo giro di birre placa.
Ancora non sappiamo – mentre la ragazza simpatia ci fa gentile omaggio di un paio di taglieri di piadina – che la trasferta di Lanciano verrà giudicata “ad alto rischio” e che Casillo ha fatto sapere che la multa verrà fatta ricadere sui tifosi, con l’aumento dei prezzi dei biglietti. Ignoriamo, mentre la sera nasconde il mare, che a casa ci aspettano decine di neo-tifosi virtualmente inferociti, talmente stanchi di “pagare per gli ultras” (!) che – spalleggiando il Casillo-pensiero – potrebbero fare tranquillamente a meno di noi. A meno di noi? E come? Trasformando gli stadi in luoghi della noia e del nulla, trasformandosi definitivamente in utenti passivi legati al carro dello “spettacolo” sportivo di terza serie? È un’ipotesi talmente assurda che, per la prima volta, mi sembra plausibile. Finanche realizzabile. Quarto giro premonitore: siamo forse sul limitare della sconfitta inevitabile e cerchiamo di posticipare l’inarrestabile caduta? Meglio cambiare argomento. Meglio ritualizzare l’iniziazione di Umberto, il classe Novantaquattro alla sua prima trasferta col gruppo. E l’ironia suona evidente: nominiamo cavalieri mentre perdiamo il feudo. Irresponsabili, incoscienti, idealisti. Il nuovo lampo. Angioletto parla di una Pizza Zeman che il buon Giacinto prepara in quel di Fermo, o di Porto San Giorgio, non s’è capito. “Sono meno di 80 chilometri da qui”. Dietro di noi la luna è altissima, domani è un normalissimo giovedì lavorativo, non arriveremo alla pizza prima delle 2 di notte, ma chi se ne frega. Irresponsabili, incoscienti, idealisti.
Tutto quel che sappiamo, al momento, è che non sappiamo granché, ma come assediati respingiamo il nostro funerale e la fossa comune. Ci difendiamo, passivamente. La radio trasmette la notizia degli atalantini all’assalto di Maroni. Doveva succedere, ne siamo felici, anche se abbiamo sufficiente esperienza per immaginare quanto alte si innalzino – in queste ore – le voci dei tromboni: “Gli ultras hanno fatto un favore a Maroni”. Si, certo. È sport nazionale: contestare chi contesta, naturale sequel all’inazione. Ma tant’è. La pizzeria è chiusa, ma a Fermo c’è ancora un bar aperto. “Incredibile pensare a come il Fano non riuscisse a spazzare in 11 contro 10”, sta dicendo Angioletto, per la ventesima volta. E quando il primo afferra una sedia dal cumulo e la piazza in strada, tutti capiamo che l’attimo perfetto è ricominciato. E non finirà prima di un paio d’ore. Oggi va così, e la stanchezza che pure affiora non è un valido deterrente. Beh, almeno questo è sicuro: non ci prenderanno mai per sfinimento.
28/08/10
23/08/10
Tipi da spiaggia
Domenica 22 agosto, Cavese-Foggia 0-3
Abbiamo visto la partita a Lido del Sole, in una pausa del lavoro.
A ben pensarci, da stamattina non ho visto altro che tipi da spiaggia. Al porto turistico di Rodi Garganico, barche attraccate e stili di bellavita clonati. “Più avanti c’è il locale di Lele Mora”, dicono in tanti, non senza una punta di immotivato orgoglio. Al bar ci squadrano con sufficienza, al tabacchino mi intercetta una cameriera, sospettosamente premurosa che potessi sbagliare porta ed infilarmi nell’attiguo ristorante da 50 euro a pasto. Oggi comincia il campionato. Inorridisco al pensiero di passarlo qui – tra bauli da “tippare” e flycase del concerto di Luca Carboni – tra indigeni e turisti con la testa altrove, ancora saldamente ancorati alla stagione estiva dei profitti e dello sperpero. Alle 16 gioca il Foggia. A Cava dei Tirreni. Questo concetto poco balneare s’infrange contro le rocce come e peggio del mare mosso. In altri tempi, la partita di Cava avrebbe catalizzato un’attenzione spasmodica, da togliere il respiro. Ma da tre anni nessun foggiano mette piede nella Cava, e nessun cavese allo Zaccheria. Hanno vinto o, quanto meno, sono in vantaggio. Venerdì mattina c’era anche stata una mezza apertura, o una distrazione. Si pensava di poter varcare i cancelli del Lamberti. Poi, verso mezzogiorno la disdetta: entrano solo i possessori di Tessera e i residenti. L’US Foggia annuncia, profeticamente (e non si sa in base a quale strana premonizione) che sarà così per tutta la stagione: non solo Cava, Barletta, Castellammare, le trasferte calde; anche per quelle giudicate “libere” – Viareggio, Lanciano, Gela – le Prefetture limiteranno l’accesso ai soli abitanti, oltre che ai tesserati. Un senso di vaga mutilazione, una brutta sensazione. Negative vibrations. Poco vale ricordare, nell’epoca dell’irrazionalità tracimata, che l’iniquo provvedimento della Tessera del tifoso entrerà in vigore domenica 29 agosto, all’apertura del campionato di A. Poco vale. Ormai la legge è un’arma nelle mani delle banche, e si è pronti anche a rispettare una legge che ancora non è tale. E qui il sole scotta, e le prime miss passeggiano sul molo. Teleblu, la tv foggiana che ha vinto la gara per l’assegnazione dei diritti, ha commesso un’infrazione imperdonabile: detiene l’esclusiva ma non ha un canale satellitare. E non può appoggiarsi a nessun altro. I foggiani che abitano fuori dal capoluogo dovranno rassegnarsi, in attesa di contrordini. Angelo chiama da Peschici: neppure quella in chiaro si vede. La gente domanda marzianamente: “Che partita c’è?”. Daniele è al Lido. Giuseppe e Piotrek battono Rodi, bar per bar, casa per casa. Segnale assente. Tranne che per un locale del centro, che però non ci vuole tra i piedi nella fascia oraria dello struscio postprandiale. Inutile insistere. La situazione si sblocca alle 15,15. C’è un posto a Lido del Sole che trasmette il match. Ormai il palco si tiene in piedi da solo. Possiamo andare. E la strana impressione si ripete. In campo, sullo schermo piatto tagliato dal sole, ci sono le gloriose maglie bianche da trasferta. Attorno, la gente è in costume. Sembra Mtv. Ma più profondo di quest’impatto resta il dato: la piazza sta ribollendo. Le inquadrature su Zeman fanno immancabilmente scattare un accenno di coro. Lo capirebbe anche un bambino: l’adorazione per il Boemo – da queste parti icona e simbolo ben prima della sua “crociata” contro il Palazzo e le farmacie – è palpabile. Nell’immediato rischia seriamente di esaurite le scorte di abbonamenti, con conseguente impennata della tesserazione volontaria ed estromissione dagli spalti dei gruppi organizzati. Molto dipende da queste prime partite. Non ce lo siamo nascosti tra noi, specie dopo il pellegrinaggio di massa a Vasto: un paio di sconfitte subito non guasterebbero. Raffredderebbero un po’ l’ambiente, lo renderebbero più realista e meno religiosamente infervorato. Magari se Zeman stecca la prima ci sarà qualche possibilità in più di accedere ai biglietti, la domenica. Certo, siamo ultras e della partita non ce ne frega. Ovvio, chiacchiere. Siamo l’evoluzione esponenziale del tifo da stadio, abbiamo bisogno dei gradoni. Fuori saremmo manifestanti, teddy boys, skinheads, papaboys. Saremmo belli uguale, ma l’ultras è un fenomeno da stadio. Legato a doppio filo con le ritualità da stadio. Senza la chiesa, svanisce il culto. O trasloca nelle catacombe. Quindi, a rigor di logica, dovremmo tifare contro. Tifare Cavese. Ma il solo pensiero rabbuia. Come la morte. Magari teniamoci distanti, occupiamo questa tavolata in seconda fila, ordiniamo birre grandi a 3 euro (Ah, il Gargano…), e dissertiamo del più e del meno, mentre la partita segue il suo corso. Cerchiamo di non farci coinvolgere. È solo uno schermo al plasma, in fondo, che replica la realtà. Non è la realtà. Se poi dovesse segnare la Cavese o il Foggia, beh, affronteremo la cosa sul momento. Il riflesso del sole adombra il campo, il pallone svanisce spesso. La prima tavolata è piegata in avanti, quasi a voler afferrare lo schermo con lo sguardo. Noi ci diciamo che non è mica male Lido del Sole, ce l’aspettavamo più piccola, meno raccolta. E poi il tratto di spiaggia selvaggia fino a Rodi è veramente bello, anche se un po’ sporco. “Ma cosa pensano di pescare quelli a riva?”, “Boh”. “Com’è andata stamattina?”, “Mah, bene, il palco è abbastanza piccolo, due soli mezzi bilici, penso che stanotte prima delle 3 dovremmo aver finito”, “Buono”. Ma gli sguardi fuggono, come evasi in pianura. Ogni tanto qualcuno prova a provocare: “Forza Cava!”, ma davanti ci conoscono, ridono e non ci cascano. Il Foggia gioca. Lo vedono tutti. Anche noi. Cazzo, penso. Ragazzini che non temono la Cava, che aggrediscono e non abbassano la cresta. Siamo reduci da anni di senatori, di gente con esperienza sui campi di terza serie, che se andava a Cava a spazzare e a restituire offese e provocazioni prendeva l’ovazione e strappava lo 0-0. Sarà l’ingenuità, sarà l’incoscienza che aiuta gli audaci, gli inconsapevoli. Che ne sa di Cava uno come Kone, classe 1990, che lotta su ogni pallone e taglia il campo con la forza di un trattore? Che ne sa Laribi, classe 1991? Dovremmo dirglielo? Dirgli degli scontri epici degli anni Ottanta, quando tutto era ancora possibile? E perché mai? È un altro sport, questo. E il Foggia macina azioni, cade spesso in fuorigioco ma fa capire di poter colpire. E colpisce. Goooooool, siiiiiiiii! Prima. Poi ci guardiamo. Il sorriso nasconde l’angoscia: Cristo, siamo tifosi del Foggia con le ali spezzate, che non possono dare vita a quella passione che hanno esternato per anni. Se questi vincono – e questi possono vincere, s’è capito, laddove non s’è mai vinto – domattina ci troveremo le strade imbandierate. E la coda giù ai botteghini. A giugno stavamo morendo ed eravamo 200 in strada, a gridare la nostra rabbia. Adesso siamo più vivi che mai. E negli abbracci di circostanza al carro del vincitore, siamo stati tagliati fuori. Per indole, certo, per nostra rivendicata scelta: ma non possiamo tifare contro la nostra squadra. Meglio affondare – e affonderemo – continuando ad amarla d’un amore diverso, che tradirla. A fine primo tempo, il raddoppio toglie i dubbi residui. Sono felice e sono triste, mi sento scippato, per la seconda volta in vita mia. E non è tanto per la gioia da pochi intimi che si prova a cantare come pazzi mentre si perde 4-0 a Cosenza. Il calcio è sport popolare per antonomasia, figurarsi se mi metto a sponsorizzare i club privè. Ma così, così è ingiusto. È come se un corteo di carnevale sfilasse sotto le finestre di un defunto; come veder zampillare acqua dal pozzo nel giorno della dipartita di chi, a quel pozzo, ha dedicato parte della sua vita. La folla festante delle retrovie rischia seriamente di spazzar via la vecchia armata. E a noi non serve fingere che la cosa non ci interessi. È dilaniante. Pensare che il Foggia vinca 3-0 a Cava dei Tirreni, agevolando il nostro soffocamento, è una di quelle gioie per le quali si può piangere. Di nostalgia.
Abbiamo visto la partita a Lido del Sole, in una pausa del lavoro.
A ben pensarci, da stamattina non ho visto altro che tipi da spiaggia. Al porto turistico di Rodi Garganico, barche attraccate e stili di bellavita clonati. “Più avanti c’è il locale di Lele Mora”, dicono in tanti, non senza una punta di immotivato orgoglio. Al bar ci squadrano con sufficienza, al tabacchino mi intercetta una cameriera, sospettosamente premurosa che potessi sbagliare porta ed infilarmi nell’attiguo ristorante da 50 euro a pasto. Oggi comincia il campionato. Inorridisco al pensiero di passarlo qui – tra bauli da “tippare” e flycase del concerto di Luca Carboni – tra indigeni e turisti con la testa altrove, ancora saldamente ancorati alla stagione estiva dei profitti e dello sperpero. Alle 16 gioca il Foggia. A Cava dei Tirreni. Questo concetto poco balneare s’infrange contro le rocce come e peggio del mare mosso. In altri tempi, la partita di Cava avrebbe catalizzato un’attenzione spasmodica, da togliere il respiro. Ma da tre anni nessun foggiano mette piede nella Cava, e nessun cavese allo Zaccheria. Hanno vinto o, quanto meno, sono in vantaggio. Venerdì mattina c’era anche stata una mezza apertura, o una distrazione. Si pensava di poter varcare i cancelli del Lamberti. Poi, verso mezzogiorno la disdetta: entrano solo i possessori di Tessera e i residenti. L’US Foggia annuncia, profeticamente (e non si sa in base a quale strana premonizione) che sarà così per tutta la stagione: non solo Cava, Barletta, Castellammare, le trasferte calde; anche per quelle giudicate “libere” – Viareggio, Lanciano, Gela – le Prefetture limiteranno l’accesso ai soli abitanti, oltre che ai tesserati. Un senso di vaga mutilazione, una brutta sensazione. Negative vibrations. Poco vale ricordare, nell’epoca dell’irrazionalità tracimata, che l’iniquo provvedimento della Tessera del tifoso entrerà in vigore domenica 29 agosto, all’apertura del campionato di A. Poco vale. Ormai la legge è un’arma nelle mani delle banche, e si è pronti anche a rispettare una legge che ancora non è tale. E qui il sole scotta, e le prime miss passeggiano sul molo. Teleblu, la tv foggiana che ha vinto la gara per l’assegnazione dei diritti, ha commesso un’infrazione imperdonabile: detiene l’esclusiva ma non ha un canale satellitare. E non può appoggiarsi a nessun altro. I foggiani che abitano fuori dal capoluogo dovranno rassegnarsi, in attesa di contrordini. Angelo chiama da Peschici: neppure quella in chiaro si vede. La gente domanda marzianamente: “Che partita c’è?”. Daniele è al Lido. Giuseppe e Piotrek battono Rodi, bar per bar, casa per casa. Segnale assente. Tranne che per un locale del centro, che però non ci vuole tra i piedi nella fascia oraria dello struscio postprandiale. Inutile insistere. La situazione si sblocca alle 15,15. C’è un posto a Lido del Sole che trasmette il match. Ormai il palco si tiene in piedi da solo. Possiamo andare. E la strana impressione si ripete. In campo, sullo schermo piatto tagliato dal sole, ci sono le gloriose maglie bianche da trasferta. Attorno, la gente è in costume. Sembra Mtv. Ma più profondo di quest’impatto resta il dato: la piazza sta ribollendo. Le inquadrature su Zeman fanno immancabilmente scattare un accenno di coro. Lo capirebbe anche un bambino: l’adorazione per il Boemo – da queste parti icona e simbolo ben prima della sua “crociata” contro il Palazzo e le farmacie – è palpabile. Nell’immediato rischia seriamente di esaurite le scorte di abbonamenti, con conseguente impennata della tesserazione volontaria ed estromissione dagli spalti dei gruppi organizzati. Molto dipende da queste prime partite. Non ce lo siamo nascosti tra noi, specie dopo il pellegrinaggio di massa a Vasto: un paio di sconfitte subito non guasterebbero. Raffredderebbero un po’ l’ambiente, lo renderebbero più realista e meno religiosamente infervorato. Magari se Zeman stecca la prima ci sarà qualche possibilità in più di accedere ai biglietti, la domenica. Certo, siamo ultras e della partita non ce ne frega. Ovvio, chiacchiere. Siamo l’evoluzione esponenziale del tifo da stadio, abbiamo bisogno dei gradoni. Fuori saremmo manifestanti, teddy boys, skinheads, papaboys. Saremmo belli uguale, ma l’ultras è un fenomeno da stadio. Legato a doppio filo con le ritualità da stadio. Senza la chiesa, svanisce il culto. O trasloca nelle catacombe. Quindi, a rigor di logica, dovremmo tifare contro. Tifare Cavese. Ma il solo pensiero rabbuia. Come la morte. Magari teniamoci distanti, occupiamo questa tavolata in seconda fila, ordiniamo birre grandi a 3 euro (Ah, il Gargano…), e dissertiamo del più e del meno, mentre la partita segue il suo corso. Cerchiamo di non farci coinvolgere. È solo uno schermo al plasma, in fondo, che replica la realtà. Non è la realtà. Se poi dovesse segnare la Cavese o il Foggia, beh, affronteremo la cosa sul momento. Il riflesso del sole adombra il campo, il pallone svanisce spesso. La prima tavolata è piegata in avanti, quasi a voler afferrare lo schermo con lo sguardo. Noi ci diciamo che non è mica male Lido del Sole, ce l’aspettavamo più piccola, meno raccolta. E poi il tratto di spiaggia selvaggia fino a Rodi è veramente bello, anche se un po’ sporco. “Ma cosa pensano di pescare quelli a riva?”, “Boh”. “Com’è andata stamattina?”, “Mah, bene, il palco è abbastanza piccolo, due soli mezzi bilici, penso che stanotte prima delle 3 dovremmo aver finito”, “Buono”. Ma gli sguardi fuggono, come evasi in pianura. Ogni tanto qualcuno prova a provocare: “Forza Cava!”, ma davanti ci conoscono, ridono e non ci cascano. Il Foggia gioca. Lo vedono tutti. Anche noi. Cazzo, penso. Ragazzini che non temono la Cava, che aggrediscono e non abbassano la cresta. Siamo reduci da anni di senatori, di gente con esperienza sui campi di terza serie, che se andava a Cava a spazzare e a restituire offese e provocazioni prendeva l’ovazione e strappava lo 0-0. Sarà l’ingenuità, sarà l’incoscienza che aiuta gli audaci, gli inconsapevoli. Che ne sa di Cava uno come Kone, classe 1990, che lotta su ogni pallone e taglia il campo con la forza di un trattore? Che ne sa Laribi, classe 1991? Dovremmo dirglielo? Dirgli degli scontri epici degli anni Ottanta, quando tutto era ancora possibile? E perché mai? È un altro sport, questo. E il Foggia macina azioni, cade spesso in fuorigioco ma fa capire di poter colpire. E colpisce. Goooooool, siiiiiiiii! Prima. Poi ci guardiamo. Il sorriso nasconde l’angoscia: Cristo, siamo tifosi del Foggia con le ali spezzate, che non possono dare vita a quella passione che hanno esternato per anni. Se questi vincono – e questi possono vincere, s’è capito, laddove non s’è mai vinto – domattina ci troveremo le strade imbandierate. E la coda giù ai botteghini. A giugno stavamo morendo ed eravamo 200 in strada, a gridare la nostra rabbia. Adesso siamo più vivi che mai. E negli abbracci di circostanza al carro del vincitore, siamo stati tagliati fuori. Per indole, certo, per nostra rivendicata scelta: ma non possiamo tifare contro la nostra squadra. Meglio affondare – e affonderemo – continuando ad amarla d’un amore diverso, che tradirla. A fine primo tempo, il raddoppio toglie i dubbi residui. Sono felice e sono triste, mi sento scippato, per la seconda volta in vita mia. E non è tanto per la gioia da pochi intimi che si prova a cantare come pazzi mentre si perde 4-0 a Cosenza. Il calcio è sport popolare per antonomasia, figurarsi se mi metto a sponsorizzare i club privè. Ma così, così è ingiusto. È come se un corteo di carnevale sfilasse sotto le finestre di un defunto; come veder zampillare acqua dal pozzo nel giorno della dipartita di chi, a quel pozzo, ha dedicato parte della sua vita. La folla festante delle retrovie rischia seriamente di spazzar via la vecchia armata. E a noi non serve fingere che la cosa non ci interessi. È dilaniante. Pensare che il Foggia vinca 3-0 a Cava dei Tirreni, agevolando il nostro soffocamento, è una di quelle gioie per le quali si può piangere. Di nostalgia.
Il signor S.
Ho visto il signor S. puntare dritto alle transenne. Aveva fretta. Aveva ragione: in fila scomposta, per entrare all’Aragona di Vasto, c’erano almeno duecento persone. Mancavano pochi minuti alle 17, fischio d’inizio di Foggia-Giulianova. Coppa Italia Lega Pro. Erano anni che non lo vedevo. Anzi, adesso che ci penso, non penso d’averlo mai visto. Ai tempi della saletta, mi pare di ricordare, tifava Milan. O Juventus. Di sicuro c’era il divertente siparietto degli sfottò, ma non ricordo se con Gianni, che era milanista, o con Maurizio e Angelo, che erano juventini. Ho seguito il suo passo affrettato. Non mi ha visto. Meglio così. Sarebbe stato imbarazzante. Nel senso: ci saremmo salutati calorosamente con la manina, e la totale mancanza di senso di colpa nel suo sguardo aperto avrebbe riempito di imbarazzo me. Talebano luterano. Ci ripenso: forse ha ragione lui. Certo, mi capita di pensarlo spesso, per tanti ambiti della mia vita. È solo una partita di calcio, mi avrebbe fatto capire il suo saluto, ed oggi avevo proprio voglia di veder giocare al pallone. Come quando con zio Giuseppe andavamo, la domenica mattina, a vedere la Juve San Michele o le sfide epiche sul campo di San Ciro. Il calcio minore, l’unico che piacesse a zio Giuseppe. Ma non è nemmeno questo il punto: il punto è che il campo sportivo, come si chiamava una volta, dovrebbe essere il luogo della libertà. A Foggia, a Milano, a Liverpool. Ovunque. Un appassionato di calcio potrebbe, all’improvviso, avere l’impulso di andare a veder tirare calci ad un pallone. E dovrebbe, ovunque, poterci andare. Così, per puro diporto. Come al cinema, a teatro, ad un concerto. Fare la fila al botteghino, anche dieci minuti prima dell’evento, ed entrare. E godersi la sua passione. Se la sua passione è assistere. Ha ragione lui. Hanno torto gli altri. Quelli che hanno blindato, recintato, militarizzato gli stadi. Quelli che hanno reso l’esercizio della passione più difficile di un tremila siepi ai tempi di Antibo. Dovrebbe essere un piacere vedere il signor S. allungare il passo per guadagnarsi il varco. Invece, visti i tempi, faccio di tutto per evitare il suo sguardo allegro. Perché questo sporco gioco al massacro me lo ha reso antagonista, quasi nemico. Come quei rumeni che, spinti dal bisogno di raggranellare euro, accettano una paga da fame e mi tagliano fuori dal mercato del lavoro. Dovrei prendermela con le alte sfere, certo, ma non riesco a liberarmi di quell’idea di complicità che m’assale. Complici. Collaborazionisti. I rumeni e il signor S. Stessa pasta. Ognuno pensa ai cazzi suoi e gli altri si arrangino. Dovrebbe essermi entrato in testa, dopo trentaquattro primavere. Invece. Invece continuo a pensare che la vita sia fatta di scelte. Tendere alla dignità, a quel minimo di coerenza che siamo sempre pronti a rimproverare come assente negli altri impalpabili, ma che raramente ci sogniamo di applicare alla nostra quotidianità. Una partita di calcio non è niente. Ma è un simbolo. Lo penso mentre vedo scorrere la fila a strattoni. Gente che da due, cinque, dieci anni non metteva piede allo stadio, con la voce pronta ad osannare i nuovi eroi. Capita sempre così. Gente che non s’è mai vista – potrei fare nomi e cognomi, ma non mi va – fototessera alla mano a sottoscrivere i dati della Tessera del tifoso. A collaborare, fingendo innocenza, con quel sistema che sta ratificando la mia fine. La fine del calcio per come lo intendo. Innocenti, deresponsabilizzati. Non è colpa loro, dicono, se c’è qualcosa di sbagliato nel sistema, prendetevela col sistema. Già, come se fosse facile reperire l’indirizzo di casa del Sistema, questo tutto/nulla che annienta il volere soggettivo, che impedisce l’opposizione e la pratica della dignità. Come l’impero di Toni Negri. Senza cascate piramidali. È così. O forse ho torto. Fatto sta che ad un certo punto l’Aragona rossonero è esploso di gioia. Il Foggia aveva segnato. Noi eravamo fuori, ad attendere il resto della compagnia. Ed è stato come essere proiettati in un futuro prossimo venturo, esclusi dal giro, dal gioco, dal palcoscenico che pensavamo c’appartenesse. Pugnalati alle spalle da una manica di assassini anonimi, tutti con delle ottime ragioni private, e nessuno con chiari moventi. Assassini senza colpa, senza rancore, senza odio. Con indirizzi di casa conosciuti eppure intoccabili. Limpidi come bambini appassionati di una girandola.
16/08/10
Alors on dance
Sabato 14 agosto, L’Aquila-Foggia 1-2
La vigilia, si sa.
A volte la vigilia è l’evento. Meglio dell’evento. Stavolta è dura. Ha il sapore minerale della Zubrobka – vodka polacca giunta ai nostri stomaci italici direttamente dalla italianizzata Breslavia – e l’odore di pareti ospedaliere. Notte al Pronto Soccorso, senza collassi di sorta, ma con svariati colpi di testa e cani che mordono strazzati. Il silenzio è rotto, fuori è ancora estate, ma la Coppa disarciona la tregua non voluta. Posso fumare tranquillamente, godermi il contesto. Ambulanze, guardie giurate. “Ma la cattedrale di Foggia è ancora chiusa?”, “Si, per restauro”, “Ah”. Al mattino gli allibratori quotano basse le assenze. La vigilia tosta lascerà i segni, dicono gli esperti. Invece. Valerio, alle 11, è già pronto all’avventura. Angioletto lo raggiungerà di lì a poco. Noi, sciarpe di lana sotto i 35 gradi della landa, ci incamminiamo che manca un quarto a mezzogiorno. Non si partirà prima dell’una, e possiamo goderci l’ottimismo. L’ottimismo voltagabbana e un po’ paraculo di questa città. Solo pochi mesi fa – prima dell’avvento della Triade – bastava che i passanti scorgessero quei colori, associassero le t-shirt alle gloriose rossonere, perché scattasse – blanda e qualunquista – la cataratta dei commenti di disfatta. “Angor appriss o Foggije?”. Stamane, invece, camminiamo come cavalieri dell’onore tra ali di popolo festante. Avanguardie di un altro sistema solare, direbbe il Vate. “Auguri ragazzi”, ci incoraggiano. E ti viene voglia di prenderli a schiaffi, questi volubili concittadini. Ma l’entusiasmo supera i malumori. Stiamo per ricominciare, per ripartire, e la sola idea dei chilometri da fare pompa felicità, rassoda i muscoli, rinfresca l’aria. Ci siamo tutti. Due macchine pronte, una terza parzialmente occupata ci raggiungerà dalle spiagge, tra qualche ora e più a Nord. L’Aquila, Coppa Italia di Lega Pro. Basta la parola. Basta il pretesto.
…
Vamos a bailar est avida nueva. L’autogrill di Bucchianico, i furgoni, il labirinto che si popola. “Chi siete?”, “Studenti in gita”. Del resto non c’è un’età per la maturità. E spero di non conoscere mai chi racconta il contrario. Perché mi piace. Sgranchirmi le gambe, salutare tutti – “buongiorno!” – guardare i Marshmellows sugli scaffali, pisciare ai wc al muro, lavarmi la testa, dire che si, lo voglio il caffè, perché no, e poi passare alle birre. Riti che annullano la pigra stagione del nulla. E di nuovo sulla strada. Il convoglio, “una delle meraviglie della natura”, per dirla alla Homer Simpson. L’Abruzzo aspro e montuoso, le strade interne che tagliano i massicci. Esordisce il nuovo Foggia con Zeman in panca, e i più spudorati – dopo quindici anni – rispolverano il termine di Zemanlandia. Termine su tutti offensivo della nostra storia. Ma non è solo quello. È l’impressione motivata, la sensazione pluri-dimostrata in queste settimane di calore improvviso, che la gente abbia deciso – nel nome dei tempi andati – di fare quadrato attorno alla squadra. Di ossequiare i nuovi-vecchi padroni con un bagno di rinnovato calore. Un’effervescenza che ha portato semisconosciuti e juventini riconosciuti e conclamati a mettersi in fila per l’abbonamento e, quel che è peggio, a sottoscrivere la Tessera come atto di fede zemaniano. La società non ne comunica il numero, a Casillo non piace seminare disfattismi, ma di certo si supereranno abbondantemente i 1.800 dell’anno scorso. Con quel che ne conseguirà.
Un bar di cui è sopravvissuta la sola insegna; una casa al passaggio a livello piegata su se stessa, come implosa; le travi a sostenere le facciate di tre palazzi d’epoca. I segni del terremoto sono più che visibili. La disorganizzazione regna sovrana. Ci sono cose più importanti di una partita di calcio a cui pensare, certo. Ma a questo punto, evitiamo di farle disputare, queste partite inutili. Altrimenti: servirebbe qualcosa di più di una semplice coppia di vigili urbani a farci segno con la mano di svoltare a sinistra, di inerpicarci su una salita alla cui sommità non c’è che la strada del ritorno. Il convoglio gira in tondo, circumnaviga i fari dello stadio – di cui si ha sentore ma che non si vede – taglia schiere di villini, compie manovre ardite, inversioni di marcia collettive, intasa il traffico per tenersi contiguo. A vuoto, per almeno venti minuti. Nessun presidio delle forze dell’ordine, nessun cartello. Diversi ragazzini aquilani – con tanto di magliette ultras – a sgranare gli occhi al passaggio, increduli di tanta libertà concessa alla numerosa pattuglia ospite. Un carabiniere ci sbarra la strada. L’ennesima manovra di ripiegamento. Aggiriamo diversi isolati, sbuchiamo al “parcheggio” dopo altri cinque minuti di approssimazione. Quando finalmente scendiamo dalle macchine, il carabiniere di prima – col suo posto di blocco – ce lo ritroviamo di spalle. “Ma come? Ci hai fatto fare il giro ed eravamo arrivati?”. Un piccolo focolaio di tensione. Dentro. “Non serve il documento”. Certo, il primo biglietto dell’epoca del tesseramento dei tifosi non è neppure nominale. Meglio così.
Il settore è in gradinata. Un’invisibile linea invalicabile lo divide in orizzontale. Sopra, in piedi o finanche seduti, videocamere e digitali alla mano, ci sono quelli che di solito non ci sono. Gente per bene, per carità, ma l’impressione è quella di cui sopra: Zeman ha trasformato queste persone, ne ha alimentato la curiosità, ne ha stimolato gli istinti, li ha conquistati col potere del sogno. O della ripetizione dello stesso. Sotto, a torso nudo e in corrispondenza delle pezze, ci sono gli altri. Quelli di Cosenza e di Trieste. Per non dire quelli di Palma Campania, di Battipaglia, di Ragusa. Per carità: siamo contro i giudizi di valore, ognuno della sua vita – ed anche della sua passione – fa quello che vuole, e qua non si guadagnano gradi e denari. È per puro dato statistico che si sottolinea quel che si vede: tra l’alto e il basso, tra la Montagna e la Pianura, la Gironda e il resto, c’è una faglia. I settori ospiti sono due. E forse, dalla prima trasferta con l’obbligo della Tessera, questo fatto diventerà ancora più fisicamente visibile. Da quando sei in C non ti seguono più, è il primo coro che s’alza dai bassifondi. E non è un caso. Si riprende confidenza. Le corde vocali sotto tensione, un colpo di tosse. Un coro breve, uno lungo, uno secco. E poco alla volta, col passare dei minuti, ricarburiamo. Attorno a noi, lo stadio-velodromo aquilano. Una cinquantina di ultras nella curva alla nostra sinistra, tanta gente in tribuna, sole e nuvole in alternanza. Qualche sfottò, il giusto per le dimensioni dei rivali e per finire sulle pagine scandalizzate del Corriere della sera come prima tifoseria ad aver insultato i padroni di casa dal drammatico sisma dell’anno scorso. Ma c’è una rivalità da onorare, senza falsi buonismi e senza sciacallaggi. C’è il passato a testimoniare ciò che il Corriere non sa. E che chi sa, sa. Stop. Passiamo in vantaggio. Botta da fuori, dicono. Io non l’ho visto, e come me diversi dei nostri, impegnati in una fondamentale discussione sull’opportunità di una sciarpata. Un ragazzino viene sotto il settore. Esulta come Giovinco, ma soprattutto esulta. Come se fosse un gol decisivo. Ragazzi dagli entusiasmi facili. Eppure: il centrocampo è tosto, o così sembra: regge, lotta, non demorde. Le sovrapposizioni, quelle, sono le solite di sempre, magari con qualche tossina da smaltire nelle gambe. Col risultato, solito anch’esso, che ci si difende in tre, quando non in due, e con la linea molto alta (anche se non ancora a centrocampo, ma diamo tempo al mister). L’uscita del nostro portiere di testa alla trequarti mi provoca un brivido nella schiena. Uno dal settore richiama l’attenzione del loro estremo difensore: “Portiere, vergognati… quello c’ha 16 anni!”. Cantiamo, che è meglio. Loro pareggiano su calcio piazzato, prendono coraggio. Noi eseguiamo il nostro repertorio. Siamo già in forma.
Nell’intervallo Enzo ci sorprende in bagno a chiacchierare e si fa prendere da una crisi di gelosia. Teme, come Berlusconi coi finiani, che le correnti interne si trasformino in aperta sfida. Teme, probabilmente, che vengano fuori documenti compromettenti riguardanti il concetto di Circo Equestre e le sue declinazioni. Viene calmato. “Stavamo solo parlando del ritorno”. È scettico, non ci crede. Ma si tranquillizza. Fuori, tutti discutono con tutti. Si chiede alla forza pubblica a chi è saltato in mente di far parcheggiare un bel numero di macchine in un improvvisato parcheggio a due chilometri dallo stadio. La risposta è più o meno la solita: “Abbiamo cose più serie a cui pensare, all’Aquila”. Si, ok, ma per quanto tempo andrà avanti questa storia? Riprendiamo le nostre posizioni, e nel secondo tempo il Foggia sembra già una squadra rodata. I più saggi smorzano gli entusiasmi facili: “L’Aquila è una squadra di D ripescata in C2”. Certo, ma qui tutti aspettano da troppo. E, a cavallo del 2-1 per noi, il settore esprime il suo meglio. La suburra coinvolge la città alta in un paio di stornelli seri. Poi, si da il via al cabaret. E lì, in quei dieci minuti passati tra Celentano e balli di gruppo, c’è tutto lo spirito di questa scarpinata estiva. Il piacere infantile, le risate. Gli aquilani si fanno sentire con un coro. Vi vogliamo così. Poi torniamo con lo sguardo al campo: Sospendete la partita! Dura ancora poco. Poi finisce – “E l’anno prossimo veniamo con la squadra buona” – con gli undici già sotto il settore e molti sguardi incuriositi. Quei ragazzi hanno avuto un assaggio del nostro sostegno. Non resta che sperare che lo meritino. Innamorati di questa maglietta, onorati di questa città.
Alors on dance!
La vigilia, si sa.
A volte la vigilia è l’evento. Meglio dell’evento. Stavolta è dura. Ha il sapore minerale della Zubrobka – vodka polacca giunta ai nostri stomaci italici direttamente dalla italianizzata Breslavia – e l’odore di pareti ospedaliere. Notte al Pronto Soccorso, senza collassi di sorta, ma con svariati colpi di testa e cani che mordono strazzati. Il silenzio è rotto, fuori è ancora estate, ma la Coppa disarciona la tregua non voluta. Posso fumare tranquillamente, godermi il contesto. Ambulanze, guardie giurate. “Ma la cattedrale di Foggia è ancora chiusa?”, “Si, per restauro”, “Ah”. Al mattino gli allibratori quotano basse le assenze. La vigilia tosta lascerà i segni, dicono gli esperti. Invece. Valerio, alle 11, è già pronto all’avventura. Angioletto lo raggiungerà di lì a poco. Noi, sciarpe di lana sotto i 35 gradi della landa, ci incamminiamo che manca un quarto a mezzogiorno. Non si partirà prima dell’una, e possiamo goderci l’ottimismo. L’ottimismo voltagabbana e un po’ paraculo di questa città. Solo pochi mesi fa – prima dell’avvento della Triade – bastava che i passanti scorgessero quei colori, associassero le t-shirt alle gloriose rossonere, perché scattasse – blanda e qualunquista – la cataratta dei commenti di disfatta. “Angor appriss o Foggije?”. Stamane, invece, camminiamo come cavalieri dell’onore tra ali di popolo festante. Avanguardie di un altro sistema solare, direbbe il Vate. “Auguri ragazzi”, ci incoraggiano. E ti viene voglia di prenderli a schiaffi, questi volubili concittadini. Ma l’entusiasmo supera i malumori. Stiamo per ricominciare, per ripartire, e la sola idea dei chilometri da fare pompa felicità, rassoda i muscoli, rinfresca l’aria. Ci siamo tutti. Due macchine pronte, una terza parzialmente occupata ci raggiungerà dalle spiagge, tra qualche ora e più a Nord. L’Aquila, Coppa Italia di Lega Pro. Basta la parola. Basta il pretesto.
…
Vamos a bailar est avida nueva. L’autogrill di Bucchianico, i furgoni, il labirinto che si popola. “Chi siete?”, “Studenti in gita”. Del resto non c’è un’età per la maturità. E spero di non conoscere mai chi racconta il contrario. Perché mi piace. Sgranchirmi le gambe, salutare tutti – “buongiorno!” – guardare i Marshmellows sugli scaffali, pisciare ai wc al muro, lavarmi la testa, dire che si, lo voglio il caffè, perché no, e poi passare alle birre. Riti che annullano la pigra stagione del nulla. E di nuovo sulla strada. Il convoglio, “una delle meraviglie della natura”, per dirla alla Homer Simpson. L’Abruzzo aspro e montuoso, le strade interne che tagliano i massicci. Esordisce il nuovo Foggia con Zeman in panca, e i più spudorati – dopo quindici anni – rispolverano il termine di Zemanlandia. Termine su tutti offensivo della nostra storia. Ma non è solo quello. È l’impressione motivata, la sensazione pluri-dimostrata in queste settimane di calore improvviso, che la gente abbia deciso – nel nome dei tempi andati – di fare quadrato attorno alla squadra. Di ossequiare i nuovi-vecchi padroni con un bagno di rinnovato calore. Un’effervescenza che ha portato semisconosciuti e juventini riconosciuti e conclamati a mettersi in fila per l’abbonamento e, quel che è peggio, a sottoscrivere la Tessera come atto di fede zemaniano. La società non ne comunica il numero, a Casillo non piace seminare disfattismi, ma di certo si supereranno abbondantemente i 1.800 dell’anno scorso. Con quel che ne conseguirà.
Un bar di cui è sopravvissuta la sola insegna; una casa al passaggio a livello piegata su se stessa, come implosa; le travi a sostenere le facciate di tre palazzi d’epoca. I segni del terremoto sono più che visibili. La disorganizzazione regna sovrana. Ci sono cose più importanti di una partita di calcio a cui pensare, certo. Ma a questo punto, evitiamo di farle disputare, queste partite inutili. Altrimenti: servirebbe qualcosa di più di una semplice coppia di vigili urbani a farci segno con la mano di svoltare a sinistra, di inerpicarci su una salita alla cui sommità non c’è che la strada del ritorno. Il convoglio gira in tondo, circumnaviga i fari dello stadio – di cui si ha sentore ma che non si vede – taglia schiere di villini, compie manovre ardite, inversioni di marcia collettive, intasa il traffico per tenersi contiguo. A vuoto, per almeno venti minuti. Nessun presidio delle forze dell’ordine, nessun cartello. Diversi ragazzini aquilani – con tanto di magliette ultras – a sgranare gli occhi al passaggio, increduli di tanta libertà concessa alla numerosa pattuglia ospite. Un carabiniere ci sbarra la strada. L’ennesima manovra di ripiegamento. Aggiriamo diversi isolati, sbuchiamo al “parcheggio” dopo altri cinque minuti di approssimazione. Quando finalmente scendiamo dalle macchine, il carabiniere di prima – col suo posto di blocco – ce lo ritroviamo di spalle. “Ma come? Ci hai fatto fare il giro ed eravamo arrivati?”. Un piccolo focolaio di tensione. Dentro. “Non serve il documento”. Certo, il primo biglietto dell’epoca del tesseramento dei tifosi non è neppure nominale. Meglio così.
Il settore è in gradinata. Un’invisibile linea invalicabile lo divide in orizzontale. Sopra, in piedi o finanche seduti, videocamere e digitali alla mano, ci sono quelli che di solito non ci sono. Gente per bene, per carità, ma l’impressione è quella di cui sopra: Zeman ha trasformato queste persone, ne ha alimentato la curiosità, ne ha stimolato gli istinti, li ha conquistati col potere del sogno. O della ripetizione dello stesso. Sotto, a torso nudo e in corrispondenza delle pezze, ci sono gli altri. Quelli di Cosenza e di Trieste. Per non dire quelli di Palma Campania, di Battipaglia, di Ragusa. Per carità: siamo contro i giudizi di valore, ognuno della sua vita – ed anche della sua passione – fa quello che vuole, e qua non si guadagnano gradi e denari. È per puro dato statistico che si sottolinea quel che si vede: tra l’alto e il basso, tra la Montagna e la Pianura, la Gironda e il resto, c’è una faglia. I settori ospiti sono due. E forse, dalla prima trasferta con l’obbligo della Tessera, questo fatto diventerà ancora più fisicamente visibile. Da quando sei in C non ti seguono più, è il primo coro che s’alza dai bassifondi. E non è un caso. Si riprende confidenza. Le corde vocali sotto tensione, un colpo di tosse. Un coro breve, uno lungo, uno secco. E poco alla volta, col passare dei minuti, ricarburiamo. Attorno a noi, lo stadio-velodromo aquilano. Una cinquantina di ultras nella curva alla nostra sinistra, tanta gente in tribuna, sole e nuvole in alternanza. Qualche sfottò, il giusto per le dimensioni dei rivali e per finire sulle pagine scandalizzate del Corriere della sera come prima tifoseria ad aver insultato i padroni di casa dal drammatico sisma dell’anno scorso. Ma c’è una rivalità da onorare, senza falsi buonismi e senza sciacallaggi. C’è il passato a testimoniare ciò che il Corriere non sa. E che chi sa, sa. Stop. Passiamo in vantaggio. Botta da fuori, dicono. Io non l’ho visto, e come me diversi dei nostri, impegnati in una fondamentale discussione sull’opportunità di una sciarpata. Un ragazzino viene sotto il settore. Esulta come Giovinco, ma soprattutto esulta. Come se fosse un gol decisivo. Ragazzi dagli entusiasmi facili. Eppure: il centrocampo è tosto, o così sembra: regge, lotta, non demorde. Le sovrapposizioni, quelle, sono le solite di sempre, magari con qualche tossina da smaltire nelle gambe. Col risultato, solito anch’esso, che ci si difende in tre, quando non in due, e con la linea molto alta (anche se non ancora a centrocampo, ma diamo tempo al mister). L’uscita del nostro portiere di testa alla trequarti mi provoca un brivido nella schiena. Uno dal settore richiama l’attenzione del loro estremo difensore: “Portiere, vergognati… quello c’ha 16 anni!”. Cantiamo, che è meglio. Loro pareggiano su calcio piazzato, prendono coraggio. Noi eseguiamo il nostro repertorio. Siamo già in forma.
Nell’intervallo Enzo ci sorprende in bagno a chiacchierare e si fa prendere da una crisi di gelosia. Teme, come Berlusconi coi finiani, che le correnti interne si trasformino in aperta sfida. Teme, probabilmente, che vengano fuori documenti compromettenti riguardanti il concetto di Circo Equestre e le sue declinazioni. Viene calmato. “Stavamo solo parlando del ritorno”. È scettico, non ci crede. Ma si tranquillizza. Fuori, tutti discutono con tutti. Si chiede alla forza pubblica a chi è saltato in mente di far parcheggiare un bel numero di macchine in un improvvisato parcheggio a due chilometri dallo stadio. La risposta è più o meno la solita: “Abbiamo cose più serie a cui pensare, all’Aquila”. Si, ok, ma per quanto tempo andrà avanti questa storia? Riprendiamo le nostre posizioni, e nel secondo tempo il Foggia sembra già una squadra rodata. I più saggi smorzano gli entusiasmi facili: “L’Aquila è una squadra di D ripescata in C2”. Certo, ma qui tutti aspettano da troppo. E, a cavallo del 2-1 per noi, il settore esprime il suo meglio. La suburra coinvolge la città alta in un paio di stornelli seri. Poi, si da il via al cabaret. E lì, in quei dieci minuti passati tra Celentano e balli di gruppo, c’è tutto lo spirito di questa scarpinata estiva. Il piacere infantile, le risate. Gli aquilani si fanno sentire con un coro. Vi vogliamo così. Poi torniamo con lo sguardo al campo: Sospendete la partita! Dura ancora poco. Poi finisce – “E l’anno prossimo veniamo con la squadra buona” – con gli undici già sotto il settore e molti sguardi incuriositi. Quei ragazzi hanno avuto un assaggio del nostro sostegno. Non resta che sperare che lo meritino. Innamorati di questa maglietta, onorati di questa città.
Alors on dance!
22/07/10
Le due città – parte II
Sottotitolo: Siete sempre un pubblico di merda
Uno scooter ci affianca. Dev’essere per via delle magliette. Il ragazzo si sporge dal traffico di piazza Cavour: “A che ora inizia, là?”. A colpo sicuro. “Alle sette”, rispondiamo in automatico. Quello fa un cenno col capo, schizza di gas oltre la rotonda e si lascia alle spalle un prolungato colpo di clacson. Ha piovuto grandine, questo pomeriggio. Adesso l’aria è afosa come a Massaua (cit.). Ma c’è luce. Ed un fermento che più che poeticamente palpabile, è prosaicamente solido. Il viale della stazione sembra una lunga appendice del teatro Ariston. La notizia è volata di schermo in schermo, di bocca in bocca. Quella di Tania Zamparo, Sky Sport 24, l’ha detto meglio di tutti, di nuovo, nell’edizione della notte: “Oggi a Foggia è il giorno della presentazione di Zeman”. Ma i primi vecchi del viale stanno parlando di Casillo. Quello che scatta in piedi dalla panchina, l’affabulatore di turno, fa il nome del Conquistatore ad alta voce, senza timori reverenziali. Più avanti, un dubbio amletico percorre una comitiva di vegliardi come una scossa elettrica: “Se andiamo là – e il nonno indica la via che porta al teatro – perdiamo il posto qua”. E le dita puntano la panchina. Un’ambulanza. Il guidatore, fermo al semaforo, ci guarda. Ancora per via della maglietta, presumo. Ci sorride e va di clacson. Pe-pe-pepepe. Il brusio cresce. “Senti?”. Dobbiamo ancora girare l’angolo, ma l’idea della ressa è tutta nelle voci confuse e concitate, nel caos, nella barriera di suono. Un parcheggiatore ci guarda e ci fa: “Si ricomincia a sognare, eh?”. Ce lo troviamo davanti all’improvviso. Non ho la prontezza di rispondergli – chessò – che non abbiamo mai smesso. Ma l’avrebbe interpretata come un’ebraica attesa del Messia, una traversata nel deserto lunga quindici anni, e non come un segno di fedeltà. L’angolo, il teatro, la ressa. I segni di una rissa. “Si sono menati”, sta dicendo un ragazzino. E come prova provata, indica uno squarcio nel vetro. Una crepa. Ci saranno 30 gradi, fuori. Il tempo di passare in rassegna le facce. Ragazzini, sciarpa e maglietta ufficiale, che sciamano fomentati, elettrici. Uomini d’una certa età, al settimo cielo. Quindicenni per cui la cosiddetta Zemanlandia è un mito orale al pari dell’Eneide, solo studiata meglio. Ragazze in pantaloncini, sotto braccio ai rispettivi baldi. E giovani padri con prole: bambini e bambine di pochi mesi, avviluppati in soffocanti tenute Legea di materiale sintetico. Facce sconosciute, neofiti. Facce mai viste. Aprono le porte, e la folla osannante si preme sull’ingresso ed entra a spintoni. Pochi attimi e le sagome si vedono sfilare al piano di sopra, dai finestroni che danno sulla strada. Di corsa, per paura di perdere il posto. Un coro fa da groppo alla gola. Non vedono l’ora di esprimersi, questi innamorati dell’ultimo proclama.
Il sogno. Qui nessuno contesta il sogno. La parte più pura, angelicata, dell’essere umano. Il volano d’ogni salto senza ali. Le mie critiche sono nulle dinanzi a quei venticinquenni che non hanno mai visto neppure la serie B. È ovvio che le aspirazioni di una piazza a secco da troppo tempo non possono finire così, semplicemente e completamente, sul banco degli imputati. Qui si contesta l’opportunità. Perché c’è modo e modo finanche di saltare sul cavallo vincente. È un fatto di stile. Niente da dire, o quasi, a quelli che silenziosamente, pudicamente, timidamente si sono lasciati trasportare dalla scia di una passione nuova, o appena rinata, o dalla curiosità della massa in marcia. Niente da dire per quelli che rispettosamente si sono accodati alla processione, ben sapendo di non poter ambire a soppiantare, a colpire di spugna, quelli che c’erano quando il pane era raffermo. Ed amaro. Quelli che hanno fame di calcio – persino quelli che bramano spettacolo – e che proprio non ce la facevano a sopportare i calci dell’anonimato, che ora sono tornati e riconoscono di doversi riambientare, non meritano la gogna. Ma che dire degli altri?
Un telo bianco annuncia un maxischermo. La gente che non è riuscita ad entrare si posiziona. Anche noi prendiamo posto tra gli esclusi – volontari, nel nostro caso – al gran ballo del consenso. Ci sono i veicoli di Telenorba, Teleradioerre, Telefoggia, Teleblu. C’è una giornalista della Rai che si aggira tra i capannelli, a chiedere se qualcuno, in definitiva, l’ha mai visto giocare sto famoso Foggia dei miracoli degli anni Novanta. Parte la diretta. Ma è giorno, e c’è luce come a Massaua (cit.). Ma per gli idolatri non è un problema. Loro vedono gli eroi anche su un telo bianco. Del resto, siamo la città che supplica una madonna mai vista, celata com’è dietro sette veli neri. Un boato. Dev’essere successo qualcosa, anche se non sembra. Il nostro striscione recita: No alla tessera del tifoso. Le bandiere sono al vento. Dall’interno esplode il coro trattenuto: Zeman, Zeman, olè, olè, olè, olè, Zeman, Zeman. E il rimando è d’obbligo: Siete sempre un pubblico di merda. Per un momento sembra che l’aria smetta di circolare. È una spaccatura, questa. Dalle grate del teatro si affacciano in tanti, ad osservare, ad osservarci. Non se l’aspettavano. Nel clima di solidarietà cittadina, i nostri cori dividono, stridono, quasi offendono. “Ma possibile che ci troviamo sempre dalla parte della minoranza?”, sento chiedere. È così. Ma è inevitabile. Non si può lavare il passato recente con una botta di straccio. La nostra memoria non è il bancone di un bar. Quanti tra quelli che ora osannano il Profeta e si permettono di alzare cori per allenatori e dirigenti, ci aspettavano al bivio d’ogni trasferta per non perdersi la battuta di spirito, il motto di sarcasmo? “Ancora appresso al Foggia? Ma chi te lo fa fare?”. E giù risate, le grasse risate di chi non potrebbe mai, neppure per un istante, sopportare il peso dell’impopolarità, della minoranza. E fino all’altro ieri, era saggio e al contempo popolare infangare i colori e deridere chi ancora s’ostinava a sostenerli. Oggi, che il vento è cambiato, si inneggia finanche a Casillo. L’uomo che è tornato per prendersi la sua vendetta, che nelle inquadrature della differita aveva lo sguardo del capitano di ventura rientrato tra gli onori nella piazza che l’aveva scacciato da reietto. L’uomo che ha espugnato Foggia, e si è trovato Foggia ai suoi piedi.
Come giudicarli? Come giudicare quelli del Pasquale Casillo e-eh, o-oh? Ero dietro lo striscione, con la mia famiglia allargata. Ho eseguito l’intero repertorio, come da copione, per un’ora e passa. Circondato dalle telecamere, dalle fotocamere, dai cellulari dello zoo safari. Da Il Foggia siamo noi a Noi non siamo napoletani. Da quando sei in C non ti seguono più. E, verità per verità, ad ogni coro che partiva dall’interno, mi sono sentito sfidato. Da una tifoseria a me estranea, ostile, quasi rivale. L’altra città, quella troppo impegnata ad aver ragione da non sentire il dovere, due settimane fa, di fare due passi con noi, quando era il momento di chiedere chiarezza sul futuro dell’US Foggia. La città che ora s’è offerta, come una sposa al padrone feudale. La città che, per mancanza di rispetto, per baldanza e guapperia, ancor più che per oltraggio alla coerenza, merita ogni singola parola che ieri, come una sassaiola, gli è stata lanciata addosso. Gli ultras non sono contro la città; sono contro l’altra città. Ed è un concetto diverso. Chi vuol capire, capisca. “Questa non è più una festa, questa è cattiveria”, ha detto un signore al suo vicino. E dove stava scritto, zio, che festa doveva essere?
15/07/10
Spettri
Virgin Radio ci include tra le quattro notizie del giorno. Repubblica ci sbatte in home. Foggia, torna Casillo: ora rifà Zemanlandia. E giù aneddoti: quella volta che Don Pasquale aprì la porta ai portoghesi e nessuno osò entrare gratis (!), quella volta che il Profeta restò seduto alla panca paralizzando ai propri posti un intero stadio, quella volta che il tizio offrì il pacchetto di caramelle al mister. E intanto, per far comprendere che conoscono ogni piega della faccenda, ci collocano in un geografico Salento immaginifico. Su Sky Sport la parola “Foggia” sulle labbra di una spettacolare Tania Zamparo causa stati ipnotici. Ma poi parte il servizio e sono ancora i siparietti a tenere banco. Zeman e Casillo sulle poltrone vintage di un documentario, frammenti di ritiri alpestri, il patron che si aggira in tribuna d’onore. Sulle tv locali è più o meno lo stesso, coi limiti di budget. Ostentazione d’archivio. Antenna sud immortala Shalimov che buca la Viola. Telefoggia affonda il Piacenza. Teleblu monta in fretta un filmato dove ai nostri eroi dell’epoca non riescono a fare tre passaggi di fila.
In città la voce girava da giorni. E all’annuncio è seguito il tripudio.
Foggia si riscopre tifosa, innamorata d’un amore malato. Perverso. Feticista. Non della maglia, quel glorioso simbolo che, vada come vada, resta il tutto/niente che possediamo. Da amanti. Amano Zeman, amano Casillo, questi. Innamorati del passato, questi. O, meglio, di una proiezione epica dello stesso. Di quelle Serie A che molti neppure hanno vissuto ma che – e questo lo ricordano tutti – portavano il Foggia a prendere a sberle chiunque, da Nord a Sud. O, come diceva quel tale in quel cortile da sala ricevimenti, a battere, finanche ad umiliare la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma. Il fatto che non sia vero – falso dal punto di vista storico, del dato elementare, ma certamente non falso per quella sorta di disciplina parallela che è la Storiografia emozionale o della percezione – influisce poco. Anzi. Quel passato mitico, tutto racchiuso in una miriade di microstorie, ha trasformato l’amore puro, totale, disinteressato, passionale, a prescindere (l’Amore, in sostanza) in una sorta di condizione, di subordinata, di incidentale. Come di una donna amare un vestito, o amarla solo in funzione di quello. O di un paio di scarpe, o di una borsa. Come del mio autobus amare il pilota, il copilota, il proprietario della ditta. Zeman, in quanto allenatore, non è che un bene fungibile. Scarpa o borsa dell’Uesse. Casillo peggio ancora, manco quello. Orpelli, come i giocatori, optional inutili al fine dell’amore supremo, incapaci di alimentarlo o deprimerlo. Invece la piazza, che nel suo seno dovrebbe raccogliere l’essenza, il fulcro e il senso ultimo del tifo, questa piazza fredda e scostante, pronta a festeggiare le Champions altrui o a sbeffeggiare – in tempi di vacche magre – chi ancora seguita a seguire i colori rossoneri, adesso è in estasi. Perché il Foggia ha cambiato il vestito. O, meglio, ha recuperato dal guardaroba quello vecchio. Quello di quando tutti l’amavano perché si vinceva. E anche la vita sembrava più lieve.
Ma adesso si pone la vera questione, che non è il sogno bello di questa buona gente domenicale (o occasionale, fate voi). Non è la serenata perpetua all’idolo che fu – Pagani laddove noi si è Luterani – né i fuochi d’artificio sparati ieri sera in diversi focolai di questa Baghdad minore. La questione vera, seria e pesante come tutte le questioni, si chiama Campagna abbonamenti. Francavilla, direttore sportivo fino a qualche giorno fa, aveva annunciato che non sarebbe stato possibile abbonarsi senza la Tessera del Tifoso, questo mostro civile frutto di abile mix tra rigurgito securitario e interessi finanziari. Con un Foggia da zona play-out, in mano a quei famosi otto soci (che escono da pezzenti dopo aver sborsato una marea di soldi per regalare il Foggia a Casillo, quando si dice “saper fare comunicazione”…), con i punti di penalizzazione quasi certi, la squadra da allestire in fretta, due turni di squalifica del campo da scontare e lo stadio nuovamente inagibile per via della questione-tornelli, non si sarebbe andati oltre le 7-800 tessere complessive. Quei trecento dissidenti, quelli che la Tessera del Tifoso non la faranno a prescindere, in un bilancio non alimentato da diritti televisivi e introiti da sponsor, sarebbero pesati. Eccome. Invece, da ventiquattro ore la Foggia che un tempo si definiva “pallonara” è in subbuglio. In migliaia sono pronti a mettersi in fila per l’abbonamento. E se c’è la Tessera da farsi, beh, la si farà. Che tanto “non abbiamo niente da nascondere”, dice la piazza stolta che crede alla leggenda della violenza e non comprende la sperimentazione repressiva, né la manovra delle banche. I diritti civili in cambio di Zeman, Casillo e il sogno malato di ritornare vent’anni indietro. A godersi la città del 1991.
E noi? Quelli di Cosenza, di Trieste, di Portogruaro? E quelli di Sant’Anastasia, di Castrovillari, di Cuneo? Quelli per cui la stagione non finisce mai, che da ritiro a ritiro mettono le loro vite, il loro tempo libero e non solo, al servizio di una passione onnivora? Beh, quelli, noi, fuori. Il paradosso. Perché non ci va di essere schedati, autorizzati, pedinati. Non ci va di trasformarci in utenti del Circo-calcio. Non ci va di sottomettere le nostre domeniche sui gradoni al benestare di una Questura. Non ci va di immettere nuovo denaro pulito nelle speculazioni finanziarie dei broker. Settimana dopo settimana, forse, cercheremo il tagliando per varcare i cancelli. Ma se questa piazza volubile dovesse davvero sottoscrivere le 7.500 tessere (qualcuna in meno, considerando il settore ospiti); se questa gente immemore dovesse, e parlo del nostro caso specifico, anche solo consumare in qualche giorno l’intera fornitura di abbonamenti della Curva, allora lo spettro delle domeniche fuori, a bere al chiosco mentre le rossonere corrono sul prato verde circondate da migliaia di feticisti d’occasione, diventerà più che reale. Saremo fantasmi fatti della stessa sostanza di cui è fatta la malacoscienza di questa città incapace di lottare, ma al contempo irrispettosa e superficiale, pronta a donarsi anima e corpo (e non solo) ad ogni nuovo padrone che promette la luna. Senza pudore o vergogna per le passate diserzioni. Vivremo da spettri e da spettri ascolteremo gli spalti unirsi nello “Zeman Zeman” che ci ripiomberà negli anni dell’assenza di stile. Senza cori continui a spingere, senza colori, bandiere, torce a far vibrare l’aria, vivrete, tesserati, il calcio che vi hanno disegnato addosso. Il calcio che meritate.
In città la voce girava da giorni. E all’annuncio è seguito il tripudio.
Foggia si riscopre tifosa, innamorata d’un amore malato. Perverso. Feticista. Non della maglia, quel glorioso simbolo che, vada come vada, resta il tutto/niente che possediamo. Da amanti. Amano Zeman, amano Casillo, questi. Innamorati del passato, questi. O, meglio, di una proiezione epica dello stesso. Di quelle Serie A che molti neppure hanno vissuto ma che – e questo lo ricordano tutti – portavano il Foggia a prendere a sberle chiunque, da Nord a Sud. O, come diceva quel tale in quel cortile da sala ricevimenti, a battere, finanche ad umiliare la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma. Il fatto che non sia vero – falso dal punto di vista storico, del dato elementare, ma certamente non falso per quella sorta di disciplina parallela che è la Storiografia emozionale o della percezione – influisce poco. Anzi. Quel passato mitico, tutto racchiuso in una miriade di microstorie, ha trasformato l’amore puro, totale, disinteressato, passionale, a prescindere (l’Amore, in sostanza) in una sorta di condizione, di subordinata, di incidentale. Come di una donna amare un vestito, o amarla solo in funzione di quello. O di un paio di scarpe, o di una borsa. Come del mio autobus amare il pilota, il copilota, il proprietario della ditta. Zeman, in quanto allenatore, non è che un bene fungibile. Scarpa o borsa dell’Uesse. Casillo peggio ancora, manco quello. Orpelli, come i giocatori, optional inutili al fine dell’amore supremo, incapaci di alimentarlo o deprimerlo. Invece la piazza, che nel suo seno dovrebbe raccogliere l’essenza, il fulcro e il senso ultimo del tifo, questa piazza fredda e scostante, pronta a festeggiare le Champions altrui o a sbeffeggiare – in tempi di vacche magre – chi ancora seguita a seguire i colori rossoneri, adesso è in estasi. Perché il Foggia ha cambiato il vestito. O, meglio, ha recuperato dal guardaroba quello vecchio. Quello di quando tutti l’amavano perché si vinceva. E anche la vita sembrava più lieve.
Ma adesso si pone la vera questione, che non è il sogno bello di questa buona gente domenicale (o occasionale, fate voi). Non è la serenata perpetua all’idolo che fu – Pagani laddove noi si è Luterani – né i fuochi d’artificio sparati ieri sera in diversi focolai di questa Baghdad minore. La questione vera, seria e pesante come tutte le questioni, si chiama Campagna abbonamenti. Francavilla, direttore sportivo fino a qualche giorno fa, aveva annunciato che non sarebbe stato possibile abbonarsi senza la Tessera del Tifoso, questo mostro civile frutto di abile mix tra rigurgito securitario e interessi finanziari. Con un Foggia da zona play-out, in mano a quei famosi otto soci (che escono da pezzenti dopo aver sborsato una marea di soldi per regalare il Foggia a Casillo, quando si dice “saper fare comunicazione”…), con i punti di penalizzazione quasi certi, la squadra da allestire in fretta, due turni di squalifica del campo da scontare e lo stadio nuovamente inagibile per via della questione-tornelli, non si sarebbe andati oltre le 7-800 tessere complessive. Quei trecento dissidenti, quelli che la Tessera del Tifoso non la faranno a prescindere, in un bilancio non alimentato da diritti televisivi e introiti da sponsor, sarebbero pesati. Eccome. Invece, da ventiquattro ore la Foggia che un tempo si definiva “pallonara” è in subbuglio. In migliaia sono pronti a mettersi in fila per l’abbonamento. E se c’è la Tessera da farsi, beh, la si farà. Che tanto “non abbiamo niente da nascondere”, dice la piazza stolta che crede alla leggenda della violenza e non comprende la sperimentazione repressiva, né la manovra delle banche. I diritti civili in cambio di Zeman, Casillo e il sogno malato di ritornare vent’anni indietro. A godersi la città del 1991.
E noi? Quelli di Cosenza, di Trieste, di Portogruaro? E quelli di Sant’Anastasia, di Castrovillari, di Cuneo? Quelli per cui la stagione non finisce mai, che da ritiro a ritiro mettono le loro vite, il loro tempo libero e non solo, al servizio di una passione onnivora? Beh, quelli, noi, fuori. Il paradosso. Perché non ci va di essere schedati, autorizzati, pedinati. Non ci va di trasformarci in utenti del Circo-calcio. Non ci va di sottomettere le nostre domeniche sui gradoni al benestare di una Questura. Non ci va di immettere nuovo denaro pulito nelle speculazioni finanziarie dei broker. Settimana dopo settimana, forse, cercheremo il tagliando per varcare i cancelli. Ma se questa piazza volubile dovesse davvero sottoscrivere le 7.500 tessere (qualcuna in meno, considerando il settore ospiti); se questa gente immemore dovesse, e parlo del nostro caso specifico, anche solo consumare in qualche giorno l’intera fornitura di abbonamenti della Curva, allora lo spettro delle domeniche fuori, a bere al chiosco mentre le rossonere corrono sul prato verde circondate da migliaia di feticisti d’occasione, diventerà più che reale. Saremo fantasmi fatti della stessa sostanza di cui è fatta la malacoscienza di questa città incapace di lottare, ma al contempo irrispettosa e superficiale, pronta a donarsi anima e corpo (e non solo) ad ogni nuovo padrone che promette la luna. Senza pudore o vergogna per le passate diserzioni. Vivremo da spettri e da spettri ascolteremo gli spalti unirsi nello “Zeman Zeman” che ci ripiomberà negli anni dell’assenza di stile. Senza cori continui a spingere, senza colori, bandiere, torce a far vibrare l’aria, vivrete, tesserati, il calcio che vi hanno disegnato addosso. Il calcio che meritate.
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