Grenoble, 16-18 dicembre
Il nero di Troia e il vino dell’Isere; la soppressata di Faeto, il salame delle Alpi, i formaggi e il caciocavallo, sul tavolo comune, mentre tra le mani sfilano fotografie, si mescolano idiomi, si arrancano spiegazioni. A dire che quella è Cremona, nel giorno dei playoff e qui sono loro a Rennes. Brindisi e abbracci, quando bussano alla porta e giungono amici che non vediamo da luglio. Da Casalecchio. È la prima volta in Francia, la prima volta che guardiamo questa amicizia dall’interno. Tanta voglia di conoscere, di conoscerci meglio. Per giungere a destinazione abbiamo marciato lungo l’Adriatica stretta nella morsa, a 30 all’ora dietro i mezzi spargisale. Dieci ore di cammino per la colazione alla Bolognina, dove ci scambiano per una compagnia teatrale o, tutt’al più, cinematografica. Pagliacci. La strada per Torino, le tristi Langhe di pianura, l’esoso Frejus. E poi, finalmente, la France. In alto i bicchieri, e la casa si riempie di fumo e racconti, mescolati l’uno all’altro in un’unica splendida cacofonia. Fuori, il freddo non è così glaciale come ce l’aspettavamo. I giacconi da neve d’alta quota restano negli zaini, a ricordarci i colbacchi di Totò e Peppino. Possiamo affrontare i marciapiedi, muoverci verso il centro città. Alle nostre spalle scorre il Donc. Silenziosamente. Le case sono moderne in questa zona. In Place Notre Dame si aprono le porte del Centenaire. Calore improvviso. Altre strette di mano, altri abbracci. È il loro feudo. La loro base. Il loro chiosco di Salvatore. Birra e Chartreuse, che sembra assenzio. 55°. L’ideale per affrontare la prima serata grenoblese. Per sentirci a casa. In pochi minuti siamo sparsi per il locale, come se lo conoscessimo da sempre. Sono incredibili queste alchimie. Intuire un’affinità, approfondirla, viverla, e scoprire che – per quanti chilometri possano dividerci – c’è un’idea che è quasi un ideale, un misto di valori e cultura di strada, che supera le barriere, finanche quelle nazionali, ed unisce, accomuna. Fa somigliare questa piazza del centro di Grenoble in una proiezione della nostra via Pagano. Ultras. Una parola che oggi come ieri ispira nei benpensanti un sordo timore dettato dall’ignoranza; che nel presente italiano è nel mirino di una crociata ministeriale dai rari precedenti, destinata a fare da scuola al resto della società attiva, sempre più intontita dai media della paura. Ma che da queste parti è ancora il nome invidiato di uno straordinario movimento giovanile. È aggregazione, socialità, valori. E condividere simili principi rende uomini (e donne) più completi. Capaci di comprendersi senza traduttori. Fuori a fumare, mentre la temperatura vacilla e crolla. Sembra una città tranquilla, questa. Ordinata, pulita, non molto rumorosa. Eppure anche nel grande assembramento metropolitano, fuori dalle mura metaforiche della città, nell’ampia periferia fatta di paesi contigui, ci sono banlieue. C’è il fuoco della rivolta che si somma alla difficile integrazione delle comunità. 40mila italiani, col loro quartiere di pizzerie sul fiume, proprio sotto le linee della teleferica. E un ritorno di machismo, un traviato senso d’appartenenza, nelle generazioni più giovani. In quei nipoti di siciliani che non hanno mai visto la Sicilia. Nell’ortodossia degli algerini di terza generazione. Nelle gang che giocano al Bronx. Ma è una città ricca, Grenoble, industriosa, che offre possibilità e non chiede molto. I ragazzi e le ragazze del Red Kaos annoverano ogni origine, lontani anni luce dal settarismo comunitario. I francesi purosangue e quelli originari di Corato. Sono ultras, e guardano all’Italia. A Genova, a Torino, a Pisa. Alla culla di un movimento che a volte noi stessi sottovalutiamo nella sua reale portata. Quasi quasi ci imbarazziamo a raccontargli della Tessera, dell’oltraggio quasi mortale subito dal nostro mondo. Un velo di tristezza per quelle curve ormai svuotate di passione, annichilite dalla prepotenza di chi scambia un mandato da parlamentare per il diritto a non portare rispetto. Considerazioni pesanti, che si alternano con originale cadenza alle domande. Siamo incuriositi, realmente, da questa realtà orgogliosa, che sappiamo “schiacciata” tra la gloria antica del Saint Etienne, quella moderna dell’Olimpique Marsiglia e quella contemporanea del Lione. E felici di rispondere ai quesiti che riguardano la nostra realtà, la sua passione. È ora di cena, e la carovana di macchine si dirige fuori città, in altura. Il ristorante è pieno, i nostri amici hanno occupato due sale. I piatti atterrano sulle tavole imbandite, mentre si alzano i cori. Quelli in francese e quelli in italiano. Anche quelli in dialetto. La neve ferma l’idillio. È rovinosa e intensa, come quella che cade da noi una volta ogni tre anni. Dobbiamo abbandonare la postazione, la balconata e le luci della città dall’alto. Tra dieci minuti saremo bloccati dal mondo. Così, torniamo a scendere, tra tornanti già imbiancati che tendono a farci stare all’erta più del dovuto. Qui sono abituati, anche se quest’anno, ci dicono, non ha ancora cominciato a fare sul serio. Atterriamo in un pub. Il centro città è innevato. Si comincia a scivolare. E, di conseguenza, a ridere delle sventure altrui. Sembra prendere vita dal freddo che fa. Non si beve in strada, così dentro la calca è impressionante. I ragazzi ci impediscono di mettere mani ai portafogli, sembra quasi una forma di religione. La loro ospitalità è molto mediterranea. Le nostre gole e i nostri stomaci dimenticano l’elemento acqua. E a notte parliamo ancora: scorriamo le foto delle loro trasferte, della vecchia curva. Scopriamo che sono in rotta con il proprietario del club, un giapponese che a stento ha mai messo piede nello stadio, e che l’avvenieristica struttura del “Des Alpes” ha tolto un bel po’ di quella poesia che c’era in altri tempi. Sono retrocessi dalla Ligue 1 l’anno scorso e quest’anno viaggiano all’ultimo posto della cadetteria. Una crisi pesante, che ha ridotto all’osso gli appassionati. Un canovaccio che a Foggia conosciamo bene. Anche i tifosi, come gli ultras, sembrano non conoscere confini. Il venerdì è il giorno della partita. Si gioca alle 20, contro il Dijon, che per noi è il Digione. Un bicchiere di vin brulé per svegliarsi, e un po’ giochiamo ai turisti. Ma la neve caduta per tutta la notte fa del ponte sull’Isere la location ideale di una battaglia di palle di neve senza esclusione di colpi. Al Centenaire troviamo la fanzine. La curva Ovest saluta gli amici foggiani, c’è scritto. In italiano. C’è anche lo scudetto dell’Uesse, e si parla della nostra città e della sua storia calcistica. Cantiamo e brindiamo, mentre la neve batte sui vetri e inonda le strade. “Ma siamo sicuri che si gioca?”, e tutti rispondono che si, che questa è una zona abituata a certe manifestazioni climatiche, che il terreno è riscaldato. Dicono, e qualcuno tra noi capisce che anche i posti a sedere sono riscaldati e già pregusta il gyser sotto il culo. Riuniti a consesso nel fondo del locale, in commissione mista, studiamo la partita. “Dov’è la Snai?”, chiediamo in francese. Bisogna scommettere sulla rinascita. 1 risultato finale, 1 parziale. E montiamo dibattito sul risultato esatto. Torna in mente una sfida d’altri tempi, nello “Zaccheria” d’altri tempi. Era l’anno della prima serie B con Zeman in panchina. Il Foggia era reduce da diversi rovesci, e in casa si affrontava il Messina. La curva non contestò, decise di sostenere quei ragazzi. E fu la svolta della stagione. Vincemmo 3-1, segnò anche Signori. “Allora è andata, ci giochiamo anche il 3-1 risultato esatto”. Per similitudine. I grenoblesi ridono, non credono alla riscossa. I biancoblu, oltre a essere ultimi, segnano pochissimo. Tre gol sono davvero troppi. Cala la sera. E siamo pronti per muoverci in corteo verso lo stadio. Sotto la fontana della piazza ci incolonniamo. Tra cori e battimani tagliamo la città vecchia, dove l’impressione di estraneità aumenta anziché diminuire. I rari passanti, i commessi e le commesse dietro le vetrine riscaldate, osservano senza partecipazione. Dev’essere dura essere ultras da queste parti. Ma i ragazzi ci credono, e cantano, e battono le mani. Noi accendiamo qualche torcia, ad illuminare la strada. Alziamo gli stendardi. Tesserati mai. Ma che bello è… C’è un parco completamente imbiancato nei dintorni dello stadio, illuminato e futuristico. Accenniamo al progetto di Casillo, scettici. Poi è di nuovo tempo di battaglie. Foggiani vs Grenoblesi, a colpi di assalti all’arma bianca, a corpo a corpo e palle di neve, sotto gli occhi distaccati degli steward. Sono in tanti, qui. C’è anche un reparto anti-ultras, mutuato da Parigi. Sembrano professionali. Superiamo le transenne e ci affacciamo sull’impianto. Un piccolo gioiello proporzionato, da 20mila posti. Ci metto tempo per capire cosa ci sia di diverso dallo stadio di casa mia. Mancano le barriere di divisione tra il campo e gli spalti. Il portiere che si sta allenando è a due passi. Ci spiegano che il Grenoble, non bastasse, è in formazione d’emergenza. Almeno sette indisponibili, e molti primavera. Ci muoviamo in curva, raggiungiamo la squadra. “Dovete vincere”, gridiamo in foggiano. Quelli ci sentono, si girano, ci guardano. Superfluo aggiungere che non capiscono. Poi ci dedichiamo ai bambini-mascotte della scuola: Sosteniamo i primi calci! Le tribune sono semivuote. In curva c’è il bar. Vin brulé e sfilatino, come non facciamo mai a casa. Il banchetto dei Red Kaos sforna fanzine e sciarpe nuove. Il gruppo si rifornisce. Dentro c’è il palchetto per il lanciacori. Lo osserviamo con invidia. È tempo di giocarsela. E la curva, coperta, comincia ad urlare. La tettoia crea un bell’effetto d’insieme, e anche se sono in cento a cantare, si sentono. Eccome. Squadre in campo. Noi, poco avvezzi alle lingue, ci sforziamo di seguire le parole, ma sono i ritornelli quelli che intoniamo in blocco. Il Grenoble, in campo, ci mette l’anima. Una prova d’agonismo che ci coinvolge, acuita dal fatto che c’è finanche qualche giocatore senza nome dietro la maglia. Non professionisti. Poco alla volta ci appassioniamo, e quando il bolide da trenta metri incrocia il sette, esultiamo. Ha segnato un ragazzo che, ci dicono, è l’unico nativo di Grenoble, della banlieue. L’unico al quale si tributa un coro. Finisce il tempo, torniamo al bar. Il primo pronostico si è rivelato fondato. Ma la ripresa riserva altre sorprese. Il ragazzotto di Grenoble segna la sua personale doppietta, poi è il Digione a rifarsi sotto, a colpire una traversa, ad accorciare le distanze e fallire per poco il pari. È una partita divertente. I ragazzi ci omaggiano di uno striscione e un bel paio di cori. Noi ricambiamo, felici e convinti. E sul finale, una botta da fuori si insacca sotto l’incrocio. È il 3-1 risultato esatto. Ci guardiamo in faccia durante la ressa. Peccato che la signora del tabacchino ci abbia detto: “In Francia non si può giocare il risultato esatto”. Fischio finale e squadra sotto la curva. Pazienza, ci accontentiamo dei 60 euro incassati. Vorremmo dire: “Stasera offriamo noi un giro”, ma non ce lo permetterebbero. Così al pub irlandese dove passiamo la serata e parte della nottata (e dove la “sfortunata” Charlotte ha deciso di festeggiare proprio quella sera il suo compleanno!), siamo ancora ospiti. Ospiti allegri di questa realtà pulita e passionale, orgogliosa e giovane, che ci ha restituito un po’ di quell’entusiasmo che in patria, tra trasferte vietate, tessere-fedeltà e presidenti padroni, avevamo perso. Anche per questo, tanto di cappello al Red Kaos. Merci beaucoup. Davvero.
21/12/10
Ancora sulla Nuova Era (il giorno II della contestazione)
Le parole.
Sono pietre, si dice di solito. Sono importanti, diceva Nanni Moretti. Pazzi squinternati, scemi, scalmanati, delinquenti. Così ieri don Pasquale, nella pittoresca conferenza stampa del dopogara. Delinquenti. Il nodo gordiano: il passaggio progressivo, a piccoli scatti fugaci, minimalista, da un termine all’altro, in una progressione di significato che, nel’economia di un discorso fatto d’un fiato, sembra logica e consequenziale. E che invece nasconde la criminalizzazione di un insieme. Di cosa siamo accusati lo sanno tutti e l’abbiamo già ricapitolato a sufficienza: l’accensione di un petardo e di due fumogeni che hanno causato alla società la bellezza di 3.500 euro di multa dalla Lega. In pochi giorni convulsi, siamo arrivati ad essere delinquenti accusati di “atti di vandalismo”. Come se la nostra principale attività fosse quella di devastare auto, incendiare cassonetti, svaligiare negozi non per fame ma per sfregio. Delle due l’una: o i termini usati hanno ancora un senso, allora la coscienza pubblica dovrebbe insorgere a reclamare una ridefinizione, nonostante l’appeal del nuovo-vecchio imbonitore; oppure davvero il concetto di delinquenza universalmente riconosciuto si è esteso senza preavviso, giungendo a comprendere tutto quanto avversi il portafoglio di don Pasquale Casillo. Portafoglio dal quale prima o poi, ma è parere del tutto personale, tirerà fuori un coniglio.
I soldi.
L’alfa e l’omega di tutto. Anche di questo ha parlato. E tanto. Ha ammesso di non aver speso, al momento, ma ha garantito di poterlo fare. Come e quando vorrà. Nel frattempo, ha blaterato del credito infinito che rivendica dalla comunità. E la comunità gli si è stretta attorno per continuare a ringraziarlo, a baciargli i piedi come a certe statue di santi, fino a consumarsi. E nel giorno della contestazione, ha isolato gli ultrà con il colpo di teatro: l’annuncio della costruzione del nuovo stadio. Come chi, sotto di parecchie fiches di credibilità, rilancia alla cieca. Ha chiesto alla stampa, in sostanza, di diventare un sindacato giallo al suo servizio. E a giudicare dalla qualità del contraddittorio, ha fatto una richiesta futile. Superflua. A nessun giornalista locale è mai venuto in mente, fino ad oggi, di scavare sotto il manto di folklore che il ritorno di questo personaggio in Capitanata suscita, per scoprire i reali intenti e il cambiamento avvento nell’orbita amministrativa, economica e finanziaria di questa città sul lastrico, in conseguenza. Pensano al circo, i nostri giornalisti. C’è da scommettere che avrebbero continuato a farlo anche senza sollecitazioni padronali. La città in cui è tornato per – parole sue – rifare i soldi che gli sono stati rubati, è rapita. Sindrome di Stoccolma, direbbero i medici. In balia del proprio rapitore. Che, come certi prestigiatori che usano l’ipnosi, può permettersi di rovesciarle addosso qualunque improperio. Ottenendo in cambio un consenso assoluto, senza se e senza ma. Un’assenza di spirito critico, una foga umorale che è tipica degli appassionati di calcio. Ma che stona con tutto il resto, quando il nuovo signore usa il calcio per giungere ad innalzare cattedrali nel deserto.
La divisione.
Quando si dice, si diceva, “tutti uniti sotto una stessa bandiera”. Lo stadio, i settori popolari, come mitico agente affratellante: il ricco, il povero, il conservatore, il progressista, il colto, l’ignorante. Fianco a fianco. A sventolare la stessa bandiera. Culto retorico dei bei tempi andati. Strapaese. Ma un fondo di verità c’era. È innegabile. La Tessera, di cui mi sto stancando persino di parlare, ha divaricato il comune sentire. Errore di chi sottovaluta per indole non accorgersene sull’attimo. Del resto, quando si affronta una scelta di cittadinanza che avrebbe richiesto le barricate per strada, con il piglio e la leggerezza di chi sceglie un film da Blockbuster, è inevitabile. Adesso è tardi. E quanto visto ieri sugli spalti dello “Zaccheria”, con interi settori che invitavano gli ultras ad andarsene fuori dalle scatole, come fossero l’unica nota dissonante di un idillio per musica e testo, non è che l’inevitabile conseguenza della frattura consumata a luglio. La gente ama i portatori di sogni, che troppe volte coincidono coi venditori di fumo. E la gente degli stadi è la stessa delle urne elettorali. I realisti che si oppongono sono accusati di disfattismo, di essere dei cronici piantagrane. E vengono ignorati, minimizzati, invitati ad accomodarsi lontano dai maestri della New Age. “Si sta realizzando un grande progetto”, dice il pulcinella capopopolo. E, siccome di ogni rosa si immagina il profumo ma non le spine, nel dubbio è meglio bandire gli scettici. Poco conta dire a questa piazza che la realtà parla la lingua dell’inganno. A quelli che gridavano “Fuori! Fuori!” o facevano gestacci poco ne cale. Vogliono sognare con don Pasquale, sognare il sogno di don Pasquale. E si schierano con lui anche quando devono sborsare 30 euro per una gradinata, 15 per una curva; anche quando denuncia e diffida, quando licenzia e offende. È il prezzo da pagare. Il tributo al sogno di tornare grandi. A noi non rimane che aprire gli occhi e considerare i fatti per quelli che sono: non esiste l’unica grande fede che affratella l’ultras e il tifoso, il ricco e il povero. Esistiamo noi, la nostra minoranza assediata (da Maroni, dal patron e dal comune sentire dei cittadini “per bene”). Ed esiste il resto, col proprio approccio alla domenica sportiva. E tra noi e loro, la trincea.
Nota bene per il prossimo futuro.
Nessuno si permetta di accusare noi, il nostro modo oltranzista di amare questa maglia. Perché servirebbe solo da alibi. Gli dei da ringraziare per lo schifo vissuto ieri sono altrove. E non serve alzare il polverone della civiltà da imparare o della dietrologia a buon mercato. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. Che quando lo stadio non sarà che un mortorio organizzato, una sala da thé all’aperto, una banca dati vivente di aspiranti all’autopsia, non potrete fare altro che rimpiangere i bei tempi della mitologia classica. E magari approfittarne per farvi un esamino di coscienza e comprendere di quanti ossequiosi si è lastricato il sentiero che porta all’ormai prossima, e quasi attesa, scomparsa del tifo.
Sono pietre, si dice di solito. Sono importanti, diceva Nanni Moretti. Pazzi squinternati, scemi, scalmanati, delinquenti. Così ieri don Pasquale, nella pittoresca conferenza stampa del dopogara. Delinquenti. Il nodo gordiano: il passaggio progressivo, a piccoli scatti fugaci, minimalista, da un termine all’altro, in una progressione di significato che, nel’economia di un discorso fatto d’un fiato, sembra logica e consequenziale. E che invece nasconde la criminalizzazione di un insieme. Di cosa siamo accusati lo sanno tutti e l’abbiamo già ricapitolato a sufficienza: l’accensione di un petardo e di due fumogeni che hanno causato alla società la bellezza di 3.500 euro di multa dalla Lega. In pochi giorni convulsi, siamo arrivati ad essere delinquenti accusati di “atti di vandalismo”. Come se la nostra principale attività fosse quella di devastare auto, incendiare cassonetti, svaligiare negozi non per fame ma per sfregio. Delle due l’una: o i termini usati hanno ancora un senso, allora la coscienza pubblica dovrebbe insorgere a reclamare una ridefinizione, nonostante l’appeal del nuovo-vecchio imbonitore; oppure davvero il concetto di delinquenza universalmente riconosciuto si è esteso senza preavviso, giungendo a comprendere tutto quanto avversi il portafoglio di don Pasquale Casillo. Portafoglio dal quale prima o poi, ma è parere del tutto personale, tirerà fuori un coniglio.
I soldi.
L’alfa e l’omega di tutto. Anche di questo ha parlato. E tanto. Ha ammesso di non aver speso, al momento, ma ha garantito di poterlo fare. Come e quando vorrà. Nel frattempo, ha blaterato del credito infinito che rivendica dalla comunità. E la comunità gli si è stretta attorno per continuare a ringraziarlo, a baciargli i piedi come a certe statue di santi, fino a consumarsi. E nel giorno della contestazione, ha isolato gli ultrà con il colpo di teatro: l’annuncio della costruzione del nuovo stadio. Come chi, sotto di parecchie fiches di credibilità, rilancia alla cieca. Ha chiesto alla stampa, in sostanza, di diventare un sindacato giallo al suo servizio. E a giudicare dalla qualità del contraddittorio, ha fatto una richiesta futile. Superflua. A nessun giornalista locale è mai venuto in mente, fino ad oggi, di scavare sotto il manto di folklore che il ritorno di questo personaggio in Capitanata suscita, per scoprire i reali intenti e il cambiamento avvento nell’orbita amministrativa, economica e finanziaria di questa città sul lastrico, in conseguenza. Pensano al circo, i nostri giornalisti. C’è da scommettere che avrebbero continuato a farlo anche senza sollecitazioni padronali. La città in cui è tornato per – parole sue – rifare i soldi che gli sono stati rubati, è rapita. Sindrome di Stoccolma, direbbero i medici. In balia del proprio rapitore. Che, come certi prestigiatori che usano l’ipnosi, può permettersi di rovesciarle addosso qualunque improperio. Ottenendo in cambio un consenso assoluto, senza se e senza ma. Un’assenza di spirito critico, una foga umorale che è tipica degli appassionati di calcio. Ma che stona con tutto il resto, quando il nuovo signore usa il calcio per giungere ad innalzare cattedrali nel deserto.
La divisione.
Quando si dice, si diceva, “tutti uniti sotto una stessa bandiera”. Lo stadio, i settori popolari, come mitico agente affratellante: il ricco, il povero, il conservatore, il progressista, il colto, l’ignorante. Fianco a fianco. A sventolare la stessa bandiera. Culto retorico dei bei tempi andati. Strapaese. Ma un fondo di verità c’era. È innegabile. La Tessera, di cui mi sto stancando persino di parlare, ha divaricato il comune sentire. Errore di chi sottovaluta per indole non accorgersene sull’attimo. Del resto, quando si affronta una scelta di cittadinanza che avrebbe richiesto le barricate per strada, con il piglio e la leggerezza di chi sceglie un film da Blockbuster, è inevitabile. Adesso è tardi. E quanto visto ieri sugli spalti dello “Zaccheria”, con interi settori che invitavano gli ultras ad andarsene fuori dalle scatole, come fossero l’unica nota dissonante di un idillio per musica e testo, non è che l’inevitabile conseguenza della frattura consumata a luglio. La gente ama i portatori di sogni, che troppe volte coincidono coi venditori di fumo. E la gente degli stadi è la stessa delle urne elettorali. I realisti che si oppongono sono accusati di disfattismo, di essere dei cronici piantagrane. E vengono ignorati, minimizzati, invitati ad accomodarsi lontano dai maestri della New Age. “Si sta realizzando un grande progetto”, dice il pulcinella capopopolo. E, siccome di ogni rosa si immagina il profumo ma non le spine, nel dubbio è meglio bandire gli scettici. Poco conta dire a questa piazza che la realtà parla la lingua dell’inganno. A quelli che gridavano “Fuori! Fuori!” o facevano gestacci poco ne cale. Vogliono sognare con don Pasquale, sognare il sogno di don Pasquale. E si schierano con lui anche quando devono sborsare 30 euro per una gradinata, 15 per una curva; anche quando denuncia e diffida, quando licenzia e offende. È il prezzo da pagare. Il tributo al sogno di tornare grandi. A noi non rimane che aprire gli occhi e considerare i fatti per quelli che sono: non esiste l’unica grande fede che affratella l’ultras e il tifoso, il ricco e il povero. Esistiamo noi, la nostra minoranza assediata (da Maroni, dal patron e dal comune sentire dei cittadini “per bene”). Ed esiste il resto, col proprio approccio alla domenica sportiva. E tra noi e loro, la trincea.
Nota bene per il prossimo futuro.
Nessuno si permetta di accusare noi, il nostro modo oltranzista di amare questa maglia. Perché servirebbe solo da alibi. Gli dei da ringraziare per lo schifo vissuto ieri sono altrove. E non serve alzare il polverone della civiltà da imparare o della dietrologia a buon mercato. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. Che quando lo stadio non sarà che un mortorio organizzato, una sala da thé all’aperto, una banca dati vivente di aspiranti all’autopsia, non potrete fare altro che rimpiangere i bei tempi della mitologia classica. E magari approfittarne per farvi un esamino di coscienza e comprendere di quanti ossequiosi si è lastricato il sentiero che porta all’ormai prossima, e quasi attesa, scomparsa del tifo.
10/12/10
Nota triste sulla nuova era
Nell’anno primo dell’Era della Tessera, ironico sarà morire uno per volta, sotto “fuoco amico”.
Come nelle trincee della Guerra Mondiale. Generali imbevuti d’accademia e di cavalleria da tavolo, graduati folli e ideologizzati, cinici per cupidigia, per ingordigia, arrivisti leccaculo, spie. A lanciare l’assalto suicida alle linee nemiche, a muovere uomini verso il fuoco. Col binocolo in mano. E poi i carabinieri in retroguardia, a servire i boss di turno. A scegliere uomini, a metterli al muro, uno ogni dieci, la decimazione. A fucilare italiani per punirli di aver disobbedito all’ordine assurdo di farsi massacrare; a giustiziare codardi veri o presunti. Loro, che in prima linea non c’erano mai stati.
Succede così.
Esagerato.
Di diffida non si muore. Di reato da stadio neppure. Non bisogna piangersi addosso prima del tempo. E sia. Riaffioriamo dall’analogia bellica. E proseguiamo fuor di metafora: qua non bastava Maroni, ci voleva pure Casillo!
Il sogno, il miracolo tante volte invocato al cielo dalla plebe superstiziosa, si è avverato. E lo ha saputo persino Virgin radio. Il processo di beatificazione è cominciato a luglio. E la città s’è stesa come un sudario sotto i piedi del Redivivo.
Sei mesi. Sei mesi dal suo primo intervento in tv. La voce del vecchio padrone che torna dall’Ade ad accampare diritti di successione. Calde lacrime agli occhi dei nostalgici della fu Zemanlandia (sic), l’agorà a dibattere accanitamente sulle picconate e sulle promesse, così simili a smargiassate da non meritare neppure attenzione, dell’antico signore di queste terre. “Riporto Zemàn, riporto Pavone, torniamo in serie A!”. Follie d’inizio estate. E, sotto la crosta dell’apparenza, il preciso piano di una nuova scalata. L’intera città, dalle sue fragili istituzioni in balia dei venti alla più accorta e servile imprenditoria, schiava contenta, rientrava nel piano industriale di rinascita del riconosciuto marpione. Bonapartismo, si direbbe in politica. Cesarismo. Aizzare le folle al suono di un progetto bellicoso, rispolverare il passato, l’epica dell’età dell’oro, e pilotare la massa sognante e feroce (che mai, prima d’allora, sembrava essersi accorta della decadenza in cui era sprofondata) nei fianchi molli delle burocrazie: gli otto soci, certo, ma anche il sindaco, l’Assindustria, e chi più ne ha più ne metta. Una spada di Longino, brandita con schiamazzante puntualità ad ogni scadenza vitale di quel calvario che è stata l’estate 2010 dell’Unione Sportiva. Alla fina l’ha spuntata, e tutti sappiamo come è andata. È rinato il circo equestre: la Gazzetta, il Corriere, il Guerin Sportivo, persino il Manifesto, a sgomitare per osservare da vicino la fecondazione in vitro del dinosauro. Jurassic park sul manto erboso dello Zaccheria. Nani, trapezisti e ballerine alla corte del Boemo, mentre Don Pasquale incassava la concessione quindicennale gratuita dello stadio comunale, estrometteva baristi e venditori abusivi dal tempio, raccattava in giro giovani under 20 (che fruttano denaro a mo’ di bonus dalla Lega per ogni domenica che giocano) per simulare una squadra da donare al Profeta (schermo blindato per ogni accenno di critica tecnico-tattica-filosofica), aumentava a 15 euro i biglietti dei popolari e legava l’abbonamento alla Tessera del tifoso.
Poi ci si sono messe le multe: le bottigliette di plastica che volano in campo a battezzare l’arbitro cornuto, vezzo tipico del tifoso-medio dalla notte dei tempi, ma anche il consueto armamentario degli ultras: dai cori contro quel pezzo di merda di Maroni fino all’accensione di torce, fumogeni, petardi; dallo sventolio di bandiere fuoridimensionate agli schizzi d’acqua sui guardalinee.
Esternò, don Pasquale, dopo la prima multa in quel di Fano.
“Imbecilli”, fece vergare allo scrivano Zingarelli. Provocò la piazza, che compatta gli faceva quadrato attorno, minacciando l’aumento dei prezzi e sollecitando una più attenta e mirata repressione. Come a dire che prima dell’avvento del suo secondo regno, la questura era rimasta colpevolmente con le mani nelle tasche. Ed ora il signorotto sentiva impellente il bisogno di assoldare nuova cavalleria fedele nel feudo lasciato per troppo tempo in balia di incapaci e blandi esecutori.
Ma ciò non ha impedito che lo stadio rimanesse uguale a sé stesso. Uguale a ciò che è sempre stato. A ciò per cui ha fascino. Basta pensare ad una festa di compleanno. D’improvviso uno dalle retrovie si fa spazio ed in onore del festeggiato accende un fumogeno. Invariabilmente uno nella calca a ridere, dirà a mo’ di commento: “E che stai allo stadio?”. Retoricamente, perché è chiaro che lo stadio è il luogo dei fumogeni. Per tutti, da sempre. Ma non per la Lega. Non per la “legge”.
Un capopopolo accorto, attento alla propria gente, alzerebbe lo scudo ed impugnerebbe nuovamente la spada di cui sopra. Rozzi, Anconetani, Viola, l’avrebbero fatto, ai tempi. Avrebbe alzato la voce contro la loggia dei potenti del calcio. Avrebbe attaccato il santuario delle multe assurde e dei provvedimenti disciplinari. Avrebbe disseminato il verbo, coalizzando le società affini. Si sarebbe attaccato al telefono, svegliando di notte presidenti cavesi e nocerini, tarantini e beneventani, per chiamare a raccolta, per dire “Basta!” agli sciocchi cavilli che strozzano il calcio in Lega Pro.
Probabilmente avrebbe fatto anche l’esempio della festa di compleanno.
Perché 18mila euro di multa per cori contro Maroni e colore sugli spalti sono davvero troppi per qualsiasi logica. Avremmo sentito don Pasquale starnazzare per qualcosa di condivisibile. E forse anche la mia generazione, che sperava d’averlo salutato per sempre sedici anni orsono, avrebbe avuto simpatia per la sua causa. Per la crociata dei pezzenti della serie C. Magari non l’avremmo mai detto esplicitamente e in pubblico. Ma una guerriglia mirata al calcio dei divieti e dei soprusi l’avremmo gradita. Altroché.
Invece, il signore che tutti qui chiamano “don” pur non avendo mai preso i voti ecclesiastici (!), ha scelto una differente exit-strategy. Ha aumentato i biglietti della gradinata a 30 euro. 30 euro, 60mila lire, per una partita di terza serie. Decimazione. Anzi no, fucilazione di massa. Rappresaglia. Per punire gli ultras che, orfani (e non certo per colpa loro) della Curva Nord, si sistemano proprio nell’angolo della cosiddetta Tribuna Est.
E la piazza, che avrebbe dovuto insorgere, ammaliata dalle parole del caudillo di San Giuseppe Vesuviano come e peggio dell’equipaggio di Ulisse con le sirene, ha appoggiato incondizionatamente. Dopo annate di fuochi artificiali e poveri animali vivi costretti ad una fuga disperata in campo (i conigli barlettani, i galletti baresi), si è improvvisamente retrodatata educata. Di un’educazione speciale, inglese. I baronetti della minchia hanno detto “Basta!”. Basta con gli ultras e la loro inciviltà. Basta con questi delinquenti mascherati da tifosi. Ne hanno invocato la denuncia (anche con l’ausilio delle telecamere a circuito chiuso), l’arresto, la deportazione, la lapidazione. Tutto, pur di compiacere le ragioni irragionevoli del nuovo signore a costo zero. Uno che vuole fare l’imprenditore senza mettere a conto i normali rischi d’impresa (in questo non diverso da Marchionne, ma lasciamo stare); uno che vuole fare il capopopolo senza popolo. Senza intelligenza. Senza riconoscenza, senza rispetto, nei confronti di chi il Foggia l’ha seguito nelle notti più scure della mezzanotte. “Ma che vuoi che gliene freghi a quello…”, dicono i più avveduti, quelli che la sanno lunga, a mezza bocca. “Quello soldi vuole fare!”. Indubbio. Triste e indubbio.
Così come indubbio è che questo continuo parlare di soldi, questo strapotere dei soldi, questo ritenere i soldi unico valido fine per qualsiasi sacrificio e al contempo unica giustificazione seria per qualsiasi azione, stia smorzando la fiamma di una passione che sembrava inestinguibile.
Anche questo è molto triste. Ma sembra interessi solo ad una minoranza di sudditi.
Come nelle trincee della Guerra Mondiale. Generali imbevuti d’accademia e di cavalleria da tavolo, graduati folli e ideologizzati, cinici per cupidigia, per ingordigia, arrivisti leccaculo, spie. A lanciare l’assalto suicida alle linee nemiche, a muovere uomini verso il fuoco. Col binocolo in mano. E poi i carabinieri in retroguardia, a servire i boss di turno. A scegliere uomini, a metterli al muro, uno ogni dieci, la decimazione. A fucilare italiani per punirli di aver disobbedito all’ordine assurdo di farsi massacrare; a giustiziare codardi veri o presunti. Loro, che in prima linea non c’erano mai stati.
Succede così.
Esagerato.
Di diffida non si muore. Di reato da stadio neppure. Non bisogna piangersi addosso prima del tempo. E sia. Riaffioriamo dall’analogia bellica. E proseguiamo fuor di metafora: qua non bastava Maroni, ci voleva pure Casillo!
Il sogno, il miracolo tante volte invocato al cielo dalla plebe superstiziosa, si è avverato. E lo ha saputo persino Virgin radio. Il processo di beatificazione è cominciato a luglio. E la città s’è stesa come un sudario sotto i piedi del Redivivo.
Sei mesi. Sei mesi dal suo primo intervento in tv. La voce del vecchio padrone che torna dall’Ade ad accampare diritti di successione. Calde lacrime agli occhi dei nostalgici della fu Zemanlandia (sic), l’agorà a dibattere accanitamente sulle picconate e sulle promesse, così simili a smargiassate da non meritare neppure attenzione, dell’antico signore di queste terre. “Riporto Zemàn, riporto Pavone, torniamo in serie A!”. Follie d’inizio estate. E, sotto la crosta dell’apparenza, il preciso piano di una nuova scalata. L’intera città, dalle sue fragili istituzioni in balia dei venti alla più accorta e servile imprenditoria, schiava contenta, rientrava nel piano industriale di rinascita del riconosciuto marpione. Bonapartismo, si direbbe in politica. Cesarismo. Aizzare le folle al suono di un progetto bellicoso, rispolverare il passato, l’epica dell’età dell’oro, e pilotare la massa sognante e feroce (che mai, prima d’allora, sembrava essersi accorta della decadenza in cui era sprofondata) nei fianchi molli delle burocrazie: gli otto soci, certo, ma anche il sindaco, l’Assindustria, e chi più ne ha più ne metta. Una spada di Longino, brandita con schiamazzante puntualità ad ogni scadenza vitale di quel calvario che è stata l’estate 2010 dell’Unione Sportiva. Alla fina l’ha spuntata, e tutti sappiamo come è andata. È rinato il circo equestre: la Gazzetta, il Corriere, il Guerin Sportivo, persino il Manifesto, a sgomitare per osservare da vicino la fecondazione in vitro del dinosauro. Jurassic park sul manto erboso dello Zaccheria. Nani, trapezisti e ballerine alla corte del Boemo, mentre Don Pasquale incassava la concessione quindicennale gratuita dello stadio comunale, estrometteva baristi e venditori abusivi dal tempio, raccattava in giro giovani under 20 (che fruttano denaro a mo’ di bonus dalla Lega per ogni domenica che giocano) per simulare una squadra da donare al Profeta (schermo blindato per ogni accenno di critica tecnico-tattica-filosofica), aumentava a 15 euro i biglietti dei popolari e legava l’abbonamento alla Tessera del tifoso.
Poi ci si sono messe le multe: le bottigliette di plastica che volano in campo a battezzare l’arbitro cornuto, vezzo tipico del tifoso-medio dalla notte dei tempi, ma anche il consueto armamentario degli ultras: dai cori contro quel pezzo di merda di Maroni fino all’accensione di torce, fumogeni, petardi; dallo sventolio di bandiere fuoridimensionate agli schizzi d’acqua sui guardalinee.
Esternò, don Pasquale, dopo la prima multa in quel di Fano.
“Imbecilli”, fece vergare allo scrivano Zingarelli. Provocò la piazza, che compatta gli faceva quadrato attorno, minacciando l’aumento dei prezzi e sollecitando una più attenta e mirata repressione. Come a dire che prima dell’avvento del suo secondo regno, la questura era rimasta colpevolmente con le mani nelle tasche. Ed ora il signorotto sentiva impellente il bisogno di assoldare nuova cavalleria fedele nel feudo lasciato per troppo tempo in balia di incapaci e blandi esecutori.
Ma ciò non ha impedito che lo stadio rimanesse uguale a sé stesso. Uguale a ciò che è sempre stato. A ciò per cui ha fascino. Basta pensare ad una festa di compleanno. D’improvviso uno dalle retrovie si fa spazio ed in onore del festeggiato accende un fumogeno. Invariabilmente uno nella calca a ridere, dirà a mo’ di commento: “E che stai allo stadio?”. Retoricamente, perché è chiaro che lo stadio è il luogo dei fumogeni. Per tutti, da sempre. Ma non per la Lega. Non per la “legge”.
Un capopopolo accorto, attento alla propria gente, alzerebbe lo scudo ed impugnerebbe nuovamente la spada di cui sopra. Rozzi, Anconetani, Viola, l’avrebbero fatto, ai tempi. Avrebbe alzato la voce contro la loggia dei potenti del calcio. Avrebbe attaccato il santuario delle multe assurde e dei provvedimenti disciplinari. Avrebbe disseminato il verbo, coalizzando le società affini. Si sarebbe attaccato al telefono, svegliando di notte presidenti cavesi e nocerini, tarantini e beneventani, per chiamare a raccolta, per dire “Basta!” agli sciocchi cavilli che strozzano il calcio in Lega Pro.
Probabilmente avrebbe fatto anche l’esempio della festa di compleanno.
Perché 18mila euro di multa per cori contro Maroni e colore sugli spalti sono davvero troppi per qualsiasi logica. Avremmo sentito don Pasquale starnazzare per qualcosa di condivisibile. E forse anche la mia generazione, che sperava d’averlo salutato per sempre sedici anni orsono, avrebbe avuto simpatia per la sua causa. Per la crociata dei pezzenti della serie C. Magari non l’avremmo mai detto esplicitamente e in pubblico. Ma una guerriglia mirata al calcio dei divieti e dei soprusi l’avremmo gradita. Altroché.
Invece, il signore che tutti qui chiamano “don” pur non avendo mai preso i voti ecclesiastici (!), ha scelto una differente exit-strategy. Ha aumentato i biglietti della gradinata a 30 euro. 30 euro, 60mila lire, per una partita di terza serie. Decimazione. Anzi no, fucilazione di massa. Rappresaglia. Per punire gli ultras che, orfani (e non certo per colpa loro) della Curva Nord, si sistemano proprio nell’angolo della cosiddetta Tribuna Est.
E la piazza, che avrebbe dovuto insorgere, ammaliata dalle parole del caudillo di San Giuseppe Vesuviano come e peggio dell’equipaggio di Ulisse con le sirene, ha appoggiato incondizionatamente. Dopo annate di fuochi artificiali e poveri animali vivi costretti ad una fuga disperata in campo (i conigli barlettani, i galletti baresi), si è improvvisamente retrodatata educata. Di un’educazione speciale, inglese. I baronetti della minchia hanno detto “Basta!”. Basta con gli ultras e la loro inciviltà. Basta con questi delinquenti mascherati da tifosi. Ne hanno invocato la denuncia (anche con l’ausilio delle telecamere a circuito chiuso), l’arresto, la deportazione, la lapidazione. Tutto, pur di compiacere le ragioni irragionevoli del nuovo signore a costo zero. Uno che vuole fare l’imprenditore senza mettere a conto i normali rischi d’impresa (in questo non diverso da Marchionne, ma lasciamo stare); uno che vuole fare il capopopolo senza popolo. Senza intelligenza. Senza riconoscenza, senza rispetto, nei confronti di chi il Foggia l’ha seguito nelle notti più scure della mezzanotte. “Ma che vuoi che gliene freghi a quello…”, dicono i più avveduti, quelli che la sanno lunga, a mezza bocca. “Quello soldi vuole fare!”. Indubbio. Triste e indubbio.
Così come indubbio è che questo continuo parlare di soldi, questo strapotere dei soldi, questo ritenere i soldi unico valido fine per qualsiasi sacrificio e al contempo unica giustificazione seria per qualsiasi azione, stia smorzando la fiamma di una passione che sembrava inestinguibile.
Anche questo è molto triste. Ma sembra interessi solo ad una minoranza di sudditi.
24/11/10
La faglia
Qui non è questione di uova o di galline. E neppure di concatenazione logica. Il prima e il dopo, in questa storia, non c’entrano. C’entra l’approccio. Prima di Foggia-Viareggio – e si parla di un paio di mesi fa, di meno e non di più – con la città estasiata che aveva assaltato le ricevitorie per i biglietti, esplorai le lande alte della Curva Sud. Da non tesserato, mi ero posto a disposizione di chiunque avesse voluto sapere perché mai i gruppi avevano deciso di “transennare” e lasciare vuoto il centro della curva per dieci minuti, come forma di protesta nei confronti del decreto Maroni. La gente, di lato, era tanta. E continuava a sbucare dagli ingressi, ad ammassarsi. C’era tensione nell’aria. Bastò una parola. L’insofferenza dei “laterali” nei confronti degli energumeni che costringevano la brava gente ad un supplizio inutile per la causa e dannoso per la squadra, era evidente; lo consideravano un esercizio di pura prepotenza senza spiegazioni. E si che quella era la brava gente che – per paura di non trovare un tagliando, paura peraltro indotta dal terrorismo societario – aveva sottoscritto il progetto di farci fuori dagli stadi. Anteponendo la voglia di vedersi gli undici ragazzini di Zeman alla libertà, erano corsi a farsi schedare, perché non avevano niente da nascondere. La miccia s’accese e la discussione, accanita da ambo le parti, durò oltre quaranta minuti. Inutile entrare nei dettagli: qui non si parla di chi soffra di più, di chi ami maggiormente quella maglia. E neppure di uova e di galline, di chi sia nato prima, come s’è già detto. Il blocco della curva è stato riproposto. I primi dieci minuti “senza ultras” – che nell’accezione popolare vale a dire: senza cori, senza colore, senza calore – si sono ripetuti con l’Andria e col Siracusa. Ho vissuto la cosa in sordina. Con la Ternana, però, sono tornato alle lande alte. Ed è stato diverso. Niente miccia, niente tensione, meno gente. L’aria elettrica del grande evento pittoresco si era infranta nella routine. Gli abitanti delle zone in questione s’erano fatti posati, tranquilli, placidamente rassegnati a quel nuovo rito, vissuto con un misto di insofferenza e naturalezza, come il pagamento di una bolletta dell’Enel. Ma c’era qualcosa in più, di inedito. Una barriera invisibile, impalpabile, eppure spessa e invalicabile, tra me e loro. Cresciuto nell’epica della comunità, di quel sentire che affratella, di quella fede che unisce le anime distanti, non avevo mai provato questo senso di distacco. Né mai ipotizzato che potesse esistere. I ragazzi che sedevano alla mia sinistra, in attesa dell’inizio della partita e della fine del rito, mi ignoravano. Ed io ignoravo loro, dandogli le spalle. Niente, neppure la polemica di due mesi prima, univa i nostri due mondi. L’uno in lotta disperata contro il baratro, terrorizzato dall’idea dell’estinzione; l’altro sereno, furbo al punto giusto da non farsi risucchiare dai gorghi dell’ossessione passionale, distaccato eppure partecipe al solo evento sportivo. Tra me e loro, una faglia come quella che minaccia San Francisco. Parlavano tra di loro. Di Ronaldinho e Ibrahimovic, di Quagliarella e del Fantacalcio. Modelli generazionali differenti, approccio. Niente in comune. I novanta minuti di calcio dal vivo come antipasto anomalo ad una domenica come tante, da vivere tra prepartita Sky e posticipo. C’è il derby di Milano, come se la cosa potesse in qualche modo tangerci. E mi è risalita in gola una frase letta in adolescenza, scritta con l’Uniposca nero sull’Invicta arancione: Per noi il Foggia non è una questione di vita o di morte. È molto di più. Una gradassata figlia dell’età, senza dubbio. Ma lo scarto tra quell’impulso totalitario e il relativismo sciatto di quei giovanotti, m’appare ancora adesso ugualmente doloroso. Ne parlavo ieri sera con un amico. Penso d’aver capito come stanno le cose. Non è questione di Tessera, è questione di testa. E di cuore. La sfida di Pisa, vietata, l’abbiamo vissuta chiacchierando amabilmente del più e del meno. La partita di Nocera, vietata, l’ho vissuta alla brace: seppie, salsicce, melanzane. Avrò visto quindici minuti della prima e dieci della seconda. Perché quella squadra televisiva non m’appartiene, non è mia. E quando pensi che potrebbe essere un calo di passione, una specie d’anticipo della pace dei sensi, ritorna alla mente il Foggia dell’Aquila e quello di Gela. E ti rendi conto che non è così che stanno le cose. Il Foggia di Mario Schena e Teleblu è il Foggia dei tesserati. È il Foggia dei ragazzini relativisti, quelli oltrecortina. Quelli separati in casa. Un’altra squadra rispetto a quella per la quale tifo. Non c’è storia. E non è questione di chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina. Semplicemente, non sono io che ho scelto una squadra tra le duecento possibili; è il Foggia che esiste perché esisto. Dolce arroganza in tempi di naufragio. Fondata, oltretutto: la Lapponia è lì, ma la differenza tra non averla mai vista e ritenerla inesistente è minima. Un limbo.
“Meglio il Foggia” a Sky (Canale 200 – ore 10,30)
Nel dicembre del 2007, ispirati del nume tutelare Nick Hornby e dalle magliette a strisce rossonere dell’Unione Sportiva, demmo alla luce il nostro primogenito letterario. Decidemmo di chiamarlo riecheggiando un vecchio titolo del Corriere dello Sport: “Juve o Milan? Meglio il Foggia”. Le edicole e le librerie cominciarono a spacciare questa nostra piacevole fatica – pubblicata grazie all’impegno incosciente del nostro editore Corrado Rainone e impreziosito dalla stupenda prefazione di Darwin Pastorin – e quel Natale si riempì di ricordi. “Dall’odore acre dei lacrimogeni di Foggia-Varese al catenaccio irriducibile di Pino Caramanno. Dalle speranze di Pippo Marchioro alle scope Pippo nella notte della promozione in B”. Così spiegava il trafiletto che siamo stati abituati a leggere e rileggere. Per dare un’idea del nostro azzardo di un viaggio sentimentale nella storia della squadra che di gioia impazzire ci fa. E non solo.
Nel maggio del 2010 la nostra creatura è diventata adulta. È uscita fuori dai confini della provincia, e grazie ad una nuova incoscienza, stavolta della Bradipolibri di Torino, il viaggio sentimentale è ripartito: nuova edizione, nuova confezione, e due capitoli in più, per arrivare a lambire le tappe più recenti di questo piccolo grande amore. La sconfitta di Cremona nei play-off del 2008, la sconfitta di Benevento in quelli del 2009. C’è una squadra che di gioia impazzire ci fa.
Giovedì 24 novembre 2010 la nostra avventura si arricchisce di un nuovo capitolo: alle 10,30 saremo infatti ospiti della trasmissione Sky Sport Caffè, canale 200 del decoder. Probabilmente racconteremo di quel gol di Barone a Trapani, di quei ragazzini che in strada sognavano la serie A, di quegli adolescenti che videro cadere la Juventus allo “Zaccheria”, o dei giovani che retrocessero a Salerno o che, nello spareggio di Ancona, videro spalancarsi le porte della C2. Oppure, più prosaicamente, ci chiederanno di Zeman.
In ogni caso, segnatevi l’appuntamento.
Noi vi garantiamo che faremo di tutto per arrivare in tempo.
Il collettivo Lobanowski
Nel maggio del 2010 la nostra creatura è diventata adulta. È uscita fuori dai confini della provincia, e grazie ad una nuova incoscienza, stavolta della Bradipolibri di Torino, il viaggio sentimentale è ripartito: nuova edizione, nuova confezione, e due capitoli in più, per arrivare a lambire le tappe più recenti di questo piccolo grande amore. La sconfitta di Cremona nei play-off del 2008, la sconfitta di Benevento in quelli del 2009. C’è una squadra che di gioia impazzire ci fa.
Giovedì 24 novembre 2010 la nostra avventura si arricchisce di un nuovo capitolo: alle 10,30 saremo infatti ospiti della trasmissione Sky Sport Caffè, canale 200 del decoder. Probabilmente racconteremo di quel gol di Barone a Trapani, di quei ragazzini che in strada sognavano la serie A, di quegli adolescenti che videro cadere la Juventus allo “Zaccheria”, o dei giovani che retrocessero a Salerno o che, nello spareggio di Ancona, videro spalancarsi le porte della C2. Oppure, più prosaicamente, ci chiederanno di Zeman.
In ogni caso, segnatevi l’appuntamento.
Noi vi garantiamo che faremo di tutto per arrivare in tempo.
Il collettivo Lobanowski
01/11/10
I fischi rivelatori
Domenica 31 ottobre, Foggia-Siracusa 0-2
Secondo tempo, sicuramente. Il minuto non lo so. È sempre difficile stabilire il minuto. Neppure per approssimazione. Quando si canta si guarda in balaustra. O ci si guarda attorno. L’orologio, o il cellulare che sia, rimangono ignoti. Fuori posto, come una palla ovale o una racchetta. Anzi, capita spesso di confondere il prima col dopo. In fase di consuntivo.
Due a zero per gli ospiti. Questo è certo. Un centrocampista dei nostri sbaglia un lancio.
Ed il velo d’ipocrisia di migliaia di tifosi della stagione 2010/11, dei nostalgici della cosiddetta Prima Zemanlandia alle prese col sogno del remake, di fan del Progetto casilliano, di cultori seguaci della competenza di Pavone, del “finalmente se ne sono andati quegli otto pezzenti”, è venuto giù. Fragorosamente. Col suono ridicolo dei fischi, dei Buuuu!
E di sepolcri imbiancati si è svelata la curva.
La piazza – ansiosa di abbeverarsi alla luce dei nuovi successi – si è riscoperta già stanca di “soffrire” a metà del girone d’andata. Omuncoli senza dignità, stufi di perdere alla prima difficoltà. Ambivano a godersi lo spettacolo del 4-3-3, a circondare d’effluvi circensi il Ritorno del Profeta nella sua Patria adottiva. Si erano sobbarcati i chilometri per Vasto, in piena estate, in una sorta di pellegrinaggio della speranza, per gridare il nome del vate. E chissà cosa credevano d’aver fatto. S’erano finanche sentiti offesi quando quei cattivoni degli ultras gli avevano oscurato la vista del campo con l’indefesso sventolio dei bandieroni.
E nonostante degli undici penosissimi anni di C non abbiano vissuto che racconti o propaggini (tipo la sfida promozione con la Nocerina, o il Brindisi, o l’Andria, o i tre playoff consecutivamente persi), è bello constatare la fine prematura della loro pazienza.
Il disvelarsi della loro consistenza reale, a prescindere dai proclami da bar.
Adesso che fare?
Insultarli sanguinosamente, come meriterebbe la loro assoluta mancanza di dedizione alla causa? Schernire la loro disperante assenza di stoicismo, l’indisposizione al più primitivo senso del dovere?
Irridere la minima soglia della sopportazione dimostrata?
O piuttosto andare a ripescare quello che l’eco, il vento, ha portato a noialtri nei quattro mesi della nuova avventura della Triade. Riprendere gli stralci. Lavorare d’archivio. Quando ci dicevano che eravamo egoisti ad anteporre la nostra protesta contro la Tessera al sacrosanto giuramento di sostenere la maglia, la squadra, finanche la società, che tanti sforzi aveva fatto (!) per tirarci fuori dall’anonimato delle ultime stagioni.
“Li lascerete fare a pezzi nei campi infuocati della C1 solo per una vostra questione di principio”, accusavano scambiandoci per boy-scout.
“Sono ragazzini di vent’anni, hanno bisogno della bolgia dello Zaccheria”, ci rinfacciavano criticando la scelta delle curve di non cantare per i primi dieci minuti. “A cosa serve regalare l’inizio agli altri?”. Lo sanno i lanciacori quanta fatica serva per coinvolgere questi deprivati a fare la loro parte nella “bolgia” (perché anche la passione, da queste parti, si delega: sono gli ultras a dover fare il casino di cui poi si vanteranno con gli amici, non certo loro, che scalderebbero il posto di cemento se non fosse apertamente inadeguato sedersi nei “popolari”).
“Voi non volete bene al Foggia”, chiosavano.
Poi capita che un centrocampista sbagli un lancio sul 2-0 per il Siracusa. E i principi vanno a farsi fottere. C’è chi sbraita, chi dice “basta!” come un amante tradito (ma da che?), chi si ripromette che mai più, mai più si lascerà sedurre da una promessa, chi molla a venti dalla fine, chi arriva a ripensare alle proprie teorie sul Maestro, azzardando uno Zeman “sorpassato, superato”.
Che spettacolo vedere le proprie convinzioni alimentarsi di nuova linfa.
E pensare che questa gente, non più tardi di una settimana fa, gridava al miracolo per il punto conquistato al Flaminio. Pensare che è per colpa di questa gente che non ha nulla da nascondere – muta all’occorrenza e opportunisticamente voltagabbana – che devo lottare per procacciarmi il biglietto già dal lunedì mattina. Ma le profezie si realizzano, e chi nasce tifoso d’occasione, da tifoso d’occasione campa. E muore. Per tutto questo, e molto altro ancora, quando un giorno mi chiederanno di questa partita inutilissima col Siracusa, “Cosa ricordi?”, risponderò: I nuovi fedeli che fischiavano l’Us Foggia. Rivelando se stessi.
Secondo tempo, sicuramente. Il minuto non lo so. È sempre difficile stabilire il minuto. Neppure per approssimazione. Quando si canta si guarda in balaustra. O ci si guarda attorno. L’orologio, o il cellulare che sia, rimangono ignoti. Fuori posto, come una palla ovale o una racchetta. Anzi, capita spesso di confondere il prima col dopo. In fase di consuntivo.
Due a zero per gli ospiti. Questo è certo. Un centrocampista dei nostri sbaglia un lancio.
Ed il velo d’ipocrisia di migliaia di tifosi della stagione 2010/11, dei nostalgici della cosiddetta Prima Zemanlandia alle prese col sogno del remake, di fan del Progetto casilliano, di cultori seguaci della competenza di Pavone, del “finalmente se ne sono andati quegli otto pezzenti”, è venuto giù. Fragorosamente. Col suono ridicolo dei fischi, dei Buuuu!
E di sepolcri imbiancati si è svelata la curva.
La piazza – ansiosa di abbeverarsi alla luce dei nuovi successi – si è riscoperta già stanca di “soffrire” a metà del girone d’andata. Omuncoli senza dignità, stufi di perdere alla prima difficoltà. Ambivano a godersi lo spettacolo del 4-3-3, a circondare d’effluvi circensi il Ritorno del Profeta nella sua Patria adottiva. Si erano sobbarcati i chilometri per Vasto, in piena estate, in una sorta di pellegrinaggio della speranza, per gridare il nome del vate. E chissà cosa credevano d’aver fatto. S’erano finanche sentiti offesi quando quei cattivoni degli ultras gli avevano oscurato la vista del campo con l’indefesso sventolio dei bandieroni.
E nonostante degli undici penosissimi anni di C non abbiano vissuto che racconti o propaggini (tipo la sfida promozione con la Nocerina, o il Brindisi, o l’Andria, o i tre playoff consecutivamente persi), è bello constatare la fine prematura della loro pazienza.
Il disvelarsi della loro consistenza reale, a prescindere dai proclami da bar.
Adesso che fare?
Insultarli sanguinosamente, come meriterebbe la loro assoluta mancanza di dedizione alla causa? Schernire la loro disperante assenza di stoicismo, l’indisposizione al più primitivo senso del dovere?
Irridere la minima soglia della sopportazione dimostrata?
O piuttosto andare a ripescare quello che l’eco, il vento, ha portato a noialtri nei quattro mesi della nuova avventura della Triade. Riprendere gli stralci. Lavorare d’archivio. Quando ci dicevano che eravamo egoisti ad anteporre la nostra protesta contro la Tessera al sacrosanto giuramento di sostenere la maglia, la squadra, finanche la società, che tanti sforzi aveva fatto (!) per tirarci fuori dall’anonimato delle ultime stagioni.
“Li lascerete fare a pezzi nei campi infuocati della C1 solo per una vostra questione di principio”, accusavano scambiandoci per boy-scout.
“Sono ragazzini di vent’anni, hanno bisogno della bolgia dello Zaccheria”, ci rinfacciavano criticando la scelta delle curve di non cantare per i primi dieci minuti. “A cosa serve regalare l’inizio agli altri?”. Lo sanno i lanciacori quanta fatica serva per coinvolgere questi deprivati a fare la loro parte nella “bolgia” (perché anche la passione, da queste parti, si delega: sono gli ultras a dover fare il casino di cui poi si vanteranno con gli amici, non certo loro, che scalderebbero il posto di cemento se non fosse apertamente inadeguato sedersi nei “popolari”).
“Voi non volete bene al Foggia”, chiosavano.
Poi capita che un centrocampista sbagli un lancio sul 2-0 per il Siracusa. E i principi vanno a farsi fottere. C’è chi sbraita, chi dice “basta!” come un amante tradito (ma da che?), chi si ripromette che mai più, mai più si lascerà sedurre da una promessa, chi molla a venti dalla fine, chi arriva a ripensare alle proprie teorie sul Maestro, azzardando uno Zeman “sorpassato, superato”.
Che spettacolo vedere le proprie convinzioni alimentarsi di nuova linfa.
E pensare che questa gente, non più tardi di una settimana fa, gridava al miracolo per il punto conquistato al Flaminio. Pensare che è per colpa di questa gente che non ha nulla da nascondere – muta all’occorrenza e opportunisticamente voltagabbana – che devo lottare per procacciarmi il biglietto già dal lunedì mattina. Ma le profezie si realizzano, e chi nasce tifoso d’occasione, da tifoso d’occasione campa. E muore. Per tutto questo, e molto altro ancora, quando un giorno mi chiederanno di questa partita inutilissima col Siracusa, “Cosa ricordi?”, risponderò: I nuovi fedeli che fischiavano l’Us Foggia. Rivelando se stessi.
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