27/11/12
15/11/12
La cronica imbecillità e la nota ritardata
A Termoli, questa estate, eravamo duecento. Forse qualcuno in più. Al calar della sera, le torce colorarono di rosso i bandieroni. Le mani al cielo salutarono l’ingresso in campo del Foggia. Quello che salvato da Pelusi&C. andava ad affrontare il primo impegno di Coppa. Il fotografo immortalò il pathos del momento. E ventiquattro ore dopo, la tribunetta di Termoli divenne un banner, uno di quegli sfondi da pc che tanto successo hanno nel mercato della comunicazione. I tifosi, gli Ultras al seguito, come messaggio promozionale della società calcistica. Con tanto di logo in alto a sinistra e link al sito ufficiale in basso. Espediente per nulla innovativo, a dire il vero. Negli ultimi anni solo il volto di un allenatore ha preso il posto della curva nei manifesti della campagna abbonamenti. E questa società, che sbandierava Tutta un’altra storia come motto, non s’è resa troppo diversa da quelle che l’hanno preceduta. Operazione simpatia, un po’ ruffiana un po’ no, ma in ogni caso non dissimile da Il Foggia siamo noi e Innamorato sempre di più, cori di curva diventati strumento per vendere biglietti alla curva. Niente di male.
In un comunicato stampa diramato in mattinata, il Foggia quest’oggi si dice frustrato, impotente e pieno di rabbia per l’ennesima multa comminata alla società a causa (si) del lancio di oggetti in campo e (soprattutto) dell’accensione di fumogeni. Considera che i ripetuti inviti sono caduti nel vuoto, che non c’è senso di responsabilità, che il danno di immagine è grave. Ritiene incomprensibile, ingiustificabile e insostenibile l’atteggiamento di “cronica imbecillità” dei sostenitori rossoneri. E conviene una serie di minacce, tipo farci pagare di più in casa e fuori.
È la storia d’ogni amore per il folklore. Siamo belli, colorati, calorosi quando risultiamo utili alla causa del marchio. Dodicesimo in campo, quando si tratta di fare incasso ed incitare la squadra alla vittoria. Finanche fotogenici, quando saldare le varie anime della piazza è propedeutico al progetto imprenditoriale. Ma diventiamo di botto dei trogloditi dannosi quando il nostro calore e il nostro colore si tramutano in multe. Colore e calore divenuti stigma di colpevolezza per responsabilità diretta di quelle norme assurde che stanno devastando il calcio come l’abbiamo conosciuto e snaturando la vita da stadio. Perché nessuno, fino a dieci anni fa, avrebbe ritenuto “criminale” una fumogenata. Nessuno avrebbe considerato decontestualizzata l’accensione di dieci, venti, cento torce nel catino di un campo sportivo. Perché gli “artifizi” stavano al campo come le torte ai compleanni. Al giorno d’oggi, invece, oltre ad impegnarsi per ritrovare settimanalmente gli stimoli per recarsi allo stadio, c’è anche da mettere in conto il perbenismo, il moralismo, l’ottusità dei nuovi scandalizzati, ridotti a macchiette da una propaganda capillare quanto meschina. Che punta il dito contro i comportamenti dei tifosi per schermare la viltà degli attori principali del “calcio moderno” – presidenti compresi – di fronte ad un sistema sovraccaricato di regole assurde. Certo, è più facile dare degli imbecilli ai propri abbonati. Più difficile – e bisognoso di una dote maggiore di attributi – è dare dell’imbecille al Prefetto, ai Ministri, ai responsabili di Lega e al Legislatore d’emergenza.
Ma giacché questo è, sarebbe affascinante, per una volta, uscire dal guscio del ruolo. Smetterla – per qualche ora – di essere psicopatici coreografici, esaltati che eseguono perfetti battimani a rondine, deviati mentali che il lunedì lo passano senza voce, e presentare sulla scrivania del nuovo dirigente capopopolo il dossier della nostra pazienza. Dall’abbonamento sottoscritto e non goduto per intero – per evidente incapacità gestionale dei nuovi soci – alle spese di lavanderia per gli abiti indelebilmente macchiati da quella specie di calce che ricopre stabilmente i seggiolini della tribuna; dal rimborso per i biglietti a prezzo intero pagati dalle donne a inizio stagione, prima della nuova ventata “rosa” coi tagliandi a 3 euro, alla chiusura vita natural durante del settore per cui abbiamo firmato un accordo economico a inizio stagione. E così, giù, giù, fino all’indecenza dei bagni. Perché è vero: sappiamo essere calorosi e colorati. Ma non siamo indigeni della Papua Nuova Guinea, tribù esiliate dalla civiltà, che dinanzi al conquistatore bianco con la grana si piegano sulle ginocchia e innalzano lodi al cielo. Abbiamo deciso di supportare questa nuova società, è vero. Ma chi blatera di far assaggiare il bastone ai propri tifosi, deve comprendere che ogni credito goduto ha una scadenza. Che la simpatia acquisita attraverso il costante esercizio del protagonismo mediatico – vero Pelusi? – non è garanzia perpetua per nessun rapporto. Rilevare una società di calcio significa avere a che fare con la passione popolare. Significa ragionare con l’istinto e l’irrazionalità. Mettere in conto che per un rigore non dato o un fuorigioco inventato, anche il presidente dell’Assindustria può trasformarsi in un killer spietato. Che il più mansueto degli uomini, alla vista di un passaggio sbagliato, può nutrire sentimenti di spietata vendetta che vanno dall’autolesionismo alla strage. Che accostarsi ad una realtà con un seguito è un privilegio che può diventare una sventura. Ma, soprattutto, che il problema non è il nostro. E che nessuno può pensare, per quanto gradito alla piazza, di invocare repressioni a gratis o cullare il sogno di educare la propria gente. I soldi non trasformano un manager in Maria Montessori, e noi in suoi allievi. Il nostro modo di seguire il Foggia è lo stesso da sempre. E non cambierà, per quante minacce o ricatti ci vengano propinati.
Magari tutto questo avremmo dovuto dirlo all’indomani di Termoli, quando fummo usati come specchietto per le allodole in un gradevole banner da computer. Ma forse abbiamo pensato, sbagliando, che fosse così ovvio da non meritare una nota.
05/11/12
Dall’influenza al rigore
Sabato 3 novembre, Internapoli
Puteolana-Foggia 1-0
Tre giorni di febbre.
Uno, forse.
Nessuno, anzi.
Però la testa che duole, la tosse bronchiale, la spossatezza dei muscoli svuotati, mi legittimano. A rimanere a casa, che non si sa mai. Piove, oltretutto, lo vedo dalla finestra. L’asfalto è lucido. La febbre, poi, magari c’è davvero. Ma il mio termometro è moderno, di quelli che fanno “bip” quando hanno ottenuto una temperatura accettabile. Solo che il mio il “bip” non lo ha mai fatto, da che lo conosco. E così, per noia, ho preso per buona la prima cifra impressa sul micro-display. 36,1. Ho la febbre a 36,1, mi ripeto. Come logica conseguenza – nel pieno possesso delle mie facoltà mentali – mi gonfio di TachifluDec. L’intruglio che quella tipa beve al bar e poi va pure a teatro. Nella pubblicità. E mi drogo di Megadisastri aerei su Focus. Cazzo, 583 morti quella volta a Tenerife. Un botto spaventoso! Colpa degli olandesi, senza alcun dubbio. Grano cotto. Non voglio perdermi Pozzuoli. Perciò evito le ricadute, pure quelle relative ai malanni immaginari. Pozzuoli è Napoli, alla fine. Gli altri mi hanno raccontato di quella volta che, insomma, ci siamo capiti. E stavolta voglio esserci. Certo, non è la stessa cosa. Sono cambiate le epoche, ma questo è ormai talmente futile da specificare che potremmo apporlo come incipit di ogni digressione al riguardo. Sono cambiate le epoche. Ok. Ma perché ci lasciano andare? Già, perché fino all’ultimo nessuno – di quelli che sento al telefono – sembra crederci fino in fondo. E quando giunge la matematica certezza – 200 tagliandi – provo l’esatto, esofageo, opposto del divieto di Bisceglie, condensato – ironia della sorte! – nella medesima domanda: perché? Già, perché l’epoca dell’Osservatorio vive anche questi scompensi ormonali. Se no, perché no? Se si, perché si? È un dilemma che coinvolge l’onore e il rispetto. Mi sento smarrito, ma subitaneo mi rispondo: non giochiamo in serie D da mai, mi pare ovvio non avere tante rivalità, o rivalità di cui portino memoria i capoccioni del Ministero. Però fa strano lo stesso. Guardo la zona flegrea su Google. Tutti quei buchi per terra. Studio, mi applico, ho tempo. Crateri, solfatare, vulcani ormai inattivi che secoli fa in quattro giorni hanno creato – con la loro lava – vere e proprie colline. Leggo. C’è pure un parco, con tanto di camminamenti e sentieri montani. Sarebbe interessante, da turista, penso. Poi – sotto Montenuovo – vedo lo stadio. Il “Conte”. Non mi dice niente di buono, sto nome.
“Alle dieci e mezzo dobbiamo essere partiti”. Il tono al telefono è imperativo. Andrà così, mi comunicano le voci. Alle undici meno dieci sono l’unico del mio gruppo. Guardo il cellulare. Mi convinco che no, non devo chiamare nessuno. Ma tutti attorno guardano me, con le facce che comunicano tolleranza, disponibilità e Macheccazz. Allora, timidamente, provo a fare un giro di perlustrazione. Di alleggerimento. Ma niente. Paziento. E solo quando vengo sopraffatto dall’idea che il mio gruppo abbia approfittato della mia assenza febbricitante per sciogliersi e fuggire all’estero, comincio a chiamare. Rispondono che sono in strada, che stanno arrivando. E, uno alla volta, spuntano tutti. Soddisfatti. Alle undici ne manca solo uno. Il Conte. Per l’appunto. Al telefono è fulminante. Ha un cervello spugnoso, quell’uomo abominevole. La sua capacità di confezionare ciclopiche menzogne, la velocità con cui ci riesce, fanno somigliare le sue giustificazioni a quelle puntate di Quark dove si seguono insetti operosi lungo un’intera stagione, col video accelerato per esaltarne la laboriosità. E alla fine, in entrambi i casi, sono palle di seta. Il Conte è uno che non ha mai mollato il banco di scuola e il libretto. “Che ha detto?”, mi chiedono. “Che sta arrivando. Ha parcheggiato dieci minuti fa…”. Gli sguardi attorno si fanno scettici. Mi trasmettono, senza bisogno di parole, che in dieci minuti a Foggia si copre una distanza enorme. E quello abita qua dietro. E poi: è impossibile che abbia deciso di parcheggiare così lontano dal luogo dell’appuntamento, quel bestio. Hanno ragione, ma preferisco passare per ingenuo che accettare l’ipotesi di scannarlo appena arriva. No, grazie, non bevo Borghetti, sto ancora male. No, non mi accocchio per le birre. No, neanche per il William Lawson’s. Il pullman è dell’Ataf. L’autista, a bordo da oltre mezz’ora, sembra il frontman di un gruppo rock, di quelli che fanno le cover della Steve Rogers Band. Sciarpe, felpe nere, aste, sciamano verso l’imbarco. Alle undici e dieci, alle mie spalle, spunta la macchina del Conte. E non è sola. Dieci minuti dopo, siamo a bordo. Cinquanta di ritardo. Potevo dormire un’ora in più. Ci sistemiamo con gusto estetico. Scommettiamo che questo autista c’ha il telepass. Di sicuro ha imboccato la Candela circumnavigando Foggia. E in tanti hanno già fame quando i palazzi in costruzione sono ancora in bella vista. Enzo tradisce un gusto tedesco per i panini che si appronta. Io penso che un bicchiere di whiskey non possa che farmi bene. E lo pensano anche altri che avevano rinunciato all’accocchio. Si sbraita. E il William Lawson’s si spegne prematuramente, poco prima del casello. C’ha il telepass. E la notizia scatena il putiferio. Una gioia incontenibile. C’ha pure il bagno a bordo, ma non lo userà nessuno. Per principio.
L’autostrada è la solita. Quella che punta Benevento. I nostri oracoli, quando ad agosto presero vita i calendari, sentenziarono: “Dimenticatevi la Campania”. Esclusa la tappa a Termoli, in Coppa, questa è la terza trasferta della stagione. La terza in Campania. Un autogrill e un po’ di macchine decollano. Qualche coro solitario. E Napoli spunta prima del previsto. La densità abitativa di questi luoghi mette una certa ansia claustrofobica. E non è tanto per lo scenario del Vesuvio e della metropoli, quanto per la sterminata periferia. Urbanizzazione ovunque, case basse dappertutto, un work in progress costante. Il pullman, rapito dalle pattuglie senza che quasi ce ne accorgessimo, mette il muso in un paese uguale a tanti altri già visti. In giro non c’è nessuno. È ora di pranzo. Ed è sabato. Ci fermiamo davanti ad un chiosco della frutta. Non sappiamo perché. Poi veniamo invitati a scendere. Pensiamo che il metallaro alla guida non abbia voluto essere da meno del suo esimio collega di Sant’Antonio. Dove si sarà conficcato il mezzo, stavolta? Scendiamo incuriositi dalla catastrofe, ma al posto del sinistro c’è una scalinata. Una scalinata in mezzo al nulla. È lo stadio. In fondo alla strada una camionetta dei carabinieri, applicata diagonalmente sul manto stradale, ha letteralmente saturato la stradina. Per passare da una parte all’altra bisognerebbe volare. O strisciare appiattiti sotto il semiasse. Grandi precauzioni. Gli steward alle porte incitano la nostra calma. Il biglietto è il solito tagliando Siae, sormontato stavolta dal simbolo del sodalizio flegreo. Che ha pure il satanello, nella parte alta, e questo fa propendere molti per l’atto di galanteria. Ma la galanteria non si esercita con un timbro su un tagliando della Siae. Lo si studia alle medie. Due tribune e nessuna curva. Noi siamo dietro la panchina degli ospiti. Gridiamo in testa ai nostri. Il manto erboso fa raccapriccio. Le squadre entrano in campo. Di fronte entrano pure gli Ultras locali. Fanno blocco. E pure noi ci stringiamo. Ci sono anche svariate famiglie, nel nostro settore. Si accomodano ai lati. Fa piacere. Ma non nego una punta di rammarico. Il Foggia dei foggiani, attrezzato in quindici giorni, è reduce da una vittoria importante, contro il Matera. Sta dignitosamente lottando nei quartieri alti di una categoria dove le altre società, per salire, spendono milioni. Cosa aspettano i tifosi foggiani a dimostrarle riconoscenza riprendendo a viaggiare? Sarà la disillusione del crollo, ma ormai abbiamo avuto mesi per metabolizzare; sarà la disabitudine, dovuta agli anni della Tessera. Ma adesso non ci sono più scuse. Le trasferte da cento Ultras vanno bene, ma la piazza calda dov’è finita? Eseguiamo il repertorio. Ci piaciamo così così, all’inizio. Siamo entrati a freddo, con le squadre praticamente già in campo. Carburiamo in fretta, con le pezze ancora in allestimento. Mettiamo anche la bandiera coi cannoni. Si lotta, sul campo di patate. Ingraniamo e i cori volano alti. Quelli di fronte cantano ed eseguono battimani. Ma evitiamo di cadere nel vaffanculo reciproco. Siamo il Foggia, e pure questo mi pare d’averlo già detto. Zero a zero e tante botte, una sola occasione. Ma siamo belli, non c’è dubbio. Nell’intervallo c’è una visita guidata ai bagni dell’impianto. Bisognerebbe cambiare un po’ di tubi o decidersi a smontare la ceramica. Se deve finire tutto a terra, tanto vale togliere l’illusione al pisciatore. Nella ripresa siamo più reattivi. Sentiamo che i ragazzi sono entrati determinati, annusiamo la vittoria possibile, e battiamo il ferro come maniscalchi. Le bandiere sventolano incessantemente, le torce fanno fumo, il Foggia preme. Guadagna angoli e punizioni dal limite. Sarà capitato anche a voi di avere una squadra del cuore. Per una decina di minuti. Poi la pressione si fa palpabile. E Siamo qui per te, devi vincere diventa un pungolo nelle natiche. Avanti! A prenderci i tre punti! A dare un senso gladiatorio a questo campionato! Il portiere s’allunga e mette in angolo. Il frastuono del coro è sovrastato dalle lamiere battute a oltranza, dal tamburo che chiama alla breccia. Avanti! Ma non sembra giornata. Poi la Puteolana s’allunga e a due passi da noi possiamo vedere l’intervento del nostro difensore. Pulito. Sulla palla. Pensiamo a ripartire, invece l’arbitro fischia il rigore. Di fronte a noi il blocco flegreo riprende vita. Noi protestiamo: stavolta l’abbiamo visto tutti. Il rigore non c’era. Ma quelli realizzano e noi ci sfilacciamo. Ma il Foggia non demorde. E, prima rischia il tracollo, poi si tuffa a testa bassa dall’altra parte. Ripartiamo anche noi, con un’intensità pari ad una scalata. È un assedio e ci giochiamo le corde vocali. Un attacco di tosse, l’acqua finita. Il palo, poi un paio di botte da fuori, un salvataggio sulla linea, un colpo di testa a botta sicura che finisce fuori. È una disdetta. Di fronte cantano, esaltati dalla difesa a oltranza dei granata. È finita. Vinceranno tutte le altre, domani. Ci allontaneremo dalla testa della classifica. E pure da quell’entusiasmo che tanto ci servirebbe per riprendere il volo. Un applauso ai nostri, che hanno lottato, mentre di fronte sono in visibilio. Vi vogliamo così, cantano. Glielo cantiamo anche noi, a loro, quando provano a farsi mantenere. Quando inscenano la finta del desiderato contatto. Sfolliamo, con negli occhi la scena dell’ultimo scalatore, uno che per venirci a prendere si è issato a mani nude su un palazzo. Onore a lui.
E poi c’è quel momento in cui Grottaminarda è una suggestione collettiva.
Che l’autista innesta il pilota automatico, regola la velocità da crociera, e accende le luci verdi.
E tutti si stravaccano sui sedili. E pensano alla settimana appena finita e a quella che deve cominciare. E chiedono se c’è un tarallo in qualche busta. E un po’ d’acqua, meglio una birra. E i Pocket Coffé volano sulle teste a fare male. E la sconfitta ha debilitato un po’ tutti, ma tanto non siamo qui per il risultato, peròchecazzo. E i cappucci coprono la testa, gli occhiali da sole oscurano i volti. Quel momento che non ci sono neanche le bollette da controllare, che è sabato e c’è solo l’anticipo. E pensi che stavolta è diverso dalla volta prima. Stavolta chiudi gli occhi e ti dici che non vuoi aprirli fino alla statale.
Poi un sibilo deforme, un gracchiare sospetto, ti porta ad aprire un occhio. L’occhio sinistro. Quello che da sul corridoio.
Prove tecniche di trasmissione una fila dietro. Occazzo, no.
Invece si.
Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
L’arbitro è un cecato e Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
E ci hanno rubato la partita, Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
Ci volevano gli occhiali e Marijuana, cocaina, panico-paura.
Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
Si, stavolta è diverso dalla volta prima. Stavolta è peggio.
E Grottaminarda mi sa che non esiste.
Tre giorni di febbre.
Uno, forse.
Nessuno, anzi.
Però la testa che duole, la tosse bronchiale, la spossatezza dei muscoli svuotati, mi legittimano. A rimanere a casa, che non si sa mai. Piove, oltretutto, lo vedo dalla finestra. L’asfalto è lucido. La febbre, poi, magari c’è davvero. Ma il mio termometro è moderno, di quelli che fanno “bip” quando hanno ottenuto una temperatura accettabile. Solo che il mio il “bip” non lo ha mai fatto, da che lo conosco. E così, per noia, ho preso per buona la prima cifra impressa sul micro-display. 36,1. Ho la febbre a 36,1, mi ripeto. Come logica conseguenza – nel pieno possesso delle mie facoltà mentali – mi gonfio di TachifluDec. L’intruglio che quella tipa beve al bar e poi va pure a teatro. Nella pubblicità. E mi drogo di Megadisastri aerei su Focus. Cazzo, 583 morti quella volta a Tenerife. Un botto spaventoso! Colpa degli olandesi, senza alcun dubbio. Grano cotto. Non voglio perdermi Pozzuoli. Perciò evito le ricadute, pure quelle relative ai malanni immaginari. Pozzuoli è Napoli, alla fine. Gli altri mi hanno raccontato di quella volta che, insomma, ci siamo capiti. E stavolta voglio esserci. Certo, non è la stessa cosa. Sono cambiate le epoche, ma questo è ormai talmente futile da specificare che potremmo apporlo come incipit di ogni digressione al riguardo. Sono cambiate le epoche. Ok. Ma perché ci lasciano andare? Già, perché fino all’ultimo nessuno – di quelli che sento al telefono – sembra crederci fino in fondo. E quando giunge la matematica certezza – 200 tagliandi – provo l’esatto, esofageo, opposto del divieto di Bisceglie, condensato – ironia della sorte! – nella medesima domanda: perché? Già, perché l’epoca dell’Osservatorio vive anche questi scompensi ormonali. Se no, perché no? Se si, perché si? È un dilemma che coinvolge l’onore e il rispetto. Mi sento smarrito, ma subitaneo mi rispondo: non giochiamo in serie D da mai, mi pare ovvio non avere tante rivalità, o rivalità di cui portino memoria i capoccioni del Ministero. Però fa strano lo stesso. Guardo la zona flegrea su Google. Tutti quei buchi per terra. Studio, mi applico, ho tempo. Crateri, solfatare, vulcani ormai inattivi che secoli fa in quattro giorni hanno creato – con la loro lava – vere e proprie colline. Leggo. C’è pure un parco, con tanto di camminamenti e sentieri montani. Sarebbe interessante, da turista, penso. Poi – sotto Montenuovo – vedo lo stadio. Il “Conte”. Non mi dice niente di buono, sto nome.
“Alle dieci e mezzo dobbiamo essere partiti”. Il tono al telefono è imperativo. Andrà così, mi comunicano le voci. Alle undici meno dieci sono l’unico del mio gruppo. Guardo il cellulare. Mi convinco che no, non devo chiamare nessuno. Ma tutti attorno guardano me, con le facce che comunicano tolleranza, disponibilità e Macheccazz. Allora, timidamente, provo a fare un giro di perlustrazione. Di alleggerimento. Ma niente. Paziento. E solo quando vengo sopraffatto dall’idea che il mio gruppo abbia approfittato della mia assenza febbricitante per sciogliersi e fuggire all’estero, comincio a chiamare. Rispondono che sono in strada, che stanno arrivando. E, uno alla volta, spuntano tutti. Soddisfatti. Alle undici ne manca solo uno. Il Conte. Per l’appunto. Al telefono è fulminante. Ha un cervello spugnoso, quell’uomo abominevole. La sua capacità di confezionare ciclopiche menzogne, la velocità con cui ci riesce, fanno somigliare le sue giustificazioni a quelle puntate di Quark dove si seguono insetti operosi lungo un’intera stagione, col video accelerato per esaltarne la laboriosità. E alla fine, in entrambi i casi, sono palle di seta. Il Conte è uno che non ha mai mollato il banco di scuola e il libretto. “Che ha detto?”, mi chiedono. “Che sta arrivando. Ha parcheggiato dieci minuti fa…”. Gli sguardi attorno si fanno scettici. Mi trasmettono, senza bisogno di parole, che in dieci minuti a Foggia si copre una distanza enorme. E quello abita qua dietro. E poi: è impossibile che abbia deciso di parcheggiare così lontano dal luogo dell’appuntamento, quel bestio. Hanno ragione, ma preferisco passare per ingenuo che accettare l’ipotesi di scannarlo appena arriva. No, grazie, non bevo Borghetti, sto ancora male. No, non mi accocchio per le birre. No, neanche per il William Lawson’s. Il pullman è dell’Ataf. L’autista, a bordo da oltre mezz’ora, sembra il frontman di un gruppo rock, di quelli che fanno le cover della Steve Rogers Band. Sciarpe, felpe nere, aste, sciamano verso l’imbarco. Alle undici e dieci, alle mie spalle, spunta la macchina del Conte. E non è sola. Dieci minuti dopo, siamo a bordo. Cinquanta di ritardo. Potevo dormire un’ora in più. Ci sistemiamo con gusto estetico. Scommettiamo che questo autista c’ha il telepass. Di sicuro ha imboccato la Candela circumnavigando Foggia. E in tanti hanno già fame quando i palazzi in costruzione sono ancora in bella vista. Enzo tradisce un gusto tedesco per i panini che si appronta. Io penso che un bicchiere di whiskey non possa che farmi bene. E lo pensano anche altri che avevano rinunciato all’accocchio. Si sbraita. E il William Lawson’s si spegne prematuramente, poco prima del casello. C’ha il telepass. E la notizia scatena il putiferio. Una gioia incontenibile. C’ha pure il bagno a bordo, ma non lo userà nessuno. Per principio.
L’autostrada è la solita. Quella che punta Benevento. I nostri oracoli, quando ad agosto presero vita i calendari, sentenziarono: “Dimenticatevi la Campania”. Esclusa la tappa a Termoli, in Coppa, questa è la terza trasferta della stagione. La terza in Campania. Un autogrill e un po’ di macchine decollano. Qualche coro solitario. E Napoli spunta prima del previsto. La densità abitativa di questi luoghi mette una certa ansia claustrofobica. E non è tanto per lo scenario del Vesuvio e della metropoli, quanto per la sterminata periferia. Urbanizzazione ovunque, case basse dappertutto, un work in progress costante. Il pullman, rapito dalle pattuglie senza che quasi ce ne accorgessimo, mette il muso in un paese uguale a tanti altri già visti. In giro non c’è nessuno. È ora di pranzo. Ed è sabato. Ci fermiamo davanti ad un chiosco della frutta. Non sappiamo perché. Poi veniamo invitati a scendere. Pensiamo che il metallaro alla guida non abbia voluto essere da meno del suo esimio collega di Sant’Antonio. Dove si sarà conficcato il mezzo, stavolta? Scendiamo incuriositi dalla catastrofe, ma al posto del sinistro c’è una scalinata. Una scalinata in mezzo al nulla. È lo stadio. In fondo alla strada una camionetta dei carabinieri, applicata diagonalmente sul manto stradale, ha letteralmente saturato la stradina. Per passare da una parte all’altra bisognerebbe volare. O strisciare appiattiti sotto il semiasse. Grandi precauzioni. Gli steward alle porte incitano la nostra calma. Il biglietto è il solito tagliando Siae, sormontato stavolta dal simbolo del sodalizio flegreo. Che ha pure il satanello, nella parte alta, e questo fa propendere molti per l’atto di galanteria. Ma la galanteria non si esercita con un timbro su un tagliando della Siae. Lo si studia alle medie. Due tribune e nessuna curva. Noi siamo dietro la panchina degli ospiti. Gridiamo in testa ai nostri. Il manto erboso fa raccapriccio. Le squadre entrano in campo. Di fronte entrano pure gli Ultras locali. Fanno blocco. E pure noi ci stringiamo. Ci sono anche svariate famiglie, nel nostro settore. Si accomodano ai lati. Fa piacere. Ma non nego una punta di rammarico. Il Foggia dei foggiani, attrezzato in quindici giorni, è reduce da una vittoria importante, contro il Matera. Sta dignitosamente lottando nei quartieri alti di una categoria dove le altre società, per salire, spendono milioni. Cosa aspettano i tifosi foggiani a dimostrarle riconoscenza riprendendo a viaggiare? Sarà la disillusione del crollo, ma ormai abbiamo avuto mesi per metabolizzare; sarà la disabitudine, dovuta agli anni della Tessera. Ma adesso non ci sono più scuse. Le trasferte da cento Ultras vanno bene, ma la piazza calda dov’è finita? Eseguiamo il repertorio. Ci piaciamo così così, all’inizio. Siamo entrati a freddo, con le squadre praticamente già in campo. Carburiamo in fretta, con le pezze ancora in allestimento. Mettiamo anche la bandiera coi cannoni. Si lotta, sul campo di patate. Ingraniamo e i cori volano alti. Quelli di fronte cantano ed eseguono battimani. Ma evitiamo di cadere nel vaffanculo reciproco. Siamo il Foggia, e pure questo mi pare d’averlo già detto. Zero a zero e tante botte, una sola occasione. Ma siamo belli, non c’è dubbio. Nell’intervallo c’è una visita guidata ai bagni dell’impianto. Bisognerebbe cambiare un po’ di tubi o decidersi a smontare la ceramica. Se deve finire tutto a terra, tanto vale togliere l’illusione al pisciatore. Nella ripresa siamo più reattivi. Sentiamo che i ragazzi sono entrati determinati, annusiamo la vittoria possibile, e battiamo il ferro come maniscalchi. Le bandiere sventolano incessantemente, le torce fanno fumo, il Foggia preme. Guadagna angoli e punizioni dal limite. Sarà capitato anche a voi di avere una squadra del cuore. Per una decina di minuti. Poi la pressione si fa palpabile. E Siamo qui per te, devi vincere diventa un pungolo nelle natiche. Avanti! A prenderci i tre punti! A dare un senso gladiatorio a questo campionato! Il portiere s’allunga e mette in angolo. Il frastuono del coro è sovrastato dalle lamiere battute a oltranza, dal tamburo che chiama alla breccia. Avanti! Ma non sembra giornata. Poi la Puteolana s’allunga e a due passi da noi possiamo vedere l’intervento del nostro difensore. Pulito. Sulla palla. Pensiamo a ripartire, invece l’arbitro fischia il rigore. Di fronte a noi il blocco flegreo riprende vita. Noi protestiamo: stavolta l’abbiamo visto tutti. Il rigore non c’era. Ma quelli realizzano e noi ci sfilacciamo. Ma il Foggia non demorde. E, prima rischia il tracollo, poi si tuffa a testa bassa dall’altra parte. Ripartiamo anche noi, con un’intensità pari ad una scalata. È un assedio e ci giochiamo le corde vocali. Un attacco di tosse, l’acqua finita. Il palo, poi un paio di botte da fuori, un salvataggio sulla linea, un colpo di testa a botta sicura che finisce fuori. È una disdetta. Di fronte cantano, esaltati dalla difesa a oltranza dei granata. È finita. Vinceranno tutte le altre, domani. Ci allontaneremo dalla testa della classifica. E pure da quell’entusiasmo che tanto ci servirebbe per riprendere il volo. Un applauso ai nostri, che hanno lottato, mentre di fronte sono in visibilio. Vi vogliamo così, cantano. Glielo cantiamo anche noi, a loro, quando provano a farsi mantenere. Quando inscenano la finta del desiderato contatto. Sfolliamo, con negli occhi la scena dell’ultimo scalatore, uno che per venirci a prendere si è issato a mani nude su un palazzo. Onore a lui.
E poi c’è quel momento in cui Grottaminarda è una suggestione collettiva.
Che l’autista innesta il pilota automatico, regola la velocità da crociera, e accende le luci verdi.
E tutti si stravaccano sui sedili. E pensano alla settimana appena finita e a quella che deve cominciare. E chiedono se c’è un tarallo in qualche busta. E un po’ d’acqua, meglio una birra. E i Pocket Coffé volano sulle teste a fare male. E la sconfitta ha debilitato un po’ tutti, ma tanto non siamo qui per il risultato, peròchecazzo. E i cappucci coprono la testa, gli occhiali da sole oscurano i volti. Quel momento che non ci sono neanche le bollette da controllare, che è sabato e c’è solo l’anticipo. E pensi che stavolta è diverso dalla volta prima. Stavolta chiudi gli occhi e ti dici che non vuoi aprirli fino alla statale.
Poi un sibilo deforme, un gracchiare sospetto, ti porta ad aprire un occhio. L’occhio sinistro. Quello che da sul corridoio.
Prove tecniche di trasmissione una fila dietro. Occazzo, no.
Invece si.
Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
L’arbitro è un cecato e Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
E ci hanno rubato la partita, Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
Ci volevano gli occhiali e Marijuana, cocaina, panico-paura.
Panico-pa-pa-panico-pa-panico-paura.
Si, stavolta è diverso dalla volta prima. Stavolta è peggio.
E Grottaminarda mi sa che non esiste.
04/11/12
Il campo santo
Carapelle, 4 novembre 2012
I satanelli li fecero vedere a Telefoggia. Una sera d’inverno. O di primavera. Non ricordo più. Erano gli anni Ottanta. Il secondo scorcio, quello casilliano. Restyling si definiscono ste cose, oggi. All’epoca no, all’epoca si era più immediati: “Stasera fanno vedere le nuove magliette e il nuovo simbolo”, ci disse la fiumana del passaparola. Semplicemente. E semplicemente ci mettemmo dinanzi al televisore bombato, nella camera in mezzo. Io ho sempre adorato l’altro simbolo. Quello a tre bande verticali. Quello che sta sul taschino del giubbino corto. Quello dell’Unione Sportiva. Ma l’US era morta e dalle sue ceneri, come sempre capita, era risorta la fenice del Foggia Calcio. Quello che, nella sera del televisore bombato, navigava ancora in C1, ma che di lì a qualche anno avrebbe scalato un paio di categorie. Il Foggia Calcio aveva, come stemma, due satanelli stilizzati. All’epoca non mi entusiasmarono.
Oggi, però la storia è diversa.
Novembre, la domenica che segue le celebrazioni dei Santi e dei Defunti (No, Halloween no, non siamo Yankee noi). Cielo grigio tendente al bianco. Calore terrestre statico. In macchina nei primi tratti a Sud della Statale 16. Dietro le montagne si aprono squarci di irriducibile luce solare. Usciamo a Carapelle, seguiamo la direzione dei cartelli che indicano gli Impianti Sportivi e parcheggiamo. In cinque. Nei giubbino si trasuda come piante stanche. Pochi passi tra le casse basse e un cancello. Che un ragazzo, dall’interno, ha appena chiuso. Richiamiamo la sua attenzione, quello torna indietro, apre il lucchetto. Entriamo in un uno spiazzo di cemento. Il campo sportivo vero e proprio dev’essere dietro quel muretto grigio. Un cartello verde sulla porta d’accesso: Stadio comunale Francesco Paolo Di Gioia. Oltre la porta, sulla sinistra, un campo d’erbe selvatiche. In fondo, una tribunetta di travi. A destra, il rettangolo di gioco in terra battuta.
Oltrepassare quella soglia significa arrivare a contatto con un incubo metropolitano. L’incubo ricorrente di questi nostri anni sfortunati. Segnati dallo stigma del Napoletano. Dal suo ritorno nefasto, dal suo influsso maligno. Ha iscritto una squadra alla Terza Categoria. E fin qui, niente di male. Niente di peggio del suo ostinarsi a voler irridere questa piazza rimanendo in pianta stabile in città, quanto meno. Niente di peggio del quotidiano rischio di incontrarlo per la strada. Se non fosse che la squadra che ha iscritto si chiama Unione Sportiva Foggia. E questo si, è il peggiore tra gli incubi ricorrenti possibili. L’ultimo schiaffo, inferto alla vigliacca, com’è nello stile del personaggio. L’ultimo colpo ad una tifoseria già ferita e sprofondata, che campa d’orgoglio, che si tiene in piedi per pura autostima, scagliato da lontano, mentre i tutori dell’ordine trattengono la parte lesa e fanno quadrato attorno al provocatore. Perché questa è la vita reale, non il palco del Festival di Sanremo. Qui i buttafuori si fanno fedeli al più forte, come scherani feudali. Anche quando il più forte è un fallito.
Oltre la porta c’è Carapelle-US Foggia. E c’è da attendersi di tutto. C’è da combattere coi fantasmi. Passiamo. E ci accorgiamo di essere attesi. Un onore previsto. Sono cinque gli agenti della Digos. Forse 6. Evidentemente questo campo sportivo, oggi, s’attesta come l’epicentro del controllo dell’intera provincia di Foggia. S’attendono vampate di inaudita violenza delinquenziale. S’attende la reazione scomposta di una piazza ferita nell’orgoglio, probabilmente. E come coi lavoratori dell’Ikea, è perciò importante che gli sceriffi s’attestino per tempo sul colle. Per avere una visuale ottimale. E poter prendere in fretta le parti degli altri. Ma qui oggi non verrà nessuno. Magari lo sanno pure, i “nostri”. Ma una giornata all’aria aperta, col ghigno a pelle di chi è impegnato a sventare l’indicibile, in questo novembre ancora immaturo, è un bel passatempo. Il nostro ingresso, poi, cambia gli equilibri. Solitari perdigiorno domenicali in visita ai parenti prossimi o pericolosa avanguardia di guastatori di professione? Nel dubbio, mano al telefonino. E alla digitale con lo zoom. Clic, un passo della comitiva. Clic, un altro. Clic, un terzo. Verso un signore che, piegato in due dietro la tribuna, raccoglie marasciuoli. “Qua vengono i foggiani e fanno lo sterminamento!”, dice. Ma no, non verrà nessuno. Noi volevamo vedere con gli occhi nostri. Come facciamo sempre. Volevamo prenderlo in faccia, il muro. Sbatterci sopra, fino ad avere i segni delle intercapedini sugli occhi. Abbiamo semplicemente anticipato o differito il pranzo. C’aggrappiamo alla rete. Le squadre sono schierate a centrocampo. Una, alla nostra sinistra, in maglia rossa. L’altra, in maglia nera. L’arbitro fischia, e quelle corrono a schierarsi, ad occupare le zone del campo. È così che il terzino sinistro è giunto nei nostri paraggi, senza quasi accorgersene. È così che l’abbiamo visto. Lo stemma. I satanelli. Perché anche quelli trattiene, nelle sue luride mani. I satanelli. Stringere gli occhi, stringere i denti. Questo si deve fare. Per non scavalcare la rete. Per non aggredire dei ragazzini che, colpevolmente, vogliono solo giocare al pallone. E sperare di avere qualche centesimo da quel bancarottiere di merda. Stanno freschi. Il fischio d’avvio ci riporta alla realtà. Le telefonate degli “amici” non erano a vuoto. Adesso un defender dei carabinieri occupa lo spazio dell’accesso alla tribuna e ai marasciuoli. Mentre due degli “amici” si sono venuti a posizionare dietro di noi, a distanza di sicurezza. Forse pensano che stiamo per farci saltare in aria. Tre carabinieri parlottano di licenze a quindici metri. L’amico fotografo, invece, seguita a scattare. Sarebbe bello fargli pagare lo sviluppo. Per vedere con che gusto farebbe l’americano!
La squadra coi satanelli segna subito. Uno si ferisce in area. Ma fa male. E fa pena. Restarsene qui, con le mani in mano, a vedere un pezzo della nostra storia scivolare nell’indifferenza sulla terra battuta. Meglio una caviglia slogata. O una lussazione alla spalla. Andiamo. Ma attorno è in corso l’allestimento del set cinematografico dell’ultimo Coliandro. E noi, che non ce ne eravamo accorti, siamo al centro del set. Gli ispiratori occulti della puntata. Un nuovo ispettore – probabilmente l’antagonista maschile della serie – entra oscurato dagli occhiali neri. Un brigadiere lo accompagna nel suo difficile compito di assistente alla partita. Mentre fuori, sullo spiazzo di cemento, slittano altre due pantere dei carabinieri. E una terza è in avvicinamento. Che viene da giungere le mani e pregare che quelli che assaltano i portavalori lo sappiano, che le forze armate oggi sono tutte al “Di Gioia” di Carapelle. E ne approfittino. Ciao, ciao con la manina all’americano che continua a immortalarci. Forse era meglio un video, “amico”. Un tipo ci apre le porte del cancello. Usciamo in strada. Uno sguardo indietro e un pensiero funebre, novembrino. L’ultimo tocco: “Qui ci starebbero bene due crisantemi”. Uno per la morte dell’Unione Sportiva. E l’altro per noi. Però sono le tre meno un quarto del pomeriggio. […] Il cimitero è il luogo della pace. Per arrivarci, aggiriamo la complanare per Foggia. È chiuso. Ed è domenica, non riaprirà. Sta scritto sul cartello. 8-12. E, sorvolando sui motivi reconditi che spingono l’amministrazione comunale a serrare il camposanto di domenica pomeriggio, l’unica è scavalcare. Depredare un defunto di un paio di fiori, o due defunti di uno. E correre nuovamente al campo, per lasciare il nostro ricordo sotto la lapide verde. Ma non lo facciamo. No, non è successo. Non abbiamo violato la sacralità del luogo. Perché i fiori non sono niente, ma rappresentano. Sono un simbolo. E noi non violiamo questi simboli. Non siamo come il Napoletano, noi.
I satanelli li fecero vedere a Telefoggia. Una sera d’inverno. O di primavera. Non ricordo più. Erano gli anni Ottanta. Il secondo scorcio, quello casilliano. Restyling si definiscono ste cose, oggi. All’epoca no, all’epoca si era più immediati: “Stasera fanno vedere le nuove magliette e il nuovo simbolo”, ci disse la fiumana del passaparola. Semplicemente. E semplicemente ci mettemmo dinanzi al televisore bombato, nella camera in mezzo. Io ho sempre adorato l’altro simbolo. Quello a tre bande verticali. Quello che sta sul taschino del giubbino corto. Quello dell’Unione Sportiva. Ma l’US era morta e dalle sue ceneri, come sempre capita, era risorta la fenice del Foggia Calcio. Quello che, nella sera del televisore bombato, navigava ancora in C1, ma che di lì a qualche anno avrebbe scalato un paio di categorie. Il Foggia Calcio aveva, come stemma, due satanelli stilizzati. All’epoca non mi entusiasmarono.
Oggi, però la storia è diversa.
Novembre, la domenica che segue le celebrazioni dei Santi e dei Defunti (No, Halloween no, non siamo Yankee noi). Cielo grigio tendente al bianco. Calore terrestre statico. In macchina nei primi tratti a Sud della Statale 16. Dietro le montagne si aprono squarci di irriducibile luce solare. Usciamo a Carapelle, seguiamo la direzione dei cartelli che indicano gli Impianti Sportivi e parcheggiamo. In cinque. Nei giubbino si trasuda come piante stanche. Pochi passi tra le casse basse e un cancello. Che un ragazzo, dall’interno, ha appena chiuso. Richiamiamo la sua attenzione, quello torna indietro, apre il lucchetto. Entriamo in un uno spiazzo di cemento. Il campo sportivo vero e proprio dev’essere dietro quel muretto grigio. Un cartello verde sulla porta d’accesso: Stadio comunale Francesco Paolo Di Gioia. Oltre la porta, sulla sinistra, un campo d’erbe selvatiche. In fondo, una tribunetta di travi. A destra, il rettangolo di gioco in terra battuta.
Oltrepassare quella soglia significa arrivare a contatto con un incubo metropolitano. L’incubo ricorrente di questi nostri anni sfortunati. Segnati dallo stigma del Napoletano. Dal suo ritorno nefasto, dal suo influsso maligno. Ha iscritto una squadra alla Terza Categoria. E fin qui, niente di male. Niente di peggio del suo ostinarsi a voler irridere questa piazza rimanendo in pianta stabile in città, quanto meno. Niente di peggio del quotidiano rischio di incontrarlo per la strada. Se non fosse che la squadra che ha iscritto si chiama Unione Sportiva Foggia. E questo si, è il peggiore tra gli incubi ricorrenti possibili. L’ultimo schiaffo, inferto alla vigliacca, com’è nello stile del personaggio. L’ultimo colpo ad una tifoseria già ferita e sprofondata, che campa d’orgoglio, che si tiene in piedi per pura autostima, scagliato da lontano, mentre i tutori dell’ordine trattengono la parte lesa e fanno quadrato attorno al provocatore. Perché questa è la vita reale, non il palco del Festival di Sanremo. Qui i buttafuori si fanno fedeli al più forte, come scherani feudali. Anche quando il più forte è un fallito.
Oltre la porta c’è Carapelle-US Foggia. E c’è da attendersi di tutto. C’è da combattere coi fantasmi. Passiamo. E ci accorgiamo di essere attesi. Un onore previsto. Sono cinque gli agenti della Digos. Forse 6. Evidentemente questo campo sportivo, oggi, s’attesta come l’epicentro del controllo dell’intera provincia di Foggia. S’attendono vampate di inaudita violenza delinquenziale. S’attende la reazione scomposta di una piazza ferita nell’orgoglio, probabilmente. E come coi lavoratori dell’Ikea, è perciò importante che gli sceriffi s’attestino per tempo sul colle. Per avere una visuale ottimale. E poter prendere in fretta le parti degli altri. Ma qui oggi non verrà nessuno. Magari lo sanno pure, i “nostri”. Ma una giornata all’aria aperta, col ghigno a pelle di chi è impegnato a sventare l’indicibile, in questo novembre ancora immaturo, è un bel passatempo. Il nostro ingresso, poi, cambia gli equilibri. Solitari perdigiorno domenicali in visita ai parenti prossimi o pericolosa avanguardia di guastatori di professione? Nel dubbio, mano al telefonino. E alla digitale con lo zoom. Clic, un passo della comitiva. Clic, un altro. Clic, un terzo. Verso un signore che, piegato in due dietro la tribuna, raccoglie marasciuoli. “Qua vengono i foggiani e fanno lo sterminamento!”, dice. Ma no, non verrà nessuno. Noi volevamo vedere con gli occhi nostri. Come facciamo sempre. Volevamo prenderlo in faccia, il muro. Sbatterci sopra, fino ad avere i segni delle intercapedini sugli occhi. Abbiamo semplicemente anticipato o differito il pranzo. C’aggrappiamo alla rete. Le squadre sono schierate a centrocampo. Una, alla nostra sinistra, in maglia rossa. L’altra, in maglia nera. L’arbitro fischia, e quelle corrono a schierarsi, ad occupare le zone del campo. È così che il terzino sinistro è giunto nei nostri paraggi, senza quasi accorgersene. È così che l’abbiamo visto. Lo stemma. I satanelli. Perché anche quelli trattiene, nelle sue luride mani. I satanelli. Stringere gli occhi, stringere i denti. Questo si deve fare. Per non scavalcare la rete. Per non aggredire dei ragazzini che, colpevolmente, vogliono solo giocare al pallone. E sperare di avere qualche centesimo da quel bancarottiere di merda. Stanno freschi. Il fischio d’avvio ci riporta alla realtà. Le telefonate degli “amici” non erano a vuoto. Adesso un defender dei carabinieri occupa lo spazio dell’accesso alla tribuna e ai marasciuoli. Mentre due degli “amici” si sono venuti a posizionare dietro di noi, a distanza di sicurezza. Forse pensano che stiamo per farci saltare in aria. Tre carabinieri parlottano di licenze a quindici metri. L’amico fotografo, invece, seguita a scattare. Sarebbe bello fargli pagare lo sviluppo. Per vedere con che gusto farebbe l’americano!
La squadra coi satanelli segna subito. Uno si ferisce in area. Ma fa male. E fa pena. Restarsene qui, con le mani in mano, a vedere un pezzo della nostra storia scivolare nell’indifferenza sulla terra battuta. Meglio una caviglia slogata. O una lussazione alla spalla. Andiamo. Ma attorno è in corso l’allestimento del set cinematografico dell’ultimo Coliandro. E noi, che non ce ne eravamo accorti, siamo al centro del set. Gli ispiratori occulti della puntata. Un nuovo ispettore – probabilmente l’antagonista maschile della serie – entra oscurato dagli occhiali neri. Un brigadiere lo accompagna nel suo difficile compito di assistente alla partita. Mentre fuori, sullo spiazzo di cemento, slittano altre due pantere dei carabinieri. E una terza è in avvicinamento. Che viene da giungere le mani e pregare che quelli che assaltano i portavalori lo sappiano, che le forze armate oggi sono tutte al “Di Gioia” di Carapelle. E ne approfittino. Ciao, ciao con la manina all’americano che continua a immortalarci. Forse era meglio un video, “amico”. Un tipo ci apre le porte del cancello. Usciamo in strada. Uno sguardo indietro e un pensiero funebre, novembrino. L’ultimo tocco: “Qui ci starebbero bene due crisantemi”. Uno per la morte dell’Unione Sportiva. E l’altro per noi. Però sono le tre meno un quarto del pomeriggio. […] Il cimitero è il luogo della pace. Per arrivarci, aggiriamo la complanare per Foggia. È chiuso. Ed è domenica, non riaprirà. Sta scritto sul cartello. 8-12. E, sorvolando sui motivi reconditi che spingono l’amministrazione comunale a serrare il camposanto di domenica pomeriggio, l’unica è scavalcare. Depredare un defunto di un paio di fiori, o due defunti di uno. E correre nuovamente al campo, per lasciare il nostro ricordo sotto la lapide verde. Ma non lo facciamo. No, non è successo. Non abbiamo violato la sacralità del luogo. Perché i fiori non sono niente, ma rappresentano. Sono un simbolo. E noi non violiamo questi simboli. Non siamo come il Napoletano, noi.
22/10/12
Sotto il Vesuvio
Domenica 21 ottobre, Sant’Antonio Abate-Foggia 0-0
È sempre così. Per due settimane il
nulla, poi di botto tutto. Il tutto. Nel momento meno opportuno. Eravamo pronti
per Bisceglie. Tutti liberi, senza impegni, col biglietto già fatto e il
pullman prenotato, la sera che è giunto il divieto del Prefetto. Ci siamo dati
da fare a masticarci il fegato, come la gomma del ponte. In casa col Potenza c’eravamo
quasi tutti, vero. Ma in casa vale meno. Molto meno. La sera di Ordona, la sera
dell’amichevole infrasettimanale, abbiamo già qualche defezione. Ma poi il
lavoro chiama. E ci decima. È una dannazione.
Ha ragione Angelo: “Gli Ultras del Treviso non hanno alcun problema di questo tipo”. Escluso quello di essere di Treviso, off course. Lì si lavora in fabbrica dal lunedì al venerdì, magari anche il sabato. Ma il ritmo della vita è regolare come la nebbia sui canali. Qui invece, tra emigrati, emigrandi e precari cronici, l’unità dei gruppi è un mito come il Popolo dei boschi. Chi lavora, lavora quasi senza preavviso. E quasi sempre nei week-end. Così la trasferta di Sant’Antonio Abate si schiude in un rosario di bestemmie.
Pullman, come prestabilito. Come a Santa Maria Capua Vetere. Ho dato un’occhiata alla vista del paese dall’alto su Google Maps. Una strada che cambia nome. Da Angri a Castellammare di Stabia. Senza soluzione di continuità. Appuntamento farlocco, con largo anticipo. O autista con largo ritardo. Lo danno disperso nelle campagne punteggiate di arature. Quando arriva, il torpedone si riempie in un niente. E in un niente parte. Ci sediamo dove capita. E Bara bara bara, bere bere bere. Il Conte, in ossequio al suo stress da trasferta, all’ansia da prestazione di curva, tira fuori un umile sacchetto, una sportina di plastica bianca. Pensiamo tutti contenga il suo pasto frugale. Del resto, è il mezzodì. E a quest’ora si ha fame, nel Nord operoso. Noi a Foggia mangiamo quasi tutti tra l’una e mezza e le due, ma i bioritmi cambiano in base alle specie animali prese in considerazione. Fin qui la scienza. Il Conte tira fuori tre vaschette di riso alla cantonese e cinque litri di nero di Troia. Si conserva un paio di panini con la bufala. Si presume viva. E Bara bara bara, bere bere bere. Girano birre, Borghetti e whiskey. La Gazzetta dello Sport dice che l’ultima vergogna è la devastazione dei bagni nello Juventus stadium. Luca non ha fame, ma assaggia giusto un po’, per gradire. E sprofonda di faccia nella vaschetta. Non lo sentiamo più per intere decine di minuti. Mentre il Conte continua a urlare: “Quello col carry! Quello col carry! È questo quello col carry!”. Campania. E Bara bara bara, bere bere bere. In modalità mantra. Che potresti morirci soffocato.
Il mare. Il porto di Salerno, giù a sinistra, Vietri. Si, vabbé, bello. Ma perché ha allungato così? La statale, ma sono quasi le tre. Risale. Cava, Nocera, Pagani. Nomi d’epoca. Angri. Poi si infila in uno spiraglio. E cominciano le case. A perdita d’occhio. Entusiasmo alla vista del Vesuvio. E ancora case, una sull’altra, in strade che sembrano stringersi fino a risucchiare il mezzo. Che, all’altezza di un muretto, sotto la tribuna di casa, si arena su un pilastrino vigliacco, tronfio nel suo ergersi di mezzo metro dal suolo. Ci siamo auto-arrembati. Ora dobbiamo scendere a disincagliare la barca con le ruote. Alcuni ragazzini sorridono. Effettivamente, qualche ragione ce l’hanno. Nel piazzale del settore, che non distingueresti dal piazzale di una pizzeria, tiriamo fuori le bandiere. Due pullman, un paio di furgoni, svariate auto. Due camionette dei carabinieri. Nervosi. “Non è giornata”. In fila. Nervosetti, anziché no. Compare il presidente. “State calmi, entrate con calma”, dice. Ora, non è che perché hai salvato il Foggia ti devi trasformare nel maestrino di De Amicis! “Fatt i cazz’a tuje!”, è la risposta. Ci sta. E non è per malacreanza. Una volta dentro calpestiamo il suolo dove un tempo c’era una gradinata. E, di fatto, è diventato un lunghissimo prefiltraggio. Dentro c’è già la Sud. Canta. Il tempo di sistemare pezze e striscione, e ci uniamo al blocco, proprio sopra una ringhiera. Sembra Marcianise. In tribuna ci saranno 6-700 persone. Sullo sfondo, tra gli alberi e gli spalti, il Vesuvio. Doppia velocità per un po’. La Sud inserisce il ffwd. O siamo noi troppo lenti. Fatto sta che a un battimani non s’accompagna il vicino e i due ai tamburi rischiano di impazzire e di causare altrettanti episodi psicotici. Il Foggia sembra poter segnare da un momento all’altro. Ma i momenti passano e non segna. Il Vesuvio è lì che ispira. Al primo Noi non siamo Napoletani s’incazzano tutti. Da morire. Non sono napoletani, dicono i napoletani. A due passi da Salerno, no che non lo sono. Ma allora perché si incazzano così? Insistiamo per un po’, poi torniamo a sostenere i nostri. Agostinone liscia un pallone che meritava di farci saltare. Il primo tempo finisce. Le birre in lattina costano 1 euro e 50. Mica male. Fa un caldo che annoia. I 27° annunciati dal meteo ci stanno tutti. Chissà perché ci siamo portati le felpe e i giubbini. C’è voglia d’autunno, si legge tra le righe. La ripresa comincia con un messaggio: Vogliamo vincere. Lo intoniamo compatti, stavolta. E dura. Cinque, dieci, quindici minuti. Le bandiere sventolano, ogni tanto si alza il fumo delle torce. Una certa soddisfazione. Il Foggia preme un po’ di più. Sfiora il gol una, due volte. Ma la prova è scialba, lo zero a zero ci sta tutto. Noi continuiamo a fare il nostro. Ma la fine giunge inesorabile. La squadra sotto la curva. Quest’anno va così. A meno di improvvisi tracolli poco dignitosi, una squadra che in campo comunica in dialetto, va apprezzata e sostenuta. L’Ischia ha vinto. Vince sempre, cazzo. Nove punti di distacco. Oddio, mai pensato di vincere il campionato. Quelli hanno sprecato l’ira di dio per saltare la categoria, noi è già tanto che siamo competitivi. Ma non vorremmo, in un campionato dove sale solo la prima, trovarci senza stimoli a febbraio. È l’unica preoccupazione. Perché con i risultati torna l’entusiasmo. E nell’entusiasmo, anche noi ci divertiamo di più (aldilà della mistica dei “100 ovunque”). Ancora qualche parola sulla napoletanità dei padri di famiglia che abbandonano lo stadio. Così, giusto per saggiare la reazione. E quelli si incazzano ancora, più di prima, davvero tantissimo. Torna alla mente ancora Marcianise. Ma, in fondo, qui siamo trattati bene. È puro gioco di ruolo. Mancano i bagni per le donne, e Ceska va in bagno a casa di una signora, tanto per far capire. Un signore, inviperito, grida: “Forza Bari!”. Le strade ad uscire, la costiera, sulla strada del ritorno.
E poi c’è quel momento.
Quando la strada si fa di botto notte. E le luci allagano le plafoniere come un relitto sui fondali dell’Atlantico. Messaggi di naufragio o di avaria. Quel momento che guardi i tuoi compagni di viaggio. Nell’attimo esatto in cui la tensione svanisce. E i touch-screen degli I-phone diventano pari al rumore della carta stagnola che libera i panini con la frittata. L’attimo del ritorno a sé. Del pensiero. Dell’intimismo. Il momento in cui contempli come seducente l’ipotesi vaga e assurda del sonno. E tutti sono tranquilli e rilassati. E i paesi sfilano lontani, sul vetro del finestrino.
Ma poi uno porta il megafono dietro, alla penultima fila. E collega il cellulare. E fa partire la playlist.
Marijuana, cocaina, eroina, crack.
E capisci che l’idea del sonno era davvero tanto vaga quanto inutile.
Ha ragione Angelo: “Gli Ultras del Treviso non hanno alcun problema di questo tipo”. Escluso quello di essere di Treviso, off course. Lì si lavora in fabbrica dal lunedì al venerdì, magari anche il sabato. Ma il ritmo della vita è regolare come la nebbia sui canali. Qui invece, tra emigrati, emigrandi e precari cronici, l’unità dei gruppi è un mito come il Popolo dei boschi. Chi lavora, lavora quasi senza preavviso. E quasi sempre nei week-end. Così la trasferta di Sant’Antonio Abate si schiude in un rosario di bestemmie.
Pullman, come prestabilito. Come a Santa Maria Capua Vetere. Ho dato un’occhiata alla vista del paese dall’alto su Google Maps. Una strada che cambia nome. Da Angri a Castellammare di Stabia. Senza soluzione di continuità. Appuntamento farlocco, con largo anticipo. O autista con largo ritardo. Lo danno disperso nelle campagne punteggiate di arature. Quando arriva, il torpedone si riempie in un niente. E in un niente parte. Ci sediamo dove capita. E Bara bara bara, bere bere bere. Il Conte, in ossequio al suo stress da trasferta, all’ansia da prestazione di curva, tira fuori un umile sacchetto, una sportina di plastica bianca. Pensiamo tutti contenga il suo pasto frugale. Del resto, è il mezzodì. E a quest’ora si ha fame, nel Nord operoso. Noi a Foggia mangiamo quasi tutti tra l’una e mezza e le due, ma i bioritmi cambiano in base alle specie animali prese in considerazione. Fin qui la scienza. Il Conte tira fuori tre vaschette di riso alla cantonese e cinque litri di nero di Troia. Si conserva un paio di panini con la bufala. Si presume viva. E Bara bara bara, bere bere bere. Girano birre, Borghetti e whiskey. La Gazzetta dello Sport dice che l’ultima vergogna è la devastazione dei bagni nello Juventus stadium. Luca non ha fame, ma assaggia giusto un po’, per gradire. E sprofonda di faccia nella vaschetta. Non lo sentiamo più per intere decine di minuti. Mentre il Conte continua a urlare: “Quello col carry! Quello col carry! È questo quello col carry!”. Campania. E Bara bara bara, bere bere bere. In modalità mantra. Che potresti morirci soffocato.
Il mare. Il porto di Salerno, giù a sinistra, Vietri. Si, vabbé, bello. Ma perché ha allungato così? La statale, ma sono quasi le tre. Risale. Cava, Nocera, Pagani. Nomi d’epoca. Angri. Poi si infila in uno spiraglio. E cominciano le case. A perdita d’occhio. Entusiasmo alla vista del Vesuvio. E ancora case, una sull’altra, in strade che sembrano stringersi fino a risucchiare il mezzo. Che, all’altezza di un muretto, sotto la tribuna di casa, si arena su un pilastrino vigliacco, tronfio nel suo ergersi di mezzo metro dal suolo. Ci siamo auto-arrembati. Ora dobbiamo scendere a disincagliare la barca con le ruote. Alcuni ragazzini sorridono. Effettivamente, qualche ragione ce l’hanno. Nel piazzale del settore, che non distingueresti dal piazzale di una pizzeria, tiriamo fuori le bandiere. Due pullman, un paio di furgoni, svariate auto. Due camionette dei carabinieri. Nervosi. “Non è giornata”. In fila. Nervosetti, anziché no. Compare il presidente. “State calmi, entrate con calma”, dice. Ora, non è che perché hai salvato il Foggia ti devi trasformare nel maestrino di De Amicis! “Fatt i cazz’a tuje!”, è la risposta. Ci sta. E non è per malacreanza. Una volta dentro calpestiamo il suolo dove un tempo c’era una gradinata. E, di fatto, è diventato un lunghissimo prefiltraggio. Dentro c’è già la Sud. Canta. Il tempo di sistemare pezze e striscione, e ci uniamo al blocco, proprio sopra una ringhiera. Sembra Marcianise. In tribuna ci saranno 6-700 persone. Sullo sfondo, tra gli alberi e gli spalti, il Vesuvio. Doppia velocità per un po’. La Sud inserisce il ffwd. O siamo noi troppo lenti. Fatto sta che a un battimani non s’accompagna il vicino e i due ai tamburi rischiano di impazzire e di causare altrettanti episodi psicotici. Il Foggia sembra poter segnare da un momento all’altro. Ma i momenti passano e non segna. Il Vesuvio è lì che ispira. Al primo Noi non siamo Napoletani s’incazzano tutti. Da morire. Non sono napoletani, dicono i napoletani. A due passi da Salerno, no che non lo sono. Ma allora perché si incazzano così? Insistiamo per un po’, poi torniamo a sostenere i nostri. Agostinone liscia un pallone che meritava di farci saltare. Il primo tempo finisce. Le birre in lattina costano 1 euro e 50. Mica male. Fa un caldo che annoia. I 27° annunciati dal meteo ci stanno tutti. Chissà perché ci siamo portati le felpe e i giubbini. C’è voglia d’autunno, si legge tra le righe. La ripresa comincia con un messaggio: Vogliamo vincere. Lo intoniamo compatti, stavolta. E dura. Cinque, dieci, quindici minuti. Le bandiere sventolano, ogni tanto si alza il fumo delle torce. Una certa soddisfazione. Il Foggia preme un po’ di più. Sfiora il gol una, due volte. Ma la prova è scialba, lo zero a zero ci sta tutto. Noi continuiamo a fare il nostro. Ma la fine giunge inesorabile. La squadra sotto la curva. Quest’anno va così. A meno di improvvisi tracolli poco dignitosi, una squadra che in campo comunica in dialetto, va apprezzata e sostenuta. L’Ischia ha vinto. Vince sempre, cazzo. Nove punti di distacco. Oddio, mai pensato di vincere il campionato. Quelli hanno sprecato l’ira di dio per saltare la categoria, noi è già tanto che siamo competitivi. Ma non vorremmo, in un campionato dove sale solo la prima, trovarci senza stimoli a febbraio. È l’unica preoccupazione. Perché con i risultati torna l’entusiasmo. E nell’entusiasmo, anche noi ci divertiamo di più (aldilà della mistica dei “100 ovunque”). Ancora qualche parola sulla napoletanità dei padri di famiglia che abbandonano lo stadio. Così, giusto per saggiare la reazione. E quelli si incazzano ancora, più di prima, davvero tantissimo. Torna alla mente ancora Marcianise. Ma, in fondo, qui siamo trattati bene. È puro gioco di ruolo. Mancano i bagni per le donne, e Ceska va in bagno a casa di una signora, tanto per far capire. Un signore, inviperito, grida: “Forza Bari!”. Le strade ad uscire, la costiera, sulla strada del ritorno.
E poi c’è quel momento.
Quando la strada si fa di botto notte. E le luci allagano le plafoniere come un relitto sui fondali dell’Atlantico. Messaggi di naufragio o di avaria. Quel momento che guardi i tuoi compagni di viaggio. Nell’attimo esatto in cui la tensione svanisce. E i touch-screen degli I-phone diventano pari al rumore della carta stagnola che libera i panini con la frittata. L’attimo del ritorno a sé. Del pensiero. Dell’intimismo. Il momento in cui contempli come seducente l’ipotesi vaga e assurda del sonno. E tutti sono tranquilli e rilassati. E i paesi sfilano lontani, sul vetro del finestrino.
Ma poi uno porta il megafono dietro, alla penultima fila. E collega il cellulare. E fa partire la playlist.
Marijuana, cocaina, eroina, crack.
E capisci che l’idea del sonno era davvero tanto vaga quanto inutile.
07/10/12
A chi interessa? A chi manchiamo?
A dimostrazione della serenità manicomiale che dirige e sovrasta le nostre vite
appassionate, possiamo ben dire che la nostra trasferta immaginaria è
cominciata il 18 di settembre. Sul monitor di un pc. Il sito dell’Osservatorio.
F5. Aggiorna. Di continuo. Niente. Il 19 è venuta fuori una prima determinazione.
No, Bisceglie non è tra le partite giudicate “ad alto profilo di rischio”. E
vorrei ben vedere. A dicembre abbiamo giocato in amichevole al “Ventura” e la
cosa ci è passata sostanzialmente inosservata. In campionato non ci incontriamo
da una cinquantina d’anni, più o meno. Non è vietata. Ed è un buon segno, anche
se non definitivo. Del resto, mancano quasi venti giorni. L’ente creativo
generato dal Ministero si riunirà ancora. Il 26. L’elenco di divieti, anche
stavolta, non ci riguarda. La dispensa n.34 sancisce che i casertani non
potranno andare a Sassari, gli anconetani a Civitanova, i molfettesi a
Terlizzi, e blocca altre 6 trasferte. Noi non ci siamo. Ma non è bene cullare
illusioni. Piedi di piombo, sempre. Però stavolta, a scalfire la consueta
incertezza esistenziale, c’è il dettaglio, non trascurabile, dei biglietti. Già,
perché gira voce, dall’inizio della settimana decisiva, che il Bisceglie calcio
si sia accordato con l’Acd Foggia per smistare in Capitanata 100 tagliandi. Sono
pochi, ne servirebbero almeno il triplo, ma quanto meno ci sono. Anche il
banner che pubblicizza la partita contempla la voce Settore Ospiti. 10 euro. Stavolta sembra lecito alimentare speranze.
Certo, una vita così – tra voci, dicerie e spifferi ufficiali – è stressante
oltre ogni lecita misura. E non solo, bisogna fare di tutto per non tuffarsi
nel passato, per non rimembrare i tempi andati, la facilità automatica con cui
si allestivano torpedoni e si andava ovunque. Siamo appassionati, e pur di
continuare a vivere l’attimo adrenalinico ed eterno dell’ingresso in un’altra
città, abbiamo azzerato la nostra memoria. E da tempo siamo scesi a compromessi
con questa gestione mafiosa del calcio. Ogni giorno che passa è un giorno che
ci avvicina alla trasferta. Siamo costretti a crederci. Il circuito Bookingshow
mette in vendita i biglietti. Ma per l’evento che ci riguarda il settore ospiti
risulta bloccato. Fino a giovedì pomeriggio. I propugnatori di cattive notizie
si palesano. Cattivi presagi s’addensano. Poi, d’incanto, i tagliandi diventano
disponibili. E in un amen finiscono. Possiamo prenotare il pullman, stabilire
un orario di adunata e uno di partenza, prendere a discutere di come
organizzare il nostro settore. Gli scettici devono indietreggiare. Abbiamo i
biglietti. Materialmente. 10 euro + 1,20 di prevendita. La caparra consegnata
al noleggiatore. Siamo a giovedì sera, non sarebbe logico attendersi un
dietrofront. Certo, una volta ci vietarono Andria 48 ore prima dell’evento. Ma siamo
a venerdì mattina, sarebbe francamente assurdo. E l’assurdo è mestiere da
Prefetti. E quello di Bari, o della Bat (non s’è capito) non è da meno.
Vietata. Così, a freddo. L’ufficialità giunge alle 19 dell’antivigilia.
Paghiamo un paradosso. Siamo troppi, dicono. In casa non riusciamo a vedere una partita nella nostra curva perché il nostro stadio è troppo grande per la categoria. In trasferta non ci possiamo andare perché non ci muoviamo in trenta. Se tutto questo vi sembra logico, allora starete comodi in questo microcosmo di idiozie. Noi, di nostro, sopravviviamo a stento. È un dato di fatto: è più il tempo che sprechiamo a dibattere, a litigare, a scazzarci, di quello che impieghiamo a sventolare le nostre bandiere. E, sprofondati in Lega Nazionale Dilettanti per rivivere gli stessi kafkiani incubi della Lega Pro, si può ben comprendere la diffusa voglia di fermarsi a rifiatare. Per valutare complessivamente, senza un briciolo di serenità, il senso ultimo di questa nostra passione collettiva, svilita e sventrata. A che pro continuare a credere in un sogno di partecipazione, aggregazione e tifo? A che pro seguitare a popolare i gradoni quando ce lo concede un’autorità qualsiasi? Quando ormai è chiaro da anni che nella mentalità affaristica di chi gestisce il giocattolo non sono previsti gli stadi pieni e quelli come noi sono percepiti, vissuti e dipinti come un’anomalia fastidiosa, una disfunzione del sistema? Quando un capriccio di un Prefetto può bloccare il nostro modo d’essere anche dieci minuti prima del fischio d’inizio? Che senso ha, ancora? Probabilmente dovremmo accantonare le menate da Ultras e cominciare a ragionare da Cittadini. Da semplici Cittadini tifosi. Allertare chi di dovere, per esempio, che non siamo sudditi. Che non è sufficiente nascondersi dietro la formula di rito dei “motivi di ordine pubblico” per venirne fuori puliti. Anche in questo ambito, sarebbe interessante inseguire le responsabilità concrete, invece di fermarci – fatalisti e rassegnati – dinanzi alla cortina fumogena delle dieci sigle fittizie, che alla fin fine non si capisce mai chi prende le decisioni e come le motiva. Partire da questo, magari, per non lasciar spegnere la fiamma della passione. Che è smorzata come non mai. Presentare a chi di dovere la lista delle spese, fossero anche i 120 euro regalati al circuito dei biglietti online e persi per sempre. Fossero anche i 40 o i 70 euro regalati ad un noleggiatore di furgoni, che avremmo fatto meglio a spendere in alcool o imbandendo una tavola. Far capire a chi governa il circo che non siamo ottusi sventolatori di vessilli; che la nostra intelligenza non si esaurisce nell’elaborazione di un coro o di uno striscione con la rima. E, qui in casa nostra, mettere sull’avviso chi ha in mano il nostro nome che non basta fungere da tribuno del popolo e ostentare il proprio amore per i colori per tutelare la piazza. Che è importante battere i pugni sul tavolo, alzare la voce. Che si, siamo signori e accettiamo che la Fortis Trani ci costringa a giocare a porte chiuse, che il Bisceglie Donuva posticipi alle 18 il match per permettere ai suoi tifosi di godersi la serie A su Sky. Ma siamo Cittadini tifosi ed abbiamo sottoscritto un contratto. Un abbonamento dove ci venivano garantite 17 partite in Curva Nord e, al momento, alla vigilia della quarta, in Nord non ne abbiamo vista nessuna. Certo, nessuno vuole il male di questa società. Non siamo menestrelli sciocchi e irriconoscenti e già più di una volta – in questa stagione agli esordi – abbiamo violentato il nostro essere pur di non arrecare danni a chi ha salvato i colori rosso-neri dall’estinzione. Ma la luna di miele, ad un certo punto, finisce. Mi direte: ma che vuoi dalla società? Niente. Voglio che ci rispetti. Che il presidente faccia il presidente – e non lo steward –, che i soci facciano i soci, che il direttore generale faccia il direttore generale. Che non abbiano peli sulla lingua nell’indicarci i nemici occulti, quelli che si trincerano dietro la cortina fumogena di cui sopra. Che si ribellino, come noi, alle quotidiane ingiustizie di cui è vittima la parte più importante di questo patrimonio societario: i tifosi. Che non basta dirsi rammaricati (il Bisceglie, che ha perso un bell’incasso, era più rammaricato dei nostri), bisogna farsi sentire nelle sedi competenti. Perché proseguire il gioco così, soli contro il mondo delle burocrazie, sarà pure epico. Titanico. Ma alla fine stanca e sfibra. E se d’un tratto anche le curve dello “Zaccheria” dovessero svuotarsi, a chi importerebbe davvero il risultato del Foggia? Qualcuno sentirebbe la nostra mancanza?
Paghiamo un paradosso. Siamo troppi, dicono. In casa non riusciamo a vedere una partita nella nostra curva perché il nostro stadio è troppo grande per la categoria. In trasferta non ci possiamo andare perché non ci muoviamo in trenta. Se tutto questo vi sembra logico, allora starete comodi in questo microcosmo di idiozie. Noi, di nostro, sopravviviamo a stento. È un dato di fatto: è più il tempo che sprechiamo a dibattere, a litigare, a scazzarci, di quello che impieghiamo a sventolare le nostre bandiere. E, sprofondati in Lega Nazionale Dilettanti per rivivere gli stessi kafkiani incubi della Lega Pro, si può ben comprendere la diffusa voglia di fermarsi a rifiatare. Per valutare complessivamente, senza un briciolo di serenità, il senso ultimo di questa nostra passione collettiva, svilita e sventrata. A che pro continuare a credere in un sogno di partecipazione, aggregazione e tifo? A che pro seguitare a popolare i gradoni quando ce lo concede un’autorità qualsiasi? Quando ormai è chiaro da anni che nella mentalità affaristica di chi gestisce il giocattolo non sono previsti gli stadi pieni e quelli come noi sono percepiti, vissuti e dipinti come un’anomalia fastidiosa, una disfunzione del sistema? Quando un capriccio di un Prefetto può bloccare il nostro modo d’essere anche dieci minuti prima del fischio d’inizio? Che senso ha, ancora? Probabilmente dovremmo accantonare le menate da Ultras e cominciare a ragionare da Cittadini. Da semplici Cittadini tifosi. Allertare chi di dovere, per esempio, che non siamo sudditi. Che non è sufficiente nascondersi dietro la formula di rito dei “motivi di ordine pubblico” per venirne fuori puliti. Anche in questo ambito, sarebbe interessante inseguire le responsabilità concrete, invece di fermarci – fatalisti e rassegnati – dinanzi alla cortina fumogena delle dieci sigle fittizie, che alla fin fine non si capisce mai chi prende le decisioni e come le motiva. Partire da questo, magari, per non lasciar spegnere la fiamma della passione. Che è smorzata come non mai. Presentare a chi di dovere la lista delle spese, fossero anche i 120 euro regalati al circuito dei biglietti online e persi per sempre. Fossero anche i 40 o i 70 euro regalati ad un noleggiatore di furgoni, che avremmo fatto meglio a spendere in alcool o imbandendo una tavola. Far capire a chi governa il circo che non siamo ottusi sventolatori di vessilli; che la nostra intelligenza non si esaurisce nell’elaborazione di un coro o di uno striscione con la rima. E, qui in casa nostra, mettere sull’avviso chi ha in mano il nostro nome che non basta fungere da tribuno del popolo e ostentare il proprio amore per i colori per tutelare la piazza. Che è importante battere i pugni sul tavolo, alzare la voce. Che si, siamo signori e accettiamo che la Fortis Trani ci costringa a giocare a porte chiuse, che il Bisceglie Donuva posticipi alle 18 il match per permettere ai suoi tifosi di godersi la serie A su Sky. Ma siamo Cittadini tifosi ed abbiamo sottoscritto un contratto. Un abbonamento dove ci venivano garantite 17 partite in Curva Nord e, al momento, alla vigilia della quarta, in Nord non ne abbiamo vista nessuna. Certo, nessuno vuole il male di questa società. Non siamo menestrelli sciocchi e irriconoscenti e già più di una volta – in questa stagione agli esordi – abbiamo violentato il nostro essere pur di non arrecare danni a chi ha salvato i colori rosso-neri dall’estinzione. Ma la luna di miele, ad un certo punto, finisce. Mi direte: ma che vuoi dalla società? Niente. Voglio che ci rispetti. Che il presidente faccia il presidente – e non lo steward –, che i soci facciano i soci, che il direttore generale faccia il direttore generale. Che non abbiano peli sulla lingua nell’indicarci i nemici occulti, quelli che si trincerano dietro la cortina fumogena di cui sopra. Che si ribellino, come noi, alle quotidiane ingiustizie di cui è vittima la parte più importante di questo patrimonio societario: i tifosi. Che non basta dirsi rammaricati (il Bisceglie, che ha perso un bell’incasso, era più rammaricato dei nostri), bisogna farsi sentire nelle sedi competenti. Perché proseguire il gioco così, soli contro il mondo delle burocrazie, sarà pure epico. Titanico. Ma alla fine stanca e sfibra. E se d’un tratto anche le curve dello “Zaccheria” dovessero svuotarsi, a chi importerebbe davvero il risultato del Foggia? Qualcuno sentirebbe la nostra mancanza?
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