06/05/13

La tribù



Il gran turismo della Nord è di colore blu. Avanza lentamente, pigramente incolonnato nel traffico della domenica pomeriggio. Non che ce ne siano molte di macchine, complessivamente, in giro. È una bella giornata di maggio e se non urge un mezzo, si esce a piedi. Ma questa è zona cruciale, strategica. Da Piazza Italia alla villa comunale. Dai finestrini, dal boccaporto sulla cappotta, sbucano bandierine. Rossonere. A bande orizzontali e con le tre fiammelle. Un braccio fuori. Una mano che regge una torcia. Accesa, rossa. Un’altra, bianca, brilla dall’altra parte. A riempire di scintille e fumo l’altra corsia. Dagli abitacoli delle vetture che “scortano” il pullman, che lo precedono, lo seguono, lo circondano, colpi di clacson e grida di esultanza. L’intera carcassa del veicolo è percorsa da una scarica elettrica, attraversata da un’onda magnetica plurima. Ondeggia, come il tagadà della festa di Sant’Anna. E mentre il sole s’abbassa, tinteggiando la città d’un intenso colore rosato, un coro s’espande su tutta via IV Novembre. Facendo canticchiare i passanti. Qui c’è una curva che canta per te.

Re-wind.

Undici del mattino, s’era pattuito. Pomigliano d’Arco. Napoli, il primo agglomerato di case dopo la barriera. Il destino nelle nostre mani. Se vinciamo, possiamo anche evitare di sapere cosa fa il Bisceglie in quel di Santa Maria. Se vinciamo, i playoff non ce li toglie nessuno. Ma non è una formalità. Quelli, a Pomigliano, si sono inferociti. La “nostra” società ha contestato la scelta della Lega, che originariamente aveva fissato questa partita al sabato, con diretta su Raisport. Una decisione assurda, considerata la situazione di classifica e il vantaggio che si sarebbe concesso alla diretta inseguitrice. Ricorso accolto e niente anticipo. Né diretta, né oboli alla società campana. Che se l’è presa a male. Alle dodici meno un quarto siamo ancora a Piazza San Francesco. Esplode un cobra, a due passi dal santo che, ieratico, dal Monte della Verna in miniatura, innalza lodi al Creatore. Il vento sospinge il fumo sulla strada. Mancano un paio dei nostri. Altri due pullman, più una piccola quantità di macchine, si sono già incamminati. Noi siamo i soliti ritardatari. Ore piccole. La pipì è una struttura mentale. Il bisogno di farla è prestidigitazione del cervello. Io vorrei evitare. Perché, altrimenti, dovrei andare al bar-ricevitoria di fronte. E l’unica volta che sono stato lì era il 17 novembre. Prima della trasferta al Vomero. Un cattivo presagio. Che, in quanto tale, mi gonfia la vescica. Sfido la sorte. La faccio e salgo a bordo. Cinquantasei persone. Praticamente il doppio, più del doppio, dell’ultima volta. Che, però, era di sabato. Due bottiglie di William Lawson’s da sorseggiare amabilmente, la statale. Candela. Quello che vende i sottoli. L’Irpinia che filtra dai finestrini è un rincorrersi di colline verdi, suscita un richiamo primitivo. All’autogrill sopraggiunge il pullman degli Indomabili. Della Zona 1990. Una macchia nera – tranne qualche rara, bizzarra eccezione – dilaga nel piazzale. Gli amici di Castelluccio Valmaggiore mettono a giro un po’ di Faxe. Si parla di quella volta che s’è sbancata la macchinetta e fatta l’alba. Siamo rilassati. La serenità dei forti. C’è un bel sole alto. E ancora un tratto di strada da fare, in carovana. Non succede, ma se succede. Una sirena da nave chiama l’intera compagnia nei mezzi. Quello del 1990 ha occhi. Due occhi azzurri disegnati sul muso. Una nave fenicia. Meno di un’ora e siamo al casello. Ora la tensione è maggiore. Un’attenzione che, però, non sfocia nell’allerta. Siamo sicuri di noi, oggi. Non c’è incognita che tenga. Una curva  e troviamo i lampeggianti. Scortano una batteria di autovetture giunte da Foggia. E non solo. Ci inabissiamo nei vicoli stretti. Guardiamo fuori lo spettacolo al vero deprimente di una cittadina ideata a mo’ di dormitorio. Con una fretta d’edificare pari solo alla densità abitativa che ne è conseguita. O che l’ha preceduta. I rari slarghi sono sottoponti, quadrati di cemento costellati di piloni all’ombra di un viadotto. Un cappellino verde dell’Heineken. Slalom tra le case basse. Sembra Marcianise. Ci siamo. Anche il muro dello stadio ricorda quella trasferta di qualche anno fa. I pullman fanno manovra. Scaricano il loro contenuto sull’asfalto rovente. Si stendono le stecche, si scotchano bandieroni. Quello del Vecchio, quello del Regime, quello degli Indomabili. Vogliono 15 euro a cranio per farci assistere a questa avventura. È parte del piano di vendetta del Pomigliano calcio per non essere andati in televisione. Un piano destinato a fallire che, difatti, fallisce. Paghiamo 7. E stanno ben pagati.

Il settore è un pezzo di gradinata che dal centrocampo porta alla trequarti dove, in questo primo tempo, attacca il Foggia. Piena estate. Siamo duecento. Tutti i volti noti e qualcuno in più. Ci giochiamo l’accesso agli spareggi. L’entusiasmo, in città, è salito in queste ultime settimane. Fa sempre bene al cuore sapere che questi colori non saranno mai ammainati. Che possono istigare alla stanchezza, ma mai all’abiura. Di fronte a noi, nella tribuna centrale, un gruppetto di ragazzini ci accoglie con cori ostili. Il Pomigliano è granata, o qualcosa del genere. Il bandierone che sventola è, però, azzurro. Noi partiamo sfilacciati. Tre lanciacori e tre tamburi sono un po’ troppi per una piazza come la nostra, abituata a scazzarsi su tutto ma con una vocazione unitaria che, in trasferta soprattutto, non ci ha mai fatto sfigurare. Ci eravamo lasciati sotto l’acquazzone di Nardò, quando sembravamo giocare tanto per. Riprendiamo adesso con tutt’altra testa. Il calcio è un gioco affascinante. E perverso. Un affascinante gioco per pervertiti. E masochisti. La squadra ci ha già salutato. Ora gioca senza particolare apprensione. Il Pomigliano fa il suo. Noi, come sempre da queste parti, facciamo inviperire i dirimpettai. Noi non siamo Napoletani, cantiamo, istigando il pubblico locale a mandarci a quel paese. Ma, come a Sant’Antonio Abate, sarebbe più opportuno cantare che loro non lo sono. A quel punto si che avrebbero di che incazzarsi. Uno striscione recita: Foggia merda. “Vi vogliamo così!”. Zero a zero e bagno. Bottigliette d’acqua rastrellate. Pare che il Bisceglie perda. Ha avuto un crollo verticale.

La ripresa dovrebbe essere un simpatico diversivo. Dovrebbe servire alla prima abbronzatura della pelata. Del resto, quelli di fronte si sono stancati di canticchiare. E noialtri pure non sembriamo decollare. Quando un battimani ci viene bene, uno dei tre tamburi manda fuori tempo il coro. Però siamo belli. Siamo sempre belli. Ma poi, più o meno al venticinquesimo, uno in maglia bianca, uno dei loro, prende sta cazzo di palla, si gira, si rigira, e d’interno a girare la scaraventa verso la nostra porta. Il nostro estremo salta sulla sinistra, a guantone dispiegato. Ma non ci arriva. Gol. Uno a zero per loro. E l’autore della rete si toglie la maglietta e corre, impazzito di gioia, sotto la tribuna. Dove un pubblico festante lo acclama come Traiano al ritorno dalla campagna di Dacia. Alziamo un coro di sostegno, finalmente massiccio. La squadra ferma a centrocampo, ad aspettare che i bianchi ritornino dall’happy hour. Un grattacapo, adesso. Se il Bisceglie dovesse pareggiare, saremmo fuori. E, manco a dirlo, il Bisceglie pareggia. Noi rimaniamo in dieci. E io, mentre con convinzione canto Dai non mollare, devi lottare, penso a questo pezzo e pacatamente rifletto: Maputtanaeva! Ma è possibile? Un mese fa ci eravamo abituati a non avere stimoli. Stavamo bene, benissimo, nel nostro confortevole posticino in riva al nulla. A cantare, saltare, ballare e viaggiare in compagnia di una squadra che suda e si batte, ma senza niente in cui sperare. Poi, la sorte ci mette dinanzi alla possibilità di puntare ad un obiettivo. Ci stuzzica, meretrice, solo per il gusto di farci sentire l’odore dell’impresa. E per quello, ancor maggiore, di negarcela quando pensavamo fosse fatta. E ridere delle nostre facce perplesse. A dieci dalla fine, siamo fuori da tutto. Poi una punizione. Un cross. Un colpo di testa. Vedo la parabola discendente superare il loro portiere. È il pari. Ma esulto in maniera contenuta. Una voce interiore mi dice che non basterà. Che la sorte è una lama affilata. Che il Bisceglie segnerà al novantacinquesimo, quando qui sarà finita. Chiamo casa, chiamo Antonio. Gli chiedo di farmi sapere, anche se spero di non sentire più quel trillo. Invece, lo sento. Ma la voce del fratellino è raggiante. Ha segnato il Gladiator. Il Bisceglie deve farne due, adesso. E mancano cinque minuti. Onestamente, credo d’esser stato pessimista. E mi lascio andare. Fino al fischio di chiusura.

Con somma sorpresa apprendiamo che la Juventus ha vinto il suo ennesimo scudetto. Il ventinovesimo, il trentunesimo, non si sa. Penso agli juventini di mia conoscenza. Penso all’entusiasmo dirompente con cui trascorreranno questa giornata. Alla festa, all’ubriachezza molesta con cui arricchiranno la nottata. A come la renderanno indelebile e a come la ricorderanno negli anni. E la racconteranno ai figli, ai nipoti. Alla lacrima di nostalgia che righerà le loro guance. All’amore incondizionato per quelle strisce bianconere all’atteso traguardo del traguardo più importante in Italia. Poi scuoto la testa. Ma chi prendo per il culo? Se berranno una birra, quelli, è pure tanto. La loro giornata odierna non sarà stata in nulla diversa dalla solita, penosa, patetica mezza passione per una cosa mai vista, che sta a Torino ma poteva benissimo stare nell’Iowa. E giocare a baseball invece che a calcio. Sfotteranno i loro amici interisti, milanisti. O i tifosi dell’Uruguay. Simili a loro come un granchio ad un altro granchio. E andranno a dormire, che domani si lavora. La mia, la nostra squadra, invece, è qui. Carnale, sotto al settore. Sudata, come noialtri. A saltare, a cantare, ad inscenare una danza tribale. Perché si, noi siamo tribù. Crediamo in ciò che vediamo, veneriamo il coraggio e l’impegno, pratichiamo ciò che sentiamo vicino al cuore. E non la lasciamo mai sola, questa maglia che ci ha fatto diventare quel che siamo. Altro che Conte, Marchisio e Mughini. Altro che diretta televisiva, che festeggiamenti di meridionali in Piazza Castello. Altro che merchandising. Pare ci siano bandiere bianconere pure in piazza Cavour. Se facciamo in tempo a tornare, andremo a salutare questi nostri concittadini onorari. Nel frattempo, Questa curva lo sai canta solo per te. Siamo ai playoff di serie D. Loro hanno vinto lo scudetto. Provo pena. Per loro provo pena. Perché non sanno cosa significa. E mai lo sapranno.

PS: Sono il gatto sul tetto che ascolta tutto come fosse la prima volta. Gli occhi suuuuuuUUUU. Gli occhi più suuuuUUUUUUU. E glu glu glu glu bà. Se vi piace chiamatemi Oscar.

21/04/13

Il sogno tascabile




Ricapitolare, no. Non serve. Stavolta ce lo risparmiamo. Del resto, l’abbiamo detto in settimana. E ormai lo sapete meglio di me dov’eravamo venti, quindici, cinque anni fa. Non possiamo, prima di emettere un suono o comporre ogni singola parola, farci precedere dal fardello delle nostre premesse. Fino a diventare noi stessi una premessa. Senza fine.
Certo, siamo figli dell’esodo. Della diaspora. Nutriamo un bisogno fisico di raccontare. Di raccontarci. Come viandanti alle porte delle grandi città immemori. Delle metropoli dell’antichità. Dire chi eravamo. Dove siamo stati in tutto questo tempo. Un tempo infinito, che è già vita, ma che a noi sembra sempre una parentesi. Tempo in prestito prima di tornare a batterci coi nostri pari. Nobili decaduti. Cavalieri laceri, sporchi di polvere di campetti d’allenamento elevati al rango di rivali, con un lampo inestinguibile in fondo agli occhi. A parlare di “San Siro” e “Bentegodi”. Col rischio d’esser presi per cantastorie. Per pazzi. Per giullari della sorte. E quelli di fronte, gli interlocutori occasionali, a sghignazzare, a darsi di gomito. Che non ne esci se non gli spacchi il naso. Perché no, non me lo dimentico mica il corteo che ci portava allo stadio di Torino, con le Alpi sullo sfondo. Anzi, sembra ieri il freno a mano a Piacenza. Sento ancora lo stridio delle rotaie incandescenti.
Ma ci siamo accordati sul no. Oggi non si ricapitola. Oggi si racconta. L’alchimia. Il fascino perverso di questo gioco, che alimenta sogni per il grottesco gusto di vedere che faccia farai quando li avrà infranti. Ma, nel frattempo, tu sai che non vorresti essere in nessun altro luogo, se non in questo limbo della speranza, con le orecchie piene di ovatta e la ragione al macero. Un passo indietro. Non a quella volta che vincemmo 1-0 col Pescara al “Santa Colomba”. Ieri, nel Millenovecentonovantasei. Ma a questo pomeriggio. Alle tre di questo pomeriggio, più o meno. I fatti li sapete. Il Foggia della serie D è sesto. A cinque punti dalla zona play-off. L’ultimo posto utile è del Bisceglie. Ma utile a che? Oggi pomeriggio, alle 15, mentre tiro fuori le chiavi per alzare la saracinesca del covo, avrei risposto: “A continuare a giocare”. Perché non c’è nulla di così sconfortante come l’ultima giornata di campionato. Niente, dai tempi in cui tua mamma al balcone ti obbligava a rientrare a casa. “Si è fatto buio”. Il buio estivo di un precampionato algido che dura quattro mesi. Troppo. L’idea che il 5 maggio, alle 18, noi saremo già in attesa dei calendari della prossima stagione, è desolante. Incute terrore più dei preparativi nucleari di Pyongyang. Alle quindici, mentre accendo la televisione, avrei detto: “Fateci fare i play-off, anche se non so bene a cosa servano. Fatemi vedere ancora la mia maglia. Un’altra volta ancora, una volta sola e basta”. Bambini capricciosi, imbronciati. Cinque punti sono tanti, a tre giornate dal termine. Il Foggia è di scena a Monopoli. Trasferta vietata, ovviamente. Sarebbe stato magnifico. Esserci. Quei cento, centocinquanta. Macchia nera striata di rosso, nel settore del “Veneziani” che dovrebbero intitolare a Fabio Fratena. Invece, telecomando e divano. Senza neppure la compagnia della compagnia che ha tirato l’alba. “Con chi gioca il Bisceglie?”, “In casa col Matera”. Beh, quinta contro terza. Ma inutile farsi illusioni. Le illusioni sono tarocchi a perdere. L’impiccato. In più non c’è neppure la diretta. Teleregione trasmette il Cerignola. Se la mia anima potesse diventare un gabbiano e volare sulla testa dei presenti, mi sentirei decisamente in imbarazzo. A farmi vedere così, sul sofà, mentre guardo una signorina che legge sms degli spettatori e ogni tanto da la linea ad un tale Gianni da Monopoli. Ma a questo siamo costretti. E questo facciamo. Anche se alla propria anima volatile non si può mentire. Il Foggia sta giocando. Lo si intuisce da uno schermo in studio, alle spalle della presentatrice. Quello di sinistra, come un picture-in-picture. “Come ci siamo ridotti…”, dice il viandante che c’è in noi. E qui l’interlocutore dev’essere bravo a non assecondare. Altrimenti gli occhi si fanno lucidi e si ricomincia con quella volta che Bacchin lisciò e Di Canio ci sbarrò la strada per l’Europa. È un attimo. E si precipita. Invece, fissiamo lo schermo. Parliamo di Beppe Grillo e di Napolitano. In fondo, cinque punti in tre partite non si recuperano. Alla fine del primo tempo siamo 0-0. Il Bisceglie era passato sotto, ma ha agguantato il pari. Quarantacinque da giocare e i punti restano cinque. Secondo Lucano. È una passione lacerante, questa. Passi il tempo ad immaginare come debba essere ridicolo esultare ad un gol tra i dilettanti. E, senza accorgertene, fai venire giù lo stadio se al novantunesimo batti il Pomigliano. È una passione, l’ho detto. E le passioni mozzano la riflessione. Sono pura vita. Nella ripresa lo schermo scompare. O, meglio, il Foggia slitta sul terzo monitor, quello a destra. Per trequarti fuori dall’inquadratura. Il Monopoli attacca. Noi guardiamo una fetta di campo risibile. Chi ce ved. Certo, siamo di un’altra generazione. Il gol di Scienza a Cosenza intuito da come urlava Baldassarre. Il jingle dell’intervallo. 104,20 fm. O quella volta a casa di zio, davanti ad un film di Stanlio e Ollio che non guardavamo, gli occhi fissi sulla sovrimpressione che diceva Nocerina-Foggia 0-0. Per settanta minuti e passa. Poi 0-1. E il boato di due adulti e un bambino perché una sovrimpressione era cambiata. Vincemmo. Due a uno. Ed eravamo sudati come se avessimo giocato noi. Per noi la presentatrice che legge i saluti da casa è già oro. E poi viene il momento. Che il Bisceglie resta in dieci. E noi diciamo che, se il Matera vince, anche il pari va bene. Come se il campionato finisse a luglio. Perché un tifoso non chiede altro che la sua dose di immaginette a cui credere ciecamente. Lo stimolo perpetuo, che emerge impetuoso quando sembra sommerso dei rifiuti della routine. Invece il Foggia segna. Passa. A tredici dal termine. Noi non siamo lì, nel settore. Ad ammassarci l’uno sull’altro. A esplodere di gioia. Siamo qui, e neppure in venti davanti alla tv. Eppure attorno c’è una città che esce dal letargo. Come se il Foggia fosse una di quelle malattie imbarazzanti, da vivere privatamente. Ma che continua ad ardere. A farti fremere. Che quando sfiori il sogno, devi collettivizzarlo. Sento il mio urlo. Sento urlare. E comincio a sudare. Non riesco a stare seduto. Adesso cammino per la stanza, come quando al “Vestuti” sembrava non finire mai. Se ami questo gioco, non procedi per step. È una macchina del tempo, il mio Foggia. È il ritratto di Dorian Gray. Adesso i punti da recuperare sono tre. E questa città è tutta lì. Ne sento il respiro affannoso. Anche se è vergognoso dirlo. Dire che ti stai battendo allo stremo delle forze per partecipare ai play-off dei Dilettanti. Che non sai a cosa servono. Ma adesso no, non ha importanza ricordare i cinquemila dell’Olimpico. Adesso guardiamo la signorina. E sentiamo quel barese affranto che parla dell’assedio del Monopoli. Mentre il Bisceglie è in otto. E pareggia ancora. Il barista consuma le suole. Si affaccia – “Che fa il Matera?” – poi ritorna costernato al suo banco. E quando il Matera segna e glielo comunico è come se Grosso avesse infilato di nuovo i crucchi. Cazzo, cazzo, cazzo. Bisogna resistere. Il Monopoli ha preso una traversa, così dice Gianni. Ma adesso i punti sono due. Per un sogno in scatola a cui aggrapparci con l’entusiasmo dei sommozzatori. I minuti di recupero. Il Foggia raddoppia. Sarebbe stata l’estasi. La fuga di Giglio sotto le gradinate. Come Fratena nel 1987. E noi giù, uno sull’altro, ubriachi di gioia. Di una vittoria esterna in serie D. Non ci posso pensare. Ma non si parla d’altro. I malati di questa follia ora sono fuori. Ai balconi, a rifiatare. In strada, a commentare. A ridere. Carpisco brandelli di discorsi: “Due punti, due punti soltanto”. A due sfide dai titoli di coda. E la prossima, domenica in casa, rischia di diventare un evento. Si, certo, adesso si dovrebbero dire quelle cose Ultras tipo “Onore a chi c’è sempre stato”. Ma a me non va. Io fremo sin da subito a immaginarmi lo “Zaccheria” popolarsi. Perché l’amore mio è popolare. Le elite non mi sono mai piaciute. Rivoglio la gente, la mia gente. Ho parcheggiato sotto casa. Ho incrociato mio padre con un cappello giovanile, a passeggio. Mi ha sorriso in maniera inequivocabile. Ha detto: “Tutto a posto?”. Ma io so cosa mi stava dicendo, in realtà. Il Foggia ha vinto e domenica assaltiamo l’Ischia. “Si, papà, tutto a posto”.  

11/04/13

L’estrema colpa



Non basta, no. Dire che vent’anni fa giocavamo con la Juventus, il Milan e l’Inter. Quindici con Genoa, Cagliari e Torino. Dieci con Catanzaro e Sanbenedettese. Cinque con Padova e Cremonese
E che adesso abbiamo nostalgia anche del Tritum dell’anno scorso.
Non basta. Dimostrare – tutto documentato! – che abbiamo attraversato il deserto della curatela fallimentare, con una carovana precaria assaltata dai predoni, dagli sciacalli e dai coyote. Che siamo falliti, sprofondati. Che abbiamo lasciato la B ad Avellino, allo “Zini” e al “Santa Colomba”. E abbiamo ripreso da Termoli. Come se niente fosse. Che l’anno prossimo San Severo e Cerignola non saranno le location della partitella del giovedì.
Che guadiamo torrenti di lacrime. Che le foto non ci rassomigliano più. Che perdiamo i capelli e moltiplichiamo le rughe, aspettando una gioia.
Non basta. Pensare allo “Zaccheria” della festa popolare. Della domenica in apnea tra venticinquemila innamorati degli stessi colori. Volevano cacciare gli Ultras e riportare le famiglie allo stadio. Ora allo stadio siamo rimasti solo noi. La famiglia degli Ultras.
Non basta.
Questa povera, martoriata, sfibrante passione di minoranza, fuoco residuo di residuati bellici, Ultimi Mohicani di quel che un tempo era un tempio, deve subire anche lo scherno.
Un must. Le indicazioni per il naufragio affisse al muro immaginario: qualsiasi cosa vada male, compilare il modulo allegato. Scrivere quel che non va. E alla fine, a mo’ di estremo insulto, scrivete: “U Fogg è nu squadron!”. Equivalente indigeno dell’oppio marxiano. O, peggio ancora, del “Beato a te che non capisci niente” in voga tra Sant’Anna e le Croci.

Perché bisogna scegliere. Sempre. Rendersi soggetti geometrici piani, a una dimensione. Le priorità perdono il plurale. Una e una soltanto è la cosa che puoi fare. Devi scegliere, ma a conti fatti non hai scelta. Guai a dire che vai allo stadio mentre chiude il Gino Lisa. Diventi immediatamente un subumano. Una specie di spaventapasseri animato. Un abbrutito a comando, incapace di distinguere ciò che è importante, nella vita, da ciò che non lo è. E guadagni il disprezzo dei dotti.

Eppure io c’ero. Ricordo che c’ero. E che avevo un mal di denti terribile. Una carie. A notte alta, coi tir di traverso a bloccare gli accessi alla zona industriale di San Nicola. Davanti al fuoco acceso, coi metalmeccanici di Pomigliano d’Arco e di Atessa seduti a cerchio a mangiare flauti del Mulino Bianco. Di Termini Imerese. A parlare della Sata di Melfi, mentre si bloccava il terzo turno. E a me faceva male il molare. E l’alba non sorgeva. Mai. C’ero. Quella volta che occupammo la via esterna, per chiudere in trappola i crumiri. E quella volta che dalla questura si vedeva il castello mentre ci chiedevano il nominativo di un avvocato. C’ero in decine di pullman all’alba, col sonno a precipizio e l’acqua fredda in faccia per sfuggire al torpore delle coperte. Del disimpegno. E se la memoria non mi inganna, c’ero anche quando occuparono le case a Viale Europa. In mezzo alla strada, anche lì di notte. Di domenica notte. O ai picchetti della Sofim, dell’Upim, della Standa. C’ero a Lucera, quando gli operai occuparono la Metalsifa, a Cerignola contro il rigassificatore, a Manfredonia contro le trivellazioni in Adriatico e in corteo per l’aeroporto. C’ero, nella sala consiliare, a battere i pugni sul tavolo coi mobilitati della Cartiera. E subito dopo, in strada, a favorire i documenti alla digos. Che ci aveva fermati che manco Serpico. E poi si, c’ero a Barletta, a Bari sia quando segnò Di Biagio e perdemmo, sia quando segnò Matrone e vincemmo. A Salerno, ad Avellino, a Napoli. E a Venezia, a Portogruaro, a Cosenza. A Trieste, in una trasferta lunga tre giorni. Il mio grande sogno è sempre stato quello di giocare il primo turno di Coppa Uefa. Beccare il Cska di Mosca. E andarci in pullman. Oltrecortina. Poi la cortina s’è smaterializzata, l’Unione Sovietica s’è dissolta. E pure la Jugoslavia, dove aveva giocato l’Atalanta. Sul Kosovo piovvero le bombe. E si, all’Amendola c’ero. O almeno, ricordo d’esserci stato.

Il che dovrebbe comunicarmi qualcosa. Dovrebbe. Probabilmente una vocina cavernosa dalle cavità del mio cervello dal fegato grosso, mi sta dicendo che non c’è conflitto. Tra una cosa e l’altra. Non c’è idiosincrasia, antagonismo. Che il problema è di chi guarda e non vive, non certo il mio. Che la maglia, la città, l’impegno, non sono termini estremi di una rissa reale. Che volendo, le cose possono convivere. Che, anzi, convivono per forza. Perché legate, indissolubilmente. Quel che vuoi dare. Quel che sei disposto a dare. Quanto sei disposto a metterti in gioco. La politica è seria e il tifo è goliardico. Ma è vero anche il contrario. È quel che sei quando giochi a fare la differenza. Senza soluzione di continuità. E quando senti quei saccenti sbraitare alle nuvole grosse, prendersela con questa città e i suoi bipedi abitanti, accusarli di scarsa dedizione e attenzione (alla cultura, allo spettacolo, all’istruzione), e concludere con il più classico dei “U Fogg è nu squadron”, come a sottintendere una superiorità di casta rispetto ai bassi istinti della piazza, come a chiudere un pensiero autoarticolato, la tristezza s’apre varchi come una petroliera all’Artico. Perché si, capisco la serietà degli altri. Il loro modo di barricarsi, la loro ansia insensata di dissociarsi da una realtà alla quale si sentono estranei. Per talento e stile. Capisco chi dell’artista ha l’invidia. Compatisco. Le loro vite-roccaforti, il continuo chiacchiericcio. La frigidità sociale. Chiude il Teatro del fuoco, chiude l’Oda, chiude questo o quell’altro luogo di meretricio intellettuale, e tutti a indicare i pecoroni. Che pascolano, beati e spensierati, sulle verdi pianure di Viale Ofanto. Come se davvero vi fossero ancora 20 o 25mila pecorelle nel gregge. Come se fossimo nel 1993. Io pure pascolo. Ancora. Perché no, il teatro non mi piace. E manco il balletto. Ma non sono un mostro, per questo. O, almeno, credo di non esserlo. Sono un individuo sensibile e garbato. E non capisco perché sempre il Foggia, sempre il mio Foggia, debba fare da fogna del pensiero. Da negazione dello stesso. Perché continua – questa gente che si, saprebbe far funzionare la macchina amministrativa, se non fosse troppo impegnata a farsi i cazzi propri, ad estendere il proprio privato oltre i limiti dell’ego di un Mishima – ad indicare nelle mie amate magliette rossonere l’aberrazione, quando non la causa stessa d’ogni distrazione, d’ogni sortilegio piombato su questa città. Indifferente come le altre, assorta come le altre. E come le altre abbandonata da chi non perde occasione di descriverla come una discarica a cielo aperto, salvo poi – da altri lidi d’approdo – indicare le urgenze a chi rimane. Ma perché dare la croce all’unica passione capace di unire, di infervorare, di far ridere e piangere? Forse proprio per questo. Perché il mondo degli algidi odia le passioni. E anche un po’ perché le passioni rovinano il ciuffo.

“U Fogg è nu squadron!”, “Pensate ai fatti seri”.
Sarà fatto.

Ma ricordatevi, amici. Quando pronunciate le o aperte in luogo delle chiuse o delle pagine della Beat generation fate ulteriore scempio. Quando scrivete versi banali e li recitate impostandovi a Ungaretti. Quando riempite di dritte tecniche Malmsteen.
Che non è colpa mia, né del Foggia, se le vostre inclinazioni non suscitano passioni.
Che non è colpa mia, né del Foggia e neanche dei miei amici, se non avete amici.

08/04/13

Il sesto esistenziale




Domenica 7 aprile 2013, Nardò-Foggia 0-1


Per noi è così. Ogni trasferta vissuta come un evento. E come un evento, trascurata. Perché siamo refrattari all’idea del clamore. E dell’abitudine, al contempo. Quando sappiamo di dover viaggiare, pensiamo che non ci sia nulla di strano, che sia normale, che così è sempre stato. Che così siamo cresciuti. Invece, no. Non è normale per niente, non più. Da anni, ormai. Che l’ultima volta in pullman fu a novembre. Napoli, via Caldieri, zona Vomero. Da allora, il niente. Ed abbiamo ricominciato a sgranare i rosari dei nostri record di divieti. Anche in D, come per due stagioni filate in Lega Pro. Poi, dopo Matera, s’è mosso qualcosa. La società, persino il defibrillato sindaco. E l’Osservatorio che, munifico, ci apre un credito di fiducia. Il pullman fermo a San Rocco. Si gioca alle 17:30. Non chiedeteci perché. L’armamentario al completo. Le dodici e trenta. Nardò non è proprio dietro l’angolo. La Puglia è regione lunga e stretta. Lo si evince dalle cartine. Ma prima dell’una nessuno è pronto. Aspettiamo ancora un po’, è il momento di salire. Il Foggia è sesto. La posizione più stronza che la graduatoria possa offrire. Sesto, il gradino immediatamente sotto i playoff. A 8 punti dall’ultimo posto utile che, però, nessuno a capito a cosa serva. A fare gli spareggi nella speranza dei ripescaggi, dicono. E ci crediamo. Del resto, siamo senza stimoli da almeno cinque mesi. Non guardiamo avanti, non ci guardiamo le spalle. Ma maturiamo la sottile, inquietante sensazione di essere sesti da una vita. Di essere esistenzialmente sesti, non so come dire. Quella postazione metafisica propria di chi si batte, che a suon di bracciate chiede sacrificio e disciplina al proprio fisico, ma vede la terraferma beffardamente immobile alla stessa invariabile distanza. Da sempre. Mancano cinque partite. Davanti Monopoli e Bisceglie, che si alternano. Dinanzi a noi, il Basso Tavoliere e l’Alta Murgia, la Valle d’Itria e il Salento. Da percorrere di filato perché scende in campo la maglia rossonera. Senza stimoli, così come piace a noi. Scendere in campo per niente quando l’onore è in gioco. Come diceva quello. Le birre sono calde, i conti non tornano. Davanti si parla di strategie del finanziamento pubblico applicate all’industria dello spettacolo, di prebende alla cultura e di verde pubblico. Un simposio, intervallato da domande che simulano le volute del tasto Reset. In mezzo e dietro si cantano cori di scherno. Ci danno dei “sofisticati”. Noi ci impelaghiamo col Borghetti. Non andiamo di fretta, non grondiamo impazienza, alla fine non sappiamo neanche perché non siamo a casa a riposare. O forse si, si che lo sappiamo. E ci basta, aldilà dei calcoli e del pallottoliere di questa serie carogna. Pare che i casertani stiano volando verso Sassari. Torres-Casertana sa di anni Ottanta. Il J&B si scioglie tra i ricordi di quella volta a Barletta, campo neutro, quando gli assedianti si tramutarono in assediati. Sabrina non ha un’aria materna, oggi. Ed è buon segno. Quello, sgamone, scarosato non sembra manco così visibile. Skocca è casual tanto in maglioncino quanto in canottiera. I libici hanno un preoccupante sguardo concentrato sulla tappezzeria del sedile davanti, colorato come le divise di Campos. Che a noi, immancabilmente, riportano alla mente almeno un’assenza. Una sosta, frettolosissima. Un muro per i bisogni. Bari&Reggio. Poi via, il Salento. Ma nessuno guarda fuori. I cori, ancora, lo svincolo. Ci siamo. Non ci abbiamo messo tanto, in definitiva. Altri due pullman. Saremo un duecento. A Nardò, in serie D, senza obiettivi reali da dicembre. Non male, dai. I poliziotti all’ingresso chiedono il nominativo di un responsabile delle aste. Uno di loro chiede di andarci piano, che nella ressa di prima l’asta del bandierone gli è casualmente planata sul capo incappellato. Saliamo. Ecco, bene, siamo divisi. Per non farci mancare proprio niente. La spaccatura, da qualche tempo visibile in Sud, si ripropone qui. A destra, all’angolo, gli Indomabili. Al centro, il Regime e gli altri. Noi non interferiamo, ma alla fine il blocco sembra accorparsi sulla linea di centrocampo. Le squadre scendono in campo, scende una fitta pioggerellina. E cantiamo da schifo. Perché è il minimo. Se sparpagli duecento persone in una gradinata e pretendi di avere tre coristi e tre tamburi, l’effetto – logico – è quello della sagra. Quando a nugoli i contadini ballano ai quattro cantoni, al suono magnetico delle chitarre battenti. Ci proviamo, ma la stereofonia, l’effetto surround è insopportabile. Credo che neanche dal campo riescano a sentirci. Niente, non va. Il coro secco che dovrebbe scioglierci ci getta nello sconforto. E ogni faccia incrociata la dice lunga. Ogni viso è una richiesta d’aiuto. Della serie: “Ma perché sono qui?”. Il primo tempo scivola via completamente inutile. Di fronte c’è il loro gruppo di volenterosi. Ci hanno accolto con dei cori contro i tarantini. Alla fine del tempo c’è da prendere delle decisioni. La tribuna diventa politica e si sposta nel sottoscala. La pioggerellina diventa pioggia. Il cielo è nero, tagliato da nuvole cupe. La testa spoglia gronda acqua mentre le tre fiammelle continuano a sventolare sulla balaustra. Il settore, adesso, è vuoto. Vuoto e uniforme. Il dibattito pare proseguire. Le squadre rientrano. E i primi cinque minuti sono angoscianti. Noi siamo in cinque o sei. I fari sono accesi, il verde dell’erba è elettrico. L’acqua sempre più gelida e incalzante. I cappucci sono pregni. La bandiera sventola. Fino al contrordine. Tutti giù. Tutti assieme, si intende. Senza striscioni, senza appartenenze che non siano quelle alla nostra città. Che ovunque rappresentiamo. Ci piaccia o no. Tutti insieme, per quaranta minuti scarsi. Per il tempo che rimane. E si, da subito, da prima che il parterre diventi il pavimento di un discopub, lo capiamo: siamo una bella tifoseria, quando vogliamo. Quando ci gira, quando andiamo oltre gli steccati. Anche quelli dello spartito da eseguire. Quando oltrepassiamo i limiti dello stile, della compattezza, della perfezione dei battimani. Quando ci lasciamo prendere dalla foga della passione senza infingimenti o sovrastrutture. Cantiamo, balliamo, mentre dall’alto non smette di piovere. Sembra un vecchio Foggia-Reggina allo “Zaccheria”. Le torce illuminano il vapore acqueo. Ultras liberi! Il branco dilaga nel recinto. Soffia sul campo, dove la partita scorre via senza acuti. Quelli del Nardò ricordano Federico Aldrovandi. Noi diciamo Fuck Off all’Osservatorio. Poi riprendiamo le danze. Fino al boato, che giunge dai gradini più alti, da quelli con gli immancabili cellulari in missione per conto di Youtube. Ha segnato. Il Foggia ha segnato. E la partita è finita. Praticamente, in contemporanea. La squadra è qui sotto, sulle grate. Qualcuno si arrampica. E la memoria va a Fabio Fratena in quel di Monopoli. O a De Zerbi. Dov’era? A Brindisi? Uno a zero, è terminata uno a zero. Il Foggia ha vinto. Gli Ultras hanno vinto, facendo quello che sanno fare meglio. Hanno sospinto la vela. Rabbia e nostalgia. Appartenenza. Di nuovo ai pullman, assetati. A suddividere le birre rimaste. Nel buio di una mezza sera che sembra già nuovo inverno. Non c’è da farsi calcoli o spiare la classifica. Siamo sesti. È una vita che lo siamo. 

26/03/13

L’anticipo del sabato di Pasqua


ha sempre portato male al Foggia.

Questo pensavo stamattina, mentre mi lavavo i denti (atto che per qualcuno, ho scoperto ultimamente, ha persino un valore politico). E la mente ha cominciato il gioco delle associazioni. M’è tornato a galla Clagluna e la sua Salernitana, anno di grazia 1988. Pasqua cattolica festeggiata il 3 aprile. Rossoneri sconfitti al “Vestuti”. 2-1, con un rigore che definire “dubbio” farebbe rabbrividire gli indecisi cronici. Sasà Campilongo vestiva la maglia granata, all’epoca. E non so neppure se lo chiamavano già Sasà. Di certo non faceva ancora il testimonial per la guaina che migliora la precisione del tiro a rete, sul Guerin Sportivo. E neppure se allora si usasse il termine “testimonial”. Comunque sia, Campilongo si lasciò cadere a peso morto, tra Scienza e Accardi. Senza alcun contributo dei nostri difensori. Mazzalupi di Roma, al minuto 42, regalò ai campani il penalty vincente. Avevamo pareggiato con Baldini solo quattro minuti prima. Clagluna – alla domanda: “I foggiani contestano il rigore. Lei cosa risponde?” – dichiarò: “Perché? Era troppo angolato?”. In panca c’era Marchioro. Non andammo in B.

Il dentifricio fa il giro del cavo orale. Risciacquo. Sputo.

Nel 1989 andò pure peggio. Perdemmo a Caserta, 2-1, dopo una striscia di risultati positivi che durava, se non erro, dal rovescio di Frosinone. In settembre. Caramanno era uno che non vinceva quasi mai in trasferta. Ma col calcio del due punti a vittoria, arroccarsi pagava. Ma soprattutto quel 25 marzo perdemmo, persi, si può ben dire per sempre, il mio eroe dell’infanzia: Fabio Fratena. Un fallaccio, una specie di chiusura a sandwich, una caduta scomposta. E il Buitre di Capitanata cessò d’essere il trascinatore sul campo. Un gran gol di List non evitò la sconfitta.
Ispeziono i denti con la lingua. E mi sale al cervelletto il pareggio interno con l’Udinese, 2-2, l’anno della promozione in A, con Zeman. Vincevamo 2-0 e dovevamo continuare ad attaccare. Pioveva, o quasi. Ero in Curva Nord. L’unica partita mai vista sotto, in Nord. C’era tanta di quella gente che la metà avrebbe fatto la gioia del presidente del Bari. Con mio padre accanto, assistetti ad una prodezza di Beppe Signori. Una punizione di seconda con gol in scivolata. Una cosa da antologia. Poi segnò anche Balbo. Si, Pasqua porta sfiga.

Poi, una volta uscito dal bagno, decido che non è il caso. Devo documentarmi meglio. Non è possibile che si sia sempre perso. E d’incanto mi torna indietro come un boomerang quel colpo di vento che spinse in rete un calcio d’angolo di Stroppa contro il Piacenza. Era il 2 aprile del 1994. Avevo appena visto Il nome della rosa in videocassetta e tentato l’ultimo disperato tentativo di riavvicinamento con la santa madre Chiesa. Hai visto, mi dico.
E i ricordi tornano a rimescolarsi, come un mulinello d’acqua dolce, lacustre.
A Messina, al vecchio “Celeste”, vinciamo 2-0 con doppietta di Signori, nel Novanta.
E 5-0 il Verona di Liedholm, nel primo anno di A, con Zeman. Il povero barone disse che mai aveva subito un’umiliazione così pesante. I veronesi erano trenta. Erano raccolti e noi gli auguravamo di finire tutti appesi. Ricordo. Così come ricordo, ma a malapena, il pari interno col Parma dell’aprile ’95. L’anno della desolante retrocessione in B, dopo i fasti del nono posto. L’anno che scoprii Le Fanu.
E come ho potuto dimenticare quella ormai storica trasferta all’ “Olimpico” con la Lazio, con Di Vincenzo che realizza un eurogol in pallonetto e corre sotto un settore semideserto, dove saltiamo come invasati e, con l’ausilio del tetto protettivo che fa da amplificatore naturale, da cava, sembra di essere un migliaio e non 100.
Ormai sono adulto, vestito di tutto punto, e sto per chiudermi alle spalle la porta di casa per andare a lavorare. E ripenso a zio Tarcisio Burgnich, alle sue strepitose salvezze, alle stagioni di B. D’incanto mi torna il buonumore. Ripenso a Sciacca, che con un rasoterra da fuori beffa al novantesimo il portiere del Brescia ed espugna il “Rigamonti” vendicando – seppure parzialmente – un 0-5 casalingo subito all’andata con Delio Rossi sulla panca. Stile zemaniano. Il 2-0 con cui regoliamo in casa la Lucchese, nell’anno della pasquetta a Vasto, il 1997.

In strada c’è vento e quasi pioggia.
E il ricordo tende ad adeguarsi. Si rifà uggioso, chiaroscuro.
Il 3-3 di Treviso, l’11 aprile del ’98. Quando con Angelo al Ruvé sembravamo in trance ed ognuno chiedeva all’altro di svegliarlo. E attorno a noi altri cinquanta avventori, che chiedevano lo stesso al titolare del bar. Che nel frattempo era uscito scosso e fuori di sé per le vie della città incredula. Lasciando incustoditi interi fusti di birra. Si vinceva 3-1 e, rilassati, guardavamo i nostri fallire le palle per rendere più definitiva la vittoria. Al novantesimo si vinceva 3-1. Non ci credo ancora oggi. M’è pure capitato di ritrovare tracce di quella partita nel doppiofondo di una videocassetta, mentre senz’altro cercavo altro. Ed, ironia della sorte, era una cronaca integrale. Telenorba. Del quale rimangono gli ultimi cinque minuti più il fatale recupero. E la festa di quei quindici ultras che c’ha il Treviso.
Nel 1999 eravamo in C1, di nuovo, e impattammo a Palermo.
Due a due. Poche ore prima un viale di vecchi aveva fissato lo stesso punto nel cielo, prima di cena, alle mie spalle. Avevo contato i bombardieri che si dirigevano su Belgrado. La cosiddetta “guerra del Kosovo”. Una Pasqua militante.

E ancora, il Duemilaotto. Il tre a tre di Cremona. Che cosa ha fatto Mounard!
Il Duemilanove. L’uno a uno di Benevento. Il giorno della scarica di birre a prezzi Ultras.
Il Duemiladieci. L’uno a zero di Rimini. Che almeno i cardoncelli non ci vanno di traverso.
E il sabato dei mille nocerini tesserati allo “Zaccheria”. Duemilaundici. Ancora Zeman. 0-1. La loro promozione sotto i nostri sguardi di pietra.

Già, in definitiva, l’anticipo del sabato di Pasqua ha sempre portato male al Foggia.
Ma quest’anno si gioca di giovedì. Per quel che vale.

22/03/13

L’esperienza del Borghetti




Nessuno può dire di conoscere la solitudine se non è mai stato colpito da un Borghetti allo stadio.
Una solitudine totale. Una solitudine semplice. Assoluta. Che sa di scherno. Di irrisione. Che viene da invocare gli astri, il dio sole, le divinità monoteiste. È un momento filosofico. Più ancora che trovarsi ai piedi del Monte Fuji o allo svincolo del deserto del Gobi. Un Borghetti sulla testa è lo stigma della condizione umana. Fa sentire piccoli e insignificanti dinanzi alla maestosa infinità dell’universo. Capitava ai tempi. Quando in curva Sud si stava in tre per metroquadro, che per respirare bisognava alzare gli occhi al cielo, riemergere con le narici dilatate dall’apnea del rettangolo verde. Quei tempi di calca, di ressa. Quelli della sommatoria di adrenalina. Lontani millenni dagli odierni divieti di vendita d’alcolici. Il Borghetti era lì, nelle sue confezioni monodose. Plastiche e indispensabili ai giovanotti vivaci come agli attempati padri di famiglia. Di solito accadeva nel prepartita. Perché senza gli attori in campo, senza fasi di gioco da seguire e commentare, senza i cori da eseguire, tutta l’attenzione era rivolta al cuore degli spalti. Una specie di sguardo introspettivo, rivolto all’interno. Un guanto rovesciato. In quel momento sei teso. O assonnato, che dopo il sabato sera ti è toccato arrivare alle 10 ai cancelli. E quando alle 14 sei dentro, mancano ancora due ore al fischio d’inizio. E la curva già straripa. E si inganna il tempo. Fumando copiose sigarette. Salutando amici e conoscenti. Commentando con i due o tre compari che hai accanto gli eventi della serata precedente. Che tanto siamo stati assieme e c’è poco da commentare. Semmai, qualcosa da ricapitolare. In quei momenti – drappeggiati di sguardi ritmati e frenetici agli orologi da polso – l’aria è ferma. In alcuni spigoli, prima di certe partite, bolle. E tu sei lì. Assonnato, teso, frenetico e ritmato. Concentrato sul gazebo pubblicitario a centrocampo e sui due alla trequarti. L’uomo del Borghetti era una coda di cometa, catapultato da una forza cibernetica dalla profondità degli spazi al gradone sottostante. Con la cassetta a tracollo. Guardava in su. Impresa individuale assediata. L’incedere fermo, lo sguardo più fermo dell’incedere. Cupo. Non sorrideva mai, l’uomo del Borghetti. Non rientrava nel copione. Magari non è così, ma è così che lo disegnano, pensavo. Gli spiccioli, i furbi, gli arroganti, i lenti. Una quantità di fenomeni sociali da tenere a mente, nell’attimo in cui la frazione spacca il secondo. Velocità d’esecuzione, transazione senza fronzoli. Mano al portafogli, chiavi in mano. Tu sei lì. Osservi e ti chiedi come faccia, quell’uomo, a reggere per intero sulle sue gracili spalle il peso della sete alcolica di una curva da 5mila soggetti. E, soprattutto, come faccia quell’uomo a raggiungere le estremità della Sud. Luoghi ai più sconosciuti. Lande solo parzialmente esplorate. Passaggio a Nord-Ovest. Inossidabile come Atlante, ubiquo come Padre Pio, sgusciante come Houdini. Caratteristiche che lo rendono simile ad un Lama. Non un semplice posto di lavoro, il suo. Non a caso su Business Affari non c’è mai stato alcun riquadro, alcun numero di telefono, alcun indirizzo dove mandare i curriculum. Per diventare l’uomo dei Borghetti dello “Zaccheria” non serve competenza. Serve illuminazione. Predestinazione. Tu sei lì e lo guardi. E fa caldo. Anche a febbraio, con cento persone che ti respirano addosso, che si muovono tra le linee con agilità. Se facessi un passo avanti io, penso che cadrei in un vuoto di persone. Anche per fare quello che va a comprare i Borghetti agli amici ci vuole pratica. Bisogna scavalcare un popolo. A quel punto sei rilassato. Concentrato. Del resto mancano solo quarantacinque minuti all’ingresso delle squadre in campo. E nel sonno della fragilità, immancabilmente succede. Un volo a planare, di cui non ti accorgi, non puoi accorgerti. Dall’infinitamente alto, dalla Montagna, dai luoghi sconosciuti, un plastico involucro scolato è già partito. Disinvoltamente. Vola a mezz’aria, sulle teste di centinaia di sconosciuti ignari, rivolti al campo. E si gode la picchiata. Tu sei lì. E non lo sai. Ma quell’involucro cerca te. Tra migliaia di crani, te. Il tuo. C’è un momento preciso. Un segmento di vita in cui la corteccia cerebrale si rattrappisce. Ti spinge a schiacciarti, a comprimerti nel collo. A chiuderti. E non è ancora successo. Ma sta per accadere. Il tonfo, poi, è metallico. Immane. Amplificato dalla scatola cranica. Sembra una rondella di ferro, un pezzo d’incudine. Qualcosa di grosso. Di enorme. E sei solo. È capitato a te. E capisci cos’è la solitudine. Solo, tra migliaia di anonimi. Il Borghetti ha colpito te. E non puoi riavvolgere il nastro. Devi reagire. E hai due scelte. Fingere che non sia mai successo, tenerti la ferita nell’animo senza metterti a piangere, e rivolgere una domanda a caso a quello che ti sta accanto. E, quasi sempre, scorgere negli occhi di chi ti sta attorno che tutti hanno visto. Solo. E al centro di un mondo che sghignazza. Una crudeltà sottile. Colossale. Oppure puoi scegliere di girarti. Voltarti di scatto, con lo sguardo truce da affiliato italo-americano che supera gli steccati dello sbandamento. E fare il falco. Scrutare le facce disinvolte, come uno schiaffo del soldato con un intero battaglione a giocare. E tu sotto. Ma questa è un’opzione da scartare. Chiunque abbia un minimo d’esperienza in Borghetti in testa sa che è meglio non farlo. Anzitutto perché non troverai mai il colpevole. E poi perché, di solito, il colpevole non ha coscienza di esserlo. Ma di certo, pure individuato, non ti chiederà mai scusa. Potresti persino imbatterti in un pluriomicida amnistiato. In un boss della malavita. Oppure, cosa assai più probabile, dare l’esempio. Far capire d’essere sensibile. Mostrarti nudo nell’atto della permalosità. Facendo si che i quarantacinque minuti che ti separano dalla partita si tramutino in un immeritato inferno. Giacché tutti quelli dietro di te avranno, da quel momento, un’irrefrenabile voglia di comprare un Borghetti, berlo velocemente, e puntare la tua testa come un bersaglio di freccette al pub. È questo il groviglio emotivo che ti fa vacillare. E devi essere bravo e allenato a sbrogliarlo rapidamente. Allora sorridi. Un Borghetti sul cranio è una casualità. Al secondo diventa una questione d’onore. Ti convinci che sia così. Ma dentro, sei l’emblema di una solitudine irriducibile. E devi pure ritenerti fortunato. Hai provato l’esperienza mistica. Nulla, dopo questo, ti farà sentire una monade. 

Il Libro