29/07/13

L’oasi in fiamme



Domenica 28 luglio, Campitello Matese, Foggia-Petrella 17-0

Oasi di tranquillità. È l’immagine figurata più ricorrente sui depliant che illustrano Campitello Matese. Millecinquecento metri d’altitudine. Il display della macchina che assesta sui 28° la temperatura, dieci in meno rispetto alla Madrepatria. Il verde dei boschi e dei pascoli, il grigio abbacinante dei sassi, dei massicci, dei crepacci. Un mucchio di alberi e di ombra. Le stazioni sciistiche disattivate per l’estate, gli alberghi cortineschi – dalla forma che evoca Umberto Smaila – in piena attività. Perché non è di sole discese e risalite che campano i professionisti della villeggiatura, qui. Questo, in questo periodo, è un posto che sembra plasmato sulle esigenze delle coppie rodate, magari con prole, desiderose di staccare la spina ed espellere tossine, respirando silenzio e aria d’altura. Il luogo adatto per riprendersi dalle fatiche della routine. Dal lavoro e dai suoi assilli. Oasi di tranquillità, non a caso. E chi, con questi salubri intenti, si è concesso questo fine settimana, ha fatto l’affare del 2013. Perché noialtri ci siamo messi in carrozza all’una e passa. Sotto un sole perpendicolare e cocente. E dopo i girasoli offesi dalla capa calata, gli appezzamenti dai colori terrestri, le cascine e i casolari, i cartelli per Roma-Isernia, lo svincolo per Boiano e l’inizio della salita – 5 km –, le bottigliette d’acqua ai lati della carreggiata a memoria plastica di quanto i ciclisti infestino l’ambiente (o dell’ultimo Giro d’Italia transitato da queste parti appena undici anni fa), siamo sbarcati al pianoro sul modello di placidi Cavalieri dell’apocalisse. Ma c’è gente che ha trascorso qui la notte. Distinti saluti. E uno sguardo attorno. Quelli senza magliette sono foggiani. Nella geografia della percezione degli antichi Dauni, Campitello è ancora colonia, nonostante i cento e passa chilometri. E di nostri concittadini, oggi, brulica il rifugio. E l’oasi va in fiamme. Lo si nota nel doppiofondo degli sguardi di quelli che sono arrivati carichi di borse frigo e provviste per l’eremitaggio. Un soffio di rammarico che sfiora la disperazione. E sussurra: “Eccheccazz…”. Come una muta preghiera. Sotto le fresche frasche, in pendenza, ci accampiamo con Jordan e Simona, qui da stamattina coi piccoli. Come la legge di Troisi per il Mezzogiorno, quando arriviamo noi è sempre ora di pranzo. Una famiglia dall’accento napoletano gioca a carte qualche albero più in là, fingendosi rilassata come una Duna in uno Zoo Safari. Ogni tanto, dall’altro lato del campetto dell’albergo Kristiania, ruggisce un leone o sbadiglia un ippopotamo. Gli uccelli si alzano in volo, in preda ad uno spavento da evacuazione, da esercitazione anti-incendio. E i napoletani alzano lo sguardo dal tavolino da campeggio e guardano l’orizzonte. Con malcelata preoccupazione. Sono animali strani, questi foggiani. E il campionario qui, oggi, è al completo. È sempre bello ritrovarsi. Scatta l’ora della merenda. Parmigiana nei bicchieri, come un pranzo finger-food. Fashion. I bimbi fanno amicizia. La sacralizzano nel nome di un pallone da calcio. Infine trovano il varco nel reticolato ed esondano in campo. Il terreno di gioco è occupato, manu militari. Noi fingiamo di nutrirci di ombre, ma il sole tamburella sul cranio anche qui. Alle 17 il Foggia scenderà in campo contro il Petrella. Che poi è il Montagano-Petrella. Ma qui di alcool ne è già sceso tanto. Arrivare alle 17 è un imperativo faticoso da rispettare. E proprio quando sembra che la tranquillità abbia ripreso possesso dell’oasi, quando tra i napoletani serpeggia anche l’ardimento di sdraiarsi a dormicchiare, in quei tre minuti che vanno dalle 16:28 alle 16:31, che una carovana di macchine risale la fiancata del monte innocente. I clacson inondano l’aria. All’albergo, fioccano le disdette. Come nella riviera marchigiana dopo il terremoto. “Viva gli sposi!”, gridano rinvigoriti gli antichi Dauni. E sono ovunque. Sbucano da ogni centimetro di macchia mediterranea. Dai buchi negli alberi, come fauni. Esultano della presenza di loro simili. È una sensazione antropologica. Anche noi usciamo dal rifugio di rami. E, ipnotizzati, puntiamo il caravanserraglio di vetture. La nostra curva di ritorno dal ristorante. Portiamo in dono vodka e Schweppes. Gli altri ricambiano con Borghetti, gin e Lemonsoda. I magi hanno oro, incenso e mirra. Si arguisce subito che il problema reale non è nel ripescaggio, ma nell’alcolismo. Che le fidejussioni sono l’ultimo dei grattacapi, per gente come noi. Arriva anche il Petrella, sul furgoncino. Maglia verde. Sembra il Pescina. Il Foggia, in maglia bianca, entra a tastare il terreno. Ma resta immobile sulla soglia, come un solo uomo. Il campo è occupato. Ci sono dei bambini che corrono dietro un Tango. E mettersi contro i bambini è davvero dura. Non ci voleva. Servono interlocutori, gente di pace e di diplomazia, che possa convincere quegli indiavolati a lasciar perdere la porta e a far giocare i grandi. Dopo una densa trattativa, i piccoli indiani abbandonano l’area di rigore. E il nostro portiere può andarsi a fare un sonnellino di quarantacinque minuti. Fumogeni rossi nella radura. Uno striscione a centrocampo. Per gli Ultras condannati in Tribunale, rei di aver acceso una torcia in quel di Trieste, quattro anni orsono. Non chiediamo clemenza, torciata alla sentenza. Il Foggia ogni tanto fa gol. Ma in curva si sta come in un privè. Saluti, incontri, chiacchiere, canti. Un’oasi di tranquillità, Mo C Vol. Vinciamo 17-0. Ma i pareri, su questo, sono discordanti. Io, per esempio, ero rimasto a 4. L’arbitro fischia appena in tempo. Un prepotente gregge di pecore investe il sentiero che costeggia l’impianto. E si ferma a brucare dietro la porta. Noi chiamiamo la squadra sotto la curva. E tanto già lo so che l’anno prossimo non gioco in Lega Pro. E mentre il sole smette di scottare, di rimarchevole resta il dialogo tra Mario e Padalino – “Mister, tu ce fa batt u cor!” – e il nostro ballottaggio tra Baranello e Vinchiaturo. Vince Baranello. Perché Jordan sostiene sia più facile da raggiungere. E perché, chissà perché, Vinchiaturo fa ridere. See You Ind’o Street.

La Compagnia del BarAnello

C’è questa strada che si immerge nelle campagne. C’è un odore forte, pungente. Un certo benessere. Rilassati. Consapevoli. Tagliamo i poderi. “Ho letto un inquietante 65 chilometri a Baranello”, “Sessantacinque chilometri e arrivi in Svizzera. Sono sei e cinquanta”. C’è questo paese che non sembra palesarsi. Non si concretizza. Si annuncia in semplici case ai lati dell’unica via. Un bar sulla destra. Un bar sulla sinistra. Che poi è lo stesso, visto che abbiamo fatto inversione al finis terre. Gli ombrelloni rossi della Peroni. I tavolini rossi della Peroni. Ma qui siamo in Molise. Si beve Forst. “Buonasera” ai giocatori di carte, agli avventori. In questi posti è semplice e bello augurarsi la buona sera. È una specie di riflesso condizionato. Viene spontaneo. Il nostro primo giro di birre e patatine San Carlo. È ancora giorno. L’attimo. È così da sempre, da Altedo, da San Giorgio, dai tempi ancora più remoti, fino quasi a Pizzighettone. L’individuo che si specchia nel suo gruppo. E avverte la propria strutturale diversità. E l’orgoglio d’appartenere, oltre ogni pretesa libertà. La signora al banco ci regala due cartoline del paese. I bambini si svegliano. Ginevra sceglie un nuovo nonno nel proprietario del locale. E va a caccia di gatti e chupa-chups. Il secondo, il terzo giro. “Ma voi chi siete?”. Il Foggia, signora. Comincia a fare buio quando ci ricordiamo della parmigiana in macchina. E ci sembra il minimo farla assaggiare. Perché quel ci inorgoglisce, va condiviso. Un avventore ci mostra le trote che ha appena pescato, mentre il suocero di Cuffa – seduto a giocare ad uno strano gioco con un bel mazzo usurato di carte – non si ricorda se il genero aveva giocato nel Pisa. Prima di venire, indimenticato, da noi. Il nuovo nonno di Ginevra ci offre un giro di grappa. Il secondo. A sera, siamo una famiglia di fatto. Il distacco è da “Saluti alla signora”. Ma come quell’infamone di Beppe, Signori siamo anche noi. Non si discute.

24/07/13

Una torcia, un giudice, una condanna


Trieste, stadio Nereo Rocco. Bello, uno dei più belli d’Italia. All’inglese. Agosto Duemilanove. Coppa Italia. Siamo in cento, qualcuno in più. Novecento chilometri per rivedere le maglie rossonere. All’ingresso, la borghese con la telecamera filma i volti. Uno per uno. In posa. Cheese. Non sia mai che qualcuno possa pensare che questo sia un luogo di aggregazione. Fa caldo, siamo a mille. A torso nudo, stilliamo adrenalina. I cori rimbalzano sotto la tettoia. I battimani sono elettrizzanti. Le squadre in campo. Il rosso delle torce. La nostra festa non deve finire.

Una festa ostinata, che continua solo per la nostra ferrea volontà. Perché vogliamo che prosegua. Che altrimenti, fosse per quel che vediamo, sarebbe finita da un pezzo. Non ci pieghiamo. E lo facciamo per noi. Per quel rosso delle torce, per quell’oltraggio di colore nel grigio della notte triestina, due dei nostri sono stati condannati. Qualche giorno fa, dal Tribunale della città giuliana. Condanna penale. Seria, cazzuta, degna di un ladro, di un rapinatore, di un molestatore. Rispettivamente a dieci e sette mesi di reclusione. Senza sospensione della pena, ci ha tenuto a specificare il giudice. Condanna esemplare, che se confermata in appello vedrà spalancarsi le porte di un sovraffollato carcere italiano per altri due Ultras.

Rei di aver acceso una torcia. Senza arrecare pericolo al prossimo, senza lanciarla in campo. Che altrimenti la sentenza sarebbe stata più grave. Un anno e sette mesi, aveva zelantemente chiesto il Pubblico Ministero. Non ci sono commenti plausibili. Abbiamo la gola secca a furia di ripeterci come stanno le cose.

Si. Questo è il calcio che avete voluto. Quello degli stadi vuoti e blindati, delle telecamere a indagare le nostre ore d’aria, prigioni a cielo aperto dove le proibizioni superano di gran lunga le passioni. Dove gli Ultras sono il mostro da debellare.
Ma questa è anche e soprattutto la nostra vita. E i giudici sono brave persone. Perché solo le brave persone, i benpensanti, quelli in buona fede, possono di giorno distruggere la vita a due ragazzi e di sera guardare in faccia i propri figli e radersi la mattina col cuore sereno. Le brave persone sono un cancro. Ancor più letali quando al servizio di un sistema infame che ha deciso di parificarci a comuni delinquenti. E trattarci come tali, anche in assenza di reato.

Che si sappia. E che giunga il nostro disprezzo.


Ciurma Nemica Foggia

06/05/13

La tribù



Il gran turismo della Nord è di colore blu. Avanza lentamente, pigramente incolonnato nel traffico della domenica pomeriggio. Non che ce ne siano molte di macchine, complessivamente, in giro. È una bella giornata di maggio e se non urge un mezzo, si esce a piedi. Ma questa è zona cruciale, strategica. Da Piazza Italia alla villa comunale. Dai finestrini, dal boccaporto sulla cappotta, sbucano bandierine. Rossonere. A bande orizzontali e con le tre fiammelle. Un braccio fuori. Una mano che regge una torcia. Accesa, rossa. Un’altra, bianca, brilla dall’altra parte. A riempire di scintille e fumo l’altra corsia. Dagli abitacoli delle vetture che “scortano” il pullman, che lo precedono, lo seguono, lo circondano, colpi di clacson e grida di esultanza. L’intera carcassa del veicolo è percorsa da una scarica elettrica, attraversata da un’onda magnetica plurima. Ondeggia, come il tagadà della festa di Sant’Anna. E mentre il sole s’abbassa, tinteggiando la città d’un intenso colore rosato, un coro s’espande su tutta via IV Novembre. Facendo canticchiare i passanti. Qui c’è una curva che canta per te.

Re-wind.

Undici del mattino, s’era pattuito. Pomigliano d’Arco. Napoli, il primo agglomerato di case dopo la barriera. Il destino nelle nostre mani. Se vinciamo, possiamo anche evitare di sapere cosa fa il Bisceglie in quel di Santa Maria. Se vinciamo, i playoff non ce li toglie nessuno. Ma non è una formalità. Quelli, a Pomigliano, si sono inferociti. La “nostra” società ha contestato la scelta della Lega, che originariamente aveva fissato questa partita al sabato, con diretta su Raisport. Una decisione assurda, considerata la situazione di classifica e il vantaggio che si sarebbe concesso alla diretta inseguitrice. Ricorso accolto e niente anticipo. Né diretta, né oboli alla società campana. Che se l’è presa a male. Alle dodici meno un quarto siamo ancora a Piazza San Francesco. Esplode un cobra, a due passi dal santo che, ieratico, dal Monte della Verna in miniatura, innalza lodi al Creatore. Il vento sospinge il fumo sulla strada. Mancano un paio dei nostri. Altri due pullman, più una piccola quantità di macchine, si sono già incamminati. Noi siamo i soliti ritardatari. Ore piccole. La pipì è una struttura mentale. Il bisogno di farla è prestidigitazione del cervello. Io vorrei evitare. Perché, altrimenti, dovrei andare al bar-ricevitoria di fronte. E l’unica volta che sono stato lì era il 17 novembre. Prima della trasferta al Vomero. Un cattivo presagio. Che, in quanto tale, mi gonfia la vescica. Sfido la sorte. La faccio e salgo a bordo. Cinquantasei persone. Praticamente il doppio, più del doppio, dell’ultima volta. Che, però, era di sabato. Due bottiglie di William Lawson’s da sorseggiare amabilmente, la statale. Candela. Quello che vende i sottoli. L’Irpinia che filtra dai finestrini è un rincorrersi di colline verdi, suscita un richiamo primitivo. All’autogrill sopraggiunge il pullman degli Indomabili. Della Zona 1990. Una macchia nera – tranne qualche rara, bizzarra eccezione – dilaga nel piazzale. Gli amici di Castelluccio Valmaggiore mettono a giro un po’ di Faxe. Si parla di quella volta che s’è sbancata la macchinetta e fatta l’alba. Siamo rilassati. La serenità dei forti. C’è un bel sole alto. E ancora un tratto di strada da fare, in carovana. Non succede, ma se succede. Una sirena da nave chiama l’intera compagnia nei mezzi. Quello del 1990 ha occhi. Due occhi azzurri disegnati sul muso. Una nave fenicia. Meno di un’ora e siamo al casello. Ora la tensione è maggiore. Un’attenzione che, però, non sfocia nell’allerta. Siamo sicuri di noi, oggi. Non c’è incognita che tenga. Una curva  e troviamo i lampeggianti. Scortano una batteria di autovetture giunte da Foggia. E non solo. Ci inabissiamo nei vicoli stretti. Guardiamo fuori lo spettacolo al vero deprimente di una cittadina ideata a mo’ di dormitorio. Con una fretta d’edificare pari solo alla densità abitativa che ne è conseguita. O che l’ha preceduta. I rari slarghi sono sottoponti, quadrati di cemento costellati di piloni all’ombra di un viadotto. Un cappellino verde dell’Heineken. Slalom tra le case basse. Sembra Marcianise. Ci siamo. Anche il muro dello stadio ricorda quella trasferta di qualche anno fa. I pullman fanno manovra. Scaricano il loro contenuto sull’asfalto rovente. Si stendono le stecche, si scotchano bandieroni. Quello del Vecchio, quello del Regime, quello degli Indomabili. Vogliono 15 euro a cranio per farci assistere a questa avventura. È parte del piano di vendetta del Pomigliano calcio per non essere andati in televisione. Un piano destinato a fallire che, difatti, fallisce. Paghiamo 7. E stanno ben pagati.

Il settore è un pezzo di gradinata che dal centrocampo porta alla trequarti dove, in questo primo tempo, attacca il Foggia. Piena estate. Siamo duecento. Tutti i volti noti e qualcuno in più. Ci giochiamo l’accesso agli spareggi. L’entusiasmo, in città, è salito in queste ultime settimane. Fa sempre bene al cuore sapere che questi colori non saranno mai ammainati. Che possono istigare alla stanchezza, ma mai all’abiura. Di fronte a noi, nella tribuna centrale, un gruppetto di ragazzini ci accoglie con cori ostili. Il Pomigliano è granata, o qualcosa del genere. Il bandierone che sventola è, però, azzurro. Noi partiamo sfilacciati. Tre lanciacori e tre tamburi sono un po’ troppi per una piazza come la nostra, abituata a scazzarsi su tutto ma con una vocazione unitaria che, in trasferta soprattutto, non ci ha mai fatto sfigurare. Ci eravamo lasciati sotto l’acquazzone di Nardò, quando sembravamo giocare tanto per. Riprendiamo adesso con tutt’altra testa. Il calcio è un gioco affascinante. E perverso. Un affascinante gioco per pervertiti. E masochisti. La squadra ci ha già salutato. Ora gioca senza particolare apprensione. Il Pomigliano fa il suo. Noi, come sempre da queste parti, facciamo inviperire i dirimpettai. Noi non siamo Napoletani, cantiamo, istigando il pubblico locale a mandarci a quel paese. Ma, come a Sant’Antonio Abate, sarebbe più opportuno cantare che loro non lo sono. A quel punto si che avrebbero di che incazzarsi. Uno striscione recita: Foggia merda. “Vi vogliamo così!”. Zero a zero e bagno. Bottigliette d’acqua rastrellate. Pare che il Bisceglie perda. Ha avuto un crollo verticale.

La ripresa dovrebbe essere un simpatico diversivo. Dovrebbe servire alla prima abbronzatura della pelata. Del resto, quelli di fronte si sono stancati di canticchiare. E noialtri pure non sembriamo decollare. Quando un battimani ci viene bene, uno dei tre tamburi manda fuori tempo il coro. Però siamo belli. Siamo sempre belli. Ma poi, più o meno al venticinquesimo, uno in maglia bianca, uno dei loro, prende sta cazzo di palla, si gira, si rigira, e d’interno a girare la scaraventa verso la nostra porta. Il nostro estremo salta sulla sinistra, a guantone dispiegato. Ma non ci arriva. Gol. Uno a zero per loro. E l’autore della rete si toglie la maglietta e corre, impazzito di gioia, sotto la tribuna. Dove un pubblico festante lo acclama come Traiano al ritorno dalla campagna di Dacia. Alziamo un coro di sostegno, finalmente massiccio. La squadra ferma a centrocampo, ad aspettare che i bianchi ritornino dall’happy hour. Un grattacapo, adesso. Se il Bisceglie dovesse pareggiare, saremmo fuori. E, manco a dirlo, il Bisceglie pareggia. Noi rimaniamo in dieci. E io, mentre con convinzione canto Dai non mollare, devi lottare, penso a questo pezzo e pacatamente rifletto: Maputtanaeva! Ma è possibile? Un mese fa ci eravamo abituati a non avere stimoli. Stavamo bene, benissimo, nel nostro confortevole posticino in riva al nulla. A cantare, saltare, ballare e viaggiare in compagnia di una squadra che suda e si batte, ma senza niente in cui sperare. Poi, la sorte ci mette dinanzi alla possibilità di puntare ad un obiettivo. Ci stuzzica, meretrice, solo per il gusto di farci sentire l’odore dell’impresa. E per quello, ancor maggiore, di negarcela quando pensavamo fosse fatta. E ridere delle nostre facce perplesse. A dieci dalla fine, siamo fuori da tutto. Poi una punizione. Un cross. Un colpo di testa. Vedo la parabola discendente superare il loro portiere. È il pari. Ma esulto in maniera contenuta. Una voce interiore mi dice che non basterà. Che la sorte è una lama affilata. Che il Bisceglie segnerà al novantacinquesimo, quando qui sarà finita. Chiamo casa, chiamo Antonio. Gli chiedo di farmi sapere, anche se spero di non sentire più quel trillo. Invece, lo sento. Ma la voce del fratellino è raggiante. Ha segnato il Gladiator. Il Bisceglie deve farne due, adesso. E mancano cinque minuti. Onestamente, credo d’esser stato pessimista. E mi lascio andare. Fino al fischio di chiusura.

Con somma sorpresa apprendiamo che la Juventus ha vinto il suo ennesimo scudetto. Il ventinovesimo, il trentunesimo, non si sa. Penso agli juventini di mia conoscenza. Penso all’entusiasmo dirompente con cui trascorreranno questa giornata. Alla festa, all’ubriachezza molesta con cui arricchiranno la nottata. A come la renderanno indelebile e a come la ricorderanno negli anni. E la racconteranno ai figli, ai nipoti. Alla lacrima di nostalgia che righerà le loro guance. All’amore incondizionato per quelle strisce bianconere all’atteso traguardo del traguardo più importante in Italia. Poi scuoto la testa. Ma chi prendo per il culo? Se berranno una birra, quelli, è pure tanto. La loro giornata odierna non sarà stata in nulla diversa dalla solita, penosa, patetica mezza passione per una cosa mai vista, che sta a Torino ma poteva benissimo stare nell’Iowa. E giocare a baseball invece che a calcio. Sfotteranno i loro amici interisti, milanisti. O i tifosi dell’Uruguay. Simili a loro come un granchio ad un altro granchio. E andranno a dormire, che domani si lavora. La mia, la nostra squadra, invece, è qui. Carnale, sotto al settore. Sudata, come noialtri. A saltare, a cantare, ad inscenare una danza tribale. Perché si, noi siamo tribù. Crediamo in ciò che vediamo, veneriamo il coraggio e l’impegno, pratichiamo ciò che sentiamo vicino al cuore. E non la lasciamo mai sola, questa maglia che ci ha fatto diventare quel che siamo. Altro che Conte, Marchisio e Mughini. Altro che diretta televisiva, che festeggiamenti di meridionali in Piazza Castello. Altro che merchandising. Pare ci siano bandiere bianconere pure in piazza Cavour. Se facciamo in tempo a tornare, andremo a salutare questi nostri concittadini onorari. Nel frattempo, Questa curva lo sai canta solo per te. Siamo ai playoff di serie D. Loro hanno vinto lo scudetto. Provo pena. Per loro provo pena. Perché non sanno cosa significa. E mai lo sapranno.

PS: Sono il gatto sul tetto che ascolta tutto come fosse la prima volta. Gli occhi suuuuuuUUUU. Gli occhi più suuuuUUUUUUU. E glu glu glu glu bà. Se vi piace chiamatemi Oscar.

21/04/13

Il sogno tascabile




Ricapitolare, no. Non serve. Stavolta ce lo risparmiamo. Del resto, l’abbiamo detto in settimana. E ormai lo sapete meglio di me dov’eravamo venti, quindici, cinque anni fa. Non possiamo, prima di emettere un suono o comporre ogni singola parola, farci precedere dal fardello delle nostre premesse. Fino a diventare noi stessi una premessa. Senza fine.
Certo, siamo figli dell’esodo. Della diaspora. Nutriamo un bisogno fisico di raccontare. Di raccontarci. Come viandanti alle porte delle grandi città immemori. Delle metropoli dell’antichità. Dire chi eravamo. Dove siamo stati in tutto questo tempo. Un tempo infinito, che è già vita, ma che a noi sembra sempre una parentesi. Tempo in prestito prima di tornare a batterci coi nostri pari. Nobili decaduti. Cavalieri laceri, sporchi di polvere di campetti d’allenamento elevati al rango di rivali, con un lampo inestinguibile in fondo agli occhi. A parlare di “San Siro” e “Bentegodi”. Col rischio d’esser presi per cantastorie. Per pazzi. Per giullari della sorte. E quelli di fronte, gli interlocutori occasionali, a sghignazzare, a darsi di gomito. Che non ne esci se non gli spacchi il naso. Perché no, non me lo dimentico mica il corteo che ci portava allo stadio di Torino, con le Alpi sullo sfondo. Anzi, sembra ieri il freno a mano a Piacenza. Sento ancora lo stridio delle rotaie incandescenti.
Ma ci siamo accordati sul no. Oggi non si ricapitola. Oggi si racconta. L’alchimia. Il fascino perverso di questo gioco, che alimenta sogni per il grottesco gusto di vedere che faccia farai quando li avrà infranti. Ma, nel frattempo, tu sai che non vorresti essere in nessun altro luogo, se non in questo limbo della speranza, con le orecchie piene di ovatta e la ragione al macero. Un passo indietro. Non a quella volta che vincemmo 1-0 col Pescara al “Santa Colomba”. Ieri, nel Millenovecentonovantasei. Ma a questo pomeriggio. Alle tre di questo pomeriggio, più o meno. I fatti li sapete. Il Foggia della serie D è sesto. A cinque punti dalla zona play-off. L’ultimo posto utile è del Bisceglie. Ma utile a che? Oggi pomeriggio, alle 15, mentre tiro fuori le chiavi per alzare la saracinesca del covo, avrei risposto: “A continuare a giocare”. Perché non c’è nulla di così sconfortante come l’ultima giornata di campionato. Niente, dai tempi in cui tua mamma al balcone ti obbligava a rientrare a casa. “Si è fatto buio”. Il buio estivo di un precampionato algido che dura quattro mesi. Troppo. L’idea che il 5 maggio, alle 18, noi saremo già in attesa dei calendari della prossima stagione, è desolante. Incute terrore più dei preparativi nucleari di Pyongyang. Alle quindici, mentre accendo la televisione, avrei detto: “Fateci fare i play-off, anche se non so bene a cosa servano. Fatemi vedere ancora la mia maglia. Un’altra volta ancora, una volta sola e basta”. Bambini capricciosi, imbronciati. Cinque punti sono tanti, a tre giornate dal termine. Il Foggia è di scena a Monopoli. Trasferta vietata, ovviamente. Sarebbe stato magnifico. Esserci. Quei cento, centocinquanta. Macchia nera striata di rosso, nel settore del “Veneziani” che dovrebbero intitolare a Fabio Fratena. Invece, telecomando e divano. Senza neppure la compagnia della compagnia che ha tirato l’alba. “Con chi gioca il Bisceglie?”, “In casa col Matera”. Beh, quinta contro terza. Ma inutile farsi illusioni. Le illusioni sono tarocchi a perdere. L’impiccato. In più non c’è neppure la diretta. Teleregione trasmette il Cerignola. Se la mia anima potesse diventare un gabbiano e volare sulla testa dei presenti, mi sentirei decisamente in imbarazzo. A farmi vedere così, sul sofà, mentre guardo una signorina che legge sms degli spettatori e ogni tanto da la linea ad un tale Gianni da Monopoli. Ma a questo siamo costretti. E questo facciamo. Anche se alla propria anima volatile non si può mentire. Il Foggia sta giocando. Lo si intuisce da uno schermo in studio, alle spalle della presentatrice. Quello di sinistra, come un picture-in-picture. “Come ci siamo ridotti…”, dice il viandante che c’è in noi. E qui l’interlocutore dev’essere bravo a non assecondare. Altrimenti gli occhi si fanno lucidi e si ricomincia con quella volta che Bacchin lisciò e Di Canio ci sbarrò la strada per l’Europa. È un attimo. E si precipita. Invece, fissiamo lo schermo. Parliamo di Beppe Grillo e di Napolitano. In fondo, cinque punti in tre partite non si recuperano. Alla fine del primo tempo siamo 0-0. Il Bisceglie era passato sotto, ma ha agguantato il pari. Quarantacinque da giocare e i punti restano cinque. Secondo Lucano. È una passione lacerante, questa. Passi il tempo ad immaginare come debba essere ridicolo esultare ad un gol tra i dilettanti. E, senza accorgertene, fai venire giù lo stadio se al novantunesimo batti il Pomigliano. È una passione, l’ho detto. E le passioni mozzano la riflessione. Sono pura vita. Nella ripresa lo schermo scompare. O, meglio, il Foggia slitta sul terzo monitor, quello a destra. Per trequarti fuori dall’inquadratura. Il Monopoli attacca. Noi guardiamo una fetta di campo risibile. Chi ce ved. Certo, siamo di un’altra generazione. Il gol di Scienza a Cosenza intuito da come urlava Baldassarre. Il jingle dell’intervallo. 104,20 fm. O quella volta a casa di zio, davanti ad un film di Stanlio e Ollio che non guardavamo, gli occhi fissi sulla sovrimpressione che diceva Nocerina-Foggia 0-0. Per settanta minuti e passa. Poi 0-1. E il boato di due adulti e un bambino perché una sovrimpressione era cambiata. Vincemmo. Due a uno. Ed eravamo sudati come se avessimo giocato noi. Per noi la presentatrice che legge i saluti da casa è già oro. E poi viene il momento. Che il Bisceglie resta in dieci. E noi diciamo che, se il Matera vince, anche il pari va bene. Come se il campionato finisse a luglio. Perché un tifoso non chiede altro che la sua dose di immaginette a cui credere ciecamente. Lo stimolo perpetuo, che emerge impetuoso quando sembra sommerso dei rifiuti della routine. Invece il Foggia segna. Passa. A tredici dal termine. Noi non siamo lì, nel settore. Ad ammassarci l’uno sull’altro. A esplodere di gioia. Siamo qui, e neppure in venti davanti alla tv. Eppure attorno c’è una città che esce dal letargo. Come se il Foggia fosse una di quelle malattie imbarazzanti, da vivere privatamente. Ma che continua ad ardere. A farti fremere. Che quando sfiori il sogno, devi collettivizzarlo. Sento il mio urlo. Sento urlare. E comincio a sudare. Non riesco a stare seduto. Adesso cammino per la stanza, come quando al “Vestuti” sembrava non finire mai. Se ami questo gioco, non procedi per step. È una macchina del tempo, il mio Foggia. È il ritratto di Dorian Gray. Adesso i punti da recuperare sono tre. E questa città è tutta lì. Ne sento il respiro affannoso. Anche se è vergognoso dirlo. Dire che ti stai battendo allo stremo delle forze per partecipare ai play-off dei Dilettanti. Che non sai a cosa servono. Ma adesso no, non ha importanza ricordare i cinquemila dell’Olimpico. Adesso guardiamo la signorina. E sentiamo quel barese affranto che parla dell’assedio del Monopoli. Mentre il Bisceglie è in otto. E pareggia ancora. Il barista consuma le suole. Si affaccia – “Che fa il Matera?” – poi ritorna costernato al suo banco. E quando il Matera segna e glielo comunico è come se Grosso avesse infilato di nuovo i crucchi. Cazzo, cazzo, cazzo. Bisogna resistere. Il Monopoli ha preso una traversa, così dice Gianni. Ma adesso i punti sono due. Per un sogno in scatola a cui aggrapparci con l’entusiasmo dei sommozzatori. I minuti di recupero. Il Foggia raddoppia. Sarebbe stata l’estasi. La fuga di Giglio sotto le gradinate. Come Fratena nel 1987. E noi giù, uno sull’altro, ubriachi di gioia. Di una vittoria esterna in serie D. Non ci posso pensare. Ma non si parla d’altro. I malati di questa follia ora sono fuori. Ai balconi, a rifiatare. In strada, a commentare. A ridere. Carpisco brandelli di discorsi: “Due punti, due punti soltanto”. A due sfide dai titoli di coda. E la prossima, domenica in casa, rischia di diventare un evento. Si, certo, adesso si dovrebbero dire quelle cose Ultras tipo “Onore a chi c’è sempre stato”. Ma a me non va. Io fremo sin da subito a immaginarmi lo “Zaccheria” popolarsi. Perché l’amore mio è popolare. Le elite non mi sono mai piaciute. Rivoglio la gente, la mia gente. Ho parcheggiato sotto casa. Ho incrociato mio padre con un cappello giovanile, a passeggio. Mi ha sorriso in maniera inequivocabile. Ha detto: “Tutto a posto?”. Ma io so cosa mi stava dicendo, in realtà. Il Foggia ha vinto e domenica assaltiamo l’Ischia. “Si, papà, tutto a posto”.  

11/04/13

L’estrema colpa



Non basta, no. Dire che vent’anni fa giocavamo con la Juventus, il Milan e l’Inter. Quindici con Genoa, Cagliari e Torino. Dieci con Catanzaro e Sanbenedettese. Cinque con Padova e Cremonese
E che adesso abbiamo nostalgia anche del Tritum dell’anno scorso.
Non basta. Dimostrare – tutto documentato! – che abbiamo attraversato il deserto della curatela fallimentare, con una carovana precaria assaltata dai predoni, dagli sciacalli e dai coyote. Che siamo falliti, sprofondati. Che abbiamo lasciato la B ad Avellino, allo “Zini” e al “Santa Colomba”. E abbiamo ripreso da Termoli. Come se niente fosse. Che l’anno prossimo San Severo e Cerignola non saranno le location della partitella del giovedì.
Che guadiamo torrenti di lacrime. Che le foto non ci rassomigliano più. Che perdiamo i capelli e moltiplichiamo le rughe, aspettando una gioia.
Non basta. Pensare allo “Zaccheria” della festa popolare. Della domenica in apnea tra venticinquemila innamorati degli stessi colori. Volevano cacciare gli Ultras e riportare le famiglie allo stadio. Ora allo stadio siamo rimasti solo noi. La famiglia degli Ultras.
Non basta.
Questa povera, martoriata, sfibrante passione di minoranza, fuoco residuo di residuati bellici, Ultimi Mohicani di quel che un tempo era un tempio, deve subire anche lo scherno.
Un must. Le indicazioni per il naufragio affisse al muro immaginario: qualsiasi cosa vada male, compilare il modulo allegato. Scrivere quel che non va. E alla fine, a mo’ di estremo insulto, scrivete: “U Fogg è nu squadron!”. Equivalente indigeno dell’oppio marxiano. O, peggio ancora, del “Beato a te che non capisci niente” in voga tra Sant’Anna e le Croci.

Perché bisogna scegliere. Sempre. Rendersi soggetti geometrici piani, a una dimensione. Le priorità perdono il plurale. Una e una soltanto è la cosa che puoi fare. Devi scegliere, ma a conti fatti non hai scelta. Guai a dire che vai allo stadio mentre chiude il Gino Lisa. Diventi immediatamente un subumano. Una specie di spaventapasseri animato. Un abbrutito a comando, incapace di distinguere ciò che è importante, nella vita, da ciò che non lo è. E guadagni il disprezzo dei dotti.

Eppure io c’ero. Ricordo che c’ero. E che avevo un mal di denti terribile. Una carie. A notte alta, coi tir di traverso a bloccare gli accessi alla zona industriale di San Nicola. Davanti al fuoco acceso, coi metalmeccanici di Pomigliano d’Arco e di Atessa seduti a cerchio a mangiare flauti del Mulino Bianco. Di Termini Imerese. A parlare della Sata di Melfi, mentre si bloccava il terzo turno. E a me faceva male il molare. E l’alba non sorgeva. Mai. C’ero. Quella volta che occupammo la via esterna, per chiudere in trappola i crumiri. E quella volta che dalla questura si vedeva il castello mentre ci chiedevano il nominativo di un avvocato. C’ero in decine di pullman all’alba, col sonno a precipizio e l’acqua fredda in faccia per sfuggire al torpore delle coperte. Del disimpegno. E se la memoria non mi inganna, c’ero anche quando occuparono le case a Viale Europa. In mezzo alla strada, anche lì di notte. Di domenica notte. O ai picchetti della Sofim, dell’Upim, della Standa. C’ero a Lucera, quando gli operai occuparono la Metalsifa, a Cerignola contro il rigassificatore, a Manfredonia contro le trivellazioni in Adriatico e in corteo per l’aeroporto. C’ero, nella sala consiliare, a battere i pugni sul tavolo coi mobilitati della Cartiera. E subito dopo, in strada, a favorire i documenti alla digos. Che ci aveva fermati che manco Serpico. E poi si, c’ero a Barletta, a Bari sia quando segnò Di Biagio e perdemmo, sia quando segnò Matrone e vincemmo. A Salerno, ad Avellino, a Napoli. E a Venezia, a Portogruaro, a Cosenza. A Trieste, in una trasferta lunga tre giorni. Il mio grande sogno è sempre stato quello di giocare il primo turno di Coppa Uefa. Beccare il Cska di Mosca. E andarci in pullman. Oltrecortina. Poi la cortina s’è smaterializzata, l’Unione Sovietica s’è dissolta. E pure la Jugoslavia, dove aveva giocato l’Atalanta. Sul Kosovo piovvero le bombe. E si, all’Amendola c’ero. O almeno, ricordo d’esserci stato.

Il che dovrebbe comunicarmi qualcosa. Dovrebbe. Probabilmente una vocina cavernosa dalle cavità del mio cervello dal fegato grosso, mi sta dicendo che non c’è conflitto. Tra una cosa e l’altra. Non c’è idiosincrasia, antagonismo. Che il problema è di chi guarda e non vive, non certo il mio. Che la maglia, la città, l’impegno, non sono termini estremi di una rissa reale. Che volendo, le cose possono convivere. Che, anzi, convivono per forza. Perché legate, indissolubilmente. Quel che vuoi dare. Quel che sei disposto a dare. Quanto sei disposto a metterti in gioco. La politica è seria e il tifo è goliardico. Ma è vero anche il contrario. È quel che sei quando giochi a fare la differenza. Senza soluzione di continuità. E quando senti quei saccenti sbraitare alle nuvole grosse, prendersela con questa città e i suoi bipedi abitanti, accusarli di scarsa dedizione e attenzione (alla cultura, allo spettacolo, all’istruzione), e concludere con il più classico dei “U Fogg è nu squadron”, come a sottintendere una superiorità di casta rispetto ai bassi istinti della piazza, come a chiudere un pensiero autoarticolato, la tristezza s’apre varchi come una petroliera all’Artico. Perché si, capisco la serietà degli altri. Il loro modo di barricarsi, la loro ansia insensata di dissociarsi da una realtà alla quale si sentono estranei. Per talento e stile. Capisco chi dell’artista ha l’invidia. Compatisco. Le loro vite-roccaforti, il continuo chiacchiericcio. La frigidità sociale. Chiude il Teatro del fuoco, chiude l’Oda, chiude questo o quell’altro luogo di meretricio intellettuale, e tutti a indicare i pecoroni. Che pascolano, beati e spensierati, sulle verdi pianure di Viale Ofanto. Come se davvero vi fossero ancora 20 o 25mila pecorelle nel gregge. Come se fossimo nel 1993. Io pure pascolo. Ancora. Perché no, il teatro non mi piace. E manco il balletto. Ma non sono un mostro, per questo. O, almeno, credo di non esserlo. Sono un individuo sensibile e garbato. E non capisco perché sempre il Foggia, sempre il mio Foggia, debba fare da fogna del pensiero. Da negazione dello stesso. Perché continua – questa gente che si, saprebbe far funzionare la macchina amministrativa, se non fosse troppo impegnata a farsi i cazzi propri, ad estendere il proprio privato oltre i limiti dell’ego di un Mishima – ad indicare nelle mie amate magliette rossonere l’aberrazione, quando non la causa stessa d’ogni distrazione, d’ogni sortilegio piombato su questa città. Indifferente come le altre, assorta come le altre. E come le altre abbandonata da chi non perde occasione di descriverla come una discarica a cielo aperto, salvo poi – da altri lidi d’approdo – indicare le urgenze a chi rimane. Ma perché dare la croce all’unica passione capace di unire, di infervorare, di far ridere e piangere? Forse proprio per questo. Perché il mondo degli algidi odia le passioni. E anche un po’ perché le passioni rovinano il ciuffo.

“U Fogg è nu squadron!”, “Pensate ai fatti seri”.
Sarà fatto.

Ma ricordatevi, amici. Quando pronunciate le o aperte in luogo delle chiuse o delle pagine della Beat generation fate ulteriore scempio. Quando scrivete versi banali e li recitate impostandovi a Ungaretti. Quando riempite di dritte tecniche Malmsteen.
Che non è colpa mia, né del Foggia, se le vostre inclinazioni non suscitano passioni.
Che non è colpa mia, né del Foggia e neanche dei miei amici, se non avete amici.

08/04/13

Il sesto esistenziale




Domenica 7 aprile 2013, Nardò-Foggia 0-1


Per noi è così. Ogni trasferta vissuta come un evento. E come un evento, trascurata. Perché siamo refrattari all’idea del clamore. E dell’abitudine, al contempo. Quando sappiamo di dover viaggiare, pensiamo che non ci sia nulla di strano, che sia normale, che così è sempre stato. Che così siamo cresciuti. Invece, no. Non è normale per niente, non più. Da anni, ormai. Che l’ultima volta in pullman fu a novembre. Napoli, via Caldieri, zona Vomero. Da allora, il niente. Ed abbiamo ricominciato a sgranare i rosari dei nostri record di divieti. Anche in D, come per due stagioni filate in Lega Pro. Poi, dopo Matera, s’è mosso qualcosa. La società, persino il defibrillato sindaco. E l’Osservatorio che, munifico, ci apre un credito di fiducia. Il pullman fermo a San Rocco. Si gioca alle 17:30. Non chiedeteci perché. L’armamentario al completo. Le dodici e trenta. Nardò non è proprio dietro l’angolo. La Puglia è regione lunga e stretta. Lo si evince dalle cartine. Ma prima dell’una nessuno è pronto. Aspettiamo ancora un po’, è il momento di salire. Il Foggia è sesto. La posizione più stronza che la graduatoria possa offrire. Sesto, il gradino immediatamente sotto i playoff. A 8 punti dall’ultimo posto utile che, però, nessuno a capito a cosa serva. A fare gli spareggi nella speranza dei ripescaggi, dicono. E ci crediamo. Del resto, siamo senza stimoli da almeno cinque mesi. Non guardiamo avanti, non ci guardiamo le spalle. Ma maturiamo la sottile, inquietante sensazione di essere sesti da una vita. Di essere esistenzialmente sesti, non so come dire. Quella postazione metafisica propria di chi si batte, che a suon di bracciate chiede sacrificio e disciplina al proprio fisico, ma vede la terraferma beffardamente immobile alla stessa invariabile distanza. Da sempre. Mancano cinque partite. Davanti Monopoli e Bisceglie, che si alternano. Dinanzi a noi, il Basso Tavoliere e l’Alta Murgia, la Valle d’Itria e il Salento. Da percorrere di filato perché scende in campo la maglia rossonera. Senza stimoli, così come piace a noi. Scendere in campo per niente quando l’onore è in gioco. Come diceva quello. Le birre sono calde, i conti non tornano. Davanti si parla di strategie del finanziamento pubblico applicate all’industria dello spettacolo, di prebende alla cultura e di verde pubblico. Un simposio, intervallato da domande che simulano le volute del tasto Reset. In mezzo e dietro si cantano cori di scherno. Ci danno dei “sofisticati”. Noi ci impelaghiamo col Borghetti. Non andiamo di fretta, non grondiamo impazienza, alla fine non sappiamo neanche perché non siamo a casa a riposare. O forse si, si che lo sappiamo. E ci basta, aldilà dei calcoli e del pallottoliere di questa serie carogna. Pare che i casertani stiano volando verso Sassari. Torres-Casertana sa di anni Ottanta. Il J&B si scioglie tra i ricordi di quella volta a Barletta, campo neutro, quando gli assedianti si tramutarono in assediati. Sabrina non ha un’aria materna, oggi. Ed è buon segno. Quello, sgamone, scarosato non sembra manco così visibile. Skocca è casual tanto in maglioncino quanto in canottiera. I libici hanno un preoccupante sguardo concentrato sulla tappezzeria del sedile davanti, colorato come le divise di Campos. Che a noi, immancabilmente, riportano alla mente almeno un’assenza. Una sosta, frettolosissima. Un muro per i bisogni. Bari&Reggio. Poi via, il Salento. Ma nessuno guarda fuori. I cori, ancora, lo svincolo. Ci siamo. Non ci abbiamo messo tanto, in definitiva. Altri due pullman. Saremo un duecento. A Nardò, in serie D, senza obiettivi reali da dicembre. Non male, dai. I poliziotti all’ingresso chiedono il nominativo di un responsabile delle aste. Uno di loro chiede di andarci piano, che nella ressa di prima l’asta del bandierone gli è casualmente planata sul capo incappellato. Saliamo. Ecco, bene, siamo divisi. Per non farci mancare proprio niente. La spaccatura, da qualche tempo visibile in Sud, si ripropone qui. A destra, all’angolo, gli Indomabili. Al centro, il Regime e gli altri. Noi non interferiamo, ma alla fine il blocco sembra accorparsi sulla linea di centrocampo. Le squadre scendono in campo, scende una fitta pioggerellina. E cantiamo da schifo. Perché è il minimo. Se sparpagli duecento persone in una gradinata e pretendi di avere tre coristi e tre tamburi, l’effetto – logico – è quello della sagra. Quando a nugoli i contadini ballano ai quattro cantoni, al suono magnetico delle chitarre battenti. Ci proviamo, ma la stereofonia, l’effetto surround è insopportabile. Credo che neanche dal campo riescano a sentirci. Niente, non va. Il coro secco che dovrebbe scioglierci ci getta nello sconforto. E ogni faccia incrociata la dice lunga. Ogni viso è una richiesta d’aiuto. Della serie: “Ma perché sono qui?”. Il primo tempo scivola via completamente inutile. Di fronte c’è il loro gruppo di volenterosi. Ci hanno accolto con dei cori contro i tarantini. Alla fine del tempo c’è da prendere delle decisioni. La tribuna diventa politica e si sposta nel sottoscala. La pioggerellina diventa pioggia. Il cielo è nero, tagliato da nuvole cupe. La testa spoglia gronda acqua mentre le tre fiammelle continuano a sventolare sulla balaustra. Il settore, adesso, è vuoto. Vuoto e uniforme. Il dibattito pare proseguire. Le squadre rientrano. E i primi cinque minuti sono angoscianti. Noi siamo in cinque o sei. I fari sono accesi, il verde dell’erba è elettrico. L’acqua sempre più gelida e incalzante. I cappucci sono pregni. La bandiera sventola. Fino al contrordine. Tutti giù. Tutti assieme, si intende. Senza striscioni, senza appartenenze che non siano quelle alla nostra città. Che ovunque rappresentiamo. Ci piaccia o no. Tutti insieme, per quaranta minuti scarsi. Per il tempo che rimane. E si, da subito, da prima che il parterre diventi il pavimento di un discopub, lo capiamo: siamo una bella tifoseria, quando vogliamo. Quando ci gira, quando andiamo oltre gli steccati. Anche quelli dello spartito da eseguire. Quando oltrepassiamo i limiti dello stile, della compattezza, della perfezione dei battimani. Quando ci lasciamo prendere dalla foga della passione senza infingimenti o sovrastrutture. Cantiamo, balliamo, mentre dall’alto non smette di piovere. Sembra un vecchio Foggia-Reggina allo “Zaccheria”. Le torce illuminano il vapore acqueo. Ultras liberi! Il branco dilaga nel recinto. Soffia sul campo, dove la partita scorre via senza acuti. Quelli del Nardò ricordano Federico Aldrovandi. Noi diciamo Fuck Off all’Osservatorio. Poi riprendiamo le danze. Fino al boato, che giunge dai gradini più alti, da quelli con gli immancabili cellulari in missione per conto di Youtube. Ha segnato. Il Foggia ha segnato. E la partita è finita. Praticamente, in contemporanea. La squadra è qui sotto, sulle grate. Qualcuno si arrampica. E la memoria va a Fabio Fratena in quel di Monopoli. O a De Zerbi. Dov’era? A Brindisi? Uno a zero, è terminata uno a zero. Il Foggia ha vinto. Gli Ultras hanno vinto, facendo quello che sanno fare meglio. Hanno sospinto la vela. Rabbia e nostalgia. Appartenenza. Di nuovo ai pullman, assetati. A suddividere le birre rimaste. Nel buio di una mezza sera che sembra già nuovo inverno. Non c’è da farsi calcoli o spiare la classifica. Siamo sesti. È una vita che lo siamo. 

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