28/06/08

Coming out

di MrSTRAmy

Sono ETERO. E lo dico con rammararico. Non vorrei esserlo. Vorrei essere BI… , insomma quella parola li, avete capito no? Diciamo DOPPIO GUSTO. Oggi è di moda. O forse lo è sempre stato,non lo so. Vorrei fare come fanno in molti. Ormai in tanti neanche si nascondo più. Io in verità non lo farei. Non avrei il coraggio, la faccia di uscire e gridarlo. Quantomeno mi nasconderei e vivrei la cosa nel mio intimo, nel mio privato. Cosa penserebbe chi mi conosce e sa come l’ho sempre pensata a tal riguardo? Le persone con le quali ho condiviso tanto, quelle che mi vogliono bene. E la mia ragazza? Lei cosa dovrebbe pensare? Suo padre? No, non voglio neanche immaginarlo! Vivrei la cosa chiuso in me se stesso, senza troppi manifesti. Sinceramente non so come fanno quelli che lo rivelano! Io sono “monogusto e monosport”!

Sono ETEROSQUADRA. E lo dico con rammarico. Non vorrei esserlo. Vorrei essere BITIFOSO, insomma, questa è la parola! Diciamo DOPPIA SQUADRA. Oggi è di moda. O forse lo è sempre stato, non lo so. Vorrei fare come fanno in molti. “Sei tifoso del?” – E ti rispondo Milan, Juve, Inter o Roma come succede da qualche anno. E poi ti chiedono: “E TU?” Ed io fiero fiero rispondo “FOGGIA”. E loro ancora: ”AH VA BEH, ANCHE IO TIFO PER IL FOGGIA CHE C’ENTRA. QUANDO ERAVAMO IN A ANDAVO ANCHE ALLO STADIO!” Ed io nella mia mente “MA VAI A FARE IN CULO COGLIONE!”. Ormai in tanti neanche si nascondo più. Tranquillamente ascoltano le partite di A nelle cuffie in curva o continuano a chiedere in continuazione al vicino i vari risultati. Altri portano la sciarpetta allo stadio. Altri ancora preferiscono il satellite anche se il Foggia gioca in casa. E poi ci sono quelli che se il giro per la città con le sciarpe ed i clacson sono anni che non si può fare (PORCA PUTTANA n.d.S – nota di Stramy) loro comunque lo fanno almeno un anno si e l’altro no. Ma con che coraggio dico io? Io in verità non lo farei. Non avrei il coraggio, la faccia di uscire e gridarlo. Quantomeno mi nasconderei e vivrei la cosa nel mio intimo, nel mio privato. Nel senso che leggerei tutte le varie notizie solo soletto davanti al mio Pc, parteciperei a vari forum, allo stadio cercherei di cogliere i risultati fra le varie voci che si rincorrono. Ma tutto in silenzio, senza far capire nulla a nessuno. Cosa penserebbe chi mi conosce e sa come l’ho sempre pensata a tal riguardo? Le persone con le quali ho condiviso tante partite, tanti commenti, tante opinioni. Quanto ho sfottuto i gobbi. Ed oggi, così all’improvviso divento tifoso della Juve. La mia ragazza? Invitai una mia amica e la sua amica “bona” per la trasferta a Benevento nella gestione Giannini. Lei mi ha conosciuto come tifoso del Foggia. Cosa dovrebbe pensare ora? Suo padre? Dopo Cremona le ha chiesto come stessi immaginando il mio cazzo di stato d’animo. C’è una stima pallonara che non mi va di deludere, ma che comunque so per certo che mai verrà delusa! No, non voglio neanche immaginarlo! Vivrei la cosa chiuso in me se stesso, senza troppi manifesti. Sinceramente non so come fanno quelli che lo rivelano! Io, sono “monogusto e monosport”!

Certo però che se fossi stato BITIFOSO…1 gennaio 2005 – Parigi – Tour Eiffel – Ultimo piano – Grata delle promesse d’amore. Da poche ore passata la sbornia dell’ultimo dell’anno, mi imbatto in un gruppo di bianchi caucasici – età 25 -30 anni -altezza media. Sembrano italiani. Procedo all’avvicinamento. Affermativo, sono italiani. Uno di loro indossa scarpetta giallo-blu. Continuo ad avvicinarmi, voglio capire l’appartenenza. Sarà Verona, Parma. Prosieguo l’avvicinamento. 3 metri, 2 metri, 1 metro… in mente ”FE-R-MA…” ad alta voce “FERMANA?” Il caucasico mi sente, indietreggia qualche passo e mi chiede “SI PERCHè, E TU?” Bravo, ed io li ti volevo povero il mio pollo. Ora lo sfraghino ho pensato, “u meng accid” fortuna che la grata eviterà il suicidio, beh, infondo non è colpa sua se è nato a Fermo, comunque voglio dargli la botta lo stesso, anche se io sono superiore e potrei anche non rispondergli, ormai siam qui su, e me l’ha chiesto. Hai sbagliato piccolo, non dovevi farlo. Siamo a 314 m di altezza, in una botta sola e senza prendere l’ascensore o toccare un sol gradino ti farò sprofondare fino a -314 metri. 628 metri in un nano secondo. Avrei voluto chiedergli se fosse pronto alla risposta. Vuoi far finta di niente e continuare ad ammirare il paesaggio? Vuoi chiedermi pietà? Ho atteso qualche secondo e poi l’ho trafitto. “FOGGIA”. Lui, acrobaticamente schiva la mia sciabola, riguadagna i passi, caccia un’arma che non avevo mai visto, come qualcosa di spaziale, a laser se non ricordo male e con l’agilità di una tigre mi ribatte “Ah si? Foggia Fermana 0 a 1 Mengoni”

Avevo dimenticato che due mesi prima, a fine ottobre la Fermana era scesa allo Zaccheria in notturna. Avevo rimosso. Ma la Fermana aveva vinto.

Siete mai stati a Fermo? Prendete la statale e nel giro di 100, massimo 150 metri troverete entrambi i cartelli BENVENUTI A FERMO ed ARRIVEDERCI DA FERMO. E tu a me dovevi dire così? E meh..

Avete mai fatto 628 metri di caduta in un nanosecondo?

Siete mai stati all’ultimo piano della Torre Eiffel? Tranquilli, c’è la grata.

Ultimamente parlavamo di punti bassi giusto?

La prossima volta quando esiterò sarà solo per pensare se dovrò rispondere Juve, Milan o Inter.
E comunque W gli Eterosquadra... che alla fine anche se non sono BI… se lo prendono in quel posto lo stesso!

Forlì, fine estate

di Lobanowski 2
Dalila Di Lazzaro, aggressività esplicita, colore sbrigativo. Oh, Serafina!, film del 1976. La tragicomica vicenda di un industriale lombardo che trova l’amore in manicomio. L’industriale lo fa Pozzetto. L’amore la Di Lazzaro, che in effetti piace, piace molto. Allusioni erotiche e nudi plastici. Rete 4, cinque meno un quarto di un mattino d’agosto. Poco caldo, il sole deve ancora cominciare a bruciare, a scottare. I tg devono ancora orientare i barometri per stilare le classifiche delle città-fornaci: Foggia ci sarà, c’è sempre, con Alghero. C’è da scommetterci. Il cielo è grigiastro. Il nove posti ancora non arriva. Il televisore all’interno del club di via della Repubblica continua a mostrare le grazie di Dalila. Non so perché ho scelto di esserci, in questa inutilissima prima trasferta di Coppa. Forse per amore, forse per smania. Con qualche propensione in più per la seconda. È la smania di ricominciare, di suonare il requiem alla stagione estiva, che mi ha spinto ad accettare l’invito di zio Franco. Lui, a Forlì, vuole esserci. È in ferie, ci sono tutti i suoi amici, ha trovato i posti sul furgone. Per lui tagliare l’Italia a/r, stavolta, è un po’ come spaparanzarsi al sole sulla riviera: un’appendice del meritato riposo. Io sono curioso di viverla questa anomalia. La formula della Coppa Italia, quest’anno, prevede lo scontro singolo, mortale, all’ultimo sangue. Non più la tranquillizzante doppia gara, ma una sfida senza replica. In casa della peggio classificata. Tabellone d’agosto con le grandi e le semigrandi dispensate. Noi siamo appena scesi dalla serie A. Stiamo per addentrarci in quello che riteniamo essere un anno di transizione. Abbiamo una squadra di tutto rispetto, possiamo puntare alla risalita. Sedicesimi di finale: la Reggiana va a Trapani, il Genoa a Gualdo Tadino, il Brescia a Fiorenzuola, il Palermo ad Acireale. L’arrivo del furgone è fragoroso. Prime polemiche sul ritardo. Breve conteggio dei presenti. Troppi, siamo troppi. L’alba è già più di una possibilità e poi ormai sono sveglio. C’è bisogno di qualcuno che metta a giro la macchina, che solo col nove posti è impossibile, anche stringendosi. Breve sondaggio e la macchina vien fuori. È di uno che in curva aveva fama di fare gli striscioni. Altra attesa. Salgo sul furgone. Si parte. Sul mezzo imperversano i Pooh: Chi fermerà la musica? A Pescara faccio cambio: vado in macchina. Siamo in quattro, c’è anche un ragazzino. Si parla – si straparla – di politica. Di fortuna che ha vinto quello che se vinceva quell’altro già mi ero preparato a trovarmi i carri armati sovietici per le strade, come in Ungheria. Avanspettacolo puro: Ohi, giovani, ma l’altro chi sarebbe Occhetto? Ma sapete che l’Urss non esiste più da qualche anno, si? Non si fidano, rimangono scettici. Da un momento all’altro l’Unione si ricompatterà e, su ammiccante invito dei Progressisti al 34,3%, invierà i suoi mezzi anfibi ad oltrepassare la Venezia-Giulia. Sorrido, ma non sono il solo. Guardo fuori dal finestrino. È un attimo. Il tempo di intuire. Un botto soffuso, soffocato, come l’esplosione di una camera d’aria. E la macchina impazzisce. Siamo a 110-120 kmh e vedo il mezzo puntare col muso prima destra, poi a sinistra, metafora perfetta del trasformismo. Il pilota è bravo, asseconda l’impeto del motore al galoppo senza frenare, senza provocare scossoni. Eppure, per centinaia di metri, l’auto è uno strumento nella mani del destino. Ho il tempo di riflettere, di quelle riflessioni condizionate ed incontrollabili: potrei morire, qui ed ora. All’altezza di qualche paesello delle felici Marche, al seguito del Foggia calcio e della sua prima esperienza ufficiale nella stagione ‘95/96. Morire alla volta di Forlì. Assurdo, inconcepibile. Vedo il furgone che ci precede rallentare, improvvisamente cosciente di quel che è successo. O sta per succedere. Piano piano l’auto rallenta, si ferma. Siamo ancora vivi. Il furgone si inchioda. Si aprono i portelloni. Emilio torna in galera scende, nel bel mezzo di una corsia d’autostrada. E ci viene incontro. Quello degli striscioni, al volante, s’accascia sfinito per lo sforzo psico-fisico. È andata bene. Potremo raccontarlo.
Al casello di Cesena dilagano leggende. Pare che i tifosi del Forlì siano caldi e turbolenti. Si narra che possano vantare oltre duecento diffidati, tutti raggranellati nel derby. Proprio col Cesena.
Il gruppo si divide. Una parte della comitiva ci lascia, ci raggiungerà a sera. I reduci sfidano a petto largo l’afa di una città terrificante e vuota. Un bar in centro, una Polar. Un gruppo di giovanotti passa e dice qualcosa. Ne scaturisce un accenno di parapiglia. Ma sono solo militari che attendono lo scaglione successivo, nonni che ci hanno scambiato per matricole. A guardarci non si direbbe, ma di facce nuove a Forlì devono girarne poche. Una arzilla signorina di cinquantacinque-sessant’anni cerca di adescare i giovanotti seduti fuori. Un vago senso di nausea mi si attorciglia alla bocca dello stomaco. Preferisco andare a fare due passi. Come me, diversi altri esponenti del gruppo.
La stazione, i palazzi, le piazze quadrate. Non sarebbe neanche male, razionalista com’è. Ma è estate, è spopolata, è noiosa. Meglio limitare al minimo il turismo. Dinanzi allo stadio è quasi sera. Ci sono altri foggiani. Il biglietto è giallo e verde, ricorda l’etichetta di una bottiglia di vino. Il mio è il numero 3.013. Ho forti dubbi che la cifra sia stata resettata molti anni prima. Incontro Fiorenzo. Non sapevo gli interessasse il calcio. Difatti. Lui e quattro suoi amici hanno pensato bene di allungare da Rimini, dove sono in vacanza. Il settore è uno spicchio di tribuna. Il Foggia, agli ordini di Delio Rossi, sta facendo riscaldamento proprio sotto di noi. Un elemento dei nostri si stacca dal plotone per avvicinarsi il più possibile alla squadra. E gridare: “Delio! Lui non deve toccare palla!”. E col dito accusatore indica Cappellini, che alza lo sguardo e allarga le braccia, sconsolato, con un’espressione del volto eloquente. Come a dire: Ma questi non si scordano mai di niente... Pensava di farla franca, Cappellini, l’esecutore materiale di innumerevoli strafalcioni offensivi, l’anno prima. Invece c’è un coro di: “No!” che dalla tribunetta accompagna il torello della squadra. “Delio, se quello tocca palla scendo”. Il resto della rosa ride e prosegue. Ma nessuno passa la palla a Cappellini. Le minacce restano minacce.
“Ma questo non è un campo di calcio – si fa serio qualcuno – questo serve per le bici”. Ed indica la pista inclinata, modello velodromo: come a Pesaro, a L’Aquila, a Lanciano. I novanta minuti diranno uno a zero per loro, con gol di un certo Orlandi. Al ritorno non esplode nessun pneumatico. Ma, in compenso, passiamo qualche ora in commissariato, all’altezza di San Benedetto. Cercano dei razziatori di autogrill. Con affetto e ammirazione ricorderò sempre quel carabiniere che, alla ricerca di un salamino, svitò il radiatore. Emilio lo guardò stupefatto, poi chiese: “Dici che l’abbiamo messo a bagnomaria?”.

26/06/08

Il punto più basso, quinto contributo

di Sandro - Benfoggianius

Il “mio” punto più basso del Foggia non coincide con una sconfitta. Quando si giocano i play off o i play out, quando ci si gioca il campionato all’ultima partita significa che la squadra è viva, che c’è passione e voglia di andare avanti. Il problema sono quelle partite di fine-autunno, quando si è equidistanti dalla zone calde per la promozione la retrocessione in modo che gli ottimisti possano pensare che “con tre o quattro vittorie” e i pessimisti che “con tre o quattro sconfitte” si possa finire in paradiso o all’inferno.
Quando in curva sud ci sono larghi spazi vuoti, quando qualcuno grida “seduti” perchè vorrebbe vedersi la partita come se fosse a casa davanti alla tv. E sistematicamente la gente si siede salvo poi rialzarsi quando la palla entra in area di rigore, che manco a messa ci si siede e rialza così spesso.
Quando il modulo di gioco del Foggia prevede lunghi lanci sull’attaccante che tutto solo lì davanti non può far altro che perdere la palla e ricevere parolacce dai tifosi, che rimpiangono Mastronunzio, che a sua volta faceva rimpiangere Cantoro, che faceva rimpiangere Cellini, e così via fino a Baiano o a Nocera, passando per Cappellini, Meluso e Barbuti (che almeno aveva la moglie bona).
Quando i ragazzini intorno a te parlano dei risultati della serie A e chiedono a quello che ha la radio chi è stato ammonito tra i calciatori dell’Atalanta “che ce l’ho a fantacalcio”.
Quando dietro di te c’è il vecchietto che inizia le paranoie sul fatto che nel Foggia dovrebbero giocare sono i foggiani come ai tempi di Faleo e Rinaldi, e quell’altro aggiunge che i calciatori sono tutti mercenari pronti a cambiare squadra per un piccolo aumento,e lì via con i luoghi comuni, che da un momento all’altro hai paura che arrivi il solito coglione a dire che lui non è razzista ma pensa che i negri se ne dovrebbero stare a casa loro.
Quando gente che non ha mai pagato un biglietto e si è sempre fatta le trasferte a spese della società pretende di dirti che devi gridare di più, che “senò che siete venuti a fare allo stadio? A vedervi la partita”. No, veramente speravo di giocare. Mi ero portato anche il borsone.
Quando capiti vicino a un cretino che dice che l’unico modo per tornare grandi è il Foggia se lo ricompra Casillo, “che quello anche se era camorrista almeno i soldi li metteva”, certo, a sto punto megiio se la squdra se la compra direttamente Raffaele Cutolo. E perché non sperare in Osama Bin Laden o George Bush?
Quando uno che ha l’abbonamento a Sky, le tessere di Mediaset e La7, la maglia col nome del calciatore e l’orologio del Foggia srotola uno striscione “NO AL CALCIO MODERNO”.
Quando esci dallo stadio tutto incazzato per un pareggio subito all’ultimo minuto e un fesso ti dice “vabbè, ma che ce la prendiamo a fare, in fondo il calcio è solo un gioco, mica se vinciamo ci viene qualcosa in tasca”.
Beh, quello è il punto più basso del Foggia.
Il nemico del calcio non è la sconfitta, è la noia. E’ come in un matrimonio, finchè si litiga c’è ancora qualcosa, quando ci si annoia è la fine.

23/06/08

Il punto più basso: quarto contributo

di Mr STRAmy
Durante l’inverno, nella maggior parte dei casi si aspetta l’estate. Tutti la vogliono. Tutti vogliono staccare la spina. Tutti non si aspetta altro che mettersi dietro file chilometriche per poter raggiungere Vieste, Peschici, Campomarino o semplicemente Mattinata. Caldo, afa. Si soffre, ma è bello. Sulle spiagge Il Corriere dello Sport o la Gazzetta. Io leggo il primo, e quando lo leggo non voglio esser rotto la minchia, immagino come la maggior parte degli Uomini, si con la U maiuscola. Il calcio ti fa Uomo. Solo se tifi Juve, Milano o Inter non sei Uomo. Per tutte le altre squadre sei veramente un Uomo. Ed io tifo Foggia. Fortunatamente! E sono li sotto l’ombrellone a sognare, nelle ultime pagine, di trovar qualche trafiletto che annunci il colpo del mercato, il botto. Sono anni che cerco una cosa del genere. Mi stanno ancora facendo aspettare, evidentemente tutti vogliono che il botto sia ancora più forte! E così, dopo 30 secondi di lettura sul Foggia, devi per forza di cose leggere i colpi miliardari delle grandi. E sogni come sarebbe stato se la tua squadra del cuore fosse stata un’altra.
Dopo un po’ l’estate stufa. Vuoi che torni tutto come prima. E vuoi il campionato. Ogni anno io e Capacchione facciamo il conto alla rovescia: -89, -88, -87, -86,…. -7, -6. La botta di culo, un po’ d’ossigeno, te lo danno le competizioni internazionali come l’Europeo o il Mondiale e quindi il conto alla rovescia parte da circa 60.
E poi ti attacchi a tutto. Il battito del cuore è lento, si rischia. L’attesa è tremenda. Durante l’estate non si aspetta altro che poter vedere un po’ di verde con un pallone. In quei due mesi ci si attacca a tutto, al Moretti, al Berlusconi, alle varie amichevoli che danno anche in differita su Italia Uno.

Si riparte, siamo retrocessi, siamo in C1, e lo siamo solo di passaggio. Noi siamo il Foggia, questa categoria non ci appartiene. Siamo superiori a tutti e tutto. Non caghiamo niente e nessuno. Ripeto, noi siamo il Foggia, ed i foggiani.
Il tifo scrisse che se Foggia fosse grande quanto Milano allora per i foggiani in trasferta ci vorrebbe un settore ospiti grande quanto “San Siro”.
Le luci dello “Zaccheria” si riaccedono.
C’è da scoprire come ogni fine agosto i volti nuovi. In tenuta gialla il Chievo. Coppa Italia (per i giovanotti la Tim Cup), 1-0 e si va avanti. Non ho una gran memoria per date, allenatori, giocatori e bla bla…ma se non sbaglio doveva essere la stagione ‘98/99. E forse in panchina Mancano. Forse.
Sono pieno di amici Gobbi, che puntualmente ad ogni sconfitta mi fanno la telefonata dal profondo Nord. Uno dei miei migliori amici è interista ed è uno di quelli che si fa sentire sempre. Immaginate per una retrocessione in C. In terza media, la mattina alle 8 ritagliò un articolo della Rosa e me lo portò a scuola: “Shalimov all’Inter” Litigammo. Di brutto.
Il Foggia parte bene. Grande, veloce. 4-3-3. Diciamo che all’epoca ci poteva stare. Oggi no. Oggi voglio un 5 (possibilmente 6)-3-2.
Ricordo tal Volturno, forse uno di quei giocatori del nostro vivaio. Bel giocatore, farà strada. Mancino, partiva da destra, si accentrava e tirava di sinistro. Aveva la botta.
Credò finì 1-1 e passò il Chievo. Ma sugli spalti si era contenti, avevamo giocato bene e poi i veneti erano squadra di categoria superiore.

A fine partita inviai un sms al mio amico interista: “CON UN FOGGIA COSI’ SI TORNA SUBITO IN B!!!”

Volete ancora il mio punto più basso?

20/06/08

Il punto più basso? Ancona, 6 giugno 1999

di Lobanowski 1

Il punto più basso? Così, di getto, mi viene in mente la massima di Freak Antoni, “una volta che cadi non puoi che rialzarti. Anche se a qualcuno capita di cominciare a scavare”. Quante volte, seguendo i colori rossoneri del Foggia, ci siamo fermati a pensare che sì, quello era davvero il punto più basso mai raggiunto, concedendoci ad un immotivato ottimismo per il futuro?

Mi capitò di pensarlo spesso nei sei anni di C1 vissuti nel cuore degli Ottanta. Anche dopo una vittoria, se quella significava un’affannosa salvezza all’ultima giornata. La stagione in cui avremmo dovuto far macerie del girone B, sulla panca Gb Fabbri, in campo Mastalli, Marocchi, Messina, Torregiani, Mosti, Pidone e via discorrendo. Metto a fuoco nella camera oscura della memoria un campo in terra battuta, quello di Agrigento, un gol del nostro inguardabile libero, Cerantola, a pochi minuti dalla fine. L’attesa spasmodica della scritta in sovrimpressione a Telefoggia che ci informava del risultato, quando non c’erano trasmissioni su tv private o dirette radio (non dalla Sicilia, allora lontana come l’arcipelago delle Fiji). L’esultanza a casa di Rosario. E subito dopo il senso di frustrazione. Come nella corsa dei topi, dove se arrivi primo sempre topo rimani (per la cronaca, la salvezza matematica la raggiungemmo la partita successiva, ultima di campionato, dopo un grigio 1 a 1 in casa contro il Campania).

Da mandarti al tappeto anche le sconfitte per 3 a 1 vissute dal vivo sull’Isola Verde di Ischia (dove mi aggregai, mio malgrado, ad una gita del dopolavoro Enel mascherata da escursione ecologica) e Martina Franca, dove poco simpatici lontani parenti offendevano il prestigio e il blasone del satanello, faticosamente costruito in quegli anni ‘70 che mi avevano forgiato all’amore per il Foggia. Rischiai la rissa con uno che mi fu presentato come “cugino” (mai più visto da allora) dopo un goffo autogol del nostro stopper (allora si chiamava così) Abate.

Altri punti bassi, le illusioni affogate a due passi dalla riva, altre stazioni infernali della mia vita di tifoso. Ricordate il lungo striscione steso per anni sotto la Sud, dietro la porta, “meglio soffrire per poi gioire, che illudersi e poi morire”. Se non sbaglio fu distrutto durante un’incursione notturna attribuita ai barlettani. Fu rifatto, più bello. Illudersi e morire: stagione 87-88, l’anno della corazzata di Marchioro. Campobasso, la partita dell’autorete di Accardi. Entrammo in coma, non proprio defunti.

Scorrendo l’album di ricordi ahinoi indelebili, riemergono il 2 a 2 contro il Ravenna in casa, stagione 97/98 di B, l’anno della retrocessione, la partita del suicidio tattico di Mimmo Caso, di otto difensori schierati a difesa del 2 a 0, del fuorigioco in linea preteso a centrocampo (e come fanno a coordinare i tempi d’uscita otto giocatori, caro Mimmo? Ce lo spieghi a dieci anni di distanza?), dell’inutile doppietta di Dayo Oshadogan, promessa mancata. Ancora, la stagione 2000-2001 in C2, le sconfitte contro squadre che qualche anno prima sarebbe servito l'ancora lontano da venire Google maps per scoprire chi fossero e dove giocassero. Contro Sora (addirittura promosso in C1, quell’anno), Turris, Juve Terranova, Castrovillari, Tricase, Sant’Anastasia. Capocannoniere del Foggia in quella stagione fu Ricchetti, con 6 gol. E questo la dice tutta di che campionato fu.

Ma se proprio mi chiedete l’impresa di isolarne una di partita, simbolo dello spleen rossonero, l’orologio scorre all’indietro fino al 6 giugno 1999. Stadio del Conero di Ancona. Finale di ritorno dei play out di C1, girone B. All’andata, allo “Zaccheria”, in curva con Lob2, fresca conoscenza fatta in un collettivo universitario (pensate che si laurea solo quest’anno, anzi tra una settimana. Io ho mollato subito, lui se l’è presa comoda, giustamente. Avete presente il testo di Salario Garantito dei 99 Posse? Ecco, così… In ogni caso auguri, Doc…). Al ritorno mi aggrego ai pullman dei tifosi organizzati. La doppia discesa dalla B alla C2 proprio non sarebbe digeribile. E poi, la C2 da queste parti non la ricordano manco gli over 50. No, non può essere, non può accadere. Questi i pensieri che accompagnano il viaggio verso le Marche. La partita una vera sofferenza. Dobbiamo difendere l’1 a 0 segnato da Pilleddu. La sconfitta, con qualsiasi risultato, significherebbe retrocessione. Quando la speranza di aver sfangato un’annata balorda prende piede (ricorderete l’arresto di Casillo qualche anno prima, la società in mano ai tribunali, i giocatori senza stipendio, un allenatore come Mancano mandato allo sbaraglio) ecco la pugnalata al cuore, al minuto 84. Un cross dalla destra, Lagrotteria che stacca in aria e ci resta per secondi manco fosse Micheal Jordan. La palla colpita di testa che entra in rete. Il boato degli anconetani. La crisi di nervi nostra, e dei giocatori in campo. E poi il fischio finale e l’incapacità di accettare il verdetto. Ricordo che per uscire dallo stadio ci dovette quasi caricare, la polizia. Senza forze, saremmo rimasti nella Sud del Conero per giorni, forse mesi, feriti a morte, davvero, questa volta. “La C2, non ci posso credere”, ripetevo tra me e me, forse a voce alta. Ma era un coro, più che un pensiero intimo. “No, adesso vedrai che ci ripescano”, mi ripetevo. “Qualcosa accadrà, sicuro, qualcosa accadrà”. Non accadde nulla. E per quattro anni mangiammo il fango della C2.

p.s. Ora che ci penso, le sconfitte più spezzagambe mai subite sono sempre arrivate nei minuti finali. Un accanimento della Dea della Malasorte. Direi che sarebbe il caso di farla finita, brutta stronza. Ridacci quel che ci spetta, ridacci la Luna.

Dove siamo rimasti...




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