08/06/09

La fatal Benevento

di Lobanowski 2

Domenica 7 giugno, Benevento-Foggia 2-2

L’attimo

La vista s’offusca, e canto. Spalanco le mani, fisso la porzione di campo sotto di noi, e canto. S’è radunata la celere, dietro la bandierina del calcio d’angolo. Ci sono gli steward, i vigili del fuoco, gli agenti della digos, gli addetti al rettangolo verde. Sono tutti qua sotto. E tutti guardano noi. Io li fisso, sudato, e canto. Di fianco, e poi ai gradoni più in alto, e poi a quelli altissimi, avverto fisicamente la frustata d’un coro che s’espande come un incendio in una prateria di pompe di benzina. Divampa. Sento la schiena umida e tesa, una specie di torpore muscolare sotto le braccia, un totale stato di trance. Alzo la faccia, canto. Spersonalizzato, eppure completamente padrone di me stesso. Esco. Da me, dal coro che mi rimbomba tra le labbra. Sento gli altri. Un’esperienza extracorporea, mentre il canto esplode. Andiamo, andiamo, andiamo a vincere. Andiamo andiamo andiamo a vincere. Come allo Zini, come in mezza Italia. Ci risiamo, penso mentre canto. Ma la realtà mi strappa al pensiero. Uno stadio. Attorno a noi c’è uno stadio. Ammutolito, terrorizzato, attonito. A conti fatti, uno stadio da ventimila persone omologato per quasi diecimila, strapieno. Rimpicciolito. Ridotto a campo, a campetto rionale. E poi neppure più a quello. Tutti gli occhi su di noi, mentre le maglie bianche provano ad imbastire l’attacco che ci porterebbe in finale. Ma non fa niente, non conta. Da sopra a sotto è l’intero settore che sta mandando un messaggio, alto, altissimo, rifinito. Un messaggio che solo un sordo potrebbe ignorare. Stiamo dicendo agli amici d’un tempo beneventani: Buona fortuna, campani. Andate in finale, e poi magari andate anche in B. Ma non provate – mai più – a paragonarvi a noi. Perché non siete noi. Gli occhi s’annacquano. Lo stomaco va in tilt. Ormai è lampante. Piango, come un bambino. Ma non per la finale che non vivrò, neppure per i chilometri che non macinerò. Ma per le facce di quelli che mi stanno attorno. E che piangono. Per lo stesso motivo, mi gioco le palle. Un flash. Foligno, Pistoia, Caserta, Perugia, Lanciano, Potenza, Gallipoli, Arezzo, Benevento, Terni. Un attimo, un frammento per ciascuna. La tribuna guarda e trattiene il fiato. Rinvio del portiere. Triplice fischio. Sospiro di sollievo. Il Santa Colomba urla. Sulla sommità della Sud, spunta il sole.

Rewind

Partiti che sembrano secoli fa. Dal piazzale antistante lo Zaccheria.

Distesa di macchine. Dubbi, rassicurazioni, problemi da risolvere. C’è la Nord, c’è la Sud. Ci siamo noi, con i nostri quattro mezzi pieni, i nostri emigranti, le nostre aste piccole, il nostro vodkalemon in quattro bottiglie di plastica. Si esce da Foggia in carovana, con l’imperativo che non si dimentica: O tutti o nessuno. Che tradotto vorrebbe dire: O con la voce sugli spalti, o con quel che capita nel parcheggio. Una lieve scossa di tensione attraversa il serpente di macchine. All’ultimo semaforo, si mischiano le onde stereofoniche. A Candela imbocchiamo l’autostrada. Al casello, 40 chilometri appena, è già sosta. Si piscia ai margini della strada, ma c’è chi mangia, chi beve, chi fuma. Sembra una scampagnata, e chi passa saluta con qualche assestato colpo di clacson. D’un tratto, ci conosciamo tutti. Ogni viso è familiare. Della partita non parla nessuno. Si va a pareggiare, lo sanno anche le pietre. Con Angelo, altro reduce da Cremona, in settimana si scherzava: probabilmente vinceremo a Benevento, solo perché questa è una squadra di sadici, e per amarla devi amare il dolore. Vinceremo a Benevento per poi perdere a Crotone. O ad Arezzo. E ci renderemo più lungo il ritorno muto. Vincere una battaglia per perdere la guerra. È nelle corde di questa squadra. Ci può stare. Il 2 lo quotano 4,15. Autostrada. L’uscita consigliata è quella di Grottaminarda. Antonio, che è già in centro a Benevento, smentisce le voci di un carognesco prefiltraggio poliziesco al casello. Riferisce, piuttosto, di un mare di bandiere giallorosse e di una festa già in corso. Riferisco da abitacolo ad abitacolo. Zio Franco, che è in macchina con Lello, smadonna. Tre euro di pedaggio. Statale. Le macchine si arenano ai margini di un parcheggio da sala ricevimenti. I conducenti e i passeggeri scendono a sgranchirsi le gambe, le braccia, la schiena. Qualcuno tira fuori gli zaini per la seconda Stazione di Posta, ma una voce rimbomba da cofano a cofano: Via, via, via… Andare. E, tra chi è più rapido e chi si attarda, la carovana si sfilaccia. Un nove posti ci segue fino ad uno sprofondo, poi decide di fare inversione e prendere il comando delle operazioni. Si va verso Avellino. Il cartello ci comunica che mancano 22 chilometri alla meta. 11 a San Giorgio, dove siamo stati a Pasqua, a festeggiare il pari in campionato. Ma ho il vago presentimento che non ripeteremo l’esperimento, oggi.

Una rotonda, un’inversione, il Ponticello del Milledue, i palazzoni a destra e a sinistra, una seconda rotonda, ancora un’inversione, direzione Centro, poi Ospedale, poi Pallone. Dev’essere di qua, senz’altro. Ma è transennato. Presto fatto. Un barbatrucco e scompare l’impedimento. Con la sola imposizione dello sguardo, scompare pure l’unico carabiniere a guardia del defender. Ha la faccia di uno che dice: Mi faccio i cazzi miei, tanto oggi va così. Nel parcheggio contiamo una macchina dispersa. E, manco a dirlo, è quella con le vettovaglie. Il ricongiungimento con il plotone romano. Si stornella. Si cazzeggia. Non c’è tensione nell’aria, le mamme a casa possono rasserenarsi. La macchina di Nicola viene telecomandata nel parcheggio. Accoglienza da star: Merde siete e Merde resterete! Si ride, si sventola. Quattro passi e si beve pure. La questione dei biglietti sembra risolta, ma comunque restiamo all’erta. In servizio effettivo permanente. Jordan è già dentro, ci vede e litiga alle porte per uscire. Perdiamo la cognizione del tempo e siamo fra gli ultimi a varcare i cancelli. C’è un mare di gente, sopra e sotto. Ci posizioniamo sulla pezza. È la prima volta che accade e va bene così, anche se siamo defilati. Lo stadio è pieno. L’adrenalina sale. Gira voce che qualcuno in gradinata si sia coperto d’infamia, ma è tempo di compattarci. Di scaldare i motori.

La Sud beneventana alza ed abbassa i cartoncini gialli, rossi e bianchi. C’è una scritta, in mezzo, ma risulta di difficile comprensione. Non sfugge. Non si capisce, Ma come cazzo scrivete. Piovono fischi. L’amicizia di un tempo vacilla. Poi implode. La partita inizia. E non abbiamo ancora messo a punto il sincrono col centro del settore, che il Benevento passa. Diranno le cronache che sono passati quattro minuti appena. Il boato. A chiunque si spezzerebbero le gambe. Ma noi siamo qui per noi. E dobbiamo fare la nostra parte, comunque. Dalla tribuna ci fanno gestacci e qualche bottiglietta d’acqua raggiunge gli amici per rinfrescare il clima rovente. I Mods, in gradinata, si coprono con un bandierone. E sotto di esso, provvedono a cambiarsi d’abito. Coordinano i loro corpi come fossero tasselli di un vessillo. Poi tirano giù il bandierone, e si spostano. Non so dire se mi piace questo modo di fare tifo. Sopra di noi, qualcuno ha da ridire con gli sbandieratori. Capiamo che siamo in piena periferia, ma sono loro quelli che devono farsene una ragione. Siamo qui per noi. Bremec sventa il raddoppio, poi è Troianello ad avere sulla testa la palla del pari. E la porta spalancata di fronte. Ma fallisce, anche se il settore vive il quasi-pari come una schioppettata. Alla fine del tempo ci rendiamo conto che hanno staccato l’acqua nei bagni. Fa un caldo umido terrificante, siamo disidratati e madidi di sudore. E questi vorrebbero costringerci a comprare bottigliette d’acqua a 1,50 euro. Carne da macello. Fottetevi, voi e l’acqua. Il coro è già un classico: Noi non siamo Napoletani! Napoli – aveva ragione Pino Daniele – è una specie di concetto mistico, un cassonetto per la raccolta differenziata dei nostri istinti più neri. Tutto quello che sembra fantastico, esiste e sta in America. Tutto ciò che è ripugnante, dentro e fuori l’essere umano, è a Napoli. Funziona così, più o meno, il meccanismo.

La ripresa sembra una scalata senza senso. Il fondo breccioso si sfibra sotto i nostri passi ed ognuno di noi sente l’inutilità dello sforzo. La bandiera mi copre la testa come un sudario. Quando la rialzo, il 2-0 beneventano sta animando la Sud. Stringo gli occhi e penso che questo ritorno alla vita non mi piace affatto. Ancora gestacci. C’è da scavare, da scavarsi dentro come trivellatori di profondità, per portare alla luce gemme di orgoglio. Cantare, come se niente fosse. Un’altra stagione sprecata, e usciamo di scena senza neppure quel pareggio preventivato alla vigilia. Il Benevento sfiora il terzo. Sciarpata. Bellissima, nonostante tutto. Ormai le forze sono quelle che sono, il caldo ci ha resi manichini allo spasimo. Restano solo un paio di cose da sottolineare: Che noi siamo il Foggia, tanto per dirne una. Poi Germinale si gira al volo e mette in rete. Inatteso, insperato. Angioletto va in ansia, Enzo chiede cosa sia successo. Animo, e manca ancora un quarto d’ora, anche se nessuno lo sa. Poi Pedrelli, con una botta radiocomandata, mette all’angolino. Due e due. Porca puttana! È Angioletto a dirlo meglio di tutti. Comodi e apparecchiati, già consapevoli della sconfitta, già in defaticamento, nel silenzio di uno stadio che ha cantato per dieci minuti all’inizio e poi più nulla. Adesso, invece, sul pari, costretti a viverla. Fino alla fine. Dannazione, è proprio da Foggia. Questo costringerti ad inseguire, a dover credere senza crederci. Mi guardo attorno. Facce tirate. Chiedo: “Quanto manca?”. Volano numeri. I numeri della speranza. Chi dice dieci, chi dice cinque, chi dice cento. Dal centro parte il preludio al coro. So cosa sta per venire. So che sta per venire giù il settore. Fisso la celere che si schiera sotto di noi. La vista s’offusca, e canto.



Adesso è Pecchia che sotto di noi ci fa l’inchino e finge di togliersi il cappello. Chapeau.
Adesso è Pedrelli che piange; è Novelli che s’aggira come un fantasma a centrocampo.
Adesso sono i corpi solidi dei nostri, ancora nel settore, che s’immergono nel liquido del rimpianto.
Adesso è già domani. E quelli che cantano Mio fratello è Savoiardo.
E noi che apriamo le braccia per il battimani.
Mio fratello è Pavesino.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta.
E quelli di fronte che se ne vanno, e si scopre il ducotone che serviva per la coreografia. Nitido.
Adesso si che si legge.
Adesso, che è tempo di andare. Di ripercorrere a ritroso gli 80 chilometri appena appena sufficienti all’autocoscienza, a quei tortuosi andirivieni tra commozione, fierezza, spirito d’appartenenza. Alla luce docile dei ricordi recenti. E di quelli lunari.
Il corteo, la gente ai balconi, i vetri rotti di una macchina centrata da diversi metri in quell’allevamento ad alta densità che era diventato il parcheggio ospiti. Dentro, fratelli e sorelle della pirateria. Che mettiamo in moto.
Adesso è l’uscita in carovana.
Adesso è il curvone a sinistra, coi beneventani che provano ad irriderci.
Adesso è il cartello che barra Benevento. La statale.
Adesso è la voce che manca, la sete, la fatica, la maglietta che s’appiccica addosso.
Adesso è il telefonino che squilla, è il tentativo di comunicare, è il silenzio.
È Giuseppe che schiaccia il frontalino e fa partire la radio. Sono le note di una canzone di Bon Jovi su Capital, che non c’entra niente con niente. Eppure ci guardiamo. Occhi lucidi, finestrini aperti, volume.

I will love you, always.

Sempre.

01/06/09

50 cent

di Lobanowski 2

Domenica 31 maggio, Foggia-Benevento 0-0

Rewind

50 centesimi per un imbuto bianco, di quelli piccoli, da salsa. Due bottiglie di vodka, che Patrizio ci fa il prezzo. Il trattamento. Tre bottiglie di Lemonsoda da un litro e mezzo. 3 euro a testa, spicciolo più, spicciolo meno. Quattro bottiglie d’acqua vuote in fila sulla lastra di plexiglass del banco. Operazione remix. L’imbuto si ingolfa di vodka liscia, il livello di liquido trasparente sale, fino ad un terzo della bottiglia. Poi è la volta della limonata. Serrare il tappo, agitare a lungo, chiudere in frigorifero. Non in freezer, che potremmo svegliarci con una brutta sorpresa. In ghiacciaia ci va il Borghetti, quello di sicuro non esplode. La borsa frigo la porta Giuseppe. Ci sarà da attendere, da dare una mano, da ingannare l’attesa. Attenderemo e daremo una mano. E berremo, per ingannare l’attesa. Tra gente col biglietto e gente che dovremo far entrare a viva forza, non saremo meno di venti.

Domani…

E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.


Saltano la selezione solo i Depeche Mode. Per il resto, dai Bull Brigade a Pino Campagna, la musica gonfia le casse e – ricavandosi una sensibile via di fuga – dilaga in strada, si diffonde lungo l’intero marciapiede e quello di fronte, dove i nonni ci indicano sorridenti ai nipotini in triciclo. Tutti alle prese con lo scotch, a srotolare la stoffa delle bandiere, a tirare e provare le aste. Quelle nuove, altissime e sinuose, e quelle vecchie, rozze e tarchiate. Tutti a centro pista a ballare, all’incrocio a rodare, con le macchine che strombazzano: “Che dite, ce la facciamo, ragazzi?”. “No, oggi perdiamo 3 a 1…”, rispondo. Quello se ne va imprecando senza ascoltare il seguito della frase: “…ma vinciamo 4 a 0 a Benevento”. Ci avviamo a mezzogiorno che sembriamo un piccolo plotone sfilacciato. Abbiamo un mezzo appuntamento sotto la Sud, per contribuire alla coreografia. Lungo corso Giannone, gli autisti al volante salutano. “Sai che colletta faremmo oggi se chiedessimo 50 centesimi per ogni colpo di clacson?”. Lello mi ha contattato alle 9:30. Mi ha detto che usciva a prendere un po’ d’aria. In casa non si regge, la tensione gronda dai muri. Jordan ci affianca a due passi dalla meta. Anche lui suona (gratis). “Dove cazzo stai andando?”, chiediamo. “Qua… - risponde, indicando uno spazio disabitato non meglio determinato fuori dall’abitacolo – non ce la facevo a restare a casa”. Il recinto della gabbia-Sud non è presidiato. Ci prefiltriamo da soli. Si, siamo una ventina, e ci accampiamo sulle transenne di sinistra. Il sole è nascosto da grosse nubi nere, ma si muore di caldo. I guardiani del palasport chiacchierano con le porte aperte. Diamo fondo alle bottiglie.

Si aggregano amici e conoscenti. Tiriamo fuori la prima bottiglia di plastica. Daniele mesce coi bicchieri di plastica trasparenti. Il giro, uno per volta, fino a che tutti hanno tra le mani una dose di liquido giallo e può partire il brindisi. Le aste sono adagiate. “Alla vittoria!”. Primo sorso, refrigerante. Il secondo, di gusto. Enzo s’inerpica sulle transenne e fa partire il primo coro. Se questo è l’effetto, c’è da giurare che alla fine della scorta di mistura saremo stesi a rimirar le stelle. È troppo forte questo amore che provo per te, Foggia tu sei per me. Il terzo sorso svuota il bicchiere. Ottimo, magari un po’ troppo leggero, dice Ceska. “Te l’ho detto che ci siamo andati piano con la vodka”. Poi un dubbio. Lo sguardo che cerca nella borsa frigo: una, due, tre, quattro bottiglie sigillate. Com’è possibile? Un’occhiata agli altri, che cantano arrampicati sulla ferraglia: Il Foggia è tutto per me, Il Foggia è tutto per me. E ancora la voce di Ceska che risale: “Ci siamo andati piano con la vodka”. Un dubbio, tremendo. Un sorso, a mo’ di biopsia. “Uagliù – c’è da dare la notizia, per quanto possa fare male – vi state bevendo limonata a crudo!”. Sgomento. Un delirio scatenato da due sorsi di Lemonsoda. Gli sguardi imbarazzati si rincorrono. “L’avevo detto io”, prova a discolparsi qualcuno. Ma il dato resta. Enzo si siede: “Questa è da scrivere”. E scriviamolo pure. Scriviamo di venti foggiani ubriachi sotto la Sud alle 12 per una miscela analcolica. Oggi l’adrenalina fa più della vodka. E sotto col primo bottiglione.

Siamo belli, non c’è storia. Accampati, come ad una pasquetta, fuori da quella struttura che a tutti ricorda qualcosa di paterno. O di materno. Belli. Lo penso mentre, con Jordan che s’è appena operato al setto nasale e parla come un cinese, mi allontano per andare a recuperare altro gin e vodka. Cantano, quei meravigliosi folli. Sono le 13:30 e vanno avanti da un’ora. Mattia e Guido sventolano. Adoro questa gentaglia. Al ritorno sono fuori dai recinti. Ricacciati indietro dalle impellenze degli steward. In fila con gli altri. E cantano.

E quanta voglia hai di non cantar più! E quanta rabbia hai nel cuore!
Eppure sai che non cambierai mai, il nostro orgoglio non muore! Noi siamo polvere di stelle.


Dentro qualcuno barcolla. Blocco, fare blocco!La curva è carica, e nella mia testa ondeggia. C’è un frastuono giapponese, da coppa Intercontinentale. Un brusio sconclusionato che si fa marea di sillabe. Nicola crolla sotto il sole. Spalla a spalla, ognuno al suo posto. Blocco, fare blocco! Sono le quattro, stanno per cominciare i playoff. Ma non abbiamo alcuna speranza di vederne più di qualche brandello. Mi arrivano lastroni di cartone rosso, per la scenografia. Ne smisto un paio, ne faccio cadere una ventina. Raccolgo, ricadono. Non è cosa. Delego. Di fronte, i beneventani con i palloncini. Non mi va neppure di guardarli. C’è troppo da fare. Squadre in campo, lo intuisco dal frastuono. Cala il bandierone. Il segnale. Tutti coi cartoncini al vento. Un sol levante. Rossonero. Poi la bolgia. Non si capisce granché, è difficile anche seguire il senso logico d’ogni singolo coro. Una confusione che si fa sistema. Mani che battono, pezzi di canzoni nell’aria. Del primo tempo non vedo nulla.

La ripresa non è molto diversa, anche se sono in buona posizione per vedere Mancino sparare alto, prima, e sul portiere in uscita, poi. Uno dall’alto mi dice che, se non faccio smettere di sventolare il bandierone, scende giù lui. Io rispondo che può scendere. Quello ripete il suo concetto. Io ripeto il mio. Non se ne fa nulla. Zero a zero, inevitabile. A fine gara, nel silenzio della Sud che si svuota, sento il primo coro beneventano. Per me, è come se fossero entrati in quel momento. Dedicano un inno ai tifosi del Savoia, loro gemellati. Uno sgarro imperdonabile. Qualche schermaglia verbale, che fingono d’ignorare. E una certezza che si fa carne: domenica ci saranno due partite da vincere. Noi partiremo per vincere la nostra. Dell’altra, in fin dei conti, non saprei che dirvi.

29/05/09

L'attesa autoprodotta

di Lobanowski 2

Brucia e non passa. Una vampa statica, che non consuma corde, filari d’alberi o di pneumatici, che rimane tra i piedi. Che ingombra. Che non sai che farne.
Così fa il tempo, da sempre ingannatore delle genti.
Brucia e non passa. Brucia senza passare.
Settimana di passione. E c’eravamo preparati con la sintassi, fatti largo a suon di definizioni scudisciate tra i rami della foresta incognita. Ma un conto è dire – dirlo – un conto è vivere – viverlo. Quando parte la prevendita? Dove si fanno i biglietti? Ma è vero che si gioca di martedì perché ci sono le elezioni? Tanto a Benevento non ci fanno andare.
Domande, quesiti, affermazioni tolemaiche entusiasmanti. Buone per un’altra volta. Per sguazzare, compunti e compiaciuti, nel pantano autoprodotto dell’eterna vigilia.

Lunedì sera le mani fremono. Allora tiriamo fuori l’armamentario per intero: le due oblique, la bianca-rossonera-bianca a bande verticali, la Jolly. E tutta la batteria di bandiere detenute. E lo scotch, il nastro isolante, quanto basta ad avvolgere stoffa ed aste, a fissare colori su sempre nuovi ed intercambiabili supporti. Cernita di quel che manca, di quel che servirebbe. Si vagliano i potremmo fare.
Abbiamo saputo della coreografia. Dovremo apparire alle porte della Sud alle 12:30.
Nel frattempo, non resta di meglio da fare che una sbandierata lungo via Mario Pagano, che rimane pur sempre una traversa di corso Roma. Le luci del quartiere sono smorzate. Un signore al balcone.
“Non stiamo più nei panni”, dico. “Eh, vedo”, risponde.

Senza contare che siamo al primo anniversario di Cremona. L’abbiamo commemorato come si deve, col minutaggio dei caselli nel quadrante dei ricordi.

La prelazione per gli abbonati dovrebbe garantirmi tranquillità. Guido è stato ai botteghini martedì mattina e c’erano dieci persone. Lello passa da casa che sono le quattro e fa un caldo geometrico. Come per rievocare. Due piccoli agglomerati in fila. Rispettivamente Curve e Tribuna Est. Voci sommesse e paragoni: l’anno scorso, per l’andata con la Cremonese, la fila arrivava lì. Un dito indica. Alcune teste si girano. Caspita, lunga. Vado avanti, provo a seguire le operazioni dell’impiegato nel suo gabbiotto di cemento. Origlio, ma senza volontà, il discorso di due giovani in prima linea. “Ti ricordi con la Cavese? La fila arrivava al marciapiede di fronte”. La testa va all’indietro, come la Carrà. Torno al mio posto. Alle spalle di Lello c’è un signore solitario, che ha parcheggiato la macchina a meno di un metro. Che, a ben pensarci, avrebbe potuto fare la fila direttamente dall’abitacolo. Dietro di lui, tre ragazzi nuovi, appena arrivati. E, come per un rito benaugurale, appena si posizionano, si lanciano nell’amarcord come fiori nello stagno. “Ti ricordi Foggia-Avellino? La fila arrivava al bar”. L’Età dell’Oro delle file allo “Zaccheria” tende a riavvolgersi su sé stessa come un nastro trasportatore. Decido di imbastire un ragionamento, di far partire una chiacchiera a caso, pur di evitare di ascoltare della fila di quel Foggia-Juventus che si trasformò nella più gigantesca rissa amichevole della storia. Di ascoltare ancora quella storia. O di essere costretto a raccontarla. Così viro sui limiti del calcio moderno: Nome, cognome, lettore ottico per i dati supplementari, e tutto questo tempo perso per sole venti persone da sbrigare. Assurdo. Un tempo non era così. Ma non sembrano interessati. Tutti puntano l’obiettivo, nessuno annuisce neppure. La fila per la Tribuna Est, in ossequio al trasformismo di questi giorni di campagna elettorale, diventa improvvisamente valida anche per le Curve. E la nostra si spezza in due. A ridosso del giovanotto al lavoro, scopriamo che le casse sono a corto di spiccioli per il resto. Che il biglietto – che costa 10,00 – con la prevendita del 10% viene 11,50.
Ma che razza di prevendita se siamo al botteghino? Non esiste, come concetto morale, che il botteghino dello stadio si avvalga della prevendita. È ovvio che quel pre non vuol dire letteralmente prima (altrimenti ogni biglietteria farebbe prevendita). Ma segnala il servizio improprio: il bar, la ricevitoria, l’erboristeria fanno prevendita. Non lo stadio. E poi: che razza di 10% su 10 euri fa 1 euro e 50 centesimi?
Rumoreggia, la plebe. Nome, cognome e data di nascita. Sono ad un passo dal traguardo. Sento la richiesta ripetuta ossessivamente, compulsivamente, meccanicamente, dall’interno del gabbiotto. Come ad un posto di blocco della polizia, ad una dogana. È incredibile pensare a come cambiano certe cose. E a quanto in fretta ci si abitui. A come certe domande riconducano a certi ambiti. Ed a come gli ambiti, senza averne la precisa percezione del mutamento, mutino. E ce li ritroviamo qui, mutati, tra i piedi. Ormai ci siamo.
Un vecchietto arriva sferragliando in bici. Si incuriosisce. Rallenta. Poi si ferma. Approfitta del primo sguardo benevolo che gli giunge dalla fila, in costante ricomposizione. E affonda la domanda: “Che c’è una partita?”.

Beata incoscienza, o rabbia! Ma è mai possibile che esista ancora gente così? Noi siamo qui a consumarci le nocche in assenza di unghie fertili, e questo gironzola per la città ignorando che, dopo una rincorsa che te la raccomando, domenica andiamo ad assaltare la cadetteria… Mi rifiuto di crederci: ma di cosa vive sta gente? Boh, magari di ciclismo… Anche se, a ben pensarci, ha scoccato la domanda mentre su Rai Tre Auro Bulbarelli sta commentando Il Giro all’arrivo. Recito il nome e cognome di mio zio, che ha pensato bene di prenotare quattro abbonamenti a nome suo, invento una data di nascita (che si rivela sbagliata, ovviamente, il calcolo combinatorio non è mica una scemenza), ed ottengo il biglietto. Un piccolo passo per l’umanità.

L’elenco consta di diciassette persone, se non vado errato. La bandiera catalana ondeggia al vento assente. “A che ora inizia la partita?”, “Alle quattro”, “Alle quattro? Ma che cazzo dici?”, “Oh, i playoff cominciano tutti alle quattro”. Qualche secondo per realizzare che non di Foggia-Benevento mi si chiedeva. Ma di un Barcelona-Manchester United che, secondo gli esperti, dovrebbe assegnare la Champion’s. Pensare che l’ho visto nascere, questo Barca. Al Nou Camp, all’epoca del Wisla e dei preliminari. Ne è passato di tempo da Foggia-Barletta di Coppa Italia. Un vodka-lemon e passa la paura.

750 biglietti venduti in tre ore, in quel di Benevento.
Diverse scazzottate nei bar, in quel di Foggia.

20/05/09

Luterano (in risposta a certe considerazioni appropriate)

di Lobanowski 2

Facile parlare di presunzione. Facile, troppo facile, dire che sono io quello che non va. Che non accetta, non si apre, si ghettizza in un fanatismo autoreferenziale e, tra l’altro, immotivato.
Perché non c’ero a Castrovillari e neppure a Sant’Anastasia.
Ma io la vedo diversamente. E uso termini differenti.
Uno su tutti: disciplina. Sono uno disciplinato, io, specie nella pratica della coerenza.
E non vedo perché mai dovrei applicare ad altri soglie di tolleranza che non applico alla mia persona. In altre parole: perché dovrei essere buono e accondiscendente con gli altri, mentre con me sono cattivo ed esigente?

Due anni fa Foggia si imbandierava. C’era la finale playoff ad Avellino e, in casa, avevamo vinto uno a zero. Io scrivevo: “Mi si domanda, da più parti, se sotto sotto sono felice che il Foggia stia lottando per la promozione. Non lo so e quando lo saprò non lo dirò. Di sicuro non correrò ad abbonarmi ad agosto, non farò il mio ritorno sugli spalti a promozione ottenuta. Sarebbe in contraddizione con ciò che sento e che ho sempre teorizzato: se non si è respirata la lava incandescente degli inferi, non si ha il diritto a godere. Neppure del purgatorio”.
C’è un link che vale da prova, questo, datato 11 giugno 2007.
http://illaerte.ilcannocchiale.it/2007/06/11/la_conquista_del_purgatorio.html

Avevo mollato molto prima, per ragioni che non avevano e non hanno nulla a che vedere col gioco del calcio. Mi ero defilato, coltivando nel privato una passione che era stata feroce e mi aveva portato a fare cose di cui mi ero pentito. Non mi divertivo più.
Fatto sta che la trasferta d’Avellino era vietata. Non ci sarei andato comunque, ma non per chissà quali motivi romanzeschi. Ad Avellino c’ero stato altre volte, nella mia prima vita da curvaiolo. Una volta, con l’incoscienza dei 15 anni, persino d’estate, per un’amichevole. Senza scorta, direbbero quelli che di se stessi fanno biografia. No, ad Avellino non ci sarei andato per coerenza.
Gli altri – da Lello a Gianni, che quel campionato e la C2 li avevano seguiti – lo sapevano. Se il Foggia fosse riuscito nell’impresa di tornare in B, non avrei neppure esultato. Non avrei mosso un dito, non avrei fatto trasparire nulla. E l’anno successivo, avrei bucato il grande passo di tornare allo stadio. Perché sentivo che non mi meritavo il posto sul carro dei vincitori. Neppure a cascione. I vincitori erano altri: i miei amici che erano scesi a Paternò, a Gela, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Ragusa, a Marsala. Loro si, avrebbero dovuto festeggiarsi.

Si issò la bandiera fuori. Tiziana aveva preparato una torta. Angelo continuava a ripetermi: “Non ci credo, non ce la farai. Dovesse segnare il Foggia, farai come hai sempre fatto, come quella volta in incognita a Tivoli”. No, garantivo. Non ho alcun merito. Non merito alcuna festa. Perché il mio cervello – rimbambito da una coerenza di stampo luterano – ragionava (e ragiona) così. Non come i cattolici, che vanno a confessarsi e lavano le macchie.

Poi Rivaldo, al minuto 90 e passa. E il castello di carte che crolla. Ricordo le facce degli altri. Non passava più. Poi un signore in macchina, di ritorno dallo stadio (dove avevano trasmesso la partita su maxischermo), che vede la nostra/loro bandiera, ancora issata, e ci fa, ironicamente: “Ancora? Perché non la togliete…”. E un secondo, e poi un terzo. Tutti con lo stesso messaggio. Al quarto scatto e per poco non si arriva alle mani. Quello si ferma, litighiamo, ci sfanculiamo.
Cazzo, non posso sopportare che questa gente senza etica, senza principi (luterani o no), debba entrare ed uscire con tanta serenità dalle stanze che a me costano fatica e lacerazioni. Vaffanculo. Li odio gli occasionali. E per occasionali non intendo solo quelli che allo stadio vanno cinque volte in dieci anni, come se andassero a teatro. Occasionali, per me, sono anche quelli incapaci di soffrire come soffro io. Autoreferenziale, ancora una volta. Lo so, ma sto facendo outing. Quindi mi sia concesso.

L’anno successivo, che poi sarebbe l’anno scorso, approfittando di un intreccio narrativo, di un caso della vita, sono tornato allo “Zaccheria”. E per poco non mi è venuto da piangere. Ricordo che c’era il Foligno, contro. Ed io non riuscivo a staccare gli occhi dai gradoni. Ripassavo i volti, le posizioni dei gruppi. Quella vita da cui mi ero auto-espulso prima dell’espulsione. Non era ancora ritorno di fiamma. Ma ci ero vicino. Il Foggia vinse 2-0. Poi ci fu la scampagnata di Manfredonia. E mio padre a tavola si aprì come se parlasse ad un tossico: “Guarda – mi disse – che se ci torni, ci ricadi”. Riportai l’aneddoto agli amici. Ridemmo. E mio padre ebbe ragione.
Durante l’interminabile fila ai botteghini per la prima semifinale con la Cremonese, ero dalle due all’altezza del marciapiede del piazzale. Davanti a me, una fila interminabile e aggrovigliata. Di fianco, alcuni esponenti della Nord e della Sud che urlavano frasi di scherno: “Tifosi da playoff! Questo siete!”. Non dimentico la vergogna che ho provato, come i romani alle Forche Caudine: io, preso per un occasionale. E quel che è peggio, la mia etica luterana che dai recessi mi diceva che era giusto, che meritavo totalmente quella piccola/grande umiliazione.
Poi Cremona. I chilometri dell’espiazione.

Per me il Foggia non è tutto. Nessuno, neppure tra i più indemoniati, lo crede realmente quando lo scandisce allo stadio. E non è neppure una fede a punti. Per me il Foggia è una passione bruciante, che sa di passato remoto e di futuro prossimo. Non ho mai perdonato a me stesso d’averla mollata – quella maglia – nell’inferno della C2. Ma non potevo fare altrimenti, perché mancavano dei presupposti. Mancava il gruppo, era svanita la voglia di cazzeggiare. Ma, in realtà, è sempre rimasta dov’era. E se qualcuno pensa che è stato perché non volevo scendere a Castrovillari o a Cosenza, beh, proprio non mi conosce. Anche perché a Cosenza ci ero già stato. E non tanti più di trenta eravamo, pure allora. Così come a Salerno, ma insomma basta! Il punto che volevo evidenziare, in questa prima settimana di passione, al cospetto dei reduci che giocano a tirarsela e degli occasionali che s’atteggiano a inossidabili lastre di fiducia, è che io – con tutti i limiti della soggettività e tra mille contraddizioni – rimango onesto con me stesso e con gli altri. E quando dicevo che non avrei festeggiato perché non lo meritavo, lo credevo. Alla stessa maniera oggi, per pudore, vorrei che fossero altri a non festeggiarmi sotto il naso.

18/05/09

La nostra festa

di Lobanowski 2

Domenica 17 maggio, Foggia-Crotone 1-0

“Fin dal calcio d'inizio Lennox aveva capito in qualche modo che il Notts avrebbe perso, non per una profetica conoscenza della prestazione di ciascun giocatore della squadra di casa, ma perché nemmeno lui, da spettatore, si sentiva in piena forma”.

Così Alan Silltoe, a proposito di una gara interna col Bristol. E il parallelismo regge anche a diversità di esito. Perché anch’io non ho profetiche conoscenze dei miei. Ma alla vista di quella curva strapiena, dei ragazzini e delle ragazzine dotati di vidocellulari e magliettine a righe modello Sonohra sopra, sotto, di lato a noi; di quella gradinata stracolma di gente seduta, anch’io ho avuto la certezza che il Foggia avrebbe vinto. E, come Lennox, non mi sono sentito in piena forma. Ma non perché m’augurassi qualcosa di diverso dalla vittoria. Non fraintendiamo. Conquistare i playoff è il minimo. Senza la doppia sfida di semifinale, senza la finale che tutti auspichiamo, oggi potrebbe essere il nostro ultimo giorno prima delle ferie estive. E non oso neppure pensare a quanto afoso tedio ci separi dal ritiro, dalla prima di Coppa Italia, dalla prima di campionato a fine agosto. Scuoto la testa per rimuovere il pensiero – Delete – mentre m’arrampico fin su alla curva per appendere la pezza. E chiedo “Permesso” agli spettatori già in posizione. M’informo: “Che ore sono?”. Le due meno cinque, mi rispondono. Un sguardo dall’alto in basso: incredibile. Siamo qui con oltre un’ora d’anticipo. E per risalire la Sud devo chiedere permesso. Rimpiango i 500 curvaioli di Foggia-Pistoiese. Rimpiango l’acquaneve e il vento sferzante di Arezzo. Ma tant’è: questa città non è in nulla diversa dalle altre. Il carro del vincitore affascina, seduce, conquista le anime meschine. E quelli che ancora non ci sono saliti sopra, si preparano al grande balzo. Come Fantozzi con l’autobus.

Al covo l’aria è distesa, da ultimo giorno di scuola della regular season, in attesa degli esami di maturità. Un giro di Borghetti a festeggiare i dieci anni di un fidanzamento a cui tengo molto, un excursus tra i trailer di Maccio Capatonda, l’attesa dei dispersi. Fuori issiamo le bandiere. Una comitiva di ragazzini alla pizzeria di fronte non si lascia sfuggire l’occasione, e tira fuori le immancabili fotocamere. Flash. C’è una generazione che si sta giapponesizzando sotto i nostri occhi. A corso Matteotti c’è gente. Sciarpe al collo, sono testimonial dell’occasionalità. E del grande evento. Il colmo sarà dover sgomitare con questa gente per ottenere un tagliando per le semifinali. Rabbia. Saltiamo la sosta al chiosco, perché immaginiamo – a ragione – che la Sud sia già piena. Un gruppo di dodici giovanotti si presenta alle porte e fa un nome, uno soltanto. Come ad una festa di compleanno. Gli steward li lasciano passare. Enzo invece adotta un’altra tattica. Fissa negli occhi lo staccabiglietti esclamando “Buongiorno” con voce sicura, gentile ed affabile. Quello, stupefatto e spiazzato da tanta cortesia (a cui non deve essere abituato), si concentra sulla risposta. E si dimentica di chiedere il conto. Buongiorno. Il primo gradone a ridosso della balaustra è un tappeto di aste e stoffa. Le squadre in campo, lo sventolio, il rimbombo dell’intera curva alle prese con il primo coro. “Scusa, puoi evitare di riprendere con quel coso…”, “Perché?”, “Come perché?”. Bisogna stare con gli occhi aperti, ma questo clima mi ricorda le partite di beneficenza.

Ne risentiamo. Alla fine del primo tempo ci fanno notare che siamo stati blandi, per nulla carichi. È vero, cazzo. Ma come si fa, in queste condizioni, a concentrarsi. Qua sembra la riproduzione dei panda allo zoo. Le nostre tre file si schiacciano e si mescolano ad una marea di volti inediti, che neanche le Nuove Proposte a Sanremo. Saranno famosi, probabilmente, ma per adesso sono un fastidio indicibile. Fa un caldo mortale. Quello del chioschetto si sorprende della quantità di bottiglie d’acqua che riesce a vendere. Un sorso di minerale, una doccia. Vinciamo uno a zero. Ha segnato Germinale. Ho visto trequarti del gol, finché non ho perso di vista il pallone, ingoiato dalla prima fila. In quell’istante ho fissato il nostro attaccante aprire le braccia e venire sotto di noi. E mi sono girato per costatare lo stato di conservazione di Ceska. Uno sull’altro e tutti giù. Due energumeni afferrano un amico e lo trascinano agli inferi. Quello scalpita, prova ad opporsi, e sferra quattro calci nel vuoto. E il vuoto sono io. Il mio stinco sinistro, per la precisione. Nella ripresa, che si preannuncia mortalmente noiosa sul campo, dovremo riscattarci. Tanto più che abbiamo le t-shirt nuove, oggi. Compattarsi, diventa l’imperativo. Anche a costo di espellere i neofiti. Uno striscione solidarizza con gli Sconvolts Cagliari: Anche repressi combatterete.

Ora siamo decisi. Le notizie-radio riferiscono l’altalena emozionale di Cava. Vince il Pescara, al “Lamberti”. Ma tutto lascia presagire che non corriamo rischi dell’ultimora. Il Crotone ha mollato una presa che già dall’inizio era parsa molle. Chi non salta è cavaiolo. E la curva ingrana la marcia. Adesso ci divertiamo sul serio. Un pensiero immancabile ai tarantini, poi proviamo a coinvolgere il resto dello Zaccheria: Tutto lo stadio. Chi non salta è cavaiolo. Ma quelli in gradinata restano fermi, impassibili, gli occhi sul manto erboso e il suo scialbo divenire apparentemente agonistico. Ci riproviamo: Tutto lo stadio. E ancora: Chi non salta è cavaiolo. Niente. Nessuna risposta. Sembrano inchiodati. Allora le braccia dell’intera Sud indicano quel mare di teste alla destra. E parte il coro che vale una stagione, quello che racchiude in sé l’essenza dell’esserci: Siete sempre un pubblico di merda. Bello, lungo, scandito. Sillaba per sillaba, a conficcarsi nelle cortecce cerebrali di quelle vecchie querce immote. Vaffanculo, se lo sono meritato tutto. E adesso è inutile che scalpitino, che applaudano ironicamente, che inveiscano con rabbia. Merde siete e merde resterete. Ah, gli anni Ottanta… Triplice fischio. È finita. E mi sento sazio come una stufa a cherosene. La squadra sotto di noi, e poi Novelli. Un coro, Mister Mister, che non fa nomi e cognomi, ma che in controluce dimostra a quest’uomo chi siamo – quelli che c’erano e ci credevano mentre i giornalisti si dilettavano a mostrarsi arguti – e chi è. Ci punta l’indice addosso, mentre sfugge agli abbracci degli invasori di campo. Una, due, tre volte. Mi emoziono e non lo nego. Sciolgo la tensione con gli altri: Voglio restare in C, Perché qui è un mondo fantastico. Cantiamo tutti, ridiamo. Prima di sorprenderci assetati. Conviene uscire di corsa, affrettarsi. Ci aspettano un paio di Peroni a testa. E un whiskey per la sera. Festeggiare i playoff, dicono tutti, è da idioti. Foggia, stabiliscono i soliti voltagabbana, deve ambire ad altre soddisfazioni. Sono gli stessi che parlavano di derby quando giocavamo col Manfredonia. E vabbé. Sta di fatto che ci è presa una dannata, insindacabile voglia di festeggiare. E festeggiamo, alla faccia di tutto e di tutti. E se qualcuno si incuriosisce – “Cosa festeggiate?” – non possiamo che rispondere: Noi stessi. E siamo seri. Oltremodo seri.

Flashback. Zio Franco è disperso dalle 10 del mattino. Sente la partita come un parto. Da qualche anno va in tribuna centrale, ma è rimasto un curvaiolo dentro. Ed in tribuna questo spicca più che nel cuore della Sud. Uno che butta il sangue come se dettasse geometrie a centrocampo, che insegue il pallone come un cavallo, sbuffa e nitrisce. Ha promesso: se il Foggia va ai playoff, qualcuno la pagherà. Ce l’ha coi giornalisti, che vivacchiano la partita a pochi metri da lui. Al novantesimo la curva si svuota. Noi stiamo ancora cazzeggiando, intonando cori situazionisti, cinici e disillusi. Qualcuno mi chiama dalle transenne. “Ma non è zio Franco quello?”. Aguzzo lo sguardo alla mia sinistra, fino alla tribuna. C’è un signore pelato, palesemente sovreccitato e sudato, che si sta scagliando contro il convoglio dei giornalisti che – muti! – abbandonano la postazione. Sembra Cavallo Pazzo. Si, rispondo, è lui. Mi raggiungono gli altri. Zio Franco picchia per noi…

Alle 20:30 Mattia chiama in trasmissione. Tenta la supercazzola in diretta. Il giornalista per poco non ci casca. Di voi tutti, oggi, vogliamo ridere.

Il 15 marzo l’allenatore dell’Arezzo Ugolotti dichiarò: “Abbiamo 6 punti sulla sesta, quel discorso forse è chiuso”. I sesti, manco a dirlo, eravamo noi. Estrapolai, copiaincollai la sua dichiarazione. Ne feci la mia frase personale in Messenger. Oggi noi siamo ai playoff. E Ugolotti è stato esonerato. Alla luce di tutto questo, mi sembra poco importante che l’Arezzo abbia comunque centrato le semifinali. Apro Msn. È ora di fare le pulizie di primavera. Seleziono, cancello. Scrivo: A settembre c’eravamo solo noi. A marzo pure.

11/05/09

A metà della meta

di Lobanowski 2

Domenica 10 maggio, Ternana-Foggia 2-2

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul. Lo cantava il Vate. E decine di impulsi cerebrali a far schizzare i pensieri associativi, le scrollate di testa, i tentativi di pensare ad altro, di invadere la mente di soavi mollezze, non riescono a chetarmi. Terni mi ricorda istintivamente Cremona. Stesso calore afoso, a strozzare l’ossigeno; stesso senso di epidermide in fiamme; stessi volti attorno, che fingono di pensare ad altro. Solo l’umidità è differente. Ma la cappa di piombo, il fiatone, la voglia di non guardare, sono le stesse. Stessi palazzi addosso al mare, stessi tramonti che si perdono nel nulla. Pensare ad altro, guardare altrove. Come una terapia: novanta minuti, poi passa.

Direzione Lucera, dritti a costeggiare la fortezza angioina, Campobasso, svincolo per Isernia, Venafro per la più classica delle soste a mozzarella e caffellatte, San Vittore, autostrada fino ad Orte, Terni. Ma gli strateghi sono arrivati prima di tutti, ed hanno le idee chiare, circa la confusione. Le cartine, due, aperte sul banco. Il furgone fuori, a sbuffare d’impazienza. Lo stato maggiore attorno alle carte, a studiare l’orografia, le asperità del territorio. Dita scorrono sui monti e gli avvallamenti. Come i francesi ad Austerlitz. Conviene l’Adriatica, sento dire. Usciamo a Chieti, tagliamo per L’Aquila. Il dibattito è serrato. Giuseppe propone di risparmiare ulteriormente imboccando l’A14 solo a Termoli. Nicola lo scavalca, asserendo che fino a Vasto la statale è ottima e ben tenuta. Sguardi obliqui. Provo ad inserirmi, ma è deciso. Daniele si fa largo e dice la sua. Indica un punto di partenza, e uno d’arrivo. A giudicare dai movimenti della mano sulle carte, propone di partire da un punto qualsiasi del Subappennino e puntare – mediante un traforo invisibile – direttamente sull’Umbria. Deve essere una specie di druido.

La città che ci lasciamo alle spalle è un avamposto d’estate. Un preludio di bella stagione. Nei suoi palazzi dai muri costellati di facce candidate, si stanno risvegliando i giornalisti, i critici della prima ora, i tiepidi, gli occasionali. Pronti, al contempo, a godere intimamente del passo falso come a invadere le strade, alla stregua dei baresi che hanno festeggiato la serie A in cinquantamila, l’altra sera. Quando allo stadio, per anni, non sono mai stati più d’un migliaio. La statale, non appena incornicia il mare, diventa balneare. Rasentiamo la costa sabbiosa, le famiglie distese al sole, gli arzilli nonnetti che fanno footing. Sembra l’America. E non posso fare a meno di pensare a quanto siano diverse le vite. Quella parte di vita – quanto meno – che ognuno può scegliersi, lontano dai condizionamenti del determinismo. Svincolo, casello, adesivo, biglietto. La sagoma nera della macchina di Giuseppe guida la carovana. Dietro, nel Trafic, dormono i nottambuli. Mattia si sveglia, si carica: Dai che vinciamo, dai che vinciamo, dai che vinciamo. Una specie di preghiera laica. I monti, l’Abruzzo, la figura del Gran Sasso, le cime ancora innevate. Fa strano vederle da qui, dal caldo pressurizzato dell’abitacolo. Che nessuno osi togliersi le scarpe.

Cominciano a piovere le telefonate. I cellulari non smettono di trillare, vibrare, lanciarsi in ardite melodie, sempre più complesse. Stanno scendendo da Bologna, da Firenze, da Torino. Salgono da Roma. È un continuo tentativo d’organizzare, di coordinare, di dare forma all’inevitabile caos. Ben sapendo che è proprio la confusione il fulcro dell’agire. All’ultimo autogrill ci sfila davanti un intero contingente di carabinieri. Al banco del bar, uno di loro continua a fissare la maglietta di Jordan: Manifestazione?, chiede. No, normale esodo di foggiani, la risposta. Passo accanto alla camionetta per raggiungere i bagni. Sento uno dei due agenti chiedere al collega: Dove gioca il Foggia? E l’altro rispondere esattamente. Sono le 13 e puntiamo su Rieti. Vorremmo prendere un aperitivo in santa pace, e tentare di informarci su come stanno le cose: dove sono gli altri, tutti gli altri. La strada provinciale che imbocchiamo si perde nel verde, aprendo squarci di castelli inerpicati e paeselli da presepe. Pittoresca, l’ha definita la nostra mappa. Rieti ha i tre archi nelle mura, come Foggia. Che però non ha le mura. Qualcuno dorme ancora. Ma i bar sono tutti chiusi, non vale la pena sostare. L’ultimo tratto, e per la prima volta sento la tensione afferrarmi la gola. Ci siamo quasi, siamo a due passi dall’obiettivo. Basterà arrivare, e sarà palla al centro. Ci chiama Chiara: “Uscite a Terni Ovest”. Mi chiama Antonio il Bolognese: “Dove dobbiamo uscire?”. Risposta: “A Terni Ovest”.

La carreggiata che percorriamo sembra restringersi al nostro passaggio, come un illusionismo. File di case sulla destra e sulla sinistra, senza traverse, biciclette. Bar aperti, alimentari, un lago. È la strada sbagliata, ne siamo certi. E va bene che siamo in Umbria, ma qui si esagera col bucolico. Cerchiamo la circonvallazione, ma sappiamo già che non la troveremo. Adesso siamo noi a guidare la spedizione. Terni. Il cartello indica il centro. Siamo sbucati in città, cazzo, non è una scelta saggia. Sarà difficile spiegare che non di scelta si è trattato. Siamo in territorio ostile, e vaghiamo. Una freccia verso l’ospedale, un’altra verso la stazione dei carabinieri. Inversione di marcia, mentre il pomeriggio ternano sembra assolato quanto deserto. La voce stadio appare tra dozzine d’altre. Ognuno al suo finestrino, pronto a dare l’allarme, a scattare per difendere il bagaglio a mano. Un cartello indica il parcheggio del settore ospiti. Forse ci siamo. Ma la strada è madre d’esperienza, e per giungere al nostro covo occasionale, c’è da passare attraverso le fauci delle fere. Tribuna Est, la casa dei Freak, un tempo. S’apre sulla nostra sinistra, subito oltre il marciapiede declinante che delimita il vialone. Un ragazzo ci vede e si blocca. Sta per chiamare a raccolta, lo sentiamo. Ma il semaforo è giallo, lampeggia, e noi passiamo. Due bar sulla destra, coi rossoverdi fuori. Circumnavighiamo, fino all’imbocco del settore. Due steward e due poliziotti. Biglietti, chiedono.

Sono teso di tante tensioni in una. Indefinibile, inestricabile, senza appigli. Il furgone nel parcheggio, l’incontro gli altri. Un ragazzo che non conosciamo personalmente, parte della brigata romana, ci mostra la nostra nuova t-shirt. Un precedente assoluto. Ci siamo tutti. E c’è il tornello, unico e solo esemplare della tribunetta. C’avevano provato anche qui, dopo Potenza, a fare il colpaccio: 15 euro per un tagliando di curva. Prevendita esclusa. Poi si sono ricreduti. Uno per volta, e la fila s’allunga. Si intravedono bandiere rossonere, mentre gli addetti indirizzano le macchine nel parcheggio. Teso. Un po’ per la partita, per l’esito in sé: non oso immaginare cosa sarebbe giugno senza calcio; e neppure mi va di pensare a che ritorno mesto s’aprirebbe sul nostro orizzonte prossimo. Ma un po’ di tensione è dovuta anche al contesto. Un anno fa gente di nessun conto mise in giro la voce di una nostra fraterna amicizia coi ternani, amicizia cementata dalla comune passione politica, che ci avrebbe portato nel settore ospiti dello “Zaccheria” a sostenere i compagni. Contro noi stessi, in pratica. Falsità, infamità, piccolezze. I ternani a Foggia esordirono con un Bandiera rossa che doveva, dal loro punto di vista, scavare un solco profondo tra la sinistra Terni e la destra Foggia. Cliché traballanti, validi come stereotipi, ma nulla di più. Fatto sta che sono teso. Perché la cosa potrebbe ripetersi, lacerandoci nell’imbarazzo. Per questo motivo, abbiamo chiesto ad alcuni amici di restare a casa. Non sarebbero, probabilmente, stati in grado di comprendere questo mondo complesso e distante. Biglietto sul sensore, codice a barre del tifoso, dentro. Ma quanti gruppi ci sono a Foggia?, chiede un poliziotto. Tanti, è la risposta. Rampa di scale, dentro.

Il “Liberati” è un effetto ottico. Con la curva interrotta al centro, e tre anelli di cui i due superiori completamente futili, è un sogno delirante. La tribunetta dove siamo, poi, ha lo stesso effetto di un comò in una pompa di benzina. Alta ma digradante, dolce. Tanto dolce da far si che agli ultimi gradini la porta è oscurata per metà dai cartelloni pubblicitari. C’è gente. Non saremo i mille previsti. Probabilmente siamo appena la metà, ma è meglio così. Ci facciamo largo, ci compattiamo. Siamo tanti. E la prima sensazione di fastidio mi avvolge. La cappa, la cappa maledetta. La sento, l’avverto sotto pelle. Ho caldo da morire, e mi dedico alla cura delle bandiere per non pensarci. Pensare ad altro, guardare altrove. Le squadre in campo. Un lungo sospiro a scacciare la tensione, il battimani metallico. La tensione c’è, anche se nessuno ha ancora dato dei comunisti di merda ai ternani. Ed è un motivo di preoccupazione in meno. Un, due, tre, il Foggia passa. Al terzo. Antonio mi dirà che è stato bello sentire il settore. Io resto immobile. Fisso terra. Non ce la faccio a lasciarmi trascinare, ho ancora troppa paura addosso. Sono un innamorato che ha conosciuto la sfiancante durezza dell’illusione, e tenta di non caderci più, di non cascarci a peso morto. Venti minuti e vedo il Foggia raddoppiare. Intorno è il putiferio, ma non ci casco. Un colpo di testa di Salgado, mi dicono, e un miracolo del portiere. Il 3-0 sarebbe stata una mezza ipoteca. Pensiero compulsivo: rimpiangeremo questo momento?

Il Foggia è tutto per me, Il Foggia è tutto per me, E io lo so, Perché non resto a casa. Dieci minuti, a stabilizzare, equalizzare, risollevare il coro. E tutti negli spogliatoi. Caldo, cappa. Due a zero, in vantaggio all’intervallo. Chi resta sugli spalti parla al cellulare agli amici che sono davanti alla tivù. Venezia mi ricorda Istanbul. Sciarpe e bandiere, si dondola. La Cavese pareggia a Benevento. Finisse così saremmo ai playoff. Vedo dondolare, dondolo, e l’emozione diventa insopportabile. Mi scopro gli occhi gonfi. Poi segna la Ternana. Non è successo niente. Calma, ragazzi, calma. È dura tranquillizzare, col pathos a mille la paura che ti morde il culo. Ma bisogna farlo. Tranquillizzare e distogliere, incitare se è il caso. Incitare per distogliere. Pensate al coro, pensate a cantare. Calcio d’angolo per la Ternana. Spiovente, un colpo di testa, la rete che si gonfia. Non è facile spiegare le facce, se non si è lombrosiani. Ma è la botta più dura ricevuta da un anno a questa parte. Venezia, Venezia… Stomachevole come un gancio all’addome, rincoglionente come una sniffata di colla Artiglio. Grido e non sento la mia voce. Parlo e nessuno si muove, ognuno perso dietro il suo corteo di ricordi. Angioletto è rosso come un reduce da una rissa. Lello è piegato a metà. Risentiamo del cambiamento d’aria. I pellegrini, in alto, s’ammutoliscono, smettono di scimmiottare canzoni. Restiamo in pochi. Noi e i soliti di sempre. Mollare adesso sarebbe impensabile. Ma fa male. Porco Giuda se fa male…

Passano i minuti. Speriamo sia il solito biscotto di fine stagione. In fondo, la Ternana ci ha spianato la strada ai playoff, l’anno scorso. Qualcosa le dobbiamo. Indubbio. Ma non le costava niente, all’epoca. Non s’è mai saputo di uno che per ricambiare ad un pacco di cioccolatini, per quanto pregiati, si fa espiantare un rene. La Ternana, probabilmente, si salverebbe anche a quota 40. Ma noi resteremmo in C1, inoperosi da giugno. E vincevamo 2-0. Ora siamo 2 pari, e nessuno gioca più. Tranne uno sulla fascia destra, uno che continua a saltare un tale che mi dicono essere Colombaretti. Poi un boato, dall’alto in basso, come una frustata. Il Benevento, pare abbia segnato il Benevento. Non mi fido, domando. È vero. Cristo, si. Adesso va bene anche il pari. Adesso si che gradisco un biscotto. Che sarà, sarà, Ovunque ti seguirem… Un conto alla rovescia che sa di sudore freddo e notti sudate. È finita. Abbiamo agganciato la Cavese, siamo in vantaggio per via della classifica avulsa, e bisognerà battere il Crotone, sicuro del suo terzo posto, domenica allo “Zaccheria”. Adesso sembra tutto facile e, mentre la squadra arriva sotto la curva, tutto appare perfetto. La tensione si scioglie in qualche lacrima che reprimo. Sono sudato e probabilmente puzzo di terra bagnata. Guardo in aria. Sospiro. La cappa si sta allontanando.

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