di Lobanowski 2
Prologo sentimentale
È sempre la stessa storia. Quando li rivedi – pieni di difetti, brutti e malandati – e percepisci il ronzio del ronzino a nove posti che ti spiana la strada verso una nuova inspiegabile meta, ti chiedi – e non puoi farne a meno – cosa diavolo ti ostini a frequentare certa gente. Cosa ci trovi di affascinante, stimolante, finanche di spassoso, in questi derelitti figuri. Poi passano ore. E, dopo una parentesi passata a sgolarsi contro un campo verde, arriva sempre – sistematicamente – il momento in cui sembra che la fata abbia toccato il touch screen della realtà e immortalato una qualche forma di serenità, se non proprio di perfezione, che ti fa dire a te stesso che si, non vorresti essere con altri che con loro. È una specie di oblio, o di febbre della corteccia cerebrale. Lo ammetto, per quanto paradossale possa sembrare – e basta vederli per comprendere il paradosso! – ma è così. Dannatamente così.
Cronache
Prendi il Transit che non arriva. E quello che non s’è capito se ha fatto nottata e si sta guardando i piedi sull’uscio, dopo aver steso un bandierone sul marciapiede; quello che, piegato al sonno, sta guardando i cartoni su Rai tre e farfuglia di un pony da inseguire. Quello che fa ritardo, che poi sono due o tre, e quelli fraccomodi che li dobbiamo passare a prendere quasi sotto casa. Uno adduce la scusa della recentissima paternità, ma sta cosa non ha senso. Nervosismo geografico. La posizione di Terni, lì in mezzo, non favorisce plebisciti. Noi, fino a venerdì sera, eravamo fermi sostenitori dell’Adriatica fino a Civitanova e della superstrada per Foligno; poi, dopo diverse consultazioni, abbiamo virato per la classicissima Campobasso-Venafro-Roma, e il pezzetto di autostrada fino a Orte. Tanto più che ci aspettano anche i cinque che salgono dall’Urbe. Ci siamo svegliati con questa convinzione. Anche Google Maps era d’accordo con noi. Risparmio chilometrico ed economico. Poi una telefonata, che come il sorriso all’improvviso nella canzone degli Equipe 84, stravolge i piani. Casello e nervosismo. Ritardo e nervosismo. Autogrill e nervosismo. Inseguimento e nervosismo. Alla fine ce la facciamo. Ci ricongiungiamo al gruppo e sostiamo lietamente nell’area di servizio. Di brutto c’è che abbiamo imboccato la Pescara-Roma. Autostrada fino a destinazione, un salasso imprevisto. Nell’abitacolo, Giuseppe guida masticando foglie d’odio, ingoiando bile nera. Angioletto tiene sveglio il pilota narrando fluviale una quantità di storie sugli ultras della Lodigiani, del Mosciano e del Ponticelli che, per poco, non producono l’effetto catastrofe che vorrebbero scongiurare. C’è sempre una “catastrofe iniziale”… La seconda fila sembra dormire, la terza è irraggiungibile, una specie di settore ospiti furgonato. Lo stereo spara Spirito dei Litfiba, poi Pseudofonia fino alla certezza che abbiamo perso gli altri. I cellulari non servono a granché nella Valle del Salto. Troviamo i romani all’uscita di Orte, dopo esserci purgati di 30 euri superflui al casello. Non è ancora l’una. Conviene trovare un bar e riordinare le idee per il degno ingresso a Terni.
La zona industriale è un rettilineo, il primo posto di blocco è all’imbocco del Liberati. Biglietto alla mano. Un ricordo svampito: la mia patente sul mobile all’ingresso di casa. Mani nelle tasche: non ho neppure la tessera sanitaria, o quella della videoteca. Un problemone, dice lo steward, che s’appunta i miei dati autocertificati. Sabrina, per un disguido dell’ultimora, si chiama Gianluca. Sarà difficile da spiegare, il cambio di sesso è ipotesi da scartare. Il setaccio all’ingresso lascia intendere che qualcuno, da queste parti, attende una provocazione per scattare. Gli addetti ai controlli e ai metal-detector sono zelanti. La celere osserva. Ogni ingresso apre un nuovo fronte di confronto: la bandiera è troppo grande, è troppo rossa, è troppo nera. Io arrivo al tornello e vengo sputato indietro. Dal funzionario capo c’è anche Sabrina, intenta a spiegare di non essere un trans ed ambire al cambio di nominativo sul tagliando e non al cambio di generalità. Si apre la pezza. La scritta in volgare albionico non è immediatamente “percettibile”, dicono. Quindi resta fuori, a fare compagnia alla Jolly roger, fuori ma senza spiegazioni. Meglio non cadere in tentazione, meglio non accendere focolai di tensione. Abbiamo quindici minuti di sciopero del tifo da mettere in pratica. Ci sono cose più importanti di un pezzo di stoffa, anche se è per quel pezzo che viaggiamo. Anche se quel pezzo siamo noi. Giuseppe garantisce per me e varco il mostro dalle porte girevoli. Posso così assistere allo spettacolo delle perquisizioni dall’altra parte della barriera. Il metal detector emette un suono da orsacchiotto di pezza che suscita ilarità. Facciamo blocco. Assestiamo un paio di inni a Maroni che siamo ancora fuori dal settore. Lo stillicidio dei perquisiti è una saga commovente. Entriamo con le mani in alto ed in bocca una canzone, come cantava Ligabue. Lo stadio ci accoglie con una bordata di fischi. Avevo vaticinato ai miei che, semmai avessimo espugnato Terni, il gol l’avremmo segnato intorno all’ottavo minuto. Giusto per toglierci il gusto d’esultare. Invece siamo sullo zero a zero. I nostri hanno retto il quarto d’ora di sciopero contro la tessera del tifoso. Ci hanno visti entrare e si sono rilassati. La Ternana passa che ci stiamo ancora sistemando. Un gruppetto di ragazzini, dalla gradinata, ci fa gestacci. Fatichiamo a compattarci qualche minuto più del dovuto. Fa caldo e si sente l’umidità. Siamo in alto, quest’anno, inversamente proporzionali alla squadra. I cori partono in sordina, ma il primo tempo vola via senza particolari acuti. Loro, di fronte, sono tornati a fare tifo. Saranno trecento, il che significa più del triplo di quanti ne sono stati in questi anni di buio. Longarini, dicono, è il colpevole della disaffezione. Come Matarrese lo era a Bari. Sono bastate tre vittorie consecutive per tornare a popolare la Est, proprio come a Bari è bastata una promozione in A per riempire il San Nicola. Il tifoso è animale volubile. Hanno cantato e qualche volta si sono anche sentiti. Ma i momenti di silenzio superano di gran lunga i momenti di passione. Mi si potrà dire che anche noi l’anno scorso eravamo più del triplo. E non posso che confermare. E ripetere: il tifoso è animale volubile. La differenza è nello zoccolo.
Nella ripresa partiamo bene, in campo e sugli spalti. Sul rettangolo verde non sembra che i ragazzini si siano arresi. Per un paio di volte sfioriamo il pari, ma la Ternana è sorniona e ci controlla. Sugli spalti, i vecchi freak sono stanchi, o almeno così sembra. Tra di noi si spaccia acqua liscia. La gola è già una piaga. Insistiamo, cresciamo di intensità. Prendiamo il secondo. Ed è una benedizione divina. Senza l’intralcio della partita da seguire a sprazzi, ognuno si concentra sul proprio ruolo. L’orgoglio, in questi casi, diventa puro spasso. Mani in alto! A rondine! A rondine! Noi siamo qua, Sempre con te, Unica fede in tutto il mondo intero, Io canterò, Ti sosterrò, Ovunque adrai Us Foggia. Il Liberati esulta, liberato dallo spauracchio. Forse siamo pure rimasti in dieci, non ho capito. I ragazzini della gradinata tornano all’assalto, si piazzano sulla balaustra di confine per farci le boccacce… e ci trovano canterini. Si guardano perplessi, poi uno tira fuori il cellulare e comincia a riprenderci. I tabellini diranno che si era al minuto 53. Al minuto 58, quando prendiamo il terzo, il coro è ancora lo stesso. E il ragazzino non ha ancora smesso di video riprenderci. Cantiamo, cantiamo, cantiamo perché, è magico il Foggia. Il battimani è un’arte nella quale – qualcuno mi smentisca – siamo cresciuti tantissimo. Da un po’ sono metallici e corali, roba da fare male ai palmi. Antonio, nell’ilare dopopartita al gusto di luppolo, mi dirà che questo – il 3-0 per loro – è stato il momento in cui ci siamo sentiti solo noi. Il Conte, cuffietta da partoriente in testa e adipe in bella vista, passa in rassegna le linee. Lo sprono è sempre lo stesso: “Diamogli una lezione di tifo!”. Canto per te, solo per te. Il gol di Quadrini fa impazzire Enzo, che emula – solitario – la curva del Gremio. Angioletto avrà modo di ripetere all’infinito quanta infinita pena provi per quei poveri baresi che sono andati fino a San Siro e non hanno visto neppure un gol della Bari. Noi uno l’abbiamo visto. Prendiamo il quarto. E alla fine succede un fatto strano, che non so come interpretare, sul momento. La squadra viene sotto il settore. Certo, il ringraziamento a chi ha offerto sostegno incondizionato ci sta, è quasi doveroso, direi. Ma qui si va oltre. Milan, che è un ragazzino ma sembra avere più personalità di tutti i suoi compagni, precede gli altri. Giunge le mani e poi saluta, quasi a chiedere scusa della prestazione, del risultato. Ma giù ci sono una quarantina di persone che saltano e gridano, e allora la squadra per intero si denuda per regalare cadeau. Non so come prenderla. Non vorrei s’abituassero troppo a questo clima da festa continua. Non vorrei credessero che tutto gli è concesso in nome della giovane età. Uno grida, rivolto ai ternani che abbandonano lo stadio: “Infami! Ve la siete presa coi ragazzini!”. Altri in tribuna, ed è ancora Antonio a raccontarmelo, interpellano i giornalisti foggiani per chiedere spiegazioni di quanto sta avvenendo: “Ma li festeggiano?”. Io non mi sono mai accalcato a una balaustra per ottenere una maglietta. E quando Enzo e Giuseppe tornano dalla missione con due cimeli, non posso fare a meno di guardarli sospettoso. All’uscita una macchina di tifosi di mezza età ci affianca: “70 euro per la maglia del numero 2. Se vuole quella dell’8 deve salire a 80. Perché non è neanche sudata…”.
Cronache di Narnia
Un funzionario ci affianca: “Andate a Roma o Rieti?”. “A Roma”. “Ok, allora seguite me. Vi porto sul raccordo”. “Ma noi non dobbiamo andare a Roma, scendiamo a Narni”. “E si, vi porto io. Sul raccordo”. “Ma noi non ci vogliamo andare sul raccordo”. Un dubbio. “Ma che chiamate raccordo la circonvallazione?”. “Si”. Il Grande Raccordo Ternano. Sfiliamo tra macchine ferme al semaforo. Una vigilessa scruta da sotto le falde di un berretto troppo largo. Il funzionario accelera per sfuggire ai nemici invisibili. Noi acceleriamo per non perderlo di vista. Dietro di noi, altre macchine accelerano. Punta la zona industriale. Cartello Orte. Accelera. Noi dietro, dubbiosi. “Ma noi dobbiamo andare a Narni. C’è un bar che ci attende”, protesta l’abitacolo. Quello va, non può ascoltare le nostre lamentele. E quando giunge al bivio, lasciamo che sfrecci verso il Raccordo. Senza di noi. Lui a destra, noi a sinistra. Liberi. Liberi di abbrutirci, come sempre avviene quando usciamo dai Tre Archi. Angioletto, per esempio, oggi ha optato per il maschilismo militante. Puntiamo su Narni, il paese delle Cronache. Strapiombi spettacolari e sentore di prezzi altissimi. La piazza con la fontana, la fiancata della cattedrale e l’imbocco del centro medioevale, è un gioiellino dove convivono macchine in sosta e vigili di guardia. Strappiamo un permesso da dieci minuti per una birra. Tavolini di legno, frescura settembrina, scarica di birre grandi a prezzi tutto sommato accessibili. E i dieci minuti diventano un’ora. Eccolo: il momento perfetto. Come Gualdo Tadino, come San Giorgio del Sannio. Il momento in cui queste brutte facce che mi circondano si trasfigurano e diventano quel che rappresentano. Poche storie. Lasciamo la piazza con una manovra ardita. Il barista si avvicina al finestrino. Chiede, con malizia, se sappiamo qualcosa di quelle tre bottiglie di Heineken scomparse dal cartone. Il vigile e la vigilessa si mettono all’ascolto. Giuseppe, volante alla mano, è sincero: “Guarda, ne ho bevute cinquanta pagandole, perché avrei dovuto rubarmene tre”. Il vigile, di fronte a tanta rinfrancante onestà, non è affatto sfiorato dall’idea di indagare su quell’autista alcolizzato. Ma, convinto, annuisce: “Eh, già”, dice rivolto al barista che scompare nel suo negozio. Narni è storicamente la rivale di Terni, come Jesi lo è naturalmente di Ancona. Quando torniamo al bar della frazione, seconda sosta in meno di dieci chilometri, la signora che ci aveva augurato buona fortuna all’andata è ancora lì e chiede: “Beh? Com’è finita?”. Angioletto, sotto tiro, risponde con enfasi: “Abbiamo fatto un gol bellissimo, signora… roba da non crederci… quanto costa la Tennent’s?”. Sulle sedie di plastica al margine della provinciale, la sosta che doveva essere un celere pit-stop diventa bivacco. È buio. Amici ci chiamano che sono a Cassino. “Voi?”, “Sulla strada”, è la risposta più diplomatica che riusciamo a dare. Cantiamo l’intero repertorio daccapo, che la signora è convinta si tratti di entusiasmo post-vittoria esterna ed immagina una sbronza colossale. Del resto, mai avrebbe immaginato stamattina di finire la scorta di Borghetti. Solo alla fine scoprirà che abbiamo perso 4-1. A Orte imbocchiamo l’autostrada per Napoli. Ci fermiamo a fare benzina. Per fare Daspo, ci vuol Borghetti. Sei Faxe da litro. La festa, tra balli tribali e canti, prosegue. Uno sguardo all’orologio. Sono le 20:25. La partita è finita alle 16:50. Sono passate tre ore e mezza. Terni è 30 chilometri.
28/09/09
14/09/09
Foggia-Lanciano o Dell'età adulta
di Lobanowski 2
Venerdì 11 settembre, ore 23:30
Porte chiuse, blindate. Lo sapevamo. Ma ci siamo lo stesso. Non potevamo mancare. L’appuntamento è di quelli che si onorano, costi quel che costi. Macchine nel parcheggio. In prima linea quelli con le vettovaglie, in coda quelli con le bottiglie e i bicchieri di plastica.
Dalle notizie che trapelano, in campo, oltre il limite invalicabile, c’è sofferenza, tensione, passione. Uno sforzo agonistico che dura da un po’, oramai. Non ci aspettavamo niente di meno. E affolliamo il settore. Sudore, pathos, emozione. Tutto mischiato, tutto compreso.
L’impianto – saturo di indicazioni, frecce, cambi di direzione – trasuda anni Ottanta. Odora di brodo. Fa un caldo che non ci si crede.
Le avanguardie salgono al terzo anello, nel settore precario che ci è stato riservato, immerso in una oscurità da thriller scandinavo. Noi, in quattro, restiamo giù a fare da balia al pastore tedesco in miniatura. Retrovia e carriaggio. Il buio circonda la struttura. Rare luci da serenate alle finestre. Il clima ideale per questo genere di sfide. Siamo fuori, ma non conta. Del resto: i primi dieci minuti, i primi dieci minuti, i primi dieci minuti, non li vediamo mai. Senza contare che il nostro esserci-non esserci può essere anche letto come una protesta sfacciata contro il calcio moderno. E sia.
Neanche il tempo di sintonizzare le radioline, di scambiarci due chiacchiere sulle stagioni, l’invariabilità della natura, le dure leggi del mercato. Che dall’alto giunge il boato.
Uno sguardo fugace e carico di speranza. Occhi negli occhi, negli occhi e negli occhi ancora. Non c’è bisogno di aggiungere parole. Sono i nostri. Inconfondibili. È fatta.
Dopo cinque ore di travaglio, Manuela è diventata mamma. Angioletto papà. Noi zii.
Ascendiamo al terzo anello.
Gooooool!
Nell’atto di venir fuori dalla sala, il medico ha aguzzato lo sguardo per capirci qualcosa oltre le lastre spesse dell’oscurità svedese di cui sopra. Di fronte deve essergli palesata una selezionata schiera di fuoriposto, più adatti a un chiosco che a un reparto maternità. Non a caso, si è ritratto e alla prima donzella adocchiata ha confidato quel che aspettavamo con ansia: - La signora ha partorito.
Ceska, che era la donzella in questione, ha assunto una faccia da schiaffi ed ha chiesto un supplemento d’informazione: - Davvero?, ha concluso. E quello, serio, di rimando: - Perché, aveva dubbi, signorina? La notizia s’è propagata come un monsone nel Sud-Est lungo la dorsale ospedaliera.
Il boato.
Avevamo pensato a lungo a cosa avremmo fatto. Bandiere, torce, striscioni. Ed ora che ci siamo, non possiamo che recriminare sull’orario e il contesto. Accendere un fumogeno e far scattare un coro a mezzanotte dell’undici settembre, nel corridoio, accanto ad un’altra famiglia in tensione per un travaglio complicato, non sembra proprio il caso. Rinunciamo a malincuore, ma ci facciamo riconoscere ugualmente. Nei limiti del possibile.
L’infermiera fa capolino con una specie di teca con le rotelle. Due buchi appena per il respiro del piccolo. Due passi ed è inghiottita dalla folla. “Ma quanti padri ha questo bambino?”.
I cellulari inviano frenetici segnali agli assenti (presenti). Ci siamo, urlano ai quattro venti.
Il pensiero: uno striscione, rosso e nero su stoffa bianca, all’angolo della curva sud: Benvenuto Aurelio!
Domenica 13 settembre, Foggia-Lanciano 0-0
Angioletto appare da Salvatore che sembra un divo cinematografico. Due ali di folla lo chiamano, lo invocano, gli concedono pacche sulle spalle e congratulazioni. Succede così, di solito. Quello che ha meno meriti di tutti, viene osannato più di chiunque altro. Come un eroe. Il genio militare di certi condottieri all’asciutto magnificati dalla Storia per le vittorie dei fanti infangati. Succede così ai padri. Cameratismo maschile all’ombra rassicurante dello “Zaccheria”. Domenica di settembre. Il neopapà è sfuggito per due ore al calore asfissiante e ai sentori di brodaglia del reparto. Poteva permetterselo, a differenza della mamma bloccata in un letto che – per quanto simbolicamente allegro – rimane pur sempre un letto d’ospedale. C’è il Lanciano, c’è la gloria. Lo invidio da morire, e non è un peccato ammetterlo. Peccato sarebbe nasconderlo nelle pieghe dei sorrisi di facciata. Io sono sincero fino in fondo: felice fino in fondo: invidioso fino all’osso. Confesso: l’ho invidiato anche quando nessuno lo invidiava, nella penombra della sala d’aspetto, quando gli si spalancavano davanti le ore vuote (e i minuti eterni) di una nottata d’attesa. Quando tutti levavano le tende, in attesa dell’sms risolutivo. Mi immedesimavo – e più di tanto non ci riuscivo e questo mi rodeva – nel peso dell’attesa senza vie d’uscita. Voglia di paternità inevitabile ad una certa età, conseguita senza meriti e senza sacrifici. Ma tant’è. È questione d’alchimie. Che è buono e saggio non pensarci.
La macchia nera delle nostre t-shirt s’avvia al settore che manca mezz’ora al fischio d’inizio. Diverse incognite, oltre quei cancelli. Ma lo spirito è alto, combattivo, festante. Gli steward e gli staccabiglietti fanno il loro lavoro in maniera eccellente. I bagni della Sud sono il termometro della partecipazione emotiva. I bar traboccano di alcolisti parzialmente anonimi. Aria di casa, tra questi ambienti accoglienti. Siamo al solito posto, dopo tanto parlare. Un bandierone issato, la Jolly Roger. Noi su due file. Di fronte, il gruppo di lancianesi fa blocco a tre gradini dalla balaustra. Le squadre finiscono la rifinitura e imboccano lo spogliatoio. Alla spicciolata sfilano sul tappeto rosso i ritardatari e quelli che s’attardano volontariamente. Uno sguardo, un lampo: Auguri!, Grazie! È bello, penso, avere famiglie allargate. Anche smisurate, come questa. Auguri! Grazie! Invidia. E pessimismo: non mi succederà mai, penso. Una certezza compulsiva, malaticcia: non so perché, ma so che sarà così. Un po’ come la storia della Coppa Uefa, di quella trasferta a Mosca (ma anche a Maiorca) che immaginavo da ragazzino e non ho mai fatto; la voce di De Niro che alza il tiro: Non c’è nulla di peggio del talento sprecato. Bronx, visto per la prima volta che avevo diciassette anni. Non devo sprecare il talento, pensavo. E a furia di pensarlo, sono passati tre lustri. Meglio scuotersi. Meglio sradicare l’asta, testare la voce, dare il via alle danze. Oggi è un giorno di festa.
Il Foggia rischia, il Foggia allarga il gioco, il Foggia difende e regge; il Foggia riparte, il Foggia sfiora, il Foggia si salva. Una partita affascinante, brutta, di quelle dove l’agonismo sopperisce al talento. Questa squadra mi piace. Mi dicono che non arriverà ai playoff. Pazienza, rispondo. E torno a cantare. Il pantaloncino rosso non si può guardare, ma ad ogni calcio d’angolo la telecamera inquadra il vero sottinteso di questa sfida: Benvenuto Aurelio! La Nord si sente bene, assedia la Sud, che alza il livello di un primo tempo flaccido. Nella ripresa la prova è più che buona. Anche la nostra. Alla fine è zero a zero. E va bene, più che bene, così.
PS: per coloro che hanno trovato troppo tristi e funerei alcuni passaggi, tengo a precisare che non si tratta di improvvise crisi funeste, ma di un ben preciso, pianificato, piano di panico collettivo. Ritengo altresì simili crisi inevitabili dinanzi a eventi logicamente inconcepibili e socialmente irreversibili come il parto in soggetti dotati di qualche neurone funzionante. Dirò di più: ben più d’un collega di t-shirt, nel festeggiamento al neopadre che si è consumato a ridosso della grande notizia, ha ingoiato Borghetti senza la solita spocchiosa indifferenza dei momenti qualsiasi. C’è da scommettere che pensieri pesanti si siano mischiati al Caffè Sport.
Venerdì 11 settembre, ore 23:30
Porte chiuse, blindate. Lo sapevamo. Ma ci siamo lo stesso. Non potevamo mancare. L’appuntamento è di quelli che si onorano, costi quel che costi. Macchine nel parcheggio. In prima linea quelli con le vettovaglie, in coda quelli con le bottiglie e i bicchieri di plastica.
Dalle notizie che trapelano, in campo, oltre il limite invalicabile, c’è sofferenza, tensione, passione. Uno sforzo agonistico che dura da un po’, oramai. Non ci aspettavamo niente di meno. E affolliamo il settore. Sudore, pathos, emozione. Tutto mischiato, tutto compreso.
L’impianto – saturo di indicazioni, frecce, cambi di direzione – trasuda anni Ottanta. Odora di brodo. Fa un caldo che non ci si crede.
Le avanguardie salgono al terzo anello, nel settore precario che ci è stato riservato, immerso in una oscurità da thriller scandinavo. Noi, in quattro, restiamo giù a fare da balia al pastore tedesco in miniatura. Retrovia e carriaggio. Il buio circonda la struttura. Rare luci da serenate alle finestre. Il clima ideale per questo genere di sfide. Siamo fuori, ma non conta. Del resto: i primi dieci minuti, i primi dieci minuti, i primi dieci minuti, non li vediamo mai. Senza contare che il nostro esserci-non esserci può essere anche letto come una protesta sfacciata contro il calcio moderno. E sia.
Neanche il tempo di sintonizzare le radioline, di scambiarci due chiacchiere sulle stagioni, l’invariabilità della natura, le dure leggi del mercato. Che dall’alto giunge il boato.
Uno sguardo fugace e carico di speranza. Occhi negli occhi, negli occhi e negli occhi ancora. Non c’è bisogno di aggiungere parole. Sono i nostri. Inconfondibili. È fatta.
Dopo cinque ore di travaglio, Manuela è diventata mamma. Angioletto papà. Noi zii.
Ascendiamo al terzo anello.
Gooooool!
Nell’atto di venir fuori dalla sala, il medico ha aguzzato lo sguardo per capirci qualcosa oltre le lastre spesse dell’oscurità svedese di cui sopra. Di fronte deve essergli palesata una selezionata schiera di fuoriposto, più adatti a un chiosco che a un reparto maternità. Non a caso, si è ritratto e alla prima donzella adocchiata ha confidato quel che aspettavamo con ansia: - La signora ha partorito.
Ceska, che era la donzella in questione, ha assunto una faccia da schiaffi ed ha chiesto un supplemento d’informazione: - Davvero?, ha concluso. E quello, serio, di rimando: - Perché, aveva dubbi, signorina? La notizia s’è propagata come un monsone nel Sud-Est lungo la dorsale ospedaliera.
Il boato.
Avevamo pensato a lungo a cosa avremmo fatto. Bandiere, torce, striscioni. Ed ora che ci siamo, non possiamo che recriminare sull’orario e il contesto. Accendere un fumogeno e far scattare un coro a mezzanotte dell’undici settembre, nel corridoio, accanto ad un’altra famiglia in tensione per un travaglio complicato, non sembra proprio il caso. Rinunciamo a malincuore, ma ci facciamo riconoscere ugualmente. Nei limiti del possibile.
L’infermiera fa capolino con una specie di teca con le rotelle. Due buchi appena per il respiro del piccolo. Due passi ed è inghiottita dalla folla. “Ma quanti padri ha questo bambino?”.
I cellulari inviano frenetici segnali agli assenti (presenti). Ci siamo, urlano ai quattro venti.
Il pensiero: uno striscione, rosso e nero su stoffa bianca, all’angolo della curva sud: Benvenuto Aurelio!
Domenica 13 settembre, Foggia-Lanciano 0-0
Angioletto appare da Salvatore che sembra un divo cinematografico. Due ali di folla lo chiamano, lo invocano, gli concedono pacche sulle spalle e congratulazioni. Succede così, di solito. Quello che ha meno meriti di tutti, viene osannato più di chiunque altro. Come un eroe. Il genio militare di certi condottieri all’asciutto magnificati dalla Storia per le vittorie dei fanti infangati. Succede così ai padri. Cameratismo maschile all’ombra rassicurante dello “Zaccheria”. Domenica di settembre. Il neopapà è sfuggito per due ore al calore asfissiante e ai sentori di brodaglia del reparto. Poteva permetterselo, a differenza della mamma bloccata in un letto che – per quanto simbolicamente allegro – rimane pur sempre un letto d’ospedale. C’è il Lanciano, c’è la gloria. Lo invidio da morire, e non è un peccato ammetterlo. Peccato sarebbe nasconderlo nelle pieghe dei sorrisi di facciata. Io sono sincero fino in fondo: felice fino in fondo: invidioso fino all’osso. Confesso: l’ho invidiato anche quando nessuno lo invidiava, nella penombra della sala d’aspetto, quando gli si spalancavano davanti le ore vuote (e i minuti eterni) di una nottata d’attesa. Quando tutti levavano le tende, in attesa dell’sms risolutivo. Mi immedesimavo – e più di tanto non ci riuscivo e questo mi rodeva – nel peso dell’attesa senza vie d’uscita. Voglia di paternità inevitabile ad una certa età, conseguita senza meriti e senza sacrifici. Ma tant’è. È questione d’alchimie. Che è buono e saggio non pensarci.
La macchia nera delle nostre t-shirt s’avvia al settore che manca mezz’ora al fischio d’inizio. Diverse incognite, oltre quei cancelli. Ma lo spirito è alto, combattivo, festante. Gli steward e gli staccabiglietti fanno il loro lavoro in maniera eccellente. I bagni della Sud sono il termometro della partecipazione emotiva. I bar traboccano di alcolisti parzialmente anonimi. Aria di casa, tra questi ambienti accoglienti. Siamo al solito posto, dopo tanto parlare. Un bandierone issato, la Jolly Roger. Noi su due file. Di fronte, il gruppo di lancianesi fa blocco a tre gradini dalla balaustra. Le squadre finiscono la rifinitura e imboccano lo spogliatoio. Alla spicciolata sfilano sul tappeto rosso i ritardatari e quelli che s’attardano volontariamente. Uno sguardo, un lampo: Auguri!, Grazie! È bello, penso, avere famiglie allargate. Anche smisurate, come questa. Auguri! Grazie! Invidia. E pessimismo: non mi succederà mai, penso. Una certezza compulsiva, malaticcia: non so perché, ma so che sarà così. Un po’ come la storia della Coppa Uefa, di quella trasferta a Mosca (ma anche a Maiorca) che immaginavo da ragazzino e non ho mai fatto; la voce di De Niro che alza il tiro: Non c’è nulla di peggio del talento sprecato. Bronx, visto per la prima volta che avevo diciassette anni. Non devo sprecare il talento, pensavo. E a furia di pensarlo, sono passati tre lustri. Meglio scuotersi. Meglio sradicare l’asta, testare la voce, dare il via alle danze. Oggi è un giorno di festa.
Il Foggia rischia, il Foggia allarga il gioco, il Foggia difende e regge; il Foggia riparte, il Foggia sfiora, il Foggia si salva. Una partita affascinante, brutta, di quelle dove l’agonismo sopperisce al talento. Questa squadra mi piace. Mi dicono che non arriverà ai playoff. Pazienza, rispondo. E torno a cantare. Il pantaloncino rosso non si può guardare, ma ad ogni calcio d’angolo la telecamera inquadra il vero sottinteso di questa sfida: Benvenuto Aurelio! La Nord si sente bene, assedia la Sud, che alza il livello di un primo tempo flaccido. Nella ripresa la prova è più che buona. Anche la nostra. Alla fine è zero a zero. E va bene, più che bene, così.
PS: per coloro che hanno trovato troppo tristi e funerei alcuni passaggi, tengo a precisare che non si tratta di improvvise crisi funeste, ma di un ben preciso, pianificato, piano di panico collettivo. Ritengo altresì simili crisi inevitabili dinanzi a eventi logicamente inconcepibili e socialmente irreversibili come il parto in soggetti dotati di qualche neurone funzionante. Dirò di più: ben più d’un collega di t-shirt, nel festeggiamento al neopadre che si è consumato a ridosso della grande notizia, ha ingoiato Borghetti senza la solita spocchiosa indifferenza dei momenti qualsiasi. C’è da scommettere che pensieri pesanti si siano mischiati al Caffè Sport.
08/09/09
Corsari
di Lobanowski 2
Lunedì 7 settembre, Andria-Foggia 0-1
Non bisogna mai rinunciare alla socialità; al principio aggregante per cui esistono cose come i bar, i pub, i circoli del ricamo. E il calcio. L’abbiamo detto, l’abbiamo scritto. Ore 20:45, tutti da noi. Tutti alla Cantina Politicamente Orientata. Abbiamo inventato anche un aperitivo serale per l’occasione. E una volta lanciato l’appello, fissato l’appuntamento, non si torna indietro. È un piacere, certo. Ma manca tutto. Il frigo boccheggia. C’è da lavare a terra, riordinare lo spazio agibile, riempire il freezer di birre, Caffè Sport, vodka, gin, Martini. Senza contare che mancano i tovaglioli di carta, i bicchieri grandi e quelli da cicchetto. Compunta rassegnazione, maniche rimboccate all’inverosimile. Una teglia di pizza da passare a ritirare, un paio di limoni da cercare. Siamo a due passi dal mercato e sono da tempo passate le 18. Lunedì sera e le saracinesche chiuse ricordano mollezze arabeggianti, da placida cittadella mediorientale. “Dovete aspettare che apra”, dice il macellaio indicando una serranda colorata, vivacizzata da una grottesca floreale. “Ma apre?”, “Bah – fa quello buttando un occhio distratto all’orologio – a volte si, a volte no. Dipende”. Questo un milanese non lo capirebbe di sicuro. Alle sette e mezzo diamo il via alle danze. Il pavimento è lucido, Valerio ha portato anche del vino casereccio. Raisportsat trasmette una trasmissione con Tramezzani ospite. La sera plana dolcemente. Tra un po’ arriveranno tutti. Andria è trasferta vietata. Non bisogna mai rinunciare alla socialità.
Che poi, spiegare perché Andria è vietata, richiederebbe di suo una robusta digressione. Una digressione che – ne sono consapevole – annoierebbe mortalmente e puzzerebbe di vittimismo postumo. Ma siccome anche tacerne sarebbe sbagliato, non posso che sintetizzare il più possibile. Dunque. L’Osservatorio, supremo ente mistico, eminenza grigia sacerdotale che sovrintende alle nostre domeniche e alla nostra libertà di movimento, si è espresso con largo anticipo, senza menzionarci. Funziona così: ogni mattina ti svegli e consulti il sito. Quando vedi l’elenco delle partite proibite, lo scorri da capo a piedi per capire se c’è il nome della tua squadra. Se non c’è, è probabile che si possa partire. È, come avrebbe detto monsignor Casaroli, il martirio della pazienza. Ma siamo disponibili a giocare al massacro. Del resto, è il gioco di ruolo che abbiamo scelto. Insomma, dal silenzio s’arguiva che Andria-Foggia non era considerata partita a rischio. Un iniziale sconcerto ha percorso la piazza. Una serie di perché, di ma come, di come mai. Qualcuno ad ipotizzare addirittura un trappolone, modello Roma-Napoli. Ma Ticket One ha messo in vendita i biglietti del settore, si diceva. È fatta sul serio, hanno pensato gli scettici. Ed increduli si sono scalmanati verso lo sportello. Il prezzo per essere ospiti al Degli Ulivi è da omicidio seriale: 15 euro, a cui aggiungere l’euro e cinquanta di prevendita. 16,50 per una gara di C. Siamo bestie da soma, animali vivisezionabili. Qualcuno insorge, altri correggono il tiro: calmi, state calmi… è una trappola, non facciamoci provocare. Giusto, ma qualcosa andrà pur detta a coloro che considerano il Degli Ulivi un Meazza senza anelli. Fatto sta che in tanti, fin da martedì, hanno il permesso e il tagliando. Mercoledì il Prefetto di Bari è a Foggia. Non so perché e comunque non mi interessa. Andria è uno dei tre capoluoghi della Bat, la nuova provincia pugliese. Non è più provincia di Bari, quindi è altamente probabile che abbia un prefetto diverso. Eppure, giovedì mattina la notizia s’infrange sui frangiflutti dello stupore: la trasferta è vietata. Ha deciso il prefetto. Di Bari. Motivazione ufficiale: il settore ospiti non è a norma e non si può garantire la sicurezza in una partita in notturna. Altri perché, altri ma come sarebbe a dire, altra impotenza. È così e basta. Inutile trastullarsi i neuroni. È la stessa logica che vieta Potenza ai ravennati e concede Lanciano ai pescaresi. Una logica vuota di logica. Un’assenza di buonsenso che si fa senso comune. Contro la quale combattiamo da mesi, che si fanno anni.
Lo striscione fuori recita: No alla tessera del tifoso. C’è gente ovunque. Sulle sedie di plastica che s’approssimano al fuoco televisivo, in piedi nelle file più arretrate, sul divano, fuori. La curva dell’Andria sembra piena. Sapevo che avrebbero protestato contro il divieto, ma la Rai non copre l’evento. Resto dubbioso. Al fischio d’inizio molti scommetterebbero sullo zero a zero. Ma il Foggia sembra in palla. C’è una cosa che mi stupisce di questa squadra di ragazzini. L’ho già notato a Trieste e poi a Verona. È che non si fa mettere i piedi in testa. Anche in campi d’altra categoria, o dinanzi alla muraglia umana d’un pubblico ostile, o ai tranelli inevitabili di una piazza meridionale. Hanno la testa alta, questi giovanotti. E vanno giù duro, combattono. Penso che saranno amati. In fondo, gli si chiede solo quello: lottare e sudare. Nel primo tempo, vanno addirittura oltre. In una parola abusata, dominano. Tengono il campo, ripartono, portano il baricentro nella trequarti avversaria. In un paio d’occasioni sfiorano il vantaggio. Io servo Borghetti e vari miscugli alcolici. La gente mormora: “Stai a vedere che perdiamo uno a zero. Questi al primo tiro ci castigano”. E il vaticinio pessimista sembra realizzarsi nell’unica azione biancoblu, un traversone che taglia l’area per intero. L’arbitro fischia, il pari va più che bene.
Spunta un megafono e la ripresa la interpretiamo diversamente. Cori e solo cori, come se fossimo realmente al seguito dei rossoneri. Poco alla volta, la partita giocata si allontana, evapora. Sosteniamo il piccolo schermo. Il Foggia tiene. Siamo al centro del primo momento topico della stagione. Tutto è in equilibrio, col giudizio della piazza sospeso come una nube sul rasoio. Basta un golletto, da una parte o dall’altra, per modificare radicalmente l’umore di questa strana, normalissima gente meridionale. Là fuori, pensiamo, ci sono tifosi mediamente coinvolti, giornalisti beccamorti e semplici occasionali, pronti ad esaltarsi o a sprofondare. Sulla scia di un gol. Se lo segniamo, siamo dei supereroi prossimi ai playoff; se lo prendiamo, è il baratro. Torna alla mente la celeberrima diatriba sull’assoluta superiorità del risultato nel gioco del calcio. Non ci pensiamo. Il lanciacori s’assopisce per qualche istante, bisogna rialzare il morale di una platea orientata sulle reti inviolate. E nulla è meglio di un bel coro contro. Ci tornano alla mente i compagni tarantini, quelli che conosciamo bene. È da luglio che intendiamo mandargli un video-messaggio. Mi torna in mente che ho la digitale in tasca. “Aspettate”, dico. E piazzo la telecamerina sul bancone, puntata sulle piccola folla. Enzo, col megafono, fa appena a tempo a parlare: “Tarantini…”. L’immagine si fa mossa. Salgado di testa ha messo in moto Di Roberto sulla fascia. Questi è rientrato, ed ha piazzato un rasoterra in mezzo. C’è un ragazzo in maglia bianca che s’avventa sul pallone. Uno sull’altro, tensione, spasimo. Tira. Il video trema. Siamo in vantaggio. Non ci prenderanno più.
È il boato. Siamo in zona playoff, siamo uno squadrone, tutti festeggiano, la piazza impenna come su un Bravo d’annata. Io sono senza voce. Devo farmi controllare, penso, non è possibile ridursi sempre così. Gin e cocktail. Relax. Riflessione. Un secondo tempo di puro sostegno. Bravi. E mentre la città sfolla, una triste consapevolezza fa capolino come una serpe tra i rovi. Riassunta nelle parole del rancore festante: “Bravi si, però che stronzi… vincono solo quando non ci siamo”. Ci avevo pensato anch’io.
Lunedì 7 settembre, Andria-Foggia 0-1
Non bisogna mai rinunciare alla socialità; al principio aggregante per cui esistono cose come i bar, i pub, i circoli del ricamo. E il calcio. L’abbiamo detto, l’abbiamo scritto. Ore 20:45, tutti da noi. Tutti alla Cantina Politicamente Orientata. Abbiamo inventato anche un aperitivo serale per l’occasione. E una volta lanciato l’appello, fissato l’appuntamento, non si torna indietro. È un piacere, certo. Ma manca tutto. Il frigo boccheggia. C’è da lavare a terra, riordinare lo spazio agibile, riempire il freezer di birre, Caffè Sport, vodka, gin, Martini. Senza contare che mancano i tovaglioli di carta, i bicchieri grandi e quelli da cicchetto. Compunta rassegnazione, maniche rimboccate all’inverosimile. Una teglia di pizza da passare a ritirare, un paio di limoni da cercare. Siamo a due passi dal mercato e sono da tempo passate le 18. Lunedì sera e le saracinesche chiuse ricordano mollezze arabeggianti, da placida cittadella mediorientale. “Dovete aspettare che apra”, dice il macellaio indicando una serranda colorata, vivacizzata da una grottesca floreale. “Ma apre?”, “Bah – fa quello buttando un occhio distratto all’orologio – a volte si, a volte no. Dipende”. Questo un milanese non lo capirebbe di sicuro. Alle sette e mezzo diamo il via alle danze. Il pavimento è lucido, Valerio ha portato anche del vino casereccio. Raisportsat trasmette una trasmissione con Tramezzani ospite. La sera plana dolcemente. Tra un po’ arriveranno tutti. Andria è trasferta vietata. Non bisogna mai rinunciare alla socialità.
Che poi, spiegare perché Andria è vietata, richiederebbe di suo una robusta digressione. Una digressione che – ne sono consapevole – annoierebbe mortalmente e puzzerebbe di vittimismo postumo. Ma siccome anche tacerne sarebbe sbagliato, non posso che sintetizzare il più possibile. Dunque. L’Osservatorio, supremo ente mistico, eminenza grigia sacerdotale che sovrintende alle nostre domeniche e alla nostra libertà di movimento, si è espresso con largo anticipo, senza menzionarci. Funziona così: ogni mattina ti svegli e consulti il sito. Quando vedi l’elenco delle partite proibite, lo scorri da capo a piedi per capire se c’è il nome della tua squadra. Se non c’è, è probabile che si possa partire. È, come avrebbe detto monsignor Casaroli, il martirio della pazienza. Ma siamo disponibili a giocare al massacro. Del resto, è il gioco di ruolo che abbiamo scelto. Insomma, dal silenzio s’arguiva che Andria-Foggia non era considerata partita a rischio. Un iniziale sconcerto ha percorso la piazza. Una serie di perché, di ma come, di come mai. Qualcuno ad ipotizzare addirittura un trappolone, modello Roma-Napoli. Ma Ticket One ha messo in vendita i biglietti del settore, si diceva. È fatta sul serio, hanno pensato gli scettici. Ed increduli si sono scalmanati verso lo sportello. Il prezzo per essere ospiti al Degli Ulivi è da omicidio seriale: 15 euro, a cui aggiungere l’euro e cinquanta di prevendita. 16,50 per una gara di C. Siamo bestie da soma, animali vivisezionabili. Qualcuno insorge, altri correggono il tiro: calmi, state calmi… è una trappola, non facciamoci provocare. Giusto, ma qualcosa andrà pur detta a coloro che considerano il Degli Ulivi un Meazza senza anelli. Fatto sta che in tanti, fin da martedì, hanno il permesso e il tagliando. Mercoledì il Prefetto di Bari è a Foggia. Non so perché e comunque non mi interessa. Andria è uno dei tre capoluoghi della Bat, la nuova provincia pugliese. Non è più provincia di Bari, quindi è altamente probabile che abbia un prefetto diverso. Eppure, giovedì mattina la notizia s’infrange sui frangiflutti dello stupore: la trasferta è vietata. Ha deciso il prefetto. Di Bari. Motivazione ufficiale: il settore ospiti non è a norma e non si può garantire la sicurezza in una partita in notturna. Altri perché, altri ma come sarebbe a dire, altra impotenza. È così e basta. Inutile trastullarsi i neuroni. È la stessa logica che vieta Potenza ai ravennati e concede Lanciano ai pescaresi. Una logica vuota di logica. Un’assenza di buonsenso che si fa senso comune. Contro la quale combattiamo da mesi, che si fanno anni.
Lo striscione fuori recita: No alla tessera del tifoso. C’è gente ovunque. Sulle sedie di plastica che s’approssimano al fuoco televisivo, in piedi nelle file più arretrate, sul divano, fuori. La curva dell’Andria sembra piena. Sapevo che avrebbero protestato contro il divieto, ma la Rai non copre l’evento. Resto dubbioso. Al fischio d’inizio molti scommetterebbero sullo zero a zero. Ma il Foggia sembra in palla. C’è una cosa che mi stupisce di questa squadra di ragazzini. L’ho già notato a Trieste e poi a Verona. È che non si fa mettere i piedi in testa. Anche in campi d’altra categoria, o dinanzi alla muraglia umana d’un pubblico ostile, o ai tranelli inevitabili di una piazza meridionale. Hanno la testa alta, questi giovanotti. E vanno giù duro, combattono. Penso che saranno amati. In fondo, gli si chiede solo quello: lottare e sudare. Nel primo tempo, vanno addirittura oltre. In una parola abusata, dominano. Tengono il campo, ripartono, portano il baricentro nella trequarti avversaria. In un paio d’occasioni sfiorano il vantaggio. Io servo Borghetti e vari miscugli alcolici. La gente mormora: “Stai a vedere che perdiamo uno a zero. Questi al primo tiro ci castigano”. E il vaticinio pessimista sembra realizzarsi nell’unica azione biancoblu, un traversone che taglia l’area per intero. L’arbitro fischia, il pari va più che bene.
Spunta un megafono e la ripresa la interpretiamo diversamente. Cori e solo cori, come se fossimo realmente al seguito dei rossoneri. Poco alla volta, la partita giocata si allontana, evapora. Sosteniamo il piccolo schermo. Il Foggia tiene. Siamo al centro del primo momento topico della stagione. Tutto è in equilibrio, col giudizio della piazza sospeso come una nube sul rasoio. Basta un golletto, da una parte o dall’altra, per modificare radicalmente l’umore di questa strana, normalissima gente meridionale. Là fuori, pensiamo, ci sono tifosi mediamente coinvolti, giornalisti beccamorti e semplici occasionali, pronti ad esaltarsi o a sprofondare. Sulla scia di un gol. Se lo segniamo, siamo dei supereroi prossimi ai playoff; se lo prendiamo, è il baratro. Torna alla mente la celeberrima diatriba sull’assoluta superiorità del risultato nel gioco del calcio. Non ci pensiamo. Il lanciacori s’assopisce per qualche istante, bisogna rialzare il morale di una platea orientata sulle reti inviolate. E nulla è meglio di un bel coro contro. Ci tornano alla mente i compagni tarantini, quelli che conosciamo bene. È da luglio che intendiamo mandargli un video-messaggio. Mi torna in mente che ho la digitale in tasca. “Aspettate”, dico. E piazzo la telecamerina sul bancone, puntata sulle piccola folla. Enzo, col megafono, fa appena a tempo a parlare: “Tarantini…”. L’immagine si fa mossa. Salgado di testa ha messo in moto Di Roberto sulla fascia. Questi è rientrato, ed ha piazzato un rasoterra in mezzo. C’è un ragazzo in maglia bianca che s’avventa sul pallone. Uno sull’altro, tensione, spasimo. Tira. Il video trema. Siamo in vantaggio. Non ci prenderanno più.
È il boato. Siamo in zona playoff, siamo uno squadrone, tutti festeggiano, la piazza impenna come su un Bravo d’annata. Io sono senza voce. Devo farmi controllare, penso, non è possibile ridursi sempre così. Gin e cocktail. Relax. Riflessione. Un secondo tempo di puro sostegno. Bravi. E mentre la città sfolla, una triste consapevolezza fa capolino come una serpe tra i rovi. Riassunta nelle parole del rancore festante: “Bravi si, però che stronzi… vincono solo quando non ci siamo”. Ci avevo pensato anch’io.
07/09/09
Come saremo (Note sulla Tessera del Tifoso)
di Lobanowski 2
Note sulla Tessera del Tifoso a margine della manifestazione di Roma (5/09/09)
L’uscita è Tor di Quinto-Labaro. Bisogna seguire le indicazioni per lo “Spazio Roma”, una struttura polivalente a metà tra la disco, la galleria d’arte metropolitana e un capannone industriale. Prima sorpresa. Immaginavamo un raduno all’aperto, col Coni come sfondo. Invece qui c’è il cancello e si entra facendosi riconoscere. Appartenenti a una delegazione. Ci sono ragazzi in maglia bianca che sorvegliano le porte. I giornalisti e i curiosi restano fuori, in attesa di comunicazioni ufficiali. Tre i gruppi da Foggia. E poi noi. È la prima volta che ci capita di usare il nome collettivo in un’occasione ufficiale. Fa un certo effetto. Parcheggiamo. Un breve corridoio coperto. Dentro. Pareti plastiche e nere, spazi delimitati da pannelli di legno compensato. L’organizzazione sembra impeccabile. In grande stile. C’è tanta gente. Tanti ragazzi, da tutta Italia. E non è un modo di dire. Gli occhi saltellano da una t-shirt all’altra, per scorgere indicazioni sui luoghi di provenienza, sulle curve d’appartenenza. Le t-shirt subiscono gli sguardi indagatori degli altri. Io ho la maglietta in lavatrice, me ne sono accorto alle 5 di stamattina. Ho su quella comprata a Gracia, che dice che il Barca è l’orgoglio di Catalogna. Gli altri mi guardano strano. I miei sono rigorosamente in divisa ufficiale. Anche i primi amici che vivono a Roma e ci raggiungono sono inappuntabili. L’ho steccata proprio. Ma non si torna indietro. Il salone è pieno, trabocca. C’è gente in piedi sui tre lati della platea. Cerchiamo una collocazione, andiamo verso destra dove c’è il cortile. E un sole a trequarti con punte di umidità furenti. Fissiamo la tavolata degli organizzatori e degli avvocati e ci abbronziamo il capocollo. È quasi mezzogiorno.
Ora, gli aspetti da isolare sono un paio.
Uno riguarda l’essenza della protesta, di questo tam-tam che risale la risacca con forza crescente, fino a farsi notare dal mondo che sosta a riva, sul bagnasciuga delle certezze televisive. L’altro il metodo. Interventi brevi, cadenzati, solitamente aperti. È uno stile, e chi non ci è abituato lo nota. C’è una grande voglia di decidere, di trasformare il raduno in azione. E questo asciuga i pensieri, li rende poco pomposi, per nulla politicanti. C’è fretta, e si avverte. Volontà, più ancora che necessità, di combattere questa battaglia – fosse anche l’ultima della specie – senza cadere nella trappola dell’attendismo, del “poi vediamo che succede…” che già è stato fatale per le trasferte proibite e l’inasprimento dei Daspo. Parlano gli avvocati, i rappresentanti dell’organizzazione. Poi il microfono è aperto, e gli esponenti dei centoquaranta gruppi presenti s’avvicendano. Molti applausi accompagnano le parole della lotta. E qui apriamo parentesi. Una parentesi che forse è tutto.
Cosa sia la Tessera del Tifoso è presto detto: un’idea geniale per raggiungere, in un sol colpo, almeno tre buoni obiettivi. Fidelizzare il tifoso alla società, aprendogli un bel credito e facendo la gioia degli istituti bancari; plasmare il tifoso di nuovo tipo, asportandogli la passione come una trasfusione di plasma, renderlo spettatore passivo di uno spettacolo di cui è ufficialmente estraneo, burocratizzarlo e rincoglionirlo tra uno sportello e un Punto Assistenza Sky; consegnare alla società un residuo di cittadino snaturato, controllato, schedato, ammansito, buono per altri controlli, altre schedature, altri snaturamenti. In altri ambiti. Dal primo gennaio del prossimo anno tutte le società calcistiche dovranno mettersi in regola, e dopo aver approntato gli stadi, prepararsi ad accogliere le copiose schiere di appassionati e tifosi in fila per vedersi riconosciuto il proprio status di Tesserato. La Tessera, dai vivaci colori personalizzati, una volta ottenuta e stampata servirà come documento di riconoscimento e di credito, dai botteghini agli official store, dagli autogrill al casello autostradale. I biglietti saranno acquistati solo mediante l’ostensione di questa reliquia. E sarà possibile, per i possessori della card, anche seguire la squadra in trasferta. Cosa preclusa agli altri. Il buon padre di famiglia – quello che ama ripetere che se hai la coscienza pulita non hai niente da nascondere – incalza la sua incredula curiosità: “E allora? Che problema avete con la tessera?”.
C’è una difficoltà, che è all’ordine del giorno da un po’. Latente, e sintetizzabile nella locuzione da discorso diretto: se fino a questo momento non l’hai capito, non so come spiegartelo. È un po’ quello che accade coi versi di certe poesie ermetiche. Perché giunti a questo punto del discorso il cittadino comune avrebbe dovuto già arguire lo schema e provare indignazione. Dinanzi a chi non riesce ad indignarsi, la battaglia annaspa. Benjamin Franklin, in una pluri-citata esternazione, diceva “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. Ed è più o meno questo, il fulcro della storia, la morale della favola. Lo stadio è un laboratorio. Non è un mistero per nessuno che i reparti della celere abbiano in passato testato le tattiche da scontro aperto più efficaci contro le tifoserie riottose all’esterno degli impianti; così come non è un mistero che quelle tattiche abbiano trovato applicazione ben oltre gli angusti dintorni delle curve, e siano sbarcati nelle nostre città; Il G8 di Genova, poi, addirittura fatto studiare alla polizia irachena in formazione. Senza andare troppo in là: lo stadio è per molti, troppi, il luogo dell’eccezione. In tanti, troppi, sono convinti che il frequentatore di una curva goda di un surplus di diritti che il cittadino che si limita all’esterno non possiede. In realtà è vero il contrario. Come luogo del controllo sociale, del rapporto tra potere e masse, lo stadio – e in particolare le curve degli stadi – sono il principale punto d’osservazione della “sicurezza” che sarà. Una specie di popolazione cresciuta in vitro da schedare, controllare, reprimere. Un soggetto multiforme da sollecitare con impulsi sempre più assurdi: biglietti nominali, divieto di vendita dei tagliandi la domenica, prefiltraggi multipli, tornelli, steward, forze dell’ordine schierate, norme rigide ed ottuse su striscioni e bandiere, estromissione di fumogeni e torce, tamburi e bottiglie di vetro, lattine e aste flessibili, telecamere, trasferte concesse e poi proibite, prezzi altissimi anche nelle serie minori. E diffide, diffide per qualunque scelta difforme, innocua o aberrante che sia. Un fumogeno acceso e lasciato morire su un seggiolino, a distanza di sicurezza da ogni altro cittadino occasionalmente presente nello stadio; il rifiuto di aderire a determinate commemorazioni o, al contrario, l’ansia di partecipare all’esecuzione di un coro specifico. Ce n’è a sufficienza per confermare l’impressione: il cittadino che s’approssima all’arena, perde molti più diritti di quanti – secondo la vulgata – ne guadagni.
E con la repressione in stato di grazia, e gli anni di Daspo – sanzione amministrativa – comminati senza dover dare spiegazioni a nessuno, con la propaganda mediatica che parla di ultras e mostra le streghe, è facile prevedere che la Tessera, come tassello finale del percorso ad ostacoli, assassinerà i gruppi. O ferirà mortalmente loro e un bel pezzo di libertà. Inutile dirlo alle sinistre, troppo impegnate a confondere le bassezze di Repubblica con la libertà di stampa. Eppure a Roma c’era Cento, onorevole dei Verdi, che non ha parlato poi così male: battaglia da cittadini e non da tifosi, ha detto. Nel mirino gli ultras, certo, e il loro modo “sconsiderato”, “folle” e “incomprensibile” di vivere la domenica, la settimana. Ma portare la lotta nelle strade, guadagnare consensi, alimentare la fiumana, prima che sia troppo tardi, è un dovere che non richiede neppure la condivisione della “mentalità”. Basta osservare alcune sintomatiche innovazioni giurisprudenziali per comprendere la massiccia portata dell’attacco che stiamo subendo: l’introduzione di una specie di diffida preventiva, atta a negare l’ottenimento della card a tutti coloro che frequentano zone calde dello stadio, che si va ad aggiungere al divieto per tutti coloro che hanno subito una condanna “da stadio” qualsiasi dal 1989 in poi. L’ergastolo, l’esilio a vita. Un provvedimento emergenziale senza pari nel nostro ordinamento giudiziario, altrimenti rivolto al recupero e al reinserimento di qualsiasi reo. Di qualsiasi pedofilo, stupratore, funzionario corrotto o corruttore, assassino. Per intenderci. Qui, invece, vittimismi a parte, sembra che la tolleranza debba rasentare la lettera scarlatta.
Ma l’argomento si complica, s’ingarbuglia. Meglio chiuderla qui. Roma è stato un appuntamento importante. Perché guardarci in faccia è sempre importante. Le decisioni, il calendario degli appuntamenti, hanno una rilevanza relativa, rispetto all’acquisita consapevolezza che la casa brucia, e la fretta non sempre è cattiva consigliera. Adesso scopriamo le carte. Il buon senso comune dovrà misurare la follia e smascherarsi: volete vivere in un mondo asettico, regolamentato, sicuro e controllato, dove è impossibile sgarrare, o continuare a sgarrare in un mondo passionale dove ancora – nonostante tutto – prevale la libertà? Scegliete. Scegliete chi vorrete essere nel futuro prossimo venturo. E fatecelo sapere.
Note sulla Tessera del Tifoso a margine della manifestazione di Roma (5/09/09)
L’uscita è Tor di Quinto-Labaro. Bisogna seguire le indicazioni per lo “Spazio Roma”, una struttura polivalente a metà tra la disco, la galleria d’arte metropolitana e un capannone industriale. Prima sorpresa. Immaginavamo un raduno all’aperto, col Coni come sfondo. Invece qui c’è il cancello e si entra facendosi riconoscere. Appartenenti a una delegazione. Ci sono ragazzi in maglia bianca che sorvegliano le porte. I giornalisti e i curiosi restano fuori, in attesa di comunicazioni ufficiali. Tre i gruppi da Foggia. E poi noi. È la prima volta che ci capita di usare il nome collettivo in un’occasione ufficiale. Fa un certo effetto. Parcheggiamo. Un breve corridoio coperto. Dentro. Pareti plastiche e nere, spazi delimitati da pannelli di legno compensato. L’organizzazione sembra impeccabile. In grande stile. C’è tanta gente. Tanti ragazzi, da tutta Italia. E non è un modo di dire. Gli occhi saltellano da una t-shirt all’altra, per scorgere indicazioni sui luoghi di provenienza, sulle curve d’appartenenza. Le t-shirt subiscono gli sguardi indagatori degli altri. Io ho la maglietta in lavatrice, me ne sono accorto alle 5 di stamattina. Ho su quella comprata a Gracia, che dice che il Barca è l’orgoglio di Catalogna. Gli altri mi guardano strano. I miei sono rigorosamente in divisa ufficiale. Anche i primi amici che vivono a Roma e ci raggiungono sono inappuntabili. L’ho steccata proprio. Ma non si torna indietro. Il salone è pieno, trabocca. C’è gente in piedi sui tre lati della platea. Cerchiamo una collocazione, andiamo verso destra dove c’è il cortile. E un sole a trequarti con punte di umidità furenti. Fissiamo la tavolata degli organizzatori e degli avvocati e ci abbronziamo il capocollo. È quasi mezzogiorno.
Ora, gli aspetti da isolare sono un paio.
Uno riguarda l’essenza della protesta, di questo tam-tam che risale la risacca con forza crescente, fino a farsi notare dal mondo che sosta a riva, sul bagnasciuga delle certezze televisive. L’altro il metodo. Interventi brevi, cadenzati, solitamente aperti. È uno stile, e chi non ci è abituato lo nota. C’è una grande voglia di decidere, di trasformare il raduno in azione. E questo asciuga i pensieri, li rende poco pomposi, per nulla politicanti. C’è fretta, e si avverte. Volontà, più ancora che necessità, di combattere questa battaglia – fosse anche l’ultima della specie – senza cadere nella trappola dell’attendismo, del “poi vediamo che succede…” che già è stato fatale per le trasferte proibite e l’inasprimento dei Daspo. Parlano gli avvocati, i rappresentanti dell’organizzazione. Poi il microfono è aperto, e gli esponenti dei centoquaranta gruppi presenti s’avvicendano. Molti applausi accompagnano le parole della lotta. E qui apriamo parentesi. Una parentesi che forse è tutto.
Cosa sia la Tessera del Tifoso è presto detto: un’idea geniale per raggiungere, in un sol colpo, almeno tre buoni obiettivi. Fidelizzare il tifoso alla società, aprendogli un bel credito e facendo la gioia degli istituti bancari; plasmare il tifoso di nuovo tipo, asportandogli la passione come una trasfusione di plasma, renderlo spettatore passivo di uno spettacolo di cui è ufficialmente estraneo, burocratizzarlo e rincoglionirlo tra uno sportello e un Punto Assistenza Sky; consegnare alla società un residuo di cittadino snaturato, controllato, schedato, ammansito, buono per altri controlli, altre schedature, altri snaturamenti. In altri ambiti. Dal primo gennaio del prossimo anno tutte le società calcistiche dovranno mettersi in regola, e dopo aver approntato gli stadi, prepararsi ad accogliere le copiose schiere di appassionati e tifosi in fila per vedersi riconosciuto il proprio status di Tesserato. La Tessera, dai vivaci colori personalizzati, una volta ottenuta e stampata servirà come documento di riconoscimento e di credito, dai botteghini agli official store, dagli autogrill al casello autostradale. I biglietti saranno acquistati solo mediante l’ostensione di questa reliquia. E sarà possibile, per i possessori della card, anche seguire la squadra in trasferta. Cosa preclusa agli altri. Il buon padre di famiglia – quello che ama ripetere che se hai la coscienza pulita non hai niente da nascondere – incalza la sua incredula curiosità: “E allora? Che problema avete con la tessera?”.
C’è una difficoltà, che è all’ordine del giorno da un po’. Latente, e sintetizzabile nella locuzione da discorso diretto: se fino a questo momento non l’hai capito, non so come spiegartelo. È un po’ quello che accade coi versi di certe poesie ermetiche. Perché giunti a questo punto del discorso il cittadino comune avrebbe dovuto già arguire lo schema e provare indignazione. Dinanzi a chi non riesce ad indignarsi, la battaglia annaspa. Benjamin Franklin, in una pluri-citata esternazione, diceva “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. Ed è più o meno questo, il fulcro della storia, la morale della favola. Lo stadio è un laboratorio. Non è un mistero per nessuno che i reparti della celere abbiano in passato testato le tattiche da scontro aperto più efficaci contro le tifoserie riottose all’esterno degli impianti; così come non è un mistero che quelle tattiche abbiano trovato applicazione ben oltre gli angusti dintorni delle curve, e siano sbarcati nelle nostre città; Il G8 di Genova, poi, addirittura fatto studiare alla polizia irachena in formazione. Senza andare troppo in là: lo stadio è per molti, troppi, il luogo dell’eccezione. In tanti, troppi, sono convinti che il frequentatore di una curva goda di un surplus di diritti che il cittadino che si limita all’esterno non possiede. In realtà è vero il contrario. Come luogo del controllo sociale, del rapporto tra potere e masse, lo stadio – e in particolare le curve degli stadi – sono il principale punto d’osservazione della “sicurezza” che sarà. Una specie di popolazione cresciuta in vitro da schedare, controllare, reprimere. Un soggetto multiforme da sollecitare con impulsi sempre più assurdi: biglietti nominali, divieto di vendita dei tagliandi la domenica, prefiltraggi multipli, tornelli, steward, forze dell’ordine schierate, norme rigide ed ottuse su striscioni e bandiere, estromissione di fumogeni e torce, tamburi e bottiglie di vetro, lattine e aste flessibili, telecamere, trasferte concesse e poi proibite, prezzi altissimi anche nelle serie minori. E diffide, diffide per qualunque scelta difforme, innocua o aberrante che sia. Un fumogeno acceso e lasciato morire su un seggiolino, a distanza di sicurezza da ogni altro cittadino occasionalmente presente nello stadio; il rifiuto di aderire a determinate commemorazioni o, al contrario, l’ansia di partecipare all’esecuzione di un coro specifico. Ce n’è a sufficienza per confermare l’impressione: il cittadino che s’approssima all’arena, perde molti più diritti di quanti – secondo la vulgata – ne guadagni.
E con la repressione in stato di grazia, e gli anni di Daspo – sanzione amministrativa – comminati senza dover dare spiegazioni a nessuno, con la propaganda mediatica che parla di ultras e mostra le streghe, è facile prevedere che la Tessera, come tassello finale del percorso ad ostacoli, assassinerà i gruppi. O ferirà mortalmente loro e un bel pezzo di libertà. Inutile dirlo alle sinistre, troppo impegnate a confondere le bassezze di Repubblica con la libertà di stampa. Eppure a Roma c’era Cento, onorevole dei Verdi, che non ha parlato poi così male: battaglia da cittadini e non da tifosi, ha detto. Nel mirino gli ultras, certo, e il loro modo “sconsiderato”, “folle” e “incomprensibile” di vivere la domenica, la settimana. Ma portare la lotta nelle strade, guadagnare consensi, alimentare la fiumana, prima che sia troppo tardi, è un dovere che non richiede neppure la condivisione della “mentalità”. Basta osservare alcune sintomatiche innovazioni giurisprudenziali per comprendere la massiccia portata dell’attacco che stiamo subendo: l’introduzione di una specie di diffida preventiva, atta a negare l’ottenimento della card a tutti coloro che frequentano zone calde dello stadio, che si va ad aggiungere al divieto per tutti coloro che hanno subito una condanna “da stadio” qualsiasi dal 1989 in poi. L’ergastolo, l’esilio a vita. Un provvedimento emergenziale senza pari nel nostro ordinamento giudiziario, altrimenti rivolto al recupero e al reinserimento di qualsiasi reo. Di qualsiasi pedofilo, stupratore, funzionario corrotto o corruttore, assassino. Per intenderci. Qui, invece, vittimismi a parte, sembra che la tolleranza debba rasentare la lettera scarlatta.
Ma l’argomento si complica, s’ingarbuglia. Meglio chiuderla qui. Roma è stato un appuntamento importante. Perché guardarci in faccia è sempre importante. Le decisioni, il calendario degli appuntamenti, hanno una rilevanza relativa, rispetto all’acquisita consapevolezza che la casa brucia, e la fretta non sempre è cattiva consigliera. Adesso scopriamo le carte. Il buon senso comune dovrà misurare la follia e smascherarsi: volete vivere in un mondo asettico, regolamentato, sicuro e controllato, dove è impossibile sgarrare, o continuare a sgarrare in un mondo passionale dove ancora – nonostante tutto – prevale la libertà? Scegliete. Scegliete chi vorrete essere nel futuro prossimo venturo. E fatecelo sapere.
24/08/09
Di questa partitella...
di Lobanowski 2
Domenica 23 agosto, Verona-Foggia 0-0
A Verona non ci fanno andare. Sicuro come la morte. Verona c’ha lo stadio a norma, ci sono andati pure i padovani l’anno scorso. Vedrò, vedrai. Vedremo. Anzi, conviene partire presto, che non si sa mai. C’è il grande rientro, è bollino nero. Avviamoci alle 4. Tardi, è tardi. Ci vogliono sette ore, uagliù, mo non esageriamo. 3,45. E sia. I rintocchi della campana della cattedrale mi si allineano in testa. Occhi serrati a viva forza, senza riposo. Su Telenorba s’agitano scoordinati gli pseudo-tarantolati di Melpignano. Sguardo all’orologio del Televideo. Non ho chiuso occhio. Conviene muoversi. Acqua gelida sulla faccia. Ancora voci: attenzione ai cosentini. Perché, dove vanno i cosentini? A Ferrara. E perché dovrebbero prendere l’Adriatica? Perché si, loro salgono per Taranto. Allungano perché Sarni c’ha gli autogrill da questa parte e non da quella. I baresi, piuttosto. Quelli vanno a Milano per l’esordio in A, ne saranno tantissimi. Ma il Bari gioca alle 6. Ma Milano è più lontana. Nessuno nomina i lancianesi. Mio padre asserisce che siamo a quota 1.800 abbonati. Non superiamo i seicento. Ho ritirato il mio: hanno sbagliato il cognome. In giro ci sono gli Ufo. Da Ticket One alla questura ho pagato la bellezza di 14 euro e 50 il tagliando per il Bentegodi. A Verona non ci fanno andare. Sveglio Antonio. Scendiamo. Notte.
Minimi intoppi. Il pilota del primo tratto ha staccato tardi, un passeggero è riuscito a radersi solo parte dei capelli, un altro è senza macchina e dobbiamo andarlo a prendere. Si bestemmia placidamente. Muoversi! Ci dobbiamo muovere! Ascende al volante Pietro da Wroclaw, che sarebbe Bratislava. Punta il cartello Autostrade, accende una Diana blu. Acceleratore, corsia di sorpasso. Quelli dietro non fanno a tempo ad appisolarsi, il sole a sorgere sull’Adriatico. Al primo autogrill ci si guarda in faccia increduli: Ma davvero siamo ad Ancona? Già? E tutti fissano il Polacco con spaventato rispetto. Di questo passo, supereremo Bologna alle 11. Dovremo anticipare l’aperitivo. È giorno. Si va. Sbirciamo negli abitacoli altrui: sciarpette dell’Inter, turisti, persino una famiglia d’atalantini. Un pullman in lontananza. I baresi. Ci accostiamo. Goliardia. Non la prendono bene. Un rallentamento, un secondo, un terzo. Siamo sulla Riviera romagnola e ad ogni uscita si procede a passo d’uomo. Ma ormai la meta è prossima. Toto Cutugno e Umberto Tozzi se la battono in radio. Lo scatto dell’accendino segnala la presenza tra noi del pilota automatico, Bologna San Lazzaro. È tempo di puntare sul Brennero. Siamo tutti svegli quando scegliamo Carpi come luogo della sosta lunga. Svegli tutti quando parcheggiamo a ridosso del centro. Immaginiamo un tranquillo struscio domenicale, un bar coi tavolini sotto i portici, una scarica di Peroni. Io mi sbilancerei fino ad un Negroni con olive e patatine. Ci muoviamo. Tutti neri, tutti uguali. In dieci con la maglietta d’ordinanza. La gente ci guarda, chiede. Il viale che porta alla piazza è tagliato da biciclette. I primi bar sono chiusi. Il fornaio è caro da morire. La piazza è lunga e larga, la chiesa sullo sfondo. Fermiamo un ciclista. Ci indica un paravento in lontananza: “Quello è poco costoso”, “Ma quanto viene una birra piccola?”, “Mah, non ti so dire… senz’altro meno di 5 euro”. Sguardi perplessi: un Paese diviso, dove anche il senso del caro è federalizzato. “…altrimenti – continua – c’è un bar di fronte al tabacchino. Ci lavorano due ragazze. Abbordabili”. Andiamo lì.
Il proprietario del Wine Bar s’informa: “Ma quando torneranno i bei tempi di Zeman?”, “Speriamo mai”, rispondiamo. Non capisce, ma è scontato. Ci siamo accampati nel parco, a bere il nostro Borghetti casalingo e, intanto, c’è turnover nel bagno. A giudicare dai prezzi, l’idea di Bossi di ingabbiare il costo della vita non sembra proprio così geniale. E chiarifica i motivi del recente exploit leghista in queste terre. Abbandoniamo l’Emilia senza rimpianto alcuno. Puntiamo le montagne. Gli altri sono all’autogrill, a 20 chilometri dalla meta. Ci uniamo alla carovana. Spunta una bottiglia d’Averna, ancora nessuna notizia dei lancianesi. Al casello non c’è ad aspettarci nessuno. La tangenziale, l’uscita stadio. La colonna di furgoni e macchine mette la freccia a destra e svolta. Nessuno. Siamo a Verona, in carovana e senza scorta puntiamo il Bentegodi. Adrenalinico, anche se qualche domanda balza in testa: eccola, l’idea del calcio da tessera del tifoso. Una specie di ventriloquo che con la prima voce ti dice che la sicurezza è tutto, e con il falsetto ti annuncia che – se vuoi coltivare l’insana passione – devi arrangiarti. Cazzi tuoi. I veronesi dalle macchine ci affiancano, stupefatti. Noi affianchiamo loro. Un carosello. Poi il parcheggio ospiti. Siamo confusi e felici. Gli steward aprono i cancelli. Incalza il tamburello delle prime tarante. Uno vestito d’arancione sta dicendo ad un signore che il biglietto di gradinata non vale per il settore. Quello, giustamente, fa storie. Entro, documento alla mano, e un giallo mi dice: “Lo fai finire?”, “Finiscila tu”. Respingono la pezza. Di dieci centimetri troppo larga. “Non è colpa mia – mi fa un secondo giallo – ci sono delle regole” e mi indica un secondo arancione, che si dichiara impotente e mi gira all’ispettrice, che domanda ad un terzo arancione. Due celerini sbadigliano. Uno dei due sta dicendo ad un tale che loro, qui, non comandano niente. Le responsabilità rimbalzano da un capo all’altro. E svaniscono nel nulla. “Guarda che se continui a far polemica ti perdi la partita…”. Sai che danno. Non entra neppure la Jolly Roger, che “inneggia alla morte”. Secondo blocco, tornelli. Terzo pit-stop all’imbocco delle scale. Volevamo entrare tra i primi, per sentire la Sud fischiarci compatta. Invece, quando arriviamo su, è già tutto avvenuto. Maledetti. Senza pezza non vale, allora decidiamo di toglierci le t-shirt ed allinearle alla balaustra, una accanto all’altra per un totale di dieci. Ci posizioniamo. In alto le mani. Forza Foggia, Vinci per noi. Sudo. Di solito questo coro rimbalza, rimbomba. Qui a stento arriva a centrocampo, o almeno così mi sembra. Dovremo cantare il doppio, il triplo. È uno stadio strano, questo. La Sud apre le danze, tenebrosa. C’è tanta gente, qui hanno fatto una signora campagna acquisti, è l’anno della risalita.
I nostri, in maglia bianca, si dispongono ordinatamente a difesa del forte. Mi piace. Resistere senza fronzoli, senza l’idea assurda che in ogni parte del globo si debba andare a fare calcio. Difendersi. E anche noi, in alto a destra, ci difendiamo. Timidamente, all’inizio, poi cresciamo. La Sud cala quasi subito. Ha fatto tre cori imponenti, rabbiosi e compatti, gutturali. Poi, per lunghi tratti, è rimasta in silenzio. Noi siamo usciti dal guscio progressivamente. Il Foggia ha spazzato senza ripartire. Bene così. All’intervallo il barman barricato nel suo loculo ha comunicato all’umanità disidratata che non vende bottiglie d’acqua. Solo birra e coca, a 4 euro cad. Gli steward incalzano con pretese assurde. Per difendere la loro incolumità, l’intero gruppetto di celerini sale ad occupare lo spiazzo angusto del baretto. È uno stillicidio di provocazioni. È ancora il falsetto del ventriloquo: Siete voluti venire, mo cazzi vostri. Beviamo l’acqua dei bagni, senza sapere quanto sia potabile. La partita ricomincia. Lo spartito è lo stesso del primo tempo. Ci va bene così. Cantiamo, finché la voce non svanisce in un gorgo. Mi fa male l’addome, ma è necessario. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona, vaffanculo. La gradinata si scuote. Quel gruppetto lì sembra Napoli. Insorge. Ogni tanto qualcuno dei nostri torna a stendere le t-shirt alla balaustra, come una massaia. Stavolta mi dispiace di non avere con me una macchinetta fotografica. Alcuni scorci sono davvero suggestivi. In campo ci difendiamo senza affanni particolari. Loro hanno smesso di incitare. Un solo boato quando la palla finisce per scheggiare la traversa. Ma è niente. Triplice fischio. Noi non molleremo mai. E squadra sotto il settore.
Appendice
Mi scuoto, il finestrino mi respinge. Mi ero già addormentato. Incredibile. Riannodo i pensieri. Ricordo che abbiamo incrociato i veronesi sul ponte e ritirato il biglietto al casello. Questo è il primo autogrill. Ci stiamo parcheggiando. Scendo, entro e m’aggiro come uno zombie tra gli scaffali. Acqua, mi serve acqua. Prima, però, una birra. Una Paulaner, va bene. Alla cassa cerco gli spiccioli. Entra un gruppetto, lo seguo con distrazione. Ragazzini con una strana polo rossonera. Non mi dire che… Non mi dire che… Ma certo! Questi qui sono i nostri, è il Foggia. Dio santo, ma sono dei bambini! “Tu giochi nel Foggia? Ma ce l’hai la patente?”. Angioletto è in estasi, può entrare in scena. Ne avvinghia un paio a caso: “Zero a zero per noi!”, continua a ripetere. Poi ne inquadra uno e si confessa: “Senti, io ti abbraccio perché c’hai sta maglietta… ma sia chiaro: io non so se hai giocato o se sei stato seduto a vederti la partita… In fondo, non so neanche chi cazzo sei…”. Poesia pura.
Domenica 23 agosto, Verona-Foggia 0-0
A Verona non ci fanno andare. Sicuro come la morte. Verona c’ha lo stadio a norma, ci sono andati pure i padovani l’anno scorso. Vedrò, vedrai. Vedremo. Anzi, conviene partire presto, che non si sa mai. C’è il grande rientro, è bollino nero. Avviamoci alle 4. Tardi, è tardi. Ci vogliono sette ore, uagliù, mo non esageriamo. 3,45. E sia. I rintocchi della campana della cattedrale mi si allineano in testa. Occhi serrati a viva forza, senza riposo. Su Telenorba s’agitano scoordinati gli pseudo-tarantolati di Melpignano. Sguardo all’orologio del Televideo. Non ho chiuso occhio. Conviene muoversi. Acqua gelida sulla faccia. Ancora voci: attenzione ai cosentini. Perché, dove vanno i cosentini? A Ferrara. E perché dovrebbero prendere l’Adriatica? Perché si, loro salgono per Taranto. Allungano perché Sarni c’ha gli autogrill da questa parte e non da quella. I baresi, piuttosto. Quelli vanno a Milano per l’esordio in A, ne saranno tantissimi. Ma il Bari gioca alle 6. Ma Milano è più lontana. Nessuno nomina i lancianesi. Mio padre asserisce che siamo a quota 1.800 abbonati. Non superiamo i seicento. Ho ritirato il mio: hanno sbagliato il cognome. In giro ci sono gli Ufo. Da Ticket One alla questura ho pagato la bellezza di 14 euro e 50 il tagliando per il Bentegodi. A Verona non ci fanno andare. Sveglio Antonio. Scendiamo. Notte.
Minimi intoppi. Il pilota del primo tratto ha staccato tardi, un passeggero è riuscito a radersi solo parte dei capelli, un altro è senza macchina e dobbiamo andarlo a prendere. Si bestemmia placidamente. Muoversi! Ci dobbiamo muovere! Ascende al volante Pietro da Wroclaw, che sarebbe Bratislava. Punta il cartello Autostrade, accende una Diana blu. Acceleratore, corsia di sorpasso. Quelli dietro non fanno a tempo ad appisolarsi, il sole a sorgere sull’Adriatico. Al primo autogrill ci si guarda in faccia increduli: Ma davvero siamo ad Ancona? Già? E tutti fissano il Polacco con spaventato rispetto. Di questo passo, supereremo Bologna alle 11. Dovremo anticipare l’aperitivo. È giorno. Si va. Sbirciamo negli abitacoli altrui: sciarpette dell’Inter, turisti, persino una famiglia d’atalantini. Un pullman in lontananza. I baresi. Ci accostiamo. Goliardia. Non la prendono bene. Un rallentamento, un secondo, un terzo. Siamo sulla Riviera romagnola e ad ogni uscita si procede a passo d’uomo. Ma ormai la meta è prossima. Toto Cutugno e Umberto Tozzi se la battono in radio. Lo scatto dell’accendino segnala la presenza tra noi del pilota automatico, Bologna San Lazzaro. È tempo di puntare sul Brennero. Siamo tutti svegli quando scegliamo Carpi come luogo della sosta lunga. Svegli tutti quando parcheggiamo a ridosso del centro. Immaginiamo un tranquillo struscio domenicale, un bar coi tavolini sotto i portici, una scarica di Peroni. Io mi sbilancerei fino ad un Negroni con olive e patatine. Ci muoviamo. Tutti neri, tutti uguali. In dieci con la maglietta d’ordinanza. La gente ci guarda, chiede. Il viale che porta alla piazza è tagliato da biciclette. I primi bar sono chiusi. Il fornaio è caro da morire. La piazza è lunga e larga, la chiesa sullo sfondo. Fermiamo un ciclista. Ci indica un paravento in lontananza: “Quello è poco costoso”, “Ma quanto viene una birra piccola?”, “Mah, non ti so dire… senz’altro meno di 5 euro”. Sguardi perplessi: un Paese diviso, dove anche il senso del caro è federalizzato. “…altrimenti – continua – c’è un bar di fronte al tabacchino. Ci lavorano due ragazze. Abbordabili”. Andiamo lì.
Il proprietario del Wine Bar s’informa: “Ma quando torneranno i bei tempi di Zeman?”, “Speriamo mai”, rispondiamo. Non capisce, ma è scontato. Ci siamo accampati nel parco, a bere il nostro Borghetti casalingo e, intanto, c’è turnover nel bagno. A giudicare dai prezzi, l’idea di Bossi di ingabbiare il costo della vita non sembra proprio così geniale. E chiarifica i motivi del recente exploit leghista in queste terre. Abbandoniamo l’Emilia senza rimpianto alcuno. Puntiamo le montagne. Gli altri sono all’autogrill, a 20 chilometri dalla meta. Ci uniamo alla carovana. Spunta una bottiglia d’Averna, ancora nessuna notizia dei lancianesi. Al casello non c’è ad aspettarci nessuno. La tangenziale, l’uscita stadio. La colonna di furgoni e macchine mette la freccia a destra e svolta. Nessuno. Siamo a Verona, in carovana e senza scorta puntiamo il Bentegodi. Adrenalinico, anche se qualche domanda balza in testa: eccola, l’idea del calcio da tessera del tifoso. Una specie di ventriloquo che con la prima voce ti dice che la sicurezza è tutto, e con il falsetto ti annuncia che – se vuoi coltivare l’insana passione – devi arrangiarti. Cazzi tuoi. I veronesi dalle macchine ci affiancano, stupefatti. Noi affianchiamo loro. Un carosello. Poi il parcheggio ospiti. Siamo confusi e felici. Gli steward aprono i cancelli. Incalza il tamburello delle prime tarante. Uno vestito d’arancione sta dicendo ad un signore che il biglietto di gradinata non vale per il settore. Quello, giustamente, fa storie. Entro, documento alla mano, e un giallo mi dice: “Lo fai finire?”, “Finiscila tu”. Respingono la pezza. Di dieci centimetri troppo larga. “Non è colpa mia – mi fa un secondo giallo – ci sono delle regole” e mi indica un secondo arancione, che si dichiara impotente e mi gira all’ispettrice, che domanda ad un terzo arancione. Due celerini sbadigliano. Uno dei due sta dicendo ad un tale che loro, qui, non comandano niente. Le responsabilità rimbalzano da un capo all’altro. E svaniscono nel nulla. “Guarda che se continui a far polemica ti perdi la partita…”. Sai che danno. Non entra neppure la Jolly Roger, che “inneggia alla morte”. Secondo blocco, tornelli. Terzo pit-stop all’imbocco delle scale. Volevamo entrare tra i primi, per sentire la Sud fischiarci compatta. Invece, quando arriviamo su, è già tutto avvenuto. Maledetti. Senza pezza non vale, allora decidiamo di toglierci le t-shirt ed allinearle alla balaustra, una accanto all’altra per un totale di dieci. Ci posizioniamo. In alto le mani. Forza Foggia, Vinci per noi. Sudo. Di solito questo coro rimbalza, rimbomba. Qui a stento arriva a centrocampo, o almeno così mi sembra. Dovremo cantare il doppio, il triplo. È uno stadio strano, questo. La Sud apre le danze, tenebrosa. C’è tanta gente, qui hanno fatto una signora campagna acquisti, è l’anno della risalita.
I nostri, in maglia bianca, si dispongono ordinatamente a difesa del forte. Mi piace. Resistere senza fronzoli, senza l’idea assurda che in ogni parte del globo si debba andare a fare calcio. Difendersi. E anche noi, in alto a destra, ci difendiamo. Timidamente, all’inizio, poi cresciamo. La Sud cala quasi subito. Ha fatto tre cori imponenti, rabbiosi e compatti, gutturali. Poi, per lunghi tratti, è rimasta in silenzio. Noi siamo usciti dal guscio progressivamente. Il Foggia ha spazzato senza ripartire. Bene così. All’intervallo il barman barricato nel suo loculo ha comunicato all’umanità disidratata che non vende bottiglie d’acqua. Solo birra e coca, a 4 euro cad. Gli steward incalzano con pretese assurde. Per difendere la loro incolumità, l’intero gruppetto di celerini sale ad occupare lo spiazzo angusto del baretto. È uno stillicidio di provocazioni. È ancora il falsetto del ventriloquo: Siete voluti venire, mo cazzi vostri. Beviamo l’acqua dei bagni, senza sapere quanto sia potabile. La partita ricomincia. Lo spartito è lo stesso del primo tempo. Ci va bene così. Cantiamo, finché la voce non svanisce in un gorgo. Mi fa male l’addome, ma è necessario. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona, vaffanculo. La gradinata si scuote. Quel gruppetto lì sembra Napoli. Insorge. Ogni tanto qualcuno dei nostri torna a stendere le t-shirt alla balaustra, come una massaia. Stavolta mi dispiace di non avere con me una macchinetta fotografica. Alcuni scorci sono davvero suggestivi. In campo ci difendiamo senza affanni particolari. Loro hanno smesso di incitare. Un solo boato quando la palla finisce per scheggiare la traversa. Ma è niente. Triplice fischio. Noi non molleremo mai. E squadra sotto il settore.
Appendice
Mi scuoto, il finestrino mi respinge. Mi ero già addormentato. Incredibile. Riannodo i pensieri. Ricordo che abbiamo incrociato i veronesi sul ponte e ritirato il biglietto al casello. Questo è il primo autogrill. Ci stiamo parcheggiando. Scendo, entro e m’aggiro come uno zombie tra gli scaffali. Acqua, mi serve acqua. Prima, però, una birra. Una Paulaner, va bene. Alla cassa cerco gli spiccioli. Entra un gruppetto, lo seguo con distrazione. Ragazzini con una strana polo rossonera. Non mi dire che… Non mi dire che… Ma certo! Questi qui sono i nostri, è il Foggia. Dio santo, ma sono dei bambini! “Tu giochi nel Foggia? Ma ce l’hai la patente?”. Angioletto è in estasi, può entrare in scena. Ne avvinghia un paio a caso: “Zero a zero per noi!”, continua a ripetere. Poi ne inquadra uno e si confessa: “Senti, io ti abbraccio perché c’hai sta maglietta… ma sia chiaro: io non so se hai giocato o se sei stato seduto a vederti la partita… In fondo, non so neanche chi cazzo sei…”. Poesia pura.
10/08/09
Settore Out (Triestina-Foggia)
di Lobanowski 2
Per raggiungere il Nereo Rocco c’è da percorrere il lungomare per intero: lasciarsi a sinistra piazza dell’Unità d’Italia, coi suoi magniloquenti palazzi asburgici, e imboccare la tangenziale. Godersi per qualche minuto il panorama della baia, rendersi conto che la strada è quasi sgombera. Una città in ferie. Dal sottopasso al parcheggio ospiti ci si impiegano due minuti, non di più. Sono le 17 e 30 del nostro sabato di vigilia. I botteghini sono chiusi, ma un cancello socchiuso lascia intravedere una mezza fila all’angolo tra la curva (Sud) e la gradinata alabardata. Entriamo. Ma prima ancora di avventurarci verso l’assembramento, ci lasciamo sedurre dalla scalinata che porta ai seggiolini. L’effetto è notevolissimo: uno stadio all’inglese, quasi interamente coperto, con una fila di posti ad altezza manto erboso e gradoni imponenti. Sul prato si sta allenando la Triestina. Provano dei contropiede anomali, che finiscono tutti con un cross altissimo verso il centro. Attorno a noi, una dozzina di curiosi. Decidiamo di domandare all’assemblea dove si facciano i biglietti. Ci rispondono coralmente che sono in fila già da qualche tempo, ma che – ahiloro! – dietro alla scrivania c’è un solo addetto al ritiro delle carte d’identità; che è vecchiotto e non sa usare il pc. Ergo: le operazioni proseguono a rilento. Circoscriviamo la richiesta e chiediamo del settore ospiti. Ci guardano lievemente stralunati: “Quali ospiti?”. “I tifosi del Foggia, no?”. Ancora sguardi perplessi: “Ma non verranno mica su da Foggia per una partita di Coppa Italia?”. Stavolta tocca a noi perplimere. “Certo che verranno”. “Ma no, dai… Magari verrà qualcuno che è in vacanza da queste parti”. Uno, più attento degli altri, aggiunge: “Ma perché? Voi siete di Foggia?”. Annuiamo come muli. “Non mi direte che siete venuti apposta?”. “E perché, sennò?”. Non certo per la piazza, mi verrebbe da dire, che si, è bella, ma da sola non vale nove ore di macchina. No di sicuro.
Una signora si affaccia sull’uscio di una porta scudettata. Intima di fare presto, che stanno per chiudere i cancelli. Chi c’è, c’è. La fila per il tagliando si trasferisce all’interno. Entriamo e la porta alle nostre spalle si chiude con un clac. E ci rendiamo conto un qualche attimo di essere all’interno del Centro Coordinamento dei Triestina Clubs. Un locale come si deve, c’è da dirlo, con tanto di manifesti d’epoca ai muri, banco bar e pavimento biancorosso a scacchi. Come la bandiera croata, come il piastrellato dei bagni dell’impianto. Ci sono quattro foggiani in fila, ma questa cosa sembra non scandalizzare nessuno. Anzi. Si parla di calcio moderno e pay-tv, di glorie vecchie e precedenti, di Zeman e Casillo. È una specie di nuvola fantozziana, che mi perseguita. Il vecchietto al computer non è solo lento come preventivato, ma anche insopportabilmente cavilloso. Zelante, si direbbe. Un poliziotto accede in divisa ed usufruisce di un’inspiegabile precedenza. Mi chiamano da Foggia. Mi dicono che tutto è bloccato, che il circuito informatico non risponde, che nessun barista di buona volontà riesce a stampare i biglietti di questo secondo turno di Coppa. Alle 20 passate tocca a noi. Due vengono fatti accomodare ad altrettante poltroncine, gli altri rimangono in piedi alle loro spalle. “Quattro biglietti per il settore ospiti”. Quello, che ha già ritirato le nostre carte d’identità, ferma sul nascere l’atto di battere sui tasti. “Quale settore ospiti? Non c’è nessun settore ospiti…”, “Come no? C’è anche specificato sul sito della Triestina: settore ospiti, 12 euro”. Ah, si? Il nonno guarda un collega, come a chiedere lumi in merito. E quello interviene in soccorso: “Si, la Triestina ci ha comunicato stamattina che ha intenzione di aprire solo una curva e la tribuna. Poi, se dovesse arrivare qualche tifoso del Foggia, probabilmente lo si metterà in tribuna laterale. Ma non penso… Insomma, è agosto, è Coppa Italia, Foggia non è mica dietro l’angolo…”. Mi viene da ridere, ma mi trattengo. Penso alla faccia che faranno tra ventiquattro ore scarse. “Allora? – incalza il primo addetto, quello che aveva fatto la domanda e che si è beato della risposta – Che faccio? Quattro biglietti di Tribuna Laterale?”. L’istinto è rispondere: No, grazie… Ma la curiosità veleggia altrove: “Prezzo?”, “15 euro”. Vogliamo evitare di piantare una polemica (che pure rasentiamo), perché non ci sembra il luogo: “Va bene – ci limitiamo a rispondere – vorrà dire che lo compreremo domani…”, diciamo per chiuderla lì. Ma quello ritorna sull’argomento: “E non vi conviene! Domani il biglietto costerà 17”. Penso a come chiederanno 17 euro a certa gente di mia conoscenza. Con che faccia. Con che forza. Nuovo istinto a ridere. Represso. “Guardi – medio – vedrà che domani noi saremo in curva, nel settore ospiti…”. “Impossibile”, si ritrae quello. “La Triestina non apre la curva Sud”. Ma per sincerarsi dell’inattaccabilità della sua posizione, fa lo stesso partire una telefonata verso il responsabile dell’area. A voce alta sentiamo ripetere che effettivamente una trentina di foggiani hanno fatto richiesta di tagliandi. “Arrivano in pullman”, dice. E un triestino in polo verde alza lo sguardo da terra e ci inquadra con uno stupore che rasenta l’imponderabile: “Fosse per mi – chiosa – non vi farei pagare niente”.
Alle 19 domenicali – minuto più, minuto meno – le nostre due macchine s’adagiano nel parcheggio interno dello stadio. Veniamo dalla piazza, dove tra un Borghetti d’importazione al ghiaccio e una foto ricordo, abbiamo incontrato la terna arbitrale – “Godeas è un cascatore, mi raccomando” e “Sei un bastardo, sei un bastardo, sei un bastardo arbitro!” ripetuto come un canto chiesastico – e ci siamo goduti il panorama sulla tangenziale, il sole sui palazzi montani, il mare e le gru. Fronna, 'na luce sbatte 'into 'e cchiocche se 'nchiomma, chistu calore me lassa 'ntrunato. Alle 19 domenicali, si diceva, scendiamo dai mezzi, alziamo lo sguardo e lo spettacolo che si riflette rasenta il delirio. Sessanta, settanta, forse cento foggiani occupano lo spazio calpestabile del rettangolo d’asfalto. 9 agosto. Coppa Italia. 900 chilometri. Pazzi, tutti pazzi. Saluti, abbracci, strette di mano. Pochi emigranti, qua la maggioranza schiacciante viene da Foggia. Dalla City in persona. In macchina, in treno, in Transit. Hanno bivaccato un po’ qua e un po’ là, nelle ore di calura e d’attesa. Ora sono in fila per i biglietti. Documenti, steward e poliziotti. Una telecamera riprende le nostre facce mentre saliamo la prima rampa d’accesso allo stadio. L’altoparlante diffonde musica. Dentro. La pezza all’angolo della balaustra, la tettoia sulle nostre teste. L’uomo in giallo conosceva i Metallica e non ha fatto problemi. Il collega, invece, ha chiesto la traduzione. “C’è un bel po’ di ignoranza al riguardo, al centro-nord… La Gelmini dovrebbe intervenire”. Caldo umido e stadio deserto. Il primo coro serve a sfogare, oltreché a precisare intenti e motivazioni: Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! A scanso d’equivoci.
Fatto sta che di fronte la Curva Furlan è solo sporadicamente occupata e gli stimoli, tra noi e loro, fanno la differenza. Perché noi cantiamo come ossessi, e i battimani sono sempre più aperti, sempre più corali, sempre più metallici, mentre loro si limitano ad osservare. C’è qualche esponente della Nord laziale, da quella parte. Ne prendiamo atto. Il Foggia è in maglia bianca, coi pantaloncini neri. I fari sono accesi. Lo scenario invoglia. E lo spettacolo comincia. L’intero repertorio srotolato sui gradoni del Nereo Rocco con stile e classe da navigato cantautore d’Oltreoceano. Inappuntabili. Per tutto il primo tempo, e il secondo, con la sola eccezione dell’intervallo, passato a rastrellare bottigliette d’acqua senza tappo al barista d’occasione. In campo il Foggia si difende con ordine. È pulito e ha un ottimo centrocampo. Pare. Riparte sulle fasce con autorità, anche se difetta ancora di forma e fiato. Ma ha schemi, sebbene manchi di soluzioni offensive. Me ne accorgo. Mi accorgo di tutto questo perché, con uno stadio così, puoi accorgerti della partita senza venir meno ai tuoi doveri. È una grossa comodità, anche se da queste parti non sembrano usufruirne al massimo. Al novantesimo siamo ancora 0-0. Ed è pur sempre un pari in casa di una squadra di B. Ma più che la gioia, nel settore prevale uno strano sentimento di calcolo: in pochi hanno previsto la mezz’ora supplementare, e qui tra coincidenze ferroviarie e turni lavorativi previsti per l’indomani, la cosa si fa poco scherzosa. Té fatic, tè. Concentrati! Compatti! Tu non sai cosa ho fatto quel giorno quando io la incontrai. La filarmonica dei cento è sul palco, in scena, e chiama il resto dello stadio in pista. Lo stadio, che muto era già prima, ammutolisce più profondamente, profondamente incuriosito. Tutti ci fissano. Il godimento lo possono comprendere solo gli artisti. E gli egocentrici incurabili. In spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei. L’esecuzione è integrale, sentita, passionale. Magistrale. Celentano in persona avrebbe apprezzato lo schiaffo all’improvviso. È roba da pazzi, non tutti possono accedervi. Le squadre in campo. Godeas che casca. L’avevamo detto all’arbitro, l’avevamo messo in guardia, quel bastardo. Ma abbocca tale e quale. Milan, strepitoso fino a quel momento (con la famiglia sugli spalti e un fratello minore in estasi), non ci arriva. L’uno a zero qualifica gli alabardati. Ma noi insistiamo. E di fronte ai gestacci della fino ad allora silente tribuna, auguriamo ai confinanti una rapida vittoria tricolore. Poi ci ricompattiamo. Le braccia aperte, ampie. Il coro che nasce nello stomaco della curva. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! Ripetuto così. A scanso d’equivoci.
PS: Gli sportelli che sbattono, la coda che si snoda sul primo tratto di tangenziale in uscita.
900 chilometri all’incontrario.
Ma ne è valsa la pena. Eccome se ne è valsa la pena.
Per raggiungere il Nereo Rocco c’è da percorrere il lungomare per intero: lasciarsi a sinistra piazza dell’Unità d’Italia, coi suoi magniloquenti palazzi asburgici, e imboccare la tangenziale. Godersi per qualche minuto il panorama della baia, rendersi conto che la strada è quasi sgombera. Una città in ferie. Dal sottopasso al parcheggio ospiti ci si impiegano due minuti, non di più. Sono le 17 e 30 del nostro sabato di vigilia. I botteghini sono chiusi, ma un cancello socchiuso lascia intravedere una mezza fila all’angolo tra la curva (Sud) e la gradinata alabardata. Entriamo. Ma prima ancora di avventurarci verso l’assembramento, ci lasciamo sedurre dalla scalinata che porta ai seggiolini. L’effetto è notevolissimo: uno stadio all’inglese, quasi interamente coperto, con una fila di posti ad altezza manto erboso e gradoni imponenti. Sul prato si sta allenando la Triestina. Provano dei contropiede anomali, che finiscono tutti con un cross altissimo verso il centro. Attorno a noi, una dozzina di curiosi. Decidiamo di domandare all’assemblea dove si facciano i biglietti. Ci rispondono coralmente che sono in fila già da qualche tempo, ma che – ahiloro! – dietro alla scrivania c’è un solo addetto al ritiro delle carte d’identità; che è vecchiotto e non sa usare il pc. Ergo: le operazioni proseguono a rilento. Circoscriviamo la richiesta e chiediamo del settore ospiti. Ci guardano lievemente stralunati: “Quali ospiti?”. “I tifosi del Foggia, no?”. Ancora sguardi perplessi: “Ma non verranno mica su da Foggia per una partita di Coppa Italia?”. Stavolta tocca a noi perplimere. “Certo che verranno”. “Ma no, dai… Magari verrà qualcuno che è in vacanza da queste parti”. Uno, più attento degli altri, aggiunge: “Ma perché? Voi siete di Foggia?”. Annuiamo come muli. “Non mi direte che siete venuti apposta?”. “E perché, sennò?”. Non certo per la piazza, mi verrebbe da dire, che si, è bella, ma da sola non vale nove ore di macchina. No di sicuro.
Una signora si affaccia sull’uscio di una porta scudettata. Intima di fare presto, che stanno per chiudere i cancelli. Chi c’è, c’è. La fila per il tagliando si trasferisce all’interno. Entriamo e la porta alle nostre spalle si chiude con un clac. E ci rendiamo conto un qualche attimo di essere all’interno del Centro Coordinamento dei Triestina Clubs. Un locale come si deve, c’è da dirlo, con tanto di manifesti d’epoca ai muri, banco bar e pavimento biancorosso a scacchi. Come la bandiera croata, come il piastrellato dei bagni dell’impianto. Ci sono quattro foggiani in fila, ma questa cosa sembra non scandalizzare nessuno. Anzi. Si parla di calcio moderno e pay-tv, di glorie vecchie e precedenti, di Zeman e Casillo. È una specie di nuvola fantozziana, che mi perseguita. Il vecchietto al computer non è solo lento come preventivato, ma anche insopportabilmente cavilloso. Zelante, si direbbe. Un poliziotto accede in divisa ed usufruisce di un’inspiegabile precedenza. Mi chiamano da Foggia. Mi dicono che tutto è bloccato, che il circuito informatico non risponde, che nessun barista di buona volontà riesce a stampare i biglietti di questo secondo turno di Coppa. Alle 20 passate tocca a noi. Due vengono fatti accomodare ad altrettante poltroncine, gli altri rimangono in piedi alle loro spalle. “Quattro biglietti per il settore ospiti”. Quello, che ha già ritirato le nostre carte d’identità, ferma sul nascere l’atto di battere sui tasti. “Quale settore ospiti? Non c’è nessun settore ospiti…”, “Come no? C’è anche specificato sul sito della Triestina: settore ospiti, 12 euro”. Ah, si? Il nonno guarda un collega, come a chiedere lumi in merito. E quello interviene in soccorso: “Si, la Triestina ci ha comunicato stamattina che ha intenzione di aprire solo una curva e la tribuna. Poi, se dovesse arrivare qualche tifoso del Foggia, probabilmente lo si metterà in tribuna laterale. Ma non penso… Insomma, è agosto, è Coppa Italia, Foggia non è mica dietro l’angolo…”. Mi viene da ridere, ma mi trattengo. Penso alla faccia che faranno tra ventiquattro ore scarse. “Allora? – incalza il primo addetto, quello che aveva fatto la domanda e che si è beato della risposta – Che faccio? Quattro biglietti di Tribuna Laterale?”. L’istinto è rispondere: No, grazie… Ma la curiosità veleggia altrove: “Prezzo?”, “15 euro”. Vogliamo evitare di piantare una polemica (che pure rasentiamo), perché non ci sembra il luogo: “Va bene – ci limitiamo a rispondere – vorrà dire che lo compreremo domani…”, diciamo per chiuderla lì. Ma quello ritorna sull’argomento: “E non vi conviene! Domani il biglietto costerà 17”. Penso a come chiederanno 17 euro a certa gente di mia conoscenza. Con che faccia. Con che forza. Nuovo istinto a ridere. Represso. “Guardi – medio – vedrà che domani noi saremo in curva, nel settore ospiti…”. “Impossibile”, si ritrae quello. “La Triestina non apre la curva Sud”. Ma per sincerarsi dell’inattaccabilità della sua posizione, fa lo stesso partire una telefonata verso il responsabile dell’area. A voce alta sentiamo ripetere che effettivamente una trentina di foggiani hanno fatto richiesta di tagliandi. “Arrivano in pullman”, dice. E un triestino in polo verde alza lo sguardo da terra e ci inquadra con uno stupore che rasenta l’imponderabile: “Fosse per mi – chiosa – non vi farei pagare niente”.
Alle 19 domenicali – minuto più, minuto meno – le nostre due macchine s’adagiano nel parcheggio interno dello stadio. Veniamo dalla piazza, dove tra un Borghetti d’importazione al ghiaccio e una foto ricordo, abbiamo incontrato la terna arbitrale – “Godeas è un cascatore, mi raccomando” e “Sei un bastardo, sei un bastardo, sei un bastardo arbitro!” ripetuto come un canto chiesastico – e ci siamo goduti il panorama sulla tangenziale, il sole sui palazzi montani, il mare e le gru. Fronna, 'na luce sbatte 'into 'e cchiocche se 'nchiomma, chistu calore me lassa 'ntrunato. Alle 19 domenicali, si diceva, scendiamo dai mezzi, alziamo lo sguardo e lo spettacolo che si riflette rasenta il delirio. Sessanta, settanta, forse cento foggiani occupano lo spazio calpestabile del rettangolo d’asfalto. 9 agosto. Coppa Italia. 900 chilometri. Pazzi, tutti pazzi. Saluti, abbracci, strette di mano. Pochi emigranti, qua la maggioranza schiacciante viene da Foggia. Dalla City in persona. In macchina, in treno, in Transit. Hanno bivaccato un po’ qua e un po’ là, nelle ore di calura e d’attesa. Ora sono in fila per i biglietti. Documenti, steward e poliziotti. Una telecamera riprende le nostre facce mentre saliamo la prima rampa d’accesso allo stadio. L’altoparlante diffonde musica. Dentro. La pezza all’angolo della balaustra, la tettoia sulle nostre teste. L’uomo in giallo conosceva i Metallica e non ha fatto problemi. Il collega, invece, ha chiesto la traduzione. “C’è un bel po’ di ignoranza al riguardo, al centro-nord… La Gelmini dovrebbe intervenire”. Caldo umido e stadio deserto. Il primo coro serve a sfogare, oltreché a precisare intenti e motivazioni: Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! A scanso d’equivoci.
Fatto sta che di fronte la Curva Furlan è solo sporadicamente occupata e gli stimoli, tra noi e loro, fanno la differenza. Perché noi cantiamo come ossessi, e i battimani sono sempre più aperti, sempre più corali, sempre più metallici, mentre loro si limitano ad osservare. C’è qualche esponente della Nord laziale, da quella parte. Ne prendiamo atto. Il Foggia è in maglia bianca, coi pantaloncini neri. I fari sono accesi. Lo scenario invoglia. E lo spettacolo comincia. L’intero repertorio srotolato sui gradoni del Nereo Rocco con stile e classe da navigato cantautore d’Oltreoceano. Inappuntabili. Per tutto il primo tempo, e il secondo, con la sola eccezione dell’intervallo, passato a rastrellare bottigliette d’acqua senza tappo al barista d’occasione. In campo il Foggia si difende con ordine. È pulito e ha un ottimo centrocampo. Pare. Riparte sulle fasce con autorità, anche se difetta ancora di forma e fiato. Ma ha schemi, sebbene manchi di soluzioni offensive. Me ne accorgo. Mi accorgo di tutto questo perché, con uno stadio così, puoi accorgerti della partita senza venir meno ai tuoi doveri. È una grossa comodità, anche se da queste parti non sembrano usufruirne al massimo. Al novantesimo siamo ancora 0-0. Ed è pur sempre un pari in casa di una squadra di B. Ma più che la gioia, nel settore prevale uno strano sentimento di calcolo: in pochi hanno previsto la mezz’ora supplementare, e qui tra coincidenze ferroviarie e turni lavorativi previsti per l’indomani, la cosa si fa poco scherzosa. Té fatic, tè. Concentrati! Compatti! Tu non sai cosa ho fatto quel giorno quando io la incontrai. La filarmonica dei cento è sul palco, in scena, e chiama il resto dello stadio in pista. Lo stadio, che muto era già prima, ammutolisce più profondamente, profondamente incuriosito. Tutti ci fissano. Il godimento lo possono comprendere solo gli artisti. E gli egocentrici incurabili. In spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei. L’esecuzione è integrale, sentita, passionale. Magistrale. Celentano in persona avrebbe apprezzato lo schiaffo all’improvviso. È roba da pazzi, non tutti possono accedervi. Le squadre in campo. Godeas che casca. L’avevamo detto all’arbitro, l’avevamo messo in guardia, quel bastardo. Ma abbocca tale e quale. Milan, strepitoso fino a quel momento (con la famiglia sugli spalti e un fratello minore in estasi), non ci arriva. L’uno a zero qualifica gli alabardati. Ma noi insistiamo. E di fronte ai gestacci della fino ad allora silente tribuna, auguriamo ai confinanti una rapida vittoria tricolore. Poi ci ricompattiamo. Le braccia aperte, ampie. Il coro che nasce nello stomaco della curva. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo, Verona, Verona vaffanculo! Ripetuto così. A scanso d’equivoci.
PS: Gli sportelli che sbattono, la coda che si snoda sul primo tratto di tangenziale in uscita.
900 chilometri all’incontrario.
Ma ne è valsa la pena. Eccome se ne è valsa la pena.
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