Conclave.
Dal latino Cum Clave. Chiuso a chiave.
Nel 1270 i viterbesi, spossati dalle continue faide tra cardinali – i potenti dell’epoca – li chiusero di forza in una sala del palazzo papale. Razionarono il cibo e l’acqua e giunsero finanche a scoperchiare parte del tetto, per offrirli alle intemperie. Il monito era chiaro: Abbiamo bisogno di un papa – uno qualsiasi – e tornerete in libertà solo quando ne avremo uno. Fu eletto Gregorio X.
Il Capitano del Popolo a cui si dovette quell’atto di forza si chiamava Raniero Gatti.
Questo episodio, rimasuglio della mia cultura storica universitaria, mi è girato in testa tutta la notte, come un sogno in loop. A suggerirmelo, l’assembramento di ieri sera sotto la sede dell’US Foggia, a via Napoli. Sopra, all’ottavo piano, i soci della vecchia cordata. Uno dietro l’altro si stanno tirando indietro, dicono. Una settimana fa ci avevano garantito che c’erano dodici soci, potenzialmente venti, pronti ad accollarsi l’iscrizione al campionato e una “squadra dignitosa”. Una sicumera che Capobianco e soci rafforzavano mostrando l’impegno dell’Assindustria e, in prima persona, di quel Zanasi di cui tanto si parla dalla fine della scorsa stagione. Una forza tale che aveva spinto la presunta cordata di Casillo a ritirare il bluff sul tavolo da poker. Il cielo andava schiarendosi. Poi, il tuono. L’offerta di Zanasi, 50mila euro, è rimasta l’unica nel carosello. Gli imprenditori locali hanno lasciato il campo (felici, forse, solo d’aver allontanato dal Tavoliere lo spauracchio di don Pasquale), un cordone sanitario di indifferenza ha circondato i soci rimasti. Che, uno alla volta, in privato ed in pubblico, parlano apertamente di spugne da gettare nella polvere. Come aveva già fatto il sindaco, l’amico di Perrone che Perrone non ha soccorso. L’assemblea dei “dimissionari”, cominciata alle 6 del pomeriggio, è finita alle 9. La sera era già scura abbastanza. Dalle tv dei bar andavano le immagini di Brasile-Cile.
Sulle facce dei tifosi una disperazione che scioglieva la lingua: tutto e il contrario di tutto. Casillo, Coccimiglio, Ciuccariello. I soci, gli ultimi tre o quattro, hanno fatto capolino dal portone e dal cancello. Capannelli ovunque, proposte, indici accusatori. “Il Foggia siamo noi”, come un gorgoglio da naufraghi, come un ferro da stiro che sbuffa affondando. “È una vergogna che dei foggiani ci facciano fallire”, dicevano gli uni; “Senza di noi saremmo falliti cinque anni fa”, rispondevano gli altri. “Pagate i debiti e andatevene”. E il socio fissa il tifoso che ha urlato l’invito. “E dammeli tu i soldi. Ce li hai?”. Ecco. In quel momento sono riaffiorati i miei anni di Lettere e Filosofia. Ricordavo l’episodio del conclave, ma non riuscivo a catalogarlo nel tempo e nello spazio. Ma il senso era chiaro: dovremmo chiuderli dentro, assediarli. Conclave di soci-cardinali, fino alla fumata bianca. Non c’è molto tempo e non ci interessa altro. Chiuderli a chiave, impedirgli di mangiare e bere, forse anche di fumare. Scoperchiare il civico di via Napoli. Uscirete di lì quando avremo un presidente e l’iscrizione. Raniero Gatti è un nome che non potevo ricordare, stiamo parlando pur sempre di storia minore. Mi ha aiutato Wikipedia stamattina, lo ammetto. Ma il succo è quello. Lasciamo da parte la delusione, la tristezza, lo sconforto che rasenta la disperazione per il giocattolo che salta. Passiamo alla pretesa cieca, all’insensibilità, all’ignoranza. E siccome la confidenza è la madre della malacreanza, disinteressiamoci dei patimenti patrimoniali di questi vip, smettiamola di dargli consigli e pareri. Non siamo un sindacato giallo. Siamo il Foggia. Lo spirito e l’essenza del Foggia. Allora cum clave. Chiusi a chiave.
Sia chiaro: sono padroni. Padroni dei loro soldi. Non hanno obblighi nei miei confronti, come io non ne ho nei loro. Ho riconosciuto il loro ruolo. A loro probabilmente interessa poco il mio, il nostro. Il contributo di passione, di chilometri e di cuore che non risulta ascrivibile in bilancio, che non si presenta liquidabile per nessuna banca. Che, andando a stringere, ad un imprenditore non serve. Ma, comunque la si voglia mettere, è quello il fulcro, il nucleo ardente della questione. La nostra passione. Quella voce assente dello stato patrimoniale. Quella sopravvenienza attiva che non figura a fine anno. E Foggia e Pro Sesto pari sono.
Fallire. “Ripartiamo dall’Eccellenza”, sento dire. Capisco lo sfogo, capisco la rabbia, capisco Sansone. Lo scorpione si getta nel fuoco per non farsi catturare dai predatori più grossi. Onore a lui. Ma noi siamo una compagnia itinerante che ha bisogno di palcoscenici. Non c’è gloria a cantarcela e suonarcela da soli ad Avezzano, a Marcianise, a Gallipoli, a Manfredonia. Non c’è gloria neppure a Ferrara, a Foligno, a Pistoia. Ricordo la delusione che provammo a Perugia, un paio di anni fa, a sfidare una curva sguarnita. O a Terni, quando dinanzi ci trovammo non più di 300 persone. E lo stupore dopo Arezzo, quando per tutta la partita ci soffiò in faccia un vento gelido misto a pioggia, e al ritorno ci si chiedeva attoniti: “Ma i loro ultras avevano gli ombrelli?”.
Siamo animali da palcoscenico.
A Castellana, a Copertino, a Terlizzi, a Vieste, non possiamo. Non è proprio cosa. Vogliamo mortificare noi stessi, ridurci uno per uno a comparse minori, solo per dare un segnale della nostra dignità? E se dovesse poi vacillare la costanza? Se finiamo incastrati nelle maglie della serie D per cinque o sei anni, come la Casertana, e deperiamo, come certi insetti nella tela del ragno? E poi, a chi? A chi dovremmo dimostrare qualcosa? C’è un’intera generazione che non ha mai visto la serie B. Un’intera nidiata di ragazzini che tifa Inter, perché i genitori hanno mollato. Io tra dieci anni ne avrò 44. Lanciarci tra le fiamme per seguire l’istinto è cosa nobile. Ma l’urlo, il pianto dirotto che hanno accompagnato l’ultimo gol, quello di Caraccio ai playout, indica che l’istinto della sopravvivenza è pari a quello del “Muoiano i filistei”. Quindi, dobbiamo essere decisi e calmi al contempo. Non godrei a veder scremare la curva, ad osservare – senza poter incidere, intervenire – assottigliarsi la piazza. Come i pesci rossi, adattarsi all’habitat. Che gusto c’è a dire che si era in 20, in 15, in 5? Dividere chi ci crede da chi lo fa per moda, si dice di solito. Ma non scherziamo. Simili prove di forza alla Tafazzi si possono fare in ogni ambito e a qualsiasi livello. Uccidersi per una pena d’amore – “per impazienza”, come diceva Massimo Troisi – è un impulso primario. Poi c’è un secondo impulso, che chiama a lottare per la vita. Fino in fondo. Fino alla fine.
29/06/10
26/06/10
Le due città
Fosse fallito, rischiasse il fallimento, l’Ascoli Satriano, il Rocchetta Sant’Antonio, l’Atletico Orsara, c’è da scommettere che la via principale di quei paesi si popolerebbe di gente, di bandiere, di striscioni. C’è da scommettere che l’adesione al corteo sfiorerebbe percentuali bulgare. Le mamme, le nonne, i bambini.
Invece è l’US Foggia a rischiare di non iscriversi, di scomparire.
E il corteo che si snoda per le strade centrali della città è …roba da ultras.
O, almeno, così sembra.
Foggia ha un problema di comunità.
Che non è un semplice problema di contabilità. È una questione di sguardi.
Perché sono quelli a fare la differenza.
Gli sguardi incuriositi, blandi, di quelli che s’affacciano ai balconi o aprono le finestre e sbirciano di sotto, destati dalla siesta d’un pomeriggio di quasi estate; le facce di quelli che sorridono, che commentano col vicino, appoggiati alla ringhiera; le mani di quelli che indicano, i gesti di quelli che gesticolano e, si intuisce, sanno come stanno veramente le cose e, al contempo, stanno motivando la propria estraneità. Quelli che tutto va male, che nessuno ha ragione, che tanto non mi riguarda.
Sono gli sguardi a fare la differenza.
Quelli dei passanti che si fermano ai margini del flusso, che osservano lo striscione, e poi le bandiere, e ridono stranieri ai cori, ai battimani. Quelli che scuotono la testa pensando che non sono queste le cose serie, le cose per cui bisognerebbe manifestare, che se poi gli chiedi quali siano non lo sanno neppure. È così da sempre, ed anche l’assuefazione, la rassegnazione insita, traslucida in queste due righe lo dimostra, più di un trattato di antropologia.
Ai tempi della scuola, quando ai cortei si andava in massa solo nelle ore di lezione, la gente ti guardava e diceva: “Andate a studiare!”. Quando si manifestava contro l’aggressione alla Serbia, all’Iraq, o contro le atomiche di Chirac, l’invito più pressante era quello ad andare a lavorare. Motivato, per carità, dalla distanza incommensurabile tra l’evento e questo capoluogo di provincia dell’impero. E anche quelli che si lamentavano dei giorni persi a scuola, a guardarli con distacco, oggi, non avevano tutti i torti. Ma i livelli si abbassano, le cause si afflosciano e finiscono per abbandonare l’etereo mondo dei massimi sistemi, e sfiorare le teste di noi tutti. Della cosiddetta società civile.
La mafia, la società, l’omicidio Panunzio, l’omicidio Giuva.
Altrettanti cortei mattutini. E tante teste ai margini, a guardare gli studenti sfilare, mentre gli anchorman più spudorati ciarlavano di nuove avvincenti prese di coscienza giovanili.
Poi fu la volta di Marcone, e di sera – si sa – gli studenti non ci sono. E la decantata antimafia da corteo è scomparsa, lasciando a quattro gatti il compito di accendere le fiaccole dell’indignazione di facciata. Una cinquantina di luci nella notte e, tutt’attorno, un mare di cappelli, di sigarette accese, di sbuffi di fumo. Tra le due città – l’una assai più piccola dell’altra – una membrana di vuoto.
La stessa di sempre.
“Questa è Foggia”, si dice. “Questo ci meritiamo”, arrischiano i più arditi.
Una città dove la parte attiva – attiva per qualsiasi ragione – è sempre osservata, videoripresa, commentata, talvolta vilipesa, dalla parte inattiva, che si ritiene arrivata, più furba, più intimamente consapevole, più navigata delle cose della vita.
Una città dove ogni corteo è espressione di una minoranza che, passo dopo passo, s’inoltra nelle viscere, nelle arterie di una esistenza estranea. Quella dei passanti, dei condomini, delle fortezze col cancello isolate dal traffico. Manco fossimo a Dallas. Foggia è lo scenario, la quinta teatrale, di ogni tentativo di riportarla in vita, di farla partecipare. “Non state lì a guardare”, si gridava ai tempi delle superiori.
E ieri, mentre il corteo per le sorti dell’US Foggia – una squadra di calcio, certo, ma anche un piccolo patrimonio comunitario per una città che un tempo viveva di pane e pallone – si snodava da corso Giannone a piazza Cavour, di gente che guardava ce n’era tanta. Tantissima.
C’era finanche chi arrivava al sacrificio estremo di sventolare la sua bandierina dei tempi della A dal balcone, ma che di affrontare la rampa di scale e sbucare dal portone per fare due passi con noi non aveva la minima intenzione. Così come c’è stato anche chi ha pensato bene di agevolare gavettoni d’acqua sui manifestanti. Così, per scherzo. Così, per scherno. Perché il “Che vanno facendo?” rimanga epigrafe sotto lo stemma delle tre fiammelle.
Una città dove manca completamente in senso di comunità, d’appartenenza.
Una città destinata a morire nelle proprie case, indifferente a tutto, incapace di mettersi in gioco, di sopportare il peso del ridicolo o di mostrare la propria faccia per una causa qualsiasi.
Una città dove chi ancora ha voglia di restare in piedi non può che sperare che quei centocinquanta-duecento non decidano, a loro volta, di chiudersi in casa.
Invece è l’US Foggia a rischiare di non iscriversi, di scomparire.
E il corteo che si snoda per le strade centrali della città è …roba da ultras.
O, almeno, così sembra.
Foggia ha un problema di comunità.
Che non è un semplice problema di contabilità. È una questione di sguardi.
Perché sono quelli a fare la differenza.
Gli sguardi incuriositi, blandi, di quelli che s’affacciano ai balconi o aprono le finestre e sbirciano di sotto, destati dalla siesta d’un pomeriggio di quasi estate; le facce di quelli che sorridono, che commentano col vicino, appoggiati alla ringhiera; le mani di quelli che indicano, i gesti di quelli che gesticolano e, si intuisce, sanno come stanno veramente le cose e, al contempo, stanno motivando la propria estraneità. Quelli che tutto va male, che nessuno ha ragione, che tanto non mi riguarda.
Sono gli sguardi a fare la differenza.
Quelli dei passanti che si fermano ai margini del flusso, che osservano lo striscione, e poi le bandiere, e ridono stranieri ai cori, ai battimani. Quelli che scuotono la testa pensando che non sono queste le cose serie, le cose per cui bisognerebbe manifestare, che se poi gli chiedi quali siano non lo sanno neppure. È così da sempre, ed anche l’assuefazione, la rassegnazione insita, traslucida in queste due righe lo dimostra, più di un trattato di antropologia.
Ai tempi della scuola, quando ai cortei si andava in massa solo nelle ore di lezione, la gente ti guardava e diceva: “Andate a studiare!”. Quando si manifestava contro l’aggressione alla Serbia, all’Iraq, o contro le atomiche di Chirac, l’invito più pressante era quello ad andare a lavorare. Motivato, per carità, dalla distanza incommensurabile tra l’evento e questo capoluogo di provincia dell’impero. E anche quelli che si lamentavano dei giorni persi a scuola, a guardarli con distacco, oggi, non avevano tutti i torti. Ma i livelli si abbassano, le cause si afflosciano e finiscono per abbandonare l’etereo mondo dei massimi sistemi, e sfiorare le teste di noi tutti. Della cosiddetta società civile.
La mafia, la società, l’omicidio Panunzio, l’omicidio Giuva.
Altrettanti cortei mattutini. E tante teste ai margini, a guardare gli studenti sfilare, mentre gli anchorman più spudorati ciarlavano di nuove avvincenti prese di coscienza giovanili.
Poi fu la volta di Marcone, e di sera – si sa – gli studenti non ci sono. E la decantata antimafia da corteo è scomparsa, lasciando a quattro gatti il compito di accendere le fiaccole dell’indignazione di facciata. Una cinquantina di luci nella notte e, tutt’attorno, un mare di cappelli, di sigarette accese, di sbuffi di fumo. Tra le due città – l’una assai più piccola dell’altra – una membrana di vuoto.
La stessa di sempre.
“Questa è Foggia”, si dice. “Questo ci meritiamo”, arrischiano i più arditi.
Una città dove la parte attiva – attiva per qualsiasi ragione – è sempre osservata, videoripresa, commentata, talvolta vilipesa, dalla parte inattiva, che si ritiene arrivata, più furba, più intimamente consapevole, più navigata delle cose della vita.
Una città dove ogni corteo è espressione di una minoranza che, passo dopo passo, s’inoltra nelle viscere, nelle arterie di una esistenza estranea. Quella dei passanti, dei condomini, delle fortezze col cancello isolate dal traffico. Manco fossimo a Dallas. Foggia è lo scenario, la quinta teatrale, di ogni tentativo di riportarla in vita, di farla partecipare. “Non state lì a guardare”, si gridava ai tempi delle superiori.
E ieri, mentre il corteo per le sorti dell’US Foggia – una squadra di calcio, certo, ma anche un piccolo patrimonio comunitario per una città che un tempo viveva di pane e pallone – si snodava da corso Giannone a piazza Cavour, di gente che guardava ce n’era tanta. Tantissima.
C’era finanche chi arrivava al sacrificio estremo di sventolare la sua bandierina dei tempi della A dal balcone, ma che di affrontare la rampa di scale e sbucare dal portone per fare due passi con noi non aveva la minima intenzione. Così come c’è stato anche chi ha pensato bene di agevolare gavettoni d’acqua sui manifestanti. Così, per scherzo. Così, per scherno. Perché il “Che vanno facendo?” rimanga epigrafe sotto lo stemma delle tre fiammelle.
Una città dove manca completamente in senso di comunità, d’appartenenza.
Una città destinata a morire nelle proprie case, indifferente a tutto, incapace di mettersi in gioco, di sopportare il peso del ridicolo o di mostrare la propria faccia per una causa qualsiasi.
Una città dove chi ancora ha voglia di restare in piedi non può che sperare che quei centocinquanta-duecento non decidano, a loro volta, di chiudersi in casa.
24/06/10
“Che siete venuti a fare?”
Con questa domanda – cinica, spregevole, arrogante – il giudice della libertà del Tribunale di Bari ha accolto Topazio e il suo avvocato all’appuntamento. Era stata fissata per oggi, 24 giugno, l’udienza per i domiciliari.
Istanza respinta.
Non è stato concesso neppure il tempo al legale per esprimere la propria “interpretazione” della sentenza. La decisione era già stata presa prima della messinscena. Prima che Topazio fosse accompagnato – come un delinquente d’altri tempi – sotto scorta fino al Tribunale di Bari.
“La vostra interpretazione – ha dichiarato il giudice – sarebbe senz’altro FUNAMBOLICA!”. Liquidate così, in poche parole, in pochi attimi, intere settimane di speranze, di attivismo, di passione. Liquidati in pochi secondi, nel più freddo linguaggio della burocrazia nostrana, i sogni di LIBERTA’ di un nostro FRATELLO “colpevole” d’essere un ULTRAS e di non aver ottemperato a tutti gli obblighi della libertà vigilata che il suo status gli imponeva.
La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: debole, remissiva, accondiscende con i forti, i potenti, i protetti; forte, inflessibile, punitiva nei confronti dei deboli, dei soggetti poco tutelati, di quelli da sbattere dentro per lavarsi la propria mala coscienza.
Topazio – in carcere dal 23 aprile scorso per una firma saltata durante un precedente periodo di diffida – è ormai un esempio di ACCANIMENTO GIUDIZIARIO. E questo è il dato che, più di tutti, deve balzare agli occhi degli ignari, delle anime belle, dei garantisti ad oltranza di questo Paese.
Da parte nostra giunga ai giudici, agli sbirri e ai leccaculo di turno tutto il disprezzo di cui siamo capaci. E una promessa: non ci fermeremo. Continueremo a lottare perché simili vergogne non accadano più, a nessun ULTRAS, a nessun CITTADINO di questo stato allo sbando. Non ci fermeremo. Per la libertà – bene su tutti non barattabile – del nostro FRATELLO e di tutti coloro che, senza padroni o padrini, subiscono le angherie del potere.
Non ci fermerete.
mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
Ciurma Nemica Foggia
Istanza respinta.
Non è stato concesso neppure il tempo al legale per esprimere la propria “interpretazione” della sentenza. La decisione era già stata presa prima della messinscena. Prima che Topazio fosse accompagnato – come un delinquente d’altri tempi – sotto scorta fino al Tribunale di Bari.
“La vostra interpretazione – ha dichiarato il giudice – sarebbe senz’altro FUNAMBOLICA!”. Liquidate così, in poche parole, in pochi attimi, intere settimane di speranze, di attivismo, di passione. Liquidati in pochi secondi, nel più freddo linguaggio della burocrazia nostrana, i sogni di LIBERTA’ di un nostro FRATELLO “colpevole” d’essere un ULTRAS e di non aver ottemperato a tutti gli obblighi della libertà vigilata che il suo status gli imponeva.
La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: debole, remissiva, accondiscende con i forti, i potenti, i protetti; forte, inflessibile, punitiva nei confronti dei deboli, dei soggetti poco tutelati, di quelli da sbattere dentro per lavarsi la propria mala coscienza.
Topazio – in carcere dal 23 aprile scorso per una firma saltata durante un precedente periodo di diffida – è ormai un esempio di ACCANIMENTO GIUDIZIARIO. E questo è il dato che, più di tutti, deve balzare agli occhi degli ignari, delle anime belle, dei garantisti ad oltranza di questo Paese.
Da parte nostra giunga ai giudici, agli sbirri e ai leccaculo di turno tutto il disprezzo di cui siamo capaci. E una promessa: non ci fermeremo. Continueremo a lottare perché simili vergogne non accadano più, a nessun ULTRAS, a nessun CITTADINO di questo stato allo sbando. Non ci fermeremo. Per la libertà – bene su tutti non barattabile – del nostro FRATELLO e di tutti coloro che, senza padroni o padrini, subiscono le angherie del potere.
Non ci fermerete.
mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
Ciurma Nemica Foggia
31/05/10
Il tributo
di Lobanowski 2
Domenica 30 maggio, Foggia-Pescina 1-2
Volevate le lacrime. Gli dei imponevano sacrifici umani: un cuore violato sul piatto d’argento. Dopo undici anni tra terza e quarta categoria, all’ennesimo traguardo fallito, come se ce ne fosse ancora bisogno. Divinità ingorde, beffarde, sfacciate.
Non dovevano fare due gol. Non dovevano vincere con due gol di scarto, quelli dell’Avezzano.
E quando 2-0 è stato, il “Vergognatevi!” ha aperto la danza mistica.
In poltrona, in centralissima, dove ben vestiti padri di famiglia se la stavano prendendo coi dodici tifosi abruzzesi presenti e le famiglie dei calciatori, in tanti – tutti, forse – hanno aguzzato lo sguardo, allungandolo verso l’angolo della Sud. Dove la folla premeva e quella porta non cadeva.
“Siiii!”, sono certo abbiano urlato. “Sfasciate tutto!”.
La delega in bianco, la voglia di cedere agli altri l’amaro calice e di veder fare, piuttosto che agire. E giudicare, giudicare, finché non duole la lingua.
Ho visto lo sguardo dei giocatori. Cazzo, se qua si passa dalle vuote minacce alle vie di fatto, siamo fottuti. E attorno il formicaio. Girone B, serie C1. Quello che siamo. Ho visto lo sguardo dell’arbitro, senza la personalità necessaria per intervenire nel dibattito dei fatti. Nel trambusto qualcuno chiedeva di attendere i 20 minuti che ancora mancavano. Poi, nel caso. Io dico: quando la rabbia sfonda gli argini della consuetudine, allora deve scorrere fino in fondo. Perché qui non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Di sconfitte è lastricato il nostro presente. Qui si tratta d’essere scaraventati all’inferno per procura: per mezzo di undici mercenari molli e demotivati, incapaci di un sussulto di dignità, di onorare quella maglia per cui altri fanno sacrifici non retribuiti. Vedere il terrore stamparsi laddove c’era il sorriso distante della circostanza è stato un primo passo. Poi l’arbitro ha fatto ricominciare e, di fatto, ha smesso di arbitrare. E quei pagliacci ci hanno messo una decina di minuti a confezionare il gol che ci ha tenuti in Prima divisione. In C1, in pratica. Girone B. Quello che siamo.
In poltona, in centralissima, ma anche in gradinata e in Sud, si è tornati ad incitare. L’amore è grande, la memoria cede il passo. I ben vestiti padri di famiglia, impegnati ad augurare tumori agli abruzzesi, adesso si stanno rasserenando. Il collo si fa meno rosso, la pressione si quieta. L’arbitro fischia, siamo salvi, si ricompongono. E a sera sono pronti a puntare il dito.
La squadra si è salvata, la curva è retrocessa.
Quello spettacolo indegno, indecoroso.
La curva è lo specchio dell’inciviltà di questa città.
E via di questo passo.
Sono gli stessi che incitano a contestare, a dare una lezione a questo o a quello, come se gli ultras fossero dei sicari a gettoni. E che se non lo fai, se non contesti quello e questo, sono pronti a tacciarti di viltà. O, peggio, di collaborazionismo con la società. Loro si, sanno chi è sul libro paga dei dirigenti.
Quelli che dicono sempre che in altri tempi non era così. Ed è come se inserissero il bancomat nel posse della loro inconcludenza. Per vidimare l’assenza di passato non c’è metodo migliore. Più o meno come quelli che esordiscono “io non sono razzista”. In un passato atemporale e mitologico come le boscaglie di Tolkien, c’erano botte – a cui immancabilmente hanno partecipato in ruoli strategici – e c’era la saggezza. Pane e companatico. Oggi Foggia si è corrotta.
Sono quelli che “lo spettacolo della curva” è fuori discussione. Che prima d’ogni partita guardano le curve come se gli fosse dovuto qualcosa.
Che fanno una Avezzano ogni due anni e riprendono i cori coi telefonini, come se fossero fuori dal villaggio vacanze in Kenya o stessero allungando la fotocamera tra le sbarre del bioparco. E poi caricano il video su You tube. E scrivono che “siamo GRANDI”. E mettono tre/cinque/sette esclamativi. E che come noi non c’è nessuno. E usano l’aggettivo mitico. E danno degli zingari ai loro omologhi pescaresi, dei pesciaioli ai barlettani, dei contadini agli avellinesi.
Sono il tipo che dopo Foggia-Spal mi ha detto “Bruciala quella scarpetta”, che a sua volta è il clone visivo del ciccione che ci chiese di togliere la bandiera dopo Avellino, entrambi nipoti d’indole dei vecchi di “Ancora appesso al Foggia” al ritorno da Ancona. Serie A.
Volubili.
In classe da Capello, poi, si sono raffinati: ostaggio degli ultras, ripetono. Perché lo sentono in tv. Fanno quello che vogliono!, sbraitano. Si credono i padroni. E tutti a fare ramanzine corrette: se quella porta fosse venuta giù, oggi saremmo in C2. O forse peggio. E tutta quella gente della tribuna, non paga d’aver applaudito il Marcianise e l’Andria, avrebbe avuto la scusa adatta per mettere la parola fine sulla noiosa militanza allo Zaccheria. Liberi, finalmente, di restare a casa a godersi i Del Piero, i Ronaldinho, i Milito. Pronti a rimpiangere le mai pervenute famiglie allo stadio mentre insegnano ai loro figli a tuffarsi nella fontana di piazza Cavour per festeggiare il tetto d’Europa dell’Internazionale di Milano.
Volubili e patetici.
Da questa parte della contesa, ho visto esplodere le contraddizioni. Ho visto l’amore passionale, in nessun caso indifferente e abitudinario. Ho visto adulti piangere come bambini, inconsolabili. E ragazzini pronti a sciogliersi in un abbraccio liberatorio. Tra mille sconosciuti. Ho visto la realtà che si spoglia degli orpelli d’occasione. E libera le energie di cui è composta. Il vetro si spacca al punto di massima tensione. Eppure, a guardar bene gli eventi, non sarebbe cambiato niente. Avremmo finito di vedere i Mondiali in tv e in molti sarebbero partiti per il ritiro in Umbia o nel Lazio. Poi il giro di telefonate ci avrebbe comunicato l’esordio. A Milazzo o col Neapolis. E il calendario avrebbe scadenzato i nostri impegni. In C2 come in B. Prima della Coppa Italia di categoria. Del nuovo inizio, come niente fosse. Eppure, Caraccio (il cui nome va ricordato più per il lutto che l’ha colpito subito dopo la partita che non per l’impresa di un gol) è saltato. Sta per colpire. Colpisce. È da ieri che l’immagine mi si ripropone in stato di veglia. Compulsiva, ossessiva, eccola. Quello crossa, Caraccio salta. Colpisce. Colpisce. Io cado.
Gli dei volevano le lacrime.
Domenica 30 maggio, Foggia-Pescina 1-2
Volevate le lacrime. Gli dei imponevano sacrifici umani: un cuore violato sul piatto d’argento. Dopo undici anni tra terza e quarta categoria, all’ennesimo traguardo fallito, come se ce ne fosse ancora bisogno. Divinità ingorde, beffarde, sfacciate.
Non dovevano fare due gol. Non dovevano vincere con due gol di scarto, quelli dell’Avezzano.
E quando 2-0 è stato, il “Vergognatevi!” ha aperto la danza mistica.
In poltrona, in centralissima, dove ben vestiti padri di famiglia se la stavano prendendo coi dodici tifosi abruzzesi presenti e le famiglie dei calciatori, in tanti – tutti, forse – hanno aguzzato lo sguardo, allungandolo verso l’angolo della Sud. Dove la folla premeva e quella porta non cadeva.
“Siiii!”, sono certo abbiano urlato. “Sfasciate tutto!”.
La delega in bianco, la voglia di cedere agli altri l’amaro calice e di veder fare, piuttosto che agire. E giudicare, giudicare, finché non duole la lingua.
Ho visto lo sguardo dei giocatori. Cazzo, se qua si passa dalle vuote minacce alle vie di fatto, siamo fottuti. E attorno il formicaio. Girone B, serie C1. Quello che siamo. Ho visto lo sguardo dell’arbitro, senza la personalità necessaria per intervenire nel dibattito dei fatti. Nel trambusto qualcuno chiedeva di attendere i 20 minuti che ancora mancavano. Poi, nel caso. Io dico: quando la rabbia sfonda gli argini della consuetudine, allora deve scorrere fino in fondo. Perché qui non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Di sconfitte è lastricato il nostro presente. Qui si tratta d’essere scaraventati all’inferno per procura: per mezzo di undici mercenari molli e demotivati, incapaci di un sussulto di dignità, di onorare quella maglia per cui altri fanno sacrifici non retribuiti. Vedere il terrore stamparsi laddove c’era il sorriso distante della circostanza è stato un primo passo. Poi l’arbitro ha fatto ricominciare e, di fatto, ha smesso di arbitrare. E quei pagliacci ci hanno messo una decina di minuti a confezionare il gol che ci ha tenuti in Prima divisione. In C1, in pratica. Girone B. Quello che siamo.
In poltona, in centralissima, ma anche in gradinata e in Sud, si è tornati ad incitare. L’amore è grande, la memoria cede il passo. I ben vestiti padri di famiglia, impegnati ad augurare tumori agli abruzzesi, adesso si stanno rasserenando. Il collo si fa meno rosso, la pressione si quieta. L’arbitro fischia, siamo salvi, si ricompongono. E a sera sono pronti a puntare il dito.
La squadra si è salvata, la curva è retrocessa.
Quello spettacolo indegno, indecoroso.
La curva è lo specchio dell’inciviltà di questa città.
E via di questo passo.
Sono gli stessi che incitano a contestare, a dare una lezione a questo o a quello, come se gli ultras fossero dei sicari a gettoni. E che se non lo fai, se non contesti quello e questo, sono pronti a tacciarti di viltà. O, peggio, di collaborazionismo con la società. Loro si, sanno chi è sul libro paga dei dirigenti.
Quelli che dicono sempre che in altri tempi non era così. Ed è come se inserissero il bancomat nel posse della loro inconcludenza. Per vidimare l’assenza di passato non c’è metodo migliore. Più o meno come quelli che esordiscono “io non sono razzista”. In un passato atemporale e mitologico come le boscaglie di Tolkien, c’erano botte – a cui immancabilmente hanno partecipato in ruoli strategici – e c’era la saggezza. Pane e companatico. Oggi Foggia si è corrotta.
Sono quelli che “lo spettacolo della curva” è fuori discussione. Che prima d’ogni partita guardano le curve come se gli fosse dovuto qualcosa.
Che fanno una Avezzano ogni due anni e riprendono i cori coi telefonini, come se fossero fuori dal villaggio vacanze in Kenya o stessero allungando la fotocamera tra le sbarre del bioparco. E poi caricano il video su You tube. E scrivono che “siamo GRANDI”. E mettono tre/cinque/sette esclamativi. E che come noi non c’è nessuno. E usano l’aggettivo mitico. E danno degli zingari ai loro omologhi pescaresi, dei pesciaioli ai barlettani, dei contadini agli avellinesi.
Sono il tipo che dopo Foggia-Spal mi ha detto “Bruciala quella scarpetta”, che a sua volta è il clone visivo del ciccione che ci chiese di togliere la bandiera dopo Avellino, entrambi nipoti d’indole dei vecchi di “Ancora appesso al Foggia” al ritorno da Ancona. Serie A.
Volubili.
In classe da Capello, poi, si sono raffinati: ostaggio degli ultras, ripetono. Perché lo sentono in tv. Fanno quello che vogliono!, sbraitano. Si credono i padroni. E tutti a fare ramanzine corrette: se quella porta fosse venuta giù, oggi saremmo in C2. O forse peggio. E tutta quella gente della tribuna, non paga d’aver applaudito il Marcianise e l’Andria, avrebbe avuto la scusa adatta per mettere la parola fine sulla noiosa militanza allo Zaccheria. Liberi, finalmente, di restare a casa a godersi i Del Piero, i Ronaldinho, i Milito. Pronti a rimpiangere le mai pervenute famiglie allo stadio mentre insegnano ai loro figli a tuffarsi nella fontana di piazza Cavour per festeggiare il tetto d’Europa dell’Internazionale di Milano.
Volubili e patetici.
Da questa parte della contesa, ho visto esplodere le contraddizioni. Ho visto l’amore passionale, in nessun caso indifferente e abitudinario. Ho visto adulti piangere come bambini, inconsolabili. E ragazzini pronti a sciogliersi in un abbraccio liberatorio. Tra mille sconosciuti. Ho visto la realtà che si spoglia degli orpelli d’occasione. E libera le energie di cui è composta. Il vetro si spacca al punto di massima tensione. Eppure, a guardar bene gli eventi, non sarebbe cambiato niente. Avremmo finito di vedere i Mondiali in tv e in molti sarebbero partiti per il ritiro in Umbia o nel Lazio. Poi il giro di telefonate ci avrebbe comunicato l’esordio. A Milazzo o col Neapolis. E il calendario avrebbe scadenzato i nostri impegni. In C2 come in B. Prima della Coppa Italia di categoria. Del nuovo inizio, come niente fosse. Eppure, Caraccio (il cui nome va ricordato più per il lutto che l’ha colpito subito dopo la partita che non per l’impresa di un gol) è saltato. Sta per colpire. Colpisce. È da ieri che l’immagine mi si ripropone in stato di veglia. Compulsiva, ossessiva, eccola. Quello crossa, Caraccio salta. Colpisce. Colpisce. Io cado.
Gli dei volevano le lacrime.
26/05/10
Non abbassiamo la guardia: libertà per Topazio!
Arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti.
Un mese di cella già scontato. Altri due in arrivo. Con poche possibilità d’ottenere quei domiciliari che pare tocchino di diritto a spacciatori ed assassini. Con una procura che interviene solo per chiedere di inasprire ulterioremente la pena. E, subito dopo, l’incertezza, i carichi pendenti, le multe, i cavilli. Ancora giustificazioni da dare, ancora tentativi di arginare, rimandare, sospendere una giustizia punitiva ed assurda. Come se non fossimo già dinanzi al suicidio della logica.
Topazio è stato prelevato in casa da agenti della squadra mobile il 23 aprile scorso con l’accusa di aver saltato una firma durante un precedente SCONTATO periodo di diffida. La sua vicenda è semplice quanto stupefacente. Per accanimento, tempistica, irrazionalità. Colpito da daspo nel gennaio del 2003 (nel gennaio 2003 esisteva ancora la Jugoslavia, per intenderci!), individuato come soggetto pericoloso, istigatore, violento, sconta 2 anni con obbligo di firma a cui si aggiunge un altro anno e mezzo per complicanze burocratiche e – badate bene! – uno di diffida PREVENTIVA. Anni, stagioni calcistiche e meteorologiche, passate in questura a firmare. Campionato, coppa e certe amichevoli. Non c’è bisogno di un genio per comprendere che tutto questo basta a stravolgere le abitudini di una vita. Eppure i colpevolisti – plasmati da anni di chiacchiere televisive sulla pericolosità degli ultras – non sono soddisfatti ed incalzano con la solita domanda su cosa abbia fatto di così grave nella partita con l’Andria di quel lontano 2003. Rispondiamo, senza tema di smentita: NIENTE. Non ha fatto proprio niente. Non ha estorto denaro a bisognosi commercianti, non ha trafficato in opere d’arte, non ha depositato in Svizzera il denaro di ingenui investitori, non ha truffato i telespettatori. Men che meno ha ucciso, stuprato, rapinato. Certo, ha ballato con il reparto celere la solita quadriglia a distanza. Nessun ferito e qualche bel ricordo. Moralmente opinabile, certo, ma neppure il più accanito tra i benpensanti sarebbe in grado di giustificare una pena così lunga (7 anni di attenzione). E, peggio ancora, l’aggravio della stessa con la richiesta del carcere. La voglia famelica di magistrati e procuratori, che con tocco impersonale chiedono altri mesi, altri anni, altri euro.
L’impressione – fondata sui fatti – è quella di essere entrati in un meccanismo che si autoalimenta, nel girello dei criceti. Topazio è un criminale. Lo dicono i fatti, dicono magistrati e giornali. Topazio è uno che se l’è cercata, dicono in tanti, troppi, che non lo conoscono ma si ergono a giudici. Topazio è un ultras, diciamo noi. Uno di noi, un fratello dei nostri. Quel che è capitato a lui poteva, potrebbe capitare ad ognuno di noi. E, per come la vediamo noi, il computo delle responsabilità non può che posticiparsi dinanzi al senso d’appartenenza. L’urlo prende forma senza bisogno di motivazioni pratiche, al solo pensiero di veder sottrarre mesi di libertà, di vita, ad un ragazzo di 30 anni. È capacità d’indignazione, senso della misura, percezione dell’ingiustizia. Delle firme saltate non ce ne frega granché. La società nel suo complesso, lo stiamo constatando in queste settimane, non ci sembra particolarmente defraudata. Eppure l’ultras Topazio paga fino in fondo, subendo uno zelo degno di miglior causa. E sia! Ma ogni giorno di cella è un mattone d’infamia, e alla fine solo gli imbecilli potranno far finta di non vedere.
TOPAZIO UNO DI NOI
TOPAZIO LIBERO
LIBERTA’ PER GLI ULTRA’
Ciurma Nemica – Foggia
Noi, attraverso la solidarietà, vogliamo far sentire a Topazio la nostra complice vicinanza. In carcere una lettera, una foto, una rivista, fanno la differenza. Per qualsiasi messaggio da inoltrare, per qualsiasi informazione, potete contattarci all’indirizzo email: topaziolibero@email.it
Un mese di cella già scontato. Altri due in arrivo. Con poche possibilità d’ottenere quei domiciliari che pare tocchino di diritto a spacciatori ed assassini. Con una procura che interviene solo per chiedere di inasprire ulterioremente la pena. E, subito dopo, l’incertezza, i carichi pendenti, le multe, i cavilli. Ancora giustificazioni da dare, ancora tentativi di arginare, rimandare, sospendere una giustizia punitiva ed assurda. Come se non fossimo già dinanzi al suicidio della logica.
Topazio è stato prelevato in casa da agenti della squadra mobile il 23 aprile scorso con l’accusa di aver saltato una firma durante un precedente SCONTATO periodo di diffida. La sua vicenda è semplice quanto stupefacente. Per accanimento, tempistica, irrazionalità. Colpito da daspo nel gennaio del 2003 (nel gennaio 2003 esisteva ancora la Jugoslavia, per intenderci!), individuato come soggetto pericoloso, istigatore, violento, sconta 2 anni con obbligo di firma a cui si aggiunge un altro anno e mezzo per complicanze burocratiche e – badate bene! – uno di diffida PREVENTIVA. Anni, stagioni calcistiche e meteorologiche, passate in questura a firmare. Campionato, coppa e certe amichevoli. Non c’è bisogno di un genio per comprendere che tutto questo basta a stravolgere le abitudini di una vita. Eppure i colpevolisti – plasmati da anni di chiacchiere televisive sulla pericolosità degli ultras – non sono soddisfatti ed incalzano con la solita domanda su cosa abbia fatto di così grave nella partita con l’Andria di quel lontano 2003. Rispondiamo, senza tema di smentita: NIENTE. Non ha fatto proprio niente. Non ha estorto denaro a bisognosi commercianti, non ha trafficato in opere d’arte, non ha depositato in Svizzera il denaro di ingenui investitori, non ha truffato i telespettatori. Men che meno ha ucciso, stuprato, rapinato. Certo, ha ballato con il reparto celere la solita quadriglia a distanza. Nessun ferito e qualche bel ricordo. Moralmente opinabile, certo, ma neppure il più accanito tra i benpensanti sarebbe in grado di giustificare una pena così lunga (7 anni di attenzione). E, peggio ancora, l’aggravio della stessa con la richiesta del carcere. La voglia famelica di magistrati e procuratori, che con tocco impersonale chiedono altri mesi, altri anni, altri euro.
L’impressione – fondata sui fatti – è quella di essere entrati in un meccanismo che si autoalimenta, nel girello dei criceti. Topazio è un criminale. Lo dicono i fatti, dicono magistrati e giornali. Topazio è uno che se l’è cercata, dicono in tanti, troppi, che non lo conoscono ma si ergono a giudici. Topazio è un ultras, diciamo noi. Uno di noi, un fratello dei nostri. Quel che è capitato a lui poteva, potrebbe capitare ad ognuno di noi. E, per come la vediamo noi, il computo delle responsabilità non può che posticiparsi dinanzi al senso d’appartenenza. L’urlo prende forma senza bisogno di motivazioni pratiche, al solo pensiero di veder sottrarre mesi di libertà, di vita, ad un ragazzo di 30 anni. È capacità d’indignazione, senso della misura, percezione dell’ingiustizia. Delle firme saltate non ce ne frega granché. La società nel suo complesso, lo stiamo constatando in queste settimane, non ci sembra particolarmente defraudata. Eppure l’ultras Topazio paga fino in fondo, subendo uno zelo degno di miglior causa. E sia! Ma ogni giorno di cella è un mattone d’infamia, e alla fine solo gli imbecilli potranno far finta di non vedere.
TOPAZIO UNO DI NOI
TOPAZIO LIBERO
LIBERTA’ PER GLI ULTRA’
Ciurma Nemica – Foggia
Noi, attraverso la solidarietà, vogliamo far sentire a Topazio la nostra complice vicinanza. In carcere una lettera, una foto, una rivista, fanno la differenza. Per qualsiasi messaggio da inoltrare, per qualsiasi informazione, potete contattarci all’indirizzo email: topaziolibero@email.it
24/05/10
Pedagogia e pasquette
di Lobanowski 2
Sabato 22 maggio, Pedagogia
Sabato sera di maggio, diretta Rai, tetto d’Europa. E questa città si scopre interista. Come nel recentissimo passato era stata juventina, milanista, romanista, laziale. Finanche un po’ doriana, agli inizi dei Novanta. Senza dimenticare l’infatuazione borbonica per il Napoli, ai tempi di Giordano, Careca e Stoccarda. Il carro del vincitore sta passando da corso Roma a clacson spiegati; da corso Giannone bandiere al vento; da corso Vittorio Emanuele contromano; si tuffa in piazza Cavour. I ritardatari, quelli che sono diventati interisti al primo gol di Milito, quelli che hanno sciolto le riserve solo al secondo, devono affrettarsi. Ma se si sbrigano, saranno accolti come tutti gli altri. L’opportunismo non ha bisogno di facce conosciute, di file per il ticket. È una democrazia malata. I ragazzini gridano Siamo campioni d’Europa. Sfottono i milanisti che non hanno mai visto, deridono i romanisti. Li guardo. Resto impassibile ma non mi capacito. Sono ragazzini, e questo per me è più grave d’ogni aggettivazione forzata. Perché – per come vedo io le cose – implica un vuoto genitoriale. Quattordici anni e stare sotto alla fontana a festeggiare una gioia virtuale. Vuol dire che nessun padre premuroso ed attento al futuro dei propri pargoli li ha mai presi per mano e trascinati – anche controvoglia – davanti ai cencelli dello Zaccheria, a gridare “Aprite le porte!”. Nessuno li ha accompagnati al chiosco sotto la Sud chiedendo: “Che vuoi, a papà… La Coca cola o l’aranciata?”. Nessuno gli ha fatto salire i gradoni di uno stadio vero, di erba e sangue. FLASHBACK. Gli occhi del bambino vedono quel rettangolo e s’incantano. Il bambino ci ritorna quattordici giorni dopo e già dice: “Ci mettiamo al posto dell’altra volta?”. Perché una tradizione è già nata. Una nuova di zecca. In famiglia c’è un erede, che i cannoni lo annuncino al popolo. Le squadre entrano tra gli applausi e i cori. E papà si avvicina con la faccia alla mia e punta l’indice su quei ragazzi in fila. Che al momento sembra non sia successo niente. Invece è lì che è successo tutto. E la prima maglia bianca, “Chi sono i nostri?”, e il primo gol, il primo abbraccio vero. Lo stadio, la maglia, la città. Nessuno che all’uscita gli ha spiegato che la squadra si critica, ma la maglia no, che se avevi talento facevi l’allenatore e invece qualcosa mi dice che non lo sarai mai. Che nessun calciatore, preparatore, ct o dt ci sottrarrà coi suoi allentanti miliardi alla vita sana del mito working class.
Nessuno gli ha spiegato che esiste un solo amore. Che il calcio è campo emotivo segnato dalla monogamia più integralista. Che, come provo a spiegare ad Ilaria ed Antonella mentre ci sfrecciano attorno macchine imbandierate di nuova fede, non vale l’esempio della moglie mora e dell’amante bionda. La squadra che scegli è un odore infantile. Di solito è il tabacco del palmo della mano di tuo padre che aveva all’epoca l’età che ho io adesso ma sembrava oltremisura adulto. E il dopobarba Denim, e quello strano sapore che hanno il cemento della curva e il fumo che sale. È la mamma, quella maglietta. Non una sposa, non un’avventura, men che meno una escort, una puttana da quattro soldi, da svendere al primo trafficante di carne umana. Ma come spiegarlo a questi due gruppi di quindicenni che si fronteggiano chiedendosi se sia più forte il Principe o “capitan” Zanetti. Non sono mica un addetto ai servizi sociali io e, per giunta, detesto il volontariato e la filantropia. Non tocca certo a me sopperire all’assenza di genitori con le palle, che non hanno saputo o voluto spiegare a sti stronzi coi capelli da stronzi che la squadra non si sceglie, che alla squadra si è assegnati, e che nella vita stare sempre con chi vince fa della vita stessa una fottutissima playstation dove sotto di due reti spegni e riaccendi. Sarai il videogame che giochi, cazzone! Ma per me non esisti.
L’ultima pasquetta
Mentre il furgone riporta la ciurma nel mare…
Occhi crepati ma di sonno non ce n’è…
Bella questa! Alza, alza! (Vutt’ Topà)
Avezzano, domenica 23 maggio, Pescina-Foggia 1-2
E la seconda squadra? Conciliare due amori, possedere due madri? Casi limite, da cavillo giurisprudenziale. “Io ho capito benissimo quel che pensi, Francé – fa Angelo dal sedile posteriore – ma è difficile da spiegare”. Lo sguardo si perde fuori dai finestrini. Sulla destra sono alberi, cespugli, a fitta schiera. In lontananza, i monti. Simbruini, sta scritto sul pezzo di cartina che abbiamo, quello scampato alle continue consultazioni. Simbruini. Tre stelle di povertà. Seguiamo il Giro, tagliamo Molise e Abruzzo. Soli soletti, ma a volte è meglio così. Vogliamo godercela, quest’ultima imprevista trasferta, che è stato già una benedizione poterla fare. Ci siamo fermati poco fa, sul ciglio di una statale. Lello, nell’altra macchina, ha un breviario stradale migliore del nostro, si vocifera nell’ambiente. Salire per Roccaraso sarebbe folkloristico, senz’altro. Ma il nostro anticipo non è poi così sostanzioso. Meglio ripiegare. Venafro, che fa strano anche a dirlo. Ci manchiamo da Terni, ma non ci fermiamo. L’abbiamo detto, o così pare. Personalmente mi sento d’essere stato chiaro: “Saltiamo Venafro e saliamo per Sora, ci fermiamo al primo paesello”. Sembravano tutti d’accordo. Sembravano. A Cassino siamo costretti a far intervenire il giudice di pace. Telefonicamente, come nella pubblicità di Bisio. Scrosci di pioggia salutano la tensione. Mancano 25 km a Sora. Decidiamo di fermarci per litigare per bene. Ad Atina-Centro storico piove proprio e i bar sono chiusi. Due anziani si godono la frescura, l’umidità entra nelle ossa e le ossa ringraziano. Il Conte mi accusa di volerlo uccidere per fame. Cosa aveva chiesto, del resto? Un semplice panino, giacché non sempre è vero che I panin ci face mammà. Mattia, affamato e sbraitante, si unisce alla fronda. Il mio dispotismo è sotto accusa. I vecchi reumatici ci indicano un bar in fondo ad una stradina a scendere, “dopo l’ospedale”, che in centro “aprono alle tre”. Un tipo dall’improbabile accento napoletano ci affianca per dirci che sta andando a vedere la partita del Foggia. Riceve i nostri più vivi complimenti e prosegue. Camminiamo sotto la pioggia. L’ospedale non c’è, o se l’abbiamo passato dev’essere una specie di bed&breakfast. Una bandiera dell’Inter ad un balcone. “Non dirglielo a Mattia”, mi fa Lello. Non ci penso proprio. E qui, sulla sinistra, si spalanca il bar. E con esso, il nostro cuore palpitante d’astinenza. Vetri fumè, forse neri. San Marco, c’è scritto in alto. Caratteri da liberty, sembra Parenti serpenti. Cartellonistica all’insegna del gelato passato di moda all’urlo di Tardelli. Poggio le mani, spio dentro. Un nonno sta guardando Pianeta mare a Rete 4. Non ho ancora capito se mi piace Tessa Gelisio, ma propendo per il si. La nonna sta liberando il bancone. E il bancone si intuisce. Perché il bar San Marco è un bazar per viaggiatori nello spazio e nel tempo: caffè, amari abruzzesi, modernariato in fatto di snack, certo. Ma anche, e forse soprattutto, schiuma da barba, carretti siciliani, pelouche, krapfen sommerse da modellini Bburago. “Siete qui per il Bambin Gesù?”, mi chiede la nonna. “In un certo senso”. Fuori piove. Tutti schierati sotto il balcone. Giuseppe contratta la solita bottiglia di Borghetti. Si risale. La superstrada per Avezzano ci tiene compagnia per altri quaranta minuti. Ne abbiamo 45 di vantaggio sul fischio d’inizio.
“Si parcheggi qua”, dice il pizzardone. E con la sinistra indica, nell’ordine, un vicolo, un muro, un marciapiede, una chiesa. Un qualcosa. “Qua dove?”, prova ad aiutarlo Giuseppe. “Qua”, ripete quello. Ok. C’è il carcere. Pare sia chiuso, ma fa sempre un brutto effetto. Enzo è dentro da un mese, a Foggia, dove invece il penitenziario è in piena attività. Nel parcheggio del settore ospiti parliamo di lui, della sua storia kafkiana. La sua pena esemplare per una firma saltata. Ci raggiunge la “sezione” romana. Dall’interno dell’impianto le casse ci rifilano una complilation di balli di gruppo. La C2 mi alita sul collo. Respingo il pensiero. Sarà l’istinto libertario dell’essere umano, ma qui tutti pisciano sul muretto di cinta della casa circondariale. Pare che per Enzo ci sia una serata in programma in quel di Roma. Magari, pensiamo e diciamo. E poi è tutto un riepilogare sentenze, procedimenti in sospeso, carichi pendenti. Per oggi abbiamo un due aste. Topazio libero, c’è scritto. È la sintesi estrema di quanto pensiamo, speriamo, vogliamo. Un agente in borghese ci consiglia di entrare, che il pullman è in ritardo. “Grazie, aspettiamo ancora un po’”. Qualche caso di etilismo ci cade sotto gli occhi. Siamo in tanti, oggi. In molti hanno atteso questo evento per farsi una pasquetta come si deve. Mattia è benevolo con tutti: “Da, ma perché devi sempre fare le paranoie a tutti?”. È vero, in fondo è un gioco: un gioco il calcio, un gioco la curva. Ma l’uomo non è mai così terribilmente serio come quando gioca, diceva qualcuno. Io, per quel che può contare, condivido. Poco alla volta entrano tutti. Dall’alto del nostro settore vediamo pose plastiche atteggiate in un coro. Entriamo anche noi. Ci piazziamo al centro. Fa un bell’effetto quell’assembramento. Si sorvoli sul resto. C’è da attaccare la pezza. La partita è iniziata. Noi siamo qua sempre con te. Forse è meglio attendere anche l’arrivo del pullman. Unica fede in tutto il mondo intero. Primo gradino, in faccia alle pezze. Secondo, terzo, quarto, quinto, in faccia ad un vetro che è fumè come quello del bar. Sulla sommità, una corona acuminata, come quella che serve a scacciare i piccioni dalle grondaie, dai sottotetti. Anche volendo, stavolta, alla partita non si può neppure gettare un’occhiata distratta. Il primo tempo è nebulosa, è ameba. È una sensazione fantastica. Stai chiuso in un box lungo e stretto, fissi i tuoi colori appesi, e canti mentre percepisci che oltre quei colori qualcuno sta giocando. O, peggio, i tuoi stanno persino vincendo. Saranno passati tre o quattro minuti da quando siamo entrati. Abbiamo appena finito di sistemare tutto, che il boato del gooooool ci fa capire che ci siamo persi qualcosa. 1 a 0 per noi. Mi emancipo al secondo gradone. È uguale al primo. Uno sguardo alla curva di casa. Sono pochi, ma sembrano volenterosi. Non ho capito bene quale sia la questione in ballo tra avezzanesi e Pescina. Mi concentro sul due aste, sulle bandiere, sui cori. Si suda. Adesso fa caldo. Un caldo umido. Non succede niente. O, almeno, così sembra. In realtà il Pescina prende una traversa e il Foggia fa il 2 a 0. L’esultanza parte dall’alto, dove vedono finanche il terreno di gioco, e contagia per pura credulità. Potrebbero esultare ogni cinque minuti, noi ce la berremmo. Come Fantozzi durante la Corazzata Potemkin. Scendiamo a piazzare la pezza, e scopriamo che sotto il vetro c’è un reticolato dove la partita si vede in hd, se solo ci si accontenta del punto d’osservazione dal manto e se non si hanno problemi a restare sdraiati a terra. Giuseppe vede Birindelli passare. “Ti sei fatto vecchio!”. I cantastorie del mondo di sopra ci raccontano che siamo in dieci. O loro sono in dieci. Boh. Cantiamo. In almeno due occasioni il picco è alto, altissimo. Angelo e Antonio mi guardano: non è bello così. Vorrebbero stare sotto 2-0, vorrebbero soffrire come cani, è per quel senso di stocismo che viaggiano. Altro che carro del vincitore. Altro che gli interisti a piazza Cavour. È di simili malati mentali che abbiamo bisogno! Soffrire e appartenere! Questo chiediamo! Invece il primo tempo finisce in gloria. Futile banale gloria. All’intervallo si parla ancora di giurisprudenza. Nella ripresa, spinto dagli elementi, emergo fino a vedere la fascia lontana. Una striscia di campo. Bella storia. I canti sono alti e sembra persino che nell’altra curva (anche se noi in realtà siamo in gradinata) abbiano smesso. Ma forse è impressione. A giudizio di chi la partita l’ha vista, il Foggia disputa un secondo tempo orrendo, senza palle, senza carattere. Prende un gol, rischia un rigore, poi fallisce il terzo. Un ragazzo vola dai piani alti e si fa male. Sviene, o così sembra. Si chiama l’ambulanza, e c’è bisogno di invadere il campo per convincere l’arbitro a tornare negli spogliatoi a comunicare agli infermieri di darsi una mossa. In caso di infarto non si sarebbe salvato, penso mentre guardo i due poliziotti venire verso il settore. Fossi un idealista, aggiungerei: a cosa servono, dunque, i costi dei biglietti sempre più esosi che paghiamo per bazzicare campi sportivi sempre più indecorosi? E a cosa servono tutte quelle leggi restrittive che ciarlano di tornelli, steward, prefiltraggi, controlli, schedature, modello inglese e famiglie allo stadio quando un ragazzo rischia le pelle e non trova supporto se non dai suoi compagni di curva che hanno qualche nozione di pronto soccorso? Una carica sarebbe partita in un niente. E sia. Poi la partita finisce e la squadra viene sotto il settore. Meritiamo di più, cantiamo. Ed è vero, verissimo. I giocatori si guardano. Penso ci giudichino schizofrenici. Ma loro non sono noi. E noi non siamo loro. Per fortuna.
“Forza Foggia!” (una signora di Avezzano sull’uscio di un basso)
Sabato 22 maggio, Pedagogia
Sabato sera di maggio, diretta Rai, tetto d’Europa. E questa città si scopre interista. Come nel recentissimo passato era stata juventina, milanista, romanista, laziale. Finanche un po’ doriana, agli inizi dei Novanta. Senza dimenticare l’infatuazione borbonica per il Napoli, ai tempi di Giordano, Careca e Stoccarda. Il carro del vincitore sta passando da corso Roma a clacson spiegati; da corso Giannone bandiere al vento; da corso Vittorio Emanuele contromano; si tuffa in piazza Cavour. I ritardatari, quelli che sono diventati interisti al primo gol di Milito, quelli che hanno sciolto le riserve solo al secondo, devono affrettarsi. Ma se si sbrigano, saranno accolti come tutti gli altri. L’opportunismo non ha bisogno di facce conosciute, di file per il ticket. È una democrazia malata. I ragazzini gridano Siamo campioni d’Europa. Sfottono i milanisti che non hanno mai visto, deridono i romanisti. Li guardo. Resto impassibile ma non mi capacito. Sono ragazzini, e questo per me è più grave d’ogni aggettivazione forzata. Perché – per come vedo io le cose – implica un vuoto genitoriale. Quattordici anni e stare sotto alla fontana a festeggiare una gioia virtuale. Vuol dire che nessun padre premuroso ed attento al futuro dei propri pargoli li ha mai presi per mano e trascinati – anche controvoglia – davanti ai cencelli dello Zaccheria, a gridare “Aprite le porte!”. Nessuno li ha accompagnati al chiosco sotto la Sud chiedendo: “Che vuoi, a papà… La Coca cola o l’aranciata?”. Nessuno gli ha fatto salire i gradoni di uno stadio vero, di erba e sangue. FLASHBACK. Gli occhi del bambino vedono quel rettangolo e s’incantano. Il bambino ci ritorna quattordici giorni dopo e già dice: “Ci mettiamo al posto dell’altra volta?”. Perché una tradizione è già nata. Una nuova di zecca. In famiglia c’è un erede, che i cannoni lo annuncino al popolo. Le squadre entrano tra gli applausi e i cori. E papà si avvicina con la faccia alla mia e punta l’indice su quei ragazzi in fila. Che al momento sembra non sia successo niente. Invece è lì che è successo tutto. E la prima maglia bianca, “Chi sono i nostri?”, e il primo gol, il primo abbraccio vero. Lo stadio, la maglia, la città. Nessuno che all’uscita gli ha spiegato che la squadra si critica, ma la maglia no, che se avevi talento facevi l’allenatore e invece qualcosa mi dice che non lo sarai mai. Che nessun calciatore, preparatore, ct o dt ci sottrarrà coi suoi allentanti miliardi alla vita sana del mito working class.
Nessuno gli ha spiegato che esiste un solo amore. Che il calcio è campo emotivo segnato dalla monogamia più integralista. Che, come provo a spiegare ad Ilaria ed Antonella mentre ci sfrecciano attorno macchine imbandierate di nuova fede, non vale l’esempio della moglie mora e dell’amante bionda. La squadra che scegli è un odore infantile. Di solito è il tabacco del palmo della mano di tuo padre che aveva all’epoca l’età che ho io adesso ma sembrava oltremisura adulto. E il dopobarba Denim, e quello strano sapore che hanno il cemento della curva e il fumo che sale. È la mamma, quella maglietta. Non una sposa, non un’avventura, men che meno una escort, una puttana da quattro soldi, da svendere al primo trafficante di carne umana. Ma come spiegarlo a questi due gruppi di quindicenni che si fronteggiano chiedendosi se sia più forte il Principe o “capitan” Zanetti. Non sono mica un addetto ai servizi sociali io e, per giunta, detesto il volontariato e la filantropia. Non tocca certo a me sopperire all’assenza di genitori con le palle, che non hanno saputo o voluto spiegare a sti stronzi coi capelli da stronzi che la squadra non si sceglie, che alla squadra si è assegnati, e che nella vita stare sempre con chi vince fa della vita stessa una fottutissima playstation dove sotto di due reti spegni e riaccendi. Sarai il videogame che giochi, cazzone! Ma per me non esisti.
L’ultima pasquetta
Mentre il furgone riporta la ciurma nel mare…
Occhi crepati ma di sonno non ce n’è…
Bella questa! Alza, alza! (Vutt’ Topà)
Avezzano, domenica 23 maggio, Pescina-Foggia 1-2
E la seconda squadra? Conciliare due amori, possedere due madri? Casi limite, da cavillo giurisprudenziale. “Io ho capito benissimo quel che pensi, Francé – fa Angelo dal sedile posteriore – ma è difficile da spiegare”. Lo sguardo si perde fuori dai finestrini. Sulla destra sono alberi, cespugli, a fitta schiera. In lontananza, i monti. Simbruini, sta scritto sul pezzo di cartina che abbiamo, quello scampato alle continue consultazioni. Simbruini. Tre stelle di povertà. Seguiamo il Giro, tagliamo Molise e Abruzzo. Soli soletti, ma a volte è meglio così. Vogliamo godercela, quest’ultima imprevista trasferta, che è stato già una benedizione poterla fare. Ci siamo fermati poco fa, sul ciglio di una statale. Lello, nell’altra macchina, ha un breviario stradale migliore del nostro, si vocifera nell’ambiente. Salire per Roccaraso sarebbe folkloristico, senz’altro. Ma il nostro anticipo non è poi così sostanzioso. Meglio ripiegare. Venafro, che fa strano anche a dirlo. Ci manchiamo da Terni, ma non ci fermiamo. L’abbiamo detto, o così pare. Personalmente mi sento d’essere stato chiaro: “Saltiamo Venafro e saliamo per Sora, ci fermiamo al primo paesello”. Sembravano tutti d’accordo. Sembravano. A Cassino siamo costretti a far intervenire il giudice di pace. Telefonicamente, come nella pubblicità di Bisio. Scrosci di pioggia salutano la tensione. Mancano 25 km a Sora. Decidiamo di fermarci per litigare per bene. Ad Atina-Centro storico piove proprio e i bar sono chiusi. Due anziani si godono la frescura, l’umidità entra nelle ossa e le ossa ringraziano. Il Conte mi accusa di volerlo uccidere per fame. Cosa aveva chiesto, del resto? Un semplice panino, giacché non sempre è vero che I panin ci face mammà. Mattia, affamato e sbraitante, si unisce alla fronda. Il mio dispotismo è sotto accusa. I vecchi reumatici ci indicano un bar in fondo ad una stradina a scendere, “dopo l’ospedale”, che in centro “aprono alle tre”. Un tipo dall’improbabile accento napoletano ci affianca per dirci che sta andando a vedere la partita del Foggia. Riceve i nostri più vivi complimenti e prosegue. Camminiamo sotto la pioggia. L’ospedale non c’è, o se l’abbiamo passato dev’essere una specie di bed&breakfast. Una bandiera dell’Inter ad un balcone. “Non dirglielo a Mattia”, mi fa Lello. Non ci penso proprio. E qui, sulla sinistra, si spalanca il bar. E con esso, il nostro cuore palpitante d’astinenza. Vetri fumè, forse neri. San Marco, c’è scritto in alto. Caratteri da liberty, sembra Parenti serpenti. Cartellonistica all’insegna del gelato passato di moda all’urlo di Tardelli. Poggio le mani, spio dentro. Un nonno sta guardando Pianeta mare a Rete 4. Non ho ancora capito se mi piace Tessa Gelisio, ma propendo per il si. La nonna sta liberando il bancone. E il bancone si intuisce. Perché il bar San Marco è un bazar per viaggiatori nello spazio e nel tempo: caffè, amari abruzzesi, modernariato in fatto di snack, certo. Ma anche, e forse soprattutto, schiuma da barba, carretti siciliani, pelouche, krapfen sommerse da modellini Bburago. “Siete qui per il Bambin Gesù?”, mi chiede la nonna. “In un certo senso”. Fuori piove. Tutti schierati sotto il balcone. Giuseppe contratta la solita bottiglia di Borghetti. Si risale. La superstrada per Avezzano ci tiene compagnia per altri quaranta minuti. Ne abbiamo 45 di vantaggio sul fischio d’inizio.
“Si parcheggi qua”, dice il pizzardone. E con la sinistra indica, nell’ordine, un vicolo, un muro, un marciapiede, una chiesa. Un qualcosa. “Qua dove?”, prova ad aiutarlo Giuseppe. “Qua”, ripete quello. Ok. C’è il carcere. Pare sia chiuso, ma fa sempre un brutto effetto. Enzo è dentro da un mese, a Foggia, dove invece il penitenziario è in piena attività. Nel parcheggio del settore ospiti parliamo di lui, della sua storia kafkiana. La sua pena esemplare per una firma saltata. Ci raggiunge la “sezione” romana. Dall’interno dell’impianto le casse ci rifilano una complilation di balli di gruppo. La C2 mi alita sul collo. Respingo il pensiero. Sarà l’istinto libertario dell’essere umano, ma qui tutti pisciano sul muretto di cinta della casa circondariale. Pare che per Enzo ci sia una serata in programma in quel di Roma. Magari, pensiamo e diciamo. E poi è tutto un riepilogare sentenze, procedimenti in sospeso, carichi pendenti. Per oggi abbiamo un due aste. Topazio libero, c’è scritto. È la sintesi estrema di quanto pensiamo, speriamo, vogliamo. Un agente in borghese ci consiglia di entrare, che il pullman è in ritardo. “Grazie, aspettiamo ancora un po’”. Qualche caso di etilismo ci cade sotto gli occhi. Siamo in tanti, oggi. In molti hanno atteso questo evento per farsi una pasquetta come si deve. Mattia è benevolo con tutti: “Da, ma perché devi sempre fare le paranoie a tutti?”. È vero, in fondo è un gioco: un gioco il calcio, un gioco la curva. Ma l’uomo non è mai così terribilmente serio come quando gioca, diceva qualcuno. Io, per quel che può contare, condivido. Poco alla volta entrano tutti. Dall’alto del nostro settore vediamo pose plastiche atteggiate in un coro. Entriamo anche noi. Ci piazziamo al centro. Fa un bell’effetto quell’assembramento. Si sorvoli sul resto. C’è da attaccare la pezza. La partita è iniziata. Noi siamo qua sempre con te. Forse è meglio attendere anche l’arrivo del pullman. Unica fede in tutto il mondo intero. Primo gradino, in faccia alle pezze. Secondo, terzo, quarto, quinto, in faccia ad un vetro che è fumè come quello del bar. Sulla sommità, una corona acuminata, come quella che serve a scacciare i piccioni dalle grondaie, dai sottotetti. Anche volendo, stavolta, alla partita non si può neppure gettare un’occhiata distratta. Il primo tempo è nebulosa, è ameba. È una sensazione fantastica. Stai chiuso in un box lungo e stretto, fissi i tuoi colori appesi, e canti mentre percepisci che oltre quei colori qualcuno sta giocando. O, peggio, i tuoi stanno persino vincendo. Saranno passati tre o quattro minuti da quando siamo entrati. Abbiamo appena finito di sistemare tutto, che il boato del gooooool ci fa capire che ci siamo persi qualcosa. 1 a 0 per noi. Mi emancipo al secondo gradone. È uguale al primo. Uno sguardo alla curva di casa. Sono pochi, ma sembrano volenterosi. Non ho capito bene quale sia la questione in ballo tra avezzanesi e Pescina. Mi concentro sul due aste, sulle bandiere, sui cori. Si suda. Adesso fa caldo. Un caldo umido. Non succede niente. O, almeno, così sembra. In realtà il Pescina prende una traversa e il Foggia fa il 2 a 0. L’esultanza parte dall’alto, dove vedono finanche il terreno di gioco, e contagia per pura credulità. Potrebbero esultare ogni cinque minuti, noi ce la berremmo. Come Fantozzi durante la Corazzata Potemkin. Scendiamo a piazzare la pezza, e scopriamo che sotto il vetro c’è un reticolato dove la partita si vede in hd, se solo ci si accontenta del punto d’osservazione dal manto e se non si hanno problemi a restare sdraiati a terra. Giuseppe vede Birindelli passare. “Ti sei fatto vecchio!”. I cantastorie del mondo di sopra ci raccontano che siamo in dieci. O loro sono in dieci. Boh. Cantiamo. In almeno due occasioni il picco è alto, altissimo. Angelo e Antonio mi guardano: non è bello così. Vorrebbero stare sotto 2-0, vorrebbero soffrire come cani, è per quel senso di stocismo che viaggiano. Altro che carro del vincitore. Altro che gli interisti a piazza Cavour. È di simili malati mentali che abbiamo bisogno! Soffrire e appartenere! Questo chiediamo! Invece il primo tempo finisce in gloria. Futile banale gloria. All’intervallo si parla ancora di giurisprudenza. Nella ripresa, spinto dagli elementi, emergo fino a vedere la fascia lontana. Una striscia di campo. Bella storia. I canti sono alti e sembra persino che nell’altra curva (anche se noi in realtà siamo in gradinata) abbiano smesso. Ma forse è impressione. A giudizio di chi la partita l’ha vista, il Foggia disputa un secondo tempo orrendo, senza palle, senza carattere. Prende un gol, rischia un rigore, poi fallisce il terzo. Un ragazzo vola dai piani alti e si fa male. Sviene, o così sembra. Si chiama l’ambulanza, e c’è bisogno di invadere il campo per convincere l’arbitro a tornare negli spogliatoi a comunicare agli infermieri di darsi una mossa. In caso di infarto non si sarebbe salvato, penso mentre guardo i due poliziotti venire verso il settore. Fossi un idealista, aggiungerei: a cosa servono, dunque, i costi dei biglietti sempre più esosi che paghiamo per bazzicare campi sportivi sempre più indecorosi? E a cosa servono tutte quelle leggi restrittive che ciarlano di tornelli, steward, prefiltraggi, controlli, schedature, modello inglese e famiglie allo stadio quando un ragazzo rischia le pelle e non trova supporto se non dai suoi compagni di curva che hanno qualche nozione di pronto soccorso? Una carica sarebbe partita in un niente. E sia. Poi la partita finisce e la squadra viene sotto il settore. Meritiamo di più, cantiamo. Ed è vero, verissimo. I giocatori si guardano. Penso ci giudichino schizofrenici. Ma loro non sono noi. E noi non siamo loro. Per fortuna.
“Forza Foggia!” (una signora di Avezzano sull’uscio di un basso)
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