19/09/10

E venne il giorno

Domenica 19 settembre, Barletta-Foggia 1-2

Tra vent’anni chissà. Chi può saperlo come verrà ricordata questa partita.
Oggi si, oggi ha un senso dire: “Vent’anni fa c’ero”. E nel racconto aumentare il rimpianto del calcio che era e non è più. Quel calcio d’infanzia, rude e collettivo; smodato, senza regole, partecipato. Il derby, la partita per eccellenza, quella attesa, vissuta cento volte prima della palla al centro, delle squadre che sbucano dal sottopasso. Senza portarla per le lunghe. Vent’anni fa era Barletta-Foggia. Oggi era, ancora, Barletta-Foggia. E certamente, mentre queste parole vengono (poco) pensate e messe in fila su un asettico file, i cento miei concittadini tesserati saranno ancora chiusi nel settore del vecchio Comunale, mentre sciami di barlettani staranno cercando di rendere viva, vitale, attuale, una pratica d’altri tempi. Che sta al rito come la carta intestata del 1989 al documento Word. Torneranno a casa, quei cento, e diranno che ci sono stati. C’erano quando il Foggia di Zeman e Insigne vinse 2-1. Nessuno potrà dargli torto. Del resto: la verità è sempre rivoluzionaria. Ma il prezzo che abbiamo pagato, la pena che stiamo scontando, sono cose che hanno bisogno di tempo. Devono storicizzarsi. Tra vent’anni, forse, chissà, non ricorderemo affatto questo pomeriggio, oppure lo ricorderemo come la chiave di volta di una nuova epoca. Dalla tv – dove un terrorizzato Baldassarre commentava che manco il biliardo – abbiamo sentito i cori. Un barlettano in croce, e Barlettano pezzo di merda, e Con le mani quando volete. L’intero repertorio, insomma. Non si sono certo trattenuti, i nostri tesserati. Come a Lanciano, del resto, ma questa non era Lanciano. Era la partita, la più importante di tutte. Ed anche la voce aveva un che di diverso: era meno improvvisata, meno occasionale, meno pellegrina. Inutile fingere: sono stato in stazione, stamattina. Non ce la facevo, non reggevo la tensione di dover restare a casa, mentre qualcosa che avvertivo come importante accadeva a cinque minuti dalla mia stanza. Ho visto le facce, abbiamo anche parlato un po’. Non certo studentelli alla prima gita fuori porta, gli va riconosciuto. Anzi. E questo fa più male ancora. Perché non ti aspetti un voltafaccia così smaccato da parte di chi dovrebbe fare cordone con te. E si che le ragioni di qualcuno stanno in piedi, ma il quadro complessivo non regge uguale. Alle due del pomeriggio Foggia era una città attraversata solo da macchine ansiogene. Al volante le facce note, quelle che conosci, quelle spossessate dei gradoni, del gruppo, dei cori. Di tutto. Sembrava una scena da candid. Alla ricerca di un televisore, di una comitiva con cui spartire un entusiasmo finto che mascheri, agli occhi dei meno avvezzi a comprendere le cose umane, il dolore acuto del non esserci. Di sapere che venti amici di curva, insieme a ottanta neofiti, hanno preso quel treno alle 12:10, circondati da poliziotti, vigili urbani e digos. Ed hanno schiacciato – così come fosse normale – quanto rimaneva in piedi delle nostre speranze di fermare il meccanismo. Fuori dal gioco, ormai quasi definitivamente. E come per Claudio Villa, la notizia della cui morte giunse durante la finale di un Sanremo, anche noi siamo stati annichiliti nel giorno del derby. Nel giorno più importante di tutti. Potenza dei simboli. È facile, facile che tra vent’anni qualcuno possa venirmi a dire, come stamattina: “Vent’anni fa io c’ero”. Ero presente, nel giorno in cui tutto cambiò. Quando i gruppi che avevano retto l’urto di quindici anni di anonimato e C2 rimasero a casa, per essere soppiantati da quella che Occhetto non esiterebbe a chiamare ancora “la cosa”. Salteremo Castellammare, poi Gela, poi Roma. Ignoro cosa accadrà a Pisa, quando potrei fare il mio esordio in campionato, nel settore accanto a gente che avrà già 3 o 4 trasferte sulle spalle. Da tesserato, certo, ma questo – tra vent’anni – non importerà più a nessuno. Dicono che ad Azincourt le truppe di Enrico V d’Inghilterra umiliarono la cavalleria francese perché i nobili permisero ai volgari plebei di attaccare i cavalieri avversari, rompendo di fatto il codice cavalleresco che impediva di compiere certi scempi. Vinsero per un’infamata, insomma, gli inglesi. Ma oggi, su un qualsiasi libro di storia, nessuno troverebbe parole di biasimo per quel comportamento. Ad Azincourt vinsero gli inglesi, c’è scritto. A Barletta vinsero cento foggiani. Stop. Che cambia? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma io sono ancora un contemporaneo di questi eventi, e dico che ho dovuto buttare giù cinque bicchieri di rum secco per sopportare la vista di quello stadio su una sedia di plastica. Che mi facevano schifo i cori di quei cento, che ho detestato l’idea di non avere prospettive che mi attanaglia da un anno e più. Ma che, al contempo, provavo pena e autentico disgusto per quello stadio semivuoto, per l’inconsistenza dei nostri avversari, che avevano garantito – e non è la prima volta che lo fanno – fuoco e fiamme e a stento si sono sentiti. Certo, è tv. Ma dio, pensavo, questo è un derby? Questo è il derby? Il derby, per come sono abituato io, è un’ordalia che si disputa in un catino infuocato, dove gli spalti capovolgono il senso delle cose e diventano il vero spettacolo, il centro della baraonda. Ed è il dio degli eserciti a stabilire chi sia degno della vittoria. Oggi – impassibile su una sedia a bere Pampero – mi sono incazzato solo perché il nostro portiere è uscito alla trequarti con le mani e perché Zeman si fa continuamente tagliare in verticale. Per cose così, che dal vivo neppure noto. Probabilmente quando finirà quest’incubo dovrò tornare a ripassare i cori, ma spero vivamente che tutto ciò accada presto. Perché non mi diverto più. E le facce dei miei compari, inespressive e fisse sullo schermo al triplice fischio finale, quando avrebbero dovuto ballare seminudi e ubriachi sui tavoli, dimostra che non sono il solo.

13/09/10

La luna nera

Vasto, 12 settembre, Foggia-Foligno 4-4

Dopo Manfredonia era rimasto tutto a mezz’aria. Perso nel vago. Certo che ci saremmo stati fuori dall’Aragona di Vasto, ma il come era ancora avvolto nel più fitto mistero. Venerdì sera Nicola ci aveva parlato dei problemi della sua autovettura e con gli altri ancora alle prese con lo sfiancante operare al palco del Liga in quel di Bari, inevitabile è partito l’essemmesse ad Angelo. “Si, si”, ha risposto. Autovettura compresa. Non immaginava quanto quella asserzione, persino doppia, gli avrebbe cambiato la vita. La vita di settembre, ovvio. Non è il caso di assolutizzare sempre gli eventi.

Eppure. La Lancia è quella stessa Lybra che compare, prima protagonista tra i protagonisti del primo “capitolo” della proto-Ciurma, all’assalto del sogno promozione in quel di Cremona. Nicola, che si è risparmiato la fatica del pilotaggio, siede dietro ed esclama: “Oh, oggi si viaggia di lusso! Finalmente!”. In fondo, non è una trasferta vera e propria. Non è pure una partita in casa, se è per questo. Non è niente. Ed è tutto. Tutto compreso, tutto racchiuso, nel gesto irrazionale di cui pure abbiamo già parlato a lungo: ci sono quelli che saltano i tetti, quelli che si lanciano dai balconi, e quelli che cantano davanti ai campi sportivi. I terzi saremmo noi, e questo è il nostro sport estremo. Quello per cui stiamo partendo. “A lusso”, conferma il Mattia, che poche ore prima – nella notte della prima candelina di Aurelio (a proposito: ma l’ha spenta?) – ha fatto nomi che non avrebbe dovuto fare. Confidando sullo spirito illuminista che lo contraddistingue, forte di quel positivismo che diventa superstizione se così ostentato, ha sfidato le divinità, pronunciando nomi arcaici, gonfi di maledizione. “Dai! Basta a credere a queste cose”. E sia. All’una siamo in sede. Il tavolo con l’incerata offre ancora confetti. Il frigo, svuotato d’ogni suo avere come uccelli privati delle interiora da aruspici malauguranti, mostra mezzo Borghetti. Oltre ai muffin di Ceska. Ma siamo fuori orario per mangiare. Per partire dal dolce, oltretutto. Appuntamento volante alle 13,30, poi casello e autogrill per compattare la piccola carovana di mezzi. Siamo ossequiosi e disciplinati. Ci è stato detto che “non si scende” e restiamo chiusi dentro, a parlare male degli assenti. Perché siamo carogne che attirano i fulmini. 160 km/h lisci come un presentimento. Teniamo il gruppo, puntiamo l’apripista, rallentiamo all’occorrenza. Stavolta si esce a Vasto Sud. Le case di Termoli a destra e a sinistra, poi ancora asfalto. E a 5 km dallo svincolo, la spia inattesa diventa rossa sul cruscotto. “No, cazzo!”, esclama il pilota. È l’iniezione, mi dicono. Io non immagino assolutamente nulla. Accostiamo. Esploriamo quel complesso meccanismo che si cela sotto il cofano come turisti che guardano locuste al bioparco. Ripartiamo a velocità ridotta. L’apripista è scomparso, la carovana a ruota. Pochi metri e uno strano, preoccupante fumo bianco annuncia un problema dietro, dalle parti della marmitta. Nuova piazzola di sosta. Il mare è bianco come il fumo. Un pezzo di plastica penzola penosamente fuso. C’è un problema. Proviamo a risolverlo manualmente, asportando l’orpello. Arriviamo a destinazione, certi di aver pungolato gli dei.

Uno sbarramento qui, all’imbocco della strada, poco oltre le transenne che chiudono l’accesso al traffico; uno sbarramento lì, davanti al portone del palazzone, tristemente famoso per il rastrellamento di quindici giorni fa; una pattuglia e sei agenti più avanti, sotto il muro di cinta, al sole. Un paio di uomini sul camminamento, con la telecamera puntata dritta sul gruppetto. Saremo una cinquantina, penso. Dopo goliardica esperienza dell’altra domenica, era proprio il caso di mobilitare oltre venti tra poliziotti, carabinieri e uomini in borghese per blindare una strada? Ma la Tessera non doveva trasformarsi in un copioso risparmio sulla sicurezza? Misteri. “Il Foggia vince uno a zero”, mi dice Angelo, prima di essere circondato da gente che gli domanda cosa ne sia della macchina; Uno a uno, fa il tipo sul muro. Pare che il Foligno abbia anche sbagliato un rigore. Noi siamo qua / Sempre con te. Le mani sono alte, le voci si compattano, la situazione è bella come al solito. Ma dentro è in corso l’ennesimo “spettacolo” circense. È strano e affascinante, quest’anno, parlare di una squadra che conosciamo dal vero solo in Coppa. È una specie di film sul calcio futuribile. Unilateralmente stabiliamo che è finito il primo tempo e ci sparpagliamo per la pianura alla ricerca di un bar. Alla seconda svolta a sinistra, una volante della polizia ci intercetta. È difficile. Chiediamo a loro: “Un bar?”. Indicano, senza favellare. Giusto. Non solo è bar, è anche tabacchi. Ed è aperto. E c’ha i tavolini. Bingo. Girano Amstel, Moretti grandi e Heineken. Fortuna che non c’è Sansonna. I discorsi sono messaggi di naviganti sbattuti dal vento e puntano sempre verso la stessa stella polare: la tessera, i divieti, il futuro. Pensieri pesanti, che portano via qualche minuto in più. Ritroviamo la strada, imbocchiamo una salita. “Se non è questa la traversa, fermiamoci a cantare sotto il palazzo. Tanto, che differenza fa…”. Fantacalcio, fantatifo. Invece la strettoia ci sbuca sulla scalinata della curva. “Stiamo vincendo?”, ci chiedono; “Chi siamo noi?”, rispondiamo. Gli altri già cantano. Uno sguardo al cellulare: siamo al decimo della ripresa. Mi fanno segno con due mani: indice e medio alzato a destra, indice medio e pollice a sinistra. No, mi dico, non può essere. Non può diventare così circense. Uno accetta quel che ricorda, e io ricordo una squadra che sembrava un pallottoliere e che niente aveva a che vedere col calcio così come lo concepisco. Ma questo è troppo anche per la mia memoria preventivamente filtrata! 3-2 al 10’ del secondo tempo. Dico il vero: diventa futile persino sapere per chi. “4-2 per il Foligno”, dice la vedetta lombarda. E si ride. Ma non il riso allegro di chi intende questo sport come puro svago domenicale, alternativa al cinema o all’avanspettacolo televisivo. E ama, chissà perché, vedere tanti gol, e non i gol giusti. Ma il riso di chi, alla quarta, è già sull’orlo della crisi di nervi. 4 gol dal Foligno, con tutto il rispetto, no. Ma non perché così non si sale, ma perché siamo il Foggia. E la parola dice – dovrebbe dire – tutto. Due frame: il coro per Caramanno, indimenticato maestro, e la parola “contestazione”. Non ci placa neppure il pallone che due bambini del posto ci soffiano sotto i piedi; neppure la dea della giornata, che sfila gelato alla mano davanti al plotone. Poi si, si pareggia. E il quinto lo sfioriamo noi, e lo sfiorano loro. Che fa. A questo punto può finire anche 10 a 10. Il sorriso ha abbandonato da tempo la mia faccia.

La sfilata degli accreditati è, al solito, vergognosissima. Qui e là, tra gli impudici presenti, anche qualche straccetto rossonero. Una fede di classe, che speriamo ardentemente portino anche domenica, in quel di Barletta, in un derby che da solo dovrebbe valere la loro fottuta tessera. La polizia ci segue e non vuol saperne di salutarci. Finito il tempo, dovremmo – come Goldrake, come Mr.Hyde – trasformarci da pericolosissimi ultras vocianti a cittadini normali a spasso verso il belvedere di un paesino adriatico. Invece niente. “Ce ne andiamo?”, chiedono. Sgomberare il campo dagli equivoci. E gli equivoci siamo noi. Ok. Ma la macchina, quella Lybra di cui sopra, lasciata dormiente sulle strisce blu del parcheggio libero, torna a lampeggiare. E a fumare. Ma il fumo, stavolta è più denso, e finisce in gran parte nell’attigua gelateria. Un bel guaio. Meglio abbandonare il centro, poi si vedrà. A guizzi verso la statale, ma le cose non migliorano. Anzi, il fumo s’è fatto denso e saetta verso le macchine in coda che sembra la Sud negli anni Ottanta. Meglio accostare, ormai non sappiamo neanche più in vista di cosa. E qui avviene l’irreparabile. La macchina, spenta, diventa una caldaia. Mattia ha perso l’uso del linguaggio, indica a saltelli il cofano spalancato sull’ignoto. Singhiozza, la macchina, poi va in ebollizione. Il fumo sembra quello del crollo di un palazzo, esce impazzito dal motore come dalla marmitta. Pensiamo che stia per esplodere. Lo pensa anche il portiere di un albergo, che s’infila dentro a chiamare i pompieri. Preventivamente. Ma il botto, fortunatamente, non c’è. C’è un sipario di bianco vapore, lo sconforto di una statale, di Vasto marina, del che fare senza una lira in tasca e staccati dal resto della truppa. Un meccanico di domenica è alchimia impensabile. Non ci resta che spingere la vettura, ormai calma dopo la sfuriata, verso un parcheggio-dormitorio. E avviarsi alla stazione che, assicura Nicola, è vicina. Profughi della fede, con una sfilza di pensieri dominanti: il costo di questa bravata, il balzo sul treno in corsa a trent’anni suonati, l’appuntamento delle 20,30 a Foggia. Al binario 2 c’è chi dice di seguirlo, che lui ha scientificamente studiato gli Intercity e conosce un metodo infallibile per viaggiare senza spendere un euro. A passo svelto, dietro l’opinion leader, verso le carrozze puntate. A passo svelto, tra le fauci del controllore. Che apre le danze alla polemica. Respinti una prima volta, attendiamo il Regionale, che in realtà è la cameretta viaggiante di un nuovo controllore. Sarebbe più difficile sfuggirgli se fosse un autobus. Ok, pensa Angelo, non abbiamo più l’età per le figure di merda. Meglio munirsi di biglietti e attendere l’altro Intercity. Che giunge, in orario. Puntuale, come la sventura che ci siamo attirati addosso.

30/08/10

Ragazzi fuori

Vasto, domenica 29 agosto, Foggia-Lucchese 2-3

Anche lì dove sei ora ti immaginiamo così, con gli occhi sognanti e le braccia al cielo.

La macchina ha sete, Enzo ha fame. L’autogrill prende forma come un’oasi. Il benzinaio ci saluta con solerte cordialità. Chiede di zio Zeman – come se l’avessimo scritto in faccia – appura se lo si vede in giro per la bomboniera, se ha preso casa in affitto, dove compra le sigarette e se ha il contratto ad equo canone. Giuseppe risponde come il coro di una tragedia greca. Poi, a quanto pare, dall’ingresso sfila una dea balneare. L’insolito silenzio stupefatto dell’intero impianto non mi distoglie dalle manopole dello stereo e, in soldoni, me la perdo. Enzo ritorna senza il suo tramezzino, ma egualmente soddisfatto. Il benzinaio riaggancia la pompa al distributore e ci saluta con un vivace vaticinio: “Ragazzi, forza il Foggia e forza il cianno!”. Nel secondo caso, lascia aperti dubbi su un’eventuale istigazione allo stupro che non farebbe onore alla sua stazza da omone gentile. Di nuovo in carreggiata, rinfrancati. La musica riprende possesso dell’abitacolo. Cristina D’Avena, Ciurma! Andiamo tutti all’arrembaggio, “Bella, alza”; Max Pezzali e i suoi cumuli di roba e di spade, “Finalmente!”; Loredana Bertè E la luna bussò, “Finalmente!”. I Matia Bazar. Niente. Ci avviciniamo. Partita a porte chiuse e in campo neutro. Il primo provvedimento è “colpa” di quei “facinorosi” che tentarono l’invasione di campo contro il Pescina, nel ritorno play-out. Quelli che spaventarono l’arbitro fino a fargli ingoiare il fischietto, che all’epoca – nel tardo evo medio degli otto soci e di Ugolotti – furono osannati dalla piazza come salvatori della patria e che oggi, nel Rinascimento Zemanian-casilliano, sono tornati al naturale status di vandali da isolare, raccomandati che hanno strappato ai bravi tifosi – quelli “veri” di cui parla Maroni – la gioia di gustarsi due belle partite casalinghe. Sic transit gloria mundi. E lasciamo perdere che tanto i buoni non le avrebbero viste comunque allo Zaccheria, le due partite, perché il manto erboso è stato arso dal mega-palco e dal pubblico del concerto di Ramazzotti. “Foggia capitale del calcio e della musica”, titolò qualcuno all’epoca dello scempio. Ab uno disce omnis.

Stavolta proviamo Vasto Nord. In fondo, le uscite autostradali sono come le caramelle alla frutta. Vanno assaggiate e comparate continuamente. Immancabilmente, si rivela un chiovo. C’è da ripiegare a gomito lungo 14 chilometri di statale per arrivare ad un centro che appare quanto meno aleatorio. Manca anche il mare. Meglio Vasto Sud. Poi, all’improvviso, una tribuna arabeggiante ci lascia intendere d’essere arrivati. Parcheggiamo. Manca un’ora al via. Abbiamo tutto il tempo di trovare un bar fornito e poco costoso. Magari prima ci concediamo un salto ai cancelli della curva, da dove entreranno gli accreditati. Una svolta, e il cuore ci si riempie di giubilo: tra giornalisti, cameraman, tecnici, aiuti tecnici, fotografi, commentatori ed esperti, c’è una moltitudine formicolante, pulsante di rinnovato entusiasmo. È confortante sapere che l’Unione Sportiva potrà contare sempre su questo zoccolo duro di affezionati pulitori del mare. In fondo, sono lo specchio e l’anima del nostro affascinante sistema meritocratico. Tra di loro ci sono talenti eccelsi: c’è gente che sa accendere un computer, battere a macchina, finanche digitare indirizzi di siti internet. Roba mica da ridere. Li guardiamo muoversi verso le transenne e l’ingresso, e penso che in fondo siano anche pochi. Pochi, per essere il fiore della nazione. Tiriamo dritto verso un bar-tabacchi già sperimentato col Giulianova. Tra gli accreditati c’è chi ci guarda con una certa incuriosita sufficienza. Probabilmente credono che siamo qui per tentare un’imbucata, o per mendicare un ingresso a sbafo. Guai a dire al topo che il formaggio può non essere attraente! Noi puntiamo solo a 4 Peroni grandi e scaliamo la salita. Una pattuglia della volante annuncia e precede il pullman della Lucchese. “Tre ve ne prendete”, è il gesto mimato con le dita. I giocatori, cuffie nelle orecchie, lo scambiano per un saluto nazionalista ortodosso. Basiscono. Anche noi, quando la saracinesca del bar ci accoglie chiusa a doppia mandata. Comincia l’odissea. Circumnavighiamo gli isolati come turisti giapponesi a Ferragosto. I poliziotti ci guardano. Vorrebbero chiederci: “Ma che cazzo cercate?”, ma sono timidi e introversi, e finiscono col tenersi il dubbio dentro. E il dubbio li corrode finché, alle 16 in punto, dalla piazza non ascendono all’impianto le altre macchine e i furgoni. “Ma quante ne dovete giocare qui a Vasto?”, esternano con malcelato disappunto. “E dovete venire per forza?”. Per forza: il Foggia è una specie di reliquia, ed oggi fa bella mostra di se in una chiesa chiusa al pubblico (ed aperta ai soli ministri del culto). Ma questo non deve distoglierci dal nostro impegno di fedeli pellegrini.

Una quarantina. Ci disponiamo sotto un muro. Lo striscione recita Ci siamo ma non ci tesseriamo. Cantiamo Ma che bello è stare insieme a te, tesserati mai, tesserati mai, sempre in mezzo ai guai. E dalla villa, dall’ingresso di curva, fanno capolino teste incuriosite. Diventiamo l’attrazione, lo spettacolo vero. Così è sempre stato, la strada non fa che amplificare la nostra meravigliosa anomalia. Passiamo il posto di blocco per rifornirci di birre. È stato segnalato un gelataio dalla preziosa scorta di 0,66 a 2 euro. Prezzo competitivo per la riviera. Ma prima di giungere al suo esercizio, i nostri occhi si riempiono di strazio e pena: con la faccia tipica dei profughi, le loro povere cose tra le braccia, i bambini tenuti per mano, una quindicina di buoni tifosi è appena stata rastrellata dalla Gestapo in una soffitta del palazzone prospiciente lo stadio. Avevano tentato la fortuna giocando con la sorte. Pensavano forse di raggiungere il terrazzo e godersi un pomeriggio di calcio giocato nonostante i divieti. Invece, forse una crudele soffiata degli ariani condomini, forse il fiuto delle guardie, ha infranto i loro sogni. “Dove li porteranno, adesso?”, ci si chiede costernati. “E chi lo sa”. Birkenau, o forse Dachau. Preghiamo per loro, mentre altri miliziani sbucano dai cortili e dagli altri accessi al palazzone. Mancano i cani. È in corso un rastrellamento. Niente di strano, la deportazione è la spina dorsale del calcio moderno. Proviamo a dimenticare (anche se i loro sguardi ci restano in mente) e omaggiamo il gelataio. Un avventore ci mette in guardia: “Dovete essere sportivi: mai confondere una partita con le botte”. Giusto. Partita con partita. Botte con botte. Torniamo ai nostri cori. Non si levano fiamme dagli attici, dalle scalinate, dai cantieri. Probabilmente la sete di sangue dei rastrellatori s’è placata con la semplice deportazione. Alè, alè, alè il Foggia alè.

Dall’interno s’alzano mormorii. I nostri seri professionisti patentati fanno partire anche qualche “Forza Foggia”, giusto per far capire ai colleghi lucchesi chi è che comanda. Perdono parte di quello smalto che concede l’accredito, certo, ma quello non è mai stato troppo. E neppure sufficiente. Partono telefonate. Girano voci incontrollate. Noi eseguiamo il repertorio, ci divertiamo. Un bambino ci fissa sorridente e se la ride proprio di gusto quando gli facciamo sapere che Rispettiamo solo i pompieri. Alza lo sguardo sul papà che ricambia. Alcune ragazzine sorridono, i ragazzini che le accompagnano sono costretti a seguire i cori per dimostrare chissà che. Evidentemente non siamo mostri inavvicinabili. Qualche elemento s’aggiunge al gruppo e canta, finalmente disinibito nonostante l’apparente nonsense di gridare a squarciagola contro un muro di cinta. Forza Foggia, Vinci per noi. Il coro secco esplode sul muro del palazzo. Esplosione controllata, eco di rimando. Bello. Poi un boato di delusione, i telefonini che trillano o eseguono mazurke e wakawaka, un tale che si affaccia al parapetto, annunciano il vantaggio ospite. Fa niente. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo. E puntuale giunge il 2-0. Ok, ci siamo. Bentornato Zeman. Antonio mi chiama. Sento tra i sobbalzi e le urla: “La Lucchese meritava di farne anche di più… il fuorigioco a centrocampo… non si difendono”. Bentornato Zeman. Non si fanno drammi, e ci mancherebbe. Tra tessere e spaccature, abbiamo ben altri problemi. Qualcuno pensa finanche che una bella sconfitta potrebbe bloccare questo delirio di nuova affezione, sbarrare l’accesso ai fedeli dell’ultimo momento. Ma non certo perché vogliamo rimanere soli: noi siamo quel che siamo, aldilà del numero. Però cantare davanti ad un muro non è la stessa cosa, se ci fai l’abitudine. Quindi: meno abbonati, meno tessere. Male non può fare. Nella ripresa il nostro copione non cambia. Forza vecchio cuore rossonero scoppia nell’aria. Sembra, dalla partecipazione dei nostri esperti, che il Foggia stia attaccando all’arma bianca. La polizia smette di muovere su e giù le proprie volanti, si blocca in un angolo, non teme più colpi di testa: di questa partitella, d’altronde… Si fuma, si canta, si beve. Il Foggia segna, poi segna ancora. L’esultanza in strada è un momento da incorniciare. Tornano le voci incontrollate: stiamo dominando, fallendo l’impossibile. “Ma tu che ne sai?”, “Lo so, lo so”, e strizza l’occhio malamente come a sottolineare i suoi superpoteri. Bah. Fatto sta che a pochi dalla fine la Lucchese si impone, di misura e su rigore. E buona parte della Foggia “sportiva” si schianta sulla dura terra: “Ma dove volete che andiamo con questa squadra?”. Facile: Senza tessera, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem, senza tessera.

28/08/10

CHI CI SCHEDA NON CI MERITA (reprise)

Noi siamo quelli che partono.
Che con la squadra ultima in classifica macinano le autostrade e le statali d'Italia, nel nome di una passione. Quelli degli striscioni, quelli dei cori che durano venti minuti, quelli a petto nudo sotto il diluvio. Quelli diffidati per aver acceso una torcia, quelli che pagano cara una giustizia sbilanciata e senza logica. Siamo il colore, il cuore, l'anima di uno sport che ha smarrito se stesso.
Quelli stritolati dai media, mostrificati dai giornali, sbattuti in prima pagina senza controprove e senza riguardi. Quelli che rischiano e cadono senza teli protettivi, senza ammortizzatori.
La prima inquadratura d'ogni derby, il vero prezzo del biglietto, la sostanza degli spalti.
Quelli che cantano con la squadra sotto di 4 reti, quelli che non perdono la vita a scrivere biografie di mercenari, che amano la maglia su ogni altra cosa, che non dipendono dai risultati.
Quelli che ci sono, quelli che ci sono sempre stati.
Un grido di libertà che si fa comunità d'intenti.
Ogni maledetta domenica.
Non siamo il nemico pubblico n.1, anche se è questo quel che raccontano.
Siamo quelli che danno ancora un senso umano a questo spettacolo di lustrini e luci della ribalta, di televisioni e divieti. Siamo quelli dei gruppi, i cani sciolti, i liberi pensieri, che dividono il sonno in un furgone, che occupano gli scompartimenti, che non conoscono stanchezza.
Siamo quelli che non restano seduti. Né sulle tribune, né sui divani.
Il ministro Maroni – e non è il solo – ci vede come l'unico male in un calcio fatto di tanti stadi vuoti e di poche tasche piene, di speculazioni e di diritti tv, di grandi schermi e società fallite.
Ci accetterebbe, ci accetterebbero, se accettassimo di diventare consumatori. Utenti, semplici comparse numerate, schedate, iper-controllate, obbedienti. Ci accetterebbero se ci decidessimo a versare i nostri soldi sulle loro carte di credito prepagate, a fare la fortuna di qualche banca in debito d'ossigeno. A rilasciare i nostri dati alle questure, a farci identificare, analizzare, vivisezionare; a sottoporre le nostre biografie al vaglio dei prefetti, ingoiando di buon grado che qualche nostro fratello diffidato non possa mai più mettere piede in uno stadio. Nel nome di una sicurezza che è solo un paravento per idioti.
Ma siamo noi che non accettiamo.
Oggi anche a Foggia ci chiedono di scendere a patti: o la tessera o niente abbonamento, ci dicono; o la tessera o nessuna trasferta, ribadiscono.
I ricatti non ci sono mai piaciuti.
NON CI ADEGUEREMO E A TUTTI QUELLI CHE ANCORA CREDONO CHE LA PASSIONE POSSA ESSERE PIU' FORTE DEL DENARO E DELLA REPRESSIONE, CHIEDIAMO UNO SFORZO DI DIGNITA': RINUNCIARE AD ABBONARSI, CONTRIBUIRE A FAR FALLIRE UN PROGETTO LIBERTICIDA UNICO IN EUROPA. Una misura talmente delirante che ha spinto finanche uno come Platini a definirla "una schedatura di massa".
E se ancora non vi è chiaro il concetto, provate ad immaginare stadi silenziosi come uno studio televisivo, con 20 telecamere, prefiltraggi, tornelli, 150 steward, e zero socializzazione, zero passione, zero colore. Perché è questo che accettereste, questo che perdereste. Ne vale la pena?

NESSUN ABBONAMENTO - NO ALLA TESSERA DEL TIFOSO


Alcuni Tipi

Non pensarci

Mercoledì 25 agosto, Fano-Foggia 1-2

Facciamo così. Questo sarà un pezzo sdolcinato, probabilmente triste, a tratti malinconico come certi quadri impressionisti col tramonto, i fiorellini bianchi e gli stagni. Ma in un momento come questo, proprio non mi riesce di fare meglio. Accontentiamoci.

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L’altra sera Francesco, che non segue, non sa e di solito non vuol sapere nulla di questi fantasmagorici “mondi paralleli” mi ha chiesto, in sostanza, cosa realmente spinga – in un calcio fatto di veleni, televisioni, repressione, interessi e collusioni – a fare gruppo e andare lì dove ti porta il cuore. Senza possibilità di smentita, ho risposto che è il gruppo stesso. Certo, il Foggia, l’Unione Sportiva 1920. Nessun dubbio: ero tifoso dei Rossoneri prima di essere qualsiasi altra cosa. Ma c’è un’alchimia strana, una specie di adrenalina da banda, che si autoalimenta a chilometri e compagnia. È lo scarto, il volano, la differenza sostanziale. E qui non c’entrano i discorsi su quanto di puro sia rimasto in un mondo corrotto o baggianate simili. È la verità, comunque la si voglia intendere.

Umberto è del 1994. Io non ci voglio neppure pensare a cosa facevo nel ‘94. Mi stavo per diplomare, sentivo le posse, occupavo scuola. La compilation da trasferta corre sull’asfalto. Walter il mago è del 1993, Sogni di rock and roll del ‘91. Tango forse dell’85. Non ci voglio pensare. È la sua prima trasferta in gruppo. Il sole brucia la A14, direzione Nord. Qualche accenno di incolonnamento da rientro, ma tutto sommato si marcia spediti. Fano potrebbe essere l’ultima, dice qualcuno. E il pensiero va ricacciato giù, in fondo. Nella stiva dell’anima. Non si riesce a vivere se ci si concentra sulla morte, e la natura fa il suo corso. Millenni di esperienza umana dimostrano che si alzano piramidi e cattedrali gotiche nonostante la fine sia garantita per tutti. Va bene così. Ci vieteranno Lanciano per inspiegabili questioni d’ordine pubblico, poi blinderanno Barletta e Castellammare. Scorrendo il calendario, se tutto va per il meglio, torneremo a viaggiare il 10 ottobre, in direzione Gela, Sicilia. A meno che non si passi il turno in Coppa. Calcoli, combinazioni, incastri. Vivere la propria passione sta diventando un Risiko su vasta scala. Ma bisogna non pensarci, abbiamo detto: Umberto, alla sua prima trasferta, non merita de profundis. E allora la storia è la solita: strada, Borghetti, sigarette, musica. L’ingresso nel paese, l’arrivo allo stadio, le sciarpe enormi ed invernali.

Una camionetta di carabinieri e svariate macchine. Tipi appiedati con sguardo eccessivamente serio, visto il contesto ancora pienamente vacanziero. “Qui non si parcheggia”, ci intima un tale in borghese (ma che sia sbirro ce l’ha scritto in faccia). Un dito ci indica un altrove ultraterreno, che nelle nostre manovre si trasforma nel cortile di un condominio. Motivi di sicurezza a noi ignoti, evidentemente, ritengono quel posto di gran lunga più affidabile. Un sorriso al pensiero di macchine ospiti parcheggiate a Campo reale. Ma si sa, la logica ha abbandonato queste lande. E poi, non abbiamo mica fatto sopralluoghi preventivi. Magari quello è un residence di foggiani emigrati. Alle porte sono inflessibili. Chi è senza biglietto deve farsi la fila al botteghino. Le forze dell’ordine che sigillano il settore e dividono le due tifoserie, si aprono per far passare gli sprovvisti di tagliando. C’è una fila notevole, per essere fine agosto. Almeno ottanta sono i foggiani. Gli altri sono fanesi. Una fila promiscua, che porta pensieri funesti: Ma perché separare a monte ciò che poi, forzatamente, si fa ricongiungere a valle? Perché, come dice lo spot, schiacciare ciò che nasce morbido? Non si sa, ma ci siamo imposti di non pensare. È così, prendere o lasciare. “Oh, sono in fila… anche a nome degli altri, potreste far sospendere la partita visto che qua ci vuole tempo?”.

Il Foggia va sotto, pareggia e vince 2-1. Poco altro da aggiungere, quasi nulla da segnalare: l’eurogol di Insigne, che mi ha ricordato quello di Baggio contro di noi al Delle Alpi, l’ottima trentina di ultras fanesi, i poliziotti infiltrati che fanno uno splendido lavoro sotto copertura (!), le battaglie d’acqua (qualche schizzo colpirà il guardalinee, che li reputerà sputi reiterati e volontari, e il suo referto condannerà il Foggia a pagare 5mila euro, uno sproposito che grida vendetta ed apre altre mille discussioni attualmente in corso).

Usciamo. C’è da recuperare mamma Manu, a spasso col suo carrozzino ed Aurelio nella Fano dell’emergenza ultras, e decidere: Marotta o Mondolfo. Eterno dilemma. La prima è sul mare. Una birra, presumiamo, costerà un pandemonio. La seconda è appena sui colli. Ma i 2 chilometri in più spaventano da morire, così si opta per lo sproposito. Il chiosco è a due passi dalla spiaggia, il cielo è grigio, il mare pure. Luna bassa e appena percepibile, musica metal. 4 euro una 0,66. Lo sapevamo. Ma Aurelio gradisce la vista e si diverte a seguire le onde. Decide lui per tutti. “Possiamo accomodarci?”, chiediamo garbatamente. “Si, ma non vi faccio nessuno sconto”, replica la ragazza, una giara tracimante simpatia. Arrivano i primi bicchieri. E il momento perfetto si attualizza. Ancora una volta. Per l’ultima volta? Non pensarci, non pensarci. Ci proviamo, ma la Tessera occupa i nostri pensieri, impregna le nostre parole. Non potrebbe essere altrimenti. È una spada di Damocle sulle teste di noi tutti. Una fottuta spada di Damocle. Ci sono i diritti civili, certo; c’è il business delle banche, sicuro; c’è il calcio malato e devastato dalle tv e dagli interessi, ovvio. Ma ci siamo noi, soprattutto. Il complotto per evitare nuove serate come questa. Insopportabile. Il discorso vira. Abbiamo, inutile negarlo, grossi problemi di comunicazione. Ne parliamo senza sconti: a Foggia, ma anche a Pisa o a Lucca, siamo arrivati presto al faccia a faccia: tifosi contro ultras, singoli contro gruppi. Una polarizzazione, un gusto dello scontro, che lascia perplessi. Non sappiamo neppure quando è cominciata – forse con la contestazione dei “nuovi foggiani” all’Ariston, forse a Vasto in Coppa, forse molto prima – ma al punto dove siamo è difficile frenare l’inerzia della valanga. Certo, i nuovi tifosi che barattano il Foggia per la dignità sono fastidiosi come zanzare killer. Ma non esiste critica senza autocritica, ed anche in casa nostra dobbiamo liberarci da certi equivoci. Da quella voglia di ghetto che tanto ci piace, da quell’esclusività religiosa che porta ad anteporre la fedeltà alla spiegazione. Indubbiamente, sarebbe stato difficile metterci in fila al botteghino per evangelizzare i candidati abbonati – desiderosi di rivivere il sogno di quella che per loro resta Zemanlandia – a non cadere in trappola. Ma uno sforzo maggiore di comunicazione non sarebbe stato fuori luogo. Molti individui, cani sciolti secondo la vulgata, non sono affatto nostri nemici. Non ci definiscono violenti, non rompono l’anima con gli autogrill devastati o saccheggiati, non ci attribuiscono i mali del paese. Non sono nostri nemici. Avremmo dovuto comprendere prima la loro confusione? Il loro sentirsi “soggetti non garantiti”? Probabilmente si. E adesso è maledettamente tardi. Siamo stati scissi con un colpo d’accetta. E tra di noi serpeggia il disorientamento, mischiato ad una allarmante voglia di normalità: che ne sarà dei nostri cori, dei nostri colori, dei nostri chilometri, delle serate da pasquetta come questa? Il dubbio è atroce, le strategie assenti. Rimane una malinconia profonda. Che neppure il secondo e il terzo giro di birre placa.

Ancora non sappiamo – mentre la ragazza simpatia ci fa gentile omaggio di un paio di taglieri di piadina – che la trasferta di Lanciano verrà giudicata “ad alto rischio” e che Casillo ha fatto sapere che la multa verrà fatta ricadere sui tifosi, con l’aumento dei prezzi dei biglietti. Ignoriamo, mentre la sera nasconde il mare, che a casa ci aspettano decine di neo-tifosi virtualmente inferociti, talmente stanchi di “pagare per gli ultras” (!) che – spalleggiando il Casillo-pensiero – potrebbero fare tranquillamente a meno di noi. A meno di noi? E come? Trasformando gli stadi in luoghi della noia e del nulla, trasformandosi definitivamente in utenti passivi legati al carro dello “spettacolo” sportivo di terza serie? È un’ipotesi talmente assurda che, per la prima volta, mi sembra plausibile. Finanche realizzabile. Quarto giro premonitore: siamo forse sul limitare della sconfitta inevitabile e cerchiamo di posticipare l’inarrestabile caduta? Meglio cambiare argomento. Meglio ritualizzare l’iniziazione di Umberto, il classe Novantaquattro alla sua prima trasferta col gruppo. E l’ironia suona evidente: nominiamo cavalieri mentre perdiamo il feudo. Irresponsabili, incoscienti, idealisti. Il nuovo lampo. Angioletto parla di una Pizza Zeman che il buon Giacinto prepara in quel di Fermo, o di Porto San Giorgio, non s’è capito. “Sono meno di 80 chilometri da qui”. Dietro di noi la luna è altissima, domani è un normalissimo giovedì lavorativo, non arriveremo alla pizza prima delle 2 di notte, ma chi se ne frega. Irresponsabili, incoscienti, idealisti.

Tutto quel che sappiamo, al momento, è che non sappiamo granché, ma come assediati respingiamo il nostro funerale e la fossa comune. Ci difendiamo, passivamente. La radio trasmette la notizia degli atalantini all’assalto di Maroni. Doveva succedere, ne siamo felici, anche se abbiamo sufficiente esperienza per immaginare quanto alte si innalzino – in queste ore – le voci dei tromboni: “Gli ultras hanno fatto un favore a Maroni”. Si, certo. È sport nazionale: contestare chi contesta, naturale sequel all’inazione. Ma tant’è. La pizzeria è chiusa, ma a Fermo c’è ancora un bar aperto. “Incredibile pensare a come il Fano non riuscisse a spazzare in 11 contro 10”, sta dicendo Angioletto, per la ventesima volta. E quando il primo afferra una sedia dal cumulo e la piazza in strada, tutti capiamo che l’attimo perfetto è ricominciato. E non finirà prima di un paio d’ore. Oggi va così, e la stanchezza che pure affiora non è un valido deterrente. Beh, almeno questo è sicuro: non ci prenderanno mai per sfinimento.

23/08/10

Tipi da spiaggia

Domenica 22 agosto, Cavese-Foggia 0-3

Abbiamo visto la partita a Lido del Sole, in una pausa del lavoro.

A ben pensarci, da stamattina non ho visto altro che tipi da spiaggia. Al porto turistico di Rodi Garganico, barche attraccate e stili di bellavita clonati. “Più avanti c’è il locale di Lele Mora”, dicono in tanti, non senza una punta di immotivato orgoglio. Al bar ci squadrano con sufficienza, al tabacchino mi intercetta una cameriera, sospettosamente premurosa che potessi sbagliare porta ed infilarmi nell’attiguo ristorante da 50 euro a pasto. Oggi comincia il campionato. Inorridisco al pensiero di passarlo qui – tra bauli da “tippare” e flycase del concerto di Luca Carboni – tra indigeni e turisti con la testa altrove, ancora saldamente ancorati alla stagione estiva dei profitti e dello sperpero. Alle 16 gioca il Foggia. A Cava dei Tirreni. Questo concetto poco balneare s’infrange contro le rocce come e peggio del mare mosso. In altri tempi, la partita di Cava avrebbe catalizzato un’attenzione spasmodica, da togliere il respiro. Ma da tre anni nessun foggiano mette piede nella Cava, e nessun cavese allo Zaccheria. Hanno vinto o, quanto meno, sono in vantaggio. Venerdì mattina c’era anche stata una mezza apertura, o una distrazione. Si pensava di poter varcare i cancelli del Lamberti. Poi, verso mezzogiorno la disdetta: entrano solo i possessori di Tessera e i residenti. L’US Foggia annuncia, profeticamente (e non si sa in base a quale strana premonizione) che sarà così per tutta la stagione: non solo Cava, Barletta, Castellammare, le trasferte calde; anche per quelle giudicate “libere” – Viareggio, Lanciano, Gela – le Prefetture limiteranno l’accesso ai soli abitanti, oltre che ai tesserati. Un senso di vaga mutilazione, una brutta sensazione. Negative vibrations. Poco vale ricordare, nell’epoca dell’irrazionalità tracimata, che l’iniquo provvedimento della Tessera del tifoso entrerà in vigore domenica 29 agosto, all’apertura del campionato di A. Poco vale. Ormai la legge è un’arma nelle mani delle banche, e si è pronti anche a rispettare una legge che ancora non è tale. E qui il sole scotta, e le prime miss passeggiano sul molo. Teleblu, la tv foggiana che ha vinto la gara per l’assegnazione dei diritti, ha commesso un’infrazione imperdonabile: detiene l’esclusiva ma non ha un canale satellitare. E non può appoggiarsi a nessun altro. I foggiani che abitano fuori dal capoluogo dovranno rassegnarsi, in attesa di contrordini. Angelo chiama da Peschici: neppure quella in chiaro si vede. La gente domanda marzianamente: “Che partita c’è?”. Daniele è al Lido. Giuseppe e Piotrek battono Rodi, bar per bar, casa per casa. Segnale assente. Tranne che per un locale del centro, che però non ci vuole tra i piedi nella fascia oraria dello struscio postprandiale. Inutile insistere. La situazione si sblocca alle 15,15. C’è un posto a Lido del Sole che trasmette il match. Ormai il palco si tiene in piedi da solo. Possiamo andare. E la strana impressione si ripete. In campo, sullo schermo piatto tagliato dal sole, ci sono le gloriose maglie bianche da trasferta. Attorno, la gente è in costume. Sembra Mtv. Ma più profondo di quest’impatto resta il dato: la piazza sta ribollendo. Le inquadrature su Zeman fanno immancabilmente scattare un accenno di coro. Lo capirebbe anche un bambino: l’adorazione per il Boemo – da queste parti icona e simbolo ben prima della sua “crociata” contro il Palazzo e le farmacie – è palpabile. Nell’immediato rischia seriamente di esaurite le scorte di abbonamenti, con conseguente impennata della tesserazione volontaria ed estromissione dagli spalti dei gruppi organizzati. Molto dipende da queste prime partite. Non ce lo siamo nascosti tra noi, specie dopo il pellegrinaggio di massa a Vasto: un paio di sconfitte subito non guasterebbero. Raffredderebbero un po’ l’ambiente, lo renderebbero più realista e meno religiosamente infervorato. Magari se Zeman stecca la prima ci sarà qualche possibilità in più di accedere ai biglietti, la domenica. Certo, siamo ultras e della partita non ce ne frega. Ovvio, chiacchiere. Siamo l’evoluzione esponenziale del tifo da stadio, abbiamo bisogno dei gradoni. Fuori saremmo manifestanti, teddy boys, skinheads, papaboys. Saremmo belli uguale, ma l’ultras è un fenomeno da stadio. Legato a doppio filo con le ritualità da stadio. Senza la chiesa, svanisce il culto. O trasloca nelle catacombe. Quindi, a rigor di logica, dovremmo tifare contro. Tifare Cavese. Ma il solo pensiero rabbuia. Come la morte. Magari teniamoci distanti, occupiamo questa tavolata in seconda fila, ordiniamo birre grandi a 3 euro (Ah, il Gargano…), e dissertiamo del più e del meno, mentre la partita segue il suo corso. Cerchiamo di non farci coinvolgere. È solo uno schermo al plasma, in fondo, che replica la realtà. Non è la realtà. Se poi dovesse segnare la Cavese o il Foggia, beh, affronteremo la cosa sul momento. Il riflesso del sole adombra il campo, il pallone svanisce spesso. La prima tavolata è piegata in avanti, quasi a voler afferrare lo schermo con lo sguardo. Noi ci diciamo che non è mica male Lido del Sole, ce l’aspettavamo più piccola, meno raccolta. E poi il tratto di spiaggia selvaggia fino a Rodi è veramente bello, anche se un po’ sporco. “Ma cosa pensano di pescare quelli a riva?”, “Boh”. “Com’è andata stamattina?”, “Mah, bene, il palco è abbastanza piccolo, due soli mezzi bilici, penso che stanotte prima delle 3 dovremmo aver finito”, “Buono”. Ma gli sguardi fuggono, come evasi in pianura. Ogni tanto qualcuno prova a provocare: “Forza Cava!”, ma davanti ci conoscono, ridono e non ci cascano. Il Foggia gioca. Lo vedono tutti. Anche noi. Cazzo, penso. Ragazzini che non temono la Cava, che aggrediscono e non abbassano la cresta. Siamo reduci da anni di senatori, di gente con esperienza sui campi di terza serie, che se andava a Cava a spazzare e a restituire offese e provocazioni prendeva l’ovazione e strappava lo 0-0. Sarà l’ingenuità, sarà l’incoscienza che aiuta gli audaci, gli inconsapevoli. Che ne sa di Cava uno come Kone, classe 1990, che lotta su ogni pallone e taglia il campo con la forza di un trattore? Che ne sa Laribi, classe 1991? Dovremmo dirglielo? Dirgli degli scontri epici degli anni Ottanta, quando tutto era ancora possibile? E perché mai? È un altro sport, questo. E il Foggia macina azioni, cade spesso in fuorigioco ma fa capire di poter colpire. E colpisce. Goooooool, siiiiiiiii! Prima. Poi ci guardiamo. Il sorriso nasconde l’angoscia: Cristo, siamo tifosi del Foggia con le ali spezzate, che non possono dare vita a quella passione che hanno esternato per anni. Se questi vincono – e questi possono vincere, s’è capito, laddove non s’è mai vinto – domattina ci troveremo le strade imbandierate. E la coda giù ai botteghini. A giugno stavamo morendo ed eravamo 200 in strada, a gridare la nostra rabbia. Adesso siamo più vivi che mai. E negli abbracci di circostanza al carro del vincitore, siamo stati tagliati fuori. Per indole, certo, per nostra rivendicata scelta: ma non possiamo tifare contro la nostra squadra. Meglio affondare – e affonderemo – continuando ad amarla d’un amore diverso, che tradirla. A fine primo tempo, il raddoppio toglie i dubbi residui. Sono felice e sono triste, mi sento scippato, per la seconda volta in vita mia. E non è tanto per la gioia da pochi intimi che si prova a cantare come pazzi mentre si perde 4-0 a Cosenza. Il calcio è sport popolare per antonomasia, figurarsi se mi metto a sponsorizzare i club privè. Ma così, così è ingiusto. È come se un corteo di carnevale sfilasse sotto le finestre di un defunto; come veder zampillare acqua dal pozzo nel giorno della dipartita di chi, a quel pozzo, ha dedicato parte della sua vita. La folla festante delle retrovie rischia seriamente di spazzar via la vecchia armata. E a noi non serve fingere che la cosa non ci interessi. È dilaniante. Pensare che il Foggia vinca 3-0 a Cava dei Tirreni, agevolando il nostro soffocamento, è una di quelle gioie per le quali si può piangere. Di nostalgia.

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