25/01/11

BASTA TESSERA! Liberi gli ultras, liberi tutti!

Il fallimento del decreto Maroni è sotto gli occhi di tutti.

Ogni domenica stadi sempre più vuoti, curve sempre meno colorate, confusione nei settori “misti” e repressione. Quella che era cominciata come una schedatura di massa per contrastare “la violenza”, si sta rivelando per quello che è: un affare per le banche e la morte della passione calcistica per come la conosciamo.

Ci stiamo abituando a convivere coi divieti. Divieto di portare bandiere non autorizzate, striscioni, torce, fumogeni. Divieto di trasferta. Ormai seguire la propria squadra è diventato più difficile di un terno al lotto.

In più, la proposta di allargare il provvedimento di diffida (daspo) anche ai manifestanti, dimostra che avevamo ragione quando dicevamo “Oggi per gli ultrà, domani per tutta la città”. Stanno restringendo paurosamente i nostri diritti di cittadinanza. Ci vogliono muti e obbedienti. Allo stadio come nelle strade. Ci vogliono a casa, davanti alla tv, e per questo limitano i nostri movimenti, la nostra voglia di aggregazione, la socialità, le nostre passioni.

Ma non è ancora troppo tardi. Abbiamo ancora tanto da dire. E dobbiamo farlo in fretta.

La libertà non riguarda solo gli ultras. Riguarda tutti.

Facciamoci sentire.

No alla Tessera del tifoso!

Pensierino della sera su tesserati, libertà di scelta e cose serie

Vittime e fautori di un frainteso senso d’esasperata libertà, i tesserati si trincerano dietro una presunta Scelta (con la maiuscola) per invocare un impalpabile rispetto delle opinioni di tutti.
La tessera diventa ai loro occhi – o coi loro occhi tentano di farcela diventare – un baluardo del relativismo. Non esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, esiste il singolo, con le sue motivate decisioni; ed esiste il contesto, personale e sociale, che porta, affretta, sancisce decisioni.
Ogni vita fa il suo corso. Ogni corso va rispettato.
È strano e originale questo modo di ragionare, di approcciarsi al tema.
Non foss’altro, perché la libertà di scelta è, tra i falsi miti, uno dei più falsi.
Il commerciante non è libero di viversi la sua bottega uscendo dal mercato; il vignaiolo non è libero di prodursi il suo vino; il fumatore indigente non è libero di comprarsi due pacchetti di Lucky strike al giorno. Discutere di libertà, di scelta e di opportunità, è uno dei modi di fare accademia. Di perdere tempo. Inutile sbatterci la testa.
L’unica libertà brilla nel rifiuto. Nel consapevole rifiuto che rasenta il baratro. Nell’accettazione delle conseguenze di un “no”.
Altro che.

A Mirafiori il ricatto, caratteristica irrinunciabile e discriminante della nostra società, era ben più corposo. In ballo c’era la sopravvivenza. Del proprio lavoro, della propria famiglia, delle proprie convinzioni. Il “si” al cappio brandito da Marchionne – è parere comune – non era depositario di un briciolo di libertà. Nelle interviste, gli operai piegati ripetevano: “Non c’è scelta”. Come una salmodia, che li aveva spersonalizzati. L’assenso dinanzi ad un ricatto non è libertà, ma il suo opposto. E nonostante ciò, il 48% delle tute blu ha rifiutato. Ha rigettato la proposta offensiva del manager della Fiat, e si è ripresa la propria dignità, negando – di fatto – di barattarla con un posto di lavoro.
“Pensate ai fatti seri”, ci gridano appresso da mesi quelli che non comprendono il nostro sbraitare contro il decreto Maroni e le sue imposizioni.
Ed hanno ragione. In una scala valoriale, in un simile scenario di fiamme precarie, le nostre intemperanze verbali sulla questione devono apparire assai modeste. Finanche irritanti.
Ma l’uomo, si sa, non è mai così serio come quando gioca.

E se vuoi comprendere un uomo, devi vedere come gioca. Quanta passione investe in un semplice torneo di bocce; quanto sprezzo del rischio nel mettere a repentaglio una caviglia per una sfida tra scapoli e ammogliati; quanta grinta nel correre, da cinquantacinquenne, la maratona cittadina. Il gioco è la spia del carattere umano.
Non consiglieri mai a mia figlia uno che in campo non sia disposto a perdere niente. Perché chi non è capace di mettersi in gioco seriamente, nella vita “seria” farà lo stesso. Elevando a potenza la propria viltà, il proprio narcisismo vuoto, il proprio terzismo indifferente.
In altri termini: se sei corso a farti la Tessera di Maroni, sei un essere talmente poco etico che a Mirafiori non solo avresti votato come Marchionne, ma gli avresti fatto la campagna elettorale; e nella mia vita non voglio gente come te accanto.

09/01/11

Invidia e antibiotici

Domenica 9 gennaio, Lucchese-Foggia 4-2

Mal di schiena dorsale. L’Oki, mi dicono, è blando. Troppo blando. Così un paio di Peroni non aggiungono niente. E niente tolgono. All’inefficacia. “Prova col Brufen, che è più adatto”. Butto giù la compressa e lascio perdere il vino di produzione. Alle 14,30 il totale del “Porta Elisa” di Lucca appare sugli schermi del canale satellitare libero. La curva sulla destra è quella dei tesserati. Il settore ospiti. Li vedo. E sogno. Un viaggio tormentato nella mia psiche. Li guardo e penso che da un momento all’altro da quella porta entrerà qualcuno con un’aggraziata bottiglia di Lagavulin o Laphroaig e gioisamente strillonerà: “Whiskey scozzese per tutti!”. Ed io, che ho preso il Brufen, dovrò glissare, restarmene in disparte mentre gli altri ci danno dentro. Che per loro quello o il vino da 2 euro al litro pari sono. Un incubo esistenziale. Perché è così che mi sento mentre guardo quei trenta e le loro scarne bandierine in quel settore deserto. Un forzato alla Cayenna. Poi arrivano le salsicce e le melanzane grigliate, che anche oggi l’abbiamo svoltata a barbecue. Come se niente fosse, oramai. E lo sguardo plana sui piatti per rialzarsi solo occasionalmente sullo schermo. La Lucchese attacca sotto quel settore. E non posso che domandarmi perché siano così sfilacciati. A gruppi di due, tre elementi al massimo, rigorosamente separati gli uni dagli altri, come se ogni micro-comunità avesse attorno l’alone dello spot dell’Aids. Scaglionati, tanto che si potrebbero distinguere i componenti delle singole macchine parcheggiate fuori. Una domanda assurda mi pervade, e sembra più importante del Foggia che prende l’uno a zero, pareggia, prende il secondo e sbaglia il rigore. Ma perché non fanno amicizia? Sono seimila e passa i tesserati al plebiscito pro-Zeman di questa città. Dopo Pisa, Nocera e Castellammare, oramai si è capito che solo quei 25-30 hanno tenuto fede al mottetto estivo del Mi tessero perché voglio seguire il Foggia anche in trasferta. Ma non sarebbe il caso, per loro, di rompere il ghiaccio, la reciproca timidezza, e fare il primo passo? Il calcio è aggregazione. E questi mi sembrano degli scolaretti alle prese con le prime feste in maschera, quando tutti i maschietti di schierano di schiena ad una parete e tutte le femminucce nel cantone opposto del soggiorno. Che le mamme di costoro raccomandino ai figli di non dare confidenza agli sconosciuti? Che siano tutti lungodegenti fuggiti dal reparto di malattie infettive del Riuniti? Che altrimenti non ci vuole mica tanto a socializzare. Poi realizzo: guardano la partita. Per loro il vicino è un optional. Un orpello fungibile, che c’è o non c’è non fa poi tutta sta differenza. Mi chiedo: ma io avrei mai fatto anche solo 15 chilometri prescindendo dalla compagnia, dal viaggio e dal pensiero del casino che si farà sugli spalti? Assolutamente no, mi rispondo in un attimo. E torno a schiacciare il limone sulla carne, mentre il Foggia incassa il terzo, fa il secondo, prende il quarto e perde.

Siamo diversi, ma per sapere questo non c’era bisogno di giungere alla seconda del girone di ritorno. E non si tratta di gerarchie assurde, di chi è più o chi meno tifoso, di chi soffre più e di chi soffre meno. E neppure mi va di tirare fuori dal cassetto quell’abusato termine che è Ultras, per dire tutto e non dire niente. Qui si tratta di tristezza. Perché a me quelli lì sopra mi fanno tristezza. E rabbia. E invidia, come i bevitori di whiskey dei miei incubi antibiotici ed antinfiammatori. Sarà che ci siamo assuefatti: tra un paio di giorni si degneranno di comunicarci che anche a Foligno non potremo andarci, e ci guarderemo in faccia con lo stesso stupore senza fine, ma senza ancora deciderci a mandare tutti a quel paese. Quelli che hanno svuotato gli stadi e quelli che limitano ai residenti l’acquisto dei tagliandi; quelli che giocano alle 12:30 e quelli che si sono resi irrimediabilmente complici del grande inganno della sicurezza in cambio della libertà. Eppure ne parlavamo ieri sera, ancora una volta scorrendo le foto del passato. Ne parlavamo con degli amici. Ci chiedevano della Tessera, certo, ma anche del meccanismo del Daspo. E leggere sui loro volti lo stesso stupore amplificato, mi ha dato un brivido anomalo: è strano parlare di sé stessi come di un panda del WWF, o di una cavia. Talmente abituati anche a questo da aver dimenticato l’originaria mostruosità del decreto Maroni. Ma oggi mi sento positivo. Cambierà qualcosa, probabilmente sta già cambiando, come quando sotto la crosta il pianeta progetta le sue metamorfosi. Perché mi sfilano davanti le immagini invernali e quelle primaverili, il furgone nelle piazze di paese, i bar, i parcheggi per gli ospiti, gli autogrill. E mi rifiuto, con l’ostinazione di chi combatte l’evidenza e la ragione, di credere che la mia passione sia definitivamente delegata a quei trenta tristi elementi. E alle loro sciapite bandiere. Che mi fanno rabbia ed invidia. Anche se l’invidia non è di quelle che potranno mai spingermi a fare cambio.

30/12/10

Consuntivo malinconico

Mio padre mi sorride complice, dall’altro lato del tavolo: “Hai visto Fratena?”. Usa lo stesso tono con cui, da bambino, mi chiedeva retoricamente: “Meh, sei contento mo?”. Quando dava per scontato che lo fossi.
Il giro sulle macchine a scontro della villa.
Il grande sogno domenicale mio e di mio cugino Guido.
Alla fine della giostra, ritornato sulla terra, la voce di mio padre incombeva implacabile: “Meh, sei contento mo?”. Era un’apertura, certo, ma soprattutto una chiusura di credito. Della serie: hai fatto quello che volevi, adesso ti spegni. E non rompi le palle con ‘sti capricci da fighetto. Capisco l’antifona di allora.
Nel presente di questo pranzo non so come interpretarlo. “Hai visto Fratena?”, “Sei contento mo?”. “La smetti di rompere una buona volta?”. Fabio Fratena, il Buitre di Capitanata, il nostro numero 7 negli anni che furono. Negli anni eroici. L’unico idolo che abbia mai avuto.
Si, certo, cerco di cancellare l’infatuazione – che era mia ed era collettiva, a parziale discolpa – per quell’essere immondo che risponde al nome di Beppe Signori. È rossonero, cantavamo come degli idioti all’Olimpico, mentre quello ci pugnalava alle spalle ed esultava sotto la Nord. Basta, finito, cancellato. Mi dissi, in un amen. Fabio Fratena, il biondo, non l’avrebbe mai fatto. Altra tempra di persona, altro calcio.
Finì la sua carriera in un sabato di Pasqua, in quel di Caserta. Tornò da nobile comparsa nella prima serie B di Zeman, quella con la Pasta Delverde sulle maglie. A godersi un traguardo che più di ogni altro aveva meritato. È tornato ancora nell’intervallo di Foggia-Cavese, insieme ad altri ex, appositamente per festeggiare i 90 anni dell’Unione Sportiva.
Mio padre mi sorride. “Insomma, hai visto Fratena?”. È come riportare indietro gli orologi, riscoprire tra le nostre strade differenti e reciprocamente incomprensibili – i diversi, opposti modi di essere tifosi di una squadra, di una maglia – un preciso punto in comune, quella scintilla primordiale di complicità che ci rende, nonostante tutto, simili. A me non viene da ricambiare il sorriso. E non certo perché non voglia anch’io sentirmi parte di quel tutto. Non sono mica uno snob. Si, papà è un tifoso da salotto, ormai, capace di ingoiarsi d’un fiato le tre ore di insulsa diretta di Telefoggia, le cronache di Mario Schena su Teleblu, finanche la replica delle nove e mezza, e poi Baldassarre, Marsico, quello di Gercap. Ma di tornare allo stadio, no, non vuol saperne. Io ho le mie chiacchiere da ultrà. Le trasferte, i chilometri, i cori, senza saper riconoscere i giocatori, né volerlo; non ricordando interi quarti d’ora di partita. A volte, allo stadio, mi capita di concentrarmi su quanto avviene in campo. Di concentrarmi sul serio, come quando si studia Storia Bizantina. In quei minuti, decido che devo avere un’impressione, un parere, che mi servirà a dimostrare a mio padre che seguo, partecipo, comprendo. È un’usanza antica, di quelle che si trascinano compulsivamente. Come l’abitudine di ricordare a memoria i numeri estratti sulla ruota di Bari per dettarli poi a nonno Antonio, in un’epoca pre-Televideo. E quando mi accorsi che continuavo a farlo anche anni dopo che nonno se n’era andato, mi spaventai dinanzi alle certezze del cervello, inossidabili nonostante le perdite del presente.
Ma stiamo divagando.
Tornando sul punto: no, avrei voluto rispondere, non ho visto Fratena. Non ho neppure fatto caso che ci fosse. Ero giù, alla ricerca di un liquore clandestino, e mi sono compiaciuto quando ho sentito esplodere una cipolla, da qualche parte. Sotto l’albero c’è una multa in più, continuavo a cantare con gli altri. Indicavo la tribuna, dove immaginavo con soddisfazione il masticamento amaro di Pasquale Casillo. E gli altri spettatori della curva ci puntavano, ci chiedevano di smetterla con quelle canzonacce, che così stavamo rovinando tutto. Gridavano “Zeman Zeman” come a esorcizzare la nostra stessa presenza, ma senza gli ultras nessun coro può ambire a durare. E l’altoparlante della tribuna gracchiava qualcosa. No, non ho sentito il nome di Fabio Fratena. Non ne ho sentito nessuno. Perché a un certo punto è nato il solito faccia a faccia. Quei tifosi che di lato ci insultavano, perché la contestazione alla dirigenza, i cori contro Maroni e la Tessera, dal loro punto di vista, stavano stravolgendo le abitudini dello Zaccheria, rendendolo di botto un serbatoio di tensioni inesplose. E non quel catino infernale che dovrebbe essere. Anche nel giorno della gran festa. E, probabilmente mentre il mio idolo sfilava a centrocampo, io attaccavo a testa bassa.
Il solito concetto, ripetuto nei mesi fino a perdere ogni pretesa d’immanenza: caro il mio tesserato, quando Casillo ti ha ricattato promettendoti un posto di curva in cambio di una schedatura, sapevi benissimo a cosa andavi incontro. Quando hai risposto di “si” al sondaggio anti-ultras di Maroni, sapevi che ci avresti inferto un colpo probabilmente mortale. Ora che vuoi? Perché vorresti che sospendessimo tutto, che soffocassimo noi stessi, per il bene dei giocatori, dell’allenatore famoso e della dirigenza? E gli sguardi si fanno astiosi, perplessi. Divisi. Come gli abitanti di Berlino negli anni Sessanta, da un muro invisibile.
Un po’ come con mio padre, a cui non so spiegare perché non ho visto Fratena e no, non sono affatto contento mo. Ci hanno gridato “Fuori! Fuori!”. Siamo il sale di troppo che guasta la minestra. Altro che scintilla primordiale, altro che spirito comune, altro che complicità, parti differenti del tutto. Maroni, Casillo, chi per loro, hanno smascherato l’indole di questa gente. E mi hanno tolto quel gusto di sentirmi uno della comunità. Quella forza che oltrepassa i ruoli che ci siamo scelti. La foggianità, che poi a Natale sembra ancora più evidente, quasi lampante. Ora è la diffidenza a farla da padrone, mista all’entusiasmo artefatto di una piazza ansiosa di rivivere i fasti del passato. A prezzo d’estinzione. Siamo stati sfortunati.
Ma certe volte, non lo nego, vorrei tornare a quelle domeniche di fine anni Ottanta, quando a casa di nonna si parlava della partita. E ne parlava Nicola, che era un ultrà ed era stato a Licata e a Giarre, ma anche papà, il ragazzo di Paola, zia Anna, che era una semplice osservatrice. Pezzi diversi di un ingranaggio collettivo, che era la passione per la maglia, per la città, prima che Maglia e Città prendessero la maiuscola e fossero convertite in codice. Ecco. Avrei voluto rispondere a mio padre: “Certo che l’ho visto Fabio Fratena”. E risentirmi bambino, per l’intero spazio della risposta. Invece di ammettere a me stesso che qualcosa si è rotto. E difficilmente riusciremo a farlo riparare.

21/12/10

Grenoble. Resoconto di un viaggio.

Grenoble, 16-18 dicembre

Il nero di Troia e il vino dell’Isere; la soppressata di Faeto, il salame delle Alpi, i formaggi e il caciocavallo, sul tavolo comune, mentre tra le mani sfilano fotografie, si mescolano idiomi, si arrancano spiegazioni. A dire che quella è Cremona, nel giorno dei playoff e qui sono loro a Rennes. Brindisi e abbracci, quando bussano alla porta e giungono amici che non vediamo da luglio. Da Casalecchio. È la prima volta in Francia, la prima volta che guardiamo questa amicizia dall’interno. Tanta voglia di conoscere, di conoscerci meglio. Per giungere a destinazione abbiamo marciato lungo l’Adriatica stretta nella morsa, a 30 all’ora dietro i mezzi spargisale. Dieci ore di cammino per la colazione alla Bolognina, dove ci scambiano per una compagnia teatrale o, tutt’al più, cinematografica. Pagliacci. La strada per Torino, le tristi Langhe di pianura, l’esoso Frejus. E poi, finalmente, la France. In alto i bicchieri, e la casa si riempie di fumo e racconti, mescolati l’uno all’altro in un’unica splendida cacofonia. Fuori, il freddo non è così glaciale come ce l’aspettavamo. I giacconi da neve d’alta quota restano negli zaini, a ricordarci i colbacchi di Totò e Peppino. Possiamo affrontare i marciapiedi, muoverci verso il centro città. Alle nostre spalle scorre il Donc. Silenziosamente. Le case sono moderne in questa zona. In Place Notre Dame si aprono le porte del Centenaire. Calore improvviso. Altre strette di mano, altri abbracci. È il loro feudo. La loro base. Il loro chiosco di Salvatore. Birra e Chartreuse, che sembra assenzio. 55°. L’ideale per affrontare la prima serata grenoblese. Per sentirci a casa. In pochi minuti siamo sparsi per il locale, come se lo conoscessimo da sempre. Sono incredibili queste alchimie. Intuire un’affinità, approfondirla, viverla, e scoprire che – per quanti chilometri possano dividerci – c’è un’idea che è quasi un ideale, un misto di valori e cultura di strada, che supera le barriere, finanche quelle nazionali, ed unisce, accomuna. Fa somigliare questa piazza del centro di Grenoble in una proiezione della nostra via Pagano. Ultras. Una parola che oggi come ieri ispira nei benpensanti un sordo timore dettato dall’ignoranza; che nel presente italiano è nel mirino di una crociata ministeriale dai rari precedenti, destinata a fare da scuola al resto della società attiva, sempre più intontita dai media della paura. Ma che da queste parti è ancora il nome invidiato di uno straordinario movimento giovanile. È aggregazione, socialità, valori. E condividere simili principi rende uomini (e donne) più completi. Capaci di comprendersi senza traduttori. Fuori a fumare, mentre la temperatura vacilla e crolla. Sembra una città tranquilla, questa. Ordinata, pulita, non molto rumorosa. Eppure anche nel grande assembramento metropolitano, fuori dalle mura metaforiche della città, nell’ampia periferia fatta di paesi contigui, ci sono banlieue. C’è il fuoco della rivolta che si somma alla difficile integrazione delle comunità. 40mila italiani, col loro quartiere di pizzerie sul fiume, proprio sotto le linee della teleferica. E un ritorno di machismo, un traviato senso d’appartenenza, nelle generazioni più giovani. In quei nipoti di siciliani che non hanno mai visto la Sicilia. Nell’ortodossia degli algerini di terza generazione. Nelle gang che giocano al Bronx. Ma è una città ricca, Grenoble, industriosa, che offre possibilità e non chiede molto. I ragazzi e le ragazze del Red Kaos annoverano ogni origine, lontani anni luce dal settarismo comunitario. I francesi purosangue e quelli originari di Corato. Sono ultras, e guardano all’Italia. A Genova, a Torino, a Pisa. Alla culla di un movimento che a volte noi stessi sottovalutiamo nella sua reale portata. Quasi quasi ci imbarazziamo a raccontargli della Tessera, dell’oltraggio quasi mortale subito dal nostro mondo. Un velo di tristezza per quelle curve ormai svuotate di passione, annichilite dalla prepotenza di chi scambia un mandato da parlamentare per il diritto a non portare rispetto. Considerazioni pesanti, che si alternano con originale cadenza alle domande. Siamo incuriositi, realmente, da questa realtà orgogliosa, che sappiamo “schiacciata” tra la gloria antica del Saint Etienne, quella moderna dell’Olimpique Marsiglia e quella contemporanea del Lione. E felici di rispondere ai quesiti che riguardano la nostra realtà, la sua passione. È ora di cena, e la carovana di macchine si dirige fuori città, in altura. Il ristorante è pieno, i nostri amici hanno occupato due sale. I piatti atterrano sulle tavole imbandite, mentre si alzano i cori. Quelli in francese e quelli in italiano. Anche quelli in dialetto. La neve ferma l’idillio. È rovinosa e intensa, come quella che cade da noi una volta ogni tre anni. Dobbiamo abbandonare la postazione, la balconata e le luci della città dall’alto. Tra dieci minuti saremo bloccati dal mondo. Così, torniamo a scendere, tra tornanti già imbiancati che tendono a farci stare all’erta più del dovuto. Qui sono abituati, anche se quest’anno, ci dicono, non ha ancora cominciato a fare sul serio. Atterriamo in un pub. Il centro città è innevato. Si comincia a scivolare. E, di conseguenza, a ridere delle sventure altrui. Sembra prendere vita dal freddo che fa. Non si beve in strada, così dentro la calca è impressionante. I ragazzi ci impediscono di mettere mani ai portafogli, sembra quasi una forma di religione. La loro ospitalità è molto mediterranea. Le nostre gole e i nostri stomaci dimenticano l’elemento acqua. E a notte parliamo ancora: scorriamo le foto delle loro trasferte, della vecchia curva. Scopriamo che sono in rotta con il proprietario del club, un giapponese che a stento ha mai messo piede nello stadio, e che l’avvenieristica struttura del “Des Alpes” ha tolto un bel po’ di quella poesia che c’era in altri tempi. Sono retrocessi dalla Ligue 1 l’anno scorso e quest’anno viaggiano all’ultimo posto della cadetteria. Una crisi pesante, che ha ridotto all’osso gli appassionati. Un canovaccio che a Foggia conosciamo bene. Anche i tifosi, come gli ultras, sembrano non conoscere confini. Il venerdì è il giorno della partita. Si gioca alle 20, contro il Dijon, che per noi è il Digione. Un bicchiere di vin brulé per svegliarsi, e un po’ giochiamo ai turisti. Ma la neve caduta per tutta la notte fa del ponte sull’Isere la location ideale di una battaglia di palle di neve senza esclusione di colpi. Al Centenaire troviamo la fanzine. La curva Ovest saluta gli amici foggiani, c’è scritto. In italiano. C’è anche lo scudetto dell’Uesse, e si parla della nostra città e della sua storia calcistica. Cantiamo e brindiamo, mentre la neve batte sui vetri e inonda le strade. “Ma siamo sicuri che si gioca?”, e tutti rispondono che si, che questa è una zona abituata a certe manifestazioni climatiche, che il terreno è riscaldato. Dicono, e qualcuno tra noi capisce che anche i posti a sedere sono riscaldati e già pregusta il gyser sotto il culo. Riuniti a consesso nel fondo del locale, in commissione mista, studiamo la partita. “Dov’è la Snai?”, chiediamo in francese. Bisogna scommettere sulla rinascita. 1 risultato finale, 1 parziale. E montiamo dibattito sul risultato esatto. Torna in mente una sfida d’altri tempi, nello “Zaccheria” d’altri tempi. Era l’anno della prima serie B con Zeman in panchina. Il Foggia era reduce da diversi rovesci, e in casa si affrontava il Messina. La curva non contestò, decise di sostenere quei ragazzi. E fu la svolta della stagione. Vincemmo 3-1, segnò anche Signori. “Allora è andata, ci giochiamo anche il 3-1 risultato esatto”. Per similitudine. I grenoblesi ridono, non credono alla riscossa. I biancoblu, oltre a essere ultimi, segnano pochissimo. Tre gol sono davvero troppi. Cala la sera. E siamo pronti per muoverci in corteo verso lo stadio. Sotto la fontana della piazza ci incolonniamo. Tra cori e battimani tagliamo la città vecchia, dove l’impressione di estraneità aumenta anziché diminuire. I rari passanti, i commessi e le commesse dietro le vetrine riscaldate, osservano senza partecipazione. Dev’essere dura essere ultras da queste parti. Ma i ragazzi ci credono, e cantano, e battono le mani. Noi accendiamo qualche torcia, ad illuminare la strada. Alziamo gli stendardi. Tesserati mai. Ma che bello è… C’è un parco completamente imbiancato nei dintorni dello stadio, illuminato e futuristico. Accenniamo al progetto di Casillo, scettici. Poi è di nuovo tempo di battaglie. Foggiani vs Grenoblesi, a colpi di assalti all’arma bianca, a corpo a corpo e palle di neve, sotto gli occhi distaccati degli steward. Sono in tanti, qui. C’è anche un reparto anti-ultras, mutuato da Parigi. Sembrano professionali. Superiamo le transenne e ci affacciamo sull’impianto. Un piccolo gioiello proporzionato, da 20mila posti. Ci metto tempo per capire cosa ci sia di diverso dallo stadio di casa mia. Mancano le barriere di divisione tra il campo e gli spalti. Il portiere che si sta allenando è a due passi. Ci spiegano che il Grenoble, non bastasse, è in formazione d’emergenza. Almeno sette indisponibili, e molti primavera. Ci muoviamo in curva, raggiungiamo la squadra. “Dovete vincere”, gridiamo in foggiano. Quelli ci sentono, si girano, ci guardano. Superfluo aggiungere che non capiscono. Poi ci dedichiamo ai bambini-mascotte della scuola: Sosteniamo i primi calci! Le tribune sono semivuote. In curva c’è il bar. Vin brulé e sfilatino, come non facciamo mai a casa. Il banchetto dei Red Kaos sforna fanzine e sciarpe nuove. Il gruppo si rifornisce. Dentro c’è il palchetto per il lanciacori. Lo osserviamo con invidia. È tempo di giocarsela. E la curva, coperta, comincia ad urlare. La tettoia crea un bell’effetto d’insieme, e anche se sono in cento a cantare, si sentono. Eccome. Squadre in campo. Noi, poco avvezzi alle lingue, ci sforziamo di seguire le parole, ma sono i ritornelli quelli che intoniamo in blocco. Il Grenoble, in campo, ci mette l’anima. Una prova d’agonismo che ci coinvolge, acuita dal fatto che c’è finanche qualche giocatore senza nome dietro la maglia. Non professionisti. Poco alla volta ci appassioniamo, e quando il bolide da trenta metri incrocia il sette, esultiamo. Ha segnato un ragazzo che, ci dicono, è l’unico nativo di Grenoble, della banlieue. L’unico al quale si tributa un coro. Finisce il tempo, torniamo al bar. Il primo pronostico si è rivelato fondato. Ma la ripresa riserva altre sorprese. Il ragazzotto di Grenoble segna la sua personale doppietta, poi è il Digione a rifarsi sotto, a colpire una traversa, ad accorciare le distanze e fallire per poco il pari. È una partita divertente. I ragazzi ci omaggiano di uno striscione e un bel paio di cori. Noi ricambiamo, felici e convinti. E sul finale, una botta da fuori si insacca sotto l’incrocio. È il 3-1 risultato esatto. Ci guardiamo in faccia durante la ressa. Peccato che la signora del tabacchino ci abbia detto: “In Francia non si può giocare il risultato esatto”. Fischio finale e squadra sotto la curva. Pazienza, ci accontentiamo dei 60 euro incassati. Vorremmo dire: “Stasera offriamo noi un giro”, ma non ce lo permetterebbero. Così al pub irlandese dove passiamo la serata e parte della nottata (e dove la “sfortunata” Charlotte ha deciso di festeggiare proprio quella sera il suo compleanno!), siamo ancora ospiti. Ospiti allegri di questa realtà pulita e passionale, orgogliosa e giovane, che ci ha restituito un po’ di quell’entusiasmo che in patria, tra trasferte vietate, tessere-fedeltà e presidenti padroni, avevamo perso. Anche per questo, tanto di cappello al Red Kaos. Merci beaucoup. Davvero.

Ancora sulla Nuova Era (il giorno II della contestazione)

Le parole.

Sono pietre, si dice di solito. Sono importanti, diceva Nanni Moretti. Pazzi squinternati, scemi, scalmanati, delinquenti. Così ieri don Pasquale, nella pittoresca conferenza stampa del dopogara. Delinquenti. Il nodo gordiano: il passaggio progressivo, a piccoli scatti fugaci, minimalista, da un termine all’altro, in una progressione di significato che, nel’economia di un discorso fatto d’un fiato, sembra logica e consequenziale. E che invece nasconde la criminalizzazione di un insieme. Di cosa siamo accusati lo sanno tutti e l’abbiamo già ricapitolato a sufficienza: l’accensione di un petardo e di due fumogeni che hanno causato alla società la bellezza di 3.500 euro di multa dalla Lega. In pochi giorni convulsi, siamo arrivati ad essere delinquenti accusati di “atti di vandalismo”. Come se la nostra principale attività fosse quella di devastare auto, incendiare cassonetti, svaligiare negozi non per fame ma per sfregio. Delle due l’una: o i termini usati hanno ancora un senso, allora la coscienza pubblica dovrebbe insorgere a reclamare una ridefinizione, nonostante l’appeal del nuovo-vecchio imbonitore; oppure davvero il concetto di delinquenza universalmente riconosciuto si è esteso senza preavviso, giungendo a comprendere tutto quanto avversi il portafoglio di don Pasquale Casillo. Portafoglio dal quale prima o poi, ma è parere del tutto personale, tirerà fuori un coniglio.

I soldi.

L’alfa e l’omega di tutto. Anche di questo ha parlato. E tanto. Ha ammesso di non aver speso, al momento, ma ha garantito di poterlo fare. Come e quando vorrà. Nel frattempo, ha blaterato del credito infinito che rivendica dalla comunità. E la comunità gli si è stretta attorno per continuare a ringraziarlo, a baciargli i piedi come a certe statue di santi, fino a consumarsi. E nel giorno della contestazione, ha isolato gli ultrà con il colpo di teatro: l’annuncio della costruzione del nuovo stadio. Come chi, sotto di parecchie fiches di credibilità, rilancia alla cieca. Ha chiesto alla stampa, in sostanza, di diventare un sindacato giallo al suo servizio. E a giudicare dalla qualità del contraddittorio, ha fatto una richiesta futile. Superflua. A nessun giornalista locale è mai venuto in mente, fino ad oggi, di scavare sotto il manto di folklore che il ritorno di questo personaggio in Capitanata suscita, per scoprire i reali intenti e il cambiamento avvento nell’orbita amministrativa, economica e finanziaria di questa città sul lastrico, in conseguenza. Pensano al circo, i nostri giornalisti. C’è da scommettere che avrebbero continuato a farlo anche senza sollecitazioni padronali. La città in cui è tornato per – parole sue – rifare i soldi che gli sono stati rubati, è rapita. Sindrome di Stoccolma, direbbero i medici. In balia del proprio rapitore. Che, come certi prestigiatori che usano l’ipnosi, può permettersi di rovesciarle addosso qualunque improperio. Ottenendo in cambio un consenso assoluto, senza se e senza ma. Un’assenza di spirito critico, una foga umorale che è tipica degli appassionati di calcio. Ma che stona con tutto il resto, quando il nuovo signore usa il calcio per giungere ad innalzare cattedrali nel deserto.

La divisione.

Quando si dice, si diceva, “tutti uniti sotto una stessa bandiera”. Lo stadio, i settori popolari, come mitico agente affratellante: il ricco, il povero, il conservatore, il progressista, il colto, l’ignorante. Fianco a fianco. A sventolare la stessa bandiera. Culto retorico dei bei tempi andati. Strapaese. Ma un fondo di verità c’era. È innegabile. La Tessera, di cui mi sto stancando persino di parlare, ha divaricato il comune sentire. Errore di chi sottovaluta per indole non accorgersene sull’attimo. Del resto, quando si affronta una scelta di cittadinanza che avrebbe richiesto le barricate per strada, con il piglio e la leggerezza di chi sceglie un film da Blockbuster, è inevitabile. Adesso è tardi. E quanto visto ieri sugli spalti dello “Zaccheria”, con interi settori che invitavano gli ultras ad andarsene fuori dalle scatole, come fossero l’unica nota dissonante di un idillio per musica e testo, non è che l’inevitabile conseguenza della frattura consumata a luglio. La gente ama i portatori di sogni, che troppe volte coincidono coi venditori di fumo. E la gente degli stadi è la stessa delle urne elettorali. I realisti che si oppongono sono accusati di disfattismo, di essere dei cronici piantagrane. E vengono ignorati, minimizzati, invitati ad accomodarsi lontano dai maestri della New Age. “Si sta realizzando un grande progetto”, dice il pulcinella capopopolo. E, siccome di ogni rosa si immagina il profumo ma non le spine, nel dubbio è meglio bandire gli scettici. Poco conta dire a questa piazza che la realtà parla la lingua dell’inganno. A quelli che gridavano “Fuori! Fuori!” o facevano gestacci poco ne cale. Vogliono sognare con don Pasquale, sognare il sogno di don Pasquale. E si schierano con lui anche quando devono sborsare 30 euro per una gradinata, 15 per una curva; anche quando denuncia e diffida, quando licenzia e offende. È il prezzo da pagare. Il tributo al sogno di tornare grandi. A noi non rimane che aprire gli occhi e considerare i fatti per quelli che sono: non esiste l’unica grande fede che affratella l’ultras e il tifoso, il ricco e il povero. Esistiamo noi, la nostra minoranza assediata (da Maroni, dal patron e dal comune sentire dei cittadini “per bene”). Ed esiste il resto, col proprio approccio alla domenica sportiva. E tra noi e loro, la trincea.

Nota bene per il prossimo futuro.

Nessuno si permetta di accusare noi, il nostro modo oltranzista di amare questa maglia. Perché servirebbe solo da alibi. Gli dei da ringraziare per lo schifo vissuto ieri sono altrove. E non serve alzare il polverone della civiltà da imparare o della dietrologia a buon mercato. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. Che quando lo stadio non sarà che un mortorio organizzato, una sala da thé all’aperto, una banca dati vivente di aspiranti all’autopsia, non potrete fare altro che rimpiangere i bei tempi della mitologia classica. E magari approfittarne per farvi un esamino di coscienza e comprendere di quanti ossequiosi si è lastricato il sentiero che porta all’ormai prossima, e quasi attesa, scomparsa del tifo.

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