15/02/11

Nota sul divieto carnevalesco

E ti scoraggi. Pensi che era tutto pronto. Il furgone, le bandiere, le uscite autostradali. Gli svincoli dove incontrare gli amici, i nostri moderni emigranti. Da Bologna, da Roma. L’adrenalina sottopelle, quella dei chilometri, dell’abitacolo carico di fumo e urla, di discorsi sovrapposti e spezzettati, di Borghetti nei bicchierini di plastica in plastica planata da una fila all’altra, che cade sui pantaloni di quello che sta avanti. E le bestemmie. La musica, i giornali spiegazzati, i panini, l’autogrill. Non vedevo l’ora, mi dicevo, e non stavo davvero nella pelle. Come quella volta prima di Ancona in treno speciale. Come quel quindicenne che ero. Ma come può una Viareggio qualsiasi paragonarsi alla Napoli del 3-3, quando eravamo in A?, mi dicevo, fino a dieci minuti fa. E mi rispondevo che nella vita non sempre bisogna cercare risposte. Ieri Antonio me lo accennava per gioco: “Vedrai che vi vietano pure questa. Domani si riunisce l’Osservatorio”, ed io, sulle note di Battiato, rispondevo con ostentata sicumera (ma chi cazzo me la da poi sta sicurezza a me quando rispondo?) che l’Osservatorio si riunisce il giovedì, che questa volta ha già trattato lo spinoso caso di Esperia Viareggio-Foggia, in programma sabato, e proprio non ha trovato appigli per vietarcela. Poi è giunto l’essemmesse. Divieto di vendita ai residenti in Puglia. L’ha deciso il Prefetto di Lucca. E ti scoraggi. Ti cadono le braccia. L’adrenalina che sentivi (per una trasferta di merda, va detto) si trasforma in rabbia e scoramento. Vorresti mandare tutti al diavolo. Ma ti dici che bisogna razionalizzare. Scrivere, magari, per chi non leggerà. O chi, pur leggendo, non capirà. Seguiterà a non voler capire. Che la battaglia contro la Tessera è una battaglia di cittadinanza. Di libertà. Non solo il folkloristico tentativo di continuare, imperterriti, nella pratica di violare altri stadi. E la tranquillità della gente perbene, che per sua natura non sa, non vuole sapere.
C’è della perversione. Dell’accanimento.
Il fantoccio del Casms – Osservatorio o come diamine lo si voglia chiamare – strumento fittizio del Ministero degli Interni, come primo stadio di un processo repressivo. Vincolante solo nel propinare divieti. In caso contrario, ovvero quando neppure questo manichino storpio ravvede motivi d’ostacolare la libera gita fuori porta dei manipoli di cittadini italiani che intendono mettersi in marcia per seguire la propria squadra, subentrano le burocrazie locali.
E al burocrate, al prefetto, al questore, una vocina dissennata chiede se per caso, quella domenica (o quel sabato) ha voglia, genio di lavorare. Cosa risponderebbe un pizzaiolo chiamato a fare gli straordinari? Cosa un muratore al cantiere? Solo che pizzaioli e muratori vanno verso lo straordinario obbligatorio, e non possono permettersi di blaterare rifiuti, mentre questi servi dello Stato titolati possono permettersi il lusso – il decreto Maroni glielo concede, come se non avessero già abbastanza privilegi – di piazzarsi una mano sulla pancia, in luogo della coscienza, e dire che no, questo sabato non ci tengono proprio a schierare i propri dieci uomini in divisa per sorvegliare l’invasione di cento foggiani. Neppure nella città che sta per ospitare il Carnevale. Il lusso di respingere il lavoro che hanno scelto di fare. Quello per cui le tasse di questo popolo ottuso garantiscono lo stipendio mensile.
Facile il trucco. Perverso, deviato, eppure così banale.
A noi resta la rabbia. Una rabbia senza parole. Senza sponde, senza tutele. Circondati da individui lobotomizzati che, senza comprendere, continuano a salmodiare: “E fatevi la tessera!”.
L’abbiamo voluto noi questo isolamento? Forse, non discuto. Ed è il dramma di non riuscire a comunicare, fuori dalla cerchia dei tuoi, dall’abitacolo di quel furgone fumoso e rumoroso, il senso di mutilazione che si prova. Certo, dirà qualcuno, non sono questi i fatti seri. Appunto, allora convenite con me che questo accanimento non ha motivo d’esistere?
La passione. Quella pura, disinteressata, che ti porta a spendere tempo, soldi, voce. A sottrarre attenzione al resto. Sporcata da giochi di potere che con noi non hanno nulla a che fare. E il nostro patron? Il nostro addetto stampa che alza le alza i cartelli delle sostituzioni e, a comando, bacchetta la Juve Stabia e la sua dirigenza? Perché tacciono? Perché, difensori virtuali del calcio etico e sottocosto, non alzano la voce per dire che è una ingiustizia, di più, che è una merdata vera e propria quella che stanno compiendo sugli ultras del Foggia? Quella che costringe la squadra a giocare senza sostegno, mentre – buon per loro, per carità – ad altri è ancora permesso godersi il brivido minore delle passeggiate e dei cori? Una vendetta, premeditata, preordinata, contro quei duecento rompicoglioni che non sono corsi ai botteghini per barattare la propria dignità col sogno di una nuova Zemanlandia. Ecco cos’è. Perché non è normale – non lo è affatto – che Lucca, piuttosto che Pisa, piuttosto che Foligno, vengano individuate – con settimane d’anticipo! – come trasferte “ad alto rischio”? E dove sarebbe il rischio? Nella nostra presenza? Andate tutti a fare in culo!, questo verrebbe da dire, razionalità o meno. Ma in questi frangenti la necessità della lotta si fa ancora più pressante. Come l’adrenalina di cui sopra. Si stanno prendendo un abuso per piegarci, questi infami. Io scommetto ancora, oggi, che non ce la faranno. Ma ci quotano alto.

07/02/11

Neanche Arafat

Domenica 6 febbraio, Foggia-Barletta 0-2

Li ho visti. Perché ero lì. A pezzi, ma ero lì. Con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo scomposto, distratto da quei trenta tesserati con le sciarpe biancorosse. Che nel settore deserto saltano, cantano, e più li guardo più mi sembrano pesci in un acquario. Ad amplificare il senso di surreale, di onirico. Sono le quattro passate di un pomeriggio già primaverile. Il Barletta ha appena espugnato lo “Zaccheria”. Per la prima volta nella storia. Per quel che vale. Per la prima volta nella nostra. Ed è diverso.
Mesi. Interi mesi spesi a parlare della bellezza di riavere Zeman e rifondare Zemanlandia; a vantarsi coi vicini di banco delle meraviglie della zona totale e della gioventù al potere; di questi giovanotti volenterosi e talentuosi, prestati a costo zero da società intuitive felici di valorizzare i propri campioncini alla corte del Boemo; della lungimiranza di Casillo, del suo brutale abbassamento dei costi. A malcelare orgoglio nell’affermare che sono stati spesi solo 10mila euro per confezionare la rosa. Ad innalzare agli altari il 3-3 del “Flaminio” o i cinque gol rifilati al Lanciano. A giustificare ogni errore – tattico e tecnico – attribuendolo all’inesperienza degli esecutori materiali, alla rigida stagione invernale e comunque contando sulla mitologica mano taumaturgica del Maestro. A rinverdire i fasti dell’anti-passione ciarlando, contro natura, di un folle divertimento anche quando si perde.
Ed ecco i risultati.
Una squadraccia orrenda, di trentenni scafati, cattivi, provocatori, messa bene in campo da un tecnico altrettanto fuori moda e lontano dai riflettori, a cui nessuno pensa di chiedere dell’esperienza di Mourinho a Madrid o di Prandelli in nazionale, che si impone 2-0, ottimizzando due calci da fermo e speculando sul contropiede.
Era già accaduto, con il Siracusa del rimpianto e silenzioso Ugolotti.
È successo ancora. Ma stavolta l’avversario ha un nome che rievoca il più antico, sentito, sanguigno derby della nostra gente. Il derby dell’Ofanto. E non è la stessa cosa. Da che calcio è calcio.
Non sono bastati gli incitamenti personalizzati, in settimana. Non è bastato far comprendere a questi ventenni, che tentano di mettersi in mostra per tornare a Napoli o a Milano, che questa partita non valeva quanto le altre. Men che meno l’avrà capito il vecchio in panca, la cui filosofia di vita e di gioco esclude i palpiti della vena arteriosa, l’adrenalina, il pathos che spezza il fiato.
E al triplice fischio, con quei trenta pesci a saltellare e la squadraccia sotto il settore ospiti, i nostri si sono rivelati per quello che sono. Li ho visti. A centrocampo, guardarsi in faccia con la metà della passione che ci mettiamo noi a calcetto, con un terzo della disperazione di una sconfitta alla playstation, decidere unilateralmente di venire a salutare la curva. Come se niente fosse. Come se bastasse battersi il petto e agitare la manina per lavare l’onta. Figli della nuova generazione, per cui una partita di calcio non è altro che un diversivo tecnico, ignari della nostra rappresentazione della battaglia. Finanche offensivi, superbi nel non volerlo apprendere.
Un boato. Disumano, scomposto, gutturale. Questo ho sentito. Ed è stato il coro più meritevole di una intera domenica passata a dover sfoderare ricordi per innalzare canzoni al cielo. Hanno fatto un passo indietro, quegli undici signorini. Costernati, increduli. Non era questa la piazza che avrebbe dovuto tutelarli come pulcini, sempre e comunque? E il mister? Non avrebbe dovuto schermarli da ogni critica? A pensarci: sono un inno vivente alla mancata voglia di crescere, di affrontare il mondo come si deve, di diventare uomini.
E si che attorno a noi c’era gente serena, pacata, anche al secondo vantaggio barlettano. “Vedrai che adesso vinciamo 4-2”. O quelli che, contro ogni evidenza, continuavano a difenderli, i pulcini viziati. Ma con una squadra di ventenni ti fai il torneo di Viareggio, non la C1. Dove in ballo ci sono le coronarie. E la dignità. 2-0 contro il Barletta allo “Zaccheria”. Non era stato accettato di buon grado neppure in Coppa Italia, due anni fa. E adesso? Quei bamboccioni, ai quali qualcuno ha raccontato della favola bella di una piazza religiosamente adorante, che accetta il circo equestre senza battere ciglio, provano ad andare sotto la Tribuna est. Nuovo boato. Nuova defenestrazione. Che dirà il mister? Che se non vede passione può anche andarsene? Uno con la squadra al settimo posto, che non fa valere il fattore campo in una città abituata a percepirsi come fortino, cosa pensa in questi frangenti? Cosa passa nel cervello di uno che, se si fosse chiamato Novelli o Pecchia, avrebbe dovuto chiedere la scorta come Saviano? Anche Arafat è stato contestato dai palestinesi, alla fine. Ed è stato più umile. E Zeman, possiamo ben dirlo (almeno questo), non è Arafat. E il patron? Cosa dirà il patron? Che siamo balordi distruttivi che non vogliono il bene di questa squadra? Lui, il rabdomante che ha trovato qui da noi la vena perpetua, che può speculare sul caro-biglietti senza che nessuno alzi la voce, che non ha mai pensato di mettere mano al portafogli per attrezzare una squadra capace non dico di vincere il campionato, ma per lo meno di regalarci il derby casalingo contro la terzultima in classifica. Lui, che all’Ariston – da gradasso – tuonò della serie A in due anni, davanti ad un pubblico anestetizzato e completamente inebetito da una variante dauna della sindrome di Stoccolma.
Adesso giocano agli offesi, quando meriterebbero d’essere cacciati a calci nel deretano.
Anche questa è ironia.
Per quanto mi riguarda, ora quella squadra può battere la Nocerina e sommergere di reti l’Atletico Roma. Ha perso il derby senza combattere. Il mio campionato è macchiato. Il mio campionato è finito.

25/01/11

BASTA TESSERA! Liberi gli ultras, liberi tutti!

Il fallimento del decreto Maroni è sotto gli occhi di tutti.

Ogni domenica stadi sempre più vuoti, curve sempre meno colorate, confusione nei settori “misti” e repressione. Quella che era cominciata come una schedatura di massa per contrastare “la violenza”, si sta rivelando per quello che è: un affare per le banche e la morte della passione calcistica per come la conosciamo.

Ci stiamo abituando a convivere coi divieti. Divieto di portare bandiere non autorizzate, striscioni, torce, fumogeni. Divieto di trasferta. Ormai seguire la propria squadra è diventato più difficile di un terno al lotto.

In più, la proposta di allargare il provvedimento di diffida (daspo) anche ai manifestanti, dimostra che avevamo ragione quando dicevamo “Oggi per gli ultrà, domani per tutta la città”. Stanno restringendo paurosamente i nostri diritti di cittadinanza. Ci vogliono muti e obbedienti. Allo stadio come nelle strade. Ci vogliono a casa, davanti alla tv, e per questo limitano i nostri movimenti, la nostra voglia di aggregazione, la socialità, le nostre passioni.

Ma non è ancora troppo tardi. Abbiamo ancora tanto da dire. E dobbiamo farlo in fretta.

La libertà non riguarda solo gli ultras. Riguarda tutti.

Facciamoci sentire.

No alla Tessera del tifoso!

Pensierino della sera su tesserati, libertà di scelta e cose serie

Vittime e fautori di un frainteso senso d’esasperata libertà, i tesserati si trincerano dietro una presunta Scelta (con la maiuscola) per invocare un impalpabile rispetto delle opinioni di tutti.
La tessera diventa ai loro occhi – o coi loro occhi tentano di farcela diventare – un baluardo del relativismo. Non esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, esiste il singolo, con le sue motivate decisioni; ed esiste il contesto, personale e sociale, che porta, affretta, sancisce decisioni.
Ogni vita fa il suo corso. Ogni corso va rispettato.
È strano e originale questo modo di ragionare, di approcciarsi al tema.
Non foss’altro, perché la libertà di scelta è, tra i falsi miti, uno dei più falsi.
Il commerciante non è libero di viversi la sua bottega uscendo dal mercato; il vignaiolo non è libero di prodursi il suo vino; il fumatore indigente non è libero di comprarsi due pacchetti di Lucky strike al giorno. Discutere di libertà, di scelta e di opportunità, è uno dei modi di fare accademia. Di perdere tempo. Inutile sbatterci la testa.
L’unica libertà brilla nel rifiuto. Nel consapevole rifiuto che rasenta il baratro. Nell’accettazione delle conseguenze di un “no”.
Altro che.

A Mirafiori il ricatto, caratteristica irrinunciabile e discriminante della nostra società, era ben più corposo. In ballo c’era la sopravvivenza. Del proprio lavoro, della propria famiglia, delle proprie convinzioni. Il “si” al cappio brandito da Marchionne – è parere comune – non era depositario di un briciolo di libertà. Nelle interviste, gli operai piegati ripetevano: “Non c’è scelta”. Come una salmodia, che li aveva spersonalizzati. L’assenso dinanzi ad un ricatto non è libertà, ma il suo opposto. E nonostante ciò, il 48% delle tute blu ha rifiutato. Ha rigettato la proposta offensiva del manager della Fiat, e si è ripresa la propria dignità, negando – di fatto – di barattarla con un posto di lavoro.
“Pensate ai fatti seri”, ci gridano appresso da mesi quelli che non comprendono il nostro sbraitare contro il decreto Maroni e le sue imposizioni.
Ed hanno ragione. In una scala valoriale, in un simile scenario di fiamme precarie, le nostre intemperanze verbali sulla questione devono apparire assai modeste. Finanche irritanti.
Ma l’uomo, si sa, non è mai così serio come quando gioca.

E se vuoi comprendere un uomo, devi vedere come gioca. Quanta passione investe in un semplice torneo di bocce; quanto sprezzo del rischio nel mettere a repentaglio una caviglia per una sfida tra scapoli e ammogliati; quanta grinta nel correre, da cinquantacinquenne, la maratona cittadina. Il gioco è la spia del carattere umano.
Non consiglieri mai a mia figlia uno che in campo non sia disposto a perdere niente. Perché chi non è capace di mettersi in gioco seriamente, nella vita “seria” farà lo stesso. Elevando a potenza la propria viltà, il proprio narcisismo vuoto, il proprio terzismo indifferente.
In altri termini: se sei corso a farti la Tessera di Maroni, sei un essere talmente poco etico che a Mirafiori non solo avresti votato come Marchionne, ma gli avresti fatto la campagna elettorale; e nella mia vita non voglio gente come te accanto.

09/01/11

Invidia e antibiotici

Domenica 9 gennaio, Lucchese-Foggia 4-2

Mal di schiena dorsale. L’Oki, mi dicono, è blando. Troppo blando. Così un paio di Peroni non aggiungono niente. E niente tolgono. All’inefficacia. “Prova col Brufen, che è più adatto”. Butto giù la compressa e lascio perdere il vino di produzione. Alle 14,30 il totale del “Porta Elisa” di Lucca appare sugli schermi del canale satellitare libero. La curva sulla destra è quella dei tesserati. Il settore ospiti. Li vedo. E sogno. Un viaggio tormentato nella mia psiche. Li guardo e penso che da un momento all’altro da quella porta entrerà qualcuno con un’aggraziata bottiglia di Lagavulin o Laphroaig e gioisamente strillonerà: “Whiskey scozzese per tutti!”. Ed io, che ho preso il Brufen, dovrò glissare, restarmene in disparte mentre gli altri ci danno dentro. Che per loro quello o il vino da 2 euro al litro pari sono. Un incubo esistenziale. Perché è così che mi sento mentre guardo quei trenta e le loro scarne bandierine in quel settore deserto. Un forzato alla Cayenna. Poi arrivano le salsicce e le melanzane grigliate, che anche oggi l’abbiamo svoltata a barbecue. Come se niente fosse, oramai. E lo sguardo plana sui piatti per rialzarsi solo occasionalmente sullo schermo. La Lucchese attacca sotto quel settore. E non posso che domandarmi perché siano così sfilacciati. A gruppi di due, tre elementi al massimo, rigorosamente separati gli uni dagli altri, come se ogni micro-comunità avesse attorno l’alone dello spot dell’Aids. Scaglionati, tanto che si potrebbero distinguere i componenti delle singole macchine parcheggiate fuori. Una domanda assurda mi pervade, e sembra più importante del Foggia che prende l’uno a zero, pareggia, prende il secondo e sbaglia il rigore. Ma perché non fanno amicizia? Sono seimila e passa i tesserati al plebiscito pro-Zeman di questa città. Dopo Pisa, Nocera e Castellammare, oramai si è capito che solo quei 25-30 hanno tenuto fede al mottetto estivo del Mi tessero perché voglio seguire il Foggia anche in trasferta. Ma non sarebbe il caso, per loro, di rompere il ghiaccio, la reciproca timidezza, e fare il primo passo? Il calcio è aggregazione. E questi mi sembrano degli scolaretti alle prese con le prime feste in maschera, quando tutti i maschietti di schierano di schiena ad una parete e tutte le femminucce nel cantone opposto del soggiorno. Che le mamme di costoro raccomandino ai figli di non dare confidenza agli sconosciuti? Che siano tutti lungodegenti fuggiti dal reparto di malattie infettive del Riuniti? Che altrimenti non ci vuole mica tanto a socializzare. Poi realizzo: guardano la partita. Per loro il vicino è un optional. Un orpello fungibile, che c’è o non c’è non fa poi tutta sta differenza. Mi chiedo: ma io avrei mai fatto anche solo 15 chilometri prescindendo dalla compagnia, dal viaggio e dal pensiero del casino che si farà sugli spalti? Assolutamente no, mi rispondo in un attimo. E torno a schiacciare il limone sulla carne, mentre il Foggia incassa il terzo, fa il secondo, prende il quarto e perde.

Siamo diversi, ma per sapere questo non c’era bisogno di giungere alla seconda del girone di ritorno. E non si tratta di gerarchie assurde, di chi è più o chi meno tifoso, di chi soffre più e di chi soffre meno. E neppure mi va di tirare fuori dal cassetto quell’abusato termine che è Ultras, per dire tutto e non dire niente. Qui si tratta di tristezza. Perché a me quelli lì sopra mi fanno tristezza. E rabbia. E invidia, come i bevitori di whiskey dei miei incubi antibiotici ed antinfiammatori. Sarà che ci siamo assuefatti: tra un paio di giorni si degneranno di comunicarci che anche a Foligno non potremo andarci, e ci guarderemo in faccia con lo stesso stupore senza fine, ma senza ancora deciderci a mandare tutti a quel paese. Quelli che hanno svuotato gli stadi e quelli che limitano ai residenti l’acquisto dei tagliandi; quelli che giocano alle 12:30 e quelli che si sono resi irrimediabilmente complici del grande inganno della sicurezza in cambio della libertà. Eppure ne parlavamo ieri sera, ancora una volta scorrendo le foto del passato. Ne parlavamo con degli amici. Ci chiedevano della Tessera, certo, ma anche del meccanismo del Daspo. E leggere sui loro volti lo stesso stupore amplificato, mi ha dato un brivido anomalo: è strano parlare di sé stessi come di un panda del WWF, o di una cavia. Talmente abituati anche a questo da aver dimenticato l’originaria mostruosità del decreto Maroni. Ma oggi mi sento positivo. Cambierà qualcosa, probabilmente sta già cambiando, come quando sotto la crosta il pianeta progetta le sue metamorfosi. Perché mi sfilano davanti le immagini invernali e quelle primaverili, il furgone nelle piazze di paese, i bar, i parcheggi per gli ospiti, gli autogrill. E mi rifiuto, con l’ostinazione di chi combatte l’evidenza e la ragione, di credere che la mia passione sia definitivamente delegata a quei trenta tristi elementi. E alle loro sciapite bandiere. Che mi fanno rabbia ed invidia. Anche se l’invidia non è di quelle che potranno mai spingermi a fare cambio.

30/12/10

Consuntivo malinconico

Mio padre mi sorride complice, dall’altro lato del tavolo: “Hai visto Fratena?”. Usa lo stesso tono con cui, da bambino, mi chiedeva retoricamente: “Meh, sei contento mo?”. Quando dava per scontato che lo fossi.
Il giro sulle macchine a scontro della villa.
Il grande sogno domenicale mio e di mio cugino Guido.
Alla fine della giostra, ritornato sulla terra, la voce di mio padre incombeva implacabile: “Meh, sei contento mo?”. Era un’apertura, certo, ma soprattutto una chiusura di credito. Della serie: hai fatto quello che volevi, adesso ti spegni. E non rompi le palle con ‘sti capricci da fighetto. Capisco l’antifona di allora.
Nel presente di questo pranzo non so come interpretarlo. “Hai visto Fratena?”, “Sei contento mo?”. “La smetti di rompere una buona volta?”. Fabio Fratena, il Buitre di Capitanata, il nostro numero 7 negli anni che furono. Negli anni eroici. L’unico idolo che abbia mai avuto.
Si, certo, cerco di cancellare l’infatuazione – che era mia ed era collettiva, a parziale discolpa – per quell’essere immondo che risponde al nome di Beppe Signori. È rossonero, cantavamo come degli idioti all’Olimpico, mentre quello ci pugnalava alle spalle ed esultava sotto la Nord. Basta, finito, cancellato. Mi dissi, in un amen. Fabio Fratena, il biondo, non l’avrebbe mai fatto. Altra tempra di persona, altro calcio.
Finì la sua carriera in un sabato di Pasqua, in quel di Caserta. Tornò da nobile comparsa nella prima serie B di Zeman, quella con la Pasta Delverde sulle maglie. A godersi un traguardo che più di ogni altro aveva meritato. È tornato ancora nell’intervallo di Foggia-Cavese, insieme ad altri ex, appositamente per festeggiare i 90 anni dell’Unione Sportiva.
Mio padre mi sorride. “Insomma, hai visto Fratena?”. È come riportare indietro gli orologi, riscoprire tra le nostre strade differenti e reciprocamente incomprensibili – i diversi, opposti modi di essere tifosi di una squadra, di una maglia – un preciso punto in comune, quella scintilla primordiale di complicità che ci rende, nonostante tutto, simili. A me non viene da ricambiare il sorriso. E non certo perché non voglia anch’io sentirmi parte di quel tutto. Non sono mica uno snob. Si, papà è un tifoso da salotto, ormai, capace di ingoiarsi d’un fiato le tre ore di insulsa diretta di Telefoggia, le cronache di Mario Schena su Teleblu, finanche la replica delle nove e mezza, e poi Baldassarre, Marsico, quello di Gercap. Ma di tornare allo stadio, no, non vuol saperne. Io ho le mie chiacchiere da ultrà. Le trasferte, i chilometri, i cori, senza saper riconoscere i giocatori, né volerlo; non ricordando interi quarti d’ora di partita. A volte, allo stadio, mi capita di concentrarmi su quanto avviene in campo. Di concentrarmi sul serio, come quando si studia Storia Bizantina. In quei minuti, decido che devo avere un’impressione, un parere, che mi servirà a dimostrare a mio padre che seguo, partecipo, comprendo. È un’usanza antica, di quelle che si trascinano compulsivamente. Come l’abitudine di ricordare a memoria i numeri estratti sulla ruota di Bari per dettarli poi a nonno Antonio, in un’epoca pre-Televideo. E quando mi accorsi che continuavo a farlo anche anni dopo che nonno se n’era andato, mi spaventai dinanzi alle certezze del cervello, inossidabili nonostante le perdite del presente.
Ma stiamo divagando.
Tornando sul punto: no, avrei voluto rispondere, non ho visto Fratena. Non ho neppure fatto caso che ci fosse. Ero giù, alla ricerca di un liquore clandestino, e mi sono compiaciuto quando ho sentito esplodere una cipolla, da qualche parte. Sotto l’albero c’è una multa in più, continuavo a cantare con gli altri. Indicavo la tribuna, dove immaginavo con soddisfazione il masticamento amaro di Pasquale Casillo. E gli altri spettatori della curva ci puntavano, ci chiedevano di smetterla con quelle canzonacce, che così stavamo rovinando tutto. Gridavano “Zeman Zeman” come a esorcizzare la nostra stessa presenza, ma senza gli ultras nessun coro può ambire a durare. E l’altoparlante della tribuna gracchiava qualcosa. No, non ho sentito il nome di Fabio Fratena. Non ne ho sentito nessuno. Perché a un certo punto è nato il solito faccia a faccia. Quei tifosi che di lato ci insultavano, perché la contestazione alla dirigenza, i cori contro Maroni e la Tessera, dal loro punto di vista, stavano stravolgendo le abitudini dello Zaccheria, rendendolo di botto un serbatoio di tensioni inesplose. E non quel catino infernale che dovrebbe essere. Anche nel giorno della gran festa. E, probabilmente mentre il mio idolo sfilava a centrocampo, io attaccavo a testa bassa.
Il solito concetto, ripetuto nei mesi fino a perdere ogni pretesa d’immanenza: caro il mio tesserato, quando Casillo ti ha ricattato promettendoti un posto di curva in cambio di una schedatura, sapevi benissimo a cosa andavi incontro. Quando hai risposto di “si” al sondaggio anti-ultras di Maroni, sapevi che ci avresti inferto un colpo probabilmente mortale. Ora che vuoi? Perché vorresti che sospendessimo tutto, che soffocassimo noi stessi, per il bene dei giocatori, dell’allenatore famoso e della dirigenza? E gli sguardi si fanno astiosi, perplessi. Divisi. Come gli abitanti di Berlino negli anni Sessanta, da un muro invisibile.
Un po’ come con mio padre, a cui non so spiegare perché non ho visto Fratena e no, non sono affatto contento mo. Ci hanno gridato “Fuori! Fuori!”. Siamo il sale di troppo che guasta la minestra. Altro che scintilla primordiale, altro che spirito comune, altro che complicità, parti differenti del tutto. Maroni, Casillo, chi per loro, hanno smascherato l’indole di questa gente. E mi hanno tolto quel gusto di sentirmi uno della comunità. Quella forza che oltrepassa i ruoli che ci siamo scelti. La foggianità, che poi a Natale sembra ancora più evidente, quasi lampante. Ora è la diffidenza a farla da padrone, mista all’entusiasmo artefatto di una piazza ansiosa di rivivere i fasti del passato. A prezzo d’estinzione. Siamo stati sfortunati.
Ma certe volte, non lo nego, vorrei tornare a quelle domeniche di fine anni Ottanta, quando a casa di nonna si parlava della partita. E ne parlava Nicola, che era un ultrà ed era stato a Licata e a Giarre, ma anche papà, il ragazzo di Paola, zia Anna, che era una semplice osservatrice. Pezzi diversi di un ingranaggio collettivo, che era la passione per la maglia, per la città, prima che Maglia e Città prendessero la maiuscola e fossero convertite in codice. Ecco. Avrei voluto rispondere a mio padre: “Certo che l’ho visto Fabio Fratena”. E risentirmi bambino, per l’intero spazio della risposta. Invece di ammettere a me stesso che qualcosa si è rotto. E difficilmente riusciremo a farlo riparare.

Il Libro