03/09/08

Allo stadio con l'infradito

di Mr.Stramy

L’ha già detto Lob2, domenica mattina gli ho inviato un sms in cui mi dichiaravo emozionato, ma al tempo stesso pronto alla contestazione. Lob 1 e 2 in casa con il Barletta non c’erano, beati loro. Perdere per me significherebbe la seconda sconfitta consecutiva. Provo a convicermi che in campionato è diverso, in fondo son passati 20 giorni e la squadra avrà sicuramente assimilato meglio gli schemi del mister. La domenica mattina è sempre stata bella, quando giochi in casa lo è ancor di più, alla prima poi non ne parliamo proprio. E’ come portar un bambino alle giostre e dirgli “Va a papà ci vediamo quando sei stanco”. Colazione, biglietti delle scommesse, Cocozza e pranzo veloce.

Fatal Cremona. E’ li che ci siamo lasciati. Al post di Lob1. Credo uno dei pezzi più belli che io abbia mai letto (si, leggo molto poco), che mette i brividi e se trattieni le lacrime lo fai solo per autoconvincerti che un altro anno di C1 alla fine non sia poi così catastrofico. Un articolo che è un’opera d’arte, potrebbero metterlo a Firenze agli Uffizi. Per rimanere in tema, quindi calcisticamente parlando, è una perla tipo il gol di Baggio nel Brescia al Delle Alpi contro i gobbi.. Sono stato anche a Paternò in finale, però non so, quella sconfitta bruciò di meno, forse perché durante la partita non si aveva mai avuto il presentimento di poterla vincere. Oggi si ricomincia ma onestamente, con che stato d’animo? Mi sembra che le squadre allo Zini debbano ancora rientrare dagli spogliatoi porca Juve.

“Ma che vai allo stadio con l’infradito? Se ti pestano i piedi dopo il gol?” Sono state le domande che mi ha fatto mio fratello mentre lui si sedeva a tavola ed io scendevo sciarpetta in vita. Ecco, si vede che mio fratello non va allo stadio da parecchio tempo. O meglio l’ultima non fa conto visto che è stata una negli ultimi 10 anni e non a caso quella dello scorso anno contro l’Avellino. Poveretto, se l’è rovinata pure. Tutti gli amici quando lo vedevano gli chiedevano o urlavano se avesse una cartina. “Oh hai una cartina?” “Oh vieni a fumare” “Oh, che mo sei diventato un bravo ragazzo?” Nessuno dei suoi presunti amici è riuscito a cogliere le smorfie di mio fratello. Lui avrebbe anche fumato, ma non davanti a papà…

Infradito quindi, stile scampagnata, stile “pasquetta”. Come quando mia madre mi chiede di andar giù a comprare il pane. In sfida alla squadra. Sento che devo esser conquistato. Mi è quasi dovuto. Io ho già dato, adesso tocca a voi. O forse è un’altra cavolata. Quei colori potrebbero chiedermi qualunque cosa….

Prima che gli Uffizi ci chiedono l’opera d’arte, se ancora non l’avete letta:

01/09/08

Mario c’è

di Lobanowski 1

E’ lunedì, sfoglio i tabellini delle partite sulla rosea. Lo faccio da sempre. Nel girone B della seconda divisione la media spettatori è di 400 unità, a voler essere buoni. Punte massime di 600 e minime di 150. Altra cosa il girone C, e poi a Cosenza 6mila spettatori. Vabbé, restano sempre una grande piazza, che ha fame di calcio dopo anni tra i dilettanti. Ma scopro che a Cesena, non proprio la Boca della Riviera, hanno fatto 4mila abbonati. E vengono da una retrocessione dalla B. Forse se abiti nella grassa e un tempo rossa Emilia Romagna, la vita ti da altro e vivi le disgrazie del calcio con spirito diverso. Non lo saprà mai, inutile arrovellarsi attorno al dilemma.

A Perugia, dove già avevano una buona squadra e ci hanno aggiunto dell’altro, gli abbonati sono oltre 2mila. E’ vero, partono a detta degli esperti per vincere il campionato, ma non è che loro lo scorso anno non abbiano fatto indigestione di rospi. Quasi grossi come i nostri. Vinci la semifinale play off 3 a 1 in casa, ti illudi, poi perdi 2 a 0 al ritorno. Ad Ancona. Addirittura nell’umida Venezia gli abbonati sono circa 1.700. Quanto i nostri. Pesano i dieci anni di delusioni che abbiamo alle spalle, però m’aspettavo qualche tessera in più. Per atto di fede e pertanto insindacabile. Così come m’aspettavo più gente ieri allo stadio.

Che faceva caldo l’hanno già detto. Che un motivo per divertirsi in curva ieri l’abbiamo trovato, anche. Perché non è che dal campo arrivassero chissà quali emozioni forti. Certo, rivedere Mario con la sua maglia rossonera numero 10 è stato un piacere. E vederlo dribblare tra una schiera di difensori, con una condizione ancora approssimativa, lascia ben sperare per il futuro. Anche perché l’ipotesi che al suo fianco si possa schierare Del Core prende corpo. Il calciomercato chiude e l’attaccante di Bari Vecchia pare non avere richieste.

Mr Stramy m’ha preso per il culo quando un affondo sulla destra di Troianello, nel primo tempo, ha fatto capolinea in una zolla di fango e sabbia dell’ex prato dello Zaccheria. “Com’è la storia che chi segna in serie D e in C2 segna anche in C1?”, m’ha chiesto. Lo scugnizzo delle interviste impossibili, che ho idealmente schierato nel personalissimo Fantacalcio di prima divisione, m’ha ripagato. E sono certo che anche Mr Stramy era contento. Di tiri come quello finito ieri nella rete ne abbiamo visti tanti, negli anni. Quasi tutti colpire il campanile di San Giuseppe Artigiano.

Un abbozzo, esagerando azzarderei un progetto di squadra, dico che ieri s’è visto. Mettendoci tutto e di più come alibi per una partitaccia: forma fisica da raggiungere, squadre nuove per molte unità, schemi da apprendere, caldo, terreno indecente, Potenza schierato come le truppe italiane sull’Adamello nella Grande Guerra. Lanci lunghi a parte, Salgado ha fatto vedere che di spalle alla porta si sa muovere. Che quando si prova a giocare sulle fasce abbiamo gente che sa sovrapporsi, saltare l’uomo. Che non puoi non avere fiducia in un centrocampo che schiera Pecchia, Mancino e Coletti. Per la gara col Barletta ero in altri lidi, ma m’hanno spaventato parlandomi di una squadra che giocava con la difesa altissima. Ebbene, ieri nemmeno un tentativo di fuorigioco, nonostante il Potenza lasciasse avanti un solo uomo.

Rinaldi per un po’ ha fatto il peggior Rinaldi (e Novelli l’ha messo fuori. Così si fa…). Zanetti di marcare uno grosso come Bazzani forse non ne aveva voglia, e s’è fatto espellere. Colombaretti si muoveva con l’agilità di una Duna diesel del 1990. A Mattioli sarebbe servito un pallone solo per lui. Ecco cosa non m’è piaciuto. Assieme ai fischi del primo tempo. Pregiudizio puro. I primi 45 minuti di Foggia-Legnano, all’esordio nel campionato scorso, furono ancora più scialbi, ma nessuno contestò. Nessuna aveva fretta, allora. Questione di stati d’animo.

Domenica c’è il Pescara. E le chiacchiere stanno a zero. Che si giochi male o bene ai tifosi importa poco. L’importante è non perdere. Contro Galderisi. Contro Cardinale (che se magari Coletti fa il furbo, basta niente per provocarlo e farlo espellere). Contro una tifoseria “nemica”. Trasferta a Vasto vietata, quasi certamente. E niente diretta tv, dice Lob3. E già penso a che sofferenza sarà.

"Hai un biglietto in più?"

di Lobanowski 3
"Porta l'auricolare del telefono. Non dimenticartene". Mi sveglia questo stringato sms; il furgone senza paraurti e che s'accende con un particolare spray è nel cortile dello "Zaccheria" già da due ore. Si stendono cavi, si usa l'ascensore per portar su le camere. Io, nella mia stanza, dove purtoppo fa ancora caldo (e la cosa non aiuta ad entrare nello spirito del campionato) accendo con pigrizia la tv. Scontri alla stazione di Napoli. Evito i commenti, dico solo che cacciare via i passeggeri del treno e distruggere il convoglio, è una roba da imperialisti. Spacconi, tendenti alla lazialità. I napoletani piagnoni. Doccia veloce, appena dentro il recinto, la zona rossa, s'avvicina uno. E' il solito. Chiede biglietti a destra e a manca. Poi li vende. Mi fa "Giovane..". Gli rispondo male, con un "che vuoi?" stizzito. Mi chiede il tagliando. "Non ne ho". Replica con un tono dimesso, vittimistico. "Tanto lo so che ce l'hai, devi darlo a qualcun'altro...Tanto vale che lo dai a me". Vai a cagare. Sorride, e chiede scusa. Chissà poi di che. Entro allo "Zaccheria". I vecchi amici, gli stewards delle porte. Tutti che mi chiedono se potranno assistere in tv a Pescara-Foggia. Uno fa lo scoop. Dice che il Foggia perderà la prime tre, perchè vogliono cacciare l'allenatore. Pannelli nuovi in sala interviste, poi Loba2 in lontananza con Ceska e fratello. Grido. Enio, è quasi una parola d'ordine. Non mi sente. Ricomincia il campionato pure per lui. Mi piace il coro "Dai Potenza, dai Potenza... eh eh...". "Montanari...", urla un distinto signore seduto al solito posto in tribuna ovest, verso la Nord. E' il solito. Sono tre le parole del suo stereotipato dizionario. Ci sono pure "pesciaioli" e "pecorari". Si adegua all'avversario come il più astuto degli strateghi. Manco fosse Mourinho. Il Foggia non mi piace, Mario sfiora il gol. Kontè, "il nero" per l'intero settore, regala i primi segni di sfiducia della piazza. Sento uno che fa in foggiano: "Se il nero la metteva dentro, tornavo a casa a vedere il Milan". E penso, anche se non dovrei forza Bologna. Sussulto della tribuna stampa quando comunico il vantaggio del Crotone col Pescara. Credo che Galderisi sia il male, adesso. Segna Troianiello. So che è il match point, perchè il Potenza non pareggerà mai. All'uscita ancora domande sulla diretta tv. Che quasi sicuramente non ci sarà. Non sono ancora in clima campionato. Fa troppo caldo. E ho urlato di più al gol di Gila.

Noi siamo Borghetti

di Lobanowski 2

Domenica 31 agosto, Foggia-Potenza 1-0

Il segnale acustico è inconfondibile. Il vecchio Nokia in preda alle convulsioni nella tasca del jeans, a testa in giù sullo schienale della sedia. Un sms. Angelo scrive: “Sono emozionato, ma pronto alla contestazione”.
Si ricomincia. È la prima. La lunga attesa è agli sgoccioli. Anzi, è già finita. Perché nel calcio, ultimo rito collettivo vivo sotto la cenere dell’individualismo straccione, quel che conta è prendere parte: ed un preparativo addobbato a dovere conta quanto – e a volte più – dell’evento in sé. L’avvento conta più del Natale. La quaresima più della Pasqua. L’attesa del Palio più del Palio. La prima serata di Sanremo più dell’ultima. L’Osservatorio è in fibrillazione. Le questure, i reparti celere, i prefetti, le società. Nella piramide tridimensionale dell’emergenza creata ad arte, tutti i gradi dell’organizzazione – giù, giù fino ai giornalisti di Rai e Mediaset – sono in spasmodica attesa che qualcosa possa accadere. In tanti (molti più di quanti ne possiate immaginare) lo sperano caldamente. Diversi ceri a diversi altari sospetti sono stati santificati prima della prima liturgica. Fatto sta che lo stesso super-ente alla Sicurezza nazionale in materia di stadi, ha chiuso lo “Iacovone” di Taranto e concesso ai napoletani di raggiungere Roma e ai gobbi di scendere a Firenze. Un esordio spinoso. Ieri sera si raccoglievano scommesse sui nuovi pianti greci a cui avremmo dovuto assistere dopo l’esodo degli azzurri nella capitale. A mezzogiorno è giunta la prima Ansa: “Tafferugli nella stazione di Napoli”. Lo spirito paternalista – che questo Paese mutua pari pari dal cattolicesimo più deteriore – s’è impossessato dei primi sguardi torvi. Come se qualcuno volesse dire, all’intero mondo degli ultras (e dei “semplici” tifosi, perché no): Avete visto? Vi lasciamo liberi di scorrazzare per mezz’ora, e questo è quello che succede.

Alle 14,10 il chiosco di Salvatore, a San Ciro, è già vivo e pulsante. Sembra una slot-machine di quelle da muro, coi sensori sensibili. Due Borghetti, 3 euro. Il carovita investe anche le oasi dell’Unesco. I ben informati consigliavano di recarsi alle porte con sufficiente anticipo. Del resto lo “Zaccheria” ha ottenuto l’agibilità in extremis e fino a ieri sera alcuni bar cittadini vendevano i tagliandi dietro ostensione di un documento di riconoscimento. Alcune prevendite si spingevano fino al numero di cellulare. Si garantiva la gestione elettronica dei posti numerati, precondizione d’obbligo per evitare l’esordio a “porte chiuse”. Pazze risate. La battuta più gettonata riguardava il numero di fila e di seggiolino. Delirante, per una curva che i seggiolini non li ha. Lo strano sovraffollamento alle transenne che fungono da primo prefiltraggio, altro delirante reperto del dopo-Raciti, ha di fatto accelerato il secondo giro di birra. Una fila disordinata e scoordinata, larga più che lunga. Poi l’intervento risolutore di un eroico supereroe, che con invidiabile nonchalance ha divelto una transenna e creato il varco. Come a Porta Pia. Per una frazione di secondo ho incrociato lo sguardo dello streward in arancione. Poi quello ha detto: “Ecco, è finito a schifo” e tutti hanno riso grassamente. E anch’io. Al secondo prefiltraggio un padre disperato ha allungato il figlio oltre la staccionata, donandolo alle forze dell’ordine. Famiglie disgregate. A cosa siamo giunti. Poi anche queste transenne sono volate via. E ci siamo ritrovati. Abbiamo deciso: i tornelli sono barriere architettoniche. Ci vorrebbe una pubblicità progresso. Tutti dietro la bandiera, munita d’asta leggera e snodabile. Un bijou. Il caldo è perpendicolare e umido. Più che sudare, si gronda. La mia testa lucida spicca. Mi bucano la tessera. Siamo dentro. A Barcellona in un bar di boliviani c’erano dei poster. Poster come quelli che di solito ci sono nei ristoranti italiani nel New Jersey o a Malibù. Soggetti tipici: la Torre di Pisa, il Colosseo, il Duomo di Milano. Nel bar boliviano di Barcellona c’era una bidonville. Ecco. Adoro questo stadio per la stessa ragione per cui quei boliviani adorano la loro nostalgica distesa di baracche con la fogna a cielo aperto. Lo adoro per quel che rappresenta. Per quel che rappresenta di me. Mio fratello, che si è sorbito lo scempio col Barletta in Coppa, mi aveva chiesto: “Torni allo Zaccheria dopo il Nou Camp… Non ti fa effetto?”. Guardo il cemento armato cadente, bisognoso quanto meno di una passata di calce e vernice, il chioschetto e i cessi pubblici, e sono finalmente in grado di rispondere. Certo che mi fa effetto. Quello è uno stadio, questo è il mio stadio.
Il settore è lo stesso. In alto lievemente sfalsati sulla destra, guardando la curva dalla curva stessa. Oggi poi siamo particolarmente montani: dietro di noi c’è un solo gradino. Manca Daniele, per procura eletto sbandieratore e alfiere del gruppo. Manca Gianni, frenato dal lavoro. Ma le facce conosciute ci sono tutte. Ostentiamo un boxer rossonero della Wanted. Partiamo col coro, sulle note di Bandiera gialla:
Quando vedrai / Sventolar questa mutanda / Tu saprai / Che qui si canta / E l’igiene tornerà.
Siamo consapevoli che il limite tra goliardia e disimpegno è labile. Maneggiamo la materia grigia del limbo. Ma nessuno di noi si sogna di infrangere l’abusato paragone tra il dogma religioso e la fede calcistica. Di fronte c’è un buon migliaio di potentini. Fanno sciarpata mentre le squadre entrano in campo. Sembra la Casertana, o l’Amburgo, il Potenza. Noi in rossonera, con le fasce strette. Aborro. Dopo trenta secondi battiamo una punizione alla tre-quarti. Con orrore m’accorgo che l’intero undici, tranne il portiere, è nell’area avversaria. Spargo la voce tra i distratti. Questo va mandato a casa, subito. Zeman ha perso ancora, laggiù a Belgrado. È a otto punti dal Partizan, alla terza di campionato. Non ho voglia di fare la stessa fine. AV ricambia il fremito. Ci vorrebbe lo stendardo: “X Fisso”. È nell’aria, gira l’idea di uno scialbo pari. Stefano erano anni che non veniva allo stadio. Si sconvolge per il livello infimo di calcio espresso. In effetti sarà il caldo, sarà che sono le prime sgambature, ma sul terreno sabbioso ci si azzuffa senza mai dare l’impressione di possedere un’idea di gioco. La Sud canta, ma i cori non sono possenti. Riabituarsi alla categoria dopo aver sognato il salto è un impegno che richiede disciplina e dedizione. La stessa che Mattia ci mette a sventolare il vessillo della Cnt riconvertito ad uso civile. I primi quarantacinque minuti mi servono a riempirmi alcune lacune sulla formazione. Angelo mi ragguaglia. La ripresa. Ci siamo. La curva è più decisa, la squadra giochicchia. Sarà stato lo spavento per il gol che si è divorato l’unico giocatore nero del Potenza. Gli sono stati risparmiati i “bu” d’ordinanza. Grande sensibilità della gente di Capitanata. Cantiamo per la squadra, cantiamo per la maglia, cantiamo per un amico che ci raggiunge nel settore. Lui non sembra gradire. Poi segniamo. Inspiegabilmente. Siamo in vantaggio e ci resteremo. Uno dietro di me rimpiange il 4-3-3 originale, quello “divertente”. Mi limito ad osservarlo, come si osserva la Venere di Cirene. “Se volete divertirvi, andate a vedere i pagliacci”. Resistiamo. Dal settore dei potentini s’alza il coro. È massiccio, anticipato dal corifeo, scandito a sillabe, come di solito sono i cori massicci.
Noi / Siamo / Lu-ca-ni.
È un attimo. Il lampo di una Polaroid. Ceska s’accende come una lampadina. Parlotta con AV. In mezzo minuto la risposta si dipana sulle teste di quelle venti teste di cazzo che siamo.
Noi / Siamo / Bor-ghet-ti.
La gente si gira per ridere. Ormai siamo in corsa. Manca poco, il Potenza attacca e rischiamo di prenderle. Ma noi andiamo dritto-per-dritto. Ancora a scandire: Salutate la capolista.
Continuiamo ad oltranza, senza accorgerci del triplice fischio, degli applausi alla squadra. Quando rientriamo in noi stessi la curva sta saltando all’unisono: Chi non salta è pescarese.
Presagi.

21/08/08

Il panettone di Novelli è il mio panettone

di Lobanowski 1

Stati d’animo a dieci giorni dall’inizio del campionato


Non sono tra quei tifosi che ad agosto, calciomercato e lista dei giocatori in rosa alla mano, sogna di vincere lo scudetto. Pur avendo la propria squadra in prima divisione (e vabbé, adeguiamoci, niente più C1). Non lo sono mai stato, mi pare di averlo già scritto. Solo una volta, l’anno del presidente Lioce, dello squadrone allestito agli ordini di GB Fabbri, sognai che avremmo spaccato il mondo, con gente in squadra proveniente da serie A e B. Ci salvammo a stento, in C1. Ma avevo 14 anni. E soprattutto fu colpa degli adulti che mi fecero credere che al posto del Foggia quell’anno sarebbe sceso in campo il Liverpool.

Di contro, così come non sogno allo stesso modo non mi deprimo se la mia squadra esce al primo turno in Coppa Italia contro un Barletta qualsiasi. Mentre scendevamo i tornanti del Montjuic, in una calda serata catalana, ancora negli occhi lo stadio col braciere, la piscina di Attolico e il sogno olimpico di Barcellona, eravamo aggiornati via sms sulla disfatta all’esordio davanti al pubblico dello Zaccheria dai compagni presenti nella Sud. Qualcuno di loro si è già lanciato in sentenze definitive: quello è scarso, quell’altro pure, l’allenatore è zemaniano.

Ora, è vero che l’appellativo basterebbe per una condanna al nostro personale Tribunale del Calcio, dove sugli scranni dei giudici siede la triade Puricelli-Caramanno-Burgnich, ma non mi faccio fregare. Novelli fa la zona (ma perché, c’è qualcuno che marca ancora ad uomo nel calcio? Se sì, ditemelo, che lo vado a vedere come il leone albino allo zoo di Barcellona), e “ammette” di aver imparato molto dal boemo quando questi allenava la Salernitana e il nostro mister si faceva le ossa con la primavera. Troppo poco: fuorigioco e 4-3-3 non mi bastano come elementi probatori. C’era un certo Pasquale Marino che fu accolto con le stesse trite e ritrite nostalgie (per qualcuno complimenti, per noi altri vere e proprie diminutio) e che addirittura osava schierare un per me folle 3-4-3. Roba da avere freddo ad agosto, per chi ama vedere il campo tutto coperto col più tradizionale 4-4-2. Sappiamo dove è finito Marino.

Per me non è questione di schemi o di fuorigioco (l’importante è aver tolto il patentino a Mimmo Caso, l’uomo che osò schierare dietro, in linea, alla ricerca del fuorigioco a centrocampo, ben sette giocatori a difesa di un 2 a 0 contro il Ravenna. Finendo per subire il pareggio in una giornata che ci consegnò alla terza serie, da allora ad oggi). A Novelli piace mettere in off side l’avversario. Ci può stare, non è il primo e non sarà l’ultimo. Conta l’equilibrio, l’intelligenza. Il saper gestire, amministrare una gara. E poi certi automatismi sono complicati da digerire, serve tempo. E che si sbagli il fuorigioco a Matera o contro il Barletta non m’importa, purché a Pescara, poi (anzi a Vasto) nessuno faccia scherzi.

Confesso, grosse illusioni non ne nutro, ma scorro l’elenco dei nomi in squadra e noto che proprio scarsi non siamo. Zanetti, Pecchia, Salgado, la verticale è da serie superiore. Mancino è un ottimo giocatore, corsa e fantasia. Coletti è un mediano sopra la media in C1 (ariecco! proprio non la digerisco la prima divisione). Se Rinaldi non si guarda allo specchio quando gioca è un ottimo centrale. Mattioli, quando stava altrove, era rimpianto. Ora che è tornato a casa è un brocco, per alcuni. Io poi scommetto su Troianello: uno che fa tanti gol e gioca bene in serie D e in C2, può far bene anche in prima divisione. Neanche il Pescador, uno che se gira infila almeno 16 palloni in porta durante la stagione, uno che avanti fa la differenza, inventa quando non riesci a sfondare (ce ne siamo già dimenticati, per caso?) sembra alleviare la disperazione di chi già parla di play out e Novelli a digiuno di panettone. E poi c’è Agostinone, uno che deve crescere, lo si dice ogni anno, ma per farlo deve giocare, e di certo col pallone ci sa fare, corsa, dribbling e piedi buoni.

Qualcosa, non poco, manca. Ad esempio la panchina è corta assai. Lisuzzo e l’ultimo arrivato Burzigotti completano la difesa: potrebbe bastare. Ma sulle fasce stiamo messi male: Colombaretti è un laterale inventato e Arno non pare essere entrato nelle grazie del mister, a sinistra ci mancherà tantissimo uno come Mora, e amen. Ma qualcosa va fatto. A centrocampo mancano cambi adeguati: troppo giovani Velardi e Colomba (soprattutto sconosciuti, magari sono pure bravi), impresentabile ai miei occhi il miracolato D’Amico, nulla sappiamo del rientrante Quinto (ma è infortunato? esiste?). Insomma, se ci scappa un infortunio o una squalifica stiamo messi male.

Le positività di un attacco che fa ben sperare e di una difesa che va solo puntellata, sono annullate dalle voragini nella rosa dei centrocampisti. Insomma, non m’esalto e non preconizzo disastri. Spero nella buona sorte e per farmi coraggio all’inizio di un’annata difficile (il girone meridionale, le trasferte che questa volta saranno trasferte vere, non come al Nord con più tifosi dei padroni di casa e soprattutto con tante, tantissime, che saranno vietate dall’Osservatorio) penso a quanto fossero quotate ad agosto scorso Sassuolo e Cittadella. Della prima non si conosceva nessuno (e i singoli continuano ad essere ignoti ai più, in una squadra dove il collettivo faceva la differenza). Della seconda giusto Coralli, perché era stato ad un passo dal Foggia l’anno prima. Insomma, spero in una piacevole sorpresa, in attesa che la società faccia qualche altro sforzo economico. Sforzo, sì, perché di Moratti da queste parti non mi pare ce ne siano. Qualcuno come Matarrese magari sì, ma i soldi che fa col mattone preferisce reinvestirli in speculazione edilizia. Io intanto l’abbonamento l’ho fatto. E allo stadio del masochismo non sono ancora giunto: preferirei mangiarlo con Novelli il panettone. Vorrà dire che a dicembre non ci sarà da fare l’ennesima rivoluzione.

p.s. c’è qualcuno che potrebbe ragguagliarmi su che fine ha fatto Campilongo? Quella meritata?

16/08/08

L’ingrediente segreto

di Lobanowski 2

Sistemati i conti con i ripescaggi (in B come in C2, con la vergogna-Avellino già nel dimenticatoio), chiusa d’imperio la trafila dei tribunali di mezza estate, i gironi della C1 sono stati sorteggiati. Sembrava non dovesse mai succedere. Il Televideo ha potuto inserire gli elenchi. Il telecomando scorre accaldato. Sono le 20. Stamattina ero a Girona, a diluire nell’ennesimo viaggio il passato timore dell’aereo. Da Girona ai gironi, in sostanza. Prima Divisione. Nuovo il nome, tradizionali i criteri. Dopo l’esperienza nordista, siamo di nuovo nel raggruppamento meridionale. Come ai vecchi tempi, il tagliacarte della Lega ha diviso l’Italia in due. Con l’eccezione di Arezzo e Pistoia. Due trasferte toscane, che quasi certamente ci verranno concesse. Perché il dilemma è questo. E il refrain del popolo si accoda. L’Osservatorio, le questure, lo stato d’emergenza continua (e in parte artefatto). Quali carovane potremo mettere in piedi? E per dove?Dicono che i barlettani avevano, in un primo momento, ottenuto il benestare per venirci a fare visita. Poi i cosentini hanno attaccato i senesi. E l’emergenza è salita ancora. Chi è stato allo “Zaccheria” contro i cugini d’oltre-Ofanto ha potuto accertare quanto sia inutile il calcio senza l’avversario diretto di fronte. Ma tant’è. “Ci concederanno Benevento, Foligno, Gallipoli e Potenza. Forse Lanciano. Forse Crotone. A loro rischio e pericolo”. Disamina pressoché inattaccabile. Il paradosso del girone B: trasferte più vicine, ma divieti e paletti ovunque. Tanto valeva farci tornare a Cremona. Tanto valeva farci conoscere Portogruaro. Scordiamoci Pescara, Taranto e l’intera Campania. Scordiamoci Terni e Perugia. Viviamo alla giornata. Tanto è impossibile prevedere cosa accadrà. Di sicuro ci sono quelli che, dopo un anno passato a ripetere blandamente che il girone A era più duro e ci era stato affibbiato con criteri punitivi (per impedirci di salire in B), che gli arbitri erano tutti del Nord (anche quando erano umbri o abruzzesi) e che le plutocrazie erano apertamente contro la foggianità, adesso ribaltano la frittata e parlano del nostro ritrovato habitat come d’un girone di ferro, dantesco e ribollente d’agonismo. E già rimpiangono le frescure di Sesto o di Busto. Eppure, a ben guardare il Nord, Cesena, Cremonese, Monza, Novara, Padova, Ravenna, Reggiana, Venezia e Verona non sono affatto avversarie rinunciatarie, ma serie, serissime pretendenti alla risalita. In definitiva, ci è andata bene. Non ci resta che attendere gli eventi. Assecondarli, magari, costeggiarli come un pendio garganico. Fatto sta che il calcio, come micro-episodio bellico simulato, non può e non deve fare a meno dei due eserciti che – stendardi e carriaggio alla mano – si fronteggiano minacciosamente, promettendosi vicendevoli mattanze. Dite che non è così? E allora provate ad assistere ad una partita del campionato statunitense. Magari in tv. E vi renderete conto di quanto il calcio somigli a certe ricette mangiate e rimangiate di cui sfugge sempre un ingrediente. L’ingrediente basilare, a ben pensarci. Quello che lo rende così diverso da tutto il resto. Bene, quell’ingrediente è la guerra. O la finzione della stessa. Non facciamo i moralisti, ammettiamolo.

Il Libro