Sabato 3 aprile, Rimini-Foggia 0-1
L’insonne cronico, l’unico che ha fatto la nottata, fissa languido, amorevole. “Ogni volta che ti vedo – confessa ad Enzo – mi passa davanti tutto”. E muove le mani dinanzi al viso per rendere meglio l’idea del nastro che scorre. Penso, pensiamo tutti, che volesse alludere al fatto che basta uno sguardo per capire che stiamo tornando in trasferta. Ed è una cosa bella. Ma l’insensibilità dilaga. “…cioè, ti vedo e capisco che… capisco che…”, “Che stje d for!”, è l’amaro completamento della poesia.
La statale irrompe dai finestrini.
Contro ogni previsione catastrofista, abbiamo aspettato solo 40 minuti l’unico ritardatario. E non era neppure uno dei nostri. Adesso saltiamo il pedaggio. Fino a Vasto, dove dobbiamo mollare una macchina. La dance anni Novanta rimbomba. “Ma abbiamo mai parlato di Lola Ponce?”, “No, mi sa di no, e comunque non a sufficienza”. Sportweek circola tra le linee. Il Conte declama, allieta, riuscendo nell’impresa di modificare a suo piacimento anche la parola scritta e stampata. Accanto a sé, Mattia vive il dramma del biglietto. Qualcosa gli dice d’averlo mollato ad un compagno di viaggio, di aver chiesto la cortesia di tenerglielo, per beffare le insidie del cammino adriatico. Ma tutti negano ostinatamente. “L’hai perso, è inutile che cerchi”. E, siccome stavolta aveva preso persino il documento, alterna attimi di blasfemia a momenti di feroce autocommiserazione. I fratelli arrivano sotto la loro casa fantasma di San Salvo. Guido indica un palazzo dalle fondamenta alla volta celeste, Nicola si diletta con le inversioni, attività che tra tutte lo sollazza. Mattia maledice la sorte. Poi fissa l’intero gruppo con uno sguardo tra l’imperativo e l’implorante: “Chi ce l’ha me lo dasse”, chiede. Ma neppure lui crede più tanto all’ipotesi dello scherzo.
All’autogrill si sceglie un pallone nel cesto, per colmare un vuoto. Più che una ridicola sfera rosa di Hello Kitty, è un amico vero quello che abbraccia. È il suo Wilson, come per Tom Hanks sull’isola deserta. “Signore, chiedo scusa, potrei sapere cosa vi ha detto quel ragazzo che entrato poco fa?”, “Ah, beh, non so… parlava… scemenze”. Ci sono altri foggiani che escono. Non saremo tantissimi a Rimini, quest’oggi. Ma neppure pochissimi. Certo, è sabato, è quasi Pasqua, è una giornata lavorativa. Chi dal Sud deve salire, fa i conti con gli euri. Chi dal Nord è già sceso per le feste, ci pensa due volte prima di risalire. Troppo sbattimento. E da mezzanotte è anche rincarata la benzina. La palla rosa finisce sull’asfalto, tutto il furgone rientra. Eravamo convinti di trovarci sulle affollate strade dell’esodo, siamo partiti alle 7:30 apposta. Invece, l’autostrada è libera e la costa romagnola non è poi così distante. In vista di Ancona l’equipaggio si acquieta. Mattia è “clinicamente morto” e il futuro letto nel fondo del Borghetti non è rassicurante. La terza fila spacca. Due dormono. Il terzo è Guido, che s’incunea tra i sedili e grida: “Abbassa, abbassa, si sente male”. E chi si gira e vede Nicola riverso non pensa ai suoi problemi di comunicazione del telefonino. Pensa ad un malore, e smorza Corona. Cattolica entra nel mirino alle 12:30. Non ha senso proseguire. Non è una pasquetta, anche se può sembrarlo. Usciamo e puntiamo l’interno. Margherite gialle ed aria primaverile. La campagna invoglia. Raggiungiamo Morciano, il primo paese che ci compare davanti. Angioletto ci ha appena comunicato che non sarà al “Neri” prima delle due. Abbiamo un’ora da spendere. Prendiamo in prestito delle sedie dal parco giochi della piazza e ci godiamo il sole. Ci alziamo solo ad applaudire i ciclisti.
Il parcheggio ospiti è poco distante dallo stadio. Una telefonata dalle adiacenze del settore ci comunica che abbiamo fatto tardi anche oggi. A noi non sembra: manca mezz’ora all’inizio, c’è tutto il tempo di prendere bandiere, bottiglie e striscione. E muoverci. Attraversiamo una strada trafficata, tra l’indifferenza dei gruppi di sbirri ai due incroci. Mah, strano concetto di controllo del territorio. Comunque, a noi va bene così. Angioletto ci viene incontro. È con gli altri del miniplotone bolognese, è arrivato in treno. Affianco Mattia e gli restituisco il biglietto che mi aveva chiesto di custodirgli a Foggia. Mi guarda più sollevato che incazzato: è stato un bel gioco spingerlo ad angosciarsi, deve riconoscerlo. Controlli all’ingresso. Dubbi sulla jolly roger, “Lei comunque si allontani”. Ma è mai possibile, ci si chiede, che questa gente non abbia il minimo senso dell’ironia? Metallo, tubi. Antonio mi ha chiamato annunciandomi la morte di Maurizio Mosca. Adesso sta provando a ricontattarmi perché la nostra assenza gli è balzata agli occhi. Tornelli. Sbuchiamo all’unisono. Chi ci incrocia ci chiede: “Ma dove eravate finiti?”. La notizia della nostra scomparsa ci ha preceduti. Siamo di lato, sulla destra, con la nostra curva. Nothing else matters all’angolo. Prospettiva sul campo che elimina le residue speranze di vedere qualche azione, tra un coro e l’altro, magari mentre si fischia il loro possesso palla. Doppio settore per loro: uno in gradinata, uno nella curva di fronte. Sembrano lontanissimi, i primi quanto i secondi. Tira vento. Ci scaldiamo coi primi cori che ancora manca la Nord. Poi anche loro arrivano. Siamo lunghi, troppo distanti dal cuore. Enzo individua il problema: è in alto, tra i padri di famiglia emigrati che sono venuti per vicinanza geografica. Emigriamo anche noi, verso l’alto, a fare da tappo. Al vento le quattro bandiere. Fisiologiche proteste degli spodestati, affrontate con calma e diplomazia: “Il problema vostro è che siete dei tirchi… Sapete quanto costa il biglietto per la gradinata? Solo 5 euro in più!”. Si allontanano, lasciano un buco, ma non certo un vuoto. Bene così. Si parte in sordina, si cresce rapidamente. Il Foggia è offensivo, il Rimini non s’avvicina. C’è un gol, di cui ci accorgiamo con qualche attimo di ritardo. Non esulto mai quando si segna troppo presto. Sono passati venti minuti appena. Adesso i cori coinvolgono l’intero settore. Siamo più di duecento, e più della metà partiti da Foggia. Al minuto 33, poi, avviene l’episodio determinante. Dalla balaustra gridano che dobbiamo prendere le sciarpe. Fino a ieri la risposta, il nostro modo di partecipare, era nella sbandierata. Oggi, invece, le sciarpe ci sono. Di lana, pesantissime. E il sole di aprile già ci costringe in t-shirt. Eppure, al segnale, scattano. La nostra prima sciarpata, la prima sciarpata della Ciurma. Non sarà un’avventura. Poi le altre s’abbassano, s’agitano. Ma Enzo chiede un supplemento di sforzo. Tenderle, ancora. Fosse per lui, resteremmo così fino alla fine del primo tempo. All’intervallo chiediamo a chi era di sotto: “Com’è venuta?”. Dicono bene. Ci crediamo. In fila al bar blindato, con Mattia che accusa di pedofilia il barista (per un mai appurato rapporto col guardalinee, dove comunque non sembrano esserci minorenni), Angioletto compra dieci Borghetti. La ripresa è un coro prolungato, dilatato, tenuto alto. In campo non succede granché e, poco alla volta, anche i laterali alti del settore pregustano la vittoria e s’uniscono ai canti. Quell’atmosfera tipica da 3 punti in trasferta al Centro-Nord. Gli sguardi sempre più ansiosi, i volti sempre più distesi. Al triplice fischio ci sono gli abbracci, la squadra sotto il settore, le bandiere alte. E prima dell’uscita, il coro al giornalista e il pensiero a mia zia incolpevole. E la riflessione. Il buonumore che dimostriamo è la prova provata di una tesi: il movimento ultras – quell’essere ultras a prescindere – non può che venire dopo l’appartenenza, l’identità. Mentiremmo se dicessimo che saremmo stati così coglioni ed euforici a prescindere. Ultrà del Foggia, non di uno stile. E se pure esistono momenti in cui questo dettaglio va accantonato, in altri appare nella sua pienezza. E non potrebbe essere altrimenti. Ci siamo fatti i nostri bravi chilometri, gli sbattimenti del caso, le bevute e le risate. Saremmo stati lieti di raccontarci un’altra epica avventura, comunque. Ma oggi c’è qualcosa in più: siamo felici perché il Foggia ha vinto. E questo ritorno all’infanzia è parte integrante del gioco a cui ci piace giocare.
Cronache di piazza Matteotti
Pesaro sembra Fano. E Fano sembra Tolentino. Lunghe disamine socio-politiche hanno appurato che queste, si, sono le lande più felici d’Italia: quelle dal tenore di vita altissimo che si lega ad una quantità di servizi invidiabile. La tranquillità e il benessere. Noi a Pesaro ci siamo andati per depositare il babbo tra le braccia di Manu e del piccolo pirata. Ed approfittare per passarcelo anche noi di mano in mano. Una lieta combriccola con tanto di passeggino e bimbo al seguito. Eppure, la proverbiale tranquillità marchigiana – non il semplice silenzio, il viavai senza clamori – è sembrata discretamente, distintamente ostile. Probabilmente in ogni zona d’Italia si sarebbero spostati per non avere niente a che fare con un gruppo nerovestito che avanza scialando. Ma qui anche le informazioni ci arrivano col contagocce. E non senza un discreto fastidio facciale. “Ma dove va un pesarese quando vuole bere una birra?”, “Beh, al bar”, “Si, certo, ma sono tutti chiusi”, “Provate sulla spiaggia”. C’è una spiaggia a Pesaro? Piazza Matteotti invece raccoglie un bel paio di chioschi. A sinistra sparano 3,50 euro per una Moretti grande. A destra, a meno di dieci metri di distanza, ne chiedono 2,50. Ci buttiamo a destra ed osserviamo Mattia col suo pallone rosa, come i tanti genitori presenti fanno coi bambini. Non ho voce e il dibattito risulta fastidioso. Ancora mondo ultras, ancora contraddizioni e stili, al centro della chiacchiera, mentre la fontana al centro della piazza gorgoglia acqua bianca. Andato via il sole, comincia a fare buio. Un lungo struscio fino al furgone, finanche qualche coro. Non ci lascerà una grande impressione, questa città. Abbiamo quattro ore di autostrada da affrontare. È tempo di saluti, alla prossima, ci vediamo a Portogruaro. Senz’altro. La deviazione verso l’autostrada sembra quella di Ravenna, mentre qualcuno la trova più simile a quella di Pistoia. Un altro paio d’anni così e tutta l’Italia sarà paese.
05/04/10
24/03/10
Mille volte ancora
di Lobanowski 2
A chi ha scelto uno stile di vita, e mille volte se n'è pentito e mille volte ancora ha ricominciato con più slancio della precedente;
A chi la domenica mattina si alza all'alba e penserà a dormire in un'altra vita;
A chi quando prepara lo zaino scappa un sorriso perchè pregusta i momenti con gli amici;
A chi quando si annoda la sciarpa al collo, ogni volta è come fosse la prima;
A chi vedere il pulman all'orizzonte provoca sempre come una stretta allo stomaco;
A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras;
A chi continuano a ripetere di mettere la testa a posto ma la sua testa è nell'unico posto dove vuole stare;
A chi il lunedì scappa da ridere perchè ripensa al giorno prima;
A chi il martedì comincia a pensare alla prossima partita;
A chi d'estate e come se mancasse l'aria;
A chi canta i cori da solo a casa ...anche sotto la doccia;
A chi una trasferta è meglio di una scopata;
A chi dicono che un donna li farà smettere, ma quella donna deve ancora nascere;
A chi "non importa dove giochi, serie A o serie B" lo pensa veramente;
A chi gli basta guardare negli occhi gli amici per rivivere tutte le avventure passate;
A chi nella buona e nella cattiva sorte;
A chi ci sarebbero ancora mille pensieri da aggiungere fatelo voi....
GRAZIE RAGAZZI..per tutto quello che è stato che sarà.
ULTRAS LIBERI
(Autore anonimo)
Arabia e Turchia sbucano dal sottopasso. E sugli spalti è subito spettacolo. I sauditi sono in netta superiorità numerica ed occupano l'intera curva Sud e parte della gradinata. I turchi sono assiepati nella Nord, dietro il reticolato. C'è un tiepido sole primaverile. L'ideale per sfoggiare i colori della passione. Cartoncini da una parte e dall'altra. Verdi a destra, rossi a sinistra, dove compare anche una torcia. Il fumo si alza lento. Arabia e Turchia sono le prime due squadre a scendere in campo per il durissimo girone E di questo mondiale francese, aperto tre giorni fa dalla sfida tra i padroni di casa e il Brasile. E finita 2-1 per gli ospiti. L'unica partita della storia disputata nell'ingresso. Questa, com'è consuetudine, si svolgerà sul terreno piastrellato della cameretta. C'è grande tensione. Sin dal primissimo pomeriggio – da quel limbo che da queste parti si chiama controra – mi sono messo all'opera. Ho radunato tutti i Vestro, tutti i Postalmarket accatastati nel portagiornali. Forbici e colla, mi sono dato da fare. Quadratini verdi contro quadratini rossi. Turchia in maglia biancorossa, Arabia in tenuta viola. È quanto di più simile al verde sia riuscito a recuperare da Cappetta. Tutti gli altri omini del Subbuteo a fare da cornice di pubblico, ad occupare i tre gradoni in legno che il buon Leonardo mi ha inchiodato. Non esistono tribune centralissime nella mia disposizione dello spazio. Non esistono neppure tribunette. Esistono curve. Il luogo dove la magia di questo sport trova la sua massima realizzazione. L'orizzonte onirico della carta straccia e del fuoco, dei cori e del sudore gratuito. I miei stadi mondiali sono così: al massimo una gradinata contigua al settore. E il massimo impegno per rendere memorabili gli ingressi in campo delle formazioni.
Una volta ho letto una nota, in internet. Diceva: “A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras”. Ho detto, mi sono detto, cazzo... Non possono aver visto nella mia palla di vetro. Non sanno mica di quegli striscioni della Sud ricopiati fedelmente; o di quella volta che i miei foggiani di plastica sfoggiarono un putiferio di coriandoli e fumogeni contro il Casarano, tanto da spingermi a chiedere a mio padre di lasciarmeli fotografare, visto che erano rimasti ancora due flash inutilizzati. Mi rispose di no. O di quella volta che allineai i fiammiferi per dare vita ad una torciata memorabile, e prese fuoco il lembo della tenda, e mia madre giurò che mai più sarebbe uscita lasciandomi solo. Neppure per la processione del Venerdì santo. O di quella passione per i tappi, che non erano il Subbuteo ma avevano lo stessa funzione. Una raccolta indefessa: Acqua Recoaro, Peroni, Raffo, Sanpellegrino con la stella, Prinz, Valfrutta con le bandiere, Heineken, Fanta, Cutolo Rionero, Castelberg. Sei per ogni marca. Una squadra. Otto squadre per ogni serie: A, B, C1 gironi A e B. Ed ogni sestetto un carattere particolare, un'associazione di idee. Dieci anni, forse meno, e quel tavolaccio di legno a fare da terreno agli epici scontri. E i tre immancabili gradoni: tappi in campo, tappi sugli spalti. Una sera d'autunno la birra Dreher conquistò una storica promozione in massima serie perché aveva la tifoseria più bella e colorata di tutti. Nella partita decisiva sfoggiarono, i tappi-tifosi, un bandierone di das. E gli immancabili pezzi di carta in fiamme. Vinsero sugli spalti e, di conseguenza (e solo come conseguenza), vinsero in campo. Il mio era un mondo perfetto.
A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras.
E quel gioco per Commodore 64 inspiegabilmente mai realizzato: un videogame dove non bisognava condurre una squadra alla vittoria, ma dare vita ad un gruppo. Una volta, all'ombra della cattedrale, fuori dalla Giovanni Pascoli, provai a spiegarlo a Romeo, che era il più ultras di tutti per tradizione familiare. Immagina, dicevo. Ti scegli una squadra piccola e parti in dieci, venti. Fai lo striscione, le bandiere. E poi fai le trasferte, le coreografie, gli scontri con le altre tifoserie. Romeo soppesò quelle mie parole. Poi aggiunse: “Non lo faranno mai un gioco così”. Lo so, Romeo, sono troppo banali. O io sono troppo fuori mercato. Non lo so, ma mi piace pensare che sia la prima risposta quella che conta.
A chi ha scelto uno stile di vita, e mille volte se n'è pentito e mille volte ancora ha ricominciato con più slancio della precedente;
A chi la domenica mattina si alza all'alba e penserà a dormire in un'altra vita;
A chi quando prepara lo zaino scappa un sorriso perchè pregusta i momenti con gli amici;
A chi quando si annoda la sciarpa al collo, ogni volta è come fosse la prima;
A chi vedere il pulman all'orizzonte provoca sempre come una stretta allo stomaco;
A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras;
A chi continuano a ripetere di mettere la testa a posto ma la sua testa è nell'unico posto dove vuole stare;
A chi il lunedì scappa da ridere perchè ripensa al giorno prima;
A chi il martedì comincia a pensare alla prossima partita;
A chi d'estate e come se mancasse l'aria;
A chi canta i cori da solo a casa ...anche sotto la doccia;
A chi una trasferta è meglio di una scopata;
A chi dicono che un donna li farà smettere, ma quella donna deve ancora nascere;
A chi "non importa dove giochi, serie A o serie B" lo pensa veramente;
A chi gli basta guardare negli occhi gli amici per rivivere tutte le avventure passate;
A chi nella buona e nella cattiva sorte;
A chi ci sarebbero ancora mille pensieri da aggiungere fatelo voi....
GRAZIE RAGAZZI..per tutto quello che è stato che sarà.
ULTRAS LIBERI
(Autore anonimo)
Arabia e Turchia sbucano dal sottopasso. E sugli spalti è subito spettacolo. I sauditi sono in netta superiorità numerica ed occupano l'intera curva Sud e parte della gradinata. I turchi sono assiepati nella Nord, dietro il reticolato. C'è un tiepido sole primaverile. L'ideale per sfoggiare i colori della passione. Cartoncini da una parte e dall'altra. Verdi a destra, rossi a sinistra, dove compare anche una torcia. Il fumo si alza lento. Arabia e Turchia sono le prime due squadre a scendere in campo per il durissimo girone E di questo mondiale francese, aperto tre giorni fa dalla sfida tra i padroni di casa e il Brasile. E finita 2-1 per gli ospiti. L'unica partita della storia disputata nell'ingresso. Questa, com'è consuetudine, si svolgerà sul terreno piastrellato della cameretta. C'è grande tensione. Sin dal primissimo pomeriggio – da quel limbo che da queste parti si chiama controra – mi sono messo all'opera. Ho radunato tutti i Vestro, tutti i Postalmarket accatastati nel portagiornali. Forbici e colla, mi sono dato da fare. Quadratini verdi contro quadratini rossi. Turchia in maglia biancorossa, Arabia in tenuta viola. È quanto di più simile al verde sia riuscito a recuperare da Cappetta. Tutti gli altri omini del Subbuteo a fare da cornice di pubblico, ad occupare i tre gradoni in legno che il buon Leonardo mi ha inchiodato. Non esistono tribune centralissime nella mia disposizione dello spazio. Non esistono neppure tribunette. Esistono curve. Il luogo dove la magia di questo sport trova la sua massima realizzazione. L'orizzonte onirico della carta straccia e del fuoco, dei cori e del sudore gratuito. I miei stadi mondiali sono così: al massimo una gradinata contigua al settore. E il massimo impegno per rendere memorabili gli ingressi in campo delle formazioni.
Una volta ho letto una nota, in internet. Diceva: “A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras”. Ho detto, mi sono detto, cazzo... Non possono aver visto nella mia palla di vetro. Non sanno mica di quegli striscioni della Sud ricopiati fedelmente; o di quella volta che i miei foggiani di plastica sfoggiarono un putiferio di coriandoli e fumogeni contro il Casarano, tanto da spingermi a chiedere a mio padre di lasciarmeli fotografare, visto che erano rimasti ancora due flash inutilizzati. Mi rispose di no. O di quella volta che allineai i fiammiferi per dare vita ad una torciata memorabile, e prese fuoco il lembo della tenda, e mia madre giurò che mai più sarebbe uscita lasciandomi solo. Neppure per la processione del Venerdì santo. O di quella passione per i tappi, che non erano il Subbuteo ma avevano lo stessa funzione. Una raccolta indefessa: Acqua Recoaro, Peroni, Raffo, Sanpellegrino con la stella, Prinz, Valfrutta con le bandiere, Heineken, Fanta, Cutolo Rionero, Castelberg. Sei per ogni marca. Una squadra. Otto squadre per ogni serie: A, B, C1 gironi A e B. Ed ogni sestetto un carattere particolare, un'associazione di idee. Dieci anni, forse meno, e quel tavolaccio di legno a fare da terreno agli epici scontri. E i tre immancabili gradoni: tappi in campo, tappi sugli spalti. Una sera d'autunno la birra Dreher conquistò una storica promozione in massima serie perché aveva la tifoseria più bella e colorata di tutti. Nella partita decisiva sfoggiarono, i tappi-tifosi, un bandierone di das. E gli immancabili pezzi di carta in fiamme. Vinsero sugli spalti e, di conseguenza (e solo come conseguenza), vinsero in campo. Il mio era un mondo perfetto.
A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras.
E quel gioco per Commodore 64 inspiegabilmente mai realizzato: un videogame dove non bisognava condurre una squadra alla vittoria, ma dare vita ad un gruppo. Una volta, all'ombra della cattedrale, fuori dalla Giovanni Pascoli, provai a spiegarlo a Romeo, che era il più ultras di tutti per tradizione familiare. Immagina, dicevo. Ti scegli una squadra piccola e parti in dieci, venti. Fai lo striscione, le bandiere. E poi fai le trasferte, le coreografie, gli scontri con le altre tifoserie. Romeo soppesò quelle mie parole. Poi aggiunse: “Non lo faranno mai un gioco così”. Lo so, Romeo, sono troppo banali. O io sono troppo fuori mercato. Non lo so, ma mi piace pensare che sia la prima risposta quella che conta.
01/03/10
Ridursi (a) Reduci (no-no, no-no)
di Lobanowski 2
Tralasciamo il resto.
In questi due anni – due anni vissuti come non avrei scommesso solo qualche tempo fa: anni di trasferte, di furgoni, di adesivi, di battimani, di cori, di sciarpette, di spray, di felpe, di striscioni – ho visto amici, compagni, fratelli porsi in un’ottica completamente nuov; vivere l’evento domenicale non più come l’Evento, ma come la semplice appendice di una settimana d’impegno e passione; avvicinarsi ad una mentalità che non conoscevano, che ignoravano, che respingevano; addentrarsi nel luna park con sempre maggiore entusiasmo, abnegazione, competenza. Per qualcuno di loro è senz’altro un fuoco di paglia, figlio della moda, dice qualche scettico. Sarà. Ma mentre caricavamo la prima macchina di questa esperienza – quella che è sbarcata a Foligno – nessuno avrebbe osato immaginare la costanza che abbiamo oggi. Il tenore dei dibattiti, delle discussioni accese, il livello di partecipazione. Si cresce. E se anche per quei ragazzi non posso mettere la mano sul fuoco – perché con le scommesse non ci so fare, ormai è dato acclarato – direi che per quanto mi riguarda posso abbozzare un primissimo bilancio a seguire. Sono soddisfatto e motivato. Soddisfatto di essere tornato a fare quel che mi è sempre piaciuto fare. Quel che mi fa sentire bene, mi riempie, mi rappresenta. E motivato, perché a 33 anni sono cosciente di sentirmela ancora. Di affrontare il baratro della C2 o l’orrido del Campionato Nazionale Dilettanti. Per la maglia, certo, per l’amore che le ho riversato addosso – amore platonico, un tempo, carnale col maturare dell’età – dagli anni della prima infanzia, quando con orgoglio pronunciavo il nome della squadra della mia città dinanzi a stormi di ragazzini che si perdevano tra Juve, Milan, Inter, Roma. Napoli e persino Sampdoria. Me la sento. Ma lotterò per evitarlo. E non certo perché mi spaventi la prospettiva di scendere a Cassino, a Siracusa o – peggio ancora – di affrontare il Forza e Coraggio o l’Hinterreggio. Ma perché – come corollario alla nostra passione – c’è un prato verde. E i risultati che si susseguono lì, per quanto ininfluenti ai fini della nostra fede e della sua dimostrazione, hanno una diretta incidenza sugli umori, sulla gioia e sul pianto. In fondo, siamo tifosi di una squadra di calcio, sebbene radicalmente legati a tutta una simbologia che trasforma il mezzo in fine. Io, a notte, la classifica di pagina 215 del Televideo la guardo. E due conti me li faccio.
Così stamattina mi sono detto d’essere pronto. Pronto ad ogni circostanza. Ma che un paio di parole andrebbero spese su quelli che hanno già preso a fare la morale del reduce preventivo. Che forse non vedevano l’ora di farla, senza riferimenti in questo sentimento troppo popolare: Meglio la C2, così vengono fuori i buoni, i tosti, i veri duri e puri. Tristezza a palate. Perché anch’io ho occhi e non mi sembrava vero, qualche tempo fa, di vedere tanti ragazzini approssimarsi al cuore della Sud. Allora anelare ad una rigenerazione, che quasi sempre coincide col ritorno al passato, coi vecchi tempi mitizzati nell’Età dell’oro, sembrava un riflesso condizionato. Anch’io di tanto in tanto dico “Meglio le trasferte in 100”, o “in 50”. Ma il mio faro resta sempre quello di unire la crescita qualitativa a quella quantitativa. Vorrei che fossimo 200, in trasferta, ovunque, e cantassimo tutti con intensità. Vorrei che ci sentissimo parte di un movimento, che fossimo uniti, seppure nelle differenze del proprio appartenere. Ecco: questo è il secondo pensierino della mattinata. Io non spero di retrocedere per scremare ancora la curva, perché in palio non c’è un premio ai sopravvissuti, un attestato di validità esistenziale. Non mi gonfiano simili certezze. Non so chi spera di diventare come quell’ultras del Portogruaro che viaggia da solo. Io senza il mio gruppo m’intristisco, senza la mia curva perdo gli stimoli, senza il mio settore in trasferta non avrei motivo d’esistere. Ecco perché. Sono un tifoso del Foggia e intendo salvarmi per questo. Sono un innamorato della mia tifoseria, e per questo confido negli sforzi comuni. Quelli che tifano per se stessi, per dimostrare la propria irriducibilità a fronte del deserto, sinceramente mi lasciano scosso. Come quei militanti che sperano nei licenziamenti per poter dire che l’avevano detto.
Tralasciamo il resto.
In questi due anni – due anni vissuti come non avrei scommesso solo qualche tempo fa: anni di trasferte, di furgoni, di adesivi, di battimani, di cori, di sciarpette, di spray, di felpe, di striscioni – ho visto amici, compagni, fratelli porsi in un’ottica completamente nuov; vivere l’evento domenicale non più come l’Evento, ma come la semplice appendice di una settimana d’impegno e passione; avvicinarsi ad una mentalità che non conoscevano, che ignoravano, che respingevano; addentrarsi nel luna park con sempre maggiore entusiasmo, abnegazione, competenza. Per qualcuno di loro è senz’altro un fuoco di paglia, figlio della moda, dice qualche scettico. Sarà. Ma mentre caricavamo la prima macchina di questa esperienza – quella che è sbarcata a Foligno – nessuno avrebbe osato immaginare la costanza che abbiamo oggi. Il tenore dei dibattiti, delle discussioni accese, il livello di partecipazione. Si cresce. E se anche per quei ragazzi non posso mettere la mano sul fuoco – perché con le scommesse non ci so fare, ormai è dato acclarato – direi che per quanto mi riguarda posso abbozzare un primissimo bilancio a seguire. Sono soddisfatto e motivato. Soddisfatto di essere tornato a fare quel che mi è sempre piaciuto fare. Quel che mi fa sentire bene, mi riempie, mi rappresenta. E motivato, perché a 33 anni sono cosciente di sentirmela ancora. Di affrontare il baratro della C2 o l’orrido del Campionato Nazionale Dilettanti. Per la maglia, certo, per l’amore che le ho riversato addosso – amore platonico, un tempo, carnale col maturare dell’età – dagli anni della prima infanzia, quando con orgoglio pronunciavo il nome della squadra della mia città dinanzi a stormi di ragazzini che si perdevano tra Juve, Milan, Inter, Roma. Napoli e persino Sampdoria. Me la sento. Ma lotterò per evitarlo. E non certo perché mi spaventi la prospettiva di scendere a Cassino, a Siracusa o – peggio ancora – di affrontare il Forza e Coraggio o l’Hinterreggio. Ma perché – come corollario alla nostra passione – c’è un prato verde. E i risultati che si susseguono lì, per quanto ininfluenti ai fini della nostra fede e della sua dimostrazione, hanno una diretta incidenza sugli umori, sulla gioia e sul pianto. In fondo, siamo tifosi di una squadra di calcio, sebbene radicalmente legati a tutta una simbologia che trasforma il mezzo in fine. Io, a notte, la classifica di pagina 215 del Televideo la guardo. E due conti me li faccio.
Così stamattina mi sono detto d’essere pronto. Pronto ad ogni circostanza. Ma che un paio di parole andrebbero spese su quelli che hanno già preso a fare la morale del reduce preventivo. Che forse non vedevano l’ora di farla, senza riferimenti in questo sentimento troppo popolare: Meglio la C2, così vengono fuori i buoni, i tosti, i veri duri e puri. Tristezza a palate. Perché anch’io ho occhi e non mi sembrava vero, qualche tempo fa, di vedere tanti ragazzini approssimarsi al cuore della Sud. Allora anelare ad una rigenerazione, che quasi sempre coincide col ritorno al passato, coi vecchi tempi mitizzati nell’Età dell’oro, sembrava un riflesso condizionato. Anch’io di tanto in tanto dico “Meglio le trasferte in 100”, o “in 50”. Ma il mio faro resta sempre quello di unire la crescita qualitativa a quella quantitativa. Vorrei che fossimo 200, in trasferta, ovunque, e cantassimo tutti con intensità. Vorrei che ci sentissimo parte di un movimento, che fossimo uniti, seppure nelle differenze del proprio appartenere. Ecco: questo è il secondo pensierino della mattinata. Io non spero di retrocedere per scremare ancora la curva, perché in palio non c’è un premio ai sopravvissuti, un attestato di validità esistenziale. Non mi gonfiano simili certezze. Non so chi spera di diventare come quell’ultras del Portogruaro che viaggia da solo. Io senza il mio gruppo m’intristisco, senza la mia curva perdo gli stimoli, senza il mio settore in trasferta non avrei motivo d’esistere. Ecco perché. Sono un tifoso del Foggia e intendo salvarmi per questo. Sono un innamorato della mia tifoseria, e per questo confido negli sforzi comuni. Quelli che tifano per se stessi, per dimostrare la propria irriducibilità a fronte del deserto, sinceramente mi lasciano scosso. Come quei militanti che sperano nei licenziamenti per poter dire che l’avevano detto.
23/02/10
Malamorenò
di Lobanowski 2
Domenica 21 febbraio, Marcianise-Foggia 0-0
Può scoppiare in un attimo il sole / Tutto quanto potrebbe finire / Ma l’amore, ma l’amore no.
Il manifesto fluorescente, giallo e verde, salta agli occhi: Il Real Marcianise ha bisogno di te! La salvezza passa dal Progreditur! “Saremo in mille – promettono i dirigenti – per l’assalto al Foggia”. Del resto: “Per noi è una finale”. Qualcuno dalle parti nostre si diverte a far vibrare la stessa voce grossa: “anche noi saremo mille!”. Mìne nu lùcchele e fuitìnne. Teniamo i fili della discussione telefonica. La fronda s’apre nel plotone romano: “16 euro e 50 per il biglietto non abbiamo nessuna intenzione di cacciarli!”. Perché quello è il danno a cui, sparando cifre a tre zeri, ci si riferisce. La salvezza del Marcianise passa anche dalla felicità del cassiere. È una discussione vecchia come il mondo. Solo in gruppo la reiteriamo da due anni: Le regole sono quelle che sono, il calcio non è bene indispensabile come il pane e la salute. Se non vi va di tirar fuori i soldi, bene. Avete il dovere di arrangiarvi, purché non si accampino tesi sul diritto costituzionale ad entrare, che imbarazzano per infantilismo. “Ma fuori non vi fanno mica stare, a protestare contro la modernità”. È inutile frigare: aldilà del giusto e dello sbagliato, senza tagliando non si entra. Non siamo nel ’92. Pensateci prima. Ci pensano.
Anche i prati rinunciano ai fiori / Perché i fiori hanno perso i colori / Ma l’amore, ma l’amore no.
170km, quasi tutti in autostrada. Non un gran danno, né una levataccia. Comodi, lavati e vestiti per le 11. Un tiepido sole oltre i rigori dell’ultimo inverno. No ai Sabaudi, Pupo mercenario! Bandiere e aste finiscono in una macchina, la pezza nell’altra. Cerchiamo di stare vicini. Manca una sola persona, ma non siamo sgarbati e la lasciamo dormire il sonno del giusto. Davanti allo Zaccheria si radunano le due curve. Qualcosa ci dice che non saremo mille. Del resto, al sabato erano stati venduti cinquanta biglietti per il settore ospiti del Progreditur (“…ma che veramé si chiama così lo stadio?”). Alle 11:30 si parte. Chi c’è, c’è. In carovana su via Ascoli, il curvone, la statale. La campagna di Capitanata, la voce di Vasco Rossi, una domenica mattina che si illumina. I foggiani si conformano alle proprie superstizioni geografiche. Figli morali della transumanza, della mena delle pecore, puntano con facilità al Nord adriatico, ma hanno sempre difficoltà a considerare l’Ovest. Il West e il Far West campano. Del resto: la natura ci ha dotato di un intero pezzo di Appennini per poter ignorare quel che c’è dall’altra parte. Per poter chiudere gli occhi sui vicini. Al momento di entrare in A16, sotto la mole imponente di Candela, ci rendiamo conto di possedere un patrimonio di 14 euro, frutto di qualche sperequazione, di ardite manovre finanziarie. Vanno investiti, nel nome superiore del consumismo. Bisogna uscire dalla crisi, far girare la moneta. Sfiliamo dinanzi al chiosco dei sottolio, ignoriamo il vino. C’è la piazzola dei pullman col bar aperto. Non dovremmo dare nell’occhio se perdiamo cinque minuti per una bottiglia di Borghetti. Al volo. Del resto: potremmo accelerare nel prossimo tratto e recuperare lo svantaggio. Con somma sorpresa, invece, la sosta è collettiva. Sfila il solo Nicola, che non s’avvede, e diventa avanguardia del movimento. “Salve”, “Salve”, “Quanto viene una bottiglia di Borghetti?”, “Una bottiglia? No, non posso venderla”, “Perché?”, “Perché no, non si può”, “E allora ci fa otto Borghetti?”, “Certo”, “Me li mette in una bottiglia di plastica?”, “In una bottiglia? No, non posso ugualmente”, “E su…”, “Dovrei chiedere”, “E quanto viene un Borghetti?”, “1 e 60”, “Quanto?”. Sin dalle prime battute, la trattativa si complica. Al bancone vanno e vengono i ragazzi che ordinano un caffè, pagano ed escono a fumare. La signora s’informa telefonicamente, ma non ottiene risposte certe. Poco alla volta – lo vediamo dal vetro – i componenti della missione rientrano nei furgoni e nelle macchine. Si avviano. Tutti. Siamo di nuovo gli ultimi, e la situazione non si sblocca. Entrano due infermiere in tenuta da lavoro. “Aiuto, sto male!”. Poi, alla buonora, la signora decide di metterci a parte di un segreto: in ogni caso, non ha bottiglie piene nella stiva. Si rumoreggia e si svuota coscienziosamente l’unico esemplare sullo scaffale. Escono giusto gli otto bicchieri paventati all’inizio, come un segno. Ci meritiamo un sostanzioso sconto. Beviamo da strani contenitori di yogurt. Entriamo in autostrada.
Il grande gioco dei contatti ad incrocio. Nicola si è perso, come l’Andrea di De André. Non sa dirci se quel deserto da cui è circondato ci preceda o ci segua. I furgoni lo hanno raggiunto e superato da un po’. I cartelli indicano Avellino. “Siete davanti a noi di venti chilometri”. I romani calano con una macchina. Ci fanno sapere d’essere a Caianello. “Uscite a Caserta Sud”. Affascinante. Alcuni ruderi di castello sulla destra. Dibattito serio: perché costruire una fortezza sulla collina più bassa delle tre? Le hit sanremesi cercano d’imporsi tra le curve in altura. Le onde vanno e vengono. Se è vero che chi vince non vende e chi perde non sfonda in radio, allora come giudicare Noemi e Malika Ayane? Lo svincolo. Oltre il casello, una colonna di mezzi sulla destra. I lampeggianti della polizia di scorta. “Quanti ne siete ancora?”, “Boh”. La colonna si muove. S’inoltra nel contado. La provincia di Caserta è una delle zone paesaggisticamente più fortunate d’Italia, ma lo scempio di costruzioni basse, di lamiere e immondizia, di depositi e capannoni alternate ad ambigue case in stile, ne fanno un monito allo squallore. Abusivismo che mi ricorda La città distratta di Pascale. Marcianise è contigua a Caserta, tanto da poterne essere un quartiere. Sbuchiamo in un vicolo. Davanti si notano le manovre di parcheggio. Un faro solitario ci indica lo stadio, dietro un paio di muretti. Sono le 14:15. È tempo di ricompattarci, di passare dai controlli. I documenti non servono, stavolta, ma c’è la perquisizione personale. Respingono la jolly roger. Il resto passa. Gradini in ferro, siamo in curva, senza ombra di dubbio. Ed è anche una discreta curva. Seggiolini per diverse file a strapiombo sulla traversa. A destra, un bel muro a mezzo metro dalla linea laterale. Di fronte, dietro l’altra porta, un reticolato anonimo. Sulla sinistra, una tribunetta vagamente riempita. Nell’angolo, una trentina di supporters locali, che brillano per la pessima scelta di due bandieroni. A quanto si narra, la curva che stiamo popolando oggi è in realtà la loro. Vivono un precariato insopportabile, questi, destinati alla tribuna ad ogni accenno di tifoseria ospite. La carica dei mille non c’è. Da una parte e dall’altra.
Il dolore può farci cadere / La speranza potrebbe sparire / Ma l’amore, ma l’amore può.
Le squadre sbucano dal reticolato. Nel solo riscaldamento, sono piovuti nel settore due palloni. Le pezze a ridosso della porta. Non siamo tanti, un centinaio. La stanchezza della categoria, certo, la posizione di classifica, ma qui ci giochiamo – calcisticamente – un bel pezzo di salvezza. Il turno sembra favorevole: il Potenza va a Verona, il Pescina a Taranto, la Cavese a Ravenna. Il terreno di gioco è pesante, con zone di fanghiglia impenetrabili come selve del Sud-Est. Ci accorpiamo. Primi cori secchi e battimani. Noi siamo qua / Sempre con te / Unica fede in tutto il mondo intero. I locali intonano qualcosa. Di tanto in tanto si fermano a guardarci. Altro pallone nel settore. Il Marcianise vuole i tre punti, e attacca. I nostri si difendono. I cori sono continui, un paio anche degni di nota. Ancora quelli secchi: Forza Foggia / Vinci per noi. Qualche goliardico sfottò di routine verso i padroni di casa, e quelli si imbizzarriscono. Li vedi muoversi, scomporsi, riunirsi per cantare sfottò. Oltre ad essere pochini, sono anche piccoli d’età. Ragazzini. I più anziani si dannano l’anima. La polizia si avvicina per evitare malori. Da noi si ride per la situazione, ma il sostegno non scende di tono. Poi i tutori raggiungono anche noi. E la baraonda che ne segue è uno degli spettacoli più originali della domenica campana. I tre carabinieri si allontanano salutati da quel coro sulla disoccupazione che dona pessimi frutti. Ricambiano il saluto. Il Marcianise è quasi sempre in pressione sotto di noi, ma non tira mai in porta. E poco alla volta, si esaurisce. I nostri avanti sono spesso in fuorigioco. I locali ci indicano e ci promettono sanguinosi regolamenti di conti. Noi decidiamo di dedicare qualche minuto del nostro tempo a ricordargli che non siamo napoletani. Alla fine del tempo, lo sfottò diventa hot-club. E la versione di “Storia d’amore” accalappia l’attenzione del pubblico. Dimentico finanche di fumare. Volevo salire in cima al settore per vedere cosa s’apriva aldilà del muro. Ma tra Celentano e Pozziello, ho rimosso. Mi informa Wikipedia, che il Pozziello in questione altro non è che il bomber locale. Diviene oggetto di derisione continuata per via di uno striscione che recita: “Aaah, come gioca Pozziello!” (accanto ad uno per un tale Falco e ad un terzo che recita “Solo per la maglia”). Pozziello, ma vedi come va, Pozziello, ma vedi se ne va, Pozziello, va sulla fascia, la mette al centro e Falco fa gol!
Nella ripresa si spegne il sostegno di casa. Noi rimaniamo costanti. Il Marcianise ha mollato. Come un messaggio cifrato, il loro primo tempo. Battimani a sorpresa. Oltre un grosso agonismo dei centrocampisti, questa squadra è una banda. Fa male pensare all’1-3 patito in casa. I nostri sono troppo leggeri per la fanga, ma poco alla volta vengono fuori. Lottano, si incitano a vicenda, si caricano. Accettano lo scontro con un Marcianise che si spegne anche su quel fronte, poco alla volta, come una luce di segnalazione nella nebbia. E così vediamo i nostri diventare sempre più grandi, in scala, per la mole di lanci e calci d’angolo che rasentano il settore. Altri due palloni in the box. La Umbro vende tanto, da queste parti. Fiutiamo la vittoria, e spingiamo. Il massimo sforzo, il massimo sostegno. Un palo, che intuisco dal rumore. Una traversa, che vedo a mezzo passo. Ad un nulla dai tre punti. Niente da fare, non si vince. Ma la squadra ci viene incontro ugualmente. Merita l’applauso. Io canterò / Ti sosterrò / Ovunque andrai Us Foggia. Si svuota il settore, si passa dalla linea di minor contatto coi locali, che inveiscono. “Chiamaci tuo padre, ragazzino!”. Fuori ci suggeriscono di stare “accorti”. Ma, a parte un ratto morto, non c’è anima. Una macchina spara musica napoletana. La fila rossonera si accoda, come una processione.
Cronache schiave di Tufino
Ugolotti potrebbe svenire / Capobianco fianche morire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
Il serpentone si perde nell’ingorgo della barriera di Caserta. Volti conosciuti, soliti sospetti e perfetti sconosciuti s’alternano di fianco al finestrino. Le file procedono sconnesse, su più piani. Un carnaio. Una riccia ci sorride. Il moto perpetuo del traffico ci separa da lei. Una curva, ricomponiamo il trittico d’auto che deve accompagnare Nicola al distributore di Avella. Puntiamo per Napoli, poi ci accorgiamo dello sbaglio ed invertiamo la rotta, quando le fauci del casello già s’erano spalancate. Dietro-front, con le auto che ci sfrecciano in senso contrario. Juan e Ceska non ce la fanno, e finiscono imbottigliati. Gli altri riescono ad imboccare la Salerno-Bari. Parte l’avventura del terzo tempo. La stessa che ci porterà a Baiano e verso l’interno, lungo villaggi allineati alla statale, di cui la statale stessa è l’attrazione principale. Sperone è in piazza per una sorta di carnevale fuori tempo massimo, che fa anche da festa patronale. Quella gente si affolla sul marciapiede della chiesa. Il santo uscirà, ma senza turbare il traffico. Il distributore è nei pressi di Avella. Qualche metro più avanti e si finisce in una specie di cono di buio. Le luci di una chiesa di sguincio, un bar. Ci fermiamo, per evitare di proseguire ad oltranza fino alle Colonne d’Ercole. L’insegna del circolo Jolly. Il barista seduto da solo a vedere un film su Rai Cinema c’informa che siamo a Schiava di Tufino. Un biliardino. Non ha mai fatto un Borghetti. Pensa sia il Baileys. Vuole 2 euro. Rinunciamo con sdegno. Una serie di Peroni da accompagnare alle birre cambogiane. Fuori, un silenzio da horror. Dentro, una sfida balilla che costa una bottiglia di vetro a terra e qualche smadonnamento legittimo del titolare. Secchio e straccio. Il Televideo ci comunica che il Potenza e la Cavese hanno strappato punti fuori casa. Si mette sempre peggio, ma non demordiamo.
E Fratena potrebbe segnare / E Ricchetti tornare a fallire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
Domenica 21 febbraio, Marcianise-Foggia 0-0
Può scoppiare in un attimo il sole / Tutto quanto potrebbe finire / Ma l’amore, ma l’amore no.
Il manifesto fluorescente, giallo e verde, salta agli occhi: Il Real Marcianise ha bisogno di te! La salvezza passa dal Progreditur! “Saremo in mille – promettono i dirigenti – per l’assalto al Foggia”. Del resto: “Per noi è una finale”. Qualcuno dalle parti nostre si diverte a far vibrare la stessa voce grossa: “anche noi saremo mille!”. Mìne nu lùcchele e fuitìnne. Teniamo i fili della discussione telefonica. La fronda s’apre nel plotone romano: “16 euro e 50 per il biglietto non abbiamo nessuna intenzione di cacciarli!”. Perché quello è il danno a cui, sparando cifre a tre zeri, ci si riferisce. La salvezza del Marcianise passa anche dalla felicità del cassiere. È una discussione vecchia come il mondo. Solo in gruppo la reiteriamo da due anni: Le regole sono quelle che sono, il calcio non è bene indispensabile come il pane e la salute. Se non vi va di tirar fuori i soldi, bene. Avete il dovere di arrangiarvi, purché non si accampino tesi sul diritto costituzionale ad entrare, che imbarazzano per infantilismo. “Ma fuori non vi fanno mica stare, a protestare contro la modernità”. È inutile frigare: aldilà del giusto e dello sbagliato, senza tagliando non si entra. Non siamo nel ’92. Pensateci prima. Ci pensano.
Anche i prati rinunciano ai fiori / Perché i fiori hanno perso i colori / Ma l’amore, ma l’amore no.
170km, quasi tutti in autostrada. Non un gran danno, né una levataccia. Comodi, lavati e vestiti per le 11. Un tiepido sole oltre i rigori dell’ultimo inverno. No ai Sabaudi, Pupo mercenario! Bandiere e aste finiscono in una macchina, la pezza nell’altra. Cerchiamo di stare vicini. Manca una sola persona, ma non siamo sgarbati e la lasciamo dormire il sonno del giusto. Davanti allo Zaccheria si radunano le due curve. Qualcosa ci dice che non saremo mille. Del resto, al sabato erano stati venduti cinquanta biglietti per il settore ospiti del Progreditur (“…ma che veramé si chiama così lo stadio?”). Alle 11:30 si parte. Chi c’è, c’è. In carovana su via Ascoli, il curvone, la statale. La campagna di Capitanata, la voce di Vasco Rossi, una domenica mattina che si illumina. I foggiani si conformano alle proprie superstizioni geografiche. Figli morali della transumanza, della mena delle pecore, puntano con facilità al Nord adriatico, ma hanno sempre difficoltà a considerare l’Ovest. Il West e il Far West campano. Del resto: la natura ci ha dotato di un intero pezzo di Appennini per poter ignorare quel che c’è dall’altra parte. Per poter chiudere gli occhi sui vicini. Al momento di entrare in A16, sotto la mole imponente di Candela, ci rendiamo conto di possedere un patrimonio di 14 euro, frutto di qualche sperequazione, di ardite manovre finanziarie. Vanno investiti, nel nome superiore del consumismo. Bisogna uscire dalla crisi, far girare la moneta. Sfiliamo dinanzi al chiosco dei sottolio, ignoriamo il vino. C’è la piazzola dei pullman col bar aperto. Non dovremmo dare nell’occhio se perdiamo cinque minuti per una bottiglia di Borghetti. Al volo. Del resto: potremmo accelerare nel prossimo tratto e recuperare lo svantaggio. Con somma sorpresa, invece, la sosta è collettiva. Sfila il solo Nicola, che non s’avvede, e diventa avanguardia del movimento. “Salve”, “Salve”, “Quanto viene una bottiglia di Borghetti?”, “Una bottiglia? No, non posso venderla”, “Perché?”, “Perché no, non si può”, “E allora ci fa otto Borghetti?”, “Certo”, “Me li mette in una bottiglia di plastica?”, “In una bottiglia? No, non posso ugualmente”, “E su…”, “Dovrei chiedere”, “E quanto viene un Borghetti?”, “1 e 60”, “Quanto?”. Sin dalle prime battute, la trattativa si complica. Al bancone vanno e vengono i ragazzi che ordinano un caffè, pagano ed escono a fumare. La signora s’informa telefonicamente, ma non ottiene risposte certe. Poco alla volta – lo vediamo dal vetro – i componenti della missione rientrano nei furgoni e nelle macchine. Si avviano. Tutti. Siamo di nuovo gli ultimi, e la situazione non si sblocca. Entrano due infermiere in tenuta da lavoro. “Aiuto, sto male!”. Poi, alla buonora, la signora decide di metterci a parte di un segreto: in ogni caso, non ha bottiglie piene nella stiva. Si rumoreggia e si svuota coscienziosamente l’unico esemplare sullo scaffale. Escono giusto gli otto bicchieri paventati all’inizio, come un segno. Ci meritiamo un sostanzioso sconto. Beviamo da strani contenitori di yogurt. Entriamo in autostrada.
Il grande gioco dei contatti ad incrocio. Nicola si è perso, come l’Andrea di De André. Non sa dirci se quel deserto da cui è circondato ci preceda o ci segua. I furgoni lo hanno raggiunto e superato da un po’. I cartelli indicano Avellino. “Siete davanti a noi di venti chilometri”. I romani calano con una macchina. Ci fanno sapere d’essere a Caianello. “Uscite a Caserta Sud”. Affascinante. Alcuni ruderi di castello sulla destra. Dibattito serio: perché costruire una fortezza sulla collina più bassa delle tre? Le hit sanremesi cercano d’imporsi tra le curve in altura. Le onde vanno e vengono. Se è vero che chi vince non vende e chi perde non sfonda in radio, allora come giudicare Noemi e Malika Ayane? Lo svincolo. Oltre il casello, una colonna di mezzi sulla destra. I lampeggianti della polizia di scorta. “Quanti ne siete ancora?”, “Boh”. La colonna si muove. S’inoltra nel contado. La provincia di Caserta è una delle zone paesaggisticamente più fortunate d’Italia, ma lo scempio di costruzioni basse, di lamiere e immondizia, di depositi e capannoni alternate ad ambigue case in stile, ne fanno un monito allo squallore. Abusivismo che mi ricorda La città distratta di Pascale. Marcianise è contigua a Caserta, tanto da poterne essere un quartiere. Sbuchiamo in un vicolo. Davanti si notano le manovre di parcheggio. Un faro solitario ci indica lo stadio, dietro un paio di muretti. Sono le 14:15. È tempo di ricompattarci, di passare dai controlli. I documenti non servono, stavolta, ma c’è la perquisizione personale. Respingono la jolly roger. Il resto passa. Gradini in ferro, siamo in curva, senza ombra di dubbio. Ed è anche una discreta curva. Seggiolini per diverse file a strapiombo sulla traversa. A destra, un bel muro a mezzo metro dalla linea laterale. Di fronte, dietro l’altra porta, un reticolato anonimo. Sulla sinistra, una tribunetta vagamente riempita. Nell’angolo, una trentina di supporters locali, che brillano per la pessima scelta di due bandieroni. A quanto si narra, la curva che stiamo popolando oggi è in realtà la loro. Vivono un precariato insopportabile, questi, destinati alla tribuna ad ogni accenno di tifoseria ospite. La carica dei mille non c’è. Da una parte e dall’altra.
Il dolore può farci cadere / La speranza potrebbe sparire / Ma l’amore, ma l’amore può.
Le squadre sbucano dal reticolato. Nel solo riscaldamento, sono piovuti nel settore due palloni. Le pezze a ridosso della porta. Non siamo tanti, un centinaio. La stanchezza della categoria, certo, la posizione di classifica, ma qui ci giochiamo – calcisticamente – un bel pezzo di salvezza. Il turno sembra favorevole: il Potenza va a Verona, il Pescina a Taranto, la Cavese a Ravenna. Il terreno di gioco è pesante, con zone di fanghiglia impenetrabili come selve del Sud-Est. Ci accorpiamo. Primi cori secchi e battimani. Noi siamo qua / Sempre con te / Unica fede in tutto il mondo intero. I locali intonano qualcosa. Di tanto in tanto si fermano a guardarci. Altro pallone nel settore. Il Marcianise vuole i tre punti, e attacca. I nostri si difendono. I cori sono continui, un paio anche degni di nota. Ancora quelli secchi: Forza Foggia / Vinci per noi. Qualche goliardico sfottò di routine verso i padroni di casa, e quelli si imbizzarriscono. Li vedi muoversi, scomporsi, riunirsi per cantare sfottò. Oltre ad essere pochini, sono anche piccoli d’età. Ragazzini. I più anziani si dannano l’anima. La polizia si avvicina per evitare malori. Da noi si ride per la situazione, ma il sostegno non scende di tono. Poi i tutori raggiungono anche noi. E la baraonda che ne segue è uno degli spettacoli più originali della domenica campana. I tre carabinieri si allontanano salutati da quel coro sulla disoccupazione che dona pessimi frutti. Ricambiano il saluto. Il Marcianise è quasi sempre in pressione sotto di noi, ma non tira mai in porta. E poco alla volta, si esaurisce. I nostri avanti sono spesso in fuorigioco. I locali ci indicano e ci promettono sanguinosi regolamenti di conti. Noi decidiamo di dedicare qualche minuto del nostro tempo a ricordargli che non siamo napoletani. Alla fine del tempo, lo sfottò diventa hot-club. E la versione di “Storia d’amore” accalappia l’attenzione del pubblico. Dimentico finanche di fumare. Volevo salire in cima al settore per vedere cosa s’apriva aldilà del muro. Ma tra Celentano e Pozziello, ho rimosso. Mi informa Wikipedia, che il Pozziello in questione altro non è che il bomber locale. Diviene oggetto di derisione continuata per via di uno striscione che recita: “Aaah, come gioca Pozziello!” (accanto ad uno per un tale Falco e ad un terzo che recita “Solo per la maglia”). Pozziello, ma vedi come va, Pozziello, ma vedi se ne va, Pozziello, va sulla fascia, la mette al centro e Falco fa gol!
Nella ripresa si spegne il sostegno di casa. Noi rimaniamo costanti. Il Marcianise ha mollato. Come un messaggio cifrato, il loro primo tempo. Battimani a sorpresa. Oltre un grosso agonismo dei centrocampisti, questa squadra è una banda. Fa male pensare all’1-3 patito in casa. I nostri sono troppo leggeri per la fanga, ma poco alla volta vengono fuori. Lottano, si incitano a vicenda, si caricano. Accettano lo scontro con un Marcianise che si spegne anche su quel fronte, poco alla volta, come una luce di segnalazione nella nebbia. E così vediamo i nostri diventare sempre più grandi, in scala, per la mole di lanci e calci d’angolo che rasentano il settore. Altri due palloni in the box. La Umbro vende tanto, da queste parti. Fiutiamo la vittoria, e spingiamo. Il massimo sforzo, il massimo sostegno. Un palo, che intuisco dal rumore. Una traversa, che vedo a mezzo passo. Ad un nulla dai tre punti. Niente da fare, non si vince. Ma la squadra ci viene incontro ugualmente. Merita l’applauso. Io canterò / Ti sosterrò / Ovunque andrai Us Foggia. Si svuota il settore, si passa dalla linea di minor contatto coi locali, che inveiscono. “Chiamaci tuo padre, ragazzino!”. Fuori ci suggeriscono di stare “accorti”. Ma, a parte un ratto morto, non c’è anima. Una macchina spara musica napoletana. La fila rossonera si accoda, come una processione.
Cronache schiave di Tufino
Ugolotti potrebbe svenire / Capobianco fianche morire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
Il serpentone si perde nell’ingorgo della barriera di Caserta. Volti conosciuti, soliti sospetti e perfetti sconosciuti s’alternano di fianco al finestrino. Le file procedono sconnesse, su più piani. Un carnaio. Una riccia ci sorride. Il moto perpetuo del traffico ci separa da lei. Una curva, ricomponiamo il trittico d’auto che deve accompagnare Nicola al distributore di Avella. Puntiamo per Napoli, poi ci accorgiamo dello sbaglio ed invertiamo la rotta, quando le fauci del casello già s’erano spalancate. Dietro-front, con le auto che ci sfrecciano in senso contrario. Juan e Ceska non ce la fanno, e finiscono imbottigliati. Gli altri riescono ad imboccare la Salerno-Bari. Parte l’avventura del terzo tempo. La stessa che ci porterà a Baiano e verso l’interno, lungo villaggi allineati alla statale, di cui la statale stessa è l’attrazione principale. Sperone è in piazza per una sorta di carnevale fuori tempo massimo, che fa anche da festa patronale. Quella gente si affolla sul marciapiede della chiesa. Il santo uscirà, ma senza turbare il traffico. Il distributore è nei pressi di Avella. Qualche metro più avanti e si finisce in una specie di cono di buio. Le luci di una chiesa di sguincio, un bar. Ci fermiamo, per evitare di proseguire ad oltranza fino alle Colonne d’Ercole. L’insegna del circolo Jolly. Il barista seduto da solo a vedere un film su Rai Cinema c’informa che siamo a Schiava di Tufino. Un biliardino. Non ha mai fatto un Borghetti. Pensa sia il Baileys. Vuole 2 euro. Rinunciamo con sdegno. Una serie di Peroni da accompagnare alle birre cambogiane. Fuori, un silenzio da horror. Dentro, una sfida balilla che costa una bottiglia di vetro a terra e qualche smadonnamento legittimo del titolare. Secchio e straccio. Il Televideo ci comunica che il Potenza e la Cavese hanno strappato punti fuori casa. Si mette sempre peggio, ma non demordiamo.
E Fratena potrebbe segnare / E Ricchetti tornare a fallire / Ma l’Uesse, ma l’Uesse no…
15/02/10
Uno su 2mila
di Lobanowski 2
Sabato 13 febbraio, Ravenna-Foggia 0-0
Parere personale – La sensazione migliore, su tutte, è la notte quando rientri. Che ti stiri i muscoli, prendi i tuoi tempi con calma, ti muovi tra la tv e la finestra in una nuvola di fumo perenne. Guardi il letto e pensi – chissà perché – che te lo sei meritato. Che te lo meriti proprio. E quando c’è da regolare la sveglia sul cellulare, scrivi 11, ed è giusto così. Senza nessun tentennamento. Neppure uno come me si sente in colpa se decide di dormire fino a tardi il giorno dopo una trasferta. In fondo, pensi, me lo merito. Il fatto che un qualsiasi emissario incaricato da un ente altrettanto qualsiasi di indagare sui tempi morti della produttività, non capirebbe affatto il perché, non cambia di una virgola le cose.
…
Un continuo tira e molla. La prima trasferta in terra ravennate ha steso un bel po’ dei nostri. La crisi, ripetono tutti, ma il concetto comincia a stonare. Il fondo cassa è in balia di altre sostanziose spese e, lungimirante, già pensa che Portogruaro sarà peggio di una trasfusione. Insistiamo per il furgone, perché il furgone ha classe. Perché il furgone canta in autostrada. Ma capitoliamo dinanzi ai dardi dell’evidenza. Ridimensioniamo il plotone. Giuseppe lucida la macchina, non c’è alternativa. Notizie sconfortanti giungono anche dal distaccamento romano. Tono minore. In cinque, si parte in cinque. Appuntamento alle 7:30 al club. Una mezz’oretta prima da noi, per una Sambuca di incoraggiamento. Nel portabagagli anche il Borghetti di Davide, che compie gli anni a mezzanotte. Nevica in Emilia e in Romagna, ripetono da una settimana. Rinvieranno ancora. Persino Ugolotti ha dichiarato che spera di non fare un viaggio a vuoto. Pezza, bandiere, aste, panini con la frittata di zucchine e crauti, salsiccia e maionese tedesca (il must di Enzo, il nuovo trend che dilaga) si accatastano nel portabagagli. All’appello un pezzo, e non ci mettiamo molto a capire che mancherà per tutto il tempo. Stendiamo un velo pietoso e raggiungiamo il luogo designato. Giusto per vedere il resto della Sud partire. E provare ad accodarci. L’autostrada è libera, la prima sosta è psicologica. Poi fiduciosamente stabilizziamo il contachilometri sui 140 all’ora. Ma invano. Gli altri ci precedono e sono sempre più piccoli, finché non li ingoia l’orizzonte. Siamo in quattro. E attorno è sabato.
C’è fiducia. Del resto la squadra ha ben figurato contro la Ternana la quale, pare evidente, non meritava di vincere allo Zaccheria. Il Conte è calmo, quasi sedato. Vorrebbe approntare una scommessa volante, ma si è seduto sulla Gazzetta che non trova e non si da pace. Così si diletta con Sport Week. Ad intervalli regolari interviene per declamare perle di nessunissimo interesse: Romario in carriera ha realizzato 102 reti, alle Olimpiadi di Vancouver non c’è nessun atleta meridionale. Cose così. Dietro stanno larghi. Due calci al pallone e un gran gol sotto la station wagon parcheggiata sul retro dell’autogrill. Altro giro di Caffè Sport. Svegli, siamo svegli. L’adesivo nuovo nel bagno. Per fare Daspo, ci vuol Borghetti. Manco a dirlo. Pescara, Ancona, Marotta-Mondolfo. Quella linea adriatica scorre senza sorprese, senza scossoni emotivi. Rimini sembra ogni volta più vicina della precedente. Non c’è neve, anche se il clima è rigido. Usciamo per imboccare la Romea. È giorno lavorativo, del resto. Possiamo rifornirci ad un supermercato vero e proprio. La Riviera romagnola, il ristorante che si chiama Amarcord, la mezza palude. Optiamo per Cervia, per Campioni, per Ciccio Graziani, per una Conad. Sono le 12:30. Quattro ore da casello a casello. Una famiglia di siciliani accetta di buon grado i buoni-spesa che otteniamo in cambio di tre Bavaria grandi a 65 cent, un paio di bottiglie d’acqua e un altro Borghetti. Due chiacchiere sulle solite cose, il lavoro, il tempo, com’era una volta. Un fioraio ha una sciarpetta bianconera al collo. Sarà cesenate, pensiamo. Un signore attempato gli chiede il prezzo di un mazzetto di fiori gialli, risponde: “Dieci euro”. A Foggia con 5 euro te ne danno tre. Il Conte mi guarda: la sciapa è della Juve. Senz’altro. Il lungomare sbuca all’improvviso. Il mare d'inverno / è un concetto che il pensiero non considera, cantava Ruggeri. Pratiche abituali, primitive: distendersi, mangiare, bere, fumare. Ma prima pisciare. Alberghi chiusi / manifesti già sbiaditi di pubblicità. Speleologi. Nei meandri delle cabine, dei baretti di legno chiusi, degli stabilimenti balneari sigillati, c’è un mondo in cellophane. Che nasconde il mare privatizzato. Oltre le casupole, chilometri di spiaggia desolata. Ci sporchiamo le scarpe (le mie, oltretutto, nuove!) di sabbia umida. Ristorati, ci dedichiamo all’osservazione del circondario. Il Conte si risolleva. Una barista si lava le mani alla fontana. Partono le prime perversioni. Fa caldo. Una telefonata dagli altri: “Dove siete?”, “Sul lungomare di Cervia”, “Mmmocc a vuje!”. Mi chiama anche Antonio, che prova il sorpresone: “Non si gioca! C’è troppo sole!”. È tempo di andare. Ma senza sottovalutare i pericoli. “Occhio, ragazzi, che davanti al settore ospiti c’è il mercatino”.
Il mare d'inverno / è solo un film in bianco e nero / visto alla tv. La statale sbuca nel bel mezzo di una specie di risaia. Anche a Ravenna un tempo c’era, il mare. Svetta il campanile che si studia a scuola. Seguiamo i cartelli. Ormai conosciamo il percorso. Il parcheggio del settore ospiti è la solita riserva di facce note. C’è un brindisi in corso. Il tempo di mettere a fuoco i nostri. Abbracci e baci. I ragazzi della Nord, quelli della Sud che non abbiamo visto all’autogrill. Equilibrismo con bandiere, bicchieri di carta, lattine di birra, zaini. Una piccola colonna marcia verso il prefiltraggio. Dalle staccionate giungono voci. Non fanno entrare le aste superiori a centoventi centimetri, non fanno accedere in curva quelli che hanno il biglietto di gradinata, non si possono trascinare vessilli con simboli e colori non conformi col nero-rosso canonico, non si può indossare il cappuccio. Solite quadriglie dell’era Osservatorio. E, come sempre, in qualche maniera, alla fine passa quasi tutto. Perché il gioco è quello di negare per legge quel che si concede per favore, in modo tale da suscitare autentica gratitudine. Cosa che, ovviamente, è lungi dal palesarsi. La jolly-roger “istiga” e non entra. Torna in macchina, senza sapere perché. Nel piazzale spunta il cranio pelato di Angioletto. Altri saluti, altri abbracci. Requisisce la sua bandiera. I tornelli sono due. Dalle fessure di sinistra si intravede uno steward. Da quelle a destra una steward, occhiali da soli, capelli legati, jeans stretti e stivali da cavallerizza. Ci mettiamo in fila a destra. E non siamo soli. Il ragazzo prova a smistare un po’ di gente dalla sua parte, ma senza successo. Così chiede il cambio alla ragazza. L’amazzone accetta e passa a sinistra. L’intera fila si sposta a sinistra. Il tipo allarga le braccia. È il nostro turno. “Inseriscilo nella fessura”, chiede la ragazza. “Se ti fa piacere”, è la risposta. È un lavoro difficile, quello della steward. “Ciao, buon divertimento”, “Ciao”. E un capannello indugia a dispiegare i vessilli proprio alle spalle della tipa. Al bar, intanto, è festa. Qualcuno, dall’esterno della grata, alza e abbassa la saracinesca. Così, per vedere andare in pezzi il sistema nervoso dell’addetto alle bibite. 2,50 una birra. Saliamo le gradinate di metallo. Il Conte e Davide finiscono in parterre, e non sanno come uscirne. Noi ci mettiamo un po’ a sistemare la pezza. Una torcia. È ora di cominciare.
Dalla transenna fanno segno di stringere, di compattarci. Mi volto a fare una panoramica, non siamo pochi. Certo, ci sono tanti emigranti sulle cui ugole non sempre si può contare. Ma le prime linee, da sinistra a destra, sembrano decise. Le squadre spuntano da un tendone circense, proprio sotto di noi. Fiato sul collo. Di fronte si agitano diverse bandierine. Proviamo il coro secco. Al terzo ciak si gira la scena. Siamo in felpa. Sventoliamo. Cantiamo. Urliamo. Il Foggia sembra poco timoroso. Abbiamo raccolto 10 euro e li abbiamo giocati sul colpaccio, a 6 di quota. Ci crediamo, come sempre. Il repertorio comincia a dipanarsi. Enzo, che insieme agli altri sta seguendo Puglia Channel, ci incita via sms: “Cantate!”, intima. Uno in maglia bianca va al tiro, largo. Uno dei loro replica poco dopo, Bindi respinge. Partita tattica, dicono. Un bicchiere si rovescia al passamano, l’asta ferisce quello dietro di me, una gomitata versa la birra del vicino, Lo sai che chi non salta è uno sbirro provoca svenimenti. È un continuo: Scusa, scusa, scusami. Un settore dall’educazione ineccepibile. Intorno al 35’ partono i primi cori goliardici. Sembra Coppa Italia, sembra calcio d’agosto. Il primo tempo si esaurisce. E ci rovesciamo al bar a vedere la serranda fare su e giù pregiudicando lo stato psichico del barista. I bagni sono tetri. Nella ripresa attacchiamo da questa parte, sotto di noi. Mi torna in mente un gol di De Angelis a Castel di Sangro, con una cavalcata stile Berti, che ad ogni passo faceva venir giù la curva di mezzo gradino. La transenna riporta alla realtà. Coro continuato, prolungato, sfinente. L’ideale per rimettersi in carreggiata. Siamo meglio del primo tempo. Anche le lande alte cominciano a farsi sedurre dal bel canto. Il Foggia rischia, poi prende coraggio. Per cinque-dieci minuti coltiviamo l’idea della vittoria. E i cori si alzano di intensità. Poi la partita torna ad assopirsi, e noi ci dedichiamo alle new entry in top ten. “Questo è per i ragazzi del furgone”, dice il presentatore. Supertelegattone. E sulle note dell’onda di Piotta, il settore attacca Shalalala, shalalalala. Il Ravenna per poco non passa, ma Bindi si riscatta. Un’altra volta, Us Foggia! Una bandiera finisce nel gorgo e tocca recuperarla con una missione al limite delle possibilità umane. Un saluto ai salernitani, gemellati di quelli di fronte, ed uno alla squadra, mentre l’arbitro fischia la fine. Undici, undici, undici leoni. Abbiamo fatto il nostro, adesso tocca a loro. Spopoliamo.
Cronache romagnole
La statale 16 si avvolge del primo buio. Poco prima di Rimini, svoltiamo per Santarcangelo. Paese di quelli da cartolina, torre di guardia, castello. In alto ci arriviamo scalando. Non c’è anima viva. Gli zaini rovesciano il contenuto su una panchina, mentre in basso il paese si distende, apparentemente vivo e finanche illuminato. Fame, adesso si. Prosciutto e melanzane sott’olio. Lievi come i Marlene Kuntz. Nella zona bassa scopriamo che questo paese si trasforma in Rotterdam. Tra le vetrine e i lounge-bar sembriamo straccioni. Questi hanno un tenore di vita che manco il Lussemburgo. Un signore ci avvicina: “Siete stati a Cesena?”. Ci ha scambiato per crotonesi. “No, a Ravenna”. Fa si con la testa, ma non ha capito un cazzo. Si intuisce a distanza. Tifa Rimini, sostiene, ma ha mollato l’anno scorso. Pensa te cosa può fare una retrocessione. “Ma come? – prova a riportarlo alla giusta dimensione Giuseppe – Ma se siete stati anche in D”; quello ghigna: “Si, vabbé… però…”, “Beh, certo – incalza il nostro esperto, che ormai ha fiutato l’antifona – voi avete anche trascorsi in A”. Quello si illunina: “Infatti, hai capito”. Saluta e va via, convinto di aver giustificato la sua diserzione. Che il Rimini non sia mai stato in A è un dettaglio. Il tempo di scoprire che qui ci è nato anche un papa, che si recupera la macchina. In radio va Roma-Palermo. Ci mancano 450 chilometri. Alla fine ne avremo fatti 2mila per guadagnarci un punto. Va bene così.
Sabato 13 febbraio, Ravenna-Foggia 0-0
Parere personale – La sensazione migliore, su tutte, è la notte quando rientri. Che ti stiri i muscoli, prendi i tuoi tempi con calma, ti muovi tra la tv e la finestra in una nuvola di fumo perenne. Guardi il letto e pensi – chissà perché – che te lo sei meritato. Che te lo meriti proprio. E quando c’è da regolare la sveglia sul cellulare, scrivi 11, ed è giusto così. Senza nessun tentennamento. Neppure uno come me si sente in colpa se decide di dormire fino a tardi il giorno dopo una trasferta. In fondo, pensi, me lo merito. Il fatto che un qualsiasi emissario incaricato da un ente altrettanto qualsiasi di indagare sui tempi morti della produttività, non capirebbe affatto il perché, non cambia di una virgola le cose.
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Un continuo tira e molla. La prima trasferta in terra ravennate ha steso un bel po’ dei nostri. La crisi, ripetono tutti, ma il concetto comincia a stonare. Il fondo cassa è in balia di altre sostanziose spese e, lungimirante, già pensa che Portogruaro sarà peggio di una trasfusione. Insistiamo per il furgone, perché il furgone ha classe. Perché il furgone canta in autostrada. Ma capitoliamo dinanzi ai dardi dell’evidenza. Ridimensioniamo il plotone. Giuseppe lucida la macchina, non c’è alternativa. Notizie sconfortanti giungono anche dal distaccamento romano. Tono minore. In cinque, si parte in cinque. Appuntamento alle 7:30 al club. Una mezz’oretta prima da noi, per una Sambuca di incoraggiamento. Nel portabagagli anche il Borghetti di Davide, che compie gli anni a mezzanotte. Nevica in Emilia e in Romagna, ripetono da una settimana. Rinvieranno ancora. Persino Ugolotti ha dichiarato che spera di non fare un viaggio a vuoto. Pezza, bandiere, aste, panini con la frittata di zucchine e crauti, salsiccia e maionese tedesca (il must di Enzo, il nuovo trend che dilaga) si accatastano nel portabagagli. All’appello un pezzo, e non ci mettiamo molto a capire che mancherà per tutto il tempo. Stendiamo un velo pietoso e raggiungiamo il luogo designato. Giusto per vedere il resto della Sud partire. E provare ad accodarci. L’autostrada è libera, la prima sosta è psicologica. Poi fiduciosamente stabilizziamo il contachilometri sui 140 all’ora. Ma invano. Gli altri ci precedono e sono sempre più piccoli, finché non li ingoia l’orizzonte. Siamo in quattro. E attorno è sabato.
C’è fiducia. Del resto la squadra ha ben figurato contro la Ternana la quale, pare evidente, non meritava di vincere allo Zaccheria. Il Conte è calmo, quasi sedato. Vorrebbe approntare una scommessa volante, ma si è seduto sulla Gazzetta che non trova e non si da pace. Così si diletta con Sport Week. Ad intervalli regolari interviene per declamare perle di nessunissimo interesse: Romario in carriera ha realizzato 102 reti, alle Olimpiadi di Vancouver non c’è nessun atleta meridionale. Cose così. Dietro stanno larghi. Due calci al pallone e un gran gol sotto la station wagon parcheggiata sul retro dell’autogrill. Altro giro di Caffè Sport. Svegli, siamo svegli. L’adesivo nuovo nel bagno. Per fare Daspo, ci vuol Borghetti. Manco a dirlo. Pescara, Ancona, Marotta-Mondolfo. Quella linea adriatica scorre senza sorprese, senza scossoni emotivi. Rimini sembra ogni volta più vicina della precedente. Non c’è neve, anche se il clima è rigido. Usciamo per imboccare la Romea. È giorno lavorativo, del resto. Possiamo rifornirci ad un supermercato vero e proprio. La Riviera romagnola, il ristorante che si chiama Amarcord, la mezza palude. Optiamo per Cervia, per Campioni, per Ciccio Graziani, per una Conad. Sono le 12:30. Quattro ore da casello a casello. Una famiglia di siciliani accetta di buon grado i buoni-spesa che otteniamo in cambio di tre Bavaria grandi a 65 cent, un paio di bottiglie d’acqua e un altro Borghetti. Due chiacchiere sulle solite cose, il lavoro, il tempo, com’era una volta. Un fioraio ha una sciarpetta bianconera al collo. Sarà cesenate, pensiamo. Un signore attempato gli chiede il prezzo di un mazzetto di fiori gialli, risponde: “Dieci euro”. A Foggia con 5 euro te ne danno tre. Il Conte mi guarda: la sciapa è della Juve. Senz’altro. Il lungomare sbuca all’improvviso. Il mare d'inverno / è un concetto che il pensiero non considera, cantava Ruggeri. Pratiche abituali, primitive: distendersi, mangiare, bere, fumare. Ma prima pisciare. Alberghi chiusi / manifesti già sbiaditi di pubblicità. Speleologi. Nei meandri delle cabine, dei baretti di legno chiusi, degli stabilimenti balneari sigillati, c’è un mondo in cellophane. Che nasconde il mare privatizzato. Oltre le casupole, chilometri di spiaggia desolata. Ci sporchiamo le scarpe (le mie, oltretutto, nuove!) di sabbia umida. Ristorati, ci dedichiamo all’osservazione del circondario. Il Conte si risolleva. Una barista si lava le mani alla fontana. Partono le prime perversioni. Fa caldo. Una telefonata dagli altri: “Dove siete?”, “Sul lungomare di Cervia”, “Mmmocc a vuje!”. Mi chiama anche Antonio, che prova il sorpresone: “Non si gioca! C’è troppo sole!”. È tempo di andare. Ma senza sottovalutare i pericoli. “Occhio, ragazzi, che davanti al settore ospiti c’è il mercatino”.
Il mare d'inverno / è solo un film in bianco e nero / visto alla tv. La statale sbuca nel bel mezzo di una specie di risaia. Anche a Ravenna un tempo c’era, il mare. Svetta il campanile che si studia a scuola. Seguiamo i cartelli. Ormai conosciamo il percorso. Il parcheggio del settore ospiti è la solita riserva di facce note. C’è un brindisi in corso. Il tempo di mettere a fuoco i nostri. Abbracci e baci. I ragazzi della Nord, quelli della Sud che non abbiamo visto all’autogrill. Equilibrismo con bandiere, bicchieri di carta, lattine di birra, zaini. Una piccola colonna marcia verso il prefiltraggio. Dalle staccionate giungono voci. Non fanno entrare le aste superiori a centoventi centimetri, non fanno accedere in curva quelli che hanno il biglietto di gradinata, non si possono trascinare vessilli con simboli e colori non conformi col nero-rosso canonico, non si può indossare il cappuccio. Solite quadriglie dell’era Osservatorio. E, come sempre, in qualche maniera, alla fine passa quasi tutto. Perché il gioco è quello di negare per legge quel che si concede per favore, in modo tale da suscitare autentica gratitudine. Cosa che, ovviamente, è lungi dal palesarsi. La jolly-roger “istiga” e non entra. Torna in macchina, senza sapere perché. Nel piazzale spunta il cranio pelato di Angioletto. Altri saluti, altri abbracci. Requisisce la sua bandiera. I tornelli sono due. Dalle fessure di sinistra si intravede uno steward. Da quelle a destra una steward, occhiali da soli, capelli legati, jeans stretti e stivali da cavallerizza. Ci mettiamo in fila a destra. E non siamo soli. Il ragazzo prova a smistare un po’ di gente dalla sua parte, ma senza successo. Così chiede il cambio alla ragazza. L’amazzone accetta e passa a sinistra. L’intera fila si sposta a sinistra. Il tipo allarga le braccia. È il nostro turno. “Inseriscilo nella fessura”, chiede la ragazza. “Se ti fa piacere”, è la risposta. È un lavoro difficile, quello della steward. “Ciao, buon divertimento”, “Ciao”. E un capannello indugia a dispiegare i vessilli proprio alle spalle della tipa. Al bar, intanto, è festa. Qualcuno, dall’esterno della grata, alza e abbassa la saracinesca. Così, per vedere andare in pezzi il sistema nervoso dell’addetto alle bibite. 2,50 una birra. Saliamo le gradinate di metallo. Il Conte e Davide finiscono in parterre, e non sanno come uscirne. Noi ci mettiamo un po’ a sistemare la pezza. Una torcia. È ora di cominciare.
Dalla transenna fanno segno di stringere, di compattarci. Mi volto a fare una panoramica, non siamo pochi. Certo, ci sono tanti emigranti sulle cui ugole non sempre si può contare. Ma le prime linee, da sinistra a destra, sembrano decise. Le squadre spuntano da un tendone circense, proprio sotto di noi. Fiato sul collo. Di fronte si agitano diverse bandierine. Proviamo il coro secco. Al terzo ciak si gira la scena. Siamo in felpa. Sventoliamo. Cantiamo. Urliamo. Il Foggia sembra poco timoroso. Abbiamo raccolto 10 euro e li abbiamo giocati sul colpaccio, a 6 di quota. Ci crediamo, come sempre. Il repertorio comincia a dipanarsi. Enzo, che insieme agli altri sta seguendo Puglia Channel, ci incita via sms: “Cantate!”, intima. Uno in maglia bianca va al tiro, largo. Uno dei loro replica poco dopo, Bindi respinge. Partita tattica, dicono. Un bicchiere si rovescia al passamano, l’asta ferisce quello dietro di me, una gomitata versa la birra del vicino, Lo sai che chi non salta è uno sbirro provoca svenimenti. È un continuo: Scusa, scusa, scusami. Un settore dall’educazione ineccepibile. Intorno al 35’ partono i primi cori goliardici. Sembra Coppa Italia, sembra calcio d’agosto. Il primo tempo si esaurisce. E ci rovesciamo al bar a vedere la serranda fare su e giù pregiudicando lo stato psichico del barista. I bagni sono tetri. Nella ripresa attacchiamo da questa parte, sotto di noi. Mi torna in mente un gol di De Angelis a Castel di Sangro, con una cavalcata stile Berti, che ad ogni passo faceva venir giù la curva di mezzo gradino. La transenna riporta alla realtà. Coro continuato, prolungato, sfinente. L’ideale per rimettersi in carreggiata. Siamo meglio del primo tempo. Anche le lande alte cominciano a farsi sedurre dal bel canto. Il Foggia rischia, poi prende coraggio. Per cinque-dieci minuti coltiviamo l’idea della vittoria. E i cori si alzano di intensità. Poi la partita torna ad assopirsi, e noi ci dedichiamo alle new entry in top ten. “Questo è per i ragazzi del furgone”, dice il presentatore. Supertelegattone. E sulle note dell’onda di Piotta, il settore attacca Shalalala, shalalalala. Il Ravenna per poco non passa, ma Bindi si riscatta. Un’altra volta, Us Foggia! Una bandiera finisce nel gorgo e tocca recuperarla con una missione al limite delle possibilità umane. Un saluto ai salernitani, gemellati di quelli di fronte, ed uno alla squadra, mentre l’arbitro fischia la fine. Undici, undici, undici leoni. Abbiamo fatto il nostro, adesso tocca a loro. Spopoliamo.
Cronache romagnole
La statale 16 si avvolge del primo buio. Poco prima di Rimini, svoltiamo per Santarcangelo. Paese di quelli da cartolina, torre di guardia, castello. In alto ci arriviamo scalando. Non c’è anima viva. Gli zaini rovesciano il contenuto su una panchina, mentre in basso il paese si distende, apparentemente vivo e finanche illuminato. Fame, adesso si. Prosciutto e melanzane sott’olio. Lievi come i Marlene Kuntz. Nella zona bassa scopriamo che questo paese si trasforma in Rotterdam. Tra le vetrine e i lounge-bar sembriamo straccioni. Questi hanno un tenore di vita che manco il Lussemburgo. Un signore ci avvicina: “Siete stati a Cesena?”. Ci ha scambiato per crotonesi. “No, a Ravenna”. Fa si con la testa, ma non ha capito un cazzo. Si intuisce a distanza. Tifa Rimini, sostiene, ma ha mollato l’anno scorso. Pensa te cosa può fare una retrocessione. “Ma come? – prova a riportarlo alla giusta dimensione Giuseppe – Ma se siete stati anche in D”; quello ghigna: “Si, vabbé… però…”, “Beh, certo – incalza il nostro esperto, che ormai ha fiutato l’antifona – voi avete anche trascorsi in A”. Quello si illunina: “Infatti, hai capito”. Saluta e va via, convinto di aver giustificato la sua diserzione. Che il Rimini non sia mai stato in A è un dettaglio. Il tempo di scoprire che qui ci è nato anche un papa, che si recupera la macchina. In radio va Roma-Palermo. Ci mancano 450 chilometri. Alla fine ne avremo fatti 2mila per guadagnarci un punto. Va bene così.
02/02/10
La ritirata di Russi
di Lobanowski 2
lunedì 1 febbraio, Ravenna-Foggia (rinviata)
Cisco adocchia la cartina poi dice, no: Stiamo andando a fanculo! (883, Rotta per casa di dio)
Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie rosse. Enzo gli sussurra: “Oh! Oh! Oh!” col megafono, come una specie di mantra fastidioso. Giuseppe tira sul prezzo. Quasi 30 euro per 500 chilometri di autostrada non si pagano a cuor leggero. Apro il finestrino e il vento gelido riempie l’abitacolo. Adesso dietro sono tutti svegli. Stiamo uscendo a Faenza e non sono ancora le 16 e 30. Mezz’ora d’anticipo sulla tabella di marcia. Si stiracchiano i muscoli, ci approssimiamo all’evento, che prima della partita – e ben oltre questa – si chiama reunion. Valerio e Angioletto ci hanno chiamato poco fa. Sono in stazione. Gli altri, i romani, li danno tra Perugia e Cesena. La neve a cumuli occupa la visuale ai bordi della carreggiata. Giuseppe cede e sta pagando. Il cellulare comincia a dimenarsi sul cruscotto. È Antonio. Rispondo sereno. Del resto c’è un tiepido sole e non abbiamo trovato intasamenti, abbiamo accantonato i dubbi della vigilia e le profezie dei gufi d’appartamento. La voce dall’altra parte sta chiedendo: “Dove siete?”, rispondo placido: “Al casello di Faenza”. Il tono si fa cupo e imperativo: “Fermatevi!”. Un interrogativo preoccupato mi si dipinge in faccia. Gli altri non possono vedermi, né intuiscono. “Oh! Oh! Oh!”. “Perché, Antò?”. E la risposta spazza con una raffica di realismo i banchi di speranza mal riposta: “Si va verso il rinvio”, “Cosa? E perché?”, “Non è ancora ufficiale, ma c’è la commissione in campo e pare che siano orientati a spostarla al 14”. Il mio dev’essere un ottimo silenzio prolungato. “Comunque fermatevi, vi chiamo io appena so qualcosa”. Clic. Fermatevi. Ma noi eravamo già fermi. Volevamo fermarci. Avevamo anche adocchiato il punto di ristoro: la Casa del Popolo di via Donati, traversa di via Oberdan. Dobbiamo riunirci e bere il Borghetti che ci siamo portati da casa, dare due calci al pallone, sudare, mettere le basi per una solida influenza e mangiare i panini. E scaldare i cori. Non chiedevamo altro che fermarci. La sbarra biancorossa si alza, passiamo lentamente. Mi giro e comunico la triste nuova: “La rinviano”. Ke-ghé?
Rewind. Faenza è stata scelta all’inizio della settimana. Una settimana lunga più di ogni altra. Una settimana di vigilia. Del resto: sono venti giorni – da quando Rai Sat ha comunicato d’aver scelto Ravenna-Foggia per il posticipo del lunedì sera – che giriamo attorno all’idea di questo viaggio. Abbiamo fatto tutto per bene, stavolta. Il furgone, le telefonate, le mezze giornate di permesso e malattia dal lavoro. La lobby dei disoccupati cronici ha preteso e ottenuto una partenza anticipata. Alle 10. Una fibrillazione al ribasso che per poco non ha imposto lo start all’alba. Poi le immagini della neve, copiosa, a traboccare da ogni schermo televisivo lungo l’intera domenica di disimpegno. E la ridda di voci e conclusioni. Tutti a consultare il meteo. Su Ravenna è previsto sole. Certo, la temperatura potrebbe scendere a 4 gradi sotto zero, la strada è satura di ghiaccio, potrebbero volerci le catene. Ma non dovremmo rischiare. Abbiamo finanche trovato un sito con tanto di webcam piazzata su Piazza del Popolo. Si vede l’asfalto lucido e il cielo bianco, ma non ci sono precipitazioni in corso. Ci sono signori che passeggiano e pattuglie del 113. A sera, qualche passante sotto i portici. Ravenna non sembra Las Vegas, ma neppure Helsinki. E la webcam fa più audience di Don Matteo. Il pullman del Foggia è rimasto cinque ore intrappolato tra Fano e Rimini. “Ma c’era un camion di traverso”. Niente a che vedere con la neve. Si gioca, si gioca sicuro. Allora bandiere e pezze, zaini e vettovaglie finiscono nel bagagliaio. E con una sola mezz’ora di ritardo – a oggi un record! – usciamo dalla città e imbocchiamo la circonvallazione. Dopo il casello parte la compilation: Aeroplano che te ne vai. In alto le mani. Fuori la voce.
A Vasto si sosta per la prima volta. Spunta il pallone. C’è ottimismo. Non che la partita conti tanto in se per sé. Certo, ci giungono sms che aggiornano sulla spesa che l’Uesse sta effettuando al mercato di riparazione. Qualche commento ci scappa. Ma la vera adrenalina è quella che deriva dall’immaginarci lì, sulle tribune di ferraglia, coi riflettori accesi, a cantare a squarciagola, a sventolare le nostre bandiere. E il freddo glaciale, così come la posizione in classifica e le scarse possibilità di fare risultato, non fanno che acuire la voglia d’essere lì. Danilo spara sopra la traversa dell’autolavaggio e la palla si perde nelle vigne. Poi è di nuovo mezzeria. Ancona, il Conero, e le prime fiancate innevate seriamente. “Qua l’ha fatta proprio”, sentenzia Giuliacci. Gli alberi sono scheletri bianchi e neri. A Pesaro scatta la battaglia. “Oh, bambini… adesso ci fermiamo. Ma non fate che appena scendete vi fiondate sulla neve. Non facciamo come se non l’avessimo mai vista, la neve”. Lo scontro è feroce, ma si limita a qualche scambio. La Scocca sentenzia: “Uagliù, evolvetevi!”. E il suo è più un grido disperato contro la corruzione dei costumi che un semplice, bonario rimbrotto. Rimini ci scorre accanto. Non c’è ombra di rallentamento. Autostrada deserta al confine del mare, sento il cuore più forte di questo motore. Gli ultimi chilometri volano. Cesena, Forlì, Faenza. Il casello. Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie. Ma questo l’abbiamo già detto. Ma quanta strada per rivederti ancora…
Non diamoci per vinti, manca accora l’ufficialità. Gli altri, che sono partiti ad un orario meno folle del nostro (e comunque prestissimo), sono circa cento chilometri dietro. Li abbiamo sentiti un’oretta fa. Li abbiamo finanche rassicurati sul tragitto che avrebbero trovato. Adesso ci dicono che ci sono poche speranze di vederla, la partita. Il nove posti sembra vagare tra rotonde e viali alberati. Per qualche minuto si perde anche in centro. E nessuno sembra conoscere via Oberdan. Seguiamo le indicazioni per il campo sportivo, quasi come la scia di una cometa. Il parcheggio ghiacciato della tribuna. Con la speranza ridotta ai minimi termini. Via Donati è la seconda a destra. Abbiamo recuperato i due emiliani d’adozione. Uno sciame pensoso attraversa la strada principale, si incunea nei viottoli. Case basse. Nessuna Casa, nessun Popolo. Un vecchio ci garantisce che abita lì da quindici anni e non ne ha mai visto una. Eppure su Google ci sono addirittura le foto: un ampio porticato, tipo oratorio. Ma quello dice no no e noi non abbiamo nessun portatile, nessuna chiavetta usb, nessuna connessione wireless. Solo un liso pallone a pentagoni tradizionali che slitta sul ghiaccio, come una coperta di Linus. Ultimo brandello della nostra fiducia. Chiamiamo un secondo gruppo nella speranza che possano, chissà come, comunicarci un contrordine, o che non sappiano nulla di nulla e ci contagino con la loro spensieratezza. “Noi? Abbiamo fatto inversione a San Benedetto. Stiamo tornando indietro”. Lo stesso i romani. È ufficiale, dunque. Non c’è neppure bisogno di leggere l’sms che fa vibrare il cellulare. Avanguardia perduta nella neve nel bel mezzo dell’assalto che si pensava vincente. Fossimo partiti all’una, avessimo aspettato Mattia all’uscita del cantiere… Invece: “Presto! Partiamo presto!”, abbiamo ripetuto per quindici giorni. E adesso siamo qui. Macchine ferme, uno stadio innevato, un parcheggio gelato, il Borghetti quasi finito. E una luce come di locanda, una taverna di Betlemme. Circolo bocciofilo per pensionati A.Pancrazi. Servono Segafredo, garantisce l’insegna. Sostiamo pensosi. Tornare a Foggia adesso non esiste. Per il denaro speso, certo, ma anche perché comunque siamo in dodici. Un buon numero per passare una serata a 500 chilometri da casa. E poi a noi di questa partitella continua a non fregarcene un cazzo. Giuseppe si appropinqua. La Scocca entra deciso. La barista esce e ci invita ad entrare: “Dai, per una bevuta non c’è problema!”. Tepore. Tavoli, bancone, anziani. E la sfida. Spartak Faenza vs Dinamo Fidenza. “Voi chi siete?”, “I tifosi ospiti”. Dai Fidenza dai, non mollare mai.
Il resto è un carsico dibattito sugli esiti, un tuffo nelle strade provinciali, l’ingresso a Ravenna col buio, anche se sono ancora le sei. L’indicazione per il settore, le camionette dei carabinieri. “Che cercate?”, “La partita”, “Quale partita?”, “Non c’è una partita?”, “No che non c’è… non vi hanno detto niente?”, “No, mannaggia, e adesso?”, “Siete tutti di Foggia?”, “Si”, “Foggia-Foggia”, “Si”, “Nessuno di San Severo?”, “No”, “Io sono di Severo”, “Noi no”, “Ci avevano detto che i gruppi organizzati erano stati tutti avvisati”, “Ma noi non siamo organizzati”, “Siete nove?”, in dodici rispondono: “Si”. Insomma, questo è il settore. Qua dovevamo arrivare. Qua siamo arrivati. E c’è ancora un resto del resto. Un’appendice di serata che parla di improvvisate e fraintendimenti pericolosi, di recriminazioni, chiacchiere e movimento, di Jegermeister col ghiaccio e saluti alla prossima; di piazze larghe, razionaliste e vuote. Di panini e bottiglioni di vino infranti. Di retromarce azzardate e di stazioni coi bagni chiusi. Di treni per Rimini che partono alle 21:54 e altri saluti, altri abbracci, altri alla prossima. In 57 secondi netti la seconda e la terza fila del furgone piombano in un sonno più simile alla paralisi e alla morte. Tranne Daniele, dormono tutti già al porto fluviale. A Lello cominciano ad accendersi spie sul cruscotto della salute. “Ti senti stanco, Giusé, vuoi che guidi io?”. No, no, è tutto a posto.
lunedì 1 febbraio, Ravenna-Foggia (rinviata)
Cisco adocchia la cartina poi dice, no: Stiamo andando a fanculo! (883, Rotta per casa di dio)
Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie rosse. Enzo gli sussurra: “Oh! Oh! Oh!” col megafono, come una specie di mantra fastidioso. Giuseppe tira sul prezzo. Quasi 30 euro per 500 chilometri di autostrada non si pagano a cuor leggero. Apro il finestrino e il vento gelido riempie l’abitacolo. Adesso dietro sono tutti svegli. Stiamo uscendo a Faenza e non sono ancora le 16 e 30. Mezz’ora d’anticipo sulla tabella di marcia. Si stiracchiano i muscoli, ci approssimiamo all’evento, che prima della partita – e ben oltre questa – si chiama reunion. Valerio e Angioletto ci hanno chiamato poco fa. Sono in stazione. Gli altri, i romani, li danno tra Perugia e Cesena. La neve a cumuli occupa la visuale ai bordi della carreggiata. Giuseppe cede e sta pagando. Il cellulare comincia a dimenarsi sul cruscotto. È Antonio. Rispondo sereno. Del resto c’è un tiepido sole e non abbiamo trovato intasamenti, abbiamo accantonato i dubbi della vigilia e le profezie dei gufi d’appartamento. La voce dall’altra parte sta chiedendo: “Dove siete?”, rispondo placido: “Al casello di Faenza”. Il tono si fa cupo e imperativo: “Fermatevi!”. Un interrogativo preoccupato mi si dipinge in faccia. Gli altri non possono vedermi, né intuiscono. “Oh! Oh! Oh!”. “Perché, Antò?”. E la risposta spazza con una raffica di realismo i banchi di speranza mal riposta: “Si va verso il rinvio”, “Cosa? E perché?”, “Non è ancora ufficiale, ma c’è la commissione in campo e pare che siano orientati a spostarla al 14”. Il mio dev’essere un ottimo silenzio prolungato. “Comunque fermatevi, vi chiamo io appena so qualcosa”. Clic. Fermatevi. Ma noi eravamo già fermi. Volevamo fermarci. Avevamo anche adocchiato il punto di ristoro: la Casa del Popolo di via Donati, traversa di via Oberdan. Dobbiamo riunirci e bere il Borghetti che ci siamo portati da casa, dare due calci al pallone, sudare, mettere le basi per una solida influenza e mangiare i panini. E scaldare i cori. Non chiedevamo altro che fermarci. La sbarra biancorossa si alza, passiamo lentamente. Mi giro e comunico la triste nuova: “La rinviano”. Ke-ghé?
Rewind. Faenza è stata scelta all’inizio della settimana. Una settimana lunga più di ogni altra. Una settimana di vigilia. Del resto: sono venti giorni – da quando Rai Sat ha comunicato d’aver scelto Ravenna-Foggia per il posticipo del lunedì sera – che giriamo attorno all’idea di questo viaggio. Abbiamo fatto tutto per bene, stavolta. Il furgone, le telefonate, le mezze giornate di permesso e malattia dal lavoro. La lobby dei disoccupati cronici ha preteso e ottenuto una partenza anticipata. Alle 10. Una fibrillazione al ribasso che per poco non ha imposto lo start all’alba. Poi le immagini della neve, copiosa, a traboccare da ogni schermo televisivo lungo l’intera domenica di disimpegno. E la ridda di voci e conclusioni. Tutti a consultare il meteo. Su Ravenna è previsto sole. Certo, la temperatura potrebbe scendere a 4 gradi sotto zero, la strada è satura di ghiaccio, potrebbero volerci le catene. Ma non dovremmo rischiare. Abbiamo finanche trovato un sito con tanto di webcam piazzata su Piazza del Popolo. Si vede l’asfalto lucido e il cielo bianco, ma non ci sono precipitazioni in corso. Ci sono signori che passeggiano e pattuglie del 113. A sera, qualche passante sotto i portici. Ravenna non sembra Las Vegas, ma neppure Helsinki. E la webcam fa più audience di Don Matteo. Il pullman del Foggia è rimasto cinque ore intrappolato tra Fano e Rimini. “Ma c’era un camion di traverso”. Niente a che vedere con la neve. Si gioca, si gioca sicuro. Allora bandiere e pezze, zaini e vettovaglie finiscono nel bagagliaio. E con una sola mezz’ora di ritardo – a oggi un record! – usciamo dalla città e imbocchiamo la circonvallazione. Dopo il casello parte la compilation: Aeroplano che te ne vai. In alto le mani. Fuori la voce.
A Vasto si sosta per la prima volta. Spunta il pallone. C’è ottimismo. Non che la partita conti tanto in se per sé. Certo, ci giungono sms che aggiornano sulla spesa che l’Uesse sta effettuando al mercato di riparazione. Qualche commento ci scappa. Ma la vera adrenalina è quella che deriva dall’immaginarci lì, sulle tribune di ferraglia, coi riflettori accesi, a cantare a squarciagola, a sventolare le nostre bandiere. E il freddo glaciale, così come la posizione in classifica e le scarse possibilità di fare risultato, non fanno che acuire la voglia d’essere lì. Danilo spara sopra la traversa dell’autolavaggio e la palla si perde nelle vigne. Poi è di nuovo mezzeria. Ancona, il Conero, e le prime fiancate innevate seriamente. “Qua l’ha fatta proprio”, sentenzia Giuliacci. Gli alberi sono scheletri bianchi e neri. A Pesaro scatta la battaglia. “Oh, bambini… adesso ci fermiamo. Ma non fate che appena scendete vi fiondate sulla neve. Non facciamo come se non l’avessimo mai vista, la neve”. Lo scontro è feroce, ma si limita a qualche scambio. La Scocca sentenzia: “Uagliù, evolvetevi!”. E il suo è più un grido disperato contro la corruzione dei costumi che un semplice, bonario rimbrotto. Rimini ci scorre accanto. Non c’è ombra di rallentamento. Autostrada deserta al confine del mare, sento il cuore più forte di questo motore. Gli ultimi chilometri volano. Cesena, Forlì, Faenza. Il casello. Il casellante ha la faccia da caratterista del Drive In e le occhiaie. Ma questo l’abbiamo già detto. Ma quanta strada per rivederti ancora…
Non diamoci per vinti, manca accora l’ufficialità. Gli altri, che sono partiti ad un orario meno folle del nostro (e comunque prestissimo), sono circa cento chilometri dietro. Li abbiamo sentiti un’oretta fa. Li abbiamo finanche rassicurati sul tragitto che avrebbero trovato. Adesso ci dicono che ci sono poche speranze di vederla, la partita. Il nove posti sembra vagare tra rotonde e viali alberati. Per qualche minuto si perde anche in centro. E nessuno sembra conoscere via Oberdan. Seguiamo le indicazioni per il campo sportivo, quasi come la scia di una cometa. Il parcheggio ghiacciato della tribuna. Con la speranza ridotta ai minimi termini. Via Donati è la seconda a destra. Abbiamo recuperato i due emiliani d’adozione. Uno sciame pensoso attraversa la strada principale, si incunea nei viottoli. Case basse. Nessuna Casa, nessun Popolo. Un vecchio ci garantisce che abita lì da quindici anni e non ne ha mai visto una. Eppure su Google ci sono addirittura le foto: un ampio porticato, tipo oratorio. Ma quello dice no no e noi non abbiamo nessun portatile, nessuna chiavetta usb, nessuna connessione wireless. Solo un liso pallone a pentagoni tradizionali che slitta sul ghiaccio, come una coperta di Linus. Ultimo brandello della nostra fiducia. Chiamiamo un secondo gruppo nella speranza che possano, chissà come, comunicarci un contrordine, o che non sappiano nulla di nulla e ci contagino con la loro spensieratezza. “Noi? Abbiamo fatto inversione a San Benedetto. Stiamo tornando indietro”. Lo stesso i romani. È ufficiale, dunque. Non c’è neppure bisogno di leggere l’sms che fa vibrare il cellulare. Avanguardia perduta nella neve nel bel mezzo dell’assalto che si pensava vincente. Fossimo partiti all’una, avessimo aspettato Mattia all’uscita del cantiere… Invece: “Presto! Partiamo presto!”, abbiamo ripetuto per quindici giorni. E adesso siamo qui. Macchine ferme, uno stadio innevato, un parcheggio gelato, il Borghetti quasi finito. E una luce come di locanda, una taverna di Betlemme. Circolo bocciofilo per pensionati A.Pancrazi. Servono Segafredo, garantisce l’insegna. Sostiamo pensosi. Tornare a Foggia adesso non esiste. Per il denaro speso, certo, ma anche perché comunque siamo in dodici. Un buon numero per passare una serata a 500 chilometri da casa. E poi a noi di questa partitella continua a non fregarcene un cazzo. Giuseppe si appropinqua. La Scocca entra deciso. La barista esce e ci invita ad entrare: “Dai, per una bevuta non c’è problema!”. Tepore. Tavoli, bancone, anziani. E la sfida. Spartak Faenza vs Dinamo Fidenza. “Voi chi siete?”, “I tifosi ospiti”. Dai Fidenza dai, non mollare mai.
Il resto è un carsico dibattito sugli esiti, un tuffo nelle strade provinciali, l’ingresso a Ravenna col buio, anche se sono ancora le sei. L’indicazione per il settore, le camionette dei carabinieri. “Che cercate?”, “La partita”, “Quale partita?”, “Non c’è una partita?”, “No che non c’è… non vi hanno detto niente?”, “No, mannaggia, e adesso?”, “Siete tutti di Foggia?”, “Si”, “Foggia-Foggia”, “Si”, “Nessuno di San Severo?”, “No”, “Io sono di Severo”, “Noi no”, “Ci avevano detto che i gruppi organizzati erano stati tutti avvisati”, “Ma noi non siamo organizzati”, “Siete nove?”, in dodici rispondono: “Si”. Insomma, questo è il settore. Qua dovevamo arrivare. Qua siamo arrivati. E c’è ancora un resto del resto. Un’appendice di serata che parla di improvvisate e fraintendimenti pericolosi, di recriminazioni, chiacchiere e movimento, di Jegermeister col ghiaccio e saluti alla prossima; di piazze larghe, razionaliste e vuote. Di panini e bottiglioni di vino infranti. Di retromarce azzardate e di stazioni coi bagni chiusi. Di treni per Rimini che partono alle 21:54 e altri saluti, altri abbracci, altri alla prossima. In 57 secondi netti la seconda e la terza fila del furgone piombano in un sonno più simile alla paralisi e alla morte. Tranne Daniele, dormono tutti già al porto fluviale. A Lello cominciano ad accendersi spie sul cruscotto della salute. “Ti senti stanco, Giusé, vuoi che guidi io?”. No, no, è tutto a posto.
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