12/08/13

Esistenziale



Lacedonia, 11 agosto 2013, Foggia-AF New York 3-2

L’ultimo tornante prima del casello immette in un rettilineo breve e sconnesso. Il casello si finge pianura e lascia intravedere il lungo serpente grigio-alabastro dell’A16. Un’icona per i figli dei dipendenti delle Autostrade S.p.A. che ricevevano a casa la rivista ufficiale dell’azienda pubblica e partecipata. Innamorati delle strade, dei viadotti che scavalcano le voragini, come dei locomotori e dei vagoni la prole dei ferrovieri. Ticket. Adesso, si, possiamo cominciare a chiedercelo. Con un filo di fiato: Che ne sarà di noi? Ultimate le pratiche dell’estate da ritiro, lasciata alle spalle la promiscua bellezza intimidente di questa ennesima vallata d’agosto, a centocinquanta all’ora sulla corsia di destra, possiamo dare fiato ai dubbi del pensiero. Che faremo noi? Noi, che questa maglia ci rende fieri e ci commuove alle lacrime, che ci basta sapere che metteremo su ruote il nostro adolescenziale amore per essere felici nuovamente. Noi, quella brutta gente dei gruppi, inebetiti dalla bellezza abbacinante di scorrazzare tra i campetti e i bar del Molise e dell’Irpinia. Storditi da una possibilità che era prassi e che adesso sembra concessione. O furto di marmellata dalla credenza. L’abitacolo è uno scriptorium. La speranza è l’ultima a morire, ma nel frattempo sentiamo il fegato friggere. Tra qualche giorno l’Acd Foggia calcio, ora Srl e ripescata tra i Pro, si presenterà ai suoi tifosi – che poi saremmo noi, che già la conosciamo – in un’amichevole di bigiotteria con la terza squadra dell’Atletico Madrid. Ma basta dire “Zaccheria, ore 20:30”, per rinfrescarci la memoria su quanto ci piacciano i fari accesi e per sentire profumo del grande evento. Poi sarà la volta dell’Arzanese, in Coppa Italia. Vincere, pareggiare o perdere. La solita storia, da sempre. A quel punto non potremo più parlare di speranze. Sarà reale. Ci vieteranno Caserta. E le vacanze precampionato saranno ufficialmente finite. Come corridori che, a suon di curve ascendenti, di aria a gonfiare i polmoni, di entusiasmo e birra tra lo sterno e il fegato, non si rendono minimamente conto di quanto sia diventata stretta la strada, di quanto sdrucciolevole sia stato reso il sentiero. Finché non devono inchiodare. La balla di fieno è nel bel mezzo del percorso obbligato. Non c’è verso di aggirarla. E bestemmiare, protestare o piangere non la sposterà di lì. Che ne sarà di noi, della nostra infantile felicità, quando ci renderemo conto che non basta far finta di niente per smaterializzare gli ostacoli? Sarà l’ennesima ordalia dell’innocenza. Che, tra l’altro, è diventata parte della nostra vita. Da quando, alle medie, ci si accorge che non è sufficiente fingersi invisibili per evitare l’interrogazione in Geografia. Che ne sarà di noi? Non lo sappiamo, o forse lo sappiamo fin troppo bene. Guardiamo il contachilometri. Siamo già a Candela, davanti a noi altre macchine di ritorno da Lacedonia, piene di brutta gente dei gruppi. E in cima alla fila, un Agnello sacrificale che, seduto alla destra del Padre, non riesce ad infilare il biglietto nell’apposita fessura. A volte la vita è stronza. Semmai fosse presente un bacillo di timidezza, in quel pover’uomo alla berlina – sommerso dai clacson e dagli strepiti, soccorso da una specie di steward delle Autostrade privatizzate e meccanizzate – a quest’ora avrà già fatto reazione chimica, come l’olio nell’acqua. O il cherosene nella fornacella. La barra biancorossa si alza. Il Timido ubriaco passa, e sembra che anche la vettura barcolli. Due macchine e tocca a noi. La superstrada per Foggia. Chissà se, il giorno del giudizio, l’iracondo Signore ci mostrerà – a mo’ di consuntivo da Guerin Sportivo – il totale dei chilometri percorsi in vita. Adoro le statistiche. Qualche rado volatile parlante taglia il silenzio pensoso. Come i fenicotteri rosa alle Saline. È l’ultima volta che seguiamo il Foggia fuori casa, quest’anno? Non pensiamoci. Ancora per qualche giorno.

L’ultimo tratto del serpentone grigio-alabastro dell’A16 lo si fa scalando le marce. Mezz’ora di percorso netto, da via Mazzini a qui. Svolta a destra. Il casello di Lacedonia ci immette in un breve rettilineo sconnesso. Per la prima volta in vita nostra ci chiediamo dove sia il paese. In lontananza si vede Sant’Agata. Ma null’altro, qui attorno, fatta eccezione per una vallata luminosa e intimidente, le lunghe stilizzate pale eoliche e le balle di fieno (daje!). I cartelli dicono sempre dritto. Poi si comincia a salire. Corridori in sospensione, all’ultima corsa. Il Foggia gioca alle 17. Manca ancora mezz’ora. Ma il paese non c’è. Il nostro proverbiale ottimismo si riduce ad un nucleo di idealismo striato. Giochiamo contro gli americani. Una squadra di New York. Semipro. Allenata da un foggiano. “Che ci fanno gli americani a Lacedonia?”, “E perché, in Iraq?”. Le case ci sorprendono nell’apnea, come se non ce le aspettassimo ormai più e ci fossimo rassegnati a vagare. Un benzinaio. Si, dev’essere questo il paese. O una suggestione collettiva. Chiediamo ad un ragazzino del campo sportivo. È sempre bello dire “campo sportivo”. Sa di terra e odora di legno e cemento. “Stadio” non odora di niente. Quello ci dice di andare sempre dritto. Che, in questo paese a spirale, equivale ad un puro eufemismo. In sostanza, andiamo a destra e a sinistra a fasi alterne, pedinando la strada che ci fa strada e spalanca le case ai due lati. Come un romanzo (o un amplesso), il paese raggiunge un climax, poi decade. Il campo è in fondo alla scarpata, dall’altra parte dell’intreccio, o dell’orgasmo. C’è gente. Mancano venti minuti. Campo sulla destra, poi sulla sinistra. In mezzo, lo sapete. Si torna in centro. Il primo bar è un bar per fighetti. Olè. Adoro il pregiudizio quando s’erge sul raziocinio e ne fa carne da porco. Parcheggiamo in un viottolo. Dentro, il locale è spazioso e tendente alle tonalità scure di un lounge-bar. Dove siete, osti di tutte le valli? Chiediamo una quantità di cose anomale. Tipo: una rossa alla spina, una bionda 0,40, un espressino con un accenno di cacao, un donut e un latte freddo. Il tipo dietro al banco è professionale ma flemmatico, dice il vigile urbano vigile ma grasso. Ci sediamo fuori, sotto gli ombrelloni. Da qualche ora non è più San Lorenzo, ma tra un po’ da questo stretto, latteo budello in centro, l’Osservatorio astronomico ha previsto il passaggio dei foggiani. Automuniti, milite esenti, e con le facce indignate di chi ha fatto tardi. In noi – orrore! – si fa largo l’idea di aver pagato un prezzo ragionevole. Allora, per permettere al pregiudizio il suo meritato colpo di coda, ci diciamo tra noi che è “impossibile” che questo abbia le Peroni in bottiglia. I foggiani passano. Noi alziamo i boccali per salutarli. Quelli accelerano. E il Flemmatico non solo ha le Peroni. Ma le vende a 1 euro. Mentre l’acqua vale 50 centesimi. Lo abbiamo giudicato male, dalla facciata. Abbiamo confuso il popolare col brutto. Abbiamo assecondato lo stereotipo borghese che la comodità sia fri-fri. Impariamo qualcosa che non metteremo mai in pratica. Ma è stato bello lo stesso, sognare.

Gli Americani sono spocchiosi, riccastri figli di papà, wasp dei campus. È così. E se anche non lo fosse, non ci interessa. Non siamo venuti a Lacedonia per smantellare tutto quello che abbiamo sempre pensato senza alcun fondamento. E oggi devono perdere. Nessuno spirito amichevole. Sono così, quelli. Fingono di esserti amici e poi ti riempiono di portaerei. Quindi, il Foggia in maglia rossa è un segno del destino. Avanti! Affondiamoli! Quando riemergiamo dalla tessitura degli striscioni e delle pezze, è da poco passato il ventesimo. I venditori di tappeti al viale della stazione ci mettono di meno a issare la bancarella. Perdiamo 1-0. L’ho visto il gol di quel fottuto imperialista. Il tifo. Qui ci vuole il tifo. I battimani sono belli. Non siamo tanti come a Sturno, ma siamo più che sufficienti. Cantiamo. Fino al pareggio, che non ci basta. E finché non ci mettiamo in testa di imparare un coro nuovo. Che poi non è nuovo per niente. C’è una squadra che di gioia impazzire mi fa. Dieci minuti filati. Gli scolari si applicano, ma il coro è un rondinone che non spicca il volo. Ce la farà, certo che ce la farà. Nel frattempo, i quadranti degli orologi da polso fanno tendenza. È una marcia militare. Il Foggia ha preso le contromisure a questi dannati. Guadagna spazio. Loro applicano i dettami del loro mister, che essendo di Foggia avrà avuto come modello assoluto il Sant’Anna che giocava dove adesso sta la piazza: il portiere deve essere portiere, poi i cessi in difesa, i quasi forti a centrocampo, e i forti avanti. L’unica punta porta il numero 5. Le mezze-punte sanno stoppare. I centrali di difesa sono degli efficaci scarponi. E i suoi colori sono quelli di questa città. Bugia. Ma il Foggia segna nel recupero. Adesso si. E chiedete scusa per Sigonella! Un’allegra pipì tra i campi, come ai tempi del Pascoli. E poi in macchina, a risalire i tornanti, verso le birre. “Ma com’è – chiedo ad un ragazzo sull’uscio del bar che ci sembrava fighetto – che nessun paesano tuo ha pensato di mettersi fuori dal campo con la borsa frigo?”, “Perché qua sono fiscali”. La Svizzera a due passi da casa. Quando torniamo, il Foggia è sul 3-1 e si è mangiato un rigore. Questa cosa ci addolora. Non bisogna prendere sottogamba gli impegni. Non bisogna avere pietà, che questi alla prima occasione ti chiudono le ambasciate. Le Peroni girano di mano in mano. I cori sono alti. I bandieroni sventolano soddisfatti e impettiti. È sempre bello. Noi non pensiamo a niente. È meglio. E, come volevasi dimostrare, gli Americani accorciano le distanze e per poco non pareggiano. E meno male al cielo che l’arbitro fischia, salvando i rossoneri da una contestazione nazional-popolare che avrebbe ripercussioni sul quadro dell’Alleanza Atlantica! Squadra sotto la curva, rituale di festa tribale. Ci vengono pure gli Americani. Ehm. E va bene, dai, un applauso anche a loro. Che tanto, chi li vede più. Stacchiamo le nostre cose. Pacche sulle spalle, saluti e baci. Alle macchine. Chi torna in città, chi al mare. Sono le sette. La sera è ancora lontana. Stanotte cadono le stelle. Che ne sarà di noi?

08/08/13

La penultima scampagnata


Mercoledì 7 agosto, Sturno (Av), Foggia-Palermo primavera 1-1

Ci eravamo già stati. Un paio di anni fa, che sembrano un’altra vita. La stagione di Bonacina e quella di Vespasiano sono, nella nostra memoria, scolpite negli stessi anfratti. Dati sovrapposti. Vuoi realmente sostituire il file? All’epoca, millenni orsono, giocammo contro la rappresentativa locale. E svernammo velocemente in un bar nella parte bassa del paese, a due tornanti dal campo sportivo. Niente di particolarmente rumoroso. Se non il ricordo di un periodo cupo, marchiato a fuoco dal post-Zeman, dalla Tessera del tifoso, da Casillo, dai mesi di divieto assoluto che vanno dal Flaminio a Santa Maria Capua Vetere. L’intero arco di due stagioni complete. Che muovere su Trivento fu l’apice. Ci torniamo. Con uno spirito diverso. E un’inquietudine latente, che guadagna metri nell’animo come nel football americano. Già. Perché Sturno è la terza amichevole del secondo Foggia di Padalino. E, per la prima volta in tanti anni di ritiro, le abbiamo potute seguire tutte. “Che belli i ritiri vicini”. Perché si gioca col Palermo primavera, che non sarà la prima squadra ma ha le maglie identiche, che mettono in moto un po’ di associazioni. Perché siamo in tanti, sulla linea dell’autostrada e sotto un sole implacabile. Però, non facciamo finta di niente, in settimana siamo stati promossi. Ufficialmente “ripescati” in Lega Pro. In C2, si sarebbe detto ai tempi belli. Che poi, ripescati non è il termine giusto. Perché noi non siamo mai retrocessi in serie D. Eravamo salvi in C1, sul campo, e solo il fallimento di chi sappiamo ci ha scaraventato nel girone inferiore di questi inferi che durano da quattro lustri almeno. Quindi, a rigor di logica, la Lega ci ha restituito meno della metà di ciò che ci spettava. Ma non è quello. È che queste facce qui, questa gente che gioca a sorpassarsi tra il casello di Lacedonia e quello di Vallata, hanno in fondo all’iride la consapevolezza che il ritorno tra i Professionisti – mentre da un lato rappresenta una vittoria sportiva della nostra squadra del cuore, dall’altro… – è il ritorno sulla scena di tutto quanto odiamo. E che in quarta serie era più sfumato. L’obbligo di restare a casa quando il Foggia gioca in trasferta. A Messina come a Gavorrano e a Poggibonsi. Facciamo finta di niente, ma qualcosa è cambiato. E il sospetto che l’amichevole di domenica prossima a Lacedonia possa rappresentare l’ultima scampagnata fuori porta, è una spada di Damocle sulle nostre teste accaldate. Ma per vivere bisogna ricacciare indietro i pensieri cupi. Quelli ci inchioderebbero, riducendoci all’inazione e all’immobilismo. Così, percorriamo i settanta chilometri di statale, A16 e provinciali, col sorriso ebete di un pupazzo gonfiabile e lo stato d’animo di un malato terminale in pellegrinaggio a Medjugorje. No, non Paolo Brosio. Non così gonfiabile. La carovana della Nord arriva giusto in tempo. Quindi in largo anticipo. A Sabrina non piace la pubblicità statunitense della nuova Fiat Cinquecento, la trova piena di stereotipi, e per l’indignazione decide di investire un’ausiliaria del traffico che prova ad suggerirci – a noi! – il parcheggio più idoneo. Quella, comprensiva, non dice niente. Noi ci parcheggiamo dove vogliamo. Cioè, dove c’è spazio. Poi una sfilza di maglie nere prende a salire la collina. Con una fatica non indifferente. Si, ce lo ricordiamo il campo. C’è pure il solito chiosco, che fa i soldi una volta ogni due anni. Dentro c’è già la Sud. E tanta gente, ai margini. C’è pure uno che riprende, uno che parla al microfono e uno che commenta le azioni salienti. Ma non s’è capito se poi quel che registrano se lo rivedono a casa loro, la sera, come le diapositive del mare. Il tempo di attaccare striscioni e pezze e siamo in action. Troppo in action per i trentacinque gradi all’ombra. Siamo dei maledetti forsennati. Tra cori secchi, cori ripetuti e battimani, sembriamo gli stessi di Pomigliano, quando ci giocavamo i play-off. In campo, il Foggia preme, ma i ragazzi del Palermo sembrano tecnicamente validi e quando verticalizzano fanno male (ah! Analisi tecnica!). Noi continuiamo per la nostra strada, senza soste e senza respiro. Una vita al limite dell’affanno. Girano oscure bottigliette d’acqua. Il mio cuore lo sai. Questa non è una corsa campestre, questi sono i tremila siepi. Batte solo per te! La rete si gonfia, il guardalinee annulla. Ladri! Così una selva di mani fissa l’uomo con la pettorina sulla linea laterale. E si scopre che c’avrà quindici anni. Ladri minorenni e sfruttatori del lavoro minorile! Il guardalinee in erba ci guarda, poi prende la pettorina e la consegna ad un attempato buontempone. Alt gioco. Alla fine del tempo, comunque, ci comunicano che il Foggia vince 1-0 lo stesso. Ottimo. S’era visto che esercitava pressione. La ripresa è da lavori forzati. Senza la goliardia di Agnone, spacchiamo pietre vocali. Il Palermo ha spazi. Il Foggia sembra stanco. Concede. Finché i rosanero non pareggiano. Il sole penetra nelle fessure del cranio. I cori che ne fuoriescono grondano latenza. Il tamburino esegue sonorità tribali. E, se dio vuole, la partita finisce. Un buon pari. La squadra sotto la tribuna sembra dispiaciuta. Umilmente, chiede quasi perdono per questi due punti persi. Vacillano le certezze. Non è manco Coppa Italia, questa. Ma qualcuno dovrà pur dirlo. Un’altra volta, però. Fuori. Il paese è chiuso. Sigillato. Per una birra, dice il pizzardone capo, bisogna scendere a valle e risalire. Lo faremo.  

Bobby Fred

Ci inoltriamo. In salita. La Chiesa di San Michele Arcangelo è una foto incassata nel muro. Quella originale è venuta giù nel terremoto dell’Ottanta. Quella ricostruita è una mostruosità evidente. La piazza è un saliscendi. Troviamo il nostro angolo, guidati come al solito dai tavolini rossi della Peroni. (Che per noi fungono da segnalazione nautica). Davanti a noi, il nonno del Tennis Club ha allestito il suo banchetto. Giocattoli. “Ma è festa patronale?”, domandiamo agli avventori del bar. “Domani”. E di cose così ne scopriamo altre. Tipo che a qualcuno Foggia sembra bella e pulita. E che lo scorbutico barista, intento a riprendere il figlio con la sua radiocomandata, tra un’oretta metterà su la brace. Sulla rotonda dinanzi alla chiesa, un palco annuncia serata musicale. E il Concato in sottofondo, da solo, non basta a giustificare il deserto umano che abbraccia la struttura. Noi, invasi da una stanchezza che rasenta la vecchiaia dello spirito, non beviamo con la stessa verve di sempre. Talune bottiglie da 0,33 volano al cestino non ancora finite (anche perché il figlio dello Scorbutico, finito di giocare con le macchinine, si mette a sparecchiare con zelo e predisposizione). E quasi sempre calde. Sigarette mai spente. E un tressette comprensivo con un signore che sorvola sul livello dei suoi avversari. Poi le casse diffondono La canzone del sole. E impazza il dibattito. Se la signorina sia una ricca borghese di facili costumi o, più facilmente, che il signorino sia un idiota. Proletario o no. Ferma, ti prego, la mano. Idiota. Il congresso vota il suo pazzo. Per quattro volte di fila. Vince sempre lui. Serpeggia diserzione. Arrivano i panini. Il monumento commemora gli eroi di Sturno caduti nelle guerre d’Italia. Sul basamento, una foto di gruppo del paese durante il fascismo. I fascisti in divisa sono otto. Un buon risultato. Attorno, facce di ventenni che sembrano cinquantenni. Visi affilati, particolari, identificabili al primo sguardo. Tre ragazzini seduti di fronte hanno la stessa faccia. Che inquietante meraviglia, la genetica! “Ce ne andiamo?”, “Si”, “Magari aspettiamo il primo pezzo del gruppo”. Ma il gruppo si fa attendere. Alle dieci, ancora niente. Serpeggia nervosismo. La piazza, nel frattempo, s’è animata. Forse perché è andata via la voce di Concato. Altro giro di birre. Il terzo.

Poi da una luce azzurra, da una gialla, e dall’assenza di un’ovazione, capiamo che i ragazzi sono in giro. Via, via, vieni via con me. Un Paolo Conte da piano bar, anni Ottanta. Ma pur sempre Via con me. Ci alziamo, andiamo sotto il palco. Ci guardano, ma è tutto sotto controllo. Non siamo molesti, né entusiasti al punto da risultare fuori luogo. E scatenare la ritorsione. Non perderti per niente al mondo lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te. Intermezzo. Placidi, stiamo per salutare il paese. Quando, all’improvviso, non si capisce più niente. Enzo vede la luce. E, come un pastorello di Fatima, corre ad annunciarlo a tutti. I suoi occhi sono trapassati da lamine di laser, le sue parole sono confuse. Più del solito. Ci chiede di seguirlo, che dietro l’angolo sta succedendo qualcosa. Qualcosa di grosso. Arriviamo. E quel che vediamo è raggelante. Un corteo. Un trattore sospinge un trono rosso porpora. Davanti, di fianco e dietro al catafalco in avvicinamento, un gruppo di bodyguard con dei fucili di plastica. Il capo delle guardie del corpo avrà settant’anni. Sul trono, Bobby Fred. L’estroverso del paese. L’Estroso, come dice la moglie dello Scorbutico. Vestito da papa, con tanto di tiara e pastorale. A bocca aperta, fissiamo lo spettacolo. Sogniamo o siam desti? Il serraglio s’avvicina. Il papa benedice. La piazza ondeggia, lo adora. Decine di digitali immortalano il suo passaggio. “L’anno scorso è arrivato in carrozza”. Dev’essere come la Festa della Dea. Ci passa vicino. Ci dice: “Forza Palermo!”. Ed è lì che lo riconosciamo! L’abbiamo visto al campo. Quel soggettone sulla cinquantina e passa, coi capelli lunghi e gialli, con le lentine blu. Quello che si voleva fare la foto con Arnaldo! Pensavamo fosse un pazzo. Ma costui è un genio. Il suo corteo regale, la sua papa-mobile, sparisce in un viottolo, lasciando la gente ilare e soddisfatta, con un sorriso di beatitudine (e scampato pericolo) sulle labbra. Poi torna. A quel punto, a grandi falcate, decidiamo di fendere la piazza. Dobbiamo consegnare a Papa Bob la sciarpetta. Quella di Carmine, che nessuno di noi ne ha portata una. Arriviamo sotto il seggio del pontefice. Allunghiamo il vessillo come in Piazza San Pietro si allungano neonati. Una delle guardie del corpo afferra la sciarpa. La controlla come se fosse un cibo da assaggiare. Poi la gira al Papa Re. Che, senza pensarci su due volte, se la attorciglia attorno al collo. Il nostro applauso è fragoroso. Lo sguardo di Enzo è quello di Brosio. Quando ha visto la Madonna. O quando ha sgamato la moglie. “Forza Foggia!”, grida il Pontefice. Le guardie del corpo applaudono, la piazza li segue. È il tripudio. Un gol inatteso, che gonfia i cuori di gratitudine. Questo perfetto sconosciuto ci ha conquistati. Ma le sorprese non sono finite. Il soggettone non è solo un istrionico cabarettista situazionista. Muove verso il palco. Noi pensiamo: Oddio, oddio, oddio. Vuoi vedere che, vuoi vedere che. Si. Sale, con i suoi uomini in nero. Il settantenne lo annuncia, dopo aver minacciato di aprire il fuoco su tutti. Johnny Rotten della Bassa Irpinia. E lui guadagna il microfono. “Da oggi c’è un terzo papa”. E noi andiamo fuori di cotenna. Rock&Roll allo stato puro. Canta. Quell’uomo canta. Tre pezzi, suoi. Di cui uno in inglese. O in farsi, non s’è capito. E noi, coi nostri battimani, siamo il suo Fan Club. C’è dell’Elvis, nella sua impostazione canora. C’è del Toni Renis. C’è del Debord. C’è dell’Hannibal Lecter. Alla fine, il visibilio copre tutti. E lui saluta, per primi, “i giocatori del Foggia”. Che saremmo noi. La piazza si gira, festante. Le massaie ci fissano sorridenti ed incredule. Noi applaudiamo. Mentre Papa Bob comincia a snocciolare i paesi a cui tiene. Flumeri, Grottaminarda, Frigento. E “Foggia, nostri grandi amici”. Poi annuncia che la piazza potrà rivederlo tra quindici anni. E un attimo dopo risale, che ha dimenticato di ringraziare Sturno. Imbocchiamo la discesa con lo sguardo allucinato e il passo infermo. È successo davvero. E noi stavamo per andarcene.

05/08/13

Il suono delle campane


Agnone, 1 agosto 2013, Olimpia Agnonese-Foggia 0-2


Fosso. Avvallamento. Fosso. Crepaccio. Fosso. Tagadà.
Sabrina – perché da noi le donne non solo parlano, ma guidano pure! – pilota la festa di Sant’Anna sulla strada che ci ha consigliato chi sappiamo. Perché è così che funziona. Un compunto addetto alla logistica studia le mappe, la cartografia classica e quella satellitare, fino ad individuare il percorso di avvicinamento più idoneo, in base ai parametri della distanza e del tempo di percorrenza. Lo comunica agli altri già nei giorni precedenti. Gli altri accettano. Convinti. Poi, cinque minuti prima della partenza vera e propria, salta su qualcuno. E sbraita: “Chessò?”. Scuote la testa. E propone una strada alternativa. Anzi. Non propone. Fa passare per ingenua la gran massa. Indica un sentiero tra i boschi di conifere. Un acciottolato simile a quello che i tedeschi si trovarono davanti durante l’offensiva delle Ardenne. E porta a testimonianza un suo zio che, immancabilmente, o fa il camionista o “fa sempre questa strada”. Gli altri, quelli che avevano condiviso il percorso del cartografo ufficiale, accettano. Per non sembrare degli allocchi. Noi, alle due e passa del pomeriggio, eravamo ancora convinti che la Termoli-San Salvo e la deviazione verso Trivento, fosse la strada giusta. Ma un consesso di scettici ci ha canzonato. “Si va per Campobasso, poi Isernia, come se volessi andare a Roma”. Eh. Ma noi non stiamo andando a Roma. Stiamo andando ad Agnone.
Inutile puntiglio.
Soldati, siamo. Accettiamo. E a mezz’ora dall’inizio della sfida con l’Olimpia, come ciclisti al cartello dei dieci chilometri, ne mancano ancora trentacinque. E sono tutti così.
Curva. Fosso. Avvallamento.
La macchina saltella, agile e aggraziata come una gazzella inseguita da un licaone.
Agnone è quel paese spiaccicato sulla montagna. Seicento e passa metri sul livello del mare. E meno male che hanno edificato il viadotto nella vallata. Sennò sulle volute ascensionali ci facevamo vecchi. Fosso grande. Burrone. Avrai la festa di Sant’Anna da aspettare.
Ci siamo. Sguardo all’orologio. Le cinque. Il paese, seguendo frettolosamente delle precise indicazioni casuali e le macchine che ci precedono, finisce in una strettoia. Un paziente nonno ci suggerisce di fare inversione. A meno che noialtri non si voglia campeggiare in quel vicolo chiuso, godendo dell’aria fresca e catramosa del non avere vie d’uscita. Sento un coro dentro una bottiglia.
Ampio parcheggio. La tribuna. Un signore, all’ingresso, ha l’ingrato compito di chiedere un’offerta. Come in chiesa. E, proprio come in chiesa, le nostre facce sono mortificate. I nostri gesti, misurati. Il nostro peccato, mortale. Pazienza. Quando sarà la nostra ora, ci metteranno in conto anche questa sgarbatezza. Per ora, il problema non si pone. Sfiliamo in basso, magliette nere, tra la gente assiepata sugli spalti che ci osserva. Incontriamo altri foggiani. “Che strada avete fatto?”, “La Termoli”. Sguardi a metà tra il “te l’avevo detto io” e il “vafammocc a mamt” si intrecciano in un amoroso abbraccio. Ci sistemiamo. La partita è iniziata. L’Agnonese è una squadra di D. Come noi. “No, noi siamo ripescati”. Ah, beh. Il terreno di gioco è un tappeto. Liscio e comodo come al biliardo. “In Molise stann i sold”. Per questo non ci vogliono. Per questo vanno invasi militarmente. I primi cori. Timidi. Si tratta pur sempre di rompere la quiete. Di urlare nel silenzio. E non siamo così pazzi da farlo come se fosse la cosa più normale del mondo. Se uno urla per strada, quello è. Ci prendiamo gusto. Sentiamo svariate paia d’occhi addosso. La nostra diversità ci strappa sempre un sorriso compiaciuto. Ma dice: Amarti ancora? Si. E che senso ha “amarti ancora” e “fallo dolcemente”? Ma non dice “fallo”, dice “farlo”. Io ho capito “amarsi”. Vabbù, canta e basta. Senza fare troppe domande. Borghetti, Peroni e sherry. Lo sherry, e capì? Roba di lusso. È dolce, è sherry. Certo. Lo sherry amaro è un Petrus. L’arbitro ha dei capelli ambigui. Il Foggia gioca, e ci mancherebbe altro. Il primo tempo finisce zero a zero. Sparpagliamoci. Socializziamo. Sono bei posti, questi. Ogni volta, mi assale una nostalgia del non vissuto. Di tutte le vite che potevo essere e non sono stato. Campare qui, in una di quelle case del centro storico, con la finestrella sulla strada, le tendine tirate, una bottiglia di brandy e mezzo metro di neve a terra. Godermi il silenzio. È un delirio, ne sono conscio. Del resto, mi ricordo come fosse ieri quella volta che a Tolentino, Jordan chiese di scappare via, che un'altra sorsata di silenzio e sarebbe impazzito. Ci ricompattiamo. Mentre io mi soffermo su alcune storie Viennesi, il settore divampa. Ed è bello, ad agosto come a novembre, in piena estate come nell’inverno del nostro scontento. È spettacolo. Dai balli di gruppo alla squadra sotto la curva. Che poi non è una curva. Due a zero per noi. Raccattiamo le masserizie. E pure le scorze di melone di pane volate in campo. Speriamo non ci diffidino. Ma di questi tempi.

Il caso Agnone

 “Abbiamo tempo per una birra?”, “Si, per una birra si”. Una e basta, che c’è gente che lavora. E qua, pure abbandonando gli altri alle loro gare d’alpinismo con la macchina, ci vorranno almeno due ore per giungere a casa. E ci stiamo trattenendo troppo. Certo, c’è la signora Mancini, ed è sempre un piacere. Parliamo di ripescaggio. E della Curva Nord ancora chiusa. Dei manutentori inoperosi, ben oltre le promesse. Poi sbuchiamo sul parcheggio. Enzo propone il bar che sta di fianco al muraglione dietro la porta. Io insisto che voglio vedere la piazza. Diamine, siamo nella capitale europea delle campane. Un tocco di cultura, un brivido di caratteristico. Siamo o non siamo sofisticati? Ma quello dietro sbraita: “Per il tempo che dobbiamo rimanere, non ne vale la pena”. Gli altri, però, sono rustici quanto me. E il paesello è effettivamente una bella sorpresa. Balconi pieni di fiori s’affacciano su strade strette e piene di negozi, con prevalenza dei caseifici e delle macellerie. Mi piacciono i posti dove il mangiare è al posto d’onore. Ed è onnivoro. Un bar ci sfila sulla sinistra. Due minuti dopo, uno sulla destra. Ma siamo ancora noi ad aver fatto inversione. Il Bar del Legionario. Nome evocativo. Ci parcheggiamo. Il tempo di una birra, non penso faranno in tempo ad arruolarci per Fiume. Sotto l’ombrellone. Arachidi e patatine. Poi anche la focaccia e la pizza rustica. E quist ce piac a fa a nuje! Un giro di Peroni da 0,66. E il Foggia in pullman. Ci alziamo ad applaudire gli eroi. Ma sono distanti. Non si capisce se hanno capito. Non si capisce se hanno reagito. A dire il vero, non si capisce manco se sono loro. Potremmo aver applaudito gli Alpini. O i pensionati delle Poste&Telegrafi. Vabbé, sono comunque meritevoli. Eroi anche loro. “Che ore sono?”, “Le sette e mezza”. È tempo di andare. È tempo di migrar. Un’idea fa contatto, come i cavetti della batteria. “Una bottiglia per il ritorno?”. Giacché noi ci muoviamo a litri, come Guccini. Un signore ci indica un alimentari. Poi ci tiene ad aggiungere che siamo uno spettacolo. Che ci ha visti cantare. “Specie quella cosa sul Vesuvio”. Old style. Un gruppetto di vispe massaie ci depista. Lo fanno sempre, queste donnacce. Così imbocchiamo la stradina a salire che porta alla piazza. E la magia ci rapisce. Don Matteo fiuta un cold case e lo segue fino alle estreme conseguenze. In su per la collina. Noialtri a ruota, come gli ispettori dell’Agenzia delle entrate, visitiamo gli esercenti. Uno per uno. Piazza Plebiscito. Il Caffè Letterario. Il biliardino. Sono le venti passate. Gli alimentari sono tutti chiusi. Ma in compenso c’è un bel bar. Con la tv fissa su Sky Tg 24 che, a sua volta, si è fissato con la sentenza Berlusconi. Quattro anni. Un giro di birre per riprenderci dalla scarpinata. E poi andiamo, si spergiura. Sono le 20,10.
Alle 22, dall’albergo, spuntano i giocatori dell’Agnonese. E si uniscono a noi. Discorsi nostalgici sul calcio che fu. Un’ora dopo vanno a nanna, che sono in ritiro da tre giorni soltanto. Noi diciamo che è tempo di migrare. Don Matteo ha perso una serata di lavoro. O forse era questo il lavoro da assolvere. Procediamo al giro della staffa. È giunta mezzanotte. Ma l’insegna del Bar del Legionario è ancora accesa. Vi giungiamo dopo aver giocato a frisbee con un sottobicchiere lungo tutta la discesa. Sport estremi. Il Royal Baby s’è convertito ai gelati al tiramisù. Un whiskey e, all’una, la Skocca ci chiama dalla Madrepatria. “Siamo al secondo tornante sulla strada del ritorno”, “Bene, vi aspetto sveglio”. Siamo lumache. La certezza di avere una casa, a casa, è il motivo che spinge ed andare. Senza guscio, non usciremmo neppure.




30/07/13

Ripescati sull’orlo di una crisi di nervi



Antonio ha ragione. Non dico di no.
- “Madonna, state reagendo al ripescaggio manco fosse una retrocessione”.
- “Peggio, Antò, peggio. È come una diffida”.
- “Che esagerazione”.
In effetti, è irrispettoso, oltre che esagerato.
Ma i contorni della vicenda meritano due parole di approfondimento.

Dal tardo pomeriggio di ieri, dalla consegna della domanda per il ripescaggio in Lega Pro, la nostra città è in fibrillazione. Ci sono buone possibilità di tornare fra i professionisti. Di fare un salto di categoria e di togliersi dalle sabbie mobili della Serie D. Che effettivamente, sono una gran rogna.
In tensione. Lo spumante in ghiaccio. Si attende l’ufficialità per festeggiare.
Ci sono tutti. I tifosi delle grandi occasioni e quelli che, nel bene e nel male, il loro apporto di fede l’hanno sempre dato. E poi ci sono quelli come noi, che li riconosci subito. In un angolo della sala delle cerimonie. Con un sorriso talmente tirato che, a tirarlo di più, si strapperebbe.
Siamo innamorati di quella maglia. È ovvio che siamo felici di vederla competere in categorie egualmente indegne per la sua tradizione, ma sempre meno indegne di quella cosa che abbiamo visto quest’anno. È ovvio che l’obiettivo è e resta quello di sempre: la Coppa Uefa. O Europa League. Il furgone che taglia il Brennero, l’Austria, la Repubblica Ceca. Tutti a Bratislava! Io pensavo al primo turno di Coppa anche mentre prendevo quattro gol a Grottaglie…

Quindi figurati, Antò, se non mi fa piacere accorciare i tempi della grande risalita. In più, nessuno potrà mai azzardarsi a paragonarci ad un Avellino qualsiasi. O, peggio ancora, ad una Nocerina. Noi non siamo retrocessi, due stagioni fa. Nessuno ci sta facendo un favore. Ci eravamo tranquillamente salvati in C1. E se non fosse stato per quel sorcio che non mi va neppure di nominare, in C1 ci saremmo iscritti l’anno scorso. Invece, è andata come è andata. Bisceglie, Sant’Antonio Abate, etc.
Leggo il girone ipotetico della prossima annata. Casertana, Cosenza, Messina, Teramo. 
Sento, istintivo, un formicolio sottopelle. Wow. Sarebbe magnifico.
Ma poi la realtà torna alla mia porta come un esattore del fisco. Come uno strozzino di Equitalia.

Lega Pro, per quelli come noi, significa Tessera del Tifoso. Significa ripiombare mani e piedi in quello stagno gelido fatto di immobilismo e tortura. Significa che non vedremo né Caserta, né Cosenza, né Messina, né Teramo. E loro non vedranno noi.
“E vabbé – mi fa il grillo parlante – ma allora cosa vorresti, restare una vita in Serie D solo per farti 6 o 7 trasferte?”. E c’hai ragione pure tu. Anche in D ce ne hanno vietate di belle: Matera, Potenza, Francavilla sul Sinni. Però ci siamo sgranchiti le gambe: Santa Maria Capua Vetere, Pozzuoli, persino il Vomero. E poi no, non voglio restare in D, non voglio che la mia squadra ci invecchi, solo per il gusto di andare in trasferta. Ma, resta il fatto, che io in trasferta voglio andarci. Come si conciliano le cose? La mia passione, che è passione di molti, consiste proprio in quello stalkeraggio continuo alla maglia rossonera. Esserci dove è e lottare dove lotta. E tutto questo tra i professionisti sarà impossibile. E, ciò che è peggio, ciò che frustra, è che lo sapremo da subito. Dalla prima giornata. Dal primo impegno fuori casa. Diremo: “Ci hanno vietato Poggibonsi”. E ricominceremo a srotolare la vecchia canzone: “Non ci hanno vietato Poggibonsi. Senza Tessera sono tutte vietate”.
Perché psicologicamente un conto è vedersi vietata Monopoli il venerdì prima della partita, dopo che per una settimana ci hai creduto. Altro sapere da settembre che non viaggerai mai. E, a quel punto, si faranno strada i dubbi. “Che senso ha seguire solo in casa, fare le majorettes?”.
Tutto già visto. E si che la riflessione dovrebbe complicarsi ulteriormente, fino a ribadire che solo la nostra passione per un calcio che non somiglia più a questo attribuisce un senso a ciò che il senso l’ha smarrito più di dieci anni. Ma fermiamoci qui.
In sostanza, Antonio caro, il tifoso che è in me sorriderà al ripescaggio. Perché la mia squadra merita di salire di categoria. Anche se avrei voluto conquistarla sul campo, questa Lega Pro. Il tifoso che è in me sorriderà come avrebbe sorriso se avesse vinto i play-off, a giugno. Ma lo farà con l’amaro in bocca di chi è consapevole di cosa perde. E che quest’anno non potrà essere come l’ultimo di C1. Che le decisioni da prendere saranno gravi. E forse definitive.

29/07/13

L’oasi in fiamme



Domenica 28 luglio, Campitello Matese, Foggia-Petrella 17-0

Oasi di tranquillità. È l’immagine figurata più ricorrente sui depliant che illustrano Campitello Matese. Millecinquecento metri d’altitudine. Il display della macchina che assesta sui 28° la temperatura, dieci in meno rispetto alla Madrepatria. Il verde dei boschi e dei pascoli, il grigio abbacinante dei sassi, dei massicci, dei crepacci. Un mucchio di alberi e di ombra. Le stazioni sciistiche disattivate per l’estate, gli alberghi cortineschi – dalla forma che evoca Umberto Smaila – in piena attività. Perché non è di sole discese e risalite che campano i professionisti della villeggiatura, qui. Questo, in questo periodo, è un posto che sembra plasmato sulle esigenze delle coppie rodate, magari con prole, desiderose di staccare la spina ed espellere tossine, respirando silenzio e aria d’altura. Il luogo adatto per riprendersi dalle fatiche della routine. Dal lavoro e dai suoi assilli. Oasi di tranquillità, non a caso. E chi, con questi salubri intenti, si è concesso questo fine settimana, ha fatto l’affare del 2013. Perché noialtri ci siamo messi in carrozza all’una e passa. Sotto un sole perpendicolare e cocente. E dopo i girasoli offesi dalla capa calata, gli appezzamenti dai colori terrestri, le cascine e i casolari, i cartelli per Roma-Isernia, lo svincolo per Boiano e l’inizio della salita – 5 km –, le bottigliette d’acqua ai lati della carreggiata a memoria plastica di quanto i ciclisti infestino l’ambiente (o dell’ultimo Giro d’Italia transitato da queste parti appena undici anni fa), siamo sbarcati al pianoro sul modello di placidi Cavalieri dell’apocalisse. Ma c’è gente che ha trascorso qui la notte. Distinti saluti. E uno sguardo attorno. Quelli senza magliette sono foggiani. Nella geografia della percezione degli antichi Dauni, Campitello è ancora colonia, nonostante i cento e passa chilometri. E di nostri concittadini, oggi, brulica il rifugio. E l’oasi va in fiamme. Lo si nota nel doppiofondo degli sguardi di quelli che sono arrivati carichi di borse frigo e provviste per l’eremitaggio. Un soffio di rammarico che sfiora la disperazione. E sussurra: “Eccheccazz…”. Come una muta preghiera. Sotto le fresche frasche, in pendenza, ci accampiamo con Jordan e Simona, qui da stamattina coi piccoli. Come la legge di Troisi per il Mezzogiorno, quando arriviamo noi è sempre ora di pranzo. Una famiglia dall’accento napoletano gioca a carte qualche albero più in là, fingendosi rilassata come una Duna in uno Zoo Safari. Ogni tanto, dall’altro lato del campetto dell’albergo Kristiania, ruggisce un leone o sbadiglia un ippopotamo. Gli uccelli si alzano in volo, in preda ad uno spavento da evacuazione, da esercitazione anti-incendio. E i napoletani alzano lo sguardo dal tavolino da campeggio e guardano l’orizzonte. Con malcelata preoccupazione. Sono animali strani, questi foggiani. E il campionario qui, oggi, è al completo. È sempre bello ritrovarsi. Scatta l’ora della merenda. Parmigiana nei bicchieri, come un pranzo finger-food. Fashion. I bimbi fanno amicizia. La sacralizzano nel nome di un pallone da calcio. Infine trovano il varco nel reticolato ed esondano in campo. Il terreno di gioco è occupato, manu militari. Noi fingiamo di nutrirci di ombre, ma il sole tamburella sul cranio anche qui. Alle 17 il Foggia scenderà in campo contro il Petrella. Che poi è il Montagano-Petrella. Ma qui di alcool ne è già sceso tanto. Arrivare alle 17 è un imperativo faticoso da rispettare. E proprio quando sembra che la tranquillità abbia ripreso possesso dell’oasi, quando tra i napoletani serpeggia anche l’ardimento di sdraiarsi a dormicchiare, in quei tre minuti che vanno dalle 16:28 alle 16:31, che una carovana di macchine risale la fiancata del monte innocente. I clacson inondano l’aria. All’albergo, fioccano le disdette. Come nella riviera marchigiana dopo il terremoto. “Viva gli sposi!”, gridano rinvigoriti gli antichi Dauni. E sono ovunque. Sbucano da ogni centimetro di macchia mediterranea. Dai buchi negli alberi, come fauni. Esultano della presenza di loro simili. È una sensazione antropologica. Anche noi usciamo dal rifugio di rami. E, ipnotizzati, puntiamo il caravanserraglio di vetture. La nostra curva di ritorno dal ristorante. Portiamo in dono vodka e Schweppes. Gli altri ricambiano con Borghetti, gin e Lemonsoda. I magi hanno oro, incenso e mirra. Si arguisce subito che il problema reale non è nel ripescaggio, ma nell’alcolismo. Che le fidejussioni sono l’ultimo dei grattacapi, per gente come noi. Arriva anche il Petrella, sul furgoncino. Maglia verde. Sembra il Pescina. Il Foggia, in maglia bianca, entra a tastare il terreno. Ma resta immobile sulla soglia, come un solo uomo. Il campo è occupato. Ci sono dei bambini che corrono dietro un Tango. E mettersi contro i bambini è davvero dura. Non ci voleva. Servono interlocutori, gente di pace e di diplomazia, che possa convincere quegli indiavolati a lasciar perdere la porta e a far giocare i grandi. Dopo una densa trattativa, i piccoli indiani abbandonano l’area di rigore. E il nostro portiere può andarsi a fare un sonnellino di quarantacinque minuti. Fumogeni rossi nella radura. Uno striscione a centrocampo. Per gli Ultras condannati in Tribunale, rei di aver acceso una torcia in quel di Trieste, quattro anni orsono. Non chiediamo clemenza, torciata alla sentenza. Il Foggia ogni tanto fa gol. Ma in curva si sta come in un privè. Saluti, incontri, chiacchiere, canti. Un’oasi di tranquillità, Mo C Vol. Vinciamo 17-0. Ma i pareri, su questo, sono discordanti. Io, per esempio, ero rimasto a 4. L’arbitro fischia appena in tempo. Un prepotente gregge di pecore investe il sentiero che costeggia l’impianto. E si ferma a brucare dietro la porta. Noi chiamiamo la squadra sotto la curva. E tanto già lo so che l’anno prossimo non gioco in Lega Pro. E mentre il sole smette di scottare, di rimarchevole resta il dialogo tra Mario e Padalino – “Mister, tu ce fa batt u cor!” – e il nostro ballottaggio tra Baranello e Vinchiaturo. Vince Baranello. Perché Jordan sostiene sia più facile da raggiungere. E perché, chissà perché, Vinchiaturo fa ridere. See You Ind’o Street.

La Compagnia del BarAnello

C’è questa strada che si immerge nelle campagne. C’è un odore forte, pungente. Un certo benessere. Rilassati. Consapevoli. Tagliamo i poderi. “Ho letto un inquietante 65 chilometri a Baranello”, “Sessantacinque chilometri e arrivi in Svizzera. Sono sei e cinquanta”. C’è questo paese che non sembra palesarsi. Non si concretizza. Si annuncia in semplici case ai lati dell’unica via. Un bar sulla destra. Un bar sulla sinistra. Che poi è lo stesso, visto che abbiamo fatto inversione al finis terre. Gli ombrelloni rossi della Peroni. I tavolini rossi della Peroni. Ma qui siamo in Molise. Si beve Forst. “Buonasera” ai giocatori di carte, agli avventori. In questi posti è semplice e bello augurarsi la buona sera. È una specie di riflesso condizionato. Viene spontaneo. Il nostro primo giro di birre e patatine San Carlo. È ancora giorno. L’attimo. È così da sempre, da Altedo, da San Giorgio, dai tempi ancora più remoti, fino quasi a Pizzighettone. L’individuo che si specchia nel suo gruppo. E avverte la propria strutturale diversità. E l’orgoglio d’appartenere, oltre ogni pretesa libertà. La signora al banco ci regala due cartoline del paese. I bambini si svegliano. Ginevra sceglie un nuovo nonno nel proprietario del locale. E va a caccia di gatti e chupa-chups. Il secondo, il terzo giro. “Ma voi chi siete?”. Il Foggia, signora. Comincia a fare buio quando ci ricordiamo della parmigiana in macchina. E ci sembra il minimo farla assaggiare. Perché quel ci inorgoglisce, va condiviso. Un avventore ci mostra le trote che ha appena pescato, mentre il suocero di Cuffa – seduto a giocare ad uno strano gioco con un bel mazzo usurato di carte – non si ricorda se il genero aveva giocato nel Pisa. Prima di venire, indimenticato, da noi. Il nuovo nonno di Ginevra ci offre un giro di grappa. Il secondo. A sera, siamo una famiglia di fatto. Il distacco è da “Saluti alla signora”. Ma come quell’infamone di Beppe, Signori siamo anche noi. Non si discute.

24/07/13

Una torcia, un giudice, una condanna


Trieste, stadio Nereo Rocco. Bello, uno dei più belli d’Italia. All’inglese. Agosto Duemilanove. Coppa Italia. Siamo in cento, qualcuno in più. Novecento chilometri per rivedere le maglie rossonere. All’ingresso, la borghese con la telecamera filma i volti. Uno per uno. In posa. Cheese. Non sia mai che qualcuno possa pensare che questo sia un luogo di aggregazione. Fa caldo, siamo a mille. A torso nudo, stilliamo adrenalina. I cori rimbalzano sotto la tettoia. I battimani sono elettrizzanti. Le squadre in campo. Il rosso delle torce. La nostra festa non deve finire.

Una festa ostinata, che continua solo per la nostra ferrea volontà. Perché vogliamo che prosegua. Che altrimenti, fosse per quel che vediamo, sarebbe finita da un pezzo. Non ci pieghiamo. E lo facciamo per noi. Per quel rosso delle torce, per quell’oltraggio di colore nel grigio della notte triestina, due dei nostri sono stati condannati. Qualche giorno fa, dal Tribunale della città giuliana. Condanna penale. Seria, cazzuta, degna di un ladro, di un rapinatore, di un molestatore. Rispettivamente a dieci e sette mesi di reclusione. Senza sospensione della pena, ci ha tenuto a specificare il giudice. Condanna esemplare, che se confermata in appello vedrà spalancarsi le porte di un sovraffollato carcere italiano per altri due Ultras.

Rei di aver acceso una torcia. Senza arrecare pericolo al prossimo, senza lanciarla in campo. Che altrimenti la sentenza sarebbe stata più grave. Un anno e sette mesi, aveva zelantemente chiesto il Pubblico Ministero. Non ci sono commenti plausibili. Abbiamo la gola secca a furia di ripeterci come stanno le cose.

Si. Questo è il calcio che avete voluto. Quello degli stadi vuoti e blindati, delle telecamere a indagare le nostre ore d’aria, prigioni a cielo aperto dove le proibizioni superano di gran lunga le passioni. Dove gli Ultras sono il mostro da debellare.
Ma questa è anche e soprattutto la nostra vita. E i giudici sono brave persone. Perché solo le brave persone, i benpensanti, quelli in buona fede, possono di giorno distruggere la vita a due ragazzi e di sera guardare in faccia i propri figli e radersi la mattina col cuore sereno. Le brave persone sono un cancro. Ancor più letali quando al servizio di un sistema infame che ha deciso di parificarci a comuni delinquenti. E trattarci come tali, anche in assenza di reato.

Che si sappia. E che giunga il nostro disprezzo.


Ciurma Nemica Foggia

Il Libro