30/09/13

Santa Croce

Domenica 29 settembre 2013, Tuttocuoio-Foggia 2-2

Ci sono zone in cui il WWF non s’addentra.
Zone che la Protezione civile ritiene sicure di per sé. Sostenendo, non senza ragioni, che non corrano il rischio d’essere raggiunte da mano umana. Metti i Pink Floyd. Ci sono percorsi non obbligati. E cartine geografiche soppiantante dai Tom-tom che soppiantano il libero arbitrio.
E ci siamo noi.
Tra i boschi che Sereno Variabile definisce immancabilmente “di lecci e di castagni”. Tra colline dolci sovrastate dal cielo nero e scosse dalla pioggia. Tra i vitigni. Su e giù. Inseguendo una libellula in un prato. Tra cartelli che indicano Siena ed altri che rimandano ad Arezzo. E una vaghissima idea dei sussidiari delle Elementari. Seguiamo Firenze come certi monarchi francesi il sogno di Grendeur. Non confessiamo a nessuno che temiamo seriamente d’esserci smarriti. Parliamo. Di quel che siamo diventati. Di quel che è diventato il sistema entro il quale ci muoviamo. Una piazza come la nostra, che muoveva moltitudini quando il numero era più importante dello stile. Ridotta ad un paio di nove-posti verso una meta sconosciuta come la Norvegia. San Miniato? Ponte a Egola? No, Santa Croce sull’Arno. Concetto semplice, che solo la cocciutaggine di chi ancora non s’adegua, impedisce di farsi destinazione concreta. “In sette ore ce la facciamo?”, “Evò”. La Campobasso è un sentiero in braille. Si percorre a tentoni conosciuti. Il Cristo “a rondine”, il curvone a destra che trasporta mugugni, i bar di Venafro. A Cassino, a giudicare dalle crocerossine in divisa, la battaglia è ancora in corso. E la linea del fronte tedesco non si sfalda. No, non abbiamo i Pink Floyd. Sentiamo quel che si prende. Radio Maria si prende sempre, ma è un’ovvietà. A Firenze ci sono i mondiali di ciclismo. E diluvia. Ad Arezzo, annuncia Isoradio, c’è un incidente. Io penso che vorrei fare il concorso per lavorare nell’Aiscat. Il furgone che ci precede vibra pericolosamente. Sembra l’asse delle ruote posteriori. Il gommista annuncia che trattasi di gomma ovalizzata. La cambia, si sporca e vince una birra. Perdiamo mezz’ora. Ma la tabella di marcia verso il nulla non pare risentirne. Rientriamo sulla A1, involandoci verso la tempesta. In amor vince chi fugge. Lo svincolo pare una svolta bucolica, un modo per riempirci gli occhi dell’agreste Toscana che il mondo ci invidia. Si rivela un denso passaggio a vuoto. Questo dev’essere il Chianti. O il Nevada. I contatti tra i due mezzi sono una scarica elettrica tra cellulari. La domanda è reiterata. E serve per il navigatore: “A Santa Croce… ma sono sedici volte che lo ripetiamo!”. Non entra in testa, come la tabellina del sette. Poi la statale sembra vezzosamente costeggiare un fiume. L’Arno. Come i pellerossa, decidiamo di seguirlo. Arriveremo alla baita. Valichiamo Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Figline, tra i ritratti di Coccimiglio, di Ciccio Baiano e dell’ultima tragica C1. A Incisa guadiamo il fiume. “Sembra Pontevecchio”, esclama una voce in prima linea. “Dov’è che siamo?”, gli fa eco una seconda, in seconda. “Pontevecchio”. “Efess, angor?!”. Il malcontento dilaga. Dovremmo esserci quasi, ma sono quasi le quindici. L’abbiamo presa larga. E fortuna che non ci vediamo dall’alto, a volo d’uccello. Che i nostri miseri occhi umani non possano partecipare alla percezione della deviazione che, in realtà, seguendo la carreggiata, facciamo. Pontassieve. E piove. E per radio dicono che il Cagliari è impegnato con l’Inter e la Juve ha rubato. Viviamo in un deja-vu, come il modellino di una nave in una bottiglia. Sembriamo Albanese in “E’ già ieri”. Dal campo sportivo ci chiamano quelli della Brigata Bologna: “Ma dove cazzo siete?”. Noi vorremmo dire che lo sappiamo, ma non sappiamo mentire. E, siccome a chi dice bugie Gesù mette in fuoco in bocca, scoppiamo a piangere. “Calmi, state calmi, che la biglietteria rimane aperta per tutto il primo tempo”, “Ma voi avete fatto i biglietti?”, “Si, si, tutto a posto”. Da lontano c’è la cupola del Brunelleschi. “Ma non dovevamo passare per Firenze?”, “Si. Quella è Cleveland, difatti”. L’umore migliora. Come un condannato a morte che tenta il suicidio e viene curato, la bella notizia dei botteghini viene subito bilanciata dal gol del Tuttocuoio. “Ma tu quindici anni fa pensavi che avremmo mai giocato col Tuttocuoio?”, “No. Ed è per questo che adesso non do per scontato che tra quindici anni l’Italia sarà ancora una penisola”. Il casellante ci garantisce che tra venti chilometri saremo giunti a destinazione. Dopo trenta non è ancora successo niente. E quello che succede al quarantesimo, è un quadro impressionista della nostra confusione mentale. (Noi dovremmo giocare solo con squadre che hanno una stazione ferroviaria dove ferma un Intercity). Il primo furgone, stanco di proseguire dritto verso Pisa, imbocca un’uscita. A caso. Quelli che, dal mezzo che segue, assistono impotenti all’insano gesto, non hanno la forza di reagire. E siamo a San Miniato. Il perché siamo qui, beh, è tutt’altra storia. Il Tom-tom ha preso, a tutti gli effetti, il comando del battaglione. Il Tom-tom è il nostro capo-ultras. Dovesse diventare anche il nostro lanciacori, sarebbe affascinante. “Tra duecento metri: Il Foggia è tutto per me”. Un reticolo di vie, di cos e cos. Nomi a vanvera e inversioni di marcia. Pianto incipiente. E, dopo tanto vagare, un ponte. Chiediamo ad un fulminato al volante dove diamine giochi il Tuttocuoio. Quello ci indica la strada per i Campi Sportivi. Più d’uno, che esagerazione! E mentre attendiamo che scatti il verde, viviamo il miraggio collettivo di un nove posti che ci taglia la strada in senso inverso. Ma ormai, non distinguiamo più la realtà dalla messinscena. Giungiamo al “Masini” durante l’intervallo. Ci sono altri foggiani, fuori. Ci stavano aspettando, sostengono. E il tono sembra quello di un rimprovero. E via col valzer. Un tipo in rosso con l’auricolare, frettolosamente ribattezzato Ispettore, ci parla placidamente. Dice che ormai la Signora-del-botteghino ha chiuso e lui non può farci niente. Chiediamo dove sia adesso la Signora-del-botteghino. Quello, col dito, ci indica la volta celeste, tanto da farci sospettare che la Signora-del-botteghino sia la Madonna di Pompei. Cerchiamo di essere diplomatici. Ma quello rientra, riesce da una porta di ferro, poi ripete che no, non può proprio farci entrare. A quel punto il nostro rappresentante si lancia in un’accorata filippica di cinque minuti. Le nostre ragioni, tutte. In foggiano stretto. Noi annuiamo convinti. L’Ispettore improvvisato ha gli stessi occhi nel vuoto di Paolo Brosio. Al che una voce intima al rappresentante: “Forse è meglio che parli in Italiano”, ma quello si risente, e sbotta: “Il dottore capisce, non è mica del Venezuela!”. Lo dice in foggiano, ovviamente.
Il “dottore” dice che capisce.
Il “dottore” finge.
Il “dottore” è una meretrice.

L’ultima trattativa naufraga come la Conferenza di Monaco. Restiamo fuori. Il botteghino ha una tettoia. In piedi sulla tettoia, il rettangolo di gioco si vede meglio che dal settore del “Viviani” di Potenza. Saliamo tutti. Il Foggia, in maglia bianca, sembra manovrare con difficoltà, ma manovra. Noi diamo il via al sostegno. In gradinata, diversi foggiani non residenti. In tribuna, diversi foggiani non residenti. Il Tuttocuoio è nero verde. Torna in mente il 4-2 di Sassuolo. Il trauma collettivo. Di solito, la tua infanzia finisce quando capisci che puoi prendere quattro gol a Sassuolo. I bolognesi escono e ci raggiungono. Anche per questo, è bello avere un gruppo. Quando i tuoi rinunciano ad un posto in tribuna per darsi alla macchia al tuo fianco. Il Foggia pareggia su rigore. Poi passa addirittura in vantaggio, su rigore. L’impressione è che, senza rigori, non segneremmo mai. Questa evidenza un po’ intristisce. Noi cantiamo, i residenti al Nord ci fotografano, la digos ci video-riprende. La Sigora-del-botteghino ci guarda e veglia su di noi. Dall’alto dei cieli. Siamo in dirittura d’arrivo. Sta arrivando la prima vittoria della stagione. C’è entusiasmo. Io guardo spesso giù. Il salto che mi riporterà a terra mi preoccupa. Vorrei evitare il Pronto soccorso di Santa Croce. Ma, nel bel mezzo del pensiero stupendo, il Tuttocuoio – che non è il Cuoiopelli, a quanto pare – pareggia. Come, bene bene, non s’è capito. Mancano tre minuti. E il Foggia non ha la forza di tornare a galla. Applausi alla squadra sotto la tettoia. La sensazione è che questi ragazzi siano il proverbiale elefante che, dopo atroce sforzo, non possa partorire che topolini. Tre miseri punti in cinque partite. Dopo aver dato l’idea di una fatica immensa. Ma non c’è tempo per pensarci. I saluti con i non-residenti sono frettolosi. Neanche il tempo di una birra. Bisogna consegnare i mezzi. Riprendere l’autostrada. E quando vediamo il primo furgone puntare decisamente su Pisa, ignorando che la Firenze-Roma si chiama così perché si imbocca a Firenze, capiamo. Che sarà involontariamente Aurelia. Cecina-Grosseto-Civitavecchia. Un rosario d’acqua a secchiate, il caso della cioccolata alla fidanzata che sparge acredine tra gli abitacoli, tre improvvisi cedimenti del motore. E un panino con la coppa a 1,90.
In definitiva, non è successo niente.

24/09/13

La formula dell’alchimia



Domenica 22 settembre 2013, Melfi-Foggia 0-0

Il libro è voluminoso, aperto sul leggio, due passi corti a destra dell’ingresso laterale. Navata della cattedrale.
Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri. Deuteronomio 10:19.
Fuori, la piazza si sviluppa rettangolare. Le nuvole grigio-nere scalano le colline. Il vento prematuramente gelido sferza l’acciottolato. Un deserto che conosco. Mi prendo i meriti d’aver indossato una felpa. Anche se so che non è andata così. Solo con la camicia da macellaio serbo sarei eroicamente svenuto. Casuals. Oggi eravamo tutti casuals.
Il rumore dei passi riecheggia nel silenzio totale del pomeriggio. Qui non arriva l’eco di Tutto il calcio minuto per minuto. Il bar è distante. Il whiskey dovrebbe sempre avere dei bicchieri adatti. La Roma sta vincendo il derby, il Sassuolo è già matematicamente retrocesso alla quarta giornata. Ma quel calcio ci interessa quanto il terrorismo islamico in Somalia. O le dispute di confine nello Yemen. Il boato che arriva ai gol dell’Inter, poi,  è così simile a quello della Partita del cuore da mettere i brividi e riempire di sgomento. Meglio inoltrarci tra il pulpito e il coro di questo duomo normanno. Il campanile è chiuso. Saremmo saliti volentieri. Magari dal punto più alto, saremmo riusciti a vedere il cerchio di centrocampo. Respinti, siamo stati respinti. E i soldi che abbiamo risparmiato al campo, li spendiamo in J&B, Glen Grant, Borghetti e Jameson. E mettiamo pure i 50 centesimi nel marchingegno pretesco che serve ad illuminare la teca dietro l’altare maggiore. San Teodoro Martire è un cadavere, riesumato dal cimitero di San Callisto. Non ce l’aspettavamo proprio.
Veniamo dal castello. Che il cielo così malridotto dava un senso di Cornovaglia. Si alle residenze inglesi! Veniamo da un altro bar, sfuggito alla mareggiata degli anni Zero. Angusto e affollato di oggetti sepolti. Svariate pubblicazioni sul brigantaggio lucano esposte in una vetrinetta, souvenir da autogrill, quaderni, chewing-gum a palline nella boccia di plastica trasparente, la reclame di una marca di perizoma. E il rude bancone, vagamente obliquo, variamente sprofondato da un lato. Più che un bar, uno spaccio di alcolici incastonato nella cambusa di una nave a picco. Il nostromo è rude quanto il bancone. Radionorba in sottofondo ci annaffia di Bisceglie-Taranto. Ma è quando dice qualcosa a proposito del Martina, che il nostromo s’inalbera. “Oggi c’è Melfi-Foggia”, annuncia con un misto di sdegno e rimpianto, come se noi non lo sapessimo. Riempie i bicchieri da amaro come se versasse Novalgina. Il whiskey dovrebbe sempre avere dei bicchieri adatti. “Che brutta fine ha fatto il Foggia”. Ci guardiamo. Non replichiamo. L’evidenza, del resto, è evidenza. Ma quello insiste, e dopo aver fatto gocciolare un Caffè Sport in un altro recipiente a caso, e aver sparato 2,50 per una focaccia neo-borbonica, proclama che “poi, il Foggia non merita neanche di stare in questa categoria. Il Melfi meritava di essere ripescato in C1”. A quel punto, è inevitabile farsi diga e arginare lo sproloquio. O, quanto meno, chiedere – di grazia – da cosa nasca quel dispari e bizzarro convincimento. Si inalbera: “Sono undici anni che siamo in C2”. E l’affermazione dovrebbe bastare. Perplessi, facciamo notare che – se così fosse – noi dovremmo essere in Europa League da un pezzo. Solo a quel punto Mastro Livore capisce che siamo foggiani. E ci accusa: “Voi siete stati ripescati ingiustamente!”. Ma no, buon oste, noi eravamo belli placidi in Prima divisione, salvi e satolli. È che siamo falliti. Ma quel che ci è giunto non è che la metà di quel che ci spettava. Niente da fare. “Noi meritavamo! Foggia è una città, noi siamo un paese!”. E la sentenza, unitamente allo sguardo fisso e vitreo e al timore che ci tolga – per punizione – la residua dose di liquore nei bicchieri, ci porta a convenire. I paesi meritano di essere ripescati. In quanto tali. Il Tuttocuoio dovrebbe, a quest’ora, essere nel girone col Marsiglia. Un altro giro di alcool. Altra tirchieria militante. E la polemica sulla focaccia rancida, che rischia di rompere definitivamente i rapporti bilaterali. Come per le due Coree. Usciamo a respirare. Il castello, “dimora prediletta” di Federico II. Come tutte le altre. “Leggenda vuole che intorno al 1520 il signorotto locale sovvenzionasse un oscuro personaggio, un frate dall’identità sconosciuta, incaricato di trovare il modo di trasmutare i metalli in oro con l’utilizzo dell’alchimia. Pare ci fosse riuscito. Le sue formule alchemiche sono vergate da qualche parte nel castello, ma nessuno le ha ancora trovate”. Noi veniamo bloccati all’ingresso e manco ci proviamo. È un giorno scorbutico, questo. Sostiamo nel patio fortificato, a parlare di cavalleria medievale e di streaming che si blocca. Abbiamo avvisato casa. Nel caso dovesse succedere qualcosa al campo, un colpo di telefono. Ma i mezzi di comunicazione tacciono.
Ci va bene un pari a Melfi? Boh!
Di fondo sta che ci eravamo avviati carichi di speranze. La distanza ridotta, la cittadina meridionale, inducevano ad un ottimismo senza basi. Nell’ultimo tratto della superstrada, quello che aggira il paese per puntare verso Rapolla, un paio di pattuglie della polizia ci avevano obbligato ad aggrottare le sopracciglia.
Al parcheggio del campo sportivo, poi, la camionetta e le due macchine della polizia, ci convincono che non sarà semplice. Siamo una settantina. Avanziamo colorati. Non siamo male affatto. Il poliziotto più anziano ci viene incontro. Il dialogo non è aspro, ma breve si. Dice che contatterà il funzionario per imbastire una bella trattativa. Il campo è oltre questa discesa di asfalto e ghiaia. Oltre la radura e i container dei terremotati. A concentrarsi, si intravedono i fari tra gli alberi e uno spicchio di tribuna. Il poliziotto anziano torna scuotendo il capo. Il dirigente è già nello stadio e non intende parlarci. Crediamo sia l’inizio di un braccio di ferro. Abbiamo tutta la calma e la pazienza che servono. Ci spiegano che “il Termoli ha avuto una multa di duemila euro due settimane fa”. Prima di rispondere che la cosa non ci riguarda, capiamo che parla del Teramo. E la cosa si, ci riguarda. Ma perché un dirigente di polizia si preoccupa delle multe di una società di calcio? È come se un il procuratore di Messi si occupasse di spaccio. Ma magari lo fa. Ad ogni modo, lo stallo è totale. Stancante. Siamo un branco di orsi in gabbia. Ci muoviamo avanti e indietro, come galeotti. Qualcuno guadagna terreno verso la campagna, il fianco della collina, e alza il collo per provare ad immaginare il terreno di gioco e gli spalti. Ma da qui è impossibile vedere. Si sentono, invece, i cori dei padroni di casa. Anche degli ospiti tesserati. L’attesa logora. I minuti passano lenti. E dopo mezz’ora, chiediamo nuovamente l’incontro al vertice. Ma il funzionario è inflessibile. Non si tratta coi non-tesserati. È andata buca, ormai è chiaro. Ma ci siamo. E ce lo siamo detti da subito: comunque vada, lo facciamo per noi. Quindi, zero rimpianti. A testa alta, verso il sottobosco e controvento. Le mani al cielo. L’urlo, secco: Curva Nord Franco Mancini! E l’impressione che, dal basso, qualcuno faccia silenzio per qualche secondo. Del resto, nessuno si era illuso che a Melfi avremmo trovato proprio noi la tanto ambita formula dell’alchimia. 

16/08/13

L’illusione ottica


Mercoledì 14 agosto 2013, Foggia-Atletico Madrid C 3-0

Che nessuno osi sottilizzare. Complicare ciò che è semplice. Rendere barocco l’elementare equilibrio della stanza. Sul biglietto c’è scritto così. Atletico Madrid. E basta. Nessuna ulteriore specifica. Nessun alveare informatico. Nessuna ramificazione. Foggia-Atletico Madrid. Tre a zero per noi. Non si discute. Il Ferragosto. Qui da noi è festa patronale in seconda. L’Assunta e i Sette Veli. Il culto mariano e le bancarelle. Tutto ti devono i foggiani. La processione sfiduciata e il galluccio, i pistacchi, le fave secche, i lupini. Il palco a Piazza Cavour. Mi è sempre piaciuto. Passeggiare in centro, tra Corso Cairoli e Piazza XX Settembre, la mattina del Quindici. Quando tutto sembra fremere di preparativi. Quando il selciato è vitrea ipotesi dei passi che lo batteranno. E mi piace tornarci, sempre a piedi, la mattina del Sedici. Quando la fiumana è passata ed ha lasciato gli strascichi di un esercito in frettolosa ritirata. Come mi piaceva, un tempo, la mattina del Primo gennaio, vagare come un alchimista tra i segni della notte dei fuochi, ai margini dei marciapiedi. Il nostro Ferragosto. Il Ferragosto dei foggiani che criticano il Ferragosto e non possono farne e meno. Stigma d’appartenenza e ansia di diversità. La comunità che si fa famiglia, si rovescia in strada e si scazzotta in piazza. Ultimi scampoli di un’estate lunga e sfibrante che comincia a fine maggio. Con gli ultimi play-off, coi terminali play-out. A me ricorda quella canzone di Venditti. Miraggi. Quella che parla di avventure sulla spiaggia, di falò e di incontri impossibili da ipotizzare nei mesi che non sono questi. Tu stai correndo con me. Questi giorni. Odorano dell’inchiostro del Corriere dello Sport, questi giorni. Di copiativa che trascolora. Dal calcio mercato alla nuova stagione che bussa alle porte. Sono questi, i giorni in cui tutto è possibile. È solo un sogno d’estate. L’amichevole di lusso. I fari dello “Zaccheria”. Quel che credevi impossibile, che ora si avvera. A settembre ci sono le solite. Il Cosenza, il Messina, la Casertana. Come un tempo vi erano Cosenza, Messina e Casertana. Nei giorni che fanno da corollario al Quindici Agosto, invece, ho visto il Nottingham Forest. Da ragazzini, sulla piattaforma dell’Orto, pronunciavamo quel nome esotico e glorioso ogni volta che altri ragazzini ci chiedevano: “Come si chiama la vostra squadra?”, e i miei chiamavano me, che ero l’unico depositario di quel segreto quasi impronunciabile. “Nottingham Forest”. Finì 2-2. Stavamo per affrontare il secondo anno di B, quello della promozione. Giocammo anche col Lecce, quell’anno. Vincemmo 2-0. E la Dinamo Mosca in quel di Campobasso? Tre a uno per noi. Per non parlare della Durum, origine e apice delle nostre notti incredibili e possibili. E poi l’Udinese di Asamoah. Il Danubio di Montevideo, campione d’Uruguay. È questo obliquo oscillare che rende amabile questo periodo dell’anno. Questo senso di imponderabile che trasuda negli interstizi della quotidianità. In campionato sai chi sei, con chi ti batterai. Sai persino dove e quando. Durante la preparazione, tutto è avventura. Dal ritiro alla presentazione della squadra, può accadere ogni cosa. Ora sono qui e non immagino neppure che, per uno strano giro di giostra, tra dodici mesi avrò visto il Millwall in ritiro in Umbria e il Leeds United in serale. E, a differenza della vita ordinaria, qui nessuno può farti una linguaccia e prenderti per illuso. Per un buffo credulone. Perché davvero, nessuno sa. E tutto può essere. Quando si è sparsa la voce dell’amichevole con l’Atletico Madrid, la densità di sogno, di bisogno di sognare, di questo popolo, ha rotto gli argini dell’immaginazione. Masi l’aveva annunciato in tv. A Madrid non ne sapevano niente. E la satira, il cinico disilludersi collettivo che sta a questa gente radicata al suolo come l’assenza di ali all’iguana, ha sbeffeggiato la comunità dei fessi che ci avevano creduto. Senza contare che, a volte, le due categorie – sognatori del prima e sbeffeggiatori col senno di poi – si sovrappongono. Ma, giacché la processione si vede quando si ritira, in fondo al barile c’era del vero. Non solo della fezza. Un Atletico era effettivamente in viaggio alla volta della Capitanata federiciana. La terza squadra, per la precisione. La cantera. Dei bambini, in sostanza. Dal florido avvenire, certo, ma pur sempre delle creature. Eppure, né i manifesti in strada, né i tagliandi Bookingshow, facevano accenno a questa lieve differenza. In fondo, come per il Palermo primavera affrontato a Sturno, le maglie quelle sono. Quindi, Foggia-Atletico Madrid. Senza contare che, nella capitale spagnola, il sito ufficiale annunciava l’incontro come il duro impegno della giovanile contro una squadra della serie B italiana. In sostanza, nessuno ha compreso chi ha mentito a chi. Forse nessuno. Le illusioni della bella stagione non sono mai menzogna. Fatto sta che alle 20:45 i bengala illuminavano la Sud, le torce la Nord. E i rossoneri a righe strette sfilavano sul tappeto verde con i bianco-rosso-blu spagnoli. L’illusione ottica di quell’Europa che, da sempre, sospirando, crediamo di meritare. A giusta ragione. Nelle sue fattezze concrete e plastiche. E non come un sogno di mezza estate. Tre a zero per noi. E ora andate a ricorrere alla prima squadra.

Quest’anno, poi, non hanno fatto neanche i fuochi.

12/08/13

Esistenziale



Lacedonia, 11 agosto 2013, Foggia-AF New York 3-2

L’ultimo tornante prima del casello immette in un rettilineo breve e sconnesso. Il casello si finge pianura e lascia intravedere il lungo serpente grigio-alabastro dell’A16. Un’icona per i figli dei dipendenti delle Autostrade S.p.A. che ricevevano a casa la rivista ufficiale dell’azienda pubblica e partecipata. Innamorati delle strade, dei viadotti che scavalcano le voragini, come dei locomotori e dei vagoni la prole dei ferrovieri. Ticket. Adesso, si, possiamo cominciare a chiedercelo. Con un filo di fiato: Che ne sarà di noi? Ultimate le pratiche dell’estate da ritiro, lasciata alle spalle la promiscua bellezza intimidente di questa ennesima vallata d’agosto, a centocinquanta all’ora sulla corsia di destra, possiamo dare fiato ai dubbi del pensiero. Che faremo noi? Noi, che questa maglia ci rende fieri e ci commuove alle lacrime, che ci basta sapere che metteremo su ruote il nostro adolescenziale amore per essere felici nuovamente. Noi, quella brutta gente dei gruppi, inebetiti dalla bellezza abbacinante di scorrazzare tra i campetti e i bar del Molise e dell’Irpinia. Storditi da una possibilità che era prassi e che adesso sembra concessione. O furto di marmellata dalla credenza. L’abitacolo è uno scriptorium. La speranza è l’ultima a morire, ma nel frattempo sentiamo il fegato friggere. Tra qualche giorno l’Acd Foggia calcio, ora Srl e ripescata tra i Pro, si presenterà ai suoi tifosi – che poi saremmo noi, che già la conosciamo – in un’amichevole di bigiotteria con la terza squadra dell’Atletico Madrid. Ma basta dire “Zaccheria, ore 20:30”, per rinfrescarci la memoria su quanto ci piacciano i fari accesi e per sentire profumo del grande evento. Poi sarà la volta dell’Arzanese, in Coppa Italia. Vincere, pareggiare o perdere. La solita storia, da sempre. A quel punto non potremo più parlare di speranze. Sarà reale. Ci vieteranno Caserta. E le vacanze precampionato saranno ufficialmente finite. Come corridori che, a suon di curve ascendenti, di aria a gonfiare i polmoni, di entusiasmo e birra tra lo sterno e il fegato, non si rendono minimamente conto di quanto sia diventata stretta la strada, di quanto sdrucciolevole sia stato reso il sentiero. Finché non devono inchiodare. La balla di fieno è nel bel mezzo del percorso obbligato. Non c’è verso di aggirarla. E bestemmiare, protestare o piangere non la sposterà di lì. Che ne sarà di noi, della nostra infantile felicità, quando ci renderemo conto che non basta far finta di niente per smaterializzare gli ostacoli? Sarà l’ennesima ordalia dell’innocenza. Che, tra l’altro, è diventata parte della nostra vita. Da quando, alle medie, ci si accorge che non è sufficiente fingersi invisibili per evitare l’interrogazione in Geografia. Che ne sarà di noi? Non lo sappiamo, o forse lo sappiamo fin troppo bene. Guardiamo il contachilometri. Siamo già a Candela, davanti a noi altre macchine di ritorno da Lacedonia, piene di brutta gente dei gruppi. E in cima alla fila, un Agnello sacrificale che, seduto alla destra del Padre, non riesce ad infilare il biglietto nell’apposita fessura. A volte la vita è stronza. Semmai fosse presente un bacillo di timidezza, in quel pover’uomo alla berlina – sommerso dai clacson e dagli strepiti, soccorso da una specie di steward delle Autostrade privatizzate e meccanizzate – a quest’ora avrà già fatto reazione chimica, come l’olio nell’acqua. O il cherosene nella fornacella. La barra biancorossa si alza. Il Timido ubriaco passa, e sembra che anche la vettura barcolli. Due macchine e tocca a noi. La superstrada per Foggia. Chissà se, il giorno del giudizio, l’iracondo Signore ci mostrerà – a mo’ di consuntivo da Guerin Sportivo – il totale dei chilometri percorsi in vita. Adoro le statistiche. Qualche rado volatile parlante taglia il silenzio pensoso. Come i fenicotteri rosa alle Saline. È l’ultima volta che seguiamo il Foggia fuori casa, quest’anno? Non pensiamoci. Ancora per qualche giorno.

L’ultimo tratto del serpentone grigio-alabastro dell’A16 lo si fa scalando le marce. Mezz’ora di percorso netto, da via Mazzini a qui. Svolta a destra. Il casello di Lacedonia ci immette in un breve rettilineo sconnesso. Per la prima volta in vita nostra ci chiediamo dove sia il paese. In lontananza si vede Sant’Agata. Ma null’altro, qui attorno, fatta eccezione per una vallata luminosa e intimidente, le lunghe stilizzate pale eoliche e le balle di fieno (daje!). I cartelli dicono sempre dritto. Poi si comincia a salire. Corridori in sospensione, all’ultima corsa. Il Foggia gioca alle 17. Manca ancora mezz’ora. Ma il paese non c’è. Il nostro proverbiale ottimismo si riduce ad un nucleo di idealismo striato. Giochiamo contro gli americani. Una squadra di New York. Semipro. Allenata da un foggiano. “Che ci fanno gli americani a Lacedonia?”, “E perché, in Iraq?”. Le case ci sorprendono nell’apnea, come se non ce le aspettassimo ormai più e ci fossimo rassegnati a vagare. Un benzinaio. Si, dev’essere questo il paese. O una suggestione collettiva. Chiediamo ad un ragazzino del campo sportivo. È sempre bello dire “campo sportivo”. Sa di terra e odora di legno e cemento. “Stadio” non odora di niente. Quello ci dice di andare sempre dritto. Che, in questo paese a spirale, equivale ad un puro eufemismo. In sostanza, andiamo a destra e a sinistra a fasi alterne, pedinando la strada che ci fa strada e spalanca le case ai due lati. Come un romanzo (o un amplesso), il paese raggiunge un climax, poi decade. Il campo è in fondo alla scarpata, dall’altra parte dell’intreccio, o dell’orgasmo. C’è gente. Mancano venti minuti. Campo sulla destra, poi sulla sinistra. In mezzo, lo sapete. Si torna in centro. Il primo bar è un bar per fighetti. Olè. Adoro il pregiudizio quando s’erge sul raziocinio e ne fa carne da porco. Parcheggiamo in un viottolo. Dentro, il locale è spazioso e tendente alle tonalità scure di un lounge-bar. Dove siete, osti di tutte le valli? Chiediamo una quantità di cose anomale. Tipo: una rossa alla spina, una bionda 0,40, un espressino con un accenno di cacao, un donut e un latte freddo. Il tipo dietro al banco è professionale ma flemmatico, dice il vigile urbano vigile ma grasso. Ci sediamo fuori, sotto gli ombrelloni. Da qualche ora non è più San Lorenzo, ma tra un po’ da questo stretto, latteo budello in centro, l’Osservatorio astronomico ha previsto il passaggio dei foggiani. Automuniti, milite esenti, e con le facce indignate di chi ha fatto tardi. In noi – orrore! – si fa largo l’idea di aver pagato un prezzo ragionevole. Allora, per permettere al pregiudizio il suo meritato colpo di coda, ci diciamo tra noi che è “impossibile” che questo abbia le Peroni in bottiglia. I foggiani passano. Noi alziamo i boccali per salutarli. Quelli accelerano. E il Flemmatico non solo ha le Peroni. Ma le vende a 1 euro. Mentre l’acqua vale 50 centesimi. Lo abbiamo giudicato male, dalla facciata. Abbiamo confuso il popolare col brutto. Abbiamo assecondato lo stereotipo borghese che la comodità sia fri-fri. Impariamo qualcosa che non metteremo mai in pratica. Ma è stato bello lo stesso, sognare.

Gli Americani sono spocchiosi, riccastri figli di papà, wasp dei campus. È così. E se anche non lo fosse, non ci interessa. Non siamo venuti a Lacedonia per smantellare tutto quello che abbiamo sempre pensato senza alcun fondamento. E oggi devono perdere. Nessuno spirito amichevole. Sono così, quelli. Fingono di esserti amici e poi ti riempiono di portaerei. Quindi, il Foggia in maglia rossa è un segno del destino. Avanti! Affondiamoli! Quando riemergiamo dalla tessitura degli striscioni e delle pezze, è da poco passato il ventesimo. I venditori di tappeti al viale della stazione ci mettono di meno a issare la bancarella. Perdiamo 1-0. L’ho visto il gol di quel fottuto imperialista. Il tifo. Qui ci vuole il tifo. I battimani sono belli. Non siamo tanti come a Sturno, ma siamo più che sufficienti. Cantiamo. Fino al pareggio, che non ci basta. E finché non ci mettiamo in testa di imparare un coro nuovo. Che poi non è nuovo per niente. C’è una squadra che di gioia impazzire mi fa. Dieci minuti filati. Gli scolari si applicano, ma il coro è un rondinone che non spicca il volo. Ce la farà, certo che ce la farà. Nel frattempo, i quadranti degli orologi da polso fanno tendenza. È una marcia militare. Il Foggia ha preso le contromisure a questi dannati. Guadagna spazio. Loro applicano i dettami del loro mister, che essendo di Foggia avrà avuto come modello assoluto il Sant’Anna che giocava dove adesso sta la piazza: il portiere deve essere portiere, poi i cessi in difesa, i quasi forti a centrocampo, e i forti avanti. L’unica punta porta il numero 5. Le mezze-punte sanno stoppare. I centrali di difesa sono degli efficaci scarponi. E i suoi colori sono quelli di questa città. Bugia. Ma il Foggia segna nel recupero. Adesso si. E chiedete scusa per Sigonella! Un’allegra pipì tra i campi, come ai tempi del Pascoli. E poi in macchina, a risalire i tornanti, verso le birre. “Ma com’è – chiedo ad un ragazzo sull’uscio del bar che ci sembrava fighetto – che nessun paesano tuo ha pensato di mettersi fuori dal campo con la borsa frigo?”, “Perché qua sono fiscali”. La Svizzera a due passi da casa. Quando torniamo, il Foggia è sul 3-1 e si è mangiato un rigore. Questa cosa ci addolora. Non bisogna prendere sottogamba gli impegni. Non bisogna avere pietà, che questi alla prima occasione ti chiudono le ambasciate. Le Peroni girano di mano in mano. I cori sono alti. I bandieroni sventolano soddisfatti e impettiti. È sempre bello. Noi non pensiamo a niente. È meglio. E, come volevasi dimostrare, gli Americani accorciano le distanze e per poco non pareggiano. E meno male al cielo che l’arbitro fischia, salvando i rossoneri da una contestazione nazional-popolare che avrebbe ripercussioni sul quadro dell’Alleanza Atlantica! Squadra sotto la curva, rituale di festa tribale. Ci vengono pure gli Americani. Ehm. E va bene, dai, un applauso anche a loro. Che tanto, chi li vede più. Stacchiamo le nostre cose. Pacche sulle spalle, saluti e baci. Alle macchine. Chi torna in città, chi al mare. Sono le sette. La sera è ancora lontana. Stanotte cadono le stelle. Che ne sarà di noi?

08/08/13

La penultima scampagnata


Mercoledì 7 agosto, Sturno (Av), Foggia-Palermo primavera 1-1

Ci eravamo già stati. Un paio di anni fa, che sembrano un’altra vita. La stagione di Bonacina e quella di Vespasiano sono, nella nostra memoria, scolpite negli stessi anfratti. Dati sovrapposti. Vuoi realmente sostituire il file? All’epoca, millenni orsono, giocammo contro la rappresentativa locale. E svernammo velocemente in un bar nella parte bassa del paese, a due tornanti dal campo sportivo. Niente di particolarmente rumoroso. Se non il ricordo di un periodo cupo, marchiato a fuoco dal post-Zeman, dalla Tessera del tifoso, da Casillo, dai mesi di divieto assoluto che vanno dal Flaminio a Santa Maria Capua Vetere. L’intero arco di due stagioni complete. Che muovere su Trivento fu l’apice. Ci torniamo. Con uno spirito diverso. E un’inquietudine latente, che guadagna metri nell’animo come nel football americano. Già. Perché Sturno è la terza amichevole del secondo Foggia di Padalino. E, per la prima volta in tanti anni di ritiro, le abbiamo potute seguire tutte. “Che belli i ritiri vicini”. Perché si gioca col Palermo primavera, che non sarà la prima squadra ma ha le maglie identiche, che mettono in moto un po’ di associazioni. Perché siamo in tanti, sulla linea dell’autostrada e sotto un sole implacabile. Però, non facciamo finta di niente, in settimana siamo stati promossi. Ufficialmente “ripescati” in Lega Pro. In C2, si sarebbe detto ai tempi belli. Che poi, ripescati non è il termine giusto. Perché noi non siamo mai retrocessi in serie D. Eravamo salvi in C1, sul campo, e solo il fallimento di chi sappiamo ci ha scaraventato nel girone inferiore di questi inferi che durano da quattro lustri almeno. Quindi, a rigor di logica, la Lega ci ha restituito meno della metà di ciò che ci spettava. Ma non è quello. È che queste facce qui, questa gente che gioca a sorpassarsi tra il casello di Lacedonia e quello di Vallata, hanno in fondo all’iride la consapevolezza che il ritorno tra i Professionisti – mentre da un lato rappresenta una vittoria sportiva della nostra squadra del cuore, dall’altro… – è il ritorno sulla scena di tutto quanto odiamo. E che in quarta serie era più sfumato. L’obbligo di restare a casa quando il Foggia gioca in trasferta. A Messina come a Gavorrano e a Poggibonsi. Facciamo finta di niente, ma qualcosa è cambiato. E il sospetto che l’amichevole di domenica prossima a Lacedonia possa rappresentare l’ultima scampagnata fuori porta, è una spada di Damocle sulle nostre teste accaldate. Ma per vivere bisogna ricacciare indietro i pensieri cupi. Quelli ci inchioderebbero, riducendoci all’inazione e all’immobilismo. Così, percorriamo i settanta chilometri di statale, A16 e provinciali, col sorriso ebete di un pupazzo gonfiabile e lo stato d’animo di un malato terminale in pellegrinaggio a Medjugorje. No, non Paolo Brosio. Non così gonfiabile. La carovana della Nord arriva giusto in tempo. Quindi in largo anticipo. A Sabrina non piace la pubblicità statunitense della nuova Fiat Cinquecento, la trova piena di stereotipi, e per l’indignazione decide di investire un’ausiliaria del traffico che prova ad suggerirci – a noi! – il parcheggio più idoneo. Quella, comprensiva, non dice niente. Noi ci parcheggiamo dove vogliamo. Cioè, dove c’è spazio. Poi una sfilza di maglie nere prende a salire la collina. Con una fatica non indifferente. Si, ce lo ricordiamo il campo. C’è pure il solito chiosco, che fa i soldi una volta ogni due anni. Dentro c’è già la Sud. E tanta gente, ai margini. C’è pure uno che riprende, uno che parla al microfono e uno che commenta le azioni salienti. Ma non s’è capito se poi quel che registrano se lo rivedono a casa loro, la sera, come le diapositive del mare. Il tempo di attaccare striscioni e pezze e siamo in action. Troppo in action per i trentacinque gradi all’ombra. Siamo dei maledetti forsennati. Tra cori secchi, cori ripetuti e battimani, sembriamo gli stessi di Pomigliano, quando ci giocavamo i play-off. In campo, il Foggia preme, ma i ragazzi del Palermo sembrano tecnicamente validi e quando verticalizzano fanno male (ah! Analisi tecnica!). Noi continuiamo per la nostra strada, senza soste e senza respiro. Una vita al limite dell’affanno. Girano oscure bottigliette d’acqua. Il mio cuore lo sai. Questa non è una corsa campestre, questi sono i tremila siepi. Batte solo per te! La rete si gonfia, il guardalinee annulla. Ladri! Così una selva di mani fissa l’uomo con la pettorina sulla linea laterale. E si scopre che c’avrà quindici anni. Ladri minorenni e sfruttatori del lavoro minorile! Il guardalinee in erba ci guarda, poi prende la pettorina e la consegna ad un attempato buontempone. Alt gioco. Alla fine del tempo, comunque, ci comunicano che il Foggia vince 1-0 lo stesso. Ottimo. S’era visto che esercitava pressione. La ripresa è da lavori forzati. Senza la goliardia di Agnone, spacchiamo pietre vocali. Il Palermo ha spazi. Il Foggia sembra stanco. Concede. Finché i rosanero non pareggiano. Il sole penetra nelle fessure del cranio. I cori che ne fuoriescono grondano latenza. Il tamburino esegue sonorità tribali. E, se dio vuole, la partita finisce. Un buon pari. La squadra sotto la tribuna sembra dispiaciuta. Umilmente, chiede quasi perdono per questi due punti persi. Vacillano le certezze. Non è manco Coppa Italia, questa. Ma qualcuno dovrà pur dirlo. Un’altra volta, però. Fuori. Il paese è chiuso. Sigillato. Per una birra, dice il pizzardone capo, bisogna scendere a valle e risalire. Lo faremo.  

Bobby Fred

Ci inoltriamo. In salita. La Chiesa di San Michele Arcangelo è una foto incassata nel muro. Quella originale è venuta giù nel terremoto dell’Ottanta. Quella ricostruita è una mostruosità evidente. La piazza è un saliscendi. Troviamo il nostro angolo, guidati come al solito dai tavolini rossi della Peroni. (Che per noi fungono da segnalazione nautica). Davanti a noi, il nonno del Tennis Club ha allestito il suo banchetto. Giocattoli. “Ma è festa patronale?”, domandiamo agli avventori del bar. “Domani”. E di cose così ne scopriamo altre. Tipo che a qualcuno Foggia sembra bella e pulita. E che lo scorbutico barista, intento a riprendere il figlio con la sua radiocomandata, tra un’oretta metterà su la brace. Sulla rotonda dinanzi alla chiesa, un palco annuncia serata musicale. E il Concato in sottofondo, da solo, non basta a giustificare il deserto umano che abbraccia la struttura. Noi, invasi da una stanchezza che rasenta la vecchiaia dello spirito, non beviamo con la stessa verve di sempre. Talune bottiglie da 0,33 volano al cestino non ancora finite (anche perché il figlio dello Scorbutico, finito di giocare con le macchinine, si mette a sparecchiare con zelo e predisposizione). E quasi sempre calde. Sigarette mai spente. E un tressette comprensivo con un signore che sorvola sul livello dei suoi avversari. Poi le casse diffondono La canzone del sole. E impazza il dibattito. Se la signorina sia una ricca borghese di facili costumi o, più facilmente, che il signorino sia un idiota. Proletario o no. Ferma, ti prego, la mano. Idiota. Il congresso vota il suo pazzo. Per quattro volte di fila. Vince sempre lui. Serpeggia diserzione. Arrivano i panini. Il monumento commemora gli eroi di Sturno caduti nelle guerre d’Italia. Sul basamento, una foto di gruppo del paese durante il fascismo. I fascisti in divisa sono otto. Un buon risultato. Attorno, facce di ventenni che sembrano cinquantenni. Visi affilati, particolari, identificabili al primo sguardo. Tre ragazzini seduti di fronte hanno la stessa faccia. Che inquietante meraviglia, la genetica! “Ce ne andiamo?”, “Si”, “Magari aspettiamo il primo pezzo del gruppo”. Ma il gruppo si fa attendere. Alle dieci, ancora niente. Serpeggia nervosismo. La piazza, nel frattempo, s’è animata. Forse perché è andata via la voce di Concato. Altro giro di birre. Il terzo.

Poi da una luce azzurra, da una gialla, e dall’assenza di un’ovazione, capiamo che i ragazzi sono in giro. Via, via, vieni via con me. Un Paolo Conte da piano bar, anni Ottanta. Ma pur sempre Via con me. Ci alziamo, andiamo sotto il palco. Ci guardano, ma è tutto sotto controllo. Non siamo molesti, né entusiasti al punto da risultare fuori luogo. E scatenare la ritorsione. Non perderti per niente al mondo lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te. Intermezzo. Placidi, stiamo per salutare il paese. Quando, all’improvviso, non si capisce più niente. Enzo vede la luce. E, come un pastorello di Fatima, corre ad annunciarlo a tutti. I suoi occhi sono trapassati da lamine di laser, le sue parole sono confuse. Più del solito. Ci chiede di seguirlo, che dietro l’angolo sta succedendo qualcosa. Qualcosa di grosso. Arriviamo. E quel che vediamo è raggelante. Un corteo. Un trattore sospinge un trono rosso porpora. Davanti, di fianco e dietro al catafalco in avvicinamento, un gruppo di bodyguard con dei fucili di plastica. Il capo delle guardie del corpo avrà settant’anni. Sul trono, Bobby Fred. L’estroverso del paese. L’Estroso, come dice la moglie dello Scorbutico. Vestito da papa, con tanto di tiara e pastorale. A bocca aperta, fissiamo lo spettacolo. Sogniamo o siam desti? Il serraglio s’avvicina. Il papa benedice. La piazza ondeggia, lo adora. Decine di digitali immortalano il suo passaggio. “L’anno scorso è arrivato in carrozza”. Dev’essere come la Festa della Dea. Ci passa vicino. Ci dice: “Forza Palermo!”. Ed è lì che lo riconosciamo! L’abbiamo visto al campo. Quel soggettone sulla cinquantina e passa, coi capelli lunghi e gialli, con le lentine blu. Quello che si voleva fare la foto con Arnaldo! Pensavamo fosse un pazzo. Ma costui è un genio. Il suo corteo regale, la sua papa-mobile, sparisce in un viottolo, lasciando la gente ilare e soddisfatta, con un sorriso di beatitudine (e scampato pericolo) sulle labbra. Poi torna. A quel punto, a grandi falcate, decidiamo di fendere la piazza. Dobbiamo consegnare a Papa Bob la sciarpetta. Quella di Carmine, che nessuno di noi ne ha portata una. Arriviamo sotto il seggio del pontefice. Allunghiamo il vessillo come in Piazza San Pietro si allungano neonati. Una delle guardie del corpo afferra la sciarpa. La controlla come se fosse un cibo da assaggiare. Poi la gira al Papa Re. Che, senza pensarci su due volte, se la attorciglia attorno al collo. Il nostro applauso è fragoroso. Lo sguardo di Enzo è quello di Brosio. Quando ha visto la Madonna. O quando ha sgamato la moglie. “Forza Foggia!”, grida il Pontefice. Le guardie del corpo applaudono, la piazza li segue. È il tripudio. Un gol inatteso, che gonfia i cuori di gratitudine. Questo perfetto sconosciuto ci ha conquistati. Ma le sorprese non sono finite. Il soggettone non è solo un istrionico cabarettista situazionista. Muove verso il palco. Noi pensiamo: Oddio, oddio, oddio. Vuoi vedere che, vuoi vedere che. Si. Sale, con i suoi uomini in nero. Il settantenne lo annuncia, dopo aver minacciato di aprire il fuoco su tutti. Johnny Rotten della Bassa Irpinia. E lui guadagna il microfono. “Da oggi c’è un terzo papa”. E noi andiamo fuori di cotenna. Rock&Roll allo stato puro. Canta. Quell’uomo canta. Tre pezzi, suoi. Di cui uno in inglese. O in farsi, non s’è capito. E noi, coi nostri battimani, siamo il suo Fan Club. C’è dell’Elvis, nella sua impostazione canora. C’è del Toni Renis. C’è del Debord. C’è dell’Hannibal Lecter. Alla fine, il visibilio copre tutti. E lui saluta, per primi, “i giocatori del Foggia”. Che saremmo noi. La piazza si gira, festante. Le massaie ci fissano sorridenti ed incredule. Noi applaudiamo. Mentre Papa Bob comincia a snocciolare i paesi a cui tiene. Flumeri, Grottaminarda, Frigento. E “Foggia, nostri grandi amici”. Poi annuncia che la piazza potrà rivederlo tra quindici anni. E un attimo dopo risale, che ha dimenticato di ringraziare Sturno. Imbocchiamo la discesa con lo sguardo allucinato e il passo infermo. È successo davvero. E noi stavamo per andarcene.

05/08/13

Il suono delle campane


Agnone, 1 agosto 2013, Olimpia Agnonese-Foggia 0-2


Fosso. Avvallamento. Fosso. Crepaccio. Fosso. Tagadà.
Sabrina – perché da noi le donne non solo parlano, ma guidano pure! – pilota la festa di Sant’Anna sulla strada che ci ha consigliato chi sappiamo. Perché è così che funziona. Un compunto addetto alla logistica studia le mappe, la cartografia classica e quella satellitare, fino ad individuare il percorso di avvicinamento più idoneo, in base ai parametri della distanza e del tempo di percorrenza. Lo comunica agli altri già nei giorni precedenti. Gli altri accettano. Convinti. Poi, cinque minuti prima della partenza vera e propria, salta su qualcuno. E sbraita: “Chessò?”. Scuote la testa. E propone una strada alternativa. Anzi. Non propone. Fa passare per ingenua la gran massa. Indica un sentiero tra i boschi di conifere. Un acciottolato simile a quello che i tedeschi si trovarono davanti durante l’offensiva delle Ardenne. E porta a testimonianza un suo zio che, immancabilmente, o fa il camionista o “fa sempre questa strada”. Gli altri, quelli che avevano condiviso il percorso del cartografo ufficiale, accettano. Per non sembrare degli allocchi. Noi, alle due e passa del pomeriggio, eravamo ancora convinti che la Termoli-San Salvo e la deviazione verso Trivento, fosse la strada giusta. Ma un consesso di scettici ci ha canzonato. “Si va per Campobasso, poi Isernia, come se volessi andare a Roma”. Eh. Ma noi non stiamo andando a Roma. Stiamo andando ad Agnone.
Inutile puntiglio.
Soldati, siamo. Accettiamo. E a mezz’ora dall’inizio della sfida con l’Olimpia, come ciclisti al cartello dei dieci chilometri, ne mancano ancora trentacinque. E sono tutti così.
Curva. Fosso. Avvallamento.
La macchina saltella, agile e aggraziata come una gazzella inseguita da un licaone.
Agnone è quel paese spiaccicato sulla montagna. Seicento e passa metri sul livello del mare. E meno male che hanno edificato il viadotto nella vallata. Sennò sulle volute ascensionali ci facevamo vecchi. Fosso grande. Burrone. Avrai la festa di Sant’Anna da aspettare.
Ci siamo. Sguardo all’orologio. Le cinque. Il paese, seguendo frettolosamente delle precise indicazioni casuali e le macchine che ci precedono, finisce in una strettoia. Un paziente nonno ci suggerisce di fare inversione. A meno che noialtri non si voglia campeggiare in quel vicolo chiuso, godendo dell’aria fresca e catramosa del non avere vie d’uscita. Sento un coro dentro una bottiglia.
Ampio parcheggio. La tribuna. Un signore, all’ingresso, ha l’ingrato compito di chiedere un’offerta. Come in chiesa. E, proprio come in chiesa, le nostre facce sono mortificate. I nostri gesti, misurati. Il nostro peccato, mortale. Pazienza. Quando sarà la nostra ora, ci metteranno in conto anche questa sgarbatezza. Per ora, il problema non si pone. Sfiliamo in basso, magliette nere, tra la gente assiepata sugli spalti che ci osserva. Incontriamo altri foggiani. “Che strada avete fatto?”, “La Termoli”. Sguardi a metà tra il “te l’avevo detto io” e il “vafammocc a mamt” si intrecciano in un amoroso abbraccio. Ci sistemiamo. La partita è iniziata. L’Agnonese è una squadra di D. Come noi. “No, noi siamo ripescati”. Ah, beh. Il terreno di gioco è un tappeto. Liscio e comodo come al biliardo. “In Molise stann i sold”. Per questo non ci vogliono. Per questo vanno invasi militarmente. I primi cori. Timidi. Si tratta pur sempre di rompere la quiete. Di urlare nel silenzio. E non siamo così pazzi da farlo come se fosse la cosa più normale del mondo. Se uno urla per strada, quello è. Ci prendiamo gusto. Sentiamo svariate paia d’occhi addosso. La nostra diversità ci strappa sempre un sorriso compiaciuto. Ma dice: Amarti ancora? Si. E che senso ha “amarti ancora” e “fallo dolcemente”? Ma non dice “fallo”, dice “farlo”. Io ho capito “amarsi”. Vabbù, canta e basta. Senza fare troppe domande. Borghetti, Peroni e sherry. Lo sherry, e capì? Roba di lusso. È dolce, è sherry. Certo. Lo sherry amaro è un Petrus. L’arbitro ha dei capelli ambigui. Il Foggia gioca, e ci mancherebbe altro. Il primo tempo finisce zero a zero. Sparpagliamoci. Socializziamo. Sono bei posti, questi. Ogni volta, mi assale una nostalgia del non vissuto. Di tutte le vite che potevo essere e non sono stato. Campare qui, in una di quelle case del centro storico, con la finestrella sulla strada, le tendine tirate, una bottiglia di brandy e mezzo metro di neve a terra. Godermi il silenzio. È un delirio, ne sono conscio. Del resto, mi ricordo come fosse ieri quella volta che a Tolentino, Jordan chiese di scappare via, che un'altra sorsata di silenzio e sarebbe impazzito. Ci ricompattiamo. Mentre io mi soffermo su alcune storie Viennesi, il settore divampa. Ed è bello, ad agosto come a novembre, in piena estate come nell’inverno del nostro scontento. È spettacolo. Dai balli di gruppo alla squadra sotto la curva. Che poi non è una curva. Due a zero per noi. Raccattiamo le masserizie. E pure le scorze di melone di pane volate in campo. Speriamo non ci diffidino. Ma di questi tempi.

Il caso Agnone

 “Abbiamo tempo per una birra?”, “Si, per una birra si”. Una e basta, che c’è gente che lavora. E qua, pure abbandonando gli altri alle loro gare d’alpinismo con la macchina, ci vorranno almeno due ore per giungere a casa. E ci stiamo trattenendo troppo. Certo, c’è la signora Mancini, ed è sempre un piacere. Parliamo di ripescaggio. E della Curva Nord ancora chiusa. Dei manutentori inoperosi, ben oltre le promesse. Poi sbuchiamo sul parcheggio. Enzo propone il bar che sta di fianco al muraglione dietro la porta. Io insisto che voglio vedere la piazza. Diamine, siamo nella capitale europea delle campane. Un tocco di cultura, un brivido di caratteristico. Siamo o non siamo sofisticati? Ma quello dietro sbraita: “Per il tempo che dobbiamo rimanere, non ne vale la pena”. Gli altri, però, sono rustici quanto me. E il paesello è effettivamente una bella sorpresa. Balconi pieni di fiori s’affacciano su strade strette e piene di negozi, con prevalenza dei caseifici e delle macellerie. Mi piacciono i posti dove il mangiare è al posto d’onore. Ed è onnivoro. Un bar ci sfila sulla sinistra. Due minuti dopo, uno sulla destra. Ma siamo ancora noi ad aver fatto inversione. Il Bar del Legionario. Nome evocativo. Ci parcheggiamo. Il tempo di una birra, non penso faranno in tempo ad arruolarci per Fiume. Sotto l’ombrellone. Arachidi e patatine. Poi anche la focaccia e la pizza rustica. E quist ce piac a fa a nuje! Un giro di Peroni da 0,66. E il Foggia in pullman. Ci alziamo ad applaudire gli eroi. Ma sono distanti. Non si capisce se hanno capito. Non si capisce se hanno reagito. A dire il vero, non si capisce manco se sono loro. Potremmo aver applaudito gli Alpini. O i pensionati delle Poste&Telegrafi. Vabbé, sono comunque meritevoli. Eroi anche loro. “Che ore sono?”, “Le sette e mezza”. È tempo di andare. È tempo di migrar. Un’idea fa contatto, come i cavetti della batteria. “Una bottiglia per il ritorno?”. Giacché noi ci muoviamo a litri, come Guccini. Un signore ci indica un alimentari. Poi ci tiene ad aggiungere che siamo uno spettacolo. Che ci ha visti cantare. “Specie quella cosa sul Vesuvio”. Old style. Un gruppetto di vispe massaie ci depista. Lo fanno sempre, queste donnacce. Così imbocchiamo la stradina a salire che porta alla piazza. E la magia ci rapisce. Don Matteo fiuta un cold case e lo segue fino alle estreme conseguenze. In su per la collina. Noialtri a ruota, come gli ispettori dell’Agenzia delle entrate, visitiamo gli esercenti. Uno per uno. Piazza Plebiscito. Il Caffè Letterario. Il biliardino. Sono le venti passate. Gli alimentari sono tutti chiusi. Ma in compenso c’è un bel bar. Con la tv fissa su Sky Tg 24 che, a sua volta, si è fissato con la sentenza Berlusconi. Quattro anni. Un giro di birre per riprenderci dalla scarpinata. E poi andiamo, si spergiura. Sono le 20,10.
Alle 22, dall’albergo, spuntano i giocatori dell’Agnonese. E si uniscono a noi. Discorsi nostalgici sul calcio che fu. Un’ora dopo vanno a nanna, che sono in ritiro da tre giorni soltanto. Noi diciamo che è tempo di migrare. Don Matteo ha perso una serata di lavoro. O forse era questo il lavoro da assolvere. Procediamo al giro della staffa. È giunta mezzanotte. Ma l’insegna del Bar del Legionario è ancora accesa. Vi giungiamo dopo aver giocato a frisbee con un sottobicchiere lungo tutta la discesa. Sport estremi. Il Royal Baby s’è convertito ai gelati al tiramisù. Un whiskey e, all’una, la Skocca ci chiama dalla Madrepatria. “Siamo al secondo tornante sulla strada del ritorno”, “Bene, vi aspetto sveglio”. Siamo lumache. La certezza di avere una casa, a casa, è il motivo che spinge ed andare. Senza guscio, non usciremmo neppure.




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