17/09/08

Io e il mio doppio, faccia a faccia allo Zaccheria

di Lobanowski 1

Lo sapevo, prima o poi sarei stato messo di fronte alle mie responsabilità. La città in fondo è piccola. Qualcuno, non ricordo chi, mi aveva riferito che alle orecchie di Pino, amico d’infanzia, era giunta la voce che io utilizzassi il suo nome e cognome per le trasferte. Prima, molto prima, di schedature, tornelli, osservatori e stronzate simili. Fine anni ’80 inizi ’90. Pleistocene, per il calcio.
Chi ha letto il libro “Juve o Milan? Meglio il Foggia” già sa: a via Saseo, dove c’era la sede del Regime Rosso Nero, non erano per nulla rigidi quando prenotavi il pacchetto trasferta, pullman più biglietto dello stadio. Bastava un nome, uno qualsiasi. E poi c’erano amici a fare da garanti. Così, per evitare denuncie o richieste di risarcimento danni, un giorno mi venne di dare il primo nome che mi passava per la testa. Mi uscì Pino Ferrazzano. L’intenzione, ovvio, non era di mettere qualcun altro nei guai, anche perché non era richiesto indirizzo o recapito telefonico. Il nome serviva giusto per urlare la lista dei prenotati al parcheggio della Maddalena, prima della partenza. Ancora oggi se provate a navigare nel sito Paginebianche, inserendo Ferrazzano nel motore di ricerca saltano fuori 61 voci. Un cognome molto diffuso, a Foggia. Lo feci mio. Continuai ad usarlo, svariate volte per svariate trasferte. Mi ci affezionai a tal punto che firmai con quel nome alcuni articoli per un settimanale: ricordo che una volta serviva il contributo di un festeopatico a completare uno speciale sul Natale: Pino Ferrazzano fu pronto a dire la sua. Avevo costruito nel tempo un mio doppio.

Pino Ferrazzano, l’originale, ieri sedeva dietro di me, due gradoni più in alto. Era nelle cose che prima o poi l’avrei incrociato, ma che l’incontro avvenisse proprio nella Sud dello Zaccheria… Jung diceva che l’uomo incontra sulla sua strada dei segni, che sono come cartelli indicatori per la propria vita. Il vis-à-vis con Pino allo stadio cosa vorrà dire? Che il Foggia tornerà sulla luna, sempre per citare il libro? che il destino ci riserverà nuovamente trasferte all’Olimpico e San Siro? Chissà. Forse la risposta è nelle mani dell’Osservatorio. Che a furia di citarlo, i giornalisti, come entità immateriale che tutto dispone nella vita dei tifosi, sembra parlino del Castello di Kafka.

Insomma, ieri vado per voltarmi e salutare, e nel mucchio di facce note c’è Pino. Che subito allunga un braccio a indicarmi come per dire “t’ho beccato!”. Qualcuno prova ad aizzare la folla contro il giornalista, categoria che notoriamente (e giustamente, aggiungerei) riscuote lo stesso consenso di dentisti, notai e poliziotti. Uno addirittura scende, mi viene di fianco, scherza e mi riferisce che Pino ha messo un avvocato, che vuole citarmi in giudizio. Pretende dei diritti. Poi si fa serio e dice: “io l’ho letto, dalle cose che hai scritto è come se c’eri davvero, come se stavi con noi, in trasferta”. Che cazzo, questo pensa abbia tirato a indovinare? Io lui me lo ricordo. Lui evidentemente non si ricorda di me. Quasi venti chili e 15 anni in più si fanno sentire. Porca miseria.

Non ho dato tanta corda all’emissario di Pino (che a fine partita m’ha salutato senza sorridere. Mi sa che se l’è presa davvero). La partita era già cominciata. Quello voleva discutere mentre sul campo il Foggia aveva preso a schiacciare la Cavese nella sua metà campo. All’appuntamento pensavo di essere arrivato in ritardo, al chiosco non ho visto nessuno è ho tirato diritto. Sono entrato che la curva era desolatamente vuota. Nessuno della combriccola che si va formando. Un Borghetti saltato per nulla. Il tizio alle porte che m’ha bucato l’abbonamento (dopo un primo passaggio al lettore ottico) con faccia triste annuncia urbi et orbi che la “pacchia” è finita. Messaggio agli scrocconi. “Dalla prossima in casa ci sono i tornelli”. Come dire i nazisti alle porte di Stalingrado. Novelli, durante il riscaldamento, si ferma a parlare con i quattro della difesa che giocheranno titolari. Non so cosa avrà mai detto, ma stavolta di svarioni non se ne sono visti. Il terreno di gioco è passato dall’essere adatto per una gara di beach soccer a deposito di fango. Lo spazio riservato agli ospiti è desolatamente vuoto. E’ così da qualche anno, con la Cavese. E non è la stessa cosa, senza la tifoseria avversaria.

Matteo, mio cugino, ha saltato la gara col Potenza. Vive e lavora a Campobasso. Però gli sono venuti i sensi di colpa, e così dopo la gara di Vasto è corso a fare l’abbonamento. Ci salutiamo che mancano 20 minuti all’inizio della gara. Quelli dell’età di Matteo a stento la ricordano la serie A. Se la meriterebbero: lui è uno dei tanti che ha girovagato più anni tra C1 e C2 appresso ai rossoneri, che in categorie superiori. Inizia la partita e il Foggia lascia ben sperare: c’è più intensità, la squadra è corta, corre, pressa a tutto campo la Cavese. Salgado e Del Core si cercano, Troianello a destra corre come un forsennato sulla parte di campo che il Foggia privilegia per attaccare. Rare volte i terzini accompagnano, si sovrappongono. Fuochi d’artificio a salve, comunque. Tre tiri in porta, uno solo nello specchio. Nella seconda metà del primo tempo (che dieci minuti dopo il fischio d’inizio registra il forfait di capitan Pecchia, guai muscolari) il rimo cala. Gli aquilotti saltano la loro metà campo e giocano con lanci lunghi a servire le punte, che non sono in giornata. Solo Tarantino prova una serpentina, ma in area il tiro gli parte fiacco. E meno male che Camplone, il mister che siede sulla panchina campana, è un altro annunciato come “scuola Zeman”, calcio totale, pressing, fuori gioco. Sarebbe ora di finirla con certe scemenze: non esiste nessuna scuola, Zeman è figlio unico, grazie a dio. Chi sbaglia e chi vince, lo fa di suo. Perché siamo certi che il boemo farebbe la corsa a riconoscere come sui discepoli quelli vincenti, addebitando ad altri i perdenti. Quello è fatto così.

Nel primo tempo c’ho messo dieci minuti a capire il perché di tanto accanirsi del pubblico contro l’estremo cavese. Dopo mi sono ricordato che in porta sotto la Nord c’era Marruocco, un ex poco gradito. Ha raggiunto una finale play off, col Foggia, due anni fa. Ma nella memoria di tutti sono rimaste le sue cazzate. Certo, sempre meno di quelle viste a Ravenna. Il personaggio è guascone, non brilla in simpatia. Quando nella ripresa viene sotto la Sud quelli del Regime lo applaudono, lui ricambia. Ma la gran parte della curva lo accoglie a suon di fischi. Francesco si preoccupa dello stato di confusione che simile atteggiamento potrà provocare nell’uomo Marruocco. E ci prende meglio di un Crepet: il Foggia pressa e prova a costruire gioco anche nella ripresa, con una Cavese non pervenuta. Colpisce un palo solo su punizione. A 15 minuti dalla fine una mano ce la dà proprio il nostro ex portiere. Calcio d’angolo dalla destra, sulla palla Mancino. Cross teso a scavalcare la difesa. Il portiere esce e col pugno prova ad allontanare la sfera. Va a vuoto. Così la palla termina sulla testa di Salgado, che sull’altro palo ha il compito facile di appoggiare nella porta sguarnita. L’ultimo gol in maglia rossonera el Pescador l’aveva segnato allo stesso modo, ma di piede: finale di andata contro l’Avellino, passaggio smarcante di Mastronunzio, lui che appoggia nella porta vuota. Dalla Sud parte il coro “Marruocco uno di noi”. Ancora Francesco preoccupato sulla percezione che avrà il portiere. “Capirà l’ironia?” è la domanda. Unanime la risposta: “Probabilmente no”.

Passa poco dall’esultanza e Novelli dimostra -qualora ce ne fosse bisogno- che è lontano anni luce dalle mentalità kamikaze di Zeman. Che il gioco del calcio ha una fase d’attacco e una fase di difesa, egualmente importanti. Con la seconda che diventa predominante se ti capita di essere in vantaggio. Così toglie una punta e inserisce un difensore. Tre centrali a respingere il prevedibile assalto a testa bassa della Cavese. Burzigotti, quello appena entrato, quello che a Vasto ha servito su un vassoio il gol a Bazzani, liscia di testa una palla: invece di respingerla la manda alle sue spalle, in calcio d’angolo. In curva ci si abbandona ai commenti più svariati sul ragazzone con un passato nell’Alto Adige. Referenze buone per un alpino. O per un mulo. Qui dovremmo giocare a pallone.

Il tempo che resta alla fine scorre senza pensieri. L’arbitro fischia tre volte e la Sud chiama sotto la curva la squadra. Che l’importante sia vincere –come, non importa- lo comprendono tutti. Questa è la terza serie. Lunedì mattina ho incrociato Franco, uno malato del Foggia: “Se qualcuno vuole vedere lo spettacolo che se ne vada a teatro”, mi dice. Ahi voglia uno come Di Bari a spiegare alla Gazzetta dello Sport che il pubblico foggiano è di bocca buona (sempre sto cazzo di fottuto e stupido retaggio zemaniano, come se il gioco del calcio l’avesse inventato lui). Novelli s’è lamentato dei fischi piovuti sulla squadra nel primo tempo. Io non li ho sentiti, mi sarò distratto. Comunque, caro Di Bari, noi siamo ridotti alla fame, altro che discorsi da gourmets del calcio. Mangeremmo pesce crudo pur di salire di una serie. Va bene così, anzi benissimo. Tanti 1 a 0 senza soffrire. Scuola Caramanno. Magari ci ripetessimo anche a Foligno.

08/09/08

Zeman e Burzigotti

di Lobanowski 2
Domenica 7 settembre, Pescara-Foggia 1-0

La notizia è piombata nell’agone come una palla di cannone a mezzodì. Da una sponda all’altra del mar Adriatico. È stato esonerato. Zeman è stato esonerato. I miei scrupoli di coscienza si sono, di botto, acquietati. Posso ricominciare a tifare per la Stella Rossa senza fare un indesiderato favore al tecnico boemo. Il mio nemico. Poi lo ammetto: non ce l’ho fatta. Ho intercettato la notizia su un forum foggiano. E, dinanzi ad un tale che si rammaricava (“Non sanno quello che si perdono”) mi sono lasciato accalappiare dalla verve polemica. Lo sanno, eccome se lo sanno. Anzi, direi che si sono salvati per un pelo. Che non è un peccato rinsavire. Avranno la classifica da scalare, certo, ma non è un’impresa impossibile. Ho espresso la mia teoria scarnificata, senza orpelli o aggiunte retoriche. L’ho scagliata sul monitor, nel bel mezzo della contesa. Ho scritto che ritengo il 4-3-3 uno schema superato, un puro atto di presunzione, una negazione dell’evoluzione: pretendere di applicare pedissequamente gli schemi che potevano anche bastare nel ‘91, è uno smisurato esercizio di arroganza. È come ritenere i galeoni l’arma non plus ultra nel campo delle battaglie navali. Ho scritto che Zeman è un allenatore senza presente, che ormai ha una dimensione altra e può solo aspirare a galleggiare nel vischioso limbo dei ricordi falsati. Ed ho scritto di più e di peggio: che a me il Foggia di Zeman mi stava lì. Ad altezza cintola. I servizi di Beppe Capano alla Ds, le interviste di colore ai signori di mezza età appostati ai tavolini dei bar, a quelli che inevitabilmente pronosticavano un 2-0 per noi con le immancabili reti di Signori e Baiano; le inquadrature sulla villa comunale, il giro panoramico sull’unico calesse in circolazione, il clima perpetuo da Mulino Bianco, l’ottimismo irragionevole della civiltà contadina inurbata; e poi i soggetti naif, in rapido scorrimento subliminale: quello che regala le caramelle al mister prima del fischio d’inizio, quello che batte i piatti, quello che sparge il sale nell’area piccola, le hostess rossonero vestite che distribuiscono mimose in tribuna vip, quello acconciato da diavolo con le corna stracolme di gel fissante. E la Sud che intona “Mi diverto solo se”. Un tempo il Foggia era una squadra ostica, brutta, da evitare. Sponsor: Pasta Tamma. Undici rognosi falegnami in campo con la stessa mentalità, da “San Siro” a Cava dei Tirreni. Il Foggia era antipatico, come l’Avellino, come il Taranto, come l’Atalanta. In quel periodo s’è trasformata in altro: nell’avamposto neo-positivista più felice d’Italia, rappresentato in giro da un manipolo di ragazzotti allegri e impertinenti. La squadra simpatia. Applaudita al “Meazza”, applaudita al “Franchi”, applaudita al “San Paolo”. Un mare di gelatinosa vergogna s’è abbattuto su di noi, fieri e sorpassati portabandiera d’un calcio fatto d’agonismo e rivalità, senza margini d’apprezzamento per il bel gioco, il divertimento o la sportività. Foggia non era più Foggia, all’epoca. Era diventata, non a caso, Zemanlandia. Io non ho mai abitato a Zemanlandia. Se ci fosse stato un muro tra Foggia e Zemanlandia, come a Berlino, non avrei mai tentato di scavalcarlo: meglio la triste austerità del catenaccio, il realismo architettonico razionalista d’uno zero a zero strappato immeritatamente, che le bollicine americaneggianti, consumiste e trendy dei 4-4 o dei 2-8 casalinghi. Questo ho detto, questo ho scritto. E, giacché a Foggia un antizemaniano è improbabile da scovare almeno quanto un israeliano antisionista (e questo è un limite, tanto dei primi, quanto dei secondi) m’aspettavo d’esser sommerso da ogni genere di contumelie. Perché Zeman è religione. E non si può impunemente entrare in una comunità di preghiera negando il dogma dell’immacolata concezione.Invece, sono stati tutti più o meno comprensivi. Certo, le critiche sono state tante. Ma composte: un dibattito filosofico in luogo della diatriba teologica che m’aspettavo. Fuori le Sacre Scritture dal tempio del calcio. È un segno dei tempi, un salutare moto di laicismo. Di più. Il sintomo che una breccia s’è aperta nella coscienza collettiva della comunità. Che l’evidenza del pluri-fallimento è abbastanza forte da far tralasciare – per un attimo di lucidità – qualsiasi retaggio pregiudiziale. Napoli, Salerno, Avellino, Istambul, Belgrado. C’era margine per fare calcio, aveva detto il boemo. C’era gran voglia di divertirsi, di ben figurare, in Serbia. E, soprattutto, non c’era la mafia che c’è in Italia. Quella cupola invidiosa e accaparratrice a guardia di un sistema corrotto che per anni gli ha sistematicamente impedito di vincere qualcosa. Già. Non aveva considerato che anche in Serbia qualcuno mugugna se l’Apoel di Nicosia ti sbatte fuori dalla Uefa ad agosto. Che, a dispetto delle latitudini, delle innocenze e delle malizie, del calcio minore e di quello maggiore, il tifo è esercizio altamente egualitario. Tutti i tifosi del mondo ragionano alla stessa maniera. E non si può modificare il dna di un tifoso impunemente, se non correndo il rischio di sostituirsi alla divinità; di fare come certi scienziati pazzi alla costante ricerca di nuovi Frankenstein. E il Vaticano? Il Vaticano sempre così attento alla vita e alla morale tradizionale – fino a mettere in discussione il concetto di “morte cerebrale” – come mai tace? Come mai non si leva alta la voce del Pontefice contro questi orripilanti esperimenti genetici? Il tifoso non vuole divertirsi. Il tifoso, al limite, non vuole neppure vedere la sua squadra giocar bene. Il tifoso è quello che alla fine risponde scarno come gli almanacchi: zero a zero, uno a uno, due a uno per noi. Altro che storie.

Alla fine del primo tempo, fuori dal box, sotto il sole cocente, tra le macchine parcheggiate, è così che è andata. Qualcuno ha detto: “Io non mi lamento. Mi sembra un buon Foggia”. Zero a zero. È certamente un buon Foggia. Vaghi e stucchevoli i riferimenti al fatto che Pecchia è parso inesistente, che si è attaccato sfruttando solo i lanci e il fronte destro, che Salgado è un oggetto lento e svogliato, che Del Core da quella parte è inutile, che la difesa ha la stessa sommatoria tecnica di una squadra anni Trenta. Zero a zero. Vale quello. E possiamo concentrarci su altro: sulla scollatura della speaker a bordo campo, quella che intervista Peppino Baldassare e lo saluta dicendo: “Buon lavoro”, sul gol-e-gol di Frosinone-Bari, sullo splendore del manto sabbioso del campo sportivo di Vasto. Siamo una ventina, stipati su tre file. Ceska ha disertato all’ultimo momento. Pubblico esclusivamente maschile, se si eccettua Manuela. Vado in bagno e penso che va bene così.

Burzigotti. Somiglia a Materazzi, hanno detto in settimana. È dell’Alto Adige, sostiene Lello, e non si può sperare niente di buono da un tedesco. Burzigotti. S’era già fatto espellere Rinaldi, per un fallo ridicolo, mentre tutti c’aspettavamo il crollo nervoso di Cardinale, che invece è parso pulito come un Pirlo. Avevamo smesso di contrattaccare. Novelli, il mister, urlava. Brutto segno. Sintomo di scarsa personalità, di debolezza. In serie C gli organici fanno in fretta a scavalcare gli allenatori, a portare a termine dei putsch rischiosissimi per la tenuta mentale dell’intero organico. Burzigotti voleva appoggiare un pallone a Bremec, il portiere. Ma il colpo di testa non c’è stato. Ha spizzato, come si dice in gergo. Ha lisciato, come si dice al campetto. La palla è rimasta lì, a metà strada tra la tirolese silhouette del difensore e l’uscita scoordinata del portiere. S’è inserito Bazzani. Quello che tifa Fortitudo. Quello che giocava a Genova, sponda Samp. Quello sposato con la Merz, che stava pure in tribuna. Un tocco, esteticamente ripugnante, ma efficace. Palla nell’angolino destro. Sotto la curva dei pescaresi. Uno a zero per loro. Adesso possono partire le critiche, le disamine tecniche, le forsennate interpretazioni a medio e lungo termine. Se Burzigotti non l’avesse colpita così male; se l’arbitro non fosse stato così affrettato da estrarre il rosso a metà partita. Un peccato, soprattutto considerando il fatto che il pessimo terreno dell’ “Aragona” era un punto a nostro favore. Il maggiore spessore tecnico del Pescara, su un campo decente, sarebbe parso lampante. Invece c’eravamo quasi. Uno a zero per loro. E nel calcio conta quello. E nient’altro.

03/09/08

Allo stadio con l'infradito

di Mr.Stramy

L’ha già detto Lob2, domenica mattina gli ho inviato un sms in cui mi dichiaravo emozionato, ma al tempo stesso pronto alla contestazione. Lob 1 e 2 in casa con il Barletta non c’erano, beati loro. Perdere per me significherebbe la seconda sconfitta consecutiva. Provo a convicermi che in campionato è diverso, in fondo son passati 20 giorni e la squadra avrà sicuramente assimilato meglio gli schemi del mister. La domenica mattina è sempre stata bella, quando giochi in casa lo è ancor di più, alla prima poi non ne parliamo proprio. E’ come portar un bambino alle giostre e dirgli “Va a papà ci vediamo quando sei stanco”. Colazione, biglietti delle scommesse, Cocozza e pranzo veloce.

Fatal Cremona. E’ li che ci siamo lasciati. Al post di Lob1. Credo uno dei pezzi più belli che io abbia mai letto (si, leggo molto poco), che mette i brividi e se trattieni le lacrime lo fai solo per autoconvincerti che un altro anno di C1 alla fine non sia poi così catastrofico. Un articolo che è un’opera d’arte, potrebbero metterlo a Firenze agli Uffizi. Per rimanere in tema, quindi calcisticamente parlando, è una perla tipo il gol di Baggio nel Brescia al Delle Alpi contro i gobbi.. Sono stato anche a Paternò in finale, però non so, quella sconfitta bruciò di meno, forse perché durante la partita non si aveva mai avuto il presentimento di poterla vincere. Oggi si ricomincia ma onestamente, con che stato d’animo? Mi sembra che le squadre allo Zini debbano ancora rientrare dagli spogliatoi porca Juve.

“Ma che vai allo stadio con l’infradito? Se ti pestano i piedi dopo il gol?” Sono state le domande che mi ha fatto mio fratello mentre lui si sedeva a tavola ed io scendevo sciarpetta in vita. Ecco, si vede che mio fratello non va allo stadio da parecchio tempo. O meglio l’ultima non fa conto visto che è stata una negli ultimi 10 anni e non a caso quella dello scorso anno contro l’Avellino. Poveretto, se l’è rovinata pure. Tutti gli amici quando lo vedevano gli chiedevano o urlavano se avesse una cartina. “Oh hai una cartina?” “Oh vieni a fumare” “Oh, che mo sei diventato un bravo ragazzo?” Nessuno dei suoi presunti amici è riuscito a cogliere le smorfie di mio fratello. Lui avrebbe anche fumato, ma non davanti a papà…

Infradito quindi, stile scampagnata, stile “pasquetta”. Come quando mia madre mi chiede di andar giù a comprare il pane. In sfida alla squadra. Sento che devo esser conquistato. Mi è quasi dovuto. Io ho già dato, adesso tocca a voi. O forse è un’altra cavolata. Quei colori potrebbero chiedermi qualunque cosa….

Prima che gli Uffizi ci chiedono l’opera d’arte, se ancora non l’avete letta:

01/09/08

Mario c’è

di Lobanowski 1

E’ lunedì, sfoglio i tabellini delle partite sulla rosea. Lo faccio da sempre. Nel girone B della seconda divisione la media spettatori è di 400 unità, a voler essere buoni. Punte massime di 600 e minime di 150. Altra cosa il girone C, e poi a Cosenza 6mila spettatori. Vabbé, restano sempre una grande piazza, che ha fame di calcio dopo anni tra i dilettanti. Ma scopro che a Cesena, non proprio la Boca della Riviera, hanno fatto 4mila abbonati. E vengono da una retrocessione dalla B. Forse se abiti nella grassa e un tempo rossa Emilia Romagna, la vita ti da altro e vivi le disgrazie del calcio con spirito diverso. Non lo saprà mai, inutile arrovellarsi attorno al dilemma.

A Perugia, dove già avevano una buona squadra e ci hanno aggiunto dell’altro, gli abbonati sono oltre 2mila. E’ vero, partono a detta degli esperti per vincere il campionato, ma non è che loro lo scorso anno non abbiano fatto indigestione di rospi. Quasi grossi come i nostri. Vinci la semifinale play off 3 a 1 in casa, ti illudi, poi perdi 2 a 0 al ritorno. Ad Ancona. Addirittura nell’umida Venezia gli abbonati sono circa 1.700. Quanto i nostri. Pesano i dieci anni di delusioni che abbiamo alle spalle, però m’aspettavo qualche tessera in più. Per atto di fede e pertanto insindacabile. Così come m’aspettavo più gente ieri allo stadio.

Che faceva caldo l’hanno già detto. Che un motivo per divertirsi in curva ieri l’abbiamo trovato, anche. Perché non è che dal campo arrivassero chissà quali emozioni forti. Certo, rivedere Mario con la sua maglia rossonera numero 10 è stato un piacere. E vederlo dribblare tra una schiera di difensori, con una condizione ancora approssimativa, lascia ben sperare per il futuro. Anche perché l’ipotesi che al suo fianco si possa schierare Del Core prende corpo. Il calciomercato chiude e l’attaccante di Bari Vecchia pare non avere richieste.

Mr Stramy m’ha preso per il culo quando un affondo sulla destra di Troianello, nel primo tempo, ha fatto capolinea in una zolla di fango e sabbia dell’ex prato dello Zaccheria. “Com’è la storia che chi segna in serie D e in C2 segna anche in C1?”, m’ha chiesto. Lo scugnizzo delle interviste impossibili, che ho idealmente schierato nel personalissimo Fantacalcio di prima divisione, m’ha ripagato. E sono certo che anche Mr Stramy era contento. Di tiri come quello finito ieri nella rete ne abbiamo visti tanti, negli anni. Quasi tutti colpire il campanile di San Giuseppe Artigiano.

Un abbozzo, esagerando azzarderei un progetto di squadra, dico che ieri s’è visto. Mettendoci tutto e di più come alibi per una partitaccia: forma fisica da raggiungere, squadre nuove per molte unità, schemi da apprendere, caldo, terreno indecente, Potenza schierato come le truppe italiane sull’Adamello nella Grande Guerra. Lanci lunghi a parte, Salgado ha fatto vedere che di spalle alla porta si sa muovere. Che quando si prova a giocare sulle fasce abbiamo gente che sa sovrapporsi, saltare l’uomo. Che non puoi non avere fiducia in un centrocampo che schiera Pecchia, Mancino e Coletti. Per la gara col Barletta ero in altri lidi, ma m’hanno spaventato parlandomi di una squadra che giocava con la difesa altissima. Ebbene, ieri nemmeno un tentativo di fuorigioco, nonostante il Potenza lasciasse avanti un solo uomo.

Rinaldi per un po’ ha fatto il peggior Rinaldi (e Novelli l’ha messo fuori. Così si fa…). Zanetti di marcare uno grosso come Bazzani forse non ne aveva voglia, e s’è fatto espellere. Colombaretti si muoveva con l’agilità di una Duna diesel del 1990. A Mattioli sarebbe servito un pallone solo per lui. Ecco cosa non m’è piaciuto. Assieme ai fischi del primo tempo. Pregiudizio puro. I primi 45 minuti di Foggia-Legnano, all’esordio nel campionato scorso, furono ancora più scialbi, ma nessuno contestò. Nessuna aveva fretta, allora. Questione di stati d’animo.

Domenica c’è il Pescara. E le chiacchiere stanno a zero. Che si giochi male o bene ai tifosi importa poco. L’importante è non perdere. Contro Galderisi. Contro Cardinale (che se magari Coletti fa il furbo, basta niente per provocarlo e farlo espellere). Contro una tifoseria “nemica”. Trasferta a Vasto vietata, quasi certamente. E niente diretta tv, dice Lob3. E già penso a che sofferenza sarà.

"Hai un biglietto in più?"

di Lobanowski 3
"Porta l'auricolare del telefono. Non dimenticartene". Mi sveglia questo stringato sms; il furgone senza paraurti e che s'accende con un particolare spray è nel cortile dello "Zaccheria" già da due ore. Si stendono cavi, si usa l'ascensore per portar su le camere. Io, nella mia stanza, dove purtoppo fa ancora caldo (e la cosa non aiuta ad entrare nello spirito del campionato) accendo con pigrizia la tv. Scontri alla stazione di Napoli. Evito i commenti, dico solo che cacciare via i passeggeri del treno e distruggere il convoglio, è una roba da imperialisti. Spacconi, tendenti alla lazialità. I napoletani piagnoni. Doccia veloce, appena dentro il recinto, la zona rossa, s'avvicina uno. E' il solito. Chiede biglietti a destra e a manca. Poi li vende. Mi fa "Giovane..". Gli rispondo male, con un "che vuoi?" stizzito. Mi chiede il tagliando. "Non ne ho". Replica con un tono dimesso, vittimistico. "Tanto lo so che ce l'hai, devi darlo a qualcun'altro...Tanto vale che lo dai a me". Vai a cagare. Sorride, e chiede scusa. Chissà poi di che. Entro allo "Zaccheria". I vecchi amici, gli stewards delle porte. Tutti che mi chiedono se potranno assistere in tv a Pescara-Foggia. Uno fa lo scoop. Dice che il Foggia perderà la prime tre, perchè vogliono cacciare l'allenatore. Pannelli nuovi in sala interviste, poi Loba2 in lontananza con Ceska e fratello. Grido. Enio, è quasi una parola d'ordine. Non mi sente. Ricomincia il campionato pure per lui. Mi piace il coro "Dai Potenza, dai Potenza... eh eh...". "Montanari...", urla un distinto signore seduto al solito posto in tribuna ovest, verso la Nord. E' il solito. Sono tre le parole del suo stereotipato dizionario. Ci sono pure "pesciaioli" e "pecorari". Si adegua all'avversario come il più astuto degli strateghi. Manco fosse Mourinho. Il Foggia non mi piace, Mario sfiora il gol. Kontè, "il nero" per l'intero settore, regala i primi segni di sfiducia della piazza. Sento uno che fa in foggiano: "Se il nero la metteva dentro, tornavo a casa a vedere il Milan". E penso, anche se non dovrei forza Bologna. Sussulto della tribuna stampa quando comunico il vantaggio del Crotone col Pescara. Credo che Galderisi sia il male, adesso. Segna Troianiello. So che è il match point, perchè il Potenza non pareggerà mai. All'uscita ancora domande sulla diretta tv. Che quasi sicuramente non ci sarà. Non sono ancora in clima campionato. Fa troppo caldo. E ho urlato di più al gol di Gila.

Noi siamo Borghetti

di Lobanowski 2

Domenica 31 agosto, Foggia-Potenza 1-0

Il segnale acustico è inconfondibile. Il vecchio Nokia in preda alle convulsioni nella tasca del jeans, a testa in giù sullo schienale della sedia. Un sms. Angelo scrive: “Sono emozionato, ma pronto alla contestazione”.
Si ricomincia. È la prima. La lunga attesa è agli sgoccioli. Anzi, è già finita. Perché nel calcio, ultimo rito collettivo vivo sotto la cenere dell’individualismo straccione, quel che conta è prendere parte: ed un preparativo addobbato a dovere conta quanto – e a volte più – dell’evento in sé. L’avvento conta più del Natale. La quaresima più della Pasqua. L’attesa del Palio più del Palio. La prima serata di Sanremo più dell’ultima. L’Osservatorio è in fibrillazione. Le questure, i reparti celere, i prefetti, le società. Nella piramide tridimensionale dell’emergenza creata ad arte, tutti i gradi dell’organizzazione – giù, giù fino ai giornalisti di Rai e Mediaset – sono in spasmodica attesa che qualcosa possa accadere. In tanti (molti più di quanti ne possiate immaginare) lo sperano caldamente. Diversi ceri a diversi altari sospetti sono stati santificati prima della prima liturgica. Fatto sta che lo stesso super-ente alla Sicurezza nazionale in materia di stadi, ha chiuso lo “Iacovone” di Taranto e concesso ai napoletani di raggiungere Roma e ai gobbi di scendere a Firenze. Un esordio spinoso. Ieri sera si raccoglievano scommesse sui nuovi pianti greci a cui avremmo dovuto assistere dopo l’esodo degli azzurri nella capitale. A mezzogiorno è giunta la prima Ansa: “Tafferugli nella stazione di Napoli”. Lo spirito paternalista – che questo Paese mutua pari pari dal cattolicesimo più deteriore – s’è impossessato dei primi sguardi torvi. Come se qualcuno volesse dire, all’intero mondo degli ultras (e dei “semplici” tifosi, perché no): Avete visto? Vi lasciamo liberi di scorrazzare per mezz’ora, e questo è quello che succede.

Alle 14,10 il chiosco di Salvatore, a San Ciro, è già vivo e pulsante. Sembra una slot-machine di quelle da muro, coi sensori sensibili. Due Borghetti, 3 euro. Il carovita investe anche le oasi dell’Unesco. I ben informati consigliavano di recarsi alle porte con sufficiente anticipo. Del resto lo “Zaccheria” ha ottenuto l’agibilità in extremis e fino a ieri sera alcuni bar cittadini vendevano i tagliandi dietro ostensione di un documento di riconoscimento. Alcune prevendite si spingevano fino al numero di cellulare. Si garantiva la gestione elettronica dei posti numerati, precondizione d’obbligo per evitare l’esordio a “porte chiuse”. Pazze risate. La battuta più gettonata riguardava il numero di fila e di seggiolino. Delirante, per una curva che i seggiolini non li ha. Lo strano sovraffollamento alle transenne che fungono da primo prefiltraggio, altro delirante reperto del dopo-Raciti, ha di fatto accelerato il secondo giro di birra. Una fila disordinata e scoordinata, larga più che lunga. Poi l’intervento risolutore di un eroico supereroe, che con invidiabile nonchalance ha divelto una transenna e creato il varco. Come a Porta Pia. Per una frazione di secondo ho incrociato lo sguardo dello streward in arancione. Poi quello ha detto: “Ecco, è finito a schifo” e tutti hanno riso grassamente. E anch’io. Al secondo prefiltraggio un padre disperato ha allungato il figlio oltre la staccionata, donandolo alle forze dell’ordine. Famiglie disgregate. A cosa siamo giunti. Poi anche queste transenne sono volate via. E ci siamo ritrovati. Abbiamo deciso: i tornelli sono barriere architettoniche. Ci vorrebbe una pubblicità progresso. Tutti dietro la bandiera, munita d’asta leggera e snodabile. Un bijou. Il caldo è perpendicolare e umido. Più che sudare, si gronda. La mia testa lucida spicca. Mi bucano la tessera. Siamo dentro. A Barcellona in un bar di boliviani c’erano dei poster. Poster come quelli che di solito ci sono nei ristoranti italiani nel New Jersey o a Malibù. Soggetti tipici: la Torre di Pisa, il Colosseo, il Duomo di Milano. Nel bar boliviano di Barcellona c’era una bidonville. Ecco. Adoro questo stadio per la stessa ragione per cui quei boliviani adorano la loro nostalgica distesa di baracche con la fogna a cielo aperto. Lo adoro per quel che rappresenta. Per quel che rappresenta di me. Mio fratello, che si è sorbito lo scempio col Barletta in Coppa, mi aveva chiesto: “Torni allo Zaccheria dopo il Nou Camp… Non ti fa effetto?”. Guardo il cemento armato cadente, bisognoso quanto meno di una passata di calce e vernice, il chioschetto e i cessi pubblici, e sono finalmente in grado di rispondere. Certo che mi fa effetto. Quello è uno stadio, questo è il mio stadio.
Il settore è lo stesso. In alto lievemente sfalsati sulla destra, guardando la curva dalla curva stessa. Oggi poi siamo particolarmente montani: dietro di noi c’è un solo gradino. Manca Daniele, per procura eletto sbandieratore e alfiere del gruppo. Manca Gianni, frenato dal lavoro. Ma le facce conosciute ci sono tutte. Ostentiamo un boxer rossonero della Wanted. Partiamo col coro, sulle note di Bandiera gialla:
Quando vedrai / Sventolar questa mutanda / Tu saprai / Che qui si canta / E l’igiene tornerà.
Siamo consapevoli che il limite tra goliardia e disimpegno è labile. Maneggiamo la materia grigia del limbo. Ma nessuno di noi si sogna di infrangere l’abusato paragone tra il dogma religioso e la fede calcistica. Di fronte c’è un buon migliaio di potentini. Fanno sciarpata mentre le squadre entrano in campo. Sembra la Casertana, o l’Amburgo, il Potenza. Noi in rossonera, con le fasce strette. Aborro. Dopo trenta secondi battiamo una punizione alla tre-quarti. Con orrore m’accorgo che l’intero undici, tranne il portiere, è nell’area avversaria. Spargo la voce tra i distratti. Questo va mandato a casa, subito. Zeman ha perso ancora, laggiù a Belgrado. È a otto punti dal Partizan, alla terza di campionato. Non ho voglia di fare la stessa fine. AV ricambia il fremito. Ci vorrebbe lo stendardo: “X Fisso”. È nell’aria, gira l’idea di uno scialbo pari. Stefano erano anni che non veniva allo stadio. Si sconvolge per il livello infimo di calcio espresso. In effetti sarà il caldo, sarà che sono le prime sgambature, ma sul terreno sabbioso ci si azzuffa senza mai dare l’impressione di possedere un’idea di gioco. La Sud canta, ma i cori non sono possenti. Riabituarsi alla categoria dopo aver sognato il salto è un impegno che richiede disciplina e dedizione. La stessa che Mattia ci mette a sventolare il vessillo della Cnt riconvertito ad uso civile. I primi quarantacinque minuti mi servono a riempirmi alcune lacune sulla formazione. Angelo mi ragguaglia. La ripresa. Ci siamo. La curva è più decisa, la squadra giochicchia. Sarà stato lo spavento per il gol che si è divorato l’unico giocatore nero del Potenza. Gli sono stati risparmiati i “bu” d’ordinanza. Grande sensibilità della gente di Capitanata. Cantiamo per la squadra, cantiamo per la maglia, cantiamo per un amico che ci raggiunge nel settore. Lui non sembra gradire. Poi segniamo. Inspiegabilmente. Siamo in vantaggio e ci resteremo. Uno dietro di me rimpiange il 4-3-3 originale, quello “divertente”. Mi limito ad osservarlo, come si osserva la Venere di Cirene. “Se volete divertirvi, andate a vedere i pagliacci”. Resistiamo. Dal settore dei potentini s’alza il coro. È massiccio, anticipato dal corifeo, scandito a sillabe, come di solito sono i cori massicci.
Noi / Siamo / Lu-ca-ni.
È un attimo. Il lampo di una Polaroid. Ceska s’accende come una lampadina. Parlotta con AV. In mezzo minuto la risposta si dipana sulle teste di quelle venti teste di cazzo che siamo.
Noi / Siamo / Bor-ghet-ti.
La gente si gira per ridere. Ormai siamo in corsa. Manca poco, il Potenza attacca e rischiamo di prenderle. Ma noi andiamo dritto-per-dritto. Ancora a scandire: Salutate la capolista.
Continuiamo ad oltranza, senza accorgerci del triplice fischio, degli applausi alla squadra. Quando rientriamo in noi stessi la curva sta saltando all’unisono: Chi non salta è pescarese.
Presagi.

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