28/09/08

Il dramma della bandiera

di Lobanowski 2
Domenica 28 settembre, Foggia-Juve Stabia 1-0
È riesplosa la guerra di mala. Le sirene delle volanti sono acuti su via Onorato. Direzione Porta Manfredonia. Le teste dei passanti come pinguini, a seguire le scie luminose. Sei colpi, di cui quattro a segno su un anziano fermo al chiosco della frutta. Il trillo del cellulare. Antonio. In città gira una voce… Pare ci sia Zeman al Bar Cocozza a piazza Padre Pio. La vita è fatta di priorità. Il mito galoppa. C’è gente da ogni angolo della città che converge sulla zona sensibile. L’altra è transennata. Ma, in tutta onestà, interessa meno. C’è il Boemo, garantisce vox populi. Starà sorseggiando un caffè. Chissà se lo prende amaro? La vita con lui non è stata una stecca di liquirizia, c’è da ammetterlo. Lampeggianti. L’edizione del tg di Telenorba. Obiettivo dell’agguato, un noto pregiudicato di 21 anni. Noto. A ventuno anni. E c’è da scommettere che anche i sicari non fossero più anziani di lui. Novelli si gioca il posto. Non ci vuole la sibilla per capirlo. Un passo falso interno e la tagliola scatterà implacabile attorno alle sue caviglie sottili. È morto Paul Newman. L’Everton si è piegato allo strapotere del Liverpool. Nella tribuna del “Goodison Park” le due tifoserie sono mescolate. L’immagine di una bimba bionda con la maglia dei reds, sulle spalle del papà festante. Antonio mi fa: ti piacerebbe? Non lo so. Sono dell’idea che i bambini debbano frequentare gli stadi, ambientarsi il prima possibile. Con la stessa precocità che è valsa per me. Ma sono cresciuto con l’idea del settore ospiti, delle staccionate, dei reticolati invalicabili, delle trasferte calde da affrontare come una guerra di nervi. Sono combattuto. A sera si spara ancora. Stavolta viene abbattuto un boss. Il Barcelona espugna l’Olimpico e si aggiudica il derby con l’Espanyol. Teleblu fa lo speciale: mostra l’auto elettrica del presunto pezzo grosso crivellata di colpi. E poi Raitre, Raiuno nel tg della notte.
Stamattina siamo su tutti i giornali. Canale 5 parla dell’omicidio, avvenuto nei pressi di un chiosco di bibite. Le immagini vanno da un neon all’altro. Raidue, alle 13, fa altrettanto e si spinge oltre, fino al tentato omicidio di martedì sera, allorquando due ragazzine sono rimaste ferite di striscio dai colpi sparati da un killer. A Parco San Felice. Un paio da proiettili vaganti. Nei pressi di un chiosco, garantisce il corrispondente. Un chiosco, due, tre. Chi osserva Foggia dallo spiraglio che i media hanno aperto sulla nuova guerra di mala, avrà la motivata tentazione di credere che qui ci siano solo chioschi. Che ce ne siano a bizzeffe, che facciano da fulcro della vita sociale. Mi tornano alla mente le chiacchiere di qualche settimana fa: Ultras, gente di chiosco. Ad ogni modo Ceska, nel percorso da casa allo “Zaccheria”, appare restia a fermarsi da Salvatore. Impressione, suggestione. C’è vento e minaccia pioggia. Ma l’estate appena seppellita ha lasciato uno strano strascico di nostalgia, di incertezza. Ci si veste a dovere, ma si teme il caldo. Un tepore rivierasco che potrebbe spuntare, come l’araba fenice, dalle rovine dell’apparente autunno. Come Zeman ricompare a fasi alterne alle ceneri della città sotto assedio. In curva ci sono ampi spazi vuoti. Mattia ha bucato l’appuntamento delle 12:30 (e pure quello delle 13:40) ed è in cerca del biglietto. Jordan ha portato solo la bandiera dell’Angola. Scatta il dramma. Sono in alto e non ho nulla da sventolare.
La Juve Stabia, in maglia bianca e senza tifosi al seguito, scende in campo con lo stesso atteggiamento della Cavese. Con ogni probabilità, lo zero a zero l’accontenterebbe. Io sono sulla stessa lunghezza d’onda, più o meno. Se non puoi batterli, almeno evita di prenderle. In porta c’è Brunner, l’ex di oltre quattordici anni fa. Quando ci viene sotto ci scambiamo uno sguardo complice: Ancora qui? Ancora qui. In centro ci sono voci, stendardi e bandiere. Ai margini sembra di essere ospiti ad un inatteso talk-show. La fanzine della curva incita a sostenere la squadra, a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a partecipare allo svolgersi dell’azione come se si fosse in campo. Che non è la stessa cosa di vedere la partita. Chiede di innalzare sciarpe e bandiere. Io guardo il centro del settore, in alto, per controllare il vessillo angolano. Jordan mi comunica a gesti che l’asta si è autolesionata. Il Foggia preme disordinatamente, sotto la Sud. Conclude in porta un paio di volte, pericolosamente. Ceska, sopra di me, sembra un alpino di guardia alla polveriera. E dall’alto guarda giù, verso le schiere di adolescenti intenti a scavalcare i cancelli. Mi basta allargare lo sguardo per capire che non è la sola. Sono in tanti quelli che, già alla mezz’ora, hanno smesso di fissare l’appesantito manto verde, e si concedono distrazioni da Real Tv. La tensione cresce, fino al climax. Poi il ragazzino atterra all’interno, senza essersi fatto un graffio. E si torna a guardare il campo. Strane popolazioni abitano queste lande estreme – nordiche – della curva. In mezzo ci mettono il cuore e i polmoni. Il primo tempo scivola via.
La serie C1 – o Lega Pro – che sto vedendo quest’anno, mi ricorda molto da vicino le vecchie maniere che tanto danno da borbottare ai vecchi. Le bolge del girone meridionale, i campi da cui esci col carattere e coi nervi, più che coi piedi buoni e la tecnica. Nell’intervallo raggiungo Mattia, chiedo che ne è stato della bandiera, che l’ho vista poco o niente, che almeno se l’avessi avrei qualcosa per sentirmi utile alla causa. Mi risponde, da burocrate del basso impero, che il titolare è assente causa impellente birra e che nondimeno s’informerà. Che mi farà sapere, insomma. Il Foggia scende in campo più determinato, ma è una fiammata. Jordan mi guarda e sventola. Le speranze di ottenere l’agognato oggetto del desiderio s’allontanano. A destra le popolazioni nordiche rumoreggiano. Le critiche montano, diventano gratuite e moleste. La fronda si compone come niente. Qualcuno chiede la testa di Novelli – anche il fedelissimo Lello, che aveva giurato incondizionata fedeltà al mister al Porto Viejo di Barcellona – altri fischiano pesantemente Salgado, svogliato ed inutile come non mai. Se ci fosse il ds Di Bari direbbe che i foggiani – per via di ciò che sappiamo – sono un pubblico di bocca buona. E non vanno contraddetti. Intanto sono più quelli che in curva ci vanno per criticare che non quelli che, bontà loro, continuano a sostenere. Così non va.
Poi il miracolo: Mattia squarcia la quasi notte dello “Zaccheria”. Proviene da ovest. Porta seco la bandiera. Il vento e l’asta spezzata la gonfiano in maniera irregolare. Un vicino di posto si muove troppo rapidamente e rischia di prendere bastonate. Bisogna fare forza, ma alla fine ce la si fa. Con i drappi, con la vita, con la Juve Stabia. Il principio è lo stesso. Tocco di mani in area. L’arbitro ci pensa. Il pubblico rumoreggia. L’arbitro ci ripensa. L’azione prosegue per inerzia. Il pubblico urla che è uno scandalo. L’arbitro fischia. Rigore per noi. C’era, era netto. Portiere da una parte, palla dall’altra. Uno a zero. Volevano fare la Cavese, e la Cavese hanno fatto.

PLAY: It's all here where I keep it, It's all in the submarine, It's all a lot less frightening, Than you would have had it be, Rem, Sing for the submarine

24/09/08

Il rimpianto del tugurio

di Lobanowski 2

C’è tutta una teoria sui boati. Sulla potenza, sui decibel sprigionati da ogni singolo coro di una curva. Ma anche sulla personalità, sulla profondità, sullo stile. Non è solo una questione di originalità, di complessità del canto. Quelli si, sono parametri che contano. Ma il timbro vocale è altra cosa. Da ragazzini, quando frequentavamo le medie, con Marco ci scambiavamo giudizi e pareri. E avidamente, nelle rispettive classi, nelle rispettive scuole, ne domandavamo ai ripetenti cronici, quelli che le trasferte se le facevano sul serio. Ne veniva fuori una graduatoria. I migliori risultavano essere i veronesi: potenti e cavernosi, con una frequenza da corda di basso che riusciva a risalire dal manto alle coperture in ferro, fino a planare sulle teste dei presenti. Come un volatile pesante e aggraziato. I peggiori erano i leccesi, con una ritmica acuta e irritante, alta come una trombetta da parata dei bersaglieri. In mezzo tutti gli altri: i romanisti, possenti ma scostanti, i napoletani, corali ma svogliati, i genoani, i doriani. A ripensarci oggi, c’era l’intero ventaglio di opzioni che passano tra il mestiere e il folklore. Tra l’impegno e la spensieratezza. Tra Yesterday degli Skoidats e Cheope dei Vallanzaska. Per intenderci. Con l’allegria a fungere da pianterreno di uno stabile dove la disciplina era il piano nobile.
La vita ci cambia, ma neppure tanto. Ci sono dei quadri esposti nei musei che, a primo impatto, e per un dettaglio secondario, quasi subliminale, rimandano per forza oscura a tutta una concatenazione nascosta di significati. Il profilo di quel tale col naso segato riporta alla mente i pomeriggi di settembre delle classi elementari. L’ufo che sorvola quella madonna rinascimentale lascia riaffiorare una quantità di partite al Subbuteo che la metà basterebbe. Colpa dei sussidiari, certo. Eppure il folklore della curva B del “San Paolo” continua, oggi come ieri, a richiamarmi il pianterreno. Mentre la sud del “Bentegodi” mi trascina verso lidi di insperata, inattesa ammirazione. Nonostante tutto.
Non pensavo a questo (non pensavo neppure di avere un pensiero al riguardo, a dire il vero) quando il Foligno ha realizzato la rete della vittoria contro di noi. Rewind. Rallenty. Il cross dalla sinistra, il colpo di testa dell’attaccante, la traiettoria sbilenca, alta e arcuata, il nostro portiere che da fermo richiama i reni con una frustata disperata, facendosi risucchiare dalla rete senza riuscire a togliere la palla dal sette. Ne ho visti di boati. Gli avellinesi in curva Nord che esplodono al gol di Luiso, il frastuono dell’ “Arechi”, il tutt’uno stereofonico dell’ “Olimpico”, capace di rimpicciolirti come e peggio di un raggio alieno, quando sembri l’unico tifoso ospite presente e t’accorgi che il gol l’hai preso tu. Proprio tu. Solo tu. E vieni irriso da 50mila persone, ad andar bene. Ne ho visti di boati. Ma a Foligno è accaduta una cosa strana. È accaduto che l’intera tribunetta di fronte s’è alzata di scatto, all’unisono. Ed è partita un’esultanza che m’ha lasciato interdetto. Ed ora coglie i suoi frutti nella riflessione ponderata: era fanciullesca. Un grido fanciullesco, spensierato, che sapeva di diporto e dopolavoro, che – dall’alfa all’omega delle vibrazioni presenti – sapeva di hobby, di passatempo, di sport. Come se il calcio fosse cosa di cui ridere e sorridere, come se questo gioco fosse un gioco, al pari di ogni altro gioco per cui si scambiano opinioni e poi si va a casa a riposare. Non me lo meritavo. Se solo avessi ancora i capelli lunghi (se solo avessi ancora i capelli…), avvertirei papale papale la sensazione d’essere acciuffato e trascinato con la faccia ad un millimetro dal mio presente: tifoso di una squadra che gioca sui campetti dei semiprofessionisti. Come quando andavamo a vedere le partitelle a San Ciro con zio Giuseppe. Dio mio. Ma non per la struttura in sé, non fraintendetemi. Il “Blasone” di Foligno è un campo di tutto rispetto, inaugurato di recente (dall’Anderlecht, mi pare), con dei bagni da categoria superiore. Nel campionato degli autogrill. Ma per l’urlo. È stato quell’urlo, giocondo, che mi ha fatto capire in che serie giochiamo. Ho immaginato le singole vite dei miei singoli dirimpettai. Le loro abitudini, il loro tenore di vita, i loro film preferiti, i loro vini della domenica. Ho immaginato il signore che al primo figlio maschio dice: “Abbiamo fatto gol, batti le mani, a papà”. Cose che mi commuovono in astratto. Ma che in concreto mi straziano. Certo, la conclusione è sempre nelle lacrime e nel lacrimare; forse è che sono sbagliato io, che ho sbagliato tutto, l’approccio con la scuola, con le donne, con gli amici, con la politica, col mercato del lavoro, con la religione. Forse, forse hanno ragione loro. Ho pensato che ognuno di quei papà, ognuno di quei giovanotti, ognuno di quegli anziani diportisti avesse una seconda squadra. Che poi era la prima. Ed era, immancabilmente, l’Inter, o la Juve, o il Milan, o la Roma. O quella che vince lo scudetto, di volta in volta. Ma che neppure quell’altra passione sarebbe riuscita a strappare più d’un suadente sorriso o una mesta alzata di spalle, o una parolaccia, al ritorno a casa. Di fronte al Televideo. “La Juve ha perso?”, “No, ha pareggiato”. Niente di più di un inaspettato dessert. Il guaio di quelli come me è che ritengono il calcio, il gioco e il giocare, specchio e spia d’una persona. Dimmi che tifi, dimmi come tifi, e ti dirò chi sei. È una regola infallibile, tutt’ora a prova di bomba. Negli ultimi anni persino i compagni degni di considerazione politica venivano selezionati in base a questo paramero.
Quando i ragazzi del collettivo di Aversa ci hanno rivelato la loro passione per la Normanna, abbiamo capito che erano nostri compagni. Legati a noi dal doppio filo del sentire, più che dal sottile ponte del pensare. Quando quel ragazzo coi capelli lunghi, tifoso del Napoli, m’ha confessato che il suo anno perfetto è stato quello in cui ha potuto festeggiare, contemporaneamente, la promozione dei partenopei e la doppia retrocessione di Hellas e Chievo, ho sorvolato sul suo trotzkismo e siamo andati a bere assieme. Ben diverso da quelli che fanno smorfie quando rimandi un’assemblea perché c’è Spagna-Turchia in tv. Ma sto divagando. Risento l’urlo. Rivedo i nostri che, nonostante la mazzata, alzano le braccia e fanno ripartire il cantico: Noi non molleremo mai. Percepisco asetticamente la dimensione del fenomeno calcio in piazze che non ci appartengono più di quanto non possa appartenerci il baseball. Come un secchio d’acqua gelata in pieno volto. Nel boato di Foligno ho capito che qualcosa non va. I leccesi erano pessimi, erano gli ultimi. Ma di un altro pianeta. Un pianeta dal cui siamo, al momento, esiliati. E, oggi come oggi, darei via la mia collezione di sottobicchieri per tornare al “Via del Mare”. Per non vivere, come diceva Frankie Hi-nrg, nel rimpianto del tugurio.

23/09/08

Pilastri di sabbia

di Lobanowski 3
"And I discovered that my castles stand upon pillars of salt and pillars of scent", dice Chris Martin dei Coldplay nel mio Ipod. Ha scoperto che i suoi castelli erano costruiti su pilastri di sabbia. Lui. Da poco passate le 7.45, la macchinetta del casello sputa il biglietto. Casello di Foggia, si ritornerà a sera. Si va per raccontare la seconda trasferta che sa molto di prima. L'esordio fuori dalle mura amiche è stato a Vasto. Chiamala trasferta, quella. L'arrosto della sera prima, clou di una cena finita troppo tardi si fa sentire. I finestrini sono chiusi, ci sono i giubbini. La cosa mi piace, perchè l'estate è finita. Perchè torno a rimpiangere di non poter vedere Chelsea-Manchester United che si giocherà in contemporanea a Foligno-Foggia. Perchè mi preoccupa, anche se lo sapevo, la seconda sconfitta del Parma a Grosseto, e perchè il Liverpool è stato fermato in casa dallo Stoke city. Insomma, siamo al lavoro di nuovo. L'estate, il mare, Vieste, la Coppa Italia agostana sono alle spalle.
Più si "sale", più fa freddo. Sosta dopo Pescara. Cornetto con caffè. San Benedetto, Grottammare ed ecco Civitanova. Il limes per chi soffre di mal di macchina e sta puntando il cuore dell'Umbria. La Colfiorito è l'Hic sunt leones e mi ha già punito un paio di volte; ad Assisi in vacanza con i miei da bimbo, e anche a Terni l'anno scorso.
Non dò di stomaco, resisto e non soffro neppure tanto. Grigiore, nuvole e vento timido. E' mezzogiorno e sono già nel clima partita. Controllo più volte che il telefono sia ok, sistemiamo i dettagli con chiamate incrociate da RadioNova. Antipasto casereccio, ottimo. Il primo è uno spreco; nel senso che è sicuramente ottimo, invitante, ma c'è il formaggio a mettermi in off-side. Troppa grazia a Sant'Antonio.
Lo stadio Blasone è piccolo, il Foggia ci ha giocato già l'anno scorso. Io però qua ho visto il Parma dal vivo. Ero nell'unica tribuna pesente, nell'estate del 2000. 1-0, gol di Amoroso. Entro e la tribuna stampa è affollatissima. E' un lungo corridioio chiuso da vetrate che danno sul campo. Tanti colleghi, e la condanna. Resto in piedi, non ho appoggio per gli appunti e tantomeno per il telefono. Un dramma.
Sposto il capo verso destra, voglio beccare nel settorino Loba1 e Loba2. L'apocalisse: il muro. Ho una parete che mi ostruisce la vista, non vedo uan metà campo. Sono cotretto a spostarmi e limito i danni. Non vedo una banderina del calcio d'angolo e la fascia sinistra. Dovrò immaginare e raccontare quello che accade sul campo.
Dilettanti. Audio disturbato dopo il 5', devo togliere l'auricolare. Che nel frattempo s'impiglia nel cronometro. E la partita va, e io non devo smettere di parlare. Me la cavo, in quella cabina sovraffollata cala il silenzio a tratti. E io parlo mentre tutti mi guardano. Imbarazzante, anche perchè dico "sombrero" una volta. Il collega di una radio locale dinanzi a me, seduto, si gira e mi guarda con fare interrogativo. E' anziano e il sombrero non lo hai mai sentito.
Quando Turchi punisce un Foggia inguardabile nel secondo tempo, immagino chi mi ascolta e non sta vedendo la partita in tv. Immagino la mia voce mischiata al brusio che ha seguito il boato di quella cabina. Penso che sto regalando loro un dispiacere, ma sono curioso di risentire quel momento.
Finisce, è andata. Il Foggia ha perso, e io me lo aspettavo. Non sono affatto sorpreso.
C'è il buio fuori dalla macchina di Donato, ma Civitanova per chi è malato di stomaco e sta fuoriuscendo dal cuore dell'Umbria, è il posto più bello del mondo.
Oggi, nel day-after, ho risentito l'attimo del gol alla radio. Era esattamente come lo avevo immaginato. Ho regalato un dispiacere forse, ma mi sa che in tanti se lo aspettavano. E non avevano eretto castelli su pilastri di sabbia, come Chris Martin.

22/09/08

Quel che deve accadere, accade

di Lobanowski 2
Domenica 21 settembre, Foligno-Foggia 1-0

Il bip incessante della sveglia ovale giunge come previsto. Alle 7:20. Devo issarmi dal letto. Devo controllare alcuni dettagli. Primo fra tutti: il grado d’affidabilità della dicitura Doc. Più volte gli intenditori hanno garantito: se il vino che bevi è buono, non avrai mal di testa il mattino dopo. Ne va della credibilità del Made in Italy, dell’intera produzione vitivinicola, dell’immenso indotto. La notte è stata generosa: Aglianico, Primitivo di Manduria, persino un Montalcino. Sapevo della levataccia domenicale, certo, ma era un compleanno: non un passo indietro. Questione di cavalleria medievale. Oh-issa. Bene, tutto bene. Un lieve cerchio, passabile. Una garbata manata sulla sveglia. Mente locale. Va fatta una sola telefonata, regolato l’ultimo appuntamento. L’acqua scorre fredda, il caffè mi riporta in vita. All’appuntamento sono puntuale. Gli altri, più o meno, pure.Decidiamo di non segare l’asta della bandiera. In macchina ci sta, sebbene occupi due posti e risulti fastidiosa, a lungo andare. Ma sempre meglio d’inscenare questo assurdo sacrificio primitivo. Non siamo mica bestie. Le bandiere hanno vita. E le aste non sono da meno. Al bar i propositi sono ancora incoscientemente tecnici. Mi sembra naturale, adatto alla fase di lallazione della giornata. Si almanaccano gli assenti, si nutrono dubbi sul centrocampo, si dibatte dell’attacco, si finisce il cornetto. E i più coraggiosi si lanciano in pronostici. Inutili e dannosi, i pronostici. Ma significativi degli umori e delle aspirazioni, come e meglio di radiografie al torace. Si vince, è poco ma sicuro. È solo questione del quanto a quanto. Il più ottimista è Lello, che spara un 4-1 per noi. Io mi astengo. Voglio un punto, possibilmente uno zero a zero. Mi guardano svogliati, è sempre la stessa storia. Ma a me piacciono sul serio gli zero a zero. Certo, vincere è altra cosa. Ma infiliamo i piedi nell’asfalto e stringiamo i denti e gli occhi: il radioso avvenire va scartavetrato. Zolla dopo zolla.
La tradizione è un’invenzione. Lo diceva Hobsbawm, lo dicono i sociologi, lo diciamo noi. Ha un solo precedente storicamente riscontrabile, al momento: Cremona, in quel devastante coast-to-coast di maggio. Arrivare con largo anticipo in città che non sono Castellammare di Stabia, Cava dei Tirreni o Salerno, è un classico del flusso pasquettistico. Ma giungere imbandierati, insciarpati, militarmente disordinati, e mettersi a fare i gradassi e i gagà in centro, è volgare, oltre che palesemente irrispettoso. Roba che succedeva a Castel di Sangro, a metà Novanta e che, fortunatamente, tende a non perpetrarsi nel nuovo millennio. Benedetta Mentalità. Per la semifinale play-off, spinti dall’adrenalina, ci mettemmo in viaggio nelle prime ore di buio totale, e superammo Piacenza che mancavano ancora sei ore al fischio d’inizio. E piuttosto che mostrare i pettorali saturi d’orgoglio dauno sotto il Torrazzo, decidemmo di allungare fino a Pizzighettone. Stavolta abbiamo due ore di margine netto. E fedeli alla regola, approfittiamo dell’ultima uscita della superstrada per entrare a Tolentino. Che da lontano sembra un presepe. Che se ne sta, arroccato e nobile, su di un colle alla nostra destra. Varchiamo una porta, passiamo un ponte, costeggiamo le mura. Parcheggiamo a due passi dal centro. Ci possiamo sgranchire le gambe. Possiamo fare due passi. E l’opulenza di quelle case decorate, di quelle strade ordinate, ci si spalma sulla pelle come fuliggine. Ci guardiamo costernati. Qui la gente non urla. Qui la gente non suona i clacson. Una bambina per chiamare la mamma, distante diverse decine di metri, usa gli stessi decibel che a noi sarebbero stati appena sufficienti per chiedere di passare il pane a tavola. Qui la gente non passeggia. Qui si godono lo spettacolo. Un oste sistema i bicchieri. Il cozzare del vetro si sente fino alla fine del vicolo. Nella piazza principale ci sono le bancarelle. Cazzo, come a Pizzighettone. Ceska mi ha appena chiamato: “Sei a Tolentino? Mi compri i Marshmellows?”. Non comprendo l’assioma, ma avanzo verso il viale, la zona pedonale, la gioielleria, il negozio equo e solidale. Una seconda piazza con la cattedrale e l’onnipresente iconografia di San Giorgio. Il bar. Consumiamo in piedi, guardando la tv. Ohlmert s’è dimesso. Dall’esterno non giunge un fiato. E quando usciamo ci sorprende il fatto che ci sia un’intera comitiva di tedeschi, adattatasi in fretta al tono di voce della ricca provincia italiana. Un cortile annuncia cappelloni giotteschi. Entriamo uno dopo l’altro nel chiostro. Il soffio del vento è appena percettibile. Qui la gente è educata a non schiamazzare. Qui le cose scorrono con metodo e calma. Qui si produce operosamente e si rispetta l’ambiente. Guardo i brutti affreschi. E la noia mi assale: “Uagliù, o ce ne andiamo di qua entro cinque minuti, o impazzisco”. Gli altri annuiscono. E sui gradini della chiesa torniamo ad utilizzare il nostro tono di voce consueto. I tedeschi ci guardano con attenzione. E, dall’inizio alla fine, ascoltano il racconto epico di quando Marazzina ad Andria sparò alto sulla traversa. E quel tizio si mise a urlare che non ci sava neanche padre Tardiff. Non ridono. Non conoscono padre Tardiff, probabilmente. Ma penso sappiano chi era Marazzina. Fuggiamo da Tolentino, non senza prima aver appreso che in città esistono gli Sconvolts e – addirittura – una Brigata Tafferugli. Giordano si chiede: “Ma perché noi siamo stati così sadici da inventare un coro che faceva Non ti preoccupar che tanto dopo segna Colacone?”. Ci guardiamo perplessi. Giordano fissa i negozi. Attorno è silenzo. “Dopo quando?”.
Seguiamo l’indicazione: Parcheggio ospiti. Ci ricongiungiamo al gruppo romano. I biglietti comprati a Foggia sono diversi da quelli del botteghino. Noi abbiamo i tagliandi da mercoledì. Quelli comprati a Foligno sono più belli. C’è finanche il falchetto. Manco a dirlo. I poliziotti chiedono di mostrarlo. Poi fanno problemi per la bandiera: troppo grande, fuori dimensione. Ci mettiamo a discutere. Pare ci siano delle misure standard. Un poliziotto convoca il suo superiore, questi giunge, guarda il vessillo e, ad occhio, esprime il suo consenso. Abbiamo perso cinque minuti di vita e, a momenti, ci tocca pure dirgli grazie. Paradossi. Quello che mi perquisisce trova fuori luogo la fibbia della cintura. Troppo grossa, sostiene. Segue nuova tribuna politica. Stavolta la spunta l’uomo in divisa. I jeans vanno giù di qualche centimentro ed io continuo a domandarmi chi mai avrei potuto colpire, se me l’avessero lasciata: gli altri foggiani? I folignati? E perché? Il campo sportivo è un impianto discreto, adatto, capiente. Sembra anche ben tenuto, il che non mi sorprende affatto. I gradoni sono metallici. Gli scarponi fanno rumore. Giordano mi passa la sua bandiera, Guido sventola quella fuori misura. Quelli dietro non vedono e cominciano a rumoreggiare. Alla fine del primo tempo deciderà di emigrare sul cucuzzolo del settore. Non siamo tanti, ma siamo sufficienti a far sentire la nostra voce. Procediamo all’ostensione della bandiera catalana. Omaggio a Bremec. Omaggio alla Catalogna. La prospettiva del campo è radente, la partita si intuisce. Si lotta a centrocampo, il Foggia tiene la difesa alta, ma non riesce a verticalizzare. Io sventolo. Il Foligno non impensierisce, ma neppure subisce l’iniziativa. Lo zero a zero mi sta bene. Sventolo.

Dietro di noi c’è Fiorucci. Più sopra, circondato da tra ragazze bionde, c’è Colomba. Due allenatori nel settore. I perfidi insinuano che la panchina di Novelli già scotti. Il Perugia gioca a Pescara. Rischia anche Galderisi, oggi. Il Foggia della ripresa è una squadra trasformata. In peggio. Nel primo tempo s’è limitato a non offendere, adesso tiene con difficoltà gli argini. Il Foligno dell’ex-De Paula si fa più intraprendente. Guido, in cima al settore, è una statua che regge il vessillo. Il vento fa il resto. Dietro si è fatto il vuoto. Sventolo. Quelli in maglia blu portano avanti il baricentro, Del Core lotta vanamente, Salgado è pigro ai limiti dell’indisponenza. Prendiamo gol di testa. Quel che deve accadere, accade. Mi accorgo, dal piccolo boato, che nello stadio c’era altra gente oltre noi. Andiamo sotto. Proviamo ancora a cantare, a sostenere la squadra. Manca poco. I nostri non costruiscono e, come se niente fosse, elaboriamo la seconda sconfitta su due trasferte. Una sconfitta senza gioco, senza attenuanti.

Sui muri ci sono scritte altisonanti: Foligno padrone dell’Umbria. Perdiamo un’ora tra bagni pubblici, metano e grappe varie. Un pullman ci si piazza davanti. Cinquanta chilometri di curve, poi il presepe di Tolentino a sinistra, Macerata, Civitanova. Ci risiamo. Di nuovo la A14, compagna di mille viaggi della speranza. Finiti, quasi sempre, come oggi.

A Gelagna Bassa, con un umore pessimo

di Lobanowski 1

La disperazione, si sa, può portare a gesti inconsulti. Va archiviata in questa voce la proposta di un tifoso del Perugia che, stanco dell’ennesima prova incolore (con annessa sconfitta) dei grifoni contro il Pescara, ha mandato un sms alla radio che segue la squadra umbra chiedendo di cacciare Pagliari e chiamare sulla panchina uno tra Galeone e Zeman. Eravamo di ritorno da Foligno, e tra Gelagna Bassa (frazione di Serravalle di Chienti) e Muccia (verso Macerata), sulla poco simpatica strada statale 77, la radio di beccare una frequenza nazionale proprio non ne voleva sapere. Così ci siamo ridotti ad ascoltare i commenti di chi sta peggio di noi.

Riflettevo su un fatto, dopo aver assistito alla brutta prova dei rossoneri a Foligno, mentre allibito scoprivo che c’è gente in ogni dove dello Stivale che ancora rincorre i sogni del gioco spettacolare di integralisti della zona e del fuorigioco: in una parola, suicidi. Dicevo: da quando seguo il calcio e il Foggia, e sono 30 anni, non ricordo di aver visto il Taranto o la Salernitana, due squadre non a caso, scendere in campo con atteggiamenti da fighetti. Capite il senso, vero? Non so se è l’aria, se la presenza del porto industriale, se la rudezza delle rispettive tifoserie. Fatto sta che non mi viene in mente una volta nella quale quelle due squadre siano scese in campo per fare spettacolo (per quello, come si sa, c’è il teatro o il circo). Sempre degli undici rognosi, coriacei, tignosi, compatti, concreti. In una parola (non se ne adontino le femministe): l’impressione di avere di fronte una squadra e un mister con due palle così.

Ecco, l’impressione più sconfortante che mi sono portato dietro dalla trasferta umbra, risultato a parte, è proprio quella di aver preso coscienza che la nostra squadra difetta alla grande di carattere. Dopo il Taranto, credo che diverse altre squadre violeranno il “Blasone” (quanto mi sono rotto il cazzo a girovagare per stadietti d’Eccellenza): il Foligno era ben messo in campo, guardingo, pressing sui portatori di palla, ripartenze giocate sulla fisicità delle due punte, De Paula e Turchi. Ma in fondo poca roba. Nel primo tempo, passati i dieci minuti iniziali di assestamento, abbiamo tenuto palla quasi sempre noi. Portando un solo pericolo serio alla porta avversaria. Meglio il Foggia di Vasto, per assurdo. Troianello è uno generoso, che corre tanto, ma si è capito che la tecnica non è sopraffina. Sull’asse di destra si è sviluppato gran parte del gioco, il treno quello composto da Colombaretti-Mancino-Troianello. A sinistra non ne parliamo: Del Core, fuori ruolo, finisce con l’accentrarsi e ingolfare la zona di Salgado (e tra i due quello che sa giocare meglio spalle alla porta è il primo. Solo Novelli si è intestardito). Pezzella è di una timidezza pari al Robertino di Ricomincio da Tre, ieri non una volta ha superato il centrocampo. E anche in fase difensiva solleva più d’un dubbio. Per pietà evitiamo di commentare i cambi di Novelli: il Burzigotti mandato in campo per la seconda volta come centravanti, manco fosse un Galderisi fuori di senno in quel di Cremona, fa sorridere. Il Piccolo visto fin qui è uno evanescente, Mattioli un rebus di difficile soluzione.

Alla fine ho chiesto a Francesco, che di fianco a me continuava a sventolare la sua bandiera, una sorta di tic nervoso magari utile a non vedere lo scempio che si consumava sul manto erboso, se un onesto lavoratore d’area come Turchi, forza fisica ed efficace boa dell’attacco del Foligno, non poteva tornare utile anche a noi. Quello m’avrà sentito, si sarà montato la testa, e su un cross da sinistra ha inventato una parabola di testa (perché su di lui c’era Pezzella? Dov’erano finiti Lisuzzo e Zanetti? Mi devo rivedere le immagini) che ha beffato Bremec. Che fino ad allora si era dimostrato sicuro. Sul gol qualcosa poteva fare: la palombella era lenta, un passo alla sua destra e un tuffo e magari l’avrebbe presa. Un dettaglio, alla fine, considerata la prova complessiva, brutta, della squadra.

Senza palle. Lo ripeto. Non so se si vede la “mano” del tecnico, in questo senso. Avevo chiesto d’aspettare, prima di dare giudizi, di vedere giocare qualche partita. Novelli insiste sempre sullo stesso undici, forse penalizzando gente che qualcosa in più potrebbe dare. Di Burzigotti alla Toni abbiamo già detto (ma che cazzo l’abbiamo preso a fare uno come Germinale?). Salgado, svogliatissimo nel suo ruolo (e forse non solo in quello) meriterebbe un turno di riposo, perché così rischia –il mister- di rompere il feeling tra giocatore e tifosi. E poi il tecnico salernitano non può dire in sala stampa che il cileno è fuori condizione e non ha fatto la preparazione. A maggior ragione si dovrebbe accomodare in panca: perché costringerlo ai fischi della tribunetta ospiti del “Blasone”?. E poi siamo alla quarta di campionato, e nove undicesimi dei titolari erano tutti in ritiro: dovrebbero aver appreso i dettami tattici di Novelli, o no? O sono dei pierini ripetenti? Ma il mio pensiero corre sempre là, alla mancanza di grinta, di gente con gli attributi.

Mi manca, oggi, dopo aver visto la partita di ieri, un Biancone. Uno pure rozzo ma che in campo lottava, dava l’anima. Forse, oggi (faccio ammenda, Mr. Stramy) mi manca anche uno come Mounard, che per quanto talento inespresso, eterno messia del calcio da attendere, era capace di saltare l’uomo, durante la partita. Cambiare ritmo, dava velocità e profondità alla manovra. E lottare, metterci il cuore. Ieri, invece, tutti ligi a svolgere uno svogliato compitino. Con tanti, troppi, inutili e frustranti passaggi alle punte per vie centrali. Che per riuscire dovevano sperare nell’improvviso svenimento dei centrali del Foligno.

Ecco, il retrogusto amaro che lasciano gli oltre 800 chilometri macinati ieri è quello -dopo una sconfitta tutto sommato anche immeritata- di avere una quadra da metà classifica. L’idea di, bene che vada, sobbarcarci altri due anni di terza serie. E sarebbero, tra C1 e C2, dodici senza (almeno) la serie B. Ieri poi mi hanno ricordato (avevo cancellato il precedente) che nel viaggio all’inferno del tifoso foggiano, abbiamo incontrato anche il Gladiator. Stando così le cose, di che segno volete che sia, il mio umore, oggi?

19/09/08

Scatti di scarto

di Lobanowski 2
Le casse – di certo un modello salvadoregno politicamente conforme e certificato – hanno cominciato a gracchiare Bandiera Rossa. Nella versione classica, quella semi-orchestrale, imponente e nazionalpopolare degli anni ‘50. Tant’è che un vecchietto ha fatto gli occhi sognanti ed ha confessato all’amico: “Mi ricorda quando ero piccolo così”. Che, da un rapido raffronto tra la profondità delle rughe e il segno con la mano, doveva essere prima che dimettessero Togliatti. Il coro similrusso ha riempito i buchi neri della zona pedonale: Avanti popolo, alla riscossa. Gli alti troppo acuti, i bassi inesistenti, l’arrancante pressione sulle valvole del mangianastri (!), il livello di consunzione del nastro, l’amplificazione da socialismo tascabile, come direbbero gli Offlaga. Inquinamento acustico allo stato puro. Sul banchetto di plastica, il programma pieghevole. Stasera grande dibattito su un tema inedito: sviluppo, legalità e governo del Mezzogiorno. Ospiti d’eccezione, forbiti e competenti. Il sindaco di Gela, il vicesindaco di Foggia, un dirigente scolastico, un paio di politici e il direttore di un quotidiano scandalistico da 50 centesimi a prestazione. La voce di Luzzi in my mind: Consiglio, Crocetta, Salatto, Leccese, Mongiello, Napoletano, Paciello. Allenatore: Zdenek Zeman. Manco a dirlo. Avanti popolo, tuona il cannone, Rivoluzione, rivoluzione.
All’imbocco dell’area dibattiti hanno piazzato uno stand. La musica s’infila sotto il tettuccio metallico come polvere in una piccionaia. Dai campi al mare alle miniere, Rosse bandiere, Rosse bandiere. Una mostra. La più ovvia delle mostre ruffiane. Il Foggia ai tempi di Zemanlandia. Davanti a me ci sono sguardi estatici, luccicori fuori dall’ordinario, stupori e commenti emozionati. Me ne accorgo da come inarcano le schiene quelli della prima fila. Bandiera rossa finisce. E, cosa ancor più rimarchevole e tutt’altro che scontata per il contesto, non riattacca. In sua vece incalza un raggelante Venditti. Un signore grassottello con la faccia rude si volta e fa per andarsene. Mi dedica uno sguardo che è tutto un programma. Il rimpianto per i tempi andati gli si disegna in volto come un tatuaggio tribale. È il mio turno. Avanzo. Una quindicina di foto per ciascuna serie e cinque serie in tutto. Scatti di scarto, senza dubbio alcuno. Fotografie che nessuno ha comprato, seconde e terze scelte rimaste a fare spessore nel fondo di qualche stipetto. Zeman che fissa il campo, Zeman che fuma, Zeman che urla ai suoi di suicidarsi. E qui e lì alghe riaffioranti: il diavolo rossonero che saluta Eranio (che fa per andarsene), Maldini coi capelli corti e la faccia da bambino, l’Italia di Walter Zenga che affronta Cipro allo “Zaccheria”. Qui e lì i cartellini indicano partite e risultati. C’è il 5-2 dell’ “Olimpico” con la Lazio, il 4-1 di Torino con la Juve, il 3-3 interno con la Fiorentina, il 2-8 col Milan. Che divertimento! Quanti bei ricordi! Nell’autunno del 1991, una fredda mattina di ottobre, per andare a scuola presi una circolare che non era l’MD. Mi ritrovai a Rione Diaz. E dì lì in aperta campagna. Arrivai in classe all’inizio della quarta ora. Mio padre mi smontò l’Amiga 500. Che tempi. Dovrei organizzare una mostra sullo scambismo nei trasporti pubblici a Zemanlandia. Col presidente dell’Ataf e qualche autista al seguito, a inaugurare.
“Mai come nel periodo di Zemanlandia la storia di una squadra diventa anche storia della città. Nella fenomenale apparizione del Foggia in A con il «ceko» lo spirito rossonero torna ad essere desiderio di confrontarsi, voglia di socialità, eccezionale spirito competitivo per ridisegnare non solo le gerarchie sportive ma quelle urbane”. Filippo Santigliano è un giornalista preparato, uno concreto, che non si lascia abbagliare dai miti, uno che bada al sodo. Resto basito: perché ha deciso di scrivere una simile madornale falsità? Nel 1991 le sere erano buie come negli Ottanta. C’erano due locali e andavamo a comprarci i panzerotti o gli scagliozzi all’angolo di via Manzoni. Ai giardini c’erano i ragazzi più grandi di noi. L’ora di educazione fisica la facevamo al “Giannone”, ed ogni volta ci sobbarcavamo un chilometro a piedi per raggiungere la palestra. Foggia era lo specchio della depressione. Una città triste e nera, completamente obnubilata dal miracolo calcistico. Una specie di Medjugorie del pallone: realtà di provincia in crisi di pre-panico salvata dall’apparizione provvidenziale. E da questa schermata, come un tossico in estasi. Sarà la mia adolescenza che riaffiora, ma la voglia di socialità e il desiderio di confrontarsi, io, proprio non me li ricordo. Mi ricordo invece la Foggia luminosa e in mutamento del 1994, le comitive in giro, i locali che spuntavano come funghi, i ragazzi e le ragazze sulle scale del Classico il sabato mattina, il centro sociale. La Foggia ottimista del ’95, del ’96. La movida, certo, ma anche la partecipazione, l’associazionismo, i gruppi che rifiorivano, le band che scavalcavano l’oblio per un attimo di gloria. Se devo pensare ad un periodo in cui le gerarchie consolidate potevano mutare sotto la spinta dell’effervescente e sopravvalutato mondo giovanile, penso alla pancia dei Novanta. Non certo ai suoi inizi. Attribuendo meriti ai Cesari, in questo strano gioco al parallelismo, dovrei pensare a Catuzzi, a Rossi, a Burgnich. In realtà non ci penso affatto. Penso al Circolo Gramsci, e poi alla sede di Ya Basta! con la stella rossa sul mercato, al circolo di Rifondazione con i ragazzi seduti fuori, alle sfide a pallone con i polpottisti del Filorosso. Penso all’Università, alla nuova sinistra che nasceva nelle aule dell’ex-tribunale riconvertito: Samarcanda, l’Udu. Penso alla nuova generazione che s’affacciava ai palazzi. Al mutamento prossimo venturo che non s’è avverato, poi, quando quei ragazzi nei palazzi ci sono entrati per davvero. Penso a quello, alla bellezza di quei giorni, alle radiose possibilità, e mi sale la bile. Ma non la ricollego ad un allenatore. Non è colpa di zio Tarcisio se oggi Piemontese è il segretario del Pd. Così come non era merito suo il fermento. Per Zeman vale lo stesso discorso. Zeman è stato l’allenatore della nostra squadra. Nulla di più, nulla di meno. Un bene fungibile, intercambiabile, ininfluente (come tutti i mister, come tutti i dirigenti, come tutti i calciatori) ai fini del nostro amore per una maglia, che viene sopra tutto e tutti e che tutto e tutti trascende. La maglia. Quell’alchimia da brivido, causa di gioie infinite, alibi per catastrofi esistenziali, spunto per lacrime amarissime. La maglia del Foggia. Del Foggia. Perché io tifo Foggia. Zemanlandia non esiste. Non è mai esistita.
Nel Museo Rossonero di un sito foggiano un tale ha provato a relativizzare il Tributo a Zeman che altri avevano imbastito. Un utente è intervenuto ed ha sancito: Quando Zeman allenava il Foggia tu avevi il ciucciotto in bocca. Filippo Santigliano, invece, nella sua presentazione alla Mostra della zona pedonale, scrive di un momento davvero felice, quando i foggiani facevano a gara per dire «sono di Foggia, la nostra squadra è il Foggia». Le due affermazioni si sono toccate. L’una con l’altra, in un attimo cerebrale. Una fiammata, improvvisa. Il treno speciale che ferma al binario, dopo quattro ore di odissea sulla linea adriatica. Con l’Udinese, la domenica prima, c’erano meno di 7mila paganti. Ad Ancona abbiamo appena perso 3-0. Ha segnato Zarate, quell’oggetto curioso. Una doppietta. L’unica della sua carriera, in Italia. Il “Dorico” è alle spalle. Foggia si spalanca davanti. Voglia di tornare a casa e spegnere tutto. Basta scendere dalla carrozza e, zaino in spalla, percorrere il viale. La sera è caduta a sprazzi sulla città. I negozi sono chiusi. Siamo oltre seicento ed usciamo in blocco. Poi ci separiamo: ognuno per sé. All’altezza della chiesa della Madonna della Croce, un vecchio si stacca dalla comitiva con una gomitata confidenziale all’amico. Mi si para davanti. Allunga le sue dita ossute verso la mia gola. Tocca la sciarpa che ho al collo. E, sghignazzando, dice: “Ancora appresso al Foggia vai?”. Lo scanso con una manata irrispettosa. Lui torna a ridere col compare, a ripetere per chissà quante volte ancora la stessa scenetta con tutti i reduci dalle Marche che incappavano nel suo presidio disfattista. Questa è Foggia, pensavo. Aveva ragione la Sud quando cantava: Siete sempre un pubblico di merda. La consapevolezza è un attimo conseguenziale: la sciarpa che ho in gola, è quello il mio segno distintivo, la mia cifra di scarto rispetto ad una realtà penosa. Io c’ero mentre il Foggia veniva infilato. Ci sono stato fino alla fine. E domenica ci sarò ancora. E così sempre. Perché non mi interessa la recita, mi interessa la compagnia stabile. E non c’è sconfitta o categoria che possa farmi cambiare idea, raffreddarmi come una pietra sputata da un cratere. Non è così per molti, troppi miei concittadini. Seguo il legame del pensiero: ecco perché per loro è così importante Zeman. Perché loro vanno a vedere lo spettacolo e s’affezionano ai ruoli, agli interpreti. Io no.

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