14/10/08

Addio Stimpfl

di Lobanowski 1

Quando l’arbitro ieri, prima di Foggia-Gallipoli, con i giocatori immobili in campo come pedine di una scacchiera, ha fischiato il minuto di raccoglimento in memoria di Andrea Stimpfl, la prima cosa che mi è passata per la testa è stato l’aneddoto raccontatomi da un cugino, anch’egli tifoso appassionato dei satanelli. Di ritorno da un concorso nel Nord Est, agli inizi degli anni ’90, con il Foggia in quel periodo a dominare la B e viaggiare spedito verso la promozione nella massima serie, in treno ebbe l’impressione di riconoscere come compagno di viaggio proprio l’ex terzino e stopper dei rossoneri. Sedeva di fronte nello stesso compartimento, e proprio non riuscì a resistere, volle togliersi il dubbio.

Era lui, certo. Stimpfl si mostrò maravigliato e assieme contento che un tifoso del Foggia si fosse ricordato di lui, addirittura riconoscendolo a distanza di anni. La sua presenza in terra dauna poi non fu felicissima: una salvezza in scioltezza nel campionato di B 80-81, che lo vide in campo da titolare solo per una decina di partite. Quindi una salvezza all’ultima giornata e poi la retrocessione in C1 nelle due successive stagioni. Durante le quali diventò titolare inamovibile, pilastro della difesa rossonera. Mio cugino confessò che si era fatto aiutare da un indizio che lo rendeva riconoscibile a distanza di anni: la folta chioma riccia. E poi, vabbé, Stimpfl si sarebbe stupito molto di meno se fosse stato al corrente della passione maniacale per il Foggia di chi gli sedeva di fronte. Confessò di seguire sempre, anche se a distanza, le sorti dei satanelli, ed era contento della grande stagione che vedeva protagonista in B l’undici guidato da Zeman. Mio cugino sarebbo sceso a Foggia, Stimpfl proseguì per non so dove: quel che è certo è che scendeva da Bolzano, sua città natale.

Domenica 5 ottobre, mentre i miei compagni di curva erano in viaggio verso Pistoia, ed io confinato a casa, avevo avvertito via sms della notizia della morte di Andrea Stimpfl. A 49 anni, stroncato da una leucemia. Malattia che colpisce con una certa pervicacia molti ex calciatori. Come la SLA. Il terzino arrivò a Foggia nell’estate del 1980, prelevato dal Pergocrema assieme al mediano Frigerio. La stagione appena conclusa aveva visto i rossoneri risalire in B dopo un solo anno di C1. Durante l’estate furono buttate giù le due curve dello “Zaccheria” in tubolari Innocenti, e furono alzati i due piani in cemento armato. Per omaggiare la nuova veste dello stadio fu giocata un’amichevole contro il Flamengo. Sempre in vena di festeggiamenti, per la prima in casa contro il Varese in via del tutto eccezionale la partita venne trasmessa in diretta da Telefoggia. Rimasi a casa a vedere che effetto faceva lo “Zaccheria” in tv. Vincemmo 4 a 1. Per Tele+ c’era ancora da attendere un po’.

Io avevo cominciato già da qualche anno a frequentare con puntualità la Sud di via Dorso, assieme a Tonio e Pasquale, mie cugini più grandi. Nel 1980 avevo 9 anni: la strage di Bologna segnò l’estate, il terremoto in Irpinia l’autunno. Una bella squadra quella guidata da Puricelli, che presentava in attacco anche il piccolo e terribile Costante Tivelli. E poi Benevelli, Fasoli, Sciannimanico, Conca, Petruzzelli, Piraccini. Altri ricordi indelebili sono la maglia con lo sponsor “Pasta Tamma”, la vittoria a Genova contro la Sampdoria, grazie all’eurogol (un tempo si diceva così) di Bozzi in rovesciata, stile Piola sulla bustina delle figurine Panini. Raccolta di figurine che per noi ragazzi era una vera ossessione.

Stimpfl era un classico terzino di marcatura, che difficilmente vedevi superare il centrocampo, sempre attaccato alla maglia dell’ala sinistra avversaria. Spesso fu schierato stopper. Ma per quel che ricordo non era uno rozzo, aveva buona prestanza fisica e una certa eleganza nello stare in campo. Ma forse un po’ tutti ci facevamo fregare dalla quella folta chioma riccia che ondeggiava col suo incedere deciso. La seconda stagione di Stimpfl a Foggia la ricordo soprattutto per quella partita all’ultima di campionato contro la Sampdoria, già promossa in A, che significò salvezza. Fu una vittoria scontata ma non per questo meno sofferta, arrivata nella parte finale della ripresa, con gol di Bordon. Quella è una delle esultanze che ricordo con più emozione, nonostante ne siano passati di anni. Poi, di lì a poco, ci furono le urla estive per gli azzurri Campioni del Mondo.

L’anno successivo, stagione 82-83, retrocedemmo, in maniera inaspettata e dopo un girone d’andata che non lasciava temere il peggio. L’episodio chiave il 22 maggio, girone di ritorno. A Foggia è di scena il Varese di Fascetti. Mancano ancora cinque partite alla fine del campionato, il calendario ci dà una mano, la salvezza non sembra obiettivo irraggiungibile. Quel giorno successe di tutto: un gol annullato ai satanelli, un gol in fuorigioco del lucerino Pietro Maiellaro convalidato da Lo Bello senior. In campo scese un tifoso che provò ad assestare un cazzotto all’uomo in giacchetta nera. Piovvero accendini, monete, scarpe. Fuori fu guerriglia, auto rovesciate, incendiate, la celere costretta a sparare i lacrimogeni. Che sperimentai, senza gustare, ovviamente. Squalifica del campo e ambiente dissestato. Finì male, scendemmo in C1. Sull’Almanacco Panini, in quegli anni, si assegnava la Coppa Disciplina. Nelle tre stagioni di B il Foggia risultò sempre “non classificato”. Strano che a distanza di anni viva questa cosa con un certo orgoglio e vanto. Vuoi mettere una tifoseria vera, calda, come quella dello “Zaccheria”?

Per un ragazzetto all’epoca i giocatori rappresentavano figure quasi mitologiche: li aspettavamo uscire dalla porticina del recinto in mattoni della vecchia tribuna, durante le nostre partite a pallone nel piazzale antistante, giusto per vederli da vicino. Eravamo quasi timorosi nel rivolgere loro la parola. Niente autografi, figuriamoci. Il calcio giocato e visto (in tv e allo stadio) era per noi totalizzante, le nostre giornate in special modo estive ci vedevano sempre a giocare in strada con addosso una maglia rossonera. Ecco, in un pezzo importante dei mie, dei nostri ricordi d’infanzia, c’è anche Andrea Stimpfl.

Ieri, in curva, al fischio dell’arbitro, il nostro gruppo ha sperato calasse sullo stadio un silenzio assoluto, come quello degli stadi inglesi nei minuti di raccoglimento, un silenzio da brividi. E’ durato poco, poi è partito l’applauso. Fa niente. Addio Stimpfl, che la terra ti sia lieve.

13/10/08

Manovra di decollo

di Lobanowski 2

Domenica 12 ottobre, Foggia-Gallipoli 1-0

Molti dicono che la Sud sia morta, che non sia altro che un ricordo dei gloriosi e mitizzati tempi andati. Molti dicono che la frattura tra le due curve non sia tollerabile, per una città da 160mila abitanti e per una tifoseria che milita – pur senza meritarlo – in Prima Divisione. Molti dicono sia tutta colpa della politica. Altri parlano di mentalità ultrà. Altri ancora lumeggiano, senza mai approfondire, biechi interessi corporativi. Io non so come stiano le cose. Di sicuro una mia idea ce l’ho, me la sono fatta. In Sud l’età media si è abbassata notevolmente, ed è un bene e un male al contempo. Facce di ragazzini un po’ ovunque, facce simili a quella che dovevo avere io a sedici anni, quando si esordiva con il Cagliari allo “Zaccheria” rinnovato. Non c’è niente di male ad essere ragazzini, anche se i grandi guardano sempre con sospetto agli scugnizzi, simbolo e sintomo di decadenza. Ai lati c’è gente che teme lo sventolio delle bandiere come un’improvvisa recrudescenza del virus ebola. E anche verso il centro le cose non migliorano. In Curva Nord ci sono bandiere ovunque e tre bandieroni. Si canta per novanta minuti. Il resto, la politica, gli interessi, la mentalità, non sono affar mio. Ma il dato resta. Eppure la Sud resta il luogo della formazione, la mia prima casa indipendente dell’adolescenza. Comunque stiano le cose, non la si può abbandonare come niente fosse. E quando canta… Quando canta ha ancora lo straordinario potere di sciogliere il sangue, come San Gennaro nell’ampolla in Duomo. La sensazione che provi quando alla tua destra e alla tua sinistra, sotto e sopra, martella l’incedere di un canto, è assolutamente assolutoria: di qualunque male soffra il malato, faremo tutto il possibile per salvarlo.

Il Foggia, con la capolista, decide di partire a testa bassa. Pressa e insiste, morde le caviglie dei portatori giallorossi, gli impedisce di riflettere. Ma quando si tratta di costruire, s’affida a traversoni insensati, che sfilano da parte a parte, innocui come coriandoli a Carnevale. Dalla destra non offrono profondità. Non si trova un solo soggetto in rossonero disposto a tentare un dribbling. Partono i soliti sproloqui individuali. Il luogo comune che Novelli debba andarsene dilaga come una macchia sulla tovaglia buona. Avevo un pregiudizio, non c’è bisogno di ripeterlo. Ma quel che ho visto sino ad oggi mi va più che bene. Guardo scettico i contestatori. Cerco di capire se sia questione di metodo, di schemi, di aspettative, di risultati. La Sud alterna attimi di imbarazzante silenzio a momenti di puro coinvolgimento. La squadra spinge, colpisce una traversa, guadagna angoli. La curva spinge nella stessa direzione, anche se non ha la costanza di rimanere all’erta nei momenti di bassa tensione. Intervallo. Buona prova per entrambe. Anche se c’è ancora da crescere. Undici, undici, undici Peroni, Noi vogliamo undici Peroni.

La Spal, come previsto, si sta imponendo in quel di Lumezzane. Quota: 3,30. Annuisco convinto e spavaldo, come un nobile interrogato su questioni fondiarie. Oggi sono intoccabile. Ho appena riscosso 197,96 euro al bottegone della Snai di via Piave. Undici partite di Qualificazione ai Mondiali, un bel sabato sera col botto. E la mano della dea bendata, che per un errore di codice ha inserito l’under 21 italiana – che non è andata oltre lo 0-0 interno con Israele – in corrispondenza dell’X2 della Francia in Romania. Un ragazzetto mi chiede del Livorno. 4-0, grida Angelo dal cucuzzolo del monte. Non ci crede nessuno, ma è la verità. I tifosi del Frosinone presenti all’ “Ardenza” hanno salutato romanamente. Ormai è sport nazionale, dilaga come lo yo-yo ai tempi. Come l’hula-hoop. È il modo più innocuo per sentire l’ebbrezza di un tabù che si infrange. Il metodo più economico per autorappresentarsi come ribelli. Come Ozzy Osburne che mangiava pipistrelli di plastica e vagava nel luna park dell’orrore, l’importante è non perdere il contatto con la realtà. Altrimenti si rischia d’apparire patetici, prima ancora che massicci. I legionari di Sofia erano quasi tutti del Nord-Est. Tra le tifoserie più compiutamente schierate a destra si annoverano, oltre a quella del Frosinone, quelle del Latina e del Catanzaro.
Sinapsi: le cascine della dolce campagna toscana, i colli marchigiani, l’Emilia, l’Umbria verde.
Il raffronto. Avete presente Rovigo? E Abano Terme? Case anonime dove il monumento principale è il vento d’autunno. Avete presente Frosinone? Quelle amene, brulle colate di cemento, quelle case una sull’altra senza nessuno stile, senza nessun rigore. Come ad Agrigento, dove pure la tifoseria è apertamente fascista. Come a Catanzaro, che non ha nulla a che vedere con Cosenza, che è un gran bel posto ed ha una fantastica curva schierata a sinistra. Dovremmo spederci di più su questo versante dell’analisi: il fascismo è sublimazione della bruttezza. L’ostentazione della romanità è frustrazione della distanza: più ci si allontana dall’ideale d’equilibrio del mondo classico, più si rivendica un ruolo che non sia quello del figlio della serva. Burini in orbace e fez. Austroungarici padani in stile boneheads. La sublimazione del brutto.

Il Foggia torna in campo deciso a giocare palla a terra. Ed è un bene. Al 3’ guadagnamo un calcio di rigore che Del Core sbaglia. Col passare dei minuti il Gallipoli si schiaccia, si assottiglia, finisce per rendersi visibile solo in altezza. Ma il nostro rigorista è perennemente in fuorigioco e non abbiamo altre soluzioni offensive se non il taglio improvviso. La Sud riprende slancio. Ora vanno gli Old Man River, plagiati dalla pubblicità Wind del 2007. Ed è una litania affascinante. Rossoneri alé, Rossoneri alé-e-o, Lalalalalalala, Lalalalalala. Ipnotica. Troianello fallisce a tu per tu col portiere avversario. Gli ultimi venti minuti sembrano alla portata del Gallipoli, che chiude ogni spazio ed occupa il campo con ordine. Invece è il Foggia a passare. Minuto 27 nella ripresa. Ancora Del Core. Adesso bisogna riflettere. A fine partita caliamo sull’amato parapetto. È una sorta di rito in anteprima, di prova generale. Domenica c’è il Sorrento, ancora in casa. Questa vittoria ci lancia al terzo posto solitario, con una difesa solidissima ed un attacco da un gol a partita. Quasi sempre decisivo. Domenica molti assenti faranno la loro comparsa stagionale in Sud. Se vogliamo tentare l’assalto al cielo, dovremo essere qui con un’oretta d’anticipo. Ma il pensiero corre già a Marcianise. Dovessimo battere anche il Sorrento, dovessero darci l’ok per seguire la squadra, saremo tantissimi. Il pesante tacchino s’alzerà da terra come un boeing della Ryan Air. Bye, Bye AirOne. E noialtri dovremo essere all’altezza dell’appuntamento. Il futuro non è scritto. E comincia adesso.

07/10/08

Zemanlandia non esiste

di Lobanowski 2

Più degli schemi difensivi. Più della teorizzazione del pressing invasato. Più della difesa della divinità. Quel che non sopporto degli Zemaniani è l’arroganza. La presunzione di chi può permettersi, anche tacendo, di invitare a tacere. Capita sempre nella commedia dell’arte. Se, per fato, in una comitiva c’è un anti-Zemaniano, gli altri fanno quadrato. E dinanzi alle precisazioni, ai dati, agli appunti, si comportano come i fedeli di Padre Pio alle prese con gli storici. Un misto di ostentato menefreghismo vuoto, senza contenuti. Una volta mi capitò di ascoltare un ragazzotto biondo mentre spiegava ai convenuti ad un matrimonio che “Il Foggia con Zeman ha battuto tutti: l’Inter, il Milan, la Juventus”. Mi intromisi per suggerire la più verificabile delle opinioni: che non era vero. Che con le grandi, anzi, aveva sempre perso. Straperso. Che il fagotto delle vittorie era magro: un 2-1 contro la Juve di Ravanelli. E stop. In tre stagioni. Quello si sorprese, spalancò la bocca e s’atteggiò a rapper del New Jersey: Chessò? (Short form in auge nel Tavoliere per designare uno stato d’animo stupito e al contempo radicalmente scettico). La piccola folla s’agitò: come osa, pensava. In un battito di ciglia tutti, uomini e donne, esperti e neofiti, seguaci e distaccati, fedeli e frigidi, avevano scelto da che parte stare, esprimendo simpatia per l’opinione del Rapper. Come se ritenere reale quella finzione fosse un atto di patriottismo. E mentre quello continuava ad agitarsi, ad indicarmi con sorpresa agli amici, ribadendo la sfilza di risultati gloriosi conquistati dal suo Foggia onirico allenato – manco a dirlo – dal Boemo, un esponente della commissione tecnica mi bollò dal pubblico, come per cogliermi in fallo: “E il 2-0 con la Juve?”. Eh! Ecco la prova che cercavano. Avevo torto, e la conoscenza degli almanacchi del signore mi aveva sbugiardato. Attesi che il vento di commenti si placasse. E parlai: “Quello era Catuzzi”.
Povero Catuzzi. Una persona seria, capitata in queste lande nel periodo peggiore della storia. Quando l’ubriacatura era uno spasimo e l’ubriaco non aveva ancora capito che la festa era finita, e diventava molesto. Catuzzi era un signore. Il destino – lo stesso che l’ha strappato ai suoi affetti troppo presto – ci ha impedito di chiedergli, a distanza di anni e a mente rasserenata, cosa diavolo sia successo in quel drammatico girone di ritorno del 1994/95. Un solo punto in trasferta dopo un girone d’andata da Uefa. Un tracollo difficilmente razionalizzabile, che resta avvolto nel mistero e genera dicerie come la guerra tra i ratti genera la peste.

Ma, si diceva, l’arroganza. Taci tu, che quegli anni non li hai vissuti! Taci, che non hai il diritto di parlare male del miglior Foggia della storia! Taci, infedele, che non sei stato a Napoli o a Torino e non sei degno di infangare Zemanlandia!
E in tanti tacciono sul serio, avvinti dalla leggenda e dalla casta sacerdotale – senz’altri meriti che la presenza in vita all’epoca dei fatti – che, unica tra tutti, può esprimersi su quegli anni. Io quegli anni li ho vissuti e mi sono espresso. Pur tuttavia ritengo che l’attenzione debba concentrarsi sul termine, sul nomignolo affettuoso che i fedeli usano per indicare gli anni che vanno dal Novanta al Novantaquattro. Zemanlandia, per l’appunto.Quando si è innamorati, il nome non è un accessorio. Il nome dell’amata, o dell’amato, non è una moneta da 20 centesimi, uguale a tutte le altre monete da 20. Il nome non è un bene fungibile.Credo di averne già parlato. Ribadisco il concetto con un paio di esempi. La squadra di Zagabria di chiama Dinamo. Dal 1945. I tifosi tifano Dinamo. I loro rivali sono i serbi e quelli dell’Hajduk Spalato. Ma soprattutto i serbi, contro i quali combattono diverse guerre sanguinose. Nel 1992 la Croazia ottiene l’indipendenza da Belgrado. Tutto cambia. I nomi delle città, delle strade e delle piazze. Scompaiono le dediche ai partigiani liberatori, ai combattenti contro il nazifascismo, ai filosofi e ai pensatori marxisti; scompaiono le vie contrassegnate da date e ricorrenze significative per il passato governo comunista. Il nazionalismo torna a soffiare forte per le vie di Zagabria. Tanto che, nel 1993, la Dinamo stessa scompare. Scompare nel nome, troppo evocativo, troppo socialista. Scompare come Tito dalle lapidi. Si trasforma in Croatia, per sottolineare la nuova natura del nuovo stato indipendente. Nazionalismo puro. E i tifosi di Zagabria sono nazionalisti fino al fanatismo: hanno combattuto e combatteranno contro i serbi sui veri campi di battaglia del macello balcanico. Eppure quel nome, Croatia, non gli va giù. Non lo accettano. Protestano. Si scontrano persino con la nuova polizia secessionista. Al “Maksimir” appare uno striscione che fa più o meno così: Noi continueremo sempre a sostenere il sacro nome di Dinamo.
Sacro.
Il nome, l’importanza del nome.
Altra location, stessa storia. Nel 1993 fallisce il Catania 1946, la città etnea rimane senza calcio. Un ex-dirigente, Franco Proto, che da qualche anno aveva rilevato il “marchio” dell’Atletico Leonzio, squadra di Lentini, e trasformato il sodalizio in Atletico Catania, si trasferisce armi e bagagli al “Cibali”. Certo dell’affetto per la sua nuova compagine, che nel frattempo godeva di piena salute in serie C1 sfidando quadre del calibro di Reggina, Salernitana, Perugia, Avellino e Barletta.Fa di più, il dirigente: fonda il Catania 1993 e lo iscrive al campionato di serie D.Ma un innamorato resta un innamorato. Nella cattiva sorte più che nella buona. E non c’è uomo degno di maggiore disistima di colui che tradisce il proprio amore di una vita per un’avventura con una sciacquetta qualsiasi in un momento di difficoltà. Il Catania 1946 era in Eccellenza. Ma i catanesi non hanno ceduto al richiamo delle sirene. Perché la categoria non conta. Conta il nome. E quello che rappresenta.Nessuno, da Zagabria a Catania, è mai stato sfiorato dall’idea della fungibilità.
Per un tifoso non esistono giocatori, dirigenti, allenatori, capaci di esaltare o incrinare il proprio rapporto intimo per la maglia, per i colori. Nessun genoano si sognerebbe di chiamare mai Scogliolandia o Bagnolilandia il Genoa Cricket and Football Club. Eppure Scoglio è stato un maestro appassionato, Bagnoli ha espugnato “Anfield”. Nessun napoletano parlerebbe di Maradonalandia. Nessun udinese (!) di Zico o Spallettilandia.Nessuno di loro accetterebbe di buon grado che altri – i giornalisti, i terzi – lo facciano per conto loro. Mi chiedo cosa ci sia che non quadri qui da noi. Zemanlandia. In tutta onestà – e svelo questo mio lato tradizionalista – io ho avuto molte difficoltà persino ad accettare il cambio di denominazione da Unione Sportiva a Foggia Calcio dell’era Casillo. Ancora oggi i due satanelli dello stemma mi risultano indigesti. Ma sono un tipo malleabile, alla fin fine. Ed accetto l’affronto. Finché questo è, in qualche misura, accettabile.Ma la gente – foggiani e foggiane – che parla impunemente di Zemanlandia, questo poi no. Non lo concepisco. Lo ritengo un’offesa personale, sanguinosa, alla mia passione.

06/10/08

Mi pare zero a zero

di Lobanowski 2

Domenica 5 ottobre, Pistoiese-Foggia 1-1

Sulla strada fermiamo un signore di mezza età: Scusi, per lo stadio? L’avevamo chiamato Campo sportivo fino a due minuti prima, ma ci sembrava irrispettoso. Ed allora abbiamo inventato quella pietosa bugia a fin di bene. Eh, fa quello sorridente, ci sto andando anch’io… Poi ci spiega il percorso. E mentre ringraziamo, aggiunge: Non ci fate troppo male oggi, mi raccomando. Non c’è ironia nel suo sguardo, né nel suo tono. Non c’è problema, pensiamo. Notiamo la distanza e, al semaforo, ci facciamo raggiungere per offrirgli un passaggio. Dà un’occhiata al mezzo e ai suoi occupanti e risponde, garbatamente, No, vado sempre a piedi. Al benzinaio alla rotatoria ripetiamo la domanda: Per lo stadio? Quello ci guarda stupito e chiede: Quello della Pistoiese? Ecco: o costui non sa che esiste uno stadio, o ce n’è più d’uno e la gente tifa per l’altra squadra. Questo spiegherebbe molte cose. Davanti al settore ospiti c’è ressa. L’annunciato parcheggio ospiti è in realtà un marciapiede ordinario. Al bar ci dividiamo tra i seguaci dell’amaro e i curatori dei vessilli. I primi entrano, i secondi restano fuori. Un gruppo di anziani esprime giudizi sul culo di una quarantenne di passaggio: Non è mica da buttar via. Uno sta parlando della Juve, un altro ci guarda con curiosità: A che posto è il Foggia? Quarto, rispondiamo. Ah, beh, allora non vi preoccupate dei nostri citrulli. Devono essere tutti così attaccati alla maglia, da queste parti. O tutti troppo realisti. Uno guarda i rimasugli del vino comprato ad Agliana e abilmente travasato in una bottiglia di plastica: Guarda quella bimba, ha del vino nero… Dev’essere delle loro parti… Uva napoletana. I famosi vitigni del Vesuvio narrati da Plinio il Vecchio.
Due ingressi transennati. E la pantomima dell’ordine pubblico si allarga come una leggenda metropolitana. Doppia fila: una per i possessori di biglietti, l’altra per quelli senza prevendita. Aveva strombazzato, l’A.C. Pistoiese, dei botteghini chiusi alla domenica. Per un’intera settimana aveva fatto da sponsor alla Ticket One, convinta di scoraggiare la gente a presentarsi alle porte senza biglietto. Invece qui ce ne saranno almeno cento, in fila. L’imprevisto – che era del tutto prevedibile, bastava fare un paio di telefonate in giro – ha mandato in tilt quella cosa che i più accaniti sostenitori del modello inglese chiamano organizzazione. Nel nome dell’organizzazione, Ceska viene rispedita indietro: non ha un documento che possa confermare la validità della prevendita nominale. Seguire una partita di calcio sta diventando un’impresa logorante. Una gara di nervi. A chi cede per primo. Per solidarietà cambio fila anch’io. Nella zona rossa uno steward sta rompendo l’anima a Daniele per l’asta della bandiera. Non conforme e non autorizzata, dice, mentre due ragazzi cercano di far capire ad un secondo addetto che quel filo di verde attorno allo stendardo rossonero va inteso come vezzo artistico e non come distorsione dei colori della squadra (gli unici ammessi all’interno). La mia fila è ferma. Da troppo tempo. Mi allungo dall’altra parte. Da dentro giunge la voce dello speaker. Le squadre stanno entrando in campo. Mi avvicino ad un tizio: Mi sa dire cosa stiamo aspettando? La risposta è sconcertante (per chi non conosce l’ottusità burocratica degli esecutori d’ordini): un notaio. Apprendo, noi tutti apprendiamo, non senza commozione, che dovrebbe a momenti giungere ai cancelli un mastro notaro che, col suo banchetto da primo della classe, procederà all’autocertificazione dei senza documento. Detto così, nel più schietto stile ottuso. Dall’interno partono i cori dei nostri, un mezzo boato. Si gioca, stavamo pure segnando. E il notaio a che punto sta?, chiedo con ironia guardando la fila statica di quel centinaio di sventurati. Quello non la coglie e risponde serio che stanno provando a contattarlo. In altri termini quest’uomo, così importante per il rispetto della legge Maroni, potrebbe aver staccato il cellulare ed aver optato per una domenica sui colli mentre noialtri qui aspettiamo che la partita finisca senza neppure una radiocronaca? Gli animi si scaldano. Quei dieci poliziotti in fila si mettono il casco e impugnano gli scudi. Ridicoli. Hanno emanato una disposizione e non hanno il coraggio, né la forza, di farla rispettare. Se sul serio sono convinti che basti annunciare la chiusura dei botteghini di uno stadio per non avere gente tra le palle, allora siano consequenziali: lancino quei dieci poliziotti all’arma bianca, a manganellare cento tifosi pacifici ma esausti. Otterranno gli scontri di cui parlare per giorni, la criminalizzazione di cui si alimentano, foriera di nuove diffide, nuovi divieti, nuove proibizioni e nuove assurde disposizioni. Oppure adibiscano a lager una zona della città, per gli indisciplinati. Oppure, ancora, evitino di ciarlare di leggi e disciplina quando sono palesemente non attrezzati all’abbisogna. È un campo sportivo, cazzo, e lì dentro c’è una partita. Nient’altro. Alla fine ci vuole il solito spingi-spingi. Come sempre bisogna urlare per farsi valere. Lo schieramento burocratico si allenta e cede. Mentre sfilo verso il settore penso a cosa dev’essere stato trattenere 2mila napoletani col biglietto in mano sulla banchina di una stazione per …quattro ore. Io ero in fila da mezz’ora e già mi pulsavano le tempie dall’impazienza.
Il settore è una tribunetta di metallo. Mi basta uno sguardo dell’impianto per capire il senso di certe avvertenze: ci saranno sì e no settecento persone, distribuite equamente tra tribuna e curva coperta. I loro ultras non arrivano alla ventina. Se escludiamo l’esordio col Potenza e la gara di Vasto coi pescaresi, è la quarta volta che giochiamo senza tifosi avversari. Tra di noi ci sono molti transfughi e diversi oriundi: gente che per necessità di lavoro o di studio, s’è dovuta adattare a vivere altrove: Perugia, Chianciano, Bologna, Montecatini. Ma anche Torino, Milano e il nord industriale e operoso in generale. Cantiamo: Il Foggia è tutto per me, Il Foggia è tutto per me, E io lo so, Perché non resto a casa. Dall’alto si vede ancora gente intenta a farsi setacciare dall’improvvisazione, all’ingresso. Sventoliamo le due bandiere che ce l’hanno fatta a superare il check-point: quella dell’Angola e quella bianco-rosso-nera col leone etiope. Quella rossonera obliqua giace inerte ed inutilizzata al suolo, orfana com’è dell’asta. Non sappiamo bene a che minuto siamo, ma sopra si canta poco – anche in considerazione del fatto che in molti non frequentano abitualmente la Sud – e scendiamo. Dai gradini i giocatori appaiono in scala 1:1. Alzo lo sguardo e m’accorgo che un tale in arancione la sta spingendo dentro. Dovrei correre a salvare sulla linea, a chiudere la falla aperta dalla difesa, come quel tifoso olandese che spopola su YouTube. Non ce la faccio. L’urlo di Foligno era stato fanciullesco e deprimente. Questo, praticamente, neppure arriva. Il nostro coro non si interrompe, anzi si alza, si fa refrain. E io lo so perché non resto a casa. Avviso Antonello e Ceska dell’avvenuto vantaggio pistoiese. Se ne sorprendono non poco. Ma continuano a cantare. L’intervallo giunge presto. Un primo, sommario bilancio dice che non ho visto praticamente niente.
Un Borghetti costa 2 euro. Nei bagni arriva la voce dello speaker. Il Pescara vince a Taranto. Il Foligno pareggia in casa. Alla fine, saremo tra i pochi ad aver perso al “Blasone”, ne sono convinto. Comincia il secondo tempo. Il Foggia sembra più grintoso. Oggi nessuno urla di togliere la bandiera dalla visuale del campo. Meglio così. Sosteniamo una squadra che finalmente preme, anche se non tira. Mai. Corriamo sulla sinistra, guadagnamo angoli, lottiamo. Pareggiamo sugli sviluppi di un corner. Dobbiamo vincerla, questa partita. E mancano dieci minuti. Dall’antistadio si vede la torre della cattedrale. Come a Cremona. Il loro portiere viene espulso, come a Cremona. E come a Cremona, non segnamo più. Poco prima del fischio finale, un contabile annuncia al vicino che siamo in dieci. Quello, scettico, si mette a contare le maglie bianche. E sparge la voce. Alla fine è uno a uno.
Nell’incolonnamento verso Prato, nel pieno centro di Pistoia, individuiamo la macchina con cui Giuseppe ha deciso di proseguire verso Firenze. Un saluto. Poi si abbassano i finestrini: Oh, s’alza l’urlo, ma insomma chi è stato espulso? Un secondo urlo giunge in risposta: Non lo sappiamo, ma loro erano in nove. In nove? Si, due espulsi dopo il gol e poi il portiere. Un attimo di silenzio. Poi un nuovo urlo: Ma chi ha segnato a noi? Nell’abitacolo si consultano in cinque. Risposta: Non lo sa nessuno. I pistoiesi ai lati, che già erano scettici sul nostro arrivo, diventano enigmatici. E ci guardano attoniti. Oh, che ha fatto il Foggia? Uno s’affaccia e strilla: Mi pare zero a zero.

28/09/08

Il dramma della bandiera

di Lobanowski 2
Domenica 28 settembre, Foggia-Juve Stabia 1-0
È riesplosa la guerra di mala. Le sirene delle volanti sono acuti su via Onorato. Direzione Porta Manfredonia. Le teste dei passanti come pinguini, a seguire le scie luminose. Sei colpi, di cui quattro a segno su un anziano fermo al chiosco della frutta. Il trillo del cellulare. Antonio. In città gira una voce… Pare ci sia Zeman al Bar Cocozza a piazza Padre Pio. La vita è fatta di priorità. Il mito galoppa. C’è gente da ogni angolo della città che converge sulla zona sensibile. L’altra è transennata. Ma, in tutta onestà, interessa meno. C’è il Boemo, garantisce vox populi. Starà sorseggiando un caffè. Chissà se lo prende amaro? La vita con lui non è stata una stecca di liquirizia, c’è da ammetterlo. Lampeggianti. L’edizione del tg di Telenorba. Obiettivo dell’agguato, un noto pregiudicato di 21 anni. Noto. A ventuno anni. E c’è da scommettere che anche i sicari non fossero più anziani di lui. Novelli si gioca il posto. Non ci vuole la sibilla per capirlo. Un passo falso interno e la tagliola scatterà implacabile attorno alle sue caviglie sottili. È morto Paul Newman. L’Everton si è piegato allo strapotere del Liverpool. Nella tribuna del “Goodison Park” le due tifoserie sono mescolate. L’immagine di una bimba bionda con la maglia dei reds, sulle spalle del papà festante. Antonio mi fa: ti piacerebbe? Non lo so. Sono dell’idea che i bambini debbano frequentare gli stadi, ambientarsi il prima possibile. Con la stessa precocità che è valsa per me. Ma sono cresciuto con l’idea del settore ospiti, delle staccionate, dei reticolati invalicabili, delle trasferte calde da affrontare come una guerra di nervi. Sono combattuto. A sera si spara ancora. Stavolta viene abbattuto un boss. Il Barcelona espugna l’Olimpico e si aggiudica il derby con l’Espanyol. Teleblu fa lo speciale: mostra l’auto elettrica del presunto pezzo grosso crivellata di colpi. E poi Raitre, Raiuno nel tg della notte.
Stamattina siamo su tutti i giornali. Canale 5 parla dell’omicidio, avvenuto nei pressi di un chiosco di bibite. Le immagini vanno da un neon all’altro. Raidue, alle 13, fa altrettanto e si spinge oltre, fino al tentato omicidio di martedì sera, allorquando due ragazzine sono rimaste ferite di striscio dai colpi sparati da un killer. A Parco San Felice. Un paio da proiettili vaganti. Nei pressi di un chiosco, garantisce il corrispondente. Un chiosco, due, tre. Chi osserva Foggia dallo spiraglio che i media hanno aperto sulla nuova guerra di mala, avrà la motivata tentazione di credere che qui ci siano solo chioschi. Che ce ne siano a bizzeffe, che facciano da fulcro della vita sociale. Mi tornano alla mente le chiacchiere di qualche settimana fa: Ultras, gente di chiosco. Ad ogni modo Ceska, nel percorso da casa allo “Zaccheria”, appare restia a fermarsi da Salvatore. Impressione, suggestione. C’è vento e minaccia pioggia. Ma l’estate appena seppellita ha lasciato uno strano strascico di nostalgia, di incertezza. Ci si veste a dovere, ma si teme il caldo. Un tepore rivierasco che potrebbe spuntare, come l’araba fenice, dalle rovine dell’apparente autunno. Come Zeman ricompare a fasi alterne alle ceneri della città sotto assedio. In curva ci sono ampi spazi vuoti. Mattia ha bucato l’appuntamento delle 12:30 (e pure quello delle 13:40) ed è in cerca del biglietto. Jordan ha portato solo la bandiera dell’Angola. Scatta il dramma. Sono in alto e non ho nulla da sventolare.
La Juve Stabia, in maglia bianca e senza tifosi al seguito, scende in campo con lo stesso atteggiamento della Cavese. Con ogni probabilità, lo zero a zero l’accontenterebbe. Io sono sulla stessa lunghezza d’onda, più o meno. Se non puoi batterli, almeno evita di prenderle. In porta c’è Brunner, l’ex di oltre quattordici anni fa. Quando ci viene sotto ci scambiamo uno sguardo complice: Ancora qui? Ancora qui. In centro ci sono voci, stendardi e bandiere. Ai margini sembra di essere ospiti ad un inatteso talk-show. La fanzine della curva incita a sostenere la squadra, a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a partecipare allo svolgersi dell’azione come se si fosse in campo. Che non è la stessa cosa di vedere la partita. Chiede di innalzare sciarpe e bandiere. Io guardo il centro del settore, in alto, per controllare il vessillo angolano. Jordan mi comunica a gesti che l’asta si è autolesionata. Il Foggia preme disordinatamente, sotto la Sud. Conclude in porta un paio di volte, pericolosamente. Ceska, sopra di me, sembra un alpino di guardia alla polveriera. E dall’alto guarda giù, verso le schiere di adolescenti intenti a scavalcare i cancelli. Mi basta allargare lo sguardo per capire che non è la sola. Sono in tanti quelli che, già alla mezz’ora, hanno smesso di fissare l’appesantito manto verde, e si concedono distrazioni da Real Tv. La tensione cresce, fino al climax. Poi il ragazzino atterra all’interno, senza essersi fatto un graffio. E si torna a guardare il campo. Strane popolazioni abitano queste lande estreme – nordiche – della curva. In mezzo ci mettono il cuore e i polmoni. Il primo tempo scivola via.
La serie C1 – o Lega Pro – che sto vedendo quest’anno, mi ricorda molto da vicino le vecchie maniere che tanto danno da borbottare ai vecchi. Le bolge del girone meridionale, i campi da cui esci col carattere e coi nervi, più che coi piedi buoni e la tecnica. Nell’intervallo raggiungo Mattia, chiedo che ne è stato della bandiera, che l’ho vista poco o niente, che almeno se l’avessi avrei qualcosa per sentirmi utile alla causa. Mi risponde, da burocrate del basso impero, che il titolare è assente causa impellente birra e che nondimeno s’informerà. Che mi farà sapere, insomma. Il Foggia scende in campo più determinato, ma è una fiammata. Jordan mi guarda e sventola. Le speranze di ottenere l’agognato oggetto del desiderio s’allontanano. A destra le popolazioni nordiche rumoreggiano. Le critiche montano, diventano gratuite e moleste. La fronda si compone come niente. Qualcuno chiede la testa di Novelli – anche il fedelissimo Lello, che aveva giurato incondizionata fedeltà al mister al Porto Viejo di Barcellona – altri fischiano pesantemente Salgado, svogliato ed inutile come non mai. Se ci fosse il ds Di Bari direbbe che i foggiani – per via di ciò che sappiamo – sono un pubblico di bocca buona. E non vanno contraddetti. Intanto sono più quelli che in curva ci vanno per criticare che non quelli che, bontà loro, continuano a sostenere. Così non va.
Poi il miracolo: Mattia squarcia la quasi notte dello “Zaccheria”. Proviene da ovest. Porta seco la bandiera. Il vento e l’asta spezzata la gonfiano in maniera irregolare. Un vicino di posto si muove troppo rapidamente e rischia di prendere bastonate. Bisogna fare forza, ma alla fine ce la si fa. Con i drappi, con la vita, con la Juve Stabia. Il principio è lo stesso. Tocco di mani in area. L’arbitro ci pensa. Il pubblico rumoreggia. L’arbitro ci ripensa. L’azione prosegue per inerzia. Il pubblico urla che è uno scandalo. L’arbitro fischia. Rigore per noi. C’era, era netto. Portiere da una parte, palla dall’altra. Uno a zero. Volevano fare la Cavese, e la Cavese hanno fatto.

PLAY: It's all here where I keep it, It's all in the submarine, It's all a lot less frightening, Than you would have had it be, Rem, Sing for the submarine

24/09/08

Il rimpianto del tugurio

di Lobanowski 2

C’è tutta una teoria sui boati. Sulla potenza, sui decibel sprigionati da ogni singolo coro di una curva. Ma anche sulla personalità, sulla profondità, sullo stile. Non è solo una questione di originalità, di complessità del canto. Quelli si, sono parametri che contano. Ma il timbro vocale è altra cosa. Da ragazzini, quando frequentavamo le medie, con Marco ci scambiavamo giudizi e pareri. E avidamente, nelle rispettive classi, nelle rispettive scuole, ne domandavamo ai ripetenti cronici, quelli che le trasferte se le facevano sul serio. Ne veniva fuori una graduatoria. I migliori risultavano essere i veronesi: potenti e cavernosi, con una frequenza da corda di basso che riusciva a risalire dal manto alle coperture in ferro, fino a planare sulle teste dei presenti. Come un volatile pesante e aggraziato. I peggiori erano i leccesi, con una ritmica acuta e irritante, alta come una trombetta da parata dei bersaglieri. In mezzo tutti gli altri: i romanisti, possenti ma scostanti, i napoletani, corali ma svogliati, i genoani, i doriani. A ripensarci oggi, c’era l’intero ventaglio di opzioni che passano tra il mestiere e il folklore. Tra l’impegno e la spensieratezza. Tra Yesterday degli Skoidats e Cheope dei Vallanzaska. Per intenderci. Con l’allegria a fungere da pianterreno di uno stabile dove la disciplina era il piano nobile.
La vita ci cambia, ma neppure tanto. Ci sono dei quadri esposti nei musei che, a primo impatto, e per un dettaglio secondario, quasi subliminale, rimandano per forza oscura a tutta una concatenazione nascosta di significati. Il profilo di quel tale col naso segato riporta alla mente i pomeriggi di settembre delle classi elementari. L’ufo che sorvola quella madonna rinascimentale lascia riaffiorare una quantità di partite al Subbuteo che la metà basterebbe. Colpa dei sussidiari, certo. Eppure il folklore della curva B del “San Paolo” continua, oggi come ieri, a richiamarmi il pianterreno. Mentre la sud del “Bentegodi” mi trascina verso lidi di insperata, inattesa ammirazione. Nonostante tutto.
Non pensavo a questo (non pensavo neppure di avere un pensiero al riguardo, a dire il vero) quando il Foligno ha realizzato la rete della vittoria contro di noi. Rewind. Rallenty. Il cross dalla sinistra, il colpo di testa dell’attaccante, la traiettoria sbilenca, alta e arcuata, il nostro portiere che da fermo richiama i reni con una frustata disperata, facendosi risucchiare dalla rete senza riuscire a togliere la palla dal sette. Ne ho visti di boati. Gli avellinesi in curva Nord che esplodono al gol di Luiso, il frastuono dell’ “Arechi”, il tutt’uno stereofonico dell’ “Olimpico”, capace di rimpicciolirti come e peggio di un raggio alieno, quando sembri l’unico tifoso ospite presente e t’accorgi che il gol l’hai preso tu. Proprio tu. Solo tu. E vieni irriso da 50mila persone, ad andar bene. Ne ho visti di boati. Ma a Foligno è accaduta una cosa strana. È accaduto che l’intera tribunetta di fronte s’è alzata di scatto, all’unisono. Ed è partita un’esultanza che m’ha lasciato interdetto. Ed ora coglie i suoi frutti nella riflessione ponderata: era fanciullesca. Un grido fanciullesco, spensierato, che sapeva di diporto e dopolavoro, che – dall’alfa all’omega delle vibrazioni presenti – sapeva di hobby, di passatempo, di sport. Come se il calcio fosse cosa di cui ridere e sorridere, come se questo gioco fosse un gioco, al pari di ogni altro gioco per cui si scambiano opinioni e poi si va a casa a riposare. Non me lo meritavo. Se solo avessi ancora i capelli lunghi (se solo avessi ancora i capelli…), avvertirei papale papale la sensazione d’essere acciuffato e trascinato con la faccia ad un millimetro dal mio presente: tifoso di una squadra che gioca sui campetti dei semiprofessionisti. Come quando andavamo a vedere le partitelle a San Ciro con zio Giuseppe. Dio mio. Ma non per la struttura in sé, non fraintendetemi. Il “Blasone” di Foligno è un campo di tutto rispetto, inaugurato di recente (dall’Anderlecht, mi pare), con dei bagni da categoria superiore. Nel campionato degli autogrill. Ma per l’urlo. È stato quell’urlo, giocondo, che mi ha fatto capire in che serie giochiamo. Ho immaginato le singole vite dei miei singoli dirimpettai. Le loro abitudini, il loro tenore di vita, i loro film preferiti, i loro vini della domenica. Ho immaginato il signore che al primo figlio maschio dice: “Abbiamo fatto gol, batti le mani, a papà”. Cose che mi commuovono in astratto. Ma che in concreto mi straziano. Certo, la conclusione è sempre nelle lacrime e nel lacrimare; forse è che sono sbagliato io, che ho sbagliato tutto, l’approccio con la scuola, con le donne, con gli amici, con la politica, col mercato del lavoro, con la religione. Forse, forse hanno ragione loro. Ho pensato che ognuno di quei papà, ognuno di quei giovanotti, ognuno di quegli anziani diportisti avesse una seconda squadra. Che poi era la prima. Ed era, immancabilmente, l’Inter, o la Juve, o il Milan, o la Roma. O quella che vince lo scudetto, di volta in volta. Ma che neppure quell’altra passione sarebbe riuscita a strappare più d’un suadente sorriso o una mesta alzata di spalle, o una parolaccia, al ritorno a casa. Di fronte al Televideo. “La Juve ha perso?”, “No, ha pareggiato”. Niente di più di un inaspettato dessert. Il guaio di quelli come me è che ritengono il calcio, il gioco e il giocare, specchio e spia d’una persona. Dimmi che tifi, dimmi come tifi, e ti dirò chi sei. È una regola infallibile, tutt’ora a prova di bomba. Negli ultimi anni persino i compagni degni di considerazione politica venivano selezionati in base a questo paramero.
Quando i ragazzi del collettivo di Aversa ci hanno rivelato la loro passione per la Normanna, abbiamo capito che erano nostri compagni. Legati a noi dal doppio filo del sentire, più che dal sottile ponte del pensare. Quando quel ragazzo coi capelli lunghi, tifoso del Napoli, m’ha confessato che il suo anno perfetto è stato quello in cui ha potuto festeggiare, contemporaneamente, la promozione dei partenopei e la doppia retrocessione di Hellas e Chievo, ho sorvolato sul suo trotzkismo e siamo andati a bere assieme. Ben diverso da quelli che fanno smorfie quando rimandi un’assemblea perché c’è Spagna-Turchia in tv. Ma sto divagando. Risento l’urlo. Rivedo i nostri che, nonostante la mazzata, alzano le braccia e fanno ripartire il cantico: Noi non molleremo mai. Percepisco asetticamente la dimensione del fenomeno calcio in piazze che non ci appartengono più di quanto non possa appartenerci il baseball. Come un secchio d’acqua gelata in pieno volto. Nel boato di Foligno ho capito che qualcosa non va. I leccesi erano pessimi, erano gli ultimi. Ma di un altro pianeta. Un pianeta dal cui siamo, al momento, esiliati. E, oggi come oggi, darei via la mia collezione di sottobicchieri per tornare al “Via del Mare”. Per non vivere, come diceva Frankie Hi-nrg, nel rimpianto del tugurio.

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